Ci vuole coraggio

9 luglio 2003
By

di Carla Benedetti

Primo. Ci vuole coraggio civile per criticare la tecnologia.
Per tutto il secolo scorso chiunque abbia denunciato gli effetti distruttivi o degradanti di una tecnologia si è attirato quasi automaticamente l’accusa di reazionario. Un esempio: Günther Anders, autore di L’uomo è antiquato, la più radicale e circostanziata critica della tecnica elaborata tra gli anni ’50 e la fine dei ’70.

I due volumi sono ora pubblicati in Italia da Bollati Boringhieri. Nelle sue analisi, capaci di attraversare casi concreti senza mai perdere in profondità filosofica, egli non risparmia né l’industria bellica né la macchina pubblicitaria, né l’ingegneria genetica né Hollywood. Ebbene – come racconta lui stesso – quando negli anni ’50 sostenne che l’”inondazione di immagini” a cui ci sottopongono giornali e televisione è ciò che ci nasconde il mondo mentre ce lo mostra a domicilio, Anders fu definito “reazionario romantico”.

(La stessa cosa si dice ancora di Pasolini. Persino Toni Negri l’ha ripetuto in una recente intervista).

La tecnologia quindi non ha solo il potere di manipolare la vita. Ha anche quello di bollare coloro che la criticano: di obbligarli a superare quella sorta di vergogna che consiste nell’esporsi al sospetto di essere un nemico del progresso. Questo potere oggi non accenna a sparire, anzi si moltiplica con il moltiplicarsi della critica. Per il popolo di Seattle e i movimenti mondiali che si oppongono a questa idea di progresso è stata più volte richiamata l’immagine del “ridicolo sabotatore di macchine”, di un nuovo luddismo miope e impotente.

Di questa insensata idea di “progresso”, che la modernità occidentale ha elaborato e poi calato nel punto più inattaccabile della propria ideologia, ognuno oggi può, se lo vuole, misurare la violenza. Può persino vederne in atto le conseguenze distruttive per il pianeta, non solo per l’uomo. Da tempo poi la modernità occidentale è in piena autocritica. Eppure questa pretesa saldatura tra sviluppo tecnologico e progresso non viene scalfita.

Il postmoderno ha proclamato la fine del nuovo in tutti gli ambiti della cultura e dell’arte. Persino la moda oggi non supera più se stessa di stagione in stagione, ma affida il suo potere di seduzione a stili relativamente stabili, fissati a un logo. Solo nelle tecnologie l’aggettivo “nuovo” si continua a sprecare. Solo in questo settore della produzione occidentale – non a caso detto “avanzato” – regna ancora la logica d’avanguardia, le “nuove frontiere” in via di superamento: i videofonini, le nuove armi, la clonazione…

Secondo. Criticare la tecnologia è molto più impopolare che esaltarla.
Paradossalmente fatica di meno Sloterdijk che ha dalla sua questo incredibile capacità della tecnica di suscitare vergogna nell’uomo. Anders la chiama “vergogna prometeica”: ovvero la coscienza dell’uomo di essere antiquato rispetto ai suoi prodotti. Limitato nel tempo, limitato anche nelle capacità di immaginare e di sentire (“con le bombe possiamo distruggere centinaia di migliaia di uomini, ma non compiangerli o rimpiangerli”), l’uomo arranca dietro alla velocità del suo agire e del suo costruire. L’uomo ha un corpo e un’anima incapaci di rimanere up to date. Questo dislivello, prodotto dalla tecnologia, non sarà mai colmato dalla tecnologia. In compenso, esso può produrre uno stato patologico collettivo e un’apocalisse assicurata.

Terzo. Occorre essere antiumanisti per criticare la tecnologia.
Gli argomenti sfoderati dalla critica “umanista” della tecnica, nata nel solco di Heidegger, sono deboli. Anzi possono solo favorire i sostenitori della tecnologia. Un altro paradosso è che anche Sloterdijk è a suo modo un umanista. Come Heidegger egli parla solo dei destini dell’uomo, con in più la rivendicazione del suo diritto a superarsi. Anders invece, contro Heidegger, rifiuta la prospettiva dell’antropologia filosofica, che discetta delle finalità proprie a questo essere presunto diverso da tutti gli altri abitatori del pianeta. La rifiuta in quanto intollerabilmente antropocentrica. Per lui l’uomo è un prodotto della natura esattamente come le altre specie che gli umanisti non hanno mai vietato di sterminare (Kant: “tutto può essere usato come mezzo, tranne l’uomo”. Commento di Anders: “una tesi a cui si potrebbero richiamare gli sterminatori di cetacei e di foche”). Perciò la sua critica della tecnica è di sorprendente attualità. Solo che Anders non ha avuto successo. Non ha smosso movimenti. Perché?

Pubblicato in “L’Espresso”, n. 27, 3 luglio 2003.

_____________________________________________________

Per inserire commenti vai a “Archivi per mese – luglio 2003″

Altri articoli su questo argomento:

  1. Il primo amore non si scorda mai Scurati, una teoria per ogni stagione di Carla Benedetti da primo amore Tre anni fa Antonio Scurati, autore di...
  2. Sentenza del Tribunale di Torino REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO TRIBUNALE DI TORINO SEZIONE IV CIVILE II giudice istruttore Antonio Carbone, in funzione...
  3. C’è molta più arte tra la terra e il cielo … # 2 di Carla Benedetti Terzo esempio di attrito: giovani artisti occidentali. A Sarah Ciracì, vincitrice del premio New York dell’anno scorso,...
  4. In appoggio al gesto di Agamben di Carla Benedetti “Vi sono soglie nel controllo e nella manipolazione dei corpi, il cui oltrepassamento segna una nuova condizione...
  5. Pontiggia e la collettività che manca Risposta a Helena Janeczeck di Carla Benedetti Cara Helena, è importante il senso di collettività. Ma faccio fatica a identificarlo...

Tags: ,

2 Responses to Ci vuole coraggio

  1. andrea on 9 luglio 2003 at 21:53

    Non smuove movimenti perché di Anders parla TTL in occasione della ristampa e Carla Benedetti, che lo promuove fulcro del suo pensiero tre mesi dopo la ristampa. La gente non conosce Anders, chi dovrebbe farlo conoscere, i filosofi, non esistono più perché hanno avverato il loro sogno di fare i politici.

  2. marco dettori on 10 luglio 2003 at 10:33

    sono contento che hai esordito con l’espresso.
    Approfitto per dirti che Sloterdijk non so chi sia e credo di essere in buona compagnia.
    Dall’articolo non si evince a meno che non abbia
    a che fare con il popolo di seattle.
    a presto. marco