Sfida e accettazione

29 marzo 2003
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Questo testo è nato in occasione di un convegno organizzato dalla Fondazione Prada sul tema della “Sfida”. Si era a pochi giorni dall’inizio dell’America’s Cup,

e, anche se non fu indicato ai relatori alcun nesso tra i due eventi, è stato spontaneo pensare alla sfida anche in termini sportivi. Tanto più che questo tipo di competizione sembra occupare nel nostro tempo un ruolo sempre più grande. E serio. Addirittura sacro. In fondo lo sport, ad esempio il calcio in Italia, è l’unica cosa su cui non si può scherzare. L’unico evento o quasi in grado di riempire gli animi di sincera esaltazione o amarezza. La politica ha talvolta (o aveva) questa stessa caratteristica, ma in scala decisamente minore. Talvolta, di recente, accendendo i toni, cerca di imitarlo.
Ma in occasione di quel convegno mi venne chiesto anche di mostrare un pezzo del mio film “L’amore imperfetto”, forse proprio perché lì si parla di un dolore talmente enorme, intimo e incondivisibile, da essere in forte e significativo contrasto con l’assurda retorica degli eventi e delle emozioni sportive. La sofferenza di cui parla il film sembra anzi qualcosa di inconciliabile con il dolore come viene genericamente vissuto, mostrato e “pubblicizzato” nella nostra società.
Ecco dunque il testo ricavato da quell’intervento che, come si noterà dal tono discorsivo, non fu letto ma improvvisato sulla base di appunti.

“Sfida e accettazione”

