<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	>
<channel>
	<title>Commenti a: Nuovo cinema paraculo: &#8220;Buongiorno, nonsense&#8221;</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/2003/09/15/nuovo-cinema-paraculo-buongiorno-nonsense/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/09/15/nuovo-cinema-paraculo-buongiorno-nonsense/</link>
	<description>versione 2.0</description>
	<pubDate>Sat, 05 Jul 2008 21:27:32 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.5.1</generator>
	<xhtml:meta xmlns:xhtml="http://www.w3.org/1999/xhtml" name="robots" content="noindex" />
	<item>
		<title>Di: Raul Montanari</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/09/15/nuovo-cinema-paraculo-buongiorno-nonsense/#comment-681</link>
		<dc:creator>Raul Montanari</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=121#comment-681</guid>
		<description>Costernata, sopraffatta, pressoché rintronata dopo una giornata intera di geremiadi intonate da Vincenzo Mollica con un tono scandalizzato che non ritenevamo nemmeno fosse nelle sue corde, una persona di nazionalità non italiana si è voltata verso di me, alle nove di sera del day after, e mi ha detto: "Scusa, ho capito che il festival di Venezia non l'ha vinto quel film lì. Ma allora, chi l'ha vinto?".</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Costernata, sopraffatta, pressoché rintronata dopo una giornata intera di geremiadi intonate da Vincenzo Mollica con un tono scandalizzato che non ritenevamo nemmeno fosse nelle sue corde, una persona di nazionalità non italiana si è voltata verso di me, alle nove di sera del day after, e mi ha detto: &#8220;Scusa, ho capito che il festival di Venezia non l&#8217;ha vinto quel film lì. Ma allora, chi l&#8217;ha vinto?&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: cristiano de majo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/09/15/nuovo-cinema-paraculo-buongiorno-nonsense/#comment-682</link>
		<dc:creator>cristiano de majo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=121#comment-682</guid>
		<description>Se concordavo perfettamente su quello che dicevi a proposito de La meglio gioventù, qui mi ritrovo veramente lontano.
Nel film di Bellocchio ho apprezzato, anzi, proprio il tentativo di andare al di là di quello che la committenza aveva commissionato (di andare al di là cioè di una ricostruzione bollita e ribollita dell'evento storico, cosa che, invece fa il pessimo film di Ferrara). 
Il tentativo è più che riuscito direi. "Buongiorno, notte" è un film che va al di là del caso Moro e ci proietta nel nucleo dello scontro generazionale di quegli anni (una normalissima casa di semi-periferia). Non azzarda nessuna ricostruzione, né esprime opinioni, rappresenta semplicemente la violenza e l'inesorabilità del parricidio, e in questo, consentimi, è un film attualissimo.
Del resto anche il Libra di DeLillo, che tu citi tra le righe, è fondamentalmente  un libro che va al di là del caso Oswald e non credo lo si possa avvicinare agli intenti docudrammatici di Stone. DeLillo, come Bellocchio, parte dall'evento storico per parlarci di quegli anni e di quell'America, di un "figlio" di quell'America, di una "mela marcia".
