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	<title>Commenti a: La verità, vi prego, sul sesso: parlano gli uomini</title>
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	<pubDate>Wed, 03 Dec 2008 22:11:26 +0000</pubDate>
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		<title>Di: Anna Corti</title>
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		<dc:creator>Anna Corti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>È troppo (poco)

Sono davvero allibita. Ma che cos’è questo articolo di Montanari? Come potete pubblicare una cosa del genere? Come potete inserire un pezzo come questo che lascia senza parole per la sua volgarità, pochezza e banalità (e badate che non è certo per pruderie o per sessuofobia che lo dico, anche perché questo testo non fa per niente scandalo – ammesso poi che scandalizzare sia ancora un valore in sé!). Non c’è una sola frase di questo scritto che non sia una vergogna, da un punto di vista intellettuale e letterario. Posso capire – benché lo trovi qualificante della persona – che Montanari faccia le sue “marchette” su Glamour (ci rendiamo contro di che rivista stiamo parlando? Uno dei pilastri di quel mondo di finzione e merda che questi anni portano alla ribalta), ma che voi sentiate l’esigenza di riproporlo, questo no, non riesco a capirlo. E riesco a capirlo ancor meno, dopo aver letto le parole sacrosante di Carla Benedetti sulla serietà del mestiere di scrittore e, quelle appena sotto l’articolo di Montanari, sulla necessità di abbandonare questo buttar tutto sul ridere e sull’utilizzo della scrittura come arma impropria. Ma come, prima ci dite che i vostri principi sono questi e poi ci mostrate come esempio di serietà e sovversione un testo di Montanari per Glamour? Io non riesco proprio a capacitarmi. Mi sembrerebbe giusto che spiegaste ai vostri lettori (non credo di essere l’unica – come mi ha confermato vedere dalle risposte all’altro vergognoso testo/recensione sul film di Giordana) cosa giustifica una scelta del genere e cosa trovate di sovversivo e importante in un testo come questo. Almeno lei, Carla, dica qualcosa! O anche lei è d'accordo?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>È troppo (poco)</p>
<p>Sono davvero allibita. Ma che cos’è questo articolo di Montanari? Come potete pubblicare una cosa del genere? Come potete inserire un pezzo come questo che lascia senza parole per la sua volgarità, pochezza e banalità (e badate che non è certo per pruderie o per sessuofobia che lo dico, anche perché questo testo non fa per niente scandalo – ammesso poi che scandalizzare sia ancora un valore in sé!). Non c’è una sola frase di questo scritto che non sia una vergogna, da un punto di vista intellettuale e letterario. Posso capire – benché lo trovi qualificante della persona – che Montanari faccia le sue “marchette” su Glamour (ci rendiamo contro di che rivista stiamo parlando? Uno dei pilastri di quel mondo di finzione e merda che questi anni portano alla ribalta), ma che voi sentiate l’esigenza di riproporlo, questo no, non riesco a capirlo. E riesco a capirlo ancor meno, dopo aver letto le parole sacrosante di Carla Benedetti sulla serietà del mestiere di scrittore e, quelle appena sotto l’articolo di Montanari, sulla necessità di abbandonare questo buttar tutto sul ridere e sull’utilizzo della scrittura come arma impropria. Ma come, prima ci dite che i vostri principi sono questi e poi ci mostrate come esempio di serietà e sovversione un testo di Montanari per Glamour? Io non riesco proprio a capacitarmi. Mi sembrerebbe giusto che spiegaste ai vostri lettori (non credo di essere l’unica – come mi ha confermato vedere dalle risposte all’altro vergognoso testo/recensione sul film di Giordana) cosa giustifica una scelta del genere e cosa trovate di sovversivo e importante in un testo come questo. Almeno lei, Carla, dica qualcosa! O anche lei è d&#8217;accordo?</p>
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		<title>Di: valentina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-433</link>
		<dc:creator>valentina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Pochezza? Banalità? 
Ma stiamo scherzando?!
L'unica cosa che trovo scandalosa è che, come al solito, sia una donna a dire che un brano così sul sesso sia volgare.

Trovo bello questo articolo di Montanari.

E trovo splendida anche la cover di Scarpa sulla festa della mamma
(se andate a guardare la ritrovate... e non aspettatevi niente di romantico! Solo la nuda, sincera, bruciante verità sui rapporti umani!)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Pochezza? Banalità?<br />
Ma stiamo scherzando?!<br />
L&#8217;unica cosa che trovo scandalosa è che, come al solito, sia una donna a dire che un brano così sul sesso sia volgare.</p>
<p>Trovo bello questo articolo di Montanari.</p>
<p>E trovo splendida anche la cover di Scarpa sulla festa della mamma<br />
(se andate a guardare la ritrovate&#8230; e non aspettatevi niente di romantico! Solo la nuda, sincera, bruciante verità sui rapporti umani!)</p>
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		<title>Di: Tiziano Scarpa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-434</link>
		<dc:creator>Tiziano Scarpa</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Gentile Anna Corti, grazie del commento. Non sia massimalista. Se non le è piaciuto il pezzo, benissimo. Ma non tiri dentro tutto nei suoi furori moralistici. L'articolo di Raul è bello. Non compare qui come esempio di "serietà e sovversione". Questa è una sua deduzione indebita. E' il punto di vista sul sesso di Raul Montanari e di alcuni suoi amici maschi. Aspettiamo il suo, se ha voglia e coraggio di dircelo. Una precisazione: Nazione Indiana non pubblica in seguito a decisioni collettive, ma su responsabilità individuale. Il pezzo a me è piaciuto e ho chiesto il permesso a Raul Montanari di metterlo in rete; perciò il suo plurale onnicomprensivo ("come potete pubblicare una cosa del genere") non ha ragion d'essere. Infatti Nazione Indiana, grazie a dio, non ha comitati di redazione né Savonarola che decidono che cosa è degno di essere pubblicato e cosa no. Ci fidiamo reciprocamente e mettiamo in rete ciò che ci pare, ciascuno in totale autonomia. Se lei non gradisce è la benvenuta nel dircelo, ma per favore si risparmi le lezioni di coerenza. Noi, non solo qui dentro, ci impegniamo tanto e doniamo molto, con gioia, e sappiamo apprezzare i doni e le gioie altrui. Fate altrettanto anche voi. Buon agosto a tutti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Gentile Anna Corti, grazie del commento. Non sia massimalista. Se non le è piaciuto il pezzo, benissimo. Ma non tiri dentro tutto nei suoi furori moralistici. L&#8217;articolo di Raul è bello. Non compare qui come esempio di &#8220;serietà e sovversione&#8221;. Questa è una sua deduzione indebita. E&#8217; il punto di vista sul sesso di Raul Montanari e di alcuni suoi amici maschi. Aspettiamo il suo, se ha voglia e coraggio di dircelo. Una precisazione: Nazione Indiana non pubblica in seguito a decisioni collettive, ma su responsabilità individuale. Il pezzo a me è piaciuto e ho chiesto il permesso a Raul Montanari di metterlo in rete; perciò il suo plurale onnicomprensivo (&#8221;come potete pubblicare una cosa del genere&#8221;) non ha ragion d&#8217;essere. Infatti Nazione Indiana, grazie a dio, non ha comitati di redazione né Savonarola che decidono che cosa è degno di essere pubblicato e cosa no. Ci fidiamo reciprocamente e mettiamo in rete ciò che ci pare, ciascuno in totale autonomia. Se lei non gradisce è la benvenuta nel dircelo, ma per favore si risparmi le lezioni di coerenza. Noi, non solo qui dentro, ci impegniamo tanto e doniamo molto, con gioia, e sappiamo apprezzare i doni e le gioie altrui. Fate altrettanto anche voi. Buon agosto a tutti</p>
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		<title>Di: caracaterina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-435</link>
		<dc:creator>caracaterina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Sono davvero allibita. Ma, signora Corti, dove starebbe tutto 'sto scandalo nell'articolo di Montanari? Sinceramente, io sono solo un po' delusa. La verità sul sesso scritta dagli uomini è tutta qui? Il sesso è l'argomento più difficile su cui scrivere e Montanari ha cercato una sua leggerezza, anche se mi sembra che sia tutto sommato rimasto un po' in imbarazzo e che l'abbia trovata solo nel finale, con il sesso delle zanzare...Ma mi posso sbagliare. Tutto qui.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono davvero allibita. Ma, signora Corti, dove starebbe tutto &#8217;sto scandalo nell&#8217;articolo di Montanari? Sinceramente, io sono solo un po&#8217; delusa. La verità sul sesso scritta dagli uomini è tutta qui? Il sesso è l&#8217;argomento più difficile su cui scrivere e Montanari ha cercato una sua leggerezza, anche se mi sembra che sia tutto sommato rimasto un po&#8217; in imbarazzo e che l&#8217;abbia trovata solo nel finale, con il sesso delle zanzare&#8230;Ma mi posso sbagliare. Tutto qui.</p>
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		<title>Di: Randy</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-436</link>
		<dc:creator>Randy</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-436</guid>
		<description>Mi stupisce sapere quanto semplici e piuttosto elementari siano i
pensieri di cinque uomini sul mondo femminile. La differenza di età, di
esperienza di vita tra loro, non sembra evidenziare nessuna posizione
differente all'interno del gruppo, sono sostanzialmente tutti d'acordo,
tutti omologati su preferenze e gusti. Se da una parte mi può far
sorridere la fantasia maschile di questo sparuto gruppo, dall'altra mi
annoia la scarsa rilevanza della maggior parte delle loro
considerazioni.
Probabilmente per scrivere non bisogna sempre avere un gran che da dire.
Randy</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi stupisce sapere quanto semplici e piuttosto elementari siano i<br />
pensieri di cinque uomini sul mondo femminile. La differenza di età, di<br />
esperienza di vita tra loro, non sembra evidenziare nessuna posizione<br />
differente all&#8217;interno del gruppo, sono sostanzialmente tutti d&#8217;acordo,<br />
tutti omologati su preferenze e gusti. Se da una parte mi può far<br />
sorridere la fantasia maschile di questo sparuto gruppo, dall&#8217;altra mi<br />
annoia la scarsa rilevanza della maggior parte delle loro<br />
considerazioni.<br />
Probabilmente per scrivere non bisogna sempre avere un gran che da dire.<br />
Randy</p>
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		<title>Di: anna corti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-437</link>
		<dc:creator>anna corti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Cari tutti, leggere le vostre risposte alla mia lettera indignata, mi ha aiutato a capire qual è il punto della questione. Tutti voi avete letto il mio sfogo come il rimprovero di una vecchia signora che si lascia ancora scandalizzare da cazzi, pompini e inculate. Non è proprio questo il caso, però. Quello che cercavo di dire era tutt’altro. Io, se leggete attentamente, parlavo di “volgarità”, ma anche e soprattutto di “pochezza e banalità”, aggiungendo che il pezzo di Montanari “non fa per niente scandalo”. Quindi non ero per nulla scandalizzata per la confessione dei desideri sessuali di Montanari e i suoi amici. Molto più semplicemente e seriamente chiedevo conto della pochezza intellettuale e letteraria di un testo come quello di Montanari. Come dice giustamente “caracaterina”, il sesso è argomento difficile su cui scrivere. Quello che rimproveravo a Montanari e a Scarpa (che mi dovrà concedere che il testo era “posted by redazione”) era appunto la “leggerezza” di questo testo. Un leggerezza che è esattamente quella che poche righe più sotto, con grande senso del tempo, denunciava Carla Benedetti. Perché per parlare di sesso si dovrebbe utilizzare quel linguaggio, quella scrittura, quella ironia sottolineata a ogni pie’ sospinto? Vi pare che Proust, per parlare di sesso, abbia scritto in quel modo  (non mi si risponda che i tempi sono cambiati e che non si può scrivere come Proust, perché gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito e fino ai nostri giorni, Carver potrebbe essere uno)? La risposta di Scarpa – sul finale molto più moralistica della mia (“Noi, non solo qui dentro, ci impegnamo tanto…”: chi si loda si imbroda) – non coglie affatto il senso della mia critica, credendo che il punto di una critica sul modo di scrivere possa risolversi in una questione di coraggio, di essere capaci di mettere in piazza i proprio segreti e desideri. Ma lei, Scarpa,  pensa davvero che per dire di aver fatto letteratura sia necessario (e soprattutto, sufficiente) avere il coraggio di dire qual è la propria sessualità, usando nome e cognome?  Io credo che lei si sbagli. Le letteratura è grande proprio quando sa astrarre dal piccolo io individuale, quando lo sa trasfigurare in qualcosa di molto più grande e complesso. Sade è grande non perché ci dice quali siano le sue “perversioni” o perché ci parla della sua sessualità, ma perché tramite un eccesso di scrittura apre su un eccesso di esistenza. Le pare che del testo di Montanari si possa dire anche lontanamente che fa una cosa del genere? Io non credo. Credo che il testo di Montanari sia solo un testo perfetto per la rubrica sul sesso di Glamour, con il suo linguaggio e la sua scrittura furbetta, che ammicca al lettore, e i suoi vezzi di leggerezza e cameratismo giovanil-mucciniano. Caro Scarpa, non faccia l’ingenuo e non mi risponda con banalità: è ovvio che ognuno è libero di scrivere ciò che vuole e di pubblicare ciò che ritiene opportuno. Ma è altrettanto ovvio che chi scrive deve essere in grado di assumersi la responsabilità di ciò che scrive e chi pubblica di ciò che pubblica. E deve anche saper non trattare i propri lettori come degli imbecilli, repressi. Io non sono un Savonarola, anche perché non decido nulla (è lei che decide, non inverta le parti). Io sono una donna che dalla letteratura e dalla vita si aspetta molto di più di quello che un testo come quello di Montanari dà. Proust, Auden (a  cui fa il verso il titolo) o Carver mi parlano del sesso o, come scrive Valentina, “della nuda, sincera, bruciante verità sui rapporti umani”. I loro testi, come quelli di molti altri, mi mostrano una scrittura che sa spalancare gli eccessi e gli abissi della sessualità, quelli mentali e quelli fisici. Il testo di Montanari mi parla di glamour e di un certo mondo – sottolineo un certo, non tutto – dei nostri tempi. Ognuno sceglie cosa pubblicare e che mondo mostrare. Complimenti per la scelta.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cari tutti, leggere le vostre risposte alla mia lettera indignata, mi ha aiutato a capire qual è il punto della questione. Tutti voi avete letto il mio sfogo come il rimprovero di una vecchia signora che si lascia ancora scandalizzare da cazzi, pompini e inculate. Non è proprio questo il caso, però. Quello che cercavo di dire era tutt’altro. Io, se leggete attentamente, parlavo di “volgarità”, ma anche e soprattutto di “pochezza e banalità”, aggiungendo che il pezzo di Montanari “non fa per niente scandalo”. Quindi non ero per nulla scandalizzata per la confessione dei desideri sessuali di Montanari e i suoi amici. Molto più semplicemente e seriamente chiedevo conto della pochezza intellettuale e letteraria di un testo come quello di Montanari. Come dice giustamente “caracaterina”, il sesso è argomento difficile su cui scrivere. Quello che rimproveravo a Montanari e a Scarpa (che mi dovrà concedere che il testo era “posted by redazione”) era appunto la “leggerezza” di questo testo. Un leggerezza che è esattamente quella che poche righe più sotto, con grande senso del tempo, denunciava Carla Benedetti. Perché per parlare di sesso si dovrebbe utilizzare quel linguaggio, quella scrittura, quella ironia sottolineata a ogni pie’ sospinto? Vi pare che Proust, per parlare di sesso, abbia scritto in quel modo  (non mi si risponda che i tempi sono cambiati e che non si può scrivere come Proust, perché gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito e fino ai nostri giorni, Carver potrebbe essere uno)? La risposta di Scarpa – sul finale molto più moralistica della mia (“Noi, non solo qui dentro, ci impegnamo tanto…”: chi si loda si imbroda) – non coglie affatto il senso della mia critica, credendo che il punto di una critica sul modo di scrivere possa risolversi in una questione di coraggio, di essere capaci di mettere in piazza i proprio segreti e desideri. Ma lei, Scarpa,  pensa davvero che per dire di aver fatto letteratura sia necessario (e soprattutto, sufficiente) avere il coraggio di dire qual è la propria sessualità, usando nome e cognome?  Io credo che lei si sbagli. Le letteratura è grande proprio quando sa astrarre dal piccolo io individuale, quando lo sa trasfigurare in qualcosa di molto più grande e complesso. Sade è grande non perché ci dice quali siano le sue “perversioni” o perché ci parla della sua sessualità, ma perché tramite un eccesso di scrittura apre su un eccesso di esistenza. Le pare che del testo di Montanari si possa dire anche lontanamente che fa una cosa del genere? Io non credo. Credo che il testo di Montanari sia solo un testo perfetto per la rubrica sul sesso di Glamour, con il suo linguaggio e la sua scrittura furbetta, che ammicca al lettore, e i suoi vezzi di leggerezza e cameratismo giovanil-mucciniano. Caro Scarpa, non faccia l’ingenuo e non mi risponda con banalità: è ovvio che ognuno è libero di scrivere ciò che vuole e di pubblicare ciò che ritiene opportuno. Ma è altrettanto ovvio che chi scrive deve essere in grado di assumersi la responsabilità di ciò che scrive e chi pubblica di ciò che pubblica. E deve anche saper non trattare i propri lettori come degli imbecilli, repressi. Io non sono un Savonarola, anche perché non decido nulla (è lei che decide, non inverta le parti). Io sono una donna che dalla letteratura e dalla vita si aspetta molto di più di quello che un testo come quello di Montanari dà. Proust, Auden (a  cui fa il verso il titolo) o Carver mi parlano del sesso o, come scrive Valentina, “della nuda, sincera, bruciante verità sui rapporti umani”. I loro testi, come quelli di molti altri, mi mostrano una scrittura che sa spalancare gli eccessi e gli abissi della sessualità, quelli mentali e quelli fisici. Il testo di Montanari mi parla di glamour e di un certo mondo – sottolineo un certo, non tutto – dei nostri tempi. Ognuno sceglie cosa pubblicare e che mondo mostrare. Complimenti per la scelta.</p>
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		<title>Di: andrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-438</link>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Beh, magari l'articolo di Montanari non è all'altezza di Proust o Sade ma un pochino di livore, Anna, nelle tue parole c'era. E poi sul moralismo di Scarpa, lasciamo stare, lui non ci guadagna una mazza a scrivere sul blog è solo tempo che sottrae alla scrittura (remunerata), quindi minimo bisognerà ringraziarlo. Io mi ricordo Scarpa che alla tv mostrava la copertina dei Canti del Caos, in fondo chi glielo faceva fare, poteva anche usare quei 5 minuti per dire sono bello sono bravo, dai in fondo è un guaglione che ci crede.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Beh, magari l&#8217;articolo di Montanari non è all&#8217;altezza di Proust o Sade ma un pochino di livore, Anna, nelle tue parole c&#8217;era. E poi sul moralismo di Scarpa, lasciamo stare, lui non ci guadagna una mazza a scrivere sul blog è solo tempo che sottrae alla scrittura (remunerata), quindi minimo bisognerà ringraziarlo. Io mi ricordo Scarpa che alla tv mostrava la copertina dei Canti del Caos, in fondo chi glielo faceva fare, poteva anche usare quei 5 minuti per dire sono bello sono bravo, dai in fondo è un guaglione che ci crede.</p>
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	<item>
		<title>Di: Gustavo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-439</link>
		<dc:creator>Gustavo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Il fatto è che Nazione Indiana, a voler dirla tutta, sguazza in un non piccolo mare di contraddizioni, che emergono non solo nelle scritture inutili di Montanari, ma anche in altri comportamenti, dichiarazioni, teoresi, testi di altri suoi componenti. Per cui:

