di Dario Voltolini
Dubravka Ugres
Il libro si apre con una fotografia in bianco e nero molto deteriorata in cui si vedono tre donne in un fiume. La didascalia dice: “Fotografia di bagnanti sconosciute. Scattata sul fiume Parka (Croazia settentrionale) all’inizio del Novecento. Autore ignoto”.
Questa immagine femminile che resiste sfinita al tempo, il fiume e l’anonimato sia dei soggetti sia dell’autore sono elementi di assoluta centralità nel romanzo della scrittrice croata (Kutina, 1949), che vive in esilio per motivi politici dal 1993.
Come sottolinea Predrag Matvejevic nella prefazione, valutando la qualità letteraria delle opere di scrittori dissidenti si è stati spesso più attenti alla dissidenza che alla letteratura, per ovvie ragioni di rispetto biografico, inevitabilmente (o almeno comprensibilmente) abbassando la soglia della severità critica.
Di fronte a Dubravka Ugres
Il museo della resa incondizionata, pubblicato nel 1996, è un romanzo dalla struttura affascinante, apparentemente sgretolato in sezioni autonome, privo sia della linearità cronologica dei fatti narrati, sia di quella narrativa del soggetto che questi fatti racconta. Ma la lettura scorre senza alcun intoppo, incontrando e conoscendo zone di grande dolore e disperazione trattenute su una linea di sobrietà difficilissima da disegnare, di cui la scrittrice non perde mai il controllo. Passiamo fluidamente tra magnifiche descrizioni di città, stupendi ritratti di persone, acuti rilievi su fatti e situazioni, profonde intuizioni psicologiche.
Chiamare questo libro “romanzo” è un’ennesima implicita accettazione del fatto che questa parola ha un’elasticità davvero impressionante. L’andamento del testo della Ugres
La prima scena ci presenta una vetrina dello zoo di Berlino in cui sono esposti gli oggetti recuperati dallo stomaco dell’elefante marino Roland. Segue elenco: un accendino di colore rosa, quattro bastoncini da gelato, una spilla, un apribottiglie, un braccialetto, una matita…
Ed ecco che già siamo proiettati in una situazione di caos e di insensatezza che però è contenuta in un unico insieme. La condizione dell’esiliato è giocata su questa spaventosa e radicale tensione: fratturati e sparsi pezzi di passato, ricordi, luoghi del presente in cui si transita e in cui non ci si innesta, zone mentali un tempo unitarie che si disgregano, persone incessantemente incontrate e riperdute, altri esiliati, ex connazionali, cambi di scena repentini, sia geografici sia personali, inesausto e impervio confronto con indigeni sempre diversi, frammenti che un trauma ha fatto esplodere, forze centrifughe che disseminano altrove i resti di ciò che era unito. Da una parte.
Dall’altra: una forza centripeta di cui l’esiliato non sospettava nemmeno l’esistenza, un’inarrestabile ricerca e messa in salvo di quei frammenti, una capacità di accogliere nella memoria vigile ogni scheggia, una pazienza infinita di ricomposizione in una totalità tutta da reinventare, quotidianamente, di ora in ora, un dialogo mentale ininterrotto con figure lontane ma non perdute, un acuirsi della sensibilità, una comprensione priva di distrazioni e tentennamenti dei fatti artistici, personali, politici, ambientali.
E sono soprattutto donne, qui, a confrontarsi con questo conflitto, come sono donne quelle tre bagnanti senza nome e già quasi senza volto né contorno che nonostante tutto non capitolano di fronte al tempo e al fiume in cui sono immerse.
Deve trattarsi di una lotta titanica, benché silenziosa, sommersa. Di questa lotta Dubravka Ugres
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Questa recensione è stata pubblicata sul supplemento ttL del quotidiano La Stampa il 1 febbraio 2003. Mi scuso per la grafia scorretta dei nomi slavi.