E poi, Christian, lascia stare quel rincoglionito di Pirani, in quell'articolo parte da presupposti sbagliati, presupposti di analisi storiografica che sono assolutamente spropositati.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Se concordavo perfettamente su quello che dicevi a proposito de La meglio gioventù, qui mi ritrovo veramente lontano.<br />
Nel film di Bellocchio ho apprezzato, anzi, proprio il tentativo di andare al di là di quello che la committenza aveva commissionato (di andare al di là cioè di una ricostruzione bollita e ribollita dell&#8217;evento storico, cosa che, invece fa il pessimo film di Ferrara).<br />
Il tentativo è più che riuscito direi. &#8220;Buongiorno, notte&#8221; è un film che va al di là del caso Moro e ci proietta nel nucleo dello scontro generazionale di quegli anni (una normalissima casa di semi-periferia). Non azzarda nessuna ricostruzione, né esprime opinioni, rappresenta semplicemente la violenza e l&#8217;inesorabilità del parricidio, e in questo, consentimi, è un film attualissimo.<br />
Del resto anche il Libra di DeLillo, che tu citi tra le righe, è fondamentalmente  un libro che va al di là del caso Oswald e non credo lo si possa avvicinare agli intenti docudrammatici di Stone. DeLillo, come Bellocchio, parte dall&#8217;evento storico per parlarci di quegli anni e di quell&#8217;America, di un &#8220;figlio&#8221; di quell&#8217;America, di una &#8220;mela marcia&#8221;.<br />
E poi, Christian, lascia stare quel rincoglionito di Pirani, in quell&#8217;articolo parte da presupposti sbagliati, presupposti di analisi storiografica che sono assolutamente spropositati.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: donato</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/09/15/nuovo-cinema-paraculo-buongiorno-nonsense/#comment-683</link>
		<dc:creator>donato</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=121#comment-683</guid>
		<description>Ciao Christian, leggo con molto interesse i tuoi dialoghi "dove sono andate le cose" e mi sono piaciute anche le tue altre recensioni su nazione indiana...ma credo che per il film di Bellocchio, tu non abbia centrato affatto lo scopo che si proponeva l'autore, perciò concordo con quello che ha scritto cristiano di majo e ti mando anche una cosa che ho appena finito di scrivere sul film

byezz

Sull'impossibilità di uccidire i padri...
Buongiorno, notte di Marco Bellocchio

Come ogni buon romanziere o grande artista che arrivato a un certo punto della sua carriera sente che è anche possibile accettare dei lavori su commissione, così Bellocchio ha accettato la sfida di fare un film sul buco nero della storia italiana degli ultimi cinquant'anni, sul punto d'accumulazione di tutte le tensioni e i conflitti che scoppiati nell'immediato dopoguerra sono arrivati esplodere-implodere il 10 maggio'78 (sempre i fatidici maggi) nel cofano di una Renault.
Al pari di un pittore rinascimentale, Bellocchio ha preso un tema e l'ha depurato di tutto ciò che non poteva avere a che fare con la tela. Si intuisce dalla prima inquadratura: un appartamento al buio che viene descritto e nonostante vengano aperte finestre e persiane, nonostante si cerchi di illuminarlo, i chiaro-scuri avvolgono i personaggi. Questo è un preciso patto con lo spettatore, una dichiarazione d'intenti, si entra in un film dove nulla è sicuro e tutto è lasciato alle empatie disancorate di senso.
Il caso Moro è un argomento forte, da cinema civile. La Rai avrà pensato al film autoriale sul dramma storico del paese, ma fin dall'inizio Bellocchio mostra di non interessarsi tanto alle vicende già sentite, già dette, già viste. Per inciso Bellocchio è un regista che in quegli anni con il suo cinema era in prima linea nell'ondata di protesta che accendeva il conflitto sociale. Al di là del magnifico esordio dei "Pugni in tasca", film come "Nel nome del padre", "Sbatti il mostro in prima pagina", "Marcia trionfale", "La cina è vicina" erano attacchi alle istituzioni chiave della società: famiglia, religione, potere dell'informazione, partiti politici, istituzioni militari... E un importanza storica riveste "Matti da slegare", girato con Silvano Agosti, documentario che mostrò per la prima volta la cruda realtà dei manicomi e guidò all'approvazione della legge Basaglia. ( E il regista non esiterà a scivolare con la macchina da presa dal dibattito televisivo sulla legge alla condanna a morte di Moro).
Bellocchio ha dichiarato fin dall'inizio di non perseguire una verità storica, di non sentire il bisogno di esprimere la realtà dei fatti e acquisavano un aura di insulso ridicolo i commentatori che in seconda battuta s'affrettavano a sentenziare:"solo in questo modo si potrà arrivare alla verità su ciò che è realmente accaduto ad Aldo Moro". La furbizia con il quale il regista ha condotto l'operazione "Buongiorno, notte", ricorda in un certo senso il Bertolucci che dopo l'Ultimo tango si fece finanziare "Novecento" dai produttori americani. Era una gioia per il regista parmense pensare di girare col capitale americano un film sfegatatamente marxista. E penso che alla fine della proiezione ufficiale Bellocchio abbia sorriso ( il sorriso di mia madre...l'Ora di religione, altra ispirazione ripiegata su di sè) pensando al suo film sui padri ( e forse scrivere padri con la maiuscola renderebbe più giustizia al termine per come lo esprime Bellocchio) finanziato per restituire la verità storica sulla vicenda dello statista democristiano.