1. Come giustamente fa notare Anna Corti, la presunta &#8220;libertà&#8221; sventolata da Scarpa è, come tutte le presunte libertà, una gabbia collettiva ancor più solida e perniciosa delle regolatissime atmosfere editoriali tipiche: riviste, case editrici, etc. 
2. Lo stile di Montanari è esattamente quello che il mercato vuole, e coincide con quello che la signora Benedetti si affretta a voler demolire giorno per giorno senza farci capire perché, cioè in cambio di che cosa o per che cosa.
3. L&#8217;ironia, alla fine, è appunto questa superficialità diffusa (molto postmoderna), ineludibile e ineluttabile (come mostra il comportamento &#8220;involontario&#8221; di Scarpa nel pubblicare le cazzate di Monatanari), che rende vendibile la scrittura e il pensiero. Anche, appunto, la scrittura e il pensiero &#8211; molto alleggeriti, purgati e &#8220;raggruppati&#8221; &#8211; che circolano in Nazione Indiana.
4. Se è questo tipo di &#8220;Autori&#8221; e di &#8220;Comunità&#8221; che auspica la Benedetti, be&#8217;, poteva dirlo subito, avremmo cambiato canale già da un pezzo. Anche perché non credo ci sia bisogno di &#8220;autori alternativi&#8221;, ma semplicemente di autori leggibili e motivati alla letteratura, non all&#8217;ironia dell&#8217;attualità.
Gustavo P.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto è che Nazione Indiana, a voler dirla tutta, sguazza in un non piccolo mare di contraddizioni, che emergono non solo nelle scritture inutili di Montanari, ma anche in altri comportamenti, dichiarazioni, teoresi, testi di altri suoi componenti. Per cui:</p>
<p>1. Come giustamente fa notare Anna Corti, la presunta &#8220;libertà&#8221; sventolata da Scarpa è, come tutte le presunte libertà, una gabbia collettiva ancor più solida e perniciosa delle regolatissime atmosfere editoriali tipiche: riviste, case editrici, etc.<br />
2. Lo stile di Montanari è esattamente quello che il mercato vuole, e coincide con quello che la signora Benedetti si affretta a voler demolire giorno per giorno senza farci capire perché, cioè in cambio di che cosa o per che cosa.<br />
3. L&#8217;ironia, alla fine, è appunto questa superficialità diffusa (molto postmoderna), ineludibile e ineluttabile (come mostra il comportamento &#8220;involontario&#8221; di Scarpa nel pubblicare le cazzate di Monatanari), che rende vendibile la scrittura e il pensiero. Anche, appunto, la scrittura e il pensiero &#8211; molto alleggeriti, purgati e &#8220;raggruppati&#8221; &#8211; che circolano in Nazione Indiana.<br />
4. Se è questo tipo di &#8220;Autori&#8221; e di &#8220;Comunità&#8221; che auspica la Benedetti, be&#8217;, poteva dirlo subito, avremmo cambiato canale già da un pezzo. Anche perché non credo ci sia bisogno di &#8220;autori alternativi&#8221;, ma semplicemente di autori leggibili e motivati alla letteratura, non all&#8217;ironia dell&#8217;attualità.<br />
Gustavo P.</p>
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	<item>
		<title>Di: exxxema</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-440</link>
		<dc:creator>exxxema</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-440</guid>
		<description>Più che altro io qui ci vedo un "Autore Autorizzato" alla "fuffa" e al "cazzeggio" , inteso quest’ultimo non solo come "dolore"  da “sbatacchiamento”  ma anche e soprattutto come "gioia di vivere" da “magic touch” . 
Insomma, la chiave di volta è "Liala" , una ex di scarpa che oltre la "soglia" del blog adora prenderlo in culo e farsi sc….re la faccia. Eccome darle torto. 
Ma il problema è un altro. Il problema è che una bocca e un culo ce li hanno tutti o quasi, quindi anche i maschi. 
Il che significa, prima di tutto, che sono i desideri di immortalità  di bocca e culo a determinare la voce dell’io (scarpa inglese) e quindi la spartizione del capitale simbolico. Poi che il pezzo di raul ratzinger montanari intitolato “la verità vi prego sul sesso, parlano gli uomini” è un pezzo femminista e fortemente discriminatorio nei confronti dei maschi proprio ricettivi. E infine che nazione indiana è un blob omofobico gestito mica tanto segretamente dal Vaticano, "che ride" (benedetti).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Più che altro io qui ci vedo un &#8220;Autore Autorizzato&#8221; alla &#8220;fuffa&#8221; e al &#8220;cazzeggio&#8221; , inteso quest’ultimo non solo come &#8220;dolore&#8221;  da “sbatacchiamento”  ma anche e soprattutto come &#8220;gioia di vivere&#8221; da “magic touch” .<br />
Insomma, la chiave di volta è &#8220;Liala&#8221; , una ex di scarpa che oltre la &#8220;soglia&#8221; del blog adora prenderlo in culo e farsi sc….re la faccia. Eccome darle torto.<br />
Ma il problema è un altro. Il problema è che una bocca e un culo ce li hanno tutti o quasi, quindi anche i maschi.<br />
Il che significa, prima di tutto, che sono i desideri di immortalità  di bocca e culo a determinare la voce dell’io (scarpa inglese) e quindi la spartizione del capitale simbolico. Poi che il pezzo di raul ratzinger montanari intitolato “la verità vi prego sul sesso, parlano gli uomini” è un pezzo femminista e fortemente discriminatorio nei confronti dei maschi proprio ricettivi. E infine che nazione indiana è un blob omofobico gestito mica tanto segretamente dal Vaticano, &#8220;che ride&#8221; (benedetti).</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Free</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-441</link>
		<dc:creator>Free</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-441</guid>
		<description>IL CIOCCOLATAIO GENEROSO

C’era una volta una nota pasticceria, “Tiziano &#038; Co.”. La sua specialità era il ciccolato. La guida dei pasticceri, dove scriveva un quotatissimo critico, riportava che in quel luogo libero e impegnato si poteva trovare un cioccolato puro e del tutto diverso da quello che c’era sul mercato: niente additivi, niente coloranti né aromatizzanti. Solo roba genuina, prodotti autentici e puri. Per di più solo in quella pasticceria tutto ciò era gratis, generosamente offerto, “donato”, diceva il buon Tiziano, ai clienti che amavano il buon ciccolato. I clienti arrivarono fiduciosi e curiosi. Ma ad attenderli una sgradita sorpresa. Il cioccolato era in verità merda. Ma non era solo merda, era merda di plastica, merda glamour, per gente di tendenza. Un vero scherzo di carnevale, ma di vera arte carnascialesca, creativa e ironica. I clienti, stupiti e sentendosi un po’ presi per il culo (anche dalla guida del famoso critico), si incazzarono, dicendo che del fatto che tutto quel ben di dio fosse gratis non gliene fregava assolutamente un cazzo, e che quando si fa il pasticcere o lo si fa sul serio, sempre, o non lo si fa: non è che ai clienti a cui si serve gratuitamente, si rifila la merda o il cioccolato andato a male, mentre magari agli altri, agli odiati mediatori delle multinazionali alimentari, si rifila qualcosa di un po’ meglio (?). Il buon Tiziano non capisce e si indigna. “Ma come, brutti stronzi, oh scusate, amati clienti, con tutta la fatica che facciamo e con tutti i soldini che perdiamo per darvi questi merlottini di plastica, voi pure vi permettete di dirci che non siamo coerenti? Qui noi siamo liberi, qui ognuno fa ciò che vuole. Se la guida del famoso critico scrive certe cose, non è mica detto che siano vere anche per la nostra pasticceria. Lui scrive in generale contro il cioccolato di plastica, ma poi ognuno può fare ciò che vuole. Fascisti, cosa volete? Il cioccolato, almeno quello gratis, noi lo facciamo così, ironico e leggero.” Un bambino da dietro il banco, deluso più di tutti gli altri, dice: “il ciccolato se lo getti nell’acqua va a fondo. Gli stronzi restano sempre a galla”.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>IL CIOCCOLATAIO GENEROSO</p>
<p>C’era una volta una nota pasticceria, “Tiziano &#038; Co.”. La sua specialità era il ciccolato. La guida dei pasticceri, dove scriveva un quotatissimo critico, riportava che in quel luogo libero e impegnato si poteva trovare un cioccolato puro e del tutto diverso da quello che c’era sul mercato: niente additivi, niente coloranti né aromatizzanti. Solo roba genuina, prodotti autentici e puri. Per di più solo in quella pasticceria tutto ciò era gratis, generosamente offerto, “donato”, diceva il buon Tiziano, ai clienti che amavano il buon ciccolato. I clienti arrivarono fiduciosi e curiosi. Ma ad attenderli una sgradita sorpresa. Il cioccolato era in verità merda. Ma non era solo merda, era merda di plastica, merda glamour, per gente di tendenza. Un vero scherzo di carnevale, ma di vera arte carnascialesca, creativa e ironica. I clienti, stupiti e sentendosi un po’ presi per il culo (anche dalla guida del famoso critico), si incazzarono, dicendo che del fatto che tutto quel ben di dio fosse gratis non gliene fregava assolutamente un cazzo, e che quando si fa il pasticcere o lo si fa sul serio, sempre, o non lo si fa: non è che ai clienti a cui si serve gratuitamente, si rifila la merda o il cioccolato andato a male, mentre magari agli altri, agli odiati mediatori delle multinazionali alimentari, si rifila qualcosa di un po’ meglio (?). Il buon Tiziano non capisce e si indigna. “Ma come, brutti stronzi, oh scusate, amati clienti, con tutta la fatica che facciamo e con tutti i soldini che perdiamo per darvi questi merlottini di plastica, voi pure vi permettete di dirci che non siamo coerenti? Qui noi siamo liberi, qui ognuno fa ciò che vuole. Se la guida del famoso critico scrive certe cose, non è mica detto che siano vere anche per la nostra pasticceria. Lui scrive in generale contro il cioccolato di plastica, ma poi ognuno può fare ciò che vuole. Fascisti, cosa volete? Il cioccolato, almeno quello gratis, noi lo facciamo così, ironico e leggero.” Un bambino da dietro il banco, deluso più di tutti gli altri, dice: “il ciccolato se lo getti nell’acqua va a fondo. Gli stronzi restano sempre a galla”.</p>
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		<title>Di: Marco Rizzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-442</link>
		<dc:creator>Marco Rizzi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-442</guid>
		<description>Cara Benedetti,

