Ne vale la pena? #4

4 giugno 2003
Pubblicato da

di Tiziano Scarpa e Marsilioblack

Caro Marsilioblack,
ti ringrazio della lettera. Non mi pare di aver fatto autocommiserazione. Non parlavo dei miei libri. Anch’io scrivo per necessità, anzi, per gioia, e non sarà certo la classifica dei libri a darmi lena o demotivazione.

È un loffio colpo basso, è inesatto affermare che “invece di lagnarsi incolpando tutto e tutti tranne che se stesso, uno scrittore dovrebbe cominciare col chiedersi dove ha sbagliato lui, in cosa è stato incapace di creare o mantenere un rapporto con il lettore”.

Io non mi lagno. Il mio era dispiacere da lettore, non da scrittore: non ho nulla di cui lagnarmi. Sono uno scrittore e in quanto tale sono al di sopra di questi eventuali “sbagli”, non mi interessa proprio nulla di fare i calcoletti su come mantenere ruffianamente i rapporti con i lettori: tant’è vero che, come vedi, mi espongo volentieri a muso duro, mi batto per le cose in cui credo, non mi preoccupo di rendermi antipatico, a quarant’anni scrivo gratis su un sito mentre potrei piazzare i miei articoli su giornali e riviste portando a casa qualche soldo (perché le mie parole sul mercato varrebbero soldi): e per ringraziamento di avere sollevato una discussione evidentemente rilevante mi arriva pure l’ironia spocchiosa di chi dice che gli intellettuali, povere bestioline, sono ignoranti informatici che forse disprezzano i lettori perché i loro siti non sono tecnicamente fighetti…

Ho letto un bel libro, un bellissimo romanzo, e ci sono rimasto male nel riscontrare che non ha avuto la diffusione che meritava. Peggio: le librerie “popolari” proprio non lo prendono in considerazione: “Non lo teniamo mica, sa?” mi ha risposto la commessa. Non mi ha nemmeno chiesto se volevo ordinarlo. Romanzo italiano: non pervenuto. Non è obiettivamente scoraggiante? Perché un libraio di una media libreria in una media città italiana preferisce pavlovianamente il giallo, il noir, gli americani, gli inglesi, i comici, e gli autori di affermatissima fama? Capisci che questo è un dato culturale generalizzato, una attitudine introiettata?

Non mi sembra autocommiserazione. Io le mie soddisfazioni letterarie le ho, ti assicuro, ed evito di elencartele per buon gusto, e anche perché molte di esse sono faccende spirituali che non rientrerebbero in una lista contabile dei pro e contro. Ma è mio dovere di intellettuale, anzi, di lettore entusiasta e di frequentatore di librerie deluso, è mio dovere descrivere e criticare il paesaggio culturale italiano in tutte le sue personificazioni e meccanismi, comprese le librerie che fanno “critica letteraria” forse inconscia ma certamente attiva, pratica: mettendo in vendita o non mettendo in vendita certe opere piuttosto che altre.

Perché era questo il punto. Non come scrivere per i lettori: il romanzo di Covacich è scritto per i lettori, e non contro di loro. Ne ha rispetto, attenzione, compassione, non si libra sprezzante sopra le moltitudini. Solo che, guarda un po’, le librerie popolari non lo tengono: a causa di (a mio parere) un pregiudizio sul romanzo italiano contemporaneo. Nessun complotto, non sono paranoico: ma un pregiudizio culturale sì. Può darsi che fra i romanzi italiani contemporanei vi sia tanta robaccia dentro, senz’altro. Ma tanta robaccia schifosa c’è nel noir, nel giallo, nei comici, negli americani, negli inglesi: e allora com’è che io questi in libreria li trovo tutti, dal primo all’ultimo? Com’è che questi libri si trovano addirittura quando non vendono, o vendono né più né meno di un romanzo italiano? (Quanto potrà vendere L’omino verde di Simon Armitage, mediocre romanzo inglese di ottimo poeta inglese? E com’è che lo trovo dappertutto?) E le reazioni tue e di alcuni dei commenti non tengono conto proprio di questo punto fondamentale, che io ho cercato di focalizzare su un caso concreto.

La tua lettera e certi commenti, nel tuo sito e in alcuni di quelli linkati, confermano che forse avevo ragione a gettare il sasso: quanta boria da due lire in certi vostri rilievi! Alcuni di voi (solo alcuni, va detto) sono persino fieri di ghignare in faccia agli artisti del linguaggio italiani. Gli fate le lezioncine… Maestrini! Come se foste voi a sapere che cosa devono o non devono scrivere gli scrittori. Piccini! Come siete teneri… Col ditino alzato a ripetere originalissimamente per l’ennesima volta la storiella dello scrittore chinato a descrivere il suo ombelico. Dove l’avete ascoltata, questa storiella? All’asilo dalle suore? (A parte il fatto che se esistesse davvero, un libro sull’ombelico, sarebbe un capolavoro). Alcuni di voi mi hanno proprio divertito, con le loro predichette. A metterle in pratica ci sarebbe solo buonsenso, tanti bei libretti pieni di buona educazione per il lettorino considerato un cerebroleso da portare a manina e nessuna sfida e avverbi a posto e tanti saluti all’arte e al dramma della bellezza gioiosa e terribile.

