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	<title>Commenti a: American dream #4: Paradiso e potere</title>
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	<pubDate>Tue, 14 Oct 2008 19:51:57 +0000</pubDate>
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		<title>Di: sanmalo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/15/american-dream-4-paradiso-e-potere/#comment-317</link>
		<dc:creator>sanmalo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Ho letto con particolare attenzione l&#8217;intervento della J. E, pur essendo così tardi non riesco a lasciar perdere e andare a nanna.
Dice Lei : Perché soprattutto gli autori statunitensi così spesso &#8211; già da giovani, veramente giovani &#8211; scrivono di più, scrivono libri più grossi e ci mettono dentro una tale quantità di piani, motivi, trovate, storie e personaggi da fornire il materiale per un numero imprecisato di romanzi medi europei?&#8230;
e poi da le sue, solo sue motivazioni che puntano sul senso di appartenenza alla terra, agli Stati Uniti. 
Dico io Non credo che questo sia uno dei motivi principali. Credo invece che il punto di vista di un americano, le storie che succedono ad un americano, succedono con modalità diverse da quelle che quotidianamente succedono a noi europei. La fantasia, la rottura degli schemi, l&#8217;andare al fondo delle cose appartiene agli americani quanto appartiene agli europei ma qui tutto questo è vissuto in maniera &#8220;sentimentale&#8221; e il risultato è un lavoro ricco di linguaggio e di autoriflessione. 
Molto spesso, e di narrativa italiana ed europea ne leggo tanta, al centro del libro compare l&#8217;autore con tutte le sfaccettature umane dell&#8217;uomo/donna che vive quella storia sulla sua pelle. Come se il libro assumesse le caratteristiche di un diario di una esperienza vissuta in prima persona durante un viaggio, un incontro, un attraversamento di storie, di persone: un attento collage di esperienze vissute direttamente e indirettamente. Il termine finzione per uno scrittore europeo &#8211; non è alla base del processo di scrittura &#8211; e naturalmente questo lo dico da lettrice &#8211; bensì un artificio di cui l&#8217;autore si serve per rimescolare le carte. Carte che sono rubate o prese a prestito da una propria esperienza o pensiero o da un fatto di cronaca che prima di essere pronto alla riscrittura viene metabolizzato, digerito e rielaborato sotto forma di romanzo. Inoltre, in alcuni casi ho sentito potente la sensazione che l&#8217;autore vivesse il suo libro, forse durante il flusso conclusivo della scrittura.
Parto, per spiegarmi meglio, proprio dagli esempi di J. evidenziando gli scrittori che conosco meglio:
Mari &#8211; Quale Mari? Quello di Tu sanguinosa infanzia? E come non pensare a una finzione nata da una devastante esperienza personale? Una raccolta di lavori che hanno il sapore dell&#8217;autobiografia, o almeno in parte, o raccogliticci &#8220;sentito dire&#8221; che hanno subito il filtro del proprio io d&#8217;autore?
Mazzucco &#8211; Una storia di famiglia frutto di lunghe e faticose ricerche che hanno portato l&#8217;autrice a scoprire le sue origini meridionali e non certo piemontesi come la sua famiglia raccontava
Montesano &#8211; Autore dotato di una buona vena narrativo e di arguto spirito critico che racconta, al limite del ridicolo, la sua città. La storia della sua città, della sua terra devastata da quelle stesse persone che lui cita. Il ceto medio borghese, i ricchi che speculano sul popolo&#8230;mettendo in mostra una Napoli felliniana e mostruosamente ridicola legata allo streotipo di De Filippo
E per debole conoscenza mi astengo dagli altri!!