ho lasciato passare qualche settimana prima di risponderle perché avevo bisogno di lasciar passar dell’acqua sotto i ponti e di non rispondere sotto la spinta del sentimento. La sua lettera infatti è stata per me estremamente offensiva, per diverse ragioni. Io le chiedevo conto di un modo di intendere la critica e del modo in cui il blog era gestito. Lei, rispondendo solo in parte alle mie domande, ha ritenuto di spostare la questione sul personale, arrivando a rispondermi di fare io quel che pensavo andasse fatto. La sua risposta alle mie domande e che io dovrei fare il critico letterario? Ma lei sa che lavoro faccio io? Io faccio tutt’altro (e un altro molto poco gradevole): non ho né la capacità né la competenza per poter fare il critico. La sua risposta, anche dopo averla riletta più volte, mi ha offeso, perché è stato come dirmi: se tu non sei capace di farlo, stai zitto e non permetterti di criticarmi (aggiungo solo che di questi tempi dare del kapò nazista a qualcuno solo perché si permette di criticare il proprio modo di procedere suona davvero male…). Il solo modo che ho io di partecipare alla costruzione della collettività che manca – per seguire la sua suggestione – è dire quel che mi sembra che non vada, cercando di stimolare una discussione; chiedendo conto di quello che fa chi ha le capacità di fare; chiedendo spiegazioni e risposte.
Devo anche dirle che io sono rimasto stupito di come tutta la questione sollevata da me e, meglio di me, da altri sul tema della comunità sia caduta letteralmente nel vuoto, quasi si trattasse di un problema privato di tre lettori psicopatici (ma allora perché avete pubblicato sulla home page il testo di due dei tre, per poi decidere che non valeva più la pena dare una risposta al seguito che articolava la discussione e apriva nuovi possibilità di approfondimento?). Mi stupisce molto, poiché come le avevo già scritto in una lettera precedente per me la responsabilità impone in primo luogo di rispondere sempre a chiunque ci si rivolga (In questo la lettera della Janeczeck su Pontiggia mi ha molto colpito: sa cosa deve aver significato per un uomo impeganto come quello rispondere sempre a tutti? Sa quante volte si sarà detto: questo che scocciatore? Per me, già solo questo, è un gesto che rende l’uomo degno di grande rispetto. Anche Levinas ha sempre risposto ad ogni singola lettera e ingiunzione, dei grandi come dei signor nessuno come me.). Non è una questione di buona educazione, ne va del senso stesso del dialogo tra esseri umani, della responsabilità infinita che ognuno di noi ha verso la parola degli altri. Chi non si assume la responsabilità della risposta – e sottolineo pubblica quando la domanda è pubblica – fallisce la cosa più importante: la capacità di saper instaurare dei dialoghi che vadano al di là dell’eco riconoscente.
Il silenzio dei mebri del blog mi stupisce ancora di più perché, come ho potuto leggere in queste settimane, seppur in forme e con posizioni sfumate e differenziate, le questioni che io ponevo tornano in diverse lettere e commenti ai pezzi che sono apparsi. Direi, anzi, che molti dei commenti richiedono dei chiarimenti sull’insieme del blog, sulle sue scelte, la sua coerenza interna, le alternative che esso prospetta, ecc. Anche in questo caso, le risposte – quando ci sono state – sono state generiche e ad personam. La situazione mi ricorda un po’ quella delle classi dirigenti di alcuni partiti di maggioranza e di opposizione che, davanti alla contestazione evidente della base, si appellano alla maggioranza silenziosa, interpretando ovviamente il silenzio come un consenso al proprio operato.
Io penso, come credo lo pensino tutti i lettori che hanno scritto pubblicamente senza ricevere risposte pubbliche (non mi riferisco, ovviamente, a chi usa l’insulto come modo di interloquire), che si debba maggior rispetto verso chi si rivolge a voi e chiede spiegazioni sul vostro modo di operare. Poi, certo, ognuno è libero di fare ciò che vuole. Per quel che mi riguarda io continuerò a domandare quando non capisco, a criticare quando non condivido e a rispondere pubblicamente anche a chi non è d’accordo con me. Cordialmente</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Benedetti,</p>
<p>ho lasciato passare qualche settimana prima di risponderle perché avevo bisogno di lasciar passar dell’acqua sotto i ponti e di non rispondere sotto la spinta del sentimento. La sua lettera infatti è stata per me estremamente offensiva, per diverse ragioni. Io le chiedevo conto di un modo di intendere la critica e del modo in cui il blog era gestito. Lei, rispondendo solo in parte alle mie domande, ha ritenuto di spostare la questione sul personale, arrivando a rispondermi di fare io quel che pensavo andasse fatto. La sua risposta alle mie domande e che io dovrei fare il critico letterario? Ma lei sa che lavoro faccio io? Io faccio tutt’altro (e un altro molto poco gradevole): non ho né la capacità né la competenza per poter fare il critico. La sua risposta, anche dopo averla riletta più volte, mi ha offeso, perché è stato come dirmi: se tu non sei capace di farlo, stai zitto e non permetterti di criticarmi (aggiungo solo che di questi tempi dare del kapò nazista a qualcuno solo perché si permette di criticare il proprio modo di procedere suona davvero male…). Il solo modo che ho io di partecipare alla costruzione della collettività che manca – per seguire la sua suggestione – è dire quel che mi sembra che non vada, cercando di stimolare una discussione; chiedendo conto di quello che fa chi ha le capacità di fare; chiedendo spiegazioni e risposte.<br />
Devo anche dirle che io sono rimasto stupito di come tutta la questione sollevata da me e, meglio di me, da altri sul tema della comunità sia caduta letteralmente nel vuoto, quasi si trattasse di un problema privato di tre lettori psicopatici (ma allora perché avete pubblicato sulla home page il testo di due dei tre, per poi decidere che non valeva più la pena dare una risposta al seguito che articolava la discussione e apriva nuovi possibilità di approfondimento?). Mi stupisce molto, poiché come le avevo già scritto in una lettera precedente per me la responsabilità impone in primo luogo di rispondere sempre a chiunque ci si rivolga (In questo la lettera della Janeczeck su Pontiggia mi ha molto colpito: sa cosa deve aver significato per un uomo impeganto come quello rispondere sempre a tutti? Sa quante volte si sarà detto: questo che scocciatore? Per me, già solo questo, è un gesto che rende l’uomo degno di grande rispetto. Anche Levinas ha sempre risposto ad ogni singola lettera e ingiunzione, dei grandi come dei signor nessuno come me.). Non è una questione di buona educazione, ne va del senso stesso del dialogo tra esseri umani, della responsabilità infinita che ognuno di noi ha verso la parola degli altri. Chi non si assume la responsabilità della risposta – e sottolineo pubblica quando la domanda è pubblica – fallisce la cosa più importante: la capacità di saper instaurare dei dialoghi che vadano al di là dell’eco riconoscente.<br />
Il silenzio dei mebri del blog mi stupisce ancora di più perché, come ho potuto leggere in queste settimane, seppur in forme e con posizioni sfumate e differenziate, le questioni che io ponevo tornano in diverse lettere e commenti ai pezzi che sono apparsi. Direi, anzi, che molti dei commenti richiedono dei chiarimenti sull’insieme del blog, sulle sue scelte, la sua coerenza interna, le alternative che esso prospetta, ecc. Anche in questo caso, le risposte – quando ci sono state – sono state generiche e ad personam. La situazione mi ricorda un po’ quella delle classi dirigenti di alcuni partiti di maggioranza e di opposizione che, davanti alla contestazione evidente della base, si appellano alla maggioranza silenziosa, interpretando ovviamente il silenzio come un consenso al proprio operato.<br />
Io penso, come credo lo pensino tutti i lettori che hanno scritto pubblicamente senza ricevere risposte pubbliche (non mi riferisco, ovviamente, a chi usa l’insulto come modo di interloquire), che si debba maggior rispetto verso chi si rivolge a voi e chiede spiegazioni sul vostro modo di operare. Poi, certo, ognuno è libero di fare ciò che vuole. Per quel che mi riguarda io continuerò a domandare quando non capisco, a criticare quando non condivido e a rispondere pubblicamente anche a chi non è d’accordo con me. Cordialmente</p>
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		<title>Di: Carla Benedetti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-443</link>
		<dc:creator>Carla Benedetti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-443</guid>
		<description>Caro Marco Rizzi,


credo che lei sia vittima di un modo di pensare errato e involontariamente arrogante. Perciò le rispondo di nuovo, sperando di indurla a riflettere.

Prenda un pensatore del passato. Prenda mettiamo un Deleuze: non so se a lei interessa, ma certo si tratta di un pensatore considerato da molti importante. Deleuze ha scritto anche di letteratura, di arte, e ha scritto anche su artisti contemporanei. Per esempio ha scritto un libro su  Carmelo Bene.

Se Deleuze oggi fosse vivo e collaborasse a una rivista on-line, lei gli chiederebbe  le cose che  pretende da me? 

Non voglio paragonarmi a Deleuze per la qualità del mio lavoro, e nemmeno per metodo di pensiero. Ma  non vedo perché lei non dovrebbe avere per il mio lavoro lo stesso tipo di rispetto. Mi è capitato di attraversare la letteratura ma all&#8217;interno di un tragitto più vasto, che forse lei ignora. Ho delle idee sul mondo contemporaneo, alcune le ho già espresse, altre le sto sviluppando. La sua pretesa di dirmi  cosa dovrei fare e scrivere è ridicola. Ed è anche arrogante. 

Lei avrà letto, così mi pare di capire,  uno dei miei libri su cui, senza mia volontà, e anzi subendola come una &#8220;parodizzazione&#8221;, si è fatta molta polemica. E allora mi rubrica come autrice di libri polemici! Non solo, ma addirittura mi viene a dire cosa dovrei scrivere e di cosa dovrei parlare! Lei evidentemente sa meglio di me, cosa dovrei fare? Lei ha deciso per me qual è  il mio compito come intellettuale? 

Forse non si rende conto di quanta arroganza c'è in questo. E allora pensi che queste cose le chiedono i regimi: devi parlare di questo, occuparti di quest'altro! Devi mostrare le cose positive, il realismo socialista, i valori del proletariato, la superiorità della razza ariana...
 
Ognuno ha il suo progetto e il suo modo di esprimerlo, e lei che parla in mome dei valori che secondo lei io avrei calpestato (solo perché le ho riposto due volte privatamente invece che pubblicamente) non si rende conto che non sa neanche rispettare le vie e i tempi del lavoro altrui. Non sa  tollerare che qualcuno abbia un progetto diverso da quello che lei si aspetta.

Io non sono il critico letterario che lei ha in mente. Non mi riconosco in quella figura di intellettuale che lei ha scelto per me, e che consisterebbe nel fare una cernita della scrittura letteraria contemporanea per dire ciò che è buono e ciò che non lo è. Non solo non mi riconosco in questo, ma lo considero una parodizzazione della figura del critico letterario (come del resto ho scritto nel &#8220;Tradimento dei critici&#8221;, che forse lei non ha letto, o ha letto velocemente, altrimenti non mi chiederebbe di fare proprio ciò che critico come la caricatura della critica letteraria).

Sa quante volte un giornalista mi ha telefonato per farmi dire i nomi, o i titoli, per poi farne uno di quegli articoli scemi dei pareri incrociati, o delle pagelline coi voti, o dei consigli per gli acquisti per l&#8217;estate? &#8220;Ci dica quali sono secondo lei gli scrittori più interessanti oggi. Quali libri consiglia di portare in vacanza&#8221;. Mi sono sempre rifiutata. Dare i nomi non è un atto critico. E&#8217; la parodia della critica. Se voglio parlare bene di un&#8217;opera mi ci confronto seriamente, ci scrivo un saggio. Credo che la critica sia attraversare in profondità il lavoro altrui. Questo è il mio stile di lavoro.  Perché dovrei derogare a ciò per le bizze (scusi se glielo dico, ma a me paiono tali) di un lettore di Nazione Indiana?

Lei mi incita a mostrare cose in positivo. Ma in questo, mi scusi ancora, oltre che arroganza, c&#8217;è anche molta semplificazione. Anche da un punto di vista filosofico, io sono convinta che non c&#8217;è costruzione senza distruzione dei pensieri falsi, dei cliché, e degli errori. La maggiornaza dei filosofi ha proceduto costruendo sulla distruzione delle ideologie e delle &#8220;idee ricevute&#8221;. Persino Proust cominciò la &#8220;Recherche&#8221;  a partire da un &#8220;Contre Sainte-Beuve&#8221;.

E poi in ciò che dice c'è anche ignornaza. Io non credo di fare solo discorsi in negativo. Lei pretende di conoscere tutto il mio lavoro senza averlo letto. 

Infine, cos'è questa pretesa di volere vedere il dibattito dispiegarsi in una settimana, al meglio, con tutti le voci presenti, che si arricchiscono a vicenda (per di più nell'ultima settimana di luglio, quando molti collaboratori di Nazione Indiana sono in ferie)? Ma non si accorge che anche questa sua pretesa è una caricatura? Lei vuole che noi facciamo crescere in un battibaleno quella collettività che non c'è (e a cui stiamo nel nostro piccolo lavorando), con tempi televisivi!
  
Cos'è questa impazienza? Non siamo mica una trasmissione con il pubblico che interviene in diretta telefonica! E' ridicolo tutto ciò. Vuole lo spettacolo e subito? Può cercarlo da altre parti. Qui abbiamo tempi più lunghi. Magari non combineremo niente, ma almeno ci lasci provare, con i tempi e le modalità che decidiamo noi. 

Non abbiamo i vincoli dell'auditel. Non è questo che ci interessa. E poi, questo lo dico a lei come anche a Anna Corti e a altri lettori, qui siamo in dodici a scrivere e ognuno si prende la responsabilità di ciò che pubblica. Se questa regola che ci siamo dati non vi piace, non siete obbligati a leggerci.  

La pregherei perciò di dare lei il buon esempio. La smetta di scrivere lagnanze per disservizio. Non siamo mica un servizio pubblico di erogazione del gas!  Scriva lei qualcosa di positivo, di propositivo, qualcosa di dialogante, cioè parli, anche in maniera molto critica,  ma di cose, di idee, di problemi, di opere, invece di mettere solo lagnanze da utente insoddisfatto. 

Non so gli altri collaboratori di Nazione Indiana, ma io rifiuto totalmente  questo ruolo in cui lei, forse senza neanche rendersene conto, vorrebbe confinarmi: quello di un erogatore di servizi che tratta con i lettori come se fossero utenti da soddisfare o da compiacere. 

Non so davvero se se ne rende conto, ma i suoi commenti su Nazione Indiana sono l'esatto contrario di quella collettività e di quel dialogo che lei a parole esalta. 


Buone vacanze

Carla Benedetti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Marco Rizzi,</p>
<p>credo che lei sia vittima di un modo di pensare errato e involontariamente arrogante. Perciò le rispondo di nuovo, sperando di indurla a riflettere.</p>
<p>Prenda un pensatore del passato. Prenda mettiamo un Deleuze: non so se a lei interessa, ma certo si tratta di un pensatore considerato da molti importante. Deleuze ha scritto anche di letteratura, di arte, e ha scritto anche su artisti contemporanei. Per esempio ha scritto un libro su  Carmelo Bene.</p>
<p>Se Deleuze oggi fosse vivo e collaborasse a una rivista on-line, lei gli chiederebbe  le cose che  pretende da me? </p>
<p>Non voglio paragonarmi a Deleuze per la qualità del mio lavoro, e nemmeno per metodo di pensiero. Ma  non vedo perché lei non dovrebbe avere per il mio lavoro lo stesso tipo di rispetto. Mi è capitato di attraversare la letteratura ma all&#8217;interno di un tragitto più vasto, che forse lei ignora. Ho delle idee sul mondo contemporaneo, alcune le ho già espresse, altre le sto sviluppando. La sua pretesa di dirmi  cosa dovrei fare e scrivere è ridicola. Ed è anche arrogante. </p>
<p>Lei avrà letto, così mi pare di capire,  uno dei miei libri su cui, senza mia volontà, e anzi subendola come una &#8220;parodizzazione&#8221;, si è fatta molta polemica. E allora mi rubrica come autrice di libri polemici! Non solo, ma addirittura mi viene a dire cosa dovrei scrivere e di cosa dovrei parlare! Lei evidentemente sa meglio di me, cosa dovrei fare? Lei ha deciso per me qual è  il mio compito come intellettuale? </p>
<p>Forse non si rende conto di quanta arroganza c&#8217;è in questo. E allora pensi che queste cose le chiedono i regimi: devi parlare di questo, occuparti di quest&#8217;altro! Devi mostrare le cose positive, il realismo socialista, i valori del proletariato, la superiorità della razza ariana&#8230;</p>
<p>Ognuno ha il suo progetto e il suo modo di esprimerlo, e lei che parla in mome dei valori che secondo lei io avrei calpestato (solo perché le ho riposto due volte privatamente invece che pubblicamente) non si rende conto che non sa neanche rispettare le vie e i tempi del lavoro altrui. Non sa  tollerare che qualcuno abbia un progetto diverso da quello che lei si aspetta.</p>
<p>Io non sono il critico letterario che lei ha in mente. Non mi riconosco in quella figura di intellettuale che lei ha scelto per me, e che consisterebbe nel fare una cernita della scrittura letteraria contemporanea per dire ciò che è buono e ciò che non lo è. Non solo non mi riconosco in questo, ma lo considero una parodizzazione della figura del critico letterario (come del resto ho scritto nel &#8220;Tradimento dei critici&#8221;, che forse lei non ha letto, o ha letto velocemente, altrimenti non mi chiederebbe di fare proprio ciò che critico come la caricatura della critica letteraria).</p>
<p>Sa quante volte un giornalista mi ha telefonato per farmi dire i nomi, o i titoli, per poi farne uno di quegli articoli scemi dei pareri incrociati, o delle pagelline coi voti, o dei consigli per gli acquisti per l&#8217;estate? &#8220;Ci dica quali sono secondo lei gli scrittori più interessanti oggi. Quali libri consiglia di portare in vacanza&#8221;. Mi sono sempre rifiutata. Dare i nomi non è un atto critico. E&#8217; la parodia della critica. Se voglio parlare bene di un&#8217;opera mi ci confronto seriamente, ci scrivo un saggio. Credo che la critica sia attraversare in profondità il lavoro altrui. Questo è il mio stile di lavoro.  Perché dovrei derogare a ciò per le bizze (scusi se glielo dico, ma a me paiono tali) di un lettore di Nazione Indiana?</p>
<p>Lei mi incita a mostrare cose in positivo. Ma in questo, mi scusi ancora, oltre che arroganza, c&#8217;è anche molta semplificazione. Anche da un punto di vista filosofico, io sono convinta che non c&#8217;è costruzione senza distruzione dei pensieri falsi, dei cliché, e degli errori. La maggiornaza dei filosofi ha proceduto costruendo sulla distruzione delle ideologie e delle &#8220;idee ricevute&#8221;. Persino Proust cominciò la &#8220;Recherche&#8221;  a partire da un &#8220;Contre Sainte-Beuve&#8221;.</p>
<p>E poi in ciò che dice c&#8217;è anche ignornaza. Io non credo di fare solo discorsi in negativo. Lei pretende di conoscere tutto il mio lavoro senza averlo letto. </p>
<p>Infine, cos&#8217;è questa pretesa di volere vedere il dibattito dispiegarsi in una settimana, al meglio, con tutti le voci presenti, che si arricchiscono a vicenda (per di più nell&#8217;ultima settimana di luglio, quando molti collaboratori di Nazione Indiana sono in ferie)? Ma non si accorge che anche questa sua pretesa è una caricatura? Lei vuole che noi facciamo crescere in un battibaleno quella collettività che non c&#8217;è (e a cui stiamo nel nostro piccolo lavorando), con tempi televisivi!</p>
<p>Cos&#8217;è questa impazienza? Non siamo mica una trasmissione con il pubblico che interviene in diretta telefonica! E&#8217; ridicolo tutto ciò. Vuole lo spettacolo e subito? Può cercarlo da altre parti. Qui abbiamo tempi più lunghi. Magari non combineremo niente, ma almeno ci lasci provare, con i tempi e le modalità che decidiamo noi. </p>
<p>Non abbiamo i vincoli dell&#8217;auditel. Non è questo che ci interessa. E poi, questo lo dico a lei come anche a Anna Corti e a altri lettori, qui siamo in dodici a scrivere e ognuno si prende la responsabilità di ciò che pubblica. Se questa regola che ci siamo dati non vi piace, non siete obbligati a leggerci.  </p>
<p>La pregherei perciò di dare lei il buon esempio. La smetta di scrivere lagnanze per disservizio. Non siamo mica un servizio pubblico di erogazione del gas!  Scriva lei qualcosa di positivo, di propositivo, qualcosa di dialogante, cioè parli, anche in maniera molto critica,  ma di cose, di idee, di problemi, di opere, invece di mettere solo lagnanze da utente insoddisfatto. </p>
<p>Non so gli altri collaboratori di Nazione Indiana, ma io rifiuto totalmente  questo ruolo in cui lei, forse senza neanche rendersene conto, vorrebbe confinarmi: quello di un erogatore di servizi che tratta con i lettori come se fossero utenti da soddisfare o da compiacere. </p>
<p>Non so davvero se se ne rende conto, ma i suoi commenti su Nazione Indiana sono l&#8217;esatto contrario di quella collettività e di quel dialogo che lei a parole esalta. </p>
<p>Buone vacanze</p>
<p>Carla Benedetti</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: caracaterina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-444</link>
		<dc:creator>caracaterina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-444</guid>
		<description>Non argomento. Dichiaratamente e volutamente. Esprimo solo una mozione di affetti. Per quel che conta, solidarietà a Marco Rizzi e tanta, tanta tristezza. Accuse gratuite di arroganza, fraintendimenti ciecamente considerati prove di lucidità critica, autoreferenzialità, torri d'avorio piantate nella sabbia, intelligenza superba in varie accezioni. Ma resto convinta che il "malinteso" sia la condizione imprescindibile dell'incontro con l'Altro, con l'irriducibilità. Ma continuerò a leggere, domandare, criticare. Non conosco alternative se non la fuga e l'esilio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non argomento. Dichiaratamente e volutamente. Esprimo solo una mozione di affetti. Per quel che conta, solidarietà a Marco Rizzi e tanta, tanta tristezza. Accuse gratuite di arroganza, fraintendimenti ciecamente considerati prove di lucidità critica, autoreferenzialità, torri d&#8217;avorio piantate nella sabbia, intelligenza superba in varie accezioni. Ma resto convinta che il &#8220;malinteso&#8221; sia la condizione imprescindibile dell&#8217;incontro con l&#8217;Altro, con l&#8217;irriducibilità. Ma continuerò a leggere, domandare, criticare. Non conosco alternative se non la fuga e l&#8217;esilio.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: andrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-445</link>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-445</guid>
		<description>C'è un pezzo di Nori, negli scarti, una scena con un importantissimo studioso di letteratura russo e la moglie (il nome non lo ricordo), sono a letto, allora la moglie gli chiede se il libro che legge è bello e lui risponde, La struttura del capitolo terzo rispecchia il movimento storico della dialettica...e la moglie gli fa, Sì ma il libro è bello o brutto? e il critico, La dialettica delle forze in campo spinge l'autore...e la moglie ancora, Ma lo leggo o no? e il critico, Il raccordo tra i quadri della scena ripercorre l'evidente congiuntura delle rimozioni...e così via insomma (non ho il libro sotto e ho inventato un po' il dialogo), quindi a me pare di essere a letto con Carla Benedetti e di chiederle ad esempio se Sebaste è bravo e lei che mi risponde, Nel mio lavoro sull'autorialità l'implosione dell'ego creatore frantuma il divenire del creante nell'accelerazione...Sì ma Sebaste è bravo o no?

E allora  Rizzi forse è il caso di mandare a kagare i profi universitari, come già fece il santissimo Zappa, e cominciare a darsi da fare perché circoli 'sta benedetta letteratura. Un giorno magari ti capiterà di finire in un libro di Carla, Il nostro Rizzi va orbene comparato al Bacon Deleuziano pittore di forze in campo...il nostro Rizzi nella sua antifigurazione ci rimanda...
Marco devi avere fiducia sulle tue capacità, già Piergiorgio Paterlini ha elogiato un certo modo geniale di essere dilettanti, e prima di lui Alberto Savinio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un pezzo di Nori, negli scarti, una scena con un importantissimo studioso di letteratura russo e la moglie (il nome non lo ricordo), sono a letto, allora la moglie gli chiede se il libro che legge è bello e lui risponde, La struttura del capitolo terzo rispecchia il movimento storico della dialettica&#8230;e la moglie gli fa, Sì ma il libro è bello o brutto? e il critico, La dialettica delle forze in campo spinge l&#8217;autore&#8230;e la moglie ancora, Ma lo leggo o no? e il critico, Il raccordo tra i quadri della scena ripercorre l&#8217;evidente congiuntura delle rimozioni&#8230;e così via insomma (non ho il libro sotto e ho inventato un po&#8217; il dialogo), quindi a me pare di essere a letto con Carla Benedetti e di chiederle ad esempio se Sebaste è bravo e lei che mi risponde, Nel mio lavoro sull&#8217;autorialità l&#8217;implosione dell&#8217;ego creatore frantuma il divenire del creante nell&#8217;accelerazione&#8230;Sì ma Sebaste è bravo o no?</p>
<p>E allora  Rizzi forse è il caso di mandare a kagare i profi universitari, come già fece il santissimo Zappa, e cominciare a darsi da fare perché circoli &#8217;sta benedetta letteratura. Un giorno magari ti capiterà di finire in un libro di Carla, Il nostro Rizzi va orbene comparato al Bacon Deleuziano pittore di forze in campo&#8230;il nostro Rizzi nella sua antifigurazione ci rimanda&#8230;<br />
Marco devi avere fiducia sulle tue capacità, già Piergiorgio Paterlini ha elogiato un certo modo geniale di essere dilettanti, e prima di lui Alberto Savinio.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: carla benedetti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-446</link>
		<dc:creator>carla benedetti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-446</guid>
		<description>Cari Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio,

ho letto con attenzione i vostri commenti, fatto tesoro, aperto file mentali da riempire per il futuro....
Ma  vi rendete conto che quando avete mandato il vostro primo commento era già luglio inoltrato, e ora è ormai agosto, periodo di ferie anche per i collaboratori di Nazione Indiana? Cos'è  questa pretesa di volere vedere il dibattito dispiegarsi al meglio, con tutti le voci presenti, che si arricchiscono a vicenda, in una settimana, per di più nell'ultima settimana di luglio?

Ho già detto queste cose a Marco Rizzo, in un commento che ho inserito in Nazione Indiana, e che qui vi riporto in parte:

"Vuole che facciamo crescere in un battibaleno quella collettività che non
c'è (e a cui stiamo nel nostro piccolo lavorando), con tempi televisivi?
Cos'è questa impazienza? Non siamo mica una trasmissione con il pubblico che interviene in diretta telefonica! E' ridicolo tutto ciò. Vuole lo spettacolo e subito? Può cercarlo da altre parti. Qui abbiamo tempi più lunghi. Magari non combineremo niente, ma almeno ci lasci provare, con i tempi e le modalità che ci siamo scelti".

E poi soprattutto mi pare che chi scrive commenti nel sito lo faccia quasi sempre mettendosi in un ruolo passivo, quello dello spettatore che sta
seduto in poltrona a guardare i programmi...Invece di contribuire con
idee, proposte, riflessioni, si lagna di ciò che nel sito manca, di ciò che a sua detta si dovrebbe fare e non si fa.

Non so che cosa succede sul vostro blog, ma su Nazione Indiana non ho mai trovato, tranne in rari casi (tra cui il vostro), dei commenti che
contribuissero davvero a un qualsiasi dibattito. Per lo più sberleffi rancorosi,  ricerca del pretesto per aggredire i collaboratori, e poi
un'incredibile quantità di  lagnanze per disservizio, quasi fossimo, non una
rivista  o uno spazio di discussione, ma appunto un servizio pubblico di erogazione del gas!
Nessuno che parli mai di cose, di idee, di problemi, di opere. Nessuno che faccia  delle obiezioni severe ma vere, nel merito di cose, argomenti, idee.

C'è qualcosa di distorto in questa comunicazione che il blog apre, non so dire cosa , ci devo pensare meglio. C'è tanto narcisismo infelice,
dispiegato in maniera cattiva, nessun rispetto per la differenza, per l'impegno altrui, ma solo ricerca continua del pretesto per aggredire, per
prendere in castagna l'altro, per denigrarlo.....
Cosa ne pensate voi, in base alla vostra sperienza di "Zibaldoni e altre meraviglie"?

Un cordiale saluto
Carla Benedetti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cari Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio,</p>
<p>ho letto con attenzione i vostri commenti, fatto tesoro, aperto file mentali da riempire per il futuro&#8230;.<br />
Ma  vi rendete conto che quando avete mandato il vostro primo commento era già luglio inoltrato, e ora è ormai agosto, periodo di ferie anche per i collaboratori di Nazione Indiana? Cos&#8217;è  questa pretesa di volere vedere il dibattito dispiegarsi al meglio, con tutti le voci presenti, che si arricchiscono a vicenda, in una settimana, per di più nell&#8217;ultima settimana di luglio?</p>
<p>Ho già detto queste cose a Marco Rizzo, in un commento che ho inserito in Nazione Indiana, e che qui vi riporto in parte:</p>
<p>&#8220;Vuole che facciamo crescere in un battibaleno quella collettività che non<br />
c&#8217;è (e a cui stiamo nel nostro piccolo lavorando), con tempi televisivi?<br />
Cos&#8217;è questa impazienza? Non siamo mica una trasmissione con il pubblico che interviene in diretta telefonica! E&#8217; ridicolo tutto ciò. Vuole lo spettacolo e subito? Può cercarlo da altre parti. Qui abbiamo tempi più lunghi. Magari non combineremo niente, ma almeno ci lasci provare, con i tempi e le modalità che ci siamo scelti&#8221;.</p>
<p>E poi soprattutto mi pare che chi scrive commenti nel sito lo faccia quasi sempre mettendosi in un ruolo passivo, quello dello spettatore che sta<br />
seduto in poltrona a guardare i programmi&#8230;Invece di contribuire con<br />
idee, proposte, riflessioni, si lagna di ciò che nel sito manca, di ciò che a sua detta si dovrebbe fare e non si fa.</p>
<p>Non so che cosa succede sul vostro blog, ma su Nazione Indiana non ho mai trovato, tranne in rari casi (tra cui il vostro), dei commenti che<br />
contribuissero davvero a un qualsiasi dibattito. Per lo più sberleffi rancorosi,  ricerca del pretesto per aggredire i collaboratori, e poi<br />
un&#8217;incredibile quantità di  lagnanze per disservizio, quasi fossimo, non una<br />
rivista  o uno spazio di discussione, ma appunto un servizio pubblico di erogazione del gas!<br />
Nessuno che parli mai di cose, di idee, di problemi, di opere. Nessuno che faccia  delle obiezioni severe ma vere, nel merito di cose, argomenti, idee.</p>
<p>C&#8217;è qualcosa di distorto in questa comunicazione che il blog apre, non so dire cosa , ci devo pensare meglio. C&#8217;è tanto narcisismo infelice,<br />
dispiegato in maniera cattiva, nessun rispetto per la differenza, per l&#8217;impegno altrui, ma solo ricerca continua del pretesto per aggredire, per<br />
prendere in castagna l&#8217;altro, per denigrarlo&#8230;..<br />
Cosa ne pensate voi, in base alla vostra sperienza di &#8220;Zibaldoni e altre meraviglie&#8221;?</p>
<p>Un cordiale saluto<br />
Carla Benedetti</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: andrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-447</link>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-447</guid>
		<description>Gentile Carla Benedetti,
penso che gli "sberleffi rancorosi" nella Sua visione del reale siano da attribuire in parte a me. Però rileggendo i miei post ci ho trovato parecchi nomi: Sergio Ponchione-fumettaro, Jean Dubuffet-pittore e teorico, Sebaste-scrittore poco cagato, Nori-scrittore spesso frainteso, Zappa-autore di musica sinfonica, Chantal Montellier-fumettara di Métal Hurlant, Bernad Pivot-conduttore di Apostrophes. Rileggendoli mi è venuto in mente che non sono "sberleffi rancorosi" ma proprio proposte. Certo, se Lei accetta un solo modo di esprimere le idee, cioè la lingua stordita con cui si comunica nelle università, io allora zio fà sono veramente da cancellare. Poi non ha nemmeno risposto alla mia domanda sui mediatori. 
E c'è un altro problema: come facciamo noi indiani-sfigati per esempio a segnalare un bellissimo libro o opera d'arte se ci è dato solo di commentare gli articoli postati dai redattori? Dateci uno spazio che non sia per forza legato ai vostri articoli.
cordiali saluti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Gentile Carla Benedetti,<br />
penso che gli &#8220;sberleffi rancorosi&#8221; nella Sua visione del reale siano da attribuire in parte a me. Però rileggendo i miei post ci ho trovato parecchi nomi: Sergio Ponchione-fumettaro, Jean Dubuffet-pittore e teorico, Sebaste-scrittore poco cagato, Nori-scrittore spesso frainteso, Zappa-autore di musica sinfonica, Chantal Montellier-fumettara di Métal Hurlant, Bernad Pivot-conduttore di Apostrophes. Rileggendoli mi è venuto in mente che non sono &#8220;sberleffi rancorosi&#8221; ma proprio proposte. Certo, se Lei accetta un solo modo di esprimere le idee, cioè la lingua stordita con cui si comunica nelle università, io allora zio fà sono veramente da cancellare. Poi non ha nemmeno risposto alla mia domanda sui mediatori.<br />
E c&#8217;è un altro problema: come facciamo noi indiani-sfigati per esempio a segnalare un bellissimo libro o opera d&#8217;arte se ci è dato solo di commentare gli articoli postati dai redattori? Dateci uno spazio che non sia per forza legato ai vostri articoli.<br />
cordiali saluti</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: omniaficta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-448</link>
		<dc:creator>omniaficta</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-448</guid>
		<description>&#8220;La sua pretesa di dirmi cosa dovrei fare e scrivere è ridicola. Ed è anche arrogante...
Forse non si rende conto di quanta arroganza c'è in questo...
...non si rende conto che non sa neanche rispettare le vie e i tempi del lavoro altrui. Non sa tollerare che qualcuno abbia un progetto diverso da quello che lei si aspetta...
Lei mi incita a mostrare cose in positivo. Ma in questo, mi scusi ancora, oltre che arroganza, c&#8217;è anche molta semplificazione...
E poi in ciò che dice c'è anche ignornaza...
Se questa regola che ci siamo dati non vi piace, non siete obbligati a leggerci...
Non so davvero se se ne rende conto, ma i suoi commenti su Nazione Indiana sono l'esatto contrario di quella collettività e di quel dialogo che lei a parole esalta.&#8221; C. Benedetti v. infra

&#8220;(...) l&#8217;intellettuale può sentirsi &#8216;a suo agio&#8217; nella sottosocietà, come non si sente nella società vera e propria, e allo stesso tempo può essere in grado di mantenere soggettivamente le sue concezioni devianti, che la società annichilisce, perché nel suo gruppo ci sono altri che le considerano realtà. Egli si creerà allora vari procedimenti per proteggere la precaria realtà della sottosocietà dalle minacce di annichilazione che vengono dall&#8217;esterno. (...) In pratica il procedimento più importante sarà la limitazione di tutte le relazioni significative ai membri della sottosocietà. Chi è estraneo a essa viene evitato perché incarna sempre la minaccia di annichilazione. La setta religiosa può essere presa a prototipo delle società di questo genere.&#8221; Da P.L.Berger e T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino 1969, pp 175-176.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;La sua pretesa di dirmi cosa dovrei fare e scrivere è ridicola. Ed è anche arrogante&#8230;<br />
Forse non si rende conto di quanta arroganza c&#8217;è in questo&#8230;<br />
&#8230;non si rende conto che non sa neanche rispettare le vie e i tempi del lavoro altrui. Non sa tollerare che qualcuno abbia un progetto diverso da quello che lei si aspetta&#8230;<br />
Lei mi incita a mostrare cose in positivo. Ma in questo, mi scusi ancora, oltre che arroganza, c&#8217;è anche molta semplificazione&#8230;<br />
E poi in ciò che dice c&#8217;è anche ignornaza&#8230;<br />
Se questa regola che ci siamo dati non vi piace, non siete obbligati a leggerci&#8230;<br />
Non so davvero se se ne rende conto, ma i suoi commenti su Nazione Indiana sono l&#8217;esatto contrario di quella collettività e di quel dialogo che lei a parole esalta.&#8221; C. Benedetti v. infra</p>
<p>&#8220;(&#8230;) l&#8217;intellettuale può sentirsi &#8216;a suo agio&#8217; nella sottosocietà, come non si sente nella società vera e propria, e allo stesso tempo può essere in grado di mantenere soggettivamente le sue concezioni devianti, che la società annichilisce, perché nel suo gruppo ci sono altri che le considerano realtà. Egli si creerà allora vari procedimenti per proteggere la precaria realtà della sottosocietà dalle minacce di annichilazione che vengono dall&#8217;esterno. (&#8230;) In pratica il procedimento più importante sarà la limitazione di tutte le relazioni significative ai membri della sottosocietà. Chi è estraneo a essa viene evitato perché incarna sempre la minaccia di annichilazione. La setta religiosa può essere presa a prototipo delle società di questo genere.&#8221; Da P.L.Berger e T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino 1969, pp 175-176.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: lector</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-449</link>
		<dc:creator>lector</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-449</guid>
		<description>Gentile Benedetti,

c’è qualcosa di dolcemente disarmante nel suo modo di rispondere a chi le chiede conto del suo modus operandi. Le assicuro, leggere le sue risposte lascia di stucco. Lei copia e incolla se stessa, in una sorta di frenesia autocitatoria ( nella sua risposta a Ricci gli dà ancora del kapò, senza far riferimento in alcun modo alla sarcastica battuta che lui le fa, non avrà forse incollato anche la lettera a cui lui si riferisci: rispondendo quindi con una lettera precedente? Sarebbe veramente il colmo…). Ho trovato molto giusto l’esempio del critico russo a letto con la moglie. Lei, professor Benedetti, non ascolta ciò che gli altri le dicono. Continua diritta sulla sua strada, come se l’altro non avesse detto nulla. Cerca appigli per attaccare, tralasciando le cose importanti. Trova il tempo per scrivere lettere lunghissime e articolatissime a Ricci e ai redattori di Zibaldone, ma non accenna nemmeno una risposta alle questione sollevate dalle loro lettere. Risponde, invece, come se fosse una scusa di ferro, che “molti collaboratori di Nazione Indiana sono in ferie” (molti non sono tutti. Ma di risposta non ce n’è neanche una. Nessuno si era mai posto questa domanda? È una cosa così inaspettata che richiede mesi e mesi per una risposta? Vedremo poi se risposta arriverà mai.). Lei risponde invece che gli scrittori vanno in “ferie”. Vanno in “ferie”? Direi che in ferie vanno gli impiegati dell’azienda del gas, che le piace tanto citare. Gli scrittori scrivono anche in ferie. Stende poi un imbarazzante no–comment sul testo di Montanari, evitando ancora una volta il merito della questione (l’opera) per buttarsi su una questione metodologica e astratta di scelta. Infine, la chiusa dei suoi discorsi, il suo punto forte, è che i lettori crticano e non propongono, non costruiscono la nazione indiana. A questo due obiezioni, non so se creative o meno. La prima chiamiamola tautologica: i lettori leggono, gli autori scrivono; i lettori, da che mondo è mondo, dimostrano il proprio consenso o dissenso tramite le lettere alla redazione, e non scrivono la rivista (la inviterei a notare che le lettere favorevoli all’operato degli autori sono pochissime). Ma se così non è – veniamo alla seconda obiezione – e Nazione Indiana vuole che i lettori siano attivi, allora deve dar loro spazio, uno spazio uguale a quello degli autori, e non istituirsi come una nuova classe di mediatori che sceglie cosa può essere pubblicato e cosa no. Cara Benedetti, delle due l’una. Tutti i grandi rivoluzionari, quando hanno preso il potere, hanno dimostrato di che pasta erano fatti e se il loro rivoltarsi era solo il tentativo di avere il potere nelle proprie mani, di trasformarlo cioè in un nuovo potere costituito, o se invece erano interessati ad un eterno potere costituente. Se la vostra idea è quest’ultima, allora nel modo di gestire il blog c’è – mi scusi se faccio come lei – forse involontariamente qualcosa che non va. Il potere non si esercita più tra di voi, ma è evidente sul sottogruppo dei lettori (che voi volete attivi e passivi, contemporaneamente). E i lettori, mi creda, se ne accorgono. E se lei imparasse ad ascoltare, se ne accorgerebbe anche lei.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Gentile Benedetti,</p>
<p>c’è qualcosa di dolcemente disarmante nel suo modo di rispondere a chi le chiede conto del suo modus operandi. Le assicuro, leggere le sue risposte lascia di stucco. Lei copia e incolla se stessa, in una sorta di frenesia autocitatoria ( nella sua risposta a Ricci gli dà ancora del kapò, senza far riferimento in alcun modo alla sarcastica battuta che lui le fa, non avrà forse incollato anche la lettera a cui lui si riferisci: rispondendo quindi con una lettera precedente? Sarebbe veramente il colmo…). Ho trovato molto giusto l’esempio del critico russo a letto con la moglie. Lei, professor Benedetti, non ascolta ciò che gli altri le dicono. Continua diritta sulla sua strada, come se l’altro non avesse detto nulla. Cerca appigli per attaccare, tralasciando le cose importanti. Trova il tempo per scrivere lettere lunghissime e articolatissime a Ricci e ai redattori di Zibaldone, ma non accenna nemmeno una risposta alle questione sollevate dalle loro lettere. Risponde, invece, come se fosse una scusa di ferro, che “molti collaboratori di Nazione Indiana sono in ferie” (molti non sono tutti. Ma di risposta non ce n’è neanche una. Nessuno si era mai posto questa domanda? È una cosa così inaspettata che richiede mesi e mesi per una risposta? Vedremo poi se risposta arriverà mai.). Lei risponde invece che gli scrittori vanno in “ferie”. Vanno in “ferie”? Direi che in ferie vanno gli impiegati dell’azienda del gas, che le piace tanto citare. Gli scrittori scrivono anche in ferie. Stende poi un imbarazzante no–comment sul testo di Montanari, evitando ancora una volta il merito della questione (l’opera) per buttarsi su una questione metodologica e astratta di scelta. Infine, la chiusa dei suoi discorsi, il suo punto forte, è che i lettori crticano e non propongono, non costruiscono la nazione indiana. A questo due obiezioni, non so se creative o meno. La prima chiamiamola tautologica: i lettori leggono, gli autori scrivono; i lettori, da che mondo è mondo, dimostrano il proprio consenso o dissenso tramite le lettere alla redazione, e non scrivono la rivista (la inviterei a notare che le lettere favorevoli all’operato degli autori sono pochissime). Ma se così non è – veniamo alla seconda obiezione – e Nazione Indiana vuole che i lettori siano attivi, allora deve dar loro spazio, uno spazio uguale a quello degli autori, e non istituirsi come una nuova classe di mediatori che sceglie cosa può essere pubblicato e cosa no. Cara Benedetti, delle due l’una. Tutti i grandi rivoluzionari, quando hanno preso il potere, hanno dimostrato di che pasta erano fatti e se il loro rivoltarsi era solo il tentativo di avere il potere nelle proprie mani, di trasformarlo cioè in un nuovo potere costituito, o se invece erano interessati ad un eterno potere costituente. Se la vostra idea è quest’ultima, allora nel modo di gestire il blog c’è – mi scusi se faccio come lei – forse involontariamente qualcosa che non va. Il potere non si esercita più tra di voi, ma è evidente sul sottogruppo dei lettori (che voi volete attivi e passivi, contemporaneamente). E i lettori, mi creda, se ne accorgono. E se lei imparasse ad ascoltare, se ne accorgerebbe anche lei.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Anna Corti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-450</link>
		<dc:creator>Anna Corti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-450</guid>
		<description>Cara Carla,

vedo che mi rispondi brevemente con una frase ambigua che non entra nel merito della questione, ma rinvia solo a una responsabilità di Scarpa per la sua scelta. Ora, dopo la risposta di Scarpa (a cui ricordavo che il pezzo era “posted by redazione”), mi è chiaro che non sei certo tu la responsabile della scelta del pezzo vergognoso di Montanari. Devo dirti però – mi scuserai il tu, ma il fatto di essere coetanee me lo rende naturale – che io mi vergognerei a scrivere in una rivista (anche tu definisci così il blog) in cui appare un articolo come quello. Non sto dicendo che tu ti debba vergognare, dico che io mi vergognerei. Sì, mi vergognerei perché trovo giusta la frase di Luttazzi che tu hai ritenuto di riportare e su L’Espresso e qui su Nazione Indiana: “D’Alema: “Dovrei dire di no a Canale 5 se mi chiede un’intervista?”. Luttazzi: “Naturale che dovresti dire di no. Smettete di andare nei loro talk show, date un segno”. Ecco, l’articolo di Montanari, con sbandierata la sua fonte (Glamour), mi sembra rientrare nella stessa logica. Come quando D’Alema va al Maurizio Costanzo Show e si adatta ad un modo di comunicare, di pensare lo spazio politico e pubblico della discussione, così il testo di Montanari è il corrispettivo in letteratura. In questo ha ragione Gustavo P., il testo di Montanari è esattamente quello che il mercato vuole: l’ironia spalmata e patinata. Io non so se tu non te ne renda conto o se pensi che è un compromesso da accettare se si vuol cercare di costruire qualcosa. Ma come si fa a costruire qualcosa di diverso con gli stessi materiali del nemico? Quel testo di Montanari è proprio ciò che tu attacchi nel tuo articolo. E probabilmente Scarpa che ha ritenuto di metterlo subito dopo il tuo o non se ne rende assolutamente conto o lo ha fatto apposta (la prima ipotesi è molto più grave). In ogni caso, il risultato finale, per noi lettori, è quello di un correntone democristiano dove c’è spazio per tutto e, purtroppo, il contrario di tutto. Io credo che questo modo di procedere, questa falsa libertà in cui ogni cosa è accettata, in cui gli opposti convivono, non sia fruttuosa per costruire una comunità alternativa alla società soffocante in cui viviamo. Se vuoi tenere tutto non fai altro che riprodurre in piccolo lo stesso che c’è fuori, edulcorandolo con la melassa dell’amicizia che impedisce la violenza critica necessaria contro il “nemico”. Il tuo silenzio mi è parso dettato dall’imbarazzo che deriva dal non essere più posta di fronte a un “nemico” lontano, ben individuabile e a cui opporsi risolutamente (come si dice nell’ultimo articolo, è facile ma in parte “inutile” prendersela solo con Borghezio…), ma dal dover attaccare un “amico”, dal dover ammettere che il “nulla ironico” è anche in casa nostra, appena dopo il tuo articolo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Carla,</p>
<p>vedo che mi rispondi brevemente con una frase ambigua che non entra nel merito della questione, ma rinvia solo a una responsabilità di Scarpa per la sua scelta. Ora, dopo la risposta di Scarpa (a cui ricordavo che il pezzo era “posted by redazione”), mi è chiaro che non sei certo tu la responsabile della scelta del pezzo vergognoso di Montanari. Devo dirti però – mi scuserai il tu, ma il fatto di essere coetanee me lo rende naturale – che io mi vergognerei a scrivere in una rivista (anche tu definisci così il blog) in cui appare un articolo come quello. Non sto dicendo che tu ti debba vergognare, dico che io mi vergognerei. Sì, mi vergognerei perché trovo giusta la frase di Luttazzi che tu hai ritenuto di riportare e su L’Espresso e qui su Nazione Indiana: “D’Alema: “Dovrei dire di no a Canale 5 se mi chiede un’intervista?”. Luttazzi: “Naturale che dovresti dire di no. Smettete di andare nei loro talk show, date un segno”. Ecco, l’articolo di Montanari, con sbandierata la sua fonte (Glamour), mi sembra rientrare nella stessa logica. Come quando D’Alema va al Maurizio Costanzo Show e si adatta ad un modo di comunicare, di pensare lo spazio politico e pubblico della discussione, così il testo di Montanari è il corrispettivo in letteratura. In questo ha ragione Gustavo P., il testo di Montanari è esattamente quello che il mercato vuole: l’ironia spalmata e patinata. Io non so se tu non te ne renda conto o se pensi che è un compromesso da accettare se si vuol cercare di costruire qualcosa. Ma come si fa a costruire qualcosa di diverso con gli stessi materiali del nemico? Quel testo di Montanari è proprio ciò che tu attacchi nel tuo articolo. E probabilmente Scarpa che ha ritenuto di metterlo subito dopo il tuo o non se ne rende assolutamente conto o lo ha fatto apposta (la prima ipotesi è molto più grave). In ogni caso, il risultato finale, per noi lettori, è quello di un correntone democristiano dove c’è spazio per tutto e, purtroppo, il contrario di tutto. Io credo che questo modo di procedere, questa falsa libertà in cui ogni cosa è accettata, in cui gli opposti convivono, non sia fruttuosa per costruire una comunità alternativa alla società soffocante in cui viviamo. Se vuoi tenere tutto non fai altro che riprodurre in piccolo lo stesso che c’è fuori, edulcorandolo con la melassa dell’amicizia che impedisce la violenza critica necessaria contro il “nemico”. Il tuo silenzio mi è parso dettato dall’imbarazzo che deriva dal non essere più posta di fronte a un “nemico” lontano, ben individuabile e a cui opporsi risolutamente (come si dice nell’ultimo articolo, è facile ma in parte “inutile” prendersela solo con Borghezio…), ma dal dover attaccare un “amico”, dal dover ammettere che il “nulla ironico” è anche in casa nostra, appena dopo il tuo articolo.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Carla Benedetti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-451</link>
		<dc:creator>Carla Benedetti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-451</guid>
		<description>Cara Anna Corti,
ti ringrazio dei commenti. Anch&#8217;io trovo qualcosa di superficiale e intollerabile  nello sguardo sulla sessualità che trapela dal pezzo di Montanari. Non perché i suoi personaggi parlino di di tette e culi, ma perché sembra trionfarvi quello stesso punto di vista  parcellizzante, ironico e depotenziante che è nello &#8220;spirito dei tempi&#8221;. Però da qui a concludere che Nazione Indiana è come il Costanzo Show ne passa. Chi parla dentro alla cornice di un talk show deve sottostare a certe regole comunicative pesanti, castranti, dettate dal mezzo, dalla trasmissione e dal conduttore. In Nazione Indiana  ogni collaboratore scrive in piena libertà e autonomia, ed è responsabile individualmente di ciò che pubblica. E i pezzi finora pubblicati,  che tu li trovi interessanti o meno,  non mi paiono  per nulla assoggettati alla regola del &#8220;nulla ironico&#8221;.

Carla Benedetti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Anna Corti,<br />
ti ringrazio dei commenti. Anch&#8217;io trovo qualcosa di superficiale e intollerabile  nello sguardo sulla sessualità che trapela dal pezzo di Montanari. Non perché i suoi personaggi parlino di di tette e culi, ma perché sembra trionfarvi quello stesso punto di vista  parcellizzante, ironico e depotenziante che è nello &#8220;spirito dei tempi&#8221;. Però da qui a concludere che Nazione Indiana è come il Costanzo Show ne passa. Chi parla dentro alla cornice di un talk show deve sottostare a certe regole comunicative pesanti, castranti, dettate dal mezzo, dalla trasmissione e dal conduttore. In Nazione Indiana  ogni collaboratore scrive in piena libertà e autonomia, ed è responsabile individualmente di ciò che pubblica. E i pezzi finora pubblicati,  che tu li trovi interessanti o meno,  non mi paiono  per nulla assoggettati alla regola del &#8220;nulla ironico&#8221;.</p>
<p>Carla Benedetti</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Anna Corti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-452</link>
		<dc:creator>Anna Corti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-452</guid>
		<description>Solo una precisazione, il Maurizio Costanzo Show non è Nazione Indiana (ci mancherebbe), ma Glamour, su cui il pezzo è stato originariamente pubblicato e per cui era stato pensato.
Sul Nulla ironico, probabilmente, hai ragione per le cose che sono state pubblicate da te (le tue e quelle posted da te: l'utlima, quella sull'eutanasia, ecc.), per alcuni articoli di Voltolini e delle Janeczcek e per alcuni altri. Avrei molti dubbi, invece, che al "nulla ironico" non appartengano le cose di Scarpa e soprattutto quelle posted da lui (vedi le recensioni cinematografiche, ecc.). Ma hai ragione, solo il tempo permetterà di capire quale tra le due direzioni avrà la meglio e cosa diventerà questo Blog. Buon lavoro</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Solo una precisazione, il Maurizio Costanzo Show non è Nazione Indiana (ci mancherebbe), ma Glamour, su cui il pezzo è stato originariamente pubblicato e per cui era stato pensato.<br />
Sul Nulla ironico, probabilmente, hai ragione per le cose che sono state pubblicate da te (le tue e quelle posted da te: l&#8217;utlima, quella sull&#8217;eutanasia, ecc.), per alcuni articoli di Voltolini e delle Janeczcek e per alcuni altri. Avrei molti dubbi, invece, che al &#8220;nulla ironico&#8221; non appartengano le cose di Scarpa e soprattutto quelle posted da lui (vedi le recensioni cinematografiche, ecc.). Ma hai ragione, solo il tempo permetterà di capire quale tra le due direzioni avrà la meglio e cosa diventerà questo Blog. Buon lavoro</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: andrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-453</link>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-453</guid>
		<description>Gentile Benedetti,
vorrei chiederle se, secondo lei, il "nulla ironico" è stato simbolicamente iniziato da Marcel Duchamp col suo famoso orinatoio decontestualizzato in una esposizione d'arte ( Society of Independent Artists 1917), poi continuato negli anni '50-'60 da Piero Manzoni con i quadri in catrame e la merda d'artista, fino ad arrivare a certe immagini ironiche degli artisti della transavanguardia italiana (penso in particolare al Clemente, Cucchi, Chia degli anni '80)?

la ringrazio fin da ora per la risposta</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Gentile Benedetti,<br />
vorrei chiederle se, secondo lei, il &#8220;nulla ironico&#8221; è stato simbolicamente iniziato da Marcel Duchamp col suo famoso orinatoio decontestualizzato in una esposizione d&#8217;arte ( Society of Independent Artists 1917), poi continuato negli anni &#8216;50-&#8217;60 da Piero Manzoni con i quadri in catrame e la merda d&#8217;artista, fino ad arrivare a certe immagini ironiche degli artisti della transavanguardia italiana (penso in particolare al Clemente, Cucchi, Chia degli anni &#8216;80)?</p>
<p>la ringrazio fin da ora per la risposta</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Raul Montanari</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-454</link>
		<dc:creator>Raul Montanari</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-454</guid>
		<description>Una delle cose più comiche emerse da questa comicissima finestra sul mondo è che il pezzo per Glamour ormai appare etichettato come "letteratura". 
Dopo i paragoni con Proust e Carver, dopo che la dolce Randy ha detto che forse per scrivere non basta avere qualcosa da dire, eccoci finalmente alla definizione più esatta del pezzo. Cara Corti un pochino indegna del tuo cognome, cari tutti, avrei trovato più interessante leggere UN SOLO commento preciso su UN SOLO contenuto del pezzo; ma non c'è stato. Nel teatrino grottesco che si è creato qui dentro, dove ognuno si sente protagonista e libero di sparare insulti, si è parlato in realtà di tutto tranne del pezzo e dei motivi per cui Scarpa ha voluto pubblicarlo qui. 
L'amabile comportamento di Anna Corti, che definisce la "marchetta" per Glamour (ohibò, Anna: ti sfugge un termine che discende dal più bieco maschilismo!) "qualificante della (mia) persona", al pari di chi parla di "cazzate di Montanari", è stato descritto con anni di anticipo da Fernando Dogana nella sua "Psicopatologia dei consumi quotidiani", nel capitolo riguardante gli automobilisti, che al riparo del parabrezza si lanciano improperi che non si sognerebbero mai di pronunciare, a pari distanza fisica, senza la protezione del vetro. La mia persona non c'entra proprio niente, Anna, e io non mi sognerei mai di scrivere che tu sei una cretina per quello che hai detto nei tuoi interventi. Cosa ne sai tu della mia persona? Può darsi che io abbia scritto un pezzo per Glamour perché ho un figlio ammalato e ho bisogno di soldi per curarlo. Come ti sentiresti ad apprendere una cosa del genere? Attenzione: questo non ti toglierebbe il diritto di criticare l'articolo in sé; ma la persona che c'entra? Comunque, niente paura. Ho scritto l'articolo per Glamour per un motivo molto semplice: era un'occasione per dire qualcosa in una forma per me insolita, quella appunto di un dialogo fra amici, con un tono volutamente basso che secondo me e secondo Scarpa e secondo il resto del mondo fuori da questa angusta finestrella di commenti ha fatto emergere alcuni contenuti interessanti su quello che era il tema del pezzo. Tutto qui. La letteratura non c'entra.
Che poi si diano giudizi sulla mia "ironia" e sul mio stile "patinato", e che si tiri perfino in ballo Muccino (lì veramente sono scoppiato a ridere!) sulla base del pezzo per Glamour, e non dei libri che ho scritto, è un costume talmente sciocco e da ignoranti che si qualifica, questo sì, da solo. Nessuno ha detto: strano, Montanari è considerato un autore pesantissimo, questo articolo è fuori dal suo stile, boh, mah, chissà.

L'unica critica che può avere senso fare, e che è stata fatta dalla stessa Anna e da altri ma è stata purtroppo sommersa da una slavina di sciocchezze non pertinenti, è che il pezzo può non avere la sua giusta collocazione in NI, specie dopo l'articolo di Carla Benedetti sulla questione dell'ironia. 
Su questo si può discutere. Il resto è narcisismo di massa (si fa per dire: 4 gatti che si scrivono addosso).
Ciao a tutti, andate pure avanti da soli.
Raul Montanari</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Una delle cose più comiche emerse da questa comicissima finestra sul mondo è che il pezzo per Glamour ormai appare etichettato come &#8220;letteratura&#8221;.<br />
Dopo i paragoni con Proust e Carver, dopo che la dolce Randy ha detto che forse per scrivere non basta avere qualcosa da dire, eccoci finalmente alla definizione più esatta del pezzo. Cara Corti un pochino indegna del tuo cognome, cari tutti, avrei trovato più interessante leggere UN SOLO commento preciso su UN SOLO contenuto del pezzo; ma non c&#8217;è stato. Nel teatrino grottesco che si è creato qui dentro, dove ognuno si sente protagonista e libero di sparare insulti, si è parlato in realtà di tutto tranne del pezzo e dei motivi per cui Scarpa ha voluto pubblicarlo qui.<br />
L&#8217;amabile comportamento di Anna Corti, che definisce la &#8220;marchetta&#8221; per Glamour (ohibò, Anna: ti sfugge un termine che discende dal più bieco maschilismo!) &#8220;qualificante della (mia) persona&#8221;, al pari di chi parla di &#8220;cazzate di Montanari&#8221;, è stato descritto con anni di anticipo da Fernando Dogana nella sua &#8220;Psicopatologia dei consumi quotidiani&#8221;, nel capitolo riguardante gli automobilisti, che al riparo del parabrezza si lanciano improperi che non si sognerebbero mai di pronunciare, a pari distanza fisica, senza la protezione del vetro. La mia persona non c&#8217;entra proprio niente, Anna, e io non mi sognerei mai di scrivere che tu sei una cretina per quello che hai detto nei tuoi interventi. Cosa ne sai tu della mia persona? Può darsi che io abbia scritto un pezzo per Glamour perché ho un figlio ammalato e ho bisogno di soldi per curarlo. Come ti sentiresti ad apprendere una cosa del genere? Attenzione: questo non ti toglierebbe il diritto di criticare l&#8217;articolo in sé; ma la persona che c&#8217;entra? Comunque, niente paura. Ho scritto l&#8217;articolo per Glamour per un motivo molto semplice: era un&#8217;occasione per dire qualcosa in una forma per me insolita, quella appunto di un dialogo fra amici, con un tono volutamente basso che secondo me e secondo Scarpa e secondo il resto del mondo fuori da questa angusta finestrella di commenti ha fatto emergere alcuni contenuti interessanti su quello che era il tema del pezzo. Tutto qui. La letteratura non c&#8217;entra.<br />
Che poi si diano giudizi sulla mia &#8220;ironia&#8221; e sul mio stile &#8220;patinato&#8221;, e che si tiri perfino in ballo Muccino (lì veramente sono scoppiato a ridere!) sulla base del pezzo per Glamour, e non dei libri che ho scritto, è un costume talmente sciocco e da ignoranti che si qualifica, questo sì, da solo. Nessuno ha detto: strano, Montanari è considerato un autore pesantissimo, questo articolo è fuori dal suo stile, boh, mah, chissà.</p>
<p>L&#8217;unica critica che può avere senso fare, e che è stata fatta dalla stessa Anna e da altri ma è stata purtroppo sommersa da una slavina di sciocchezze non pertinenti, è che il pezzo può non avere la sua giusta collocazione in NI, specie dopo l&#8217;articolo di Carla Benedetti sulla questione dell&#8217;ironia.<br />
Su questo si può discutere. Il resto è narcisismo di massa (si fa per dire: 4 gatti che si scrivono addosso).<br />
Ciao a tutti, andate pure avanti da soli.<br />
Raul Montanari</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Zibaldoni e altre meraviglie</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/07/30/la-verita-vi-prego-sul-sesso-parlano-gli-uomini/#comment-455</link>
		<dc:creator>Zibaldoni e altre meraviglie</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=100#comment-455</guid>
		<description>OLTREPASSARE SE STESSI