Credo che nel ruolo dell’artista esista una sorta di dialettica. Spesso l’artista ha le caratteristiche del solipsista, ricerca la solitudine o, quantomeno, un mondo interiore. D’altro canto, il più delle volte si contraddice perché desidera anche che tutti vedano che vuole essere solo… Per cui il rapporto con il successo, inteso come visibilità, e contemporaneamente con la volontà di fare quello in cui crede può essere di per sé una sfida. Bisogna capire dove sta la sfida; forse nel conciliare due cose quasi inconciliabili, nel trovare una strada che potrebbe non esistere…
Tuttavia, il tema della sfida ha stimolato in me anche una riflessione più generale, che probabilmente suonerà in contraddizione rispetto a questo contesto. È una riflessione nata contrapponendo il termine stesso ‘sfida’ a un’altra parola, che è un po’ il suo opposto: la parola ‘accettazione’. La mia riflessione è dunque una sorta di elogio, un’apologia dell’accettazione rispetto alla sfida. Viceversa, mi si potrà anche dire che l’accettazione – o almeno quello che adesso descriverò come accettazione – sia essa stessa una sfida.
Questa riflessione serve a introdurre la relazione che intercorre tra il mio film e la sfida. Mi vorrei distanziare dall’accezione più corrente della parola ‘sfida’, che spesso ha un’enfasi retorica notevole, sebbene piuttosto infondata, o fondata su un equivoco; la parola ‘accettazione’ invece assume, quasi automaticamente, un valore negativo. Mi viene in mente quella battuta di Nazarin (1958) di Luis Buñuel: la storia di un giovane prete fuori del comune, che vive ospitando prostitute e, ogni volta che riceve delle elemosine le offre ad altri, comportandosi da puro tramite; non possiede nulla, rifiuta qualsiasi ruolo sociale, perfino il ruolo sociale del prete. A un certo punto qualcuno gli chiede: “Ma lei sfida la società, sfida le ingiurie, gli insulti del popolo, dei suoi parrocchiani?”. E lui risponde: “No, io non sfido proprio nulla. Io accetto le cose come sono”. È un personaggio stralunato e non lo dice con boria. Il valore del termine ‘accettazione’ di cui vorrei parlare è un po’ questo: di qualcosa che si contrappone a quel germe di odio, di competizione insito nella parola ‘sfida’. Vorrei precisare che non si deve confondere il significato che attribuisco alla parola ‘sfida’ con quella tensione che ritengo, invece, fondamentale per l’uomo affinché dia il meglio di sé stesso: una tensione che non è mai negativa, non è sterile e, soprattutto, non è né rabbiosa né prevaricante; può essere violenta, nel senso che viola un ordine costituito, viola un cosmo, scompagina una realtà (anzi, più è vitale e più è violenta), ma lo fa in modo costruttivo, con un atteggiamento a cui l’uomo non deve rinunciare.
Recentemente mi è capitato di vedere un documentario di un amico dedicato ad alcuni eventi sportivi; alcune sequenze erano dedicate ai primi corridori maratoneti africani che, negli anni Cinquanta e Sessanta, hanno vinto le Olimpiadi e altri importanti eventi sportivi. Nel gesto di questi atleti c’era un’idea della competizione e dello sport completamente diversa da quella a cui siamo fin troppo abituati oggi. Il loro gesto, la loro impresa non avevano nulla della sfida; correre era qualcosa che si faceva perché si amava farlo. C’era, piuttosto, un appagamento nel poter mostrare quello di cui si è capaci, le proprie doti e capacità; un sentimento legato più alla condivisione – non solo con il pubblico e con gli spettatori, ma persino con gli altri concorrenti – che non all’imposizione rabbiosa di una superiorità. E ciò colpiva in modo particolare perché quegli atleti erano davvero ‘naïf’. Del resto, anche più di recente, quando si vede giocare ai campionati mondiali di calcio una squadra africana, a volte ci sono cose che fanno sorridere, perché sono diverse da quello a cui siamo abituati. Ma soprattutto mi sembra che si evidenzi un rapporto con il gesto sportivo, e in generale con ogni impresa, sportiva o artistica che sia, più legato all’idea di gratificazione che non a quella di una sfida esasperata. Oltretutto mi sembra che il concetto di sfida precluda in qualche modo la strada a ciò che definirei ‘gioia’, ovvero a qualcosa di universalmente condivisibile, che vada oltre l’orgogliosa e privata soddisfazione, l’esaltazione che si nutre della sconfitta di un altro. La “gioia” in effetti, anche nella vittoria, spesso non emerge, né per gli spettatori né per i protagonisti.
Inoltre esiste nella parola ‘sfida’ anche un significato originario di sfiducia, di mancanza di fiducia, di fede. Questa mi sembra una ragione per contrapporre questo termine alla parola ‘accettazione’, nella quale invece sottolineerei proprio un atteggiamento non tanto rassegnato quanto piuttosto saggiamente fiducioso. La sfida è qualcosa che vuole dimostrare autonomamente ed eroicamente ciò che si ritiene ai limiti del possibile o, addirittura, al di là del possibile, mentre l’accettazione confida in qualcosa, qualcosa magari di nascosto, ma che è a nostra disposizione, e se mai lavora per portarlo alla luce. Il che poi, sul piano pratico, può voler dire compiere le stesse azioni, le stesse imprese; è una questione di modalità.