Vi è sfuggito il punto principale del mio discorso: il romanzo di Covacich è esattamente il contrario del romanzo intimista sperimentale cervellotico che disprezza il lettore. Proprio per questo io, da lettore entusiasta del suo libro, ci rimango male a non trovarlo nelle librerie, e a trovare al posto suo tanta robaccia di comici, americani e gialli e noir. Ma come: proprio un romanzo popolare, comunicativo, pieno di invenzioni, di temi forti, che tocca il cuore del lettore, viene penalizzato in questo modo?

Perché tirate fuori vittimisticamente ancora la favoletta del genere noir disprezzato e vituperato dalla critica? Ma guardate il presente! Avete dalla vostra tutti i giornali popolari che vi pompano! Ci sono pseudocritici letterari che ogni settimana sulle riviste più diffuse operano un sistematico sfratto dell’arte dalla letteratura, magnificando soltanto opere di genere, ossessivamente, gialli e noir, noir e gialli.

Il caso Faletti è l’emblema dei nostri tempi letterari: comico televisivo già famoso + romanzo noir = numero uno. Chiaro che dentro il suo libro ci sarà qualcosina di buono: voglio ben sperare! Ma com’è che il libro di Covacich trabocca bellezza e tensione pura e, siccome non è comico, non è noir, non è americano, non se l’è filato il grande pubblico? O meglio: non gli viene data neanche la possibilità di arrivare al grande pubblico. A me non me ne frega niente, peggio per i lettori: però no, non è vero che non me ne frega: siccome sono un patriota della mia lingua letteraria e ci tengo ai lettori italiani come a miei amici a cui segnalare le cose belle che esistono, e siccome so riconoscere la letteratura vera, mi dispiace che un bellissimo romanzo come A perdifiato non abbia nemmeno una chance di arrivare al livello popolare riservato solo a gialli noir comici americani inglesi.

Sì, cari miei, vogliamo dirlo? Il giallo, il noir è commercialmente al potere, è il genere letterario che vende, che funziona più di tutti. Perché vergognarsene? Perché vi nascondete dietro un dito? Accettate serenamente questo fatto. Sappiate assumervi le responsabilità di essere arrivati al potere. Scrivendo di morti e ammazzamenti e investigatori e brividi si piglia più pubblico. Chiaro che dentro il genere noir ci sono anche capolavori: e vorrei pure vedere che fra le centomila variazioni sul tema non fosse uscito fuori anche qualcosa di geniale! L’ha inventato Poe, il giallo! Già solo questo dovrebbe bastare per essere sicuri che proprio tutta spazzatura non può essere.

Ma la mossa di partenza dello scrittore di noir e gialli è furba, è garantita. Chi l’ha detto che uno scrittore deve tener conto della lezione della letteratura di genere? Storicamente (cfr. S.S. Van Dine & C.), le regole del giallo prescrivono che se non c’è un omicidio, non c’è storia. Vi immaginate uno scrittore che accetta questa regola? “Un furto? Un tradimento amoroso? Ah, ma se non c’è un omicidio io manco tolgo il cappuccio alla penna… Se non ci scappa il morto non c’è racconto! Senza assassinio il mondo non merita scrittura, non merita poesia!” Certo, è chiaro che l’ingrediente letterario del morto ammazzato richiama pubblico e lettori: grazie tante! Lo so bene! So bene che certe ricette rendono più appetibile la torta. È proprio quello che vi ho detto nel mio primo intervento (e il bello è che me lo ritorcete come lezioncina…)! Ma la mia battaglia culturale è quella di promuovere la letteratura che si esprime senza garanzie né regole, senza meccanismi collaudati: la letteratura che si reinventa ogni volta da sola, senza ripercorrere schemi stravisti.

Non sono scemo né cieco, è ovvio che so benissimo che anche il noir ha dato capolavori, ma la mia personale valutazione del genere noir è che la sua stilizzazione sia troppo costosa: si paga un prezzo troppo grande per vedere il mondo attraverso il filtro del noir, e questo prezzo è tener fuori una porzione troppo grande di mondo. In altri termini: il mondo è più vasto e più profondo e addirittura, arrivo a dire, più tragico di come lo descrive il noir.

Il romanzo di Covacich è un libro che ha grande rispetto per il lettore, è appassionante, pieno di tensione, fa venire voglia di sapere come va a finire la storia e provoca interesse e domande su tutti i suoi personaggi. Ma siccome non è americano e non ha ingredienti noir e non l’ha scritto un comico televisivo, io in una libreria media di una media città italiana non lo trovo.

Siete contenti che i bellissimi romanzi italiani, scritti con massimo rispetto, attenzione, compassione per e non contro il grande pubblico e potenzialmente popolari, arrivino solo in mano ai lettori di professione e alla cerchia ristretta dei lettori più accorti? Siete contenti, eh? Ma probabilmente non ve ne frega niente.

Un caro saluto

Tiziano Scarpa

***

Caro Tiziano,
mi dispiace che la mia lettera ti abbia fatto uscire dai gangheri, per via di qualche mia punta polemica dovuta al fatto che il tuo intervento aveva un po’ fatto uscire dai gangheri me. Mi dispiace soprattutto perche’ questo finisce per ostacolare un vero dialogo, facendo arroccare ognuno sulle proprie posizioni e impedendo di ascoltare davvero quello che dice l’altro.

Alcune precisazioni:

1) Io non mi riferivo (e l’ho scritto in modo chiaro, per cui sono portato a pensare che il tuo fraintendimento su questo punto sia volontario, o dovuto al fatto che ti sei subito incazzato e non hai letto con attenzione la mia lettera) ai tuoi libri e tantomeno a quello di Covacich, ma alle considerazioni di ordine generale sul perché le “opere d’arte linguistiche” nel nostro paese non vengono tenute in conto che facevi al termine del tuo intervento. Ho anche detto che mi pareva che Covacich stesso avesse spiegato in modo persuasivo le ragioni per cui il suo libro era mal distribuito, senza parlare di presunti complotti o di pregiudizi culturali a favore del noir, degli americani ecc.

2) Non credo sia un colpo basso citare l’osservazione di Taibo a proposito del fatto che (anche) gli scrittori dovrebbero chiedersi dove hanno sbagliato nel mantenere un rapporto coi lettori (e trovo molto significativo che sia stato proprio uno scrittore a formularla). Anzi, sono profondamente convinto che, di fronte alla lenta ma inarrestabile crisi della lettura odierna, sia una questione decisiva.

3) Che di robaccia schifosa ce ne sia anche all’interno del genere giallo-noir l’ho scritto anch’io, e proprio per questo mi ha infastidito il tuo modo sprezzante di parlare del noir facendo di ogni erba un fascio. E ribadisco che non è vero che in libreria i noir “si trovano tutti, dal primo all’ultimo”. Ce ne sono tanti che si trovano poco e male, come e più del romanzo di Covacich. Dunque il problema sta altrove.

3b) Su Faletti, ti stupirà ma sono (quasi) d’accordo con te. Però il fatto che nelle librerie ci sia un sacco di roba mediocre che vende molto, e dunque ha molto spazio, è inevitabile in quello che è comunque un “mercato”, e non credo che sia questo a impedire a priori alla roba davvero buona di raggiungere i lettori.

4) Riguardo al fatto che il noir oggi “è commercialmente al potere”, io direi piuttosto che finalmente, negli ultimi anni, sta uscendo dal ghetto in cui in Italia è stato tenuto per decenni dai pregiudizi di critici e letterati con la L maiuscola, e comincia a conquistarsi lo spazio e la considerazione che merita e che già ha da tempo in altri paesi. Non lo nego e non me ne vergogno, anzi lo rivendico, per quel pochissimo che può competermi.

5) Quanto a quella che secondo me è la lezione fondamentale della narrativa di genere (ma non solo), ovvero il rispetto per il lettore – o la “compassione”, come la chiama Vonnegut – mi sembra che riducendo tutto a “regolette” e “ricette per rendere appetibile la torta” tu abbia sostanzialmente eluso la questione. Vonnegut infatti diceva altro.

6) Riguardo al tuo giudizio complessivo sul genere noir (“si paga un prezzo troppo grande per vedere il mondo attraverso il filtro del noir”), ovviamente non lo condivido ma è un’argomentazione che rispetto. Io continuo a pensare che in molti casi la letteratura “alta” italiana si perda in vuoti sperimentalismi linguistici e in “contemplazioni del proprio ombelico”; che molti autori italiani non scrivano innanzitutto per i lettori, ma più per i critici e per altri scrittori, dimostrando scarsa capacità di parlare al mondo e del mondo.

7) Ultima cosa: no, io personalmente non sono contento che romanzi bellissimi che rispettano il lettore non arrivino al pubblico, mai. So però che tra quei romanzi bellissimi, che si perdono per strada, ci sono sia noir che romanzi “d’autore” italiani, e sono convinto che i motivi per cui non arrivano nelle librerie non sono quelli da te indicati (che continuano a sembrarmi troppo semplicistici).

Marsilioblack.tk

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