Cara Carla Benedetti,
noi, come vedrà anche da questa doppia missiva, non abbiamo alcuna fretta televisiva, quindi non… si affretti a bacchettarci. Abbiamo urgenza, che è un’altra cosa. Abbiamo l’urgenza dell’entusiasmo creativo, che non ci fa ammettere ferie, divagazioni o discussioni da salotto. Le nostre sollecitazioni in Nazione Indiana nascono da una tale urgenza, da niente altro. Noi non sappiamo se lei si rende conto del punto in cui ci troviamo (ma ci sembra che proprio l’altro giorno, in chiusura di un suo pezzo, si chiedesse qualcosa del genere, riferendosi all’”enormità della situazione attuale”), ossia se riesce a scorgere l’abisso che ogni giorno si allarga sempre di più nel mondo dell’(in)comunicazione nel quale siamo immersi. Abbiamo contatti con tutti, siamo liberi di parlare di tutto, possiamo arrivare dappertutto – eppure siamo infelici e frustrati, lei per prima, che giustamente si lamenta dei suoi “utenti-lettori” (che però, non se ne scordi, sono “suoi” quanto nessun’altra cosa, spesso hanno addirittura letto i suoi libri e i suoi studi, sono a volte coltissimi: ma se si sentono “utenti” è forse anche perché sono trattati da utenti). E non parliamo ancora della comunità letteraria o intellettuale, della quale lei ha così bene trattato, e di cui d’altro canto è facilissimo fare esperienza quotidiana scorrendo le pagine dei giornali (anche di quelli sui quali lei scrive) e delle false riviste; frequentando festival e reading dove si pavoneggiano o pascolano come allo zoo scrittori di ogni risma; provando anche solo a parlare con i cosiddetti “intellettuali” della faccenda della solitudine assoluta delle nostre vite nel mondo della (in)comunicazione globale.
Bene. Tutto questo per noi costituiva e costituisce un quadro di urgenza. Urgenza che abbiamo provato a tradurre e incanalare nell’unico alveo che conosciamo: quello della letteratura, dell’arte e della cultura. In che modo? Facendo quella rivista che lei ha cominciato a conoscere (www.zibaldoni.it), in cui il modello dello “zibaldone” è un’occasione (non un capriccio postmoderno, come forse potrebbe apparire ai suoi attentissimi occhi) per mettere in condizione i nostri pensieri e la nostra azione di dispiegarsi nella più assoluta calma, distensione e riflessione possibili, scevri da condizionamenti di ogni sorta e, soprattutto, capaci di mettersi in libero contatto con gli altri. Senza alcuna fretta o narcisismo: la nostra è una rivista con una cadenza trimestrale, se legge bene, non un BLOG che fagocita tutto nello spazio di pochi attimi, ma non digerisce niente. Sappiamo che “leggere bene” purtroppo oggi è un lusso, ma noi è soprattutto questo che cerchiamo e chiediamo a coloro che contattiamo e invitiamo a costruire con noi un luogo aperto e arioso di discussione: “leggere bene”, cioè perdere tempo e mettere la giusta fatica nel comprendere gli altri e nel prenderli sul serio, attardarsi nel dialogo (quanto tempo perde Socrate nelle sue interlocuzioni!), indugiare sulle cose fatte bene in vista di una comunità ancora di là da venire ma comunque ben visibile a partire da qui, da questi presupposti. Forse siamo tradizionali nell’impostazione: filtriamo il materiale che ci arriva, ci prendiamo la responsabilità delle scelte, contattiamo personalmente gli scrittori e gli artisti che ci interessano, rispondiamo a tutti quelli che ci scrivono o ci propongono materiali. Il fatto è che mettersi in cerca di un luogo comune di discussione richiede immani perdite di tempo (“perdite” secondo la logica mercantile, ma per noi “acquisti” notevoli), organizzazione minuziosa, attenzione disinteressata per gli altri.
Secondo noi, una comunità intellettuale può nascere solo dall’amicizia (intesa, platonicamente, come Eros che favorisce l’intonazione comune, non come melassa), dal desiderio di contribuire attraverso un’opera comune all’edificazione di qualcosa che infine oltrepassi noi stessi e faccia bene al mondo. Non a caso abbiamo scelto di fondare una rivista – alla quale, nonostante tutta l’anzianità di strumento e la tradizionalità, “si torna sempre”, come diceva Roland Barthes. La rivista è il luogo ideale per il dibattito delle idee (e non a caso pochi amano oggi le riviste, primi fra tutti gli editori, ma anche gli scrittorucoli pervenuti), in cui il contributo personale serve a un discorso comune in vista del superamento di se stessi. La rivista non è un BLOG, non può mai esserlo, con tutta la buona volontà. Nel BLOG, qualsiasi forma esso abbia, si resta pesantemente ancorati all’ego, all’esibizione da vetrina, non si oltrepassa mai se stessi (e la sua analisi, a proposito di queste forme di scrittura, è esattissima). L’impedimento principale è la struttura stessa del BLOG: autoreferenziale, chiusa, narcisistica. La rivista è esattamente il contrario: in essa l’amicizia, come nei dialoghi platonici, è il presupposto necessario per la ricerca della verità, è l’unica condizione che può fondare e dare senso alla ricerca di un luogo e di un discorso comuni. L’amicizia intesa in questo modo, non come strumento-melassa nelle mani dei mediatori culturali di tutti i tempi, a maggior ragione di quelli odierni – l’amicizia, dicevamo, è la negazione più forte dell’egoismo e del narcisismo. Ed essa soltanto consente di giungere fino alle soglie della verità.
Noi crediamo altresì che il lavoro di Nazione Indiana, la sua ricerca, va in una direzione analoga alla nostra, e perciò siamo qui a “perder tempo” in queste discussioni, anche se l’utilizzo di un modello come quello del BLOG richiede forse ulteriori elaborazioni e sforzi di ascolto. Però un “blog che non è un blog”, o una “rivista che non è una rivista” è una bella intuizione, che va incoraggiata e sostenuta. Certo, a vedere i primi risultati, e anche a sentire i commenti degli stessi autori (tra i quali lei stessa), non c’è da stare allegri o da farsi troppe illusioni. Ma in fondo cosa si pretende? È questo il bello del gioco, di qualsiasi gioco: grande perdita di tempo a scrivere le regole, e poi perdita di tempo ancora più grande a giocare. Però se il gioco vale la candela, non c’è niente di cui preoccuparsi e tocca solo andare avanti, insieme alle voci anche le più difficili e dissonanti, senza disprezzare nessuno, mettendo tutto noi stessi in quello che facciamo. 
E con questo, cara Benedetti, chiudiamo (per ora). Nel salutarla con immutata stima, vorremmo rivolgerci adesso per qualche minuto ai lettori di Nazione Indiana, per precisare alcune nostre idee e, magari, per aprire altri fronti di discussione.

Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
www.zibaldoni.it


Cari lettori e scrittori di Nazione Indiana,
noi non crediamo che gli interventi accorati, aspri di Benedetti siano un alibi per eludere le domande poste dai lettori, noi compresi, anche se la prima impressione è quella. Nei nostri interventi in Nazione Indiana abbiamo posto la questione della prassi letteraria (della “militanza”, come si diceva una volta), altri hanno posto altre questioni ancora più importanti probabilmente, senza ottenere grandi risultati in termini di discussione. Nemmeno da Benedetti, che invece insiste su altre corde, su altri toni, anche se dice che ha aperto “file mentali”, etc. Un motivo ci dovrà essere – ci siamo detti – perché una persona così acuta e intelligente glissi, svicoli dall’impellenza delle domande dei suoi (giacché quelli che argomentano sono innanzitutto “suoi”) lettori, per rigirare con sadismo quasi, con aggressività il coltello dei suoi caustici assunti nelle piaghe di tutti quanti noi: gente che scrive e gente che legge insieme. Qual è questo motivo?
A Benedetti vanno riconosciuti due meriti, innanzitutto. Primo: il merito dell’entusiasmo, esercitato limpidamente in un mondo che del calcolo carrieristico ed egoistico fa la base di ogni cosa. Benedetti è una delle poche persone che, nonostante il ruolo ufficiale di mediatrice culturale che svolge, ha deciso (non da oggi) di mettere in discussione se stessa insieme alla vera comunità dei “suoi” lettori, non all’interno dell’assurda, inconcludente Comunità Letteraria Delinquenziale. Secondo: Benedetti mostra come pochi altri un senso vivo della letteratura, ci indica cosa possiamo farcene dei libri e dei pensieri che vi sono scritti dentro, è “impegnata” a mettere in evidenza il valore comunitario dello scrivere e del leggere. Non a caso la sua critica si interseca pericolosamente – saremmo tentati di dire “pasolinianamente” – con l’analisi impietosa del mondo dal quale pure è prodotta, prendendo rischi e colpi bassi senza risparmio. Questo è puro coraggio, che va riconosciuto come un valore e – detto senza alcuna piaggeria – rende perciò sempre stimabile il suo lavoro.
Tenendo dunque presenti questi presupposti, ci siamo dati la seguente risposta al quesito iniziale circa l’elusività delle risposte alle domande impellenti dei lettori: secondo noi Benedetti svicola e aggredisce perché l’obiettivo (del suo discorso) non è (ancora) stabilire chi sono gli scrittori e quali sono i modi poetici di espressione che vanno incoraggiati. Benedetti è ancora al di qua di un tale ragionamento, perché forse punta prima di tutto a  definire in che maniera e se si può parlare (ancora) di una comunità letteraria o intellettuale nel mondo attuale. Naturalmente, leggendo la sua ultima missiva, verrebbe di pensare immediatamente che una comunità del genere di quella immaginata da Nazione Indiana è ben lontana dall’avverarsi. Se, infatti, la falsa comunità dei pedanti che governano le diverse discipline è chiaramente improponibile, questa qui in cui siamo, in cui molti di quelli che scrivono lo fanno innanzitutto per lasciare una traccia più o meno narcisistica di loro stessi, non è certo la “vera” comunità che tutti auspicano. Ecco l’atroce dilemma che, a nostro avviso, non consente (ancora) a Benedetti di affrontare le pur serissime questioni che noi e altri avevamo posto. Se prima, infatti, non si scioglie questo nodo delle modalità della partecipazione, diciamo così, questo nodo tutto politico, a che serve – giustamente – perfino discutere di letteratura, di cinema o di qualsiasi altra cosa? Se, come qualcuno ha scritto qualche tempo fa, ci hanno rubato l’anima, come è possibile anche solo immaginare di impegnarsi in imprese tanto ardite e gagliarde come l’edificazione di una comunità letteraria e intellettuale, che dal possesso di certe facoltà profonde non può prescindere? 
A pensarci bene, quando abbiamo dato vita alla nostra rivista (www.zibaldoni.it), partivamo anche noi da presupposti del genere: volevamo una comunità, non ci bastava essere o desiderare di essere scrittori, artisti, etc. Anzi, a voler dirla tutta, le stesse definizioni di “scrittore”, “artista”, etc. ci sembravano, e ci sembrano, assolutamente inadeguate. E poi, non è mai bastato a nessuno scrittore, in nessuna epoca, scrivere e basta, dipingere e basta, musicare e basta – se poi non esisteva un pubblico almeno immaginabile per le proprie opere. Un pubblico almeno immaginabile, cioè una comunità: perché senza comunità l’atto creativo è generato dal nulla e cade nel vuoto, nel narcisismo.
Noi – oltre tre anni fa – eravamo sperduti, isolati, in paesi lontani, ognuno con la sua bella poetica, i suoi manufatti aggraziati, i suoi scartafacci. Ma sentivamo una mancanza. Non ci fregava niente dei critici che scrivevano sui giornali i loro canoni per fare i loro loschi affari, volevamo mettere insieme degli scrittori e degli artisti con la nostra stessa esigenza/urgenza di comunità, non ci fregava assolutamente nulla degli editori e di pubblicare libri. Il progetto degli “zibaldoni” poteva essere il giusto punto di partenza: era un’idea aggregante, malleabile, versatile, che ci consentiva innanzitutto di girovagare in tutte le direzioni possibili per edificare quella cosa che ci mancava e che ci aveva spinto ad agire: la comunità. Inoltre era, questa nostra, un’idea “militante” fino in fondo: cosa c’è, infatti, di più naturale e antimercantile di un prodotto che non è un prodotto, di un libro che non è (ancora) un libro, quale appunto è uno zibaldone? Abbiamo capito che in questo modo potevamo aprirci tutte le strade verso la ricerca artistica, che è la cosa che maggiormente ci preme e ci spinge ad agire: ripetiamo, in un mondo nel quale conta solamente il prodotto finito e vendibile, non il prodotto in divenire, scabro, incompiuto.
Se dovessimo fare una considerazione a partire da quel poco che abbiamo fin qui costruito, forse diremmo che porre le basi all’interno di forme ben definite, come ad esempio una  rivista, è un possibile punto di avvio – ferma restando la chiarissima coscienza del furto delle anime che abbiamo già subito e delle quali dobbiamo prima riappropriarci se vogliamo almeno cominciare a parlare. Ci tocca scontare questo gran castigo, che è la fatica del recupero di un’anima, attraverso azioni dure, scontri e polemiche, incomprensioni e disfacimenti. Dobbiamo farci capaci che qui è come essere sopravvissuti a una catastrofe, dopo la quale ci siamo ritrovati tutti muti: dobbiamo ritrovare un modo per parlare insieme, per capirci, dopo essere partiti alla ricerca della luce del “discorso comune”, per dirla con Eraclito. In un secondo momento verrà la discussione sullo scrittore e sulla sua poetica, anzi, come fa intuire Benedetti, questo è davvero l’ultimo cruccio. 
Però, se nel corso di questa ricerca un qualche scrittore con la sua bella e rispettabilissima poetica non avrà mai offerto contributi al “discorso comune” suddetto, evitando di confrontarsi sulle possibilità dell’”armonia discorde”, volete dirci perché mai dovremmo leggerlo, oggi che tutti sanno scrivere un romanzo, una sceneggiatura e un sonetto, oggi che tutti sanno “far finta” con la penna in mano? Noi siamo convintissimi che se nelle opere (testi e azioni) odierne non vibra l’ardore della ricerca di una comunità, della ricerca del punto di intonazione comune, è bene non prenderle nemmeno in considerazione. Senza troppi patemi. Perché abbiamo bisogno di strade chiare da seguire per raggiungere il nostro obiettivo, e non dobbiamo ammettere distrazioni o indulgere a chicchessia. Chi scrive cazzate deve essere stigmatizzato; chi allestisce letteratura per fare spettacoli, per divertimento, per fare audience, deve essere messo da parte; chi scrive senza avere negli occhi e nel cuore la luce della comunità a venire, che parli pure da solo, tra lo squallore dei convitati di cera dei talk show.
Non bisogna aver paura nemmeno delle deviazioni che vengon fuori qui dentro, in Nazione Indiana. Si paga un prezzo per costruire qualsiasi cosa. Per quello che vogliamo costruire noi tutti qui dentro e anche fuori, si paga sulla propria pelle un prezzo durissimo, atroce. Benedetti ne sa qualcosa, come ne sappiamo qualcosa noi che facciamo “Zibaldoni e altre meraviglie”, e molti altri. Ma il prezzo pagato vale l’acquisto, ne siamo certi. Far cadere le proprie parole non nel vuoto, ma nel pieno di una comunità che ascolta e che cerca la verità, è un grande risultato, grandissimo. Non bisogna scoraggiarsi, né seminare rancori, né coltivare dispiaceri – e nemmeno allibirsi troppo spesso. Cosa credevamo, che bastasse metter su un paio di siti internet per riavere belle e pronte, integre, le nostre anime che ci hanno rubato, ovvero l’anima oltraggiata della comunità inesistente? Che ingenui! Bisogna sudare ancora, invece, sforzarsi, argomentare, perder tempo, scriversi, non comprendersi, poi cominciare a comprendersi, fino alla fine. L’unica cosa che conta, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è aver presente e vivo come un fuoco inestinguibile il punto luminosissimo comune verso cui tendere incessantemente. Il punto verso cui concorrono le voci discordi, e in cui finalmente si ricompone l’unità dei molteplici.
Cordialmente vostri, anche in agosto,