Per introdurre il mio film, L’amore imperfetto, devo parlare di scienza, di ricerca, poiché la sceneggiatura racconta, a partire da un fatto di cronaca, la vicenda di due genitori che mettono al mondo un figlio con una grave malformazione, destinato quasi certamente alla morte. Nonostante questo sia stato loro preannunciato, la coppia decide di tenere il bambino. Il film racconta la brevissima vita di questo bambino e le reazioni dei genitori in questo momento della loro esistenza.
Ora, una prima riflessione sull’atteggiamento della scienza, è il dubbio valore morale connesso a una certa smania di superamento del limite umano, connesso al concetto di sfida – un superamento che viene ritenuto automaticamente e necessariamente positivo, qualunque sia il prezzo. Normalmente non si tiene neanche conto dei gravi scompensi psichici e morali che possono essere legati a questo superamento. Si ha invece un’assoluta certezza che qualunque scoperta, per esempio in campo medico, produca alla lunga un beneficio e faccia avanzare verso la verità. E questa convinzione sembra sufficiente a giustificare tutto. Anche qui, distinguere tra sfida fine a se stessa e accettazione dei limiti umani non significa affatto porre dei limiti in assoluto alla ricerca e alla scienza, ma semplicemente svilupparli in modo proporzionale alla possibilità della società e dell’uomo di servirsene aumentando la propria felicità. Io non ho dubbi sul fatto che l’uomo sia destinato a possedere i segreti della scienza e dell’universo, ma credo che debba arrivarci solo quando sarà in grado di gestirli. Questa premessa è essenziale per comprendere come è stato affrontato l’argomento trattato dal mio film. A questo proposito mi è venuto in mente un libro che ho letto tempo fa, La mia parola è no di Pär Lagerkvist, nel quale ci sono due o tre affermazioni in qualche modo scioccanti e al contempo molto interessanti: “Forse non è così scontato che ogni tipo di sapere rende l’uomo più ricco. Se si considera la ricerca, impegnata a svelare ciò che di più segreto è nell’uomo, a sezionare la personalità e renderla oggetto di un’analisi obiettiva, senza pregiudizi morali, si scoprirà che un tale sapere può essere anche dannoso, almeno quanto è utile. Forse anche di più. E che l’etica non è qualcosa che non riguarda la scienza, che questa ricerca che, forse, non è che all’inizio e può acquisire la più vasta importanza, non può continuare senza ‘pregiudizi’ morali, senza credere in ciò che di più alto e più sacro è nell’uomo, ciò che è tabù e inaccessibile alla ragione. Perché un’idea quale quella dell’unità della personalità è di ben più alto valore di qualsiasi scienza; anche se non dovesse essere giusta,” – ecco, questo è quello che mi sembra più scioccante – “anche se fosse totalmente priva di fondamento, è di gran lunga più importante di qualsiasi verità. Non è detto che la verità sia sempre per noi la cosa più indispensabile”.
Questa premessa è legata al fatto che nel lavorare al tema del film mi sono trovato ad affrontare soprattutto il grandissimo scompenso tra l’universo privato, interiore, intimo ed emotivo delle persone che vivono una vicenda come quella raccontata e il fatto di venire a contatto e scontrarsi con il mondo della scienza così come con il mondo dei mass media, dell’opinione pubblica. Questa può essere considerata la loro sfida, ma parte da un’accettazione. Io ho realizzato il film in questa direzione, poiché penso che l’accettazione sia qualcosa che nasce dall’interno e poi, quasi accidentalmente, va a sfidare l’esterno, mentre vorrebbe essere vissuto in maniera intima, interiore.
Forse però, anche nel mio film, in uno dei personaggi c’è ad un certo punto un sentimento di sfida, intesa nel senso che ho finora criticato.
La coppia di cui si parla si trova di fronte a una grave malformazione che sembra condannare il figlio appena nato. I ragionamenti del padre e della madre sono diversi, sebbene in un primo tempo coincidano. La madre, che è cattolica osservante, sceglie di non abortire, di accettare il figlio così com’è, e soprattutto di accettare il dolore che la nascita del figlio in quelle condizioni e la sua morte inevitabile porteranno. Il padre accetta la scelta della sua compagna, con un atto d’amore verso di lei, facendosi anch’egli carico di un’ulteriore sofferenza personale. Ma nel film c’è anche la tentazione, il desiderio della donna di sperare in un miracolo, di sfidare in qualche modo ogni verosimiglianza, le leggi stesse della scienza. Ed è in questo atteggiamento che si insinua la componente eroica, il desiderio di ergersi a sfidare addirittura la morte, avendo come arma il proprio dolore umano che potrebbe quasi diventare esso stesso uno strumento ricattatorio. Nel padre del bambino, invece, il dolore non ha alcun palliativo, lo porta soltanto alla disperazione più nera, al pessimismo più totale. Eppure nel finale ci si rende conto che l’atteggiamento apparentemente passivo, quasi autodistruttivo dell’uomo lo porta a un grado di maturità umana ulteriore rispetto a quello della donna, che, nonostante la sua sfida attiva e tenace, non ha ancora raggiunto questo livello in relazione alla vicenda. Quasi che la forza e la positività con cui la donna ha affrontato il dramma le abbiano precluso proprio quel culmine di umanità che risiede nel dolore puro e semplice, nell’accettazione del dolore.

Dal convegno “La sfida” del 10 ottobre 2002, presso la Fondazione Prada.

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