Ma posso riportare le stesse sensazioni negli autori inglesi: in Coe, dove le storie scorrono sempre su un filo su cui le eroine si tengono in disperato equilibrio e sembrano anime che vivono attraverso leggere gonfiature di umori da parte dell&#8217;autore; Kureishi &#8211; dove le storie compaiono sempre marginali ai personaggi densi e sfuggenti a un tempo; in McEwan, Marias&#8230; Ma vado anche al nord con Larsson la cui fortuna lo ha portato in Italia veleggiando sul suo Rustica accanto a Long John Silver&#8230;
Le storie americane, secondo me sono altro. Soprattutto quelle dei Best sellers&#8230; ci sono gli autori che lavorano in uffici con quattro segretarie, un avvocato, un galoppino che fa ricerche&#8230; e&#8217; un mondo assolutamente imparagonabile alla nostra letteratura e non solo perché i giovani ce la mettono tutta e si sentono americani, e quindi nel diritto di difendere la propria terra. E&#8217; un modo diverso di porsi, un modo di scrivere che prende a prestito le forme più consuete dei nuovi media, è una letteratura che nasce come immagine e questa immagine poi si trasferisce in parola, in segno, in fantasia: è il processo opposto, o soltanto diverso da quello che caratterizza la letteratura europea. E neanche tanto poi. Andando a fondo scopriamo strane coincidenze, strani rapporti che ci portano sul piano del linguaggio espressivo della facilità o difficoltà dell&#8217;espressione verbale, della stessa lingua che in qualche caso vuole qualcosa di diverso, quella musica, quel ritmo, quell&#8217;armonia complessa e completa che non c&#8217;è nei libri americani citati quali best o long.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto con particolare attenzione l&#8217;intervento della J. E, pur essendo così tardi non riesco a lasciar perdere e andare a nanna.<br />
Dice Lei : Perché soprattutto gli autori statunitensi così spesso &#8211; già da giovani, veramente giovani &#8211; scrivono di più, scrivono libri più grossi e ci mettono dentro una tale quantità di piani, motivi, trovate, storie e personaggi da fornire il materiale per un numero imprecisato di romanzi medi europei?&#8230;<br />
e poi da le sue, solo sue motivazioni che puntano sul senso di appartenenza alla terra, agli Stati Uniti.<br />
Dico io Non credo che questo sia uno dei motivi principali. Credo invece che il punto di vista di un americano, le storie che succedono ad un americano, succedono con modalità diverse da quelle che quotidianamente succedono a noi europei. La fantasia, la rottura degli schemi, l&#8217;andare al fondo delle cose appartiene agli americani quanto appartiene agli europei ma qui tutto questo è vissuto in maniera &#8220;sentimentale&#8221; e il risultato è un lavoro ricco di linguaggio e di autoriflessione.<br />
Molto spesso, e di narrativa italiana ed europea ne leggo tanta, al centro del libro compare l&#8217;autore con tutte le sfaccettature umane dell&#8217;uomo/donna che vive quella storia sulla sua pelle. Come se il libro assumesse le caratteristiche di un diario di una esperienza vissuta in prima persona durante un viaggio, un incontro, un attraversamento di storie, di persone: un attento collage di esperienze vissute direttamente e indirettamente. Il termine finzione per uno scrittore europeo &#8211; non è alla base del processo di scrittura &#8211; e naturalmente questo lo dico da lettrice &#8211; bensì un artificio di cui l&#8217;autore si serve per rimescolare le carte. Carte che sono rubate o prese a prestito da una propria esperienza o pensiero o da un fatto di cronaca che prima di essere pronto alla riscrittura viene metabolizzato, digerito e rielaborato sotto forma di romanzo. Inoltre, in alcuni casi ho sentito potente la sensazione che l&#8217;autore vivesse il suo libro, forse durante il flusso conclusivo della scrittura.<br />
Parto, per spiegarmi meglio, proprio dagli esempi di J. evidenziando gli scrittori che conosco meglio:<br />
Mari &#8211; Quale Mari? Quello di Tu sanguinosa infanzia? E come non pensare a una finzione nata da una devastante esperienza personale? Una raccolta di lavori che hanno il sapore dell&#8217;autobiografia, o almeno in parte, o raccogliticci &#8220;sentito dire&#8221; che hanno subito il filtro del proprio io d&#8217;autore?<br />
Mazzucco &#8211; Una storia di famiglia frutto di lunghe e faticose ricerche che hanno portato l&#8217;autrice a scoprire le sue origini meridionali e non certo piemontesi come la sua famiglia raccontava<br />
Montesano &#8211; Autore dotato di una buona vena narrativo e di arguto spirito critico che racconta, al limite del ridicolo, la sua città. La storia della sua città, della sua terra devastata da quelle stesse persone che lui cita. Il ceto medio borghese, i ricchi che speculano sul popolo&#8230;mettendo in mostra una Napoli felliniana e mostruosamente ridicola legata allo streotipo di De Filippo<br />
E per debole conoscenza mi astengo dagli altri!!<br />
Ma posso riportare le stesse sensazioni negli autori inglesi: in Coe, dove le storie scorrono sempre su un filo su cui le eroine si tengono in disperato equilibrio e sembrano anime che vivono attraverso leggere gonfiature di umori da parte dell&#8217;autore; Kureishi &#8211; dove le storie compaiono sempre marginali ai personaggi densi e sfuggenti a un tempo; in McEwan, Marias&#8230; Ma vado anche al nord con Larsson la cui fortuna lo ha portato in Italia veleggiando sul suo Rustica accanto a Long John Silver&#8230;<br />
Le storie americane, secondo me sono altro. Soprattutto quelle dei Best sellers&#8230; ci sono gli autori che lavorano in uffici con quattro segretarie, un avvocato, un galoppino che fa ricerche&#8230; e&#8217; un mondo assolutamente imparagonabile alla nostra letteratura e non solo perché i giovani ce la mettono tutta e si sentono americani, e quindi nel diritto di difendere la propria terra. E&#8217; un modo diverso di porsi, un modo di scrivere che prende a prestito le forme più consuete dei nuovi media, è una letteratura che nasce come immagine e questa immagine poi si trasferisce in parola, in segno, in fantasia: è il processo opposto, o soltanto diverso da quello che caratterizza la letteratura europea. E neanche tanto poi. Andando a fondo scopriamo strane coincidenze, strani rapporti che ci portano sul piano del linguaggio espressivo della facilità o difficoltà dell&#8217;espressione verbale, della stessa lingua che in qualche caso vuole qualcosa di diverso, quella musica, quel ritmo, quell&#8217;armonia complessa e completa che non c&#8217;è nei libri americani citati quali best o long.</p>
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		<title>Di: helena janeczek</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/15/american-dream-4-paradiso-e-potere/#comment-318</link>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Non intendevo tracciare una linea di confine fra autobiografico e "pura fiction", che non ha senso. Dipende da cosa se ne fa, dal progetto di scrittura che ci sta dietro, per cui anche il libro più privato può essere specchio di molte cose che riguardano tutti. In più, non me la sogno di definire una sostanza diversa della lettertura italiana (ed europea) ed anglo-americana, perché mi sembra una costruzione pericolosamente astrattizzante e perché, per affrontare almeno qualche nodo problematico, ci vorrebbe molto, ma molto più spazio.
Io ho cercato solo di tracciare delle ipotesi su delle autorappresentazioni e sulla loro azione nel lavoro dello scrittore che, come cerco di sottolineare, non coincidono per niente con la realtà: né dei libri, né delle persone.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non intendevo tracciare una linea di confine fra autobiografico e &#8220;pura fiction&#8221;, che non ha senso. Dipende da cosa se ne fa, dal progetto di scrittura che ci sta dietro, per cui anche il libro più privato può essere specchio di molte cose che riguardano tutti. In più, non me la sogno di definire una sostanza diversa della lettertura italiana (ed europea) ed anglo-americana, perché mi sembra una costruzione pericolosamente astrattizzante e perché, per affrontare almeno qualche nodo problematico, ci vorrebbe molto, ma molto più spazio.<br />
Io ho cercato solo di tracciare delle ipotesi su delle autorappresentazioni e sulla loro azione nel lavoro dello scrittore che, come cerco di sottolineare, non coincidono per niente con la realtà: né dei libri, né delle persone.</p>
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		<title>Di: arianna2009</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/15/american-dream-4-paradiso-e-potere/#comment-319</link>
		<dc:creator>arianna2009</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Fra i commenti che ho letto qui sotto, segnatamente all'articolo della Benedetti, ho letto una sorta di insofferenza a proposito del tema sollevato da Tiziano Scarpa e qui affrontato in maniera ammirevole da H.J. Un'insofferenza comprensibile e a cui cercano in qualche modo di ovviare le risposte sia di Voltolini sia di Genna ma che, mi pare, testimonia della profonda resistenza emotiva che si ha ad affrontare il problema dell'identità, in particolare di quella nazionale. Solo la J. qui, ha esplicitato direttamente quale contraddizione vi sia fra i comportamenti di carattere politico e le letture che fanno preferibilmente le stesse masse che in piazza denunciano la gestione U.S.A. Non importa che ad essere letta sia l'"altra" America, che è una proiezione nostra, un fraintendimento del "loro" sentirsi americani. Condoleeza Rice e Michael Moore si sentono americani in un modo che noi non comprendiamo e che solo noi dividiamo in due parti schizofreniche che loro non capirebbero.

A giudicare dagli interventi nel forum della casa editrice, i lettori della minimumfax sono di sinistra, sono assai giovani, molto colti e anglo-preparati e non possono Non dirsi americani. In definitiva, in un cerchio più ampio della spirale del tempo, mi sembrano ancora i giovani cantati da Guccini in "Fra la via Emilia e il West". E' il mito americano, bellezza, e non puoi farci niente. Ed è qui che prende valore la risposta illuminata e illuminante di H.J. a proposito della forza della scrittura statunitense, soprattutto di quella giovanile:
Direi proprio perché, anche se sono i più accerrimi critici della loro società – in questo non c’è nessuna contradizione – si sentono americani. Vale a dire che, sapendosi al centro del mondo, danno più importanza al loro lavoro e lo investono di mire più ambiziose.
Un orgoglio sostenuto dall'economia più forte del mondo, d'accordo, ma, soprattutto e comunque,una consapevolezza di sè. Un senso, in molti casi ci sembrerebbe di poter dire paradossale, di appartenenza. Ma tale da garantire alla letteratura U.S.A., presa nel suo insieme e a prescindere dalle etichette di  "bruciati", spellati", "afasici", una sorta di terreno narrativo "epico", riconoscibile, ad esempio, nello scavo magistrale che molti fanno delle loro lingue popolari. Niente del genere, direi, nella narrativa italiana (purtroppo non conosco affatto altre narrative europee) dove il problema della lingua, ad esempio, trovo che sia centrale. In che lingua scrivono i nostri autori? Come parliamo noi italiani? Che lingua è la nostra oltre a quella televisivamente americanizzata? Come è noto, problema secolare questo; finora, le soluzioni migliori sono sempre arrivate dalla poesia, non dalla narrativa. Eppure, è la lingua che fonda una storia, non viceversa. E la lingua è l'espressione di un'identità. Composita, complessa, multipla e molteplice finchè si vuole ma non scissa, sminuita, evitata, commiserata. Che almeno sia ricostruita umoristicamente. (E' anche in questo il segreto del successo, tanto criticato, dei comici? Giustamente Genna ricorda Flaiano. Perchè, dopo, in letteratura, anche l'umorismo sulla lingua colonizzata lo lasciamo fare agli americani. Si ha presente Alexander Perchov, una delle voci narranti di "Ogni cosa è illuminata"? Che non mi è piaciuto per niente, fra l'altro.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Fra i commenti che ho letto qui sotto, segnatamente all&#8217;articolo della Benedetti, ho letto una sorta di insofferenza a proposito del tema sollevato da Tiziano Scarpa e qui affrontato in maniera ammirevole da H.J. Un&#8217;insofferenza comprensibile e a cui cercano in qualche modo di ovviare le risposte sia di Voltolini sia di Genna ma che, mi pare, testimonia della profonda resistenza emotiva che si ha ad affrontare il problema dell&#8217;identità, in particolare di quella nazionale. Solo la J. qui, ha esplicitato direttamente quale contraddizione vi sia fra i comportamenti di carattere politico e le letture che fanno preferibilmente le stesse masse che in piazza denunciano la gestione U.S.A. Non importa che ad essere letta sia l&#8217;&#8221;altra&#8221; America, che è una proiezione nostra, un fraintendimento del &#8220;loro&#8221; sentirsi americani. Condoleeza Rice e Michael Moore si sentono americani in un modo che noi non comprendiamo e che solo noi dividiamo in due parti schizofreniche che loro non capirebbero.</p>
<p>A giudicare dagli interventi nel forum della casa editrice, i lettori della minimumfax sono di sinistra, sono assai giovani, molto colti e anglo-preparati e non possono Non dirsi americani. In definitiva, in un cerchio più ampio della spirale del tempo, mi sembrano ancora i giovani cantati da Guccini in &#8220;Fra la via Emilia e il West&#8221;. E&#8217; il mito americano, bellezza, e non puoi farci niente. Ed è qui che prende valore la risposta illuminata e illuminante di H.J. a proposito della forza della scrittura statunitense, soprattutto di quella giovanile:<br />
Direi proprio perché, anche se sono i più accerrimi critici della loro società – in questo non c’è nessuna contradizione – si sentono americani. Vale a dire che, sapendosi al centro del mondo, danno più importanza al loro lavoro e lo investono di mire più ambiziose.<br />
Un orgoglio sostenuto dall&#8217;economia più forte del mondo, d&#8217;accordo, ma, soprattutto e comunque,una consapevolezza di sè. Un senso, in molti casi ci sembrerebbe di poter dire paradossale, di appartenenza. Ma tale da garantire alla letteratura U.S.A., presa nel suo insieme e a prescindere dalle etichette di  &#8220;bruciati&#8221;, spellati&#8221;, &#8220;afasici&#8221;, una sorta di terreno narrativo &#8220;epico&#8221;, riconoscibile, ad esempio, nello scavo magistrale che molti fanno delle loro lingue popolari. Niente del genere, direi, nella narrativa italiana (purtroppo non conosco affatto altre narrative europee) dove il problema della lingua, ad esempio, trovo che sia centrale. In che lingua scrivono i nostri autori? Come parliamo noi italiani? Che lingua è la nostra oltre a quella televisivamente americanizzata? Come è noto, problema secolare questo; finora, le soluzioni migliori sono sempre arrivate dalla poesia, non dalla narrativa. Eppure, è la lingua che fonda una storia, non viceversa. E la lingua è l&#8217;espressione di un&#8217;identità. Composita, complessa, multipla e molteplice finchè si vuole ma non scissa, sminuita, evitata, commiserata. Che almeno sia ricostruita umoristicamente. (E&#8217; anche in questo il segreto del successo, tanto criticato, dei comici? Giustamente Genna ricorda Flaiano. Perchè, dopo, in letteratura, anche l&#8217;umorismo sulla lingua colonizzata lo lasciamo fare agli americani. Si ha presente Alexander Perchov, una delle voci narranti di &#8220;Ogni cosa è illuminata&#8221;? Che non mi è piaciuto per niente, fra l&#8217;altro.</p>
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		<title>Di: ChEaP GuRu</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/15/american-dream-4-paradiso-e-potere/#comment-320</link>
		<dc:creator>ChEaP GuRu</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Sono un forumista del sito minimumfax e siccome spesso vengo a dare un&#8217;occhiata a  nazione indiana mi sono appassionato a questo scambio di opinioni (Scarpa, Cassini, Genna, Voltolini, Janeczek). Vorrei solo fare una precisazione prima di esporre i miei piccoli pensieri. Se potessi fare una stima, direi che circa il 60% delle mie letture è americano. Dalla Lost generation alla Beat generation, dai vari Roth*DeLillo*Shelby_jr*Pynchon*Bellow*Brodkey, passando per Breat Eaton Ellis e McInerney, fino a Eggers*Foster Wallace*Means*Palahniuk*Lethem. 
Sono giovane, ma non sono comunista. Non penso di essere poi così colto e non mi sento per niente &#8220;americano&#8221;. Insomma non ho il mito del west, quello che ormai credo proprio non esista più oggi.

Mi rifaccio particolarmente al pezzo di Helena Janeczek per due motivi:

&#61623; mi è piaciuta la partenza politico-sociale del pezzo, con la citazione della parole di Kagan (l&#8217;orticello in santa pace)
&#61623; è quello che più mi ha fatto pensare, quello nel quale ho trovato dei punti che a pensarci un po&#8217; si sono trasformati in spunti. 

&#8220;Quindi se oggi molti lettori si aspettano di più dai libri tradotti dall&#8217;inglese, questo dipende anche dal fatto che spesso questi libri presentano davvero un disegno più ampio, tematiche più avvincenti, strutture narrative più solide e complesse.&#8221;

A livello pratico chi lo può negare, anche per la fortuna di vantare un&#8217;innegabile e maggiore &#8220;potenza di fuoco&#8221;. Io sono d&#8217;accordo, ma non credo sia il punto di partenza. Come non credo che la lingua, quella italiana, sia questo grande ostacolo. La barriera più grossa mi sembra sia sintetizzata alla perfezione qualche riga più avanti.

&#8220;Direi proprio perché, anche se sono i più acerrimi critici della loro società, si sentono americani. Vale a dire che, sapendosi al centro del mondo, danno più importanza al loro lavoro e lo investono di mire più ambiziose.&#8221;

Sono ancora una volta d&#8217;accordo con quanto riportato sopra. Hanno il potere, sono al centro del mondo e, aggiungo io, hanno anche una grande esposizione e un esporsi da non sottovalutare. Questa è la motivazione principale, quella che in partenza li mette un gradino avanti, ma non è detto che quel gradino sia difficilmente recuperabile o sinonimo di qualità. Ogni lettore è il suo più fedele scrittore, così la vedo io. 

E allora torno a minimumfax (ma potrebbero essere  altri, tanti dei quali già citati come Fannucci, Sironi, Pequod, ecc ecc) perché credo sia  l&#8217;esempio positivo dal quale partire. Posso prendere in mano un libro americano o uno italiano (della collana nichel) e trovarci una specie di filo conduttore. Un &#8220;mood&#8221; comune (anglofilo !! la parola mi è sembrata rendere meglio così le mie intenzioni e poi una sottile provocazione mi scappa anche). Sono sicuro di poter trovare qualcosa per soddisfare il mio piacere. Perché non dimentichiamocelo, leggere come prima cosa, è un piacere. Leggere e la letteratura devono prescindere dal &#8220;gioco proiettivo e binario del noi e loro&#8221;.

CK

</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono un forumista del sito minimumfax e siccome spesso vengo a dare un&#8217;occhiata a  nazione indiana mi sono appassionato a questo scambio di opinioni (Scarpa, Cassini, Genna, Voltolini, Janeczek). Vorrei solo fare una precisazione prima di esporre i miei piccoli pensieri. Se potessi fare una stima, direi che circa il 60% delle mie letture è americano. Dalla Lost generation alla Beat generation, dai vari Roth*DeLillo*Shelby_jr*Pynchon*Bellow*Brodkey, passando per Breat Eaton Ellis e McInerney, fino a Eggers*Foster Wallace*Means*Palahniuk*Lethem.<br />
Sono giovane, ma non sono comunista. Non penso di essere poi così colto e non mi sento per niente &#8220;americano&#8221;. Insomma non ho il mito del west, quello che ormai credo proprio non esista più oggi.</p>
<p>Mi rifaccio particolarmente al pezzo di Helena Janeczek per due motivi:</p>
<p>&#61623; mi è piaciuta la partenza politico-sociale del pezzo, con la citazione della parole di Kagan (l&#8217;orticello in santa pace)<br />
&#61623; è quello che più mi ha fatto pensare, quello nel quale ho trovato dei punti che a pensarci un po&#8217; si sono trasformati in spunti. </p>
<p>&#8220;Quindi se oggi molti lettori si aspettano di più dai libri tradotti dall&#8217;inglese, questo dipende anche dal fatto che spesso questi libri presentano davvero un disegno più ampio, tematiche più avvincenti, strutture narrative più solide e complesse.&#8221;</p>
<p>A livello pratico chi lo può negare, anche per la fortuna di vantare un&#8217;innegabile e maggiore &#8220;potenza di fuoco&#8221;. Io sono d&#8217;accordo, ma non credo sia il punto di partenza. Come non credo che la lingua, quella italiana, sia questo grande ostacolo. La barriera più grossa mi sembra sia sintetizzata alla perfezione qualche riga più avanti.</p>
<p>&#8220;Direi proprio perché, anche se sono i più acerrimi critici della loro società, si sentono americani. Vale a dire che, sapendosi al centro del mondo, danno più importanza al loro lavoro e lo investono di mire più ambiziose.&#8221;</p>
<p>Sono ancora una volta d&#8217;accordo con quanto riportato sopra. Hanno il potere, sono al centro del mondo e, aggiungo io, hanno anche una grande esposizione e un esporsi da non sottovalutare. Questa è la motivazione principale, quella che in partenza li mette un gradino avanti, ma non è detto che quel gradino sia difficilmente recuperabile o sinonimo di qualità. Ogni lettore è il suo più fedele scrittore, così la vedo io. </p>
<p>E allora torno a minimumfax (ma potrebbero essere  altri, tanti dei quali già citati come Fannucci, Sironi, Pequod, ecc ecc) perché credo sia  l&#8217;esempio positivo dal quale partire. Posso prendere in mano un libro americano o uno italiano (della collana nichel) e trovarci una specie di filo conduttore. Un &#8220;mood&#8221; comune (anglofilo !! la parola mi è sembrata rendere meglio così le mie intenzioni e poi una sottile provocazione mi scappa anche). Sono sicuro di poter trovare qualcosa per soddisfare il mio piacere. Perché non dimentichiamocelo, leggere come prima cosa, è un piacere. Leggere e la letteratura devono prescindere dal &#8220;gioco proiettivo e binario del noi e loro&#8221;.</p>
<p>CK</p>
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