Edv – Gv
www.zibaldoni.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>OLTREPASSARE SE STESSI</p>
<p>Cara Carla Benedetti,<br />
noi, come vedrà anche da questa doppia missiva, non abbiamo alcuna fretta televisiva, quindi non… si affretti a bacchettarci. Abbiamo urgenza, che è un’altra cosa. Abbiamo l’urgenza dell’entusiasmo creativo, che non ci fa ammettere ferie, divagazioni o discussioni da salotto. Le nostre sollecitazioni in Nazione Indiana nascono da una tale urgenza, da niente altro. Noi non sappiamo se lei si rende conto del punto in cui ci troviamo (ma ci sembra che proprio l’altro giorno, in chiusura di un suo pezzo, si chiedesse qualcosa del genere, riferendosi all’”enormità della situazione attuale”), ossia se riesce a scorgere l’abisso che ogni giorno si allarga sempre di più nel mondo dell’(in)comunicazione nel quale siamo immersi. Abbiamo contatti con tutti, siamo liberi di parlare di tutto, possiamo arrivare dappertutto – eppure siamo infelici e frustrati, lei per prima, che giustamente si lamenta dei suoi “utenti-lettori” (che però, non se ne scordi, sono “suoi” quanto nessun’altra cosa, spesso hanno addirittura letto i suoi libri e i suoi studi, sono a volte coltissimi: ma se si sentono “utenti” è forse anche perché sono trattati da utenti). E non parliamo ancora della comunità letteraria o intellettuale, della quale lei ha così bene trattato, e di cui d’altro canto è facilissimo fare esperienza quotidiana scorrendo le pagine dei giornali (anche di quelli sui quali lei scrive) e delle false riviste; frequentando festival e reading dove si pavoneggiano o pascolano come allo zoo scrittori di ogni risma; provando anche solo a parlare con i cosiddetti “intellettuali” della faccenda della solitudine assoluta delle nostre vite nel mondo della (in)comunicazione globale.<br />
Bene. Tutto questo per noi costituiva e costituisce un quadro di urgenza. Urgenza che abbiamo provato a tradurre e incanalare nell’unico alveo che conosciamo: quello della letteratura, dell’arte e della cultura. In che modo? Facendo quella rivista che lei ha cominciato a conoscere (www.zibaldoni.it), in cui il modello dello “zibaldone” è un’occasione (non un capriccio postmoderno, come forse potrebbe apparire ai suoi attentissimi occhi) per mettere in condizione i nostri pensieri e la nostra azione di dispiegarsi nella più assoluta calma, distensione e riflessione possibili, scevri da condizionamenti di ogni sorta e, soprattutto, capaci di mettersi in libero contatto con gli altri. Senza alcuna fretta o narcisismo: la nostra è una rivista con una cadenza trimestrale, se legge bene, non un BLOG che fagocita tutto nello spazio di pochi attimi, ma non digerisce niente. Sappiamo che “leggere bene” purtroppo oggi è un lusso, ma noi è soprattutto questo che cerchiamo e chiediamo a coloro che contattiamo e invitiamo a costruire con noi un luogo aperto e arioso di discussione: “leggere bene”, cioè perdere tempo e mettere la giusta fatica nel comprendere gli altri e nel prenderli sul serio, attardarsi nel dialogo (quanto tempo perde Socrate nelle sue interlocuzioni!), indugiare sulle cose fatte bene in vista di una comunità ancora di là da venire ma comunque ben visibile a partire da qui, da questi presupposti. Forse siamo tradizionali nell’impostazione: filtriamo il materiale che ci arriva, ci prendiamo la responsabilità delle scelte, contattiamo personalmente gli scrittori e gli artisti che ci interessano, rispondiamo a tutti quelli che ci scrivono o ci propongono materiali. Il fatto è che mettersi in cerca di un luogo comune di discussione richiede immani perdite di tempo (“perdite” secondo la logica mercantile, ma per noi “acquisti” notevoli), organizzazione minuziosa, attenzione disinteressata per gli altri.<br />
Secondo noi, una comunità intellettuale può nascere solo dall’amicizia (intesa, platonicamente, come Eros che favorisce l’intonazione comune, non come melassa), dal desiderio di contribuire attraverso un’opera comune all’edificazione di qualcosa che infine oltrepassi noi stessi e faccia bene al mondo. Non a caso abbiamo scelto di fondare una rivista – alla quale, nonostante tutta l’anzianità di strumento e la tradizionalità, “si torna sempre”, come diceva Roland Barthes. La rivista è il luogo ideale per il dibattito delle idee (e non a caso pochi amano oggi le riviste, primi fra tutti gli editori, ma anche gli scrittorucoli pervenuti), in cui il contributo personale serve a un discorso comune in vista del superamento di se stessi. La rivista non è un BLOG, non può mai esserlo, con tutta la buona volontà. Nel BLOG, qualsiasi forma esso abbia, si resta pesantemente ancorati all’ego, all’esibizione da vetrina, non si oltrepassa mai se stessi (e la sua analisi, a proposito di queste forme di scrittura, è esattissima). L’impedimento principale è la struttura stessa del BLOG: autoreferenziale, chiusa, narcisistica. La rivista è esattamente il contrario: in essa l’amicizia, come nei dialoghi platonici, è il presupposto necessario per la ricerca della verità, è l’unica condizione che può fondare e dare senso alla ricerca di un luogo e di un discorso comuni. L’amicizia intesa in questo modo, non come strumento-melassa nelle mani dei mediatori culturali di tutti i tempi, a maggior ragione di quelli odierni – l’amicizia, dicevamo, è la negazione più forte dell’egoismo e del narcisismo. Ed essa soltanto consente di giungere fino alle soglie della verità.<br />
Noi crediamo altresì che il lavoro di Nazione Indiana, la sua ricerca, va in una direzione analoga alla nostra, e perciò siamo qui a “perder tempo” in queste discussioni, anche se l’utilizzo di un modello come quello del BLOG richiede forse ulteriori elaborazioni e sforzi di ascolto. Però un “blog che non è un blog”, o una “rivista che non è una rivista” è una bella intuizione, che va incoraggiata e sostenuta. Certo, a vedere i primi risultati, e anche a sentire i commenti degli stessi autori (tra i quali lei stessa), non c’è da stare allegri o da farsi troppe illusioni. Ma in fondo cosa si pretende? È questo il bello del gioco, di qualsiasi gioco: grande perdita di tempo a scrivere le regole, e poi perdita di tempo ancora più grande a giocare. Però se il gioco vale la candela, non c’è niente di cui preoccuparsi e tocca solo andare avanti, insieme alle voci anche le più difficili e dissonanti, senza disprezzare nessuno, mettendo tutto noi stessi in quello che facciamo.<br />
E con questo, cara Benedetti, chiudiamo (per ora). Nel salutarla con immutata stima, vorremmo rivolgerci adesso per qualche minuto ai lettori di Nazione Indiana, per precisare alcune nostre idee e, magari, per aprire altri fronti di discussione.</p>
<p>Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio<br />
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<p>Cari lettori e scrittori di Nazione Indiana,<br />
noi non crediamo che gli interventi accorati, aspri di Benedetti siano un alibi per eludere le domande poste dai lettori, noi compresi, anche se la prima impressione è quella. Nei nostri interventi in Nazione Indiana abbiamo posto la questione della prassi letteraria (della “militanza”, come si diceva una volta), altri hanno posto altre questioni ancora più importanti probabilmente, senza ottenere grandi risultati in termini di discussione. Nemmeno da Benedetti, che invece insiste su altre corde, su altri toni, anche se dice che ha aperto “file mentali”, etc. Un motivo ci dovrà essere – ci siamo detti – perché una persona così acuta e intelligente glissi, svicoli dall’impellenza delle domande dei suoi (giacché quelli che argomentano sono innanzitutto “suoi”) lettori, per rigirare con sadismo quasi, con aggressività il coltello dei suoi caustici assunti nelle piaghe di tutti quanti noi: gente che scrive e gente che legge insieme. Qual è questo motivo?<br />
A Benedetti vanno riconosciuti due meriti, innanzitutto. Primo: il merito dell’entusiasmo, esercitato limpidamente in un mondo che del calcolo carrieristico ed egoistico fa la base di ogni cosa. Benedetti è una delle poche persone che, nonostante il ruolo ufficiale di mediatrice culturale che svolge, ha deciso (non da oggi) di mettere in discussione se stessa insieme alla vera comunità dei “suoi” lettori, non all’interno dell’assurda, inconcludente Comunità Letteraria Delinquenziale. Secondo: Benedetti mostra come pochi altri un senso vivo della letteratura, ci indica cosa possiamo farcene dei libri e dei pensieri che vi sono scritti dentro, è “impegnata” a mettere in evidenza il valore comunitario dello scrivere e del leggere. Non a caso la sua critica si interseca pericolosamente – saremmo tentati di dire “pasolinianamente” – con l’analisi impietosa del mondo dal quale pure è prodotta, prendendo rischi e colpi bassi senza risparmio. Questo è puro coraggio, che va riconosciuto come un valore e – detto senza alcuna piaggeria – rende perciò sempre stimabile il suo lavoro.<br />
Tenendo dunque presenti questi presupposti, ci siamo dati la seguente risposta al quesito iniziale circa l’elusività delle risposte alle domande impellenti dei lettori: secondo noi Benedetti svicola e aggredisce perché l’obiettivo (del suo discorso) non è (ancora) stabilire chi sono gli scrittori e quali sono i modi poetici di espressione che vanno incoraggiati. Benedetti è ancora al di qua di un tale ragionamento, perché forse punta prima di tutto a  definire in che maniera e se si può parlare (ancora) di una comunità letteraria o intellettuale nel mondo attuale. Naturalmente, leggendo la sua ultima missiva, verrebbe di pensare immediatamente che una comunità del genere di quella immaginata da Nazione Indiana è ben lontana dall’avverarsi. Se, infatti, la falsa comunità dei pedanti che governano le diverse discipline è chiaramente improponibile, questa qui in cui siamo, in cui molti di quelli che scrivono lo fanno innanzitutto per lasciare una traccia più o meno narcisistica di loro stessi, non è certo la “vera” comunità che tutti auspicano. Ecco l’atroce dilemma che, a nostro avviso, non consente (ancora) a Benedetti di affrontare le pur serissime questioni che noi e altri avevamo posto. Se prima, infatti, non si scioglie questo nodo delle modalità della partecipazione, diciamo così, questo nodo tutto politico, a che serve – giustamente – perfino discutere di letteratura, di cinema o di qualsiasi altra cosa? Se, come qualcuno ha scritto qualche tempo fa, ci hanno rubato l’anima, come è possibile anche solo immaginare di impegnarsi in imprese tanto ardite e gagliarde come l’edificazione di una comunità letteraria e intellettuale, che dal possesso di certe facoltà profonde non può prescindere?<br />
A pensarci bene, quando abbiamo dato vita alla nostra rivista (www.zibaldoni.it), partivamo anche noi da presupposti del genere: volevamo una comunità, non ci bastava essere o desiderare di essere scrittori, artisti, etc. Anzi, a voler dirla tutta, le stesse definizioni di “scrittore”, “artista”, etc. ci sembravano, e ci sembrano, assolutamente inadeguate. E poi, non è mai bastato a nessuno scrittore, in nessuna epoca, scrivere e basta, dipingere e basta, musicare e basta – se poi non esisteva un pubblico almeno immaginabile per le proprie opere. Un pubblico almeno immaginabile, cioè una comunità: perché senza comunità l’atto creativo è generato dal nulla e cade nel vuoto, nel narcisismo.<br />
Noi – oltre tre anni fa – eravamo sperduti, isolati, in paesi lontani, ognuno con la sua bella poetica, i suoi manufatti aggraziati, i suoi scartafacci. Ma sentivamo una mancanza. Non ci fregava niente dei critici che scrivevano sui giornali i loro canoni per fare i loro loschi affari, volevamo mettere insieme degli scrittori e degli artisti con la nostra stessa esigenza/urgenza di comunità, non ci fregava assolutamente nulla degli editori e di pubblicare libri. Il progetto degli “zibaldoni” poteva essere il giusto punto di partenza: era un’idea aggregante, malleabile, versatile, che ci consentiva innanzitutto di girovagare in tutte le direzioni possibili per edificare quella cosa che ci mancava e che ci aveva spinto ad agire: la comunità. Inoltre era, questa nostra, un’idea “militante” fino in fondo: cosa c’è, infatti, di più naturale e antimercantile di un prodotto che non è un prodotto, di un libro che non è (ancora) un libro, quale appunto è uno zibaldone? Abbiamo capito che in questo modo potevamo aprirci tutte le strade verso la ricerca artistica, che è la cosa che maggiormente ci preme e ci spinge ad agire: ripetiamo, in un mondo nel quale conta solamente il prodotto finito e vendibile, non il prodotto in divenire, scabro, incompiuto.<br />
Se dovessimo fare una considerazione a partire da quel poco che abbiamo fin qui costruito, forse diremmo che porre le basi all’interno di forme ben definite, come ad esempio una  rivista, è un possibile punto di avvio – ferma restando la chiarissima coscienza del furto delle anime che abbiamo già subito e delle quali dobbiamo prima riappropriarci se vogliamo almeno cominciare a parlare. Ci tocca scontare questo gran castigo, che è la fatica del recupero di un’anima, attraverso azioni dure, scontri e polemiche, incomprensioni e disfacimenti. Dobbiamo farci capaci che qui è come essere sopravvissuti a una catastrofe, dopo la quale ci siamo ritrovati tutti muti: dobbiamo ritrovare un modo per parlare insieme, per capirci, dopo essere partiti alla ricerca della luce del “discorso comune”, per dirla con Eraclito. In un secondo momento verrà la discussione sullo scrittore e sulla sua poetica, anzi, come fa intuire Benedetti, questo è davvero l’ultimo cruccio.<br />
Però, se nel corso di questa ricerca un qualche scrittore con la sua bella e rispettabilissima poetica non avrà mai offerto contributi al “discorso comune” suddetto, evitando di confrontarsi sulle possibilità dell’”armonia discorde”, volete dirci perché mai dovremmo leggerlo, oggi che tutti sanno scrivere un romanzo, una sceneggiatura e un sonetto, oggi che tutti sanno “far finta” con la penna in mano? Noi siamo convintissimi che se nelle opere (testi e azioni) odierne non vibra l’ardore della ricerca di una comunità, della ricerca del punto di intonazione comune, è bene non prenderle nemmeno in considerazione. Senza troppi patemi. Perché abbiamo bisogno di strade chiare da seguire per raggiungere il nostro obiettivo, e non dobbiamo ammettere distrazioni o indulgere a chicchessia. Chi scrive cazzate deve essere stigmatizzato; chi allestisce letteratura per fare spettacoli, per divertimento, per fare audience, deve essere messo da parte; chi scrive senza avere negli occhi e nel cuore la luce della comunità a venire, che parli pure da solo, tra lo squallore dei convitati di cera dei talk show.<br />
Non bisogna aver paura nemmeno delle deviazioni che vengon fuori qui dentro, in Nazione Indiana. Si paga un prezzo per costruire qualsiasi cosa. Per quello che vogliamo costruire noi tutti qui dentro e anche fuori, si paga sulla propria pelle un prezzo durissimo, atroce. Benedetti ne sa qualcosa, come ne sappiamo qualcosa noi che facciamo “Zibaldoni e altre meraviglie”, e molti altri. Ma il prezzo pagato vale l’acquisto, ne siamo certi. Far cadere le proprie parole non nel vuoto, ma nel pieno di una comunità che ascolta e che cerca la verità, è un grande risultato, grandissimo. Non bisogna scoraggiarsi, né seminare rancori, né coltivare dispiaceri – e nemmeno allibirsi troppo spesso. Cosa credevamo, che bastasse metter su un paio di siti internet per riavere belle e pronte, integre, le nostre anime che ci hanno rubato, ovvero l’anima oltraggiata della comunità inesistente? Che ingenui! Bisogna sudare ancora, invece, sforzarsi, argomentare, perder tempo, scriversi, non comprendersi, poi cominciare a comprendersi, fino alla fine. L’unica cosa che conta, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è aver presente e vivo come un fuoco inestinguibile il punto luminosissimo comune verso cui tendere incessantemente. Il punto verso cui concorrono le voci discordi, e in cui finalmente si ricompone l’unità dei molteplici.<br />
Cordialmente vostri, anche in agosto,</p>
<p>Edv – Gv<br />
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