Aldo Moro, i brigatisti, il rapimento sono il puro pretesto per costruire un atmosfera in un appartamento. Aldo Moro è un padre, un nonno, ne viene quasi esautorata la carica politica, gli avvenimenti dei cinquantacinque giorni entrano nella stanza per creare tensione, per creare situazioni, ma i veri oggetti colmi di significante dell'appartamento sono i tre passaggi: il buco nascosto dalla libreria che comunica con la cella, lo spioncino e la porta dietro il quale è tenuto il prigioniero.
Non a caso l'inizio del film è dedicato alla certosina costruzione di questo nascondiglio dentro il quale verrà riversato il contenuto di un vaso di Pandora che di lì a poco inizierà a far gravitare tutto su di sè. I movimenti che prendono vita non sono innescati dalla persona che sta all'interno dell'intercapedine, ma sono procurati dalla parte che quella cella occupa nell'inconscio dei quattro 'soldati' brigatisti. C'è un buco, un vuoto attorno al quale gravita tutto l'inconscio e i brigatisti hanno riempito quella casella vuota non sapendo ciò che questo procurerà, non solo a loro, ma a un intero paese. Mariano, Chiara, Ernesto a tappe entrano nel buco, spiano, Mariano parla col prigioniero e senza accorgersene si confronta con una parte di sè che sta rinnegando. Mariano dirà "Voi credete al paradiso, la morte non vi fa paura, figurati che da piccolo avevo fretta di morire per vedere com'era il paradiso", in due righe di dialogo il duro Mariano ammette di essere stato cattolico, di provenire dalla radice culturale di Moro, ma la rifiuta, per lui quelle cose suonano come uno scherzo. Salvo poi sentirsi dire da Moro in un discorso sempre sulla morte e le idee, sulla forza che proviene dall'essere disposti a immolarsi per le proprie idee, che "In fondo anche la vostra è una religione..". A volte senza saperlo i brigatisti riversano nel loro comunismo l'indole di un cattolicesimo, che anche se rifiutato, non manca mai di produrre effetti. In un profondo scavo il comunismo proprio dell'immaginario dei quattro ragazzi, quello delle parate sovietiche, delle panchine di Lenin, dell'effigie di Stalin è venato di sentimenti cristiani. Loro si eleggono guerriglieri dell'ideologia, dicono di essere disposti a morire per il comunismo e Moro gli fa notare che anche i cristiani hanno avuto dei martiri, hanno avuto le loro crociate, loro accusano la democrazia cristina come partito e vogliono processarne il simbolo, e Moro dice che " la democrazia cristiana è votata dagli impiegati, dagli operai (...) dalle persone che vogliono vivere in pace, modestamente". I brigatisti lottano per l'ideologia senza rendersi conto che la loro è una disperata lotta intrapresa con la passione e i modi che gli hanno insegnato da piccoli in chiesa, il comunismo che immaginano non è altro che il paradiso, e invece di aspettare la morte per vederlo, loro vogliono accorciare il lasso temporale e crearlo per quanto possibile sulla terra.
L'uomo incanutito, non è più Aldo Moro, è il Das Ding, ciò che Freud ha definito come "la Cosa" al centro dell'inconscio, nell'appartamento è inscenato il trauma di una generazione che nel cercare la rivoluzione ha tentato di uccidere i Padri. Il regista traccia le coordinate dell'animo che portò a certe decisioni e, paradossalmente, il film si divincola dalla contestualizzazione esplicita del '78 per astrarsi a un livello simbolico che ne fa un potente opera tragica.
Quando Chiara ha i suoi contatti col mondo esterno, quando la televisione in costante sottofondo mostra le immagini del primo trash televisivo s'innesca da parte dei sequestratori un meccanismo delirante attraverso il quale il sintomo diventa prospettiva metonimica della realtà. Una stella rossa a cinque punte disegnata nell'ascensore dell'ufficio dove lavora Chiara ha più valore rispetto al comizio di Luciano Lama o una notizia letta sui quotidiani e non ci si avvede dell'italia volgare e caciarona delle Carrà che sta nascendo davanti ai loro occhi (anche se è difficile fargliene una colpa, pochi in quel periodo avevano realmente capito il potere che quella televisione avrebbe esercitato). Il principio di realtà viene completamente risucchiato dal perseguimento dell'ideologia, la tragedia arriva dallo scontro tra la manifestazione della volontà di potenza e l'oggetto verso cui è rivolta tale azione. Nella perdita di contatto con la realtà o lottando proprio su un piano di realtà, di sopraffazione reciproca per la conquista del potere Mariano pronuncia discorsi dottrinali che sono speculari a quelli usati dall'avversario per annientarli. Bellocchio mette negli scatti di Ernesto, che cerca di discutere degli avvenimenti e vuole rivedere la sua ragazza, e del brigatista che cura ossessivamente dei canarini in gabbia, quasi metafora dell'inutile tentativo di non far aprire quel buco nero dell'inconscio, l'apparente controllo della tempesta emotiva che si sta scatenando, mentre con Chiara decide di far reagire lo stato di crisi attraverso il personaggio dell'amico bibliotecario, che di lì a poco riesce grazie a una certa distanza, a un Aleph dello sguardo ad articolare una lucida analisi. Da una sua sceneggiatura "Buongiorno, notte", che all'inizio Mariano ha anche ritrovato nelle borse di Moro e che ha fatto bruciare, che Chiara leggerà e che diventerà proprio il film di Bellocchio s'avvia una discussione sull'inutilità della lotta condotta con gli stessi sistemi di chi si vuole combattere e sul potere dell'immaginazione.
Nella sceneggiatura (nel film) Moro esce dalla prigione, dall'appartamento e s'avvia solo, avvolto in un cappotto verso il palazzo dell'Eur . Nell'immaginazione il padre viene riconosciuto e liberato, chi ha la capacità di pensare s'accorge che il problema non è nelle autorità al potere, ma nelle contraddizioni, nei soprusi che ogni sistema di potere invariabilmente genera. Al grido di Chiara, "Ma quella è l'immaginazione non è la realtà", viene risposto,"Ma cosa credi che l'immaginazione non sia una forma di realtà". Il ragazzo piuttosto che il proletariato al potere, vorrebbe l'immaginazione al potere, e nel film non si sa come, nè perchè sarà arrestato, pagherà per aver osato immaginare?
Ma cos'è Aldo Moro in quel cubicolo? Aldo Moro è l'etica. L'etica più profonda e radicata nella nostra società, l'etica della religione cattolica. Moro è il simbolo del nostro modo di pensare, di manifestare i sentimenti, di creare gerarchie di valori che non possiamo scollarci di dosso, perchè è quello dei Padri. O meglio quel "Nel nome del padre"( altro titolo di un film di Bellocchio, già citato), che è pressocchè impossibile dimenticare. Con "Buongiorno, notte", Bellocchio finge di fare un film sul caso Moro, e invece crea un opera sull'impossibiltà di uccidere i padri.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao Christian, leggo con molto interesse i tuoi dialoghi &#8220;dove sono andate le cose&#8221; e mi sono piaciute anche le tue altre recensioni su nazione indiana&#8230;ma credo che per il film di Bellocchio, tu non abbia centrato affatto lo scopo che si proponeva l&#8217;autore, perciò concordo con quello che ha scritto cristiano di majo e ti mando anche una cosa che ho appena finito di scrivere sul film</p>
<p>byezz</p>
<p>Sull&#8217;impossibilità di uccidire i padri&#8230;<br />
Buongiorno, notte di Marco Bellocchio</p>
<p>Come ogni buon romanziere o grande artista che arrivato a un certo punto della sua carriera sente che è anche possibile accettare dei lavori su commissione, così Bellocchio ha accettato la sfida di fare un film sul buco nero della storia italiana degli ultimi cinquant&#8217;anni, sul punto d&#8217;accumulazione di tutte le tensioni e i conflitti che scoppiati nell&#8217;immediato dopoguerra sono arrivati esplodere-implodere il 10 maggio&#8217;78 (sempre i fatidici maggi) nel cofano di una Renault.<br />
Al pari di un pittore rinascimentale, Bellocchio ha preso un tema e l&#8217;ha depurato di tutto ciò che non poteva avere a che fare con la tela. Si intuisce dalla prima inquadratura: un appartamento al buio che viene descritto e nonostante vengano aperte finestre e persiane, nonostante si cerchi di illuminarlo, i chiaro-scuri avvolgono i personaggi. Questo è un preciso patto con lo spettatore, una dichiarazione d&#8217;intenti, si entra in un film dove nulla è sicuro e tutto è lasciato alle empatie disancorate di senso.<br />
Il caso Moro è un argomento forte, da cinema civile. La Rai avrà pensato al film autoriale sul dramma storico del paese, ma fin dall&#8217;inizio Bellocchio mostra di non interessarsi tanto alle vicende già sentite, già dette, già viste. Per inciso Bellocchio è un regista che in quegli anni con il suo cinema era in prima linea nell&#8217;ondata di protesta che accendeva il conflitto sociale. Al di là del magnifico esordio dei &#8220;Pugni in tasca&#8221;, film come &#8220;Nel nome del padre&#8221;, &#8220;Sbatti il mostro in prima pagina&#8221;, &#8220;Marcia trionfale&#8221;, &#8220;La cina è vicina&#8221; erano attacchi alle istituzioni chiave della società: famiglia, religione, potere dell&#8217;informazione, partiti politici, istituzioni militari&#8230; E un importanza storica riveste &#8220;Matti da slegare&#8221;, girato con Silvano Agosti, documentario che mostrò per la prima volta la cruda realtà dei manicomi e guidò all&#8217;approvazione della legge Basaglia. ( E il regista non esiterà a scivolare con la macchina da presa dal dibattito televisivo sulla legge alla condanna a morte di Moro).<br />
Bellocchio ha dichiarato fin dall&#8217;inizio di non perseguire una verità storica, di non sentire il bisogno di esprimere la realtà dei fatti e acquisavano un aura di insulso ridicolo i commentatori che in seconda battuta s&#8217;affrettavano a sentenziare:&#8221;solo in questo modo si potrà arrivare alla verità su ciò che è realmente accaduto ad Aldo Moro&#8221;. La furbizia con il quale il regista ha condotto l&#8217;operazione &#8220;Buongiorno, notte&#8221;, ricorda in un certo senso il Bertolucci che dopo l&#8217;Ultimo tango si fece finanziare &#8220;Novecento&#8221; dai produttori americani. Era una gioia per il regista parmense pensare di girare col capitale americano un film sfegatatamente marxista. E penso che alla fine della proiezione ufficiale Bellocchio abbia sorriso ( il sorriso di mia madre&#8230;l&#8217;Ora di religione, altra ispirazione ripiegata su di sè) pensando al suo film sui padri ( e forse scrivere padri con la maiuscola renderebbe più giustizia al termine per come lo esprime Bellocchio) finanziato per restituire la verità storica sulla vicenda dello statista democristiano.<br />
Aldo Moro, i brigatisti, il rapimento sono il puro pretesto per costruire un atmosfera in un appartamento. Aldo Moro è un padre, un nonno, ne viene quasi esautorata la carica politica, gli avvenimenti dei cinquantacinque giorni entrano nella stanza per creare tensione, per creare situazioni, ma i veri oggetti colmi di significante dell&#8217;appartamento sono i tre passaggi: il buco nascosto dalla libreria che comunica con la cella, lo spioncino e la porta dietro il quale è tenuto il prigioniero.<br />
Non a caso l&#8217;inizio del film è dedicato alla certosina costruzione di questo nascondiglio dentro il quale verrà riversato il contenuto di un vaso di Pandora che di lì a poco inizierà a far gravitare tutto su di sè. I movimenti che prendono vita non sono innescati dalla persona che sta all&#8217;interno dell&#8217;intercapedine, ma sono procurati dalla parte che quella cella occupa nell&#8217;inconscio dei quattro &#8217;soldati&#8217; brigatisti. C&#8217;è un buco, un vuoto attorno al quale gravita tutto l&#8217;inconscio e i brigatisti hanno riempito quella casella vuota non sapendo ciò che questo procurerà, non solo a loro, ma a un intero paese. Mariano, Chiara, Ernesto a tappe entrano nel buco, spiano, Mariano parla col prigioniero e senza accorgersene si confronta con una parte di sè che sta rinnegando. Mariano dirà &#8220;Voi credete al paradiso, la morte non vi fa paura, figurati che da piccolo avevo fretta di morire per vedere com&#8217;era il paradiso&#8221;, in due righe di dialogo il duro Mariano ammette di essere stato cattolico, di provenire dalla radice culturale di Moro, ma la rifiuta, per lui quelle cose suonano come uno scherzo. Salvo poi sentirsi dire da Moro in un discorso sempre sulla morte e le idee, sulla forza che proviene dall&#8217;essere disposti a immolarsi per le proprie idee, che &#8220;In fondo anche la vostra è una religione..&#8221;. A volte senza saperlo i brigatisti riversano nel loro comunismo l&#8217;indole di un cattolicesimo, che anche se rifiutato, non manca mai di produrre effetti. In un profondo scavo il comunismo proprio dell&#8217;immaginario dei quattro ragazzi, quello delle parate sovietiche, delle panchine di Lenin, dell&#8217;effigie di Stalin è venato di sentimenti cristiani. Loro si eleggono guerriglieri dell&#8217;ideologia, dicono di essere disposti a morire per il comunismo e Moro gli fa notare che anche i cristiani hanno avuto dei martiri, hanno avuto le loro crociate, loro accusano la democrazia cristina come partito e vogliono processarne il simbolo, e Moro dice che &#8221; la democrazia cristiana è votata dagli impiegati, dagli operai (&#8230;) dalle persone che vogliono vivere in pace, modestamente&#8221;. I brigatisti lottano per l&#8217;ideologia senza rendersi conto che la loro è una disperata lotta intrapresa con la passione e i modi che gli hanno insegnato da piccoli in chiesa, il comunismo che immaginano non è altro che il paradiso, e invece di aspettare la morte per vederlo, loro vogliono accorciare il lasso temporale e crearlo per quanto possibile sulla terra.<br />
L&#8217;uomo incanutito, non è più Aldo Moro, è il Das Ding, ciò che Freud ha definito come &#8220;la Cosa&#8221; al centro dell&#8217;inconscio, nell&#8217;appartamento è inscenato il trauma di una generazione che nel cercare la rivoluzione ha tentato di uccidere i Padri. Il regista traccia le coordinate dell&#8217;animo che portò a certe decisioni e, paradossalmente, il film si divincola dalla contestualizzazione esplicita del &#8216;78 per astrarsi a un livello simbolico che ne fa un potente opera tragica.<br />
Quando Chiara ha i suoi contatti col mondo esterno, quando la televisione in costante sottofondo mostra le immagini del primo trash televisivo s&#8217;innesca da parte dei sequestratori un meccanismo delirante attraverso il quale il sintomo diventa prospettiva metonimica della realtà. Una stella rossa a cinque punte disegnata nell&#8217;ascensore dell&#8217;ufficio dove lavora Chiara ha più valore rispetto al comizio di Luciano Lama o una notizia letta sui quotidiani e non ci si avvede dell&#8217;italia volgare e caciarona delle Carrà che sta nascendo davanti ai loro occhi (anche se è difficile fargliene una colpa, pochi in quel periodo avevano realmente capito il potere che quella televisione avrebbe esercitato). Il principio di realtà viene completamente risucchiato dal perseguimento dell&#8217;ideologia, la tragedia arriva dallo scontro tra la manifestazione della volontà di potenza e l&#8217;oggetto verso cui è rivolta tale azione. Nella perdita di contatto con la realtà o lottando proprio su un piano di realtà, di sopraffazione reciproca per la conquista del potere Mariano pronuncia discorsi dottrinali che sono speculari a quelli usati dall&#8217;avversario per annientarli. Bellocchio mette negli scatti di Ernesto, che cerca di discutere degli avvenimenti e vuole rivedere la sua ragazza, e del brigatista che cura ossessivamente dei canarini in gabbia, quasi metafora dell&#8217;inutile tentativo di non far aprire quel buco nero dell&#8217;inconscio, l&#8217;apparente controllo della tempesta emotiva che si sta scatenando, mentre con Chiara decide di far reagire lo stato di crisi attraverso il personaggio dell&#8217;amico bibliotecario, che di lì a poco riