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	<title>Commenti a: Prendersi sul serio: la nuova eresia #2</title>
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	<pubDate>Thu, 04 Dec 2008 01:58:12 +0000</pubDate>
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		<title>Di: stefano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/15/prendersi-sul-serio-la-nuova-eresia-2/#comment-321</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>A proposito di radicalità: parlate di "letterato" e di "scrittura", io parlerei anche di "autore" e di "opera" (a costo di apparire anacronistico ai tardivi cantori della morte del primo e della dissoluzione della seconda nella metastasi globale della "narrazione"), tuttavia il senso è quello: radicalità, per un artista e anche per un intellettuale, significa essere se stesso, la propria indignazione (etica) e la propria tensione (estetica), il più autenticamente possibile, e rimanere fedele ad ogni costo al proprio mutevole paradigma interiore.
Dopodiché io vado in crisi nel discorso sull'ironia, perché: se uno è ironico di suo, senza essere vittima di quella strana specie di coazione all'ironia contro cui si accanisce Carla Benedetti, se insomma il suo disincanto è il prodotto di un percorso personale travagliato e magari anche doloroso, se in altre parole quanto più egli è se stesso tanto più si scopre ironico, gli si deve forse imputare una omologazione allo statu quo postmoderno e quindi cosiderarlo alla stregua di un automa da sempre e per sempre irregimentato e reso innocuo? Mah. A me pare che ci sia una bella differenza tra "fare sul serio" e "prendersi sul serio", e so che in molti casi NON prendersi sul serio è il solo modo per di fare sul serio.
Quanto infine all'assoluto di cui tratta Carla Benedetti, rimando alla voce omonima tra le "Ventiquattro voci per un dizionario di lettere" di Franco Fortini (Ed. Est) - tanto per ricordare un "letterato" della cui straordinaria razionalità, precisione e lucidità di "scrittura" a tutt'oggi, ahimè, non vedo eredi.
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Dopodiché io vado in crisi nel discorso sull&#8217;ironia, perché: se uno è ironico di suo, senza essere vittima di quella strana specie di coazione all&#8217;ironia contro cui si accanisce Carla Benedetti, se insomma il suo disincanto è il prodotto di un percorso personale travagliato e magari anche doloroso, se in altre parole quanto più egli è se stesso tanto più si scopre ironico, gli si deve forse imputare una omologazione allo statu quo postmoderno e quindi cosiderarlo alla stregua di un automa da sempre e per sempre irregimentato e reso innocuo? Mah. A me pare che ci sia una bella differenza tra &#8220;fare sul serio&#8221; e &#8220;prendersi sul serio&#8221;, e so che in molti casi NON prendersi sul serio è il solo modo per di fare sul serio.<br />
Quanto infine all&#8217;assoluto di cui tratta Carla Benedetti, rimando alla voce omonima tra le &#8220;Ventiquattro voci per un dizionario di lettere&#8221; di Franco Fortini (Ed. Est) - tanto per ricordare un &#8220;letterato&#8221; della cui straordinaria razionalità, precisione e lucidità di &#8220;scrittura&#8221; a tutt&#8217;oggi, ahimè, non vedo eredi.</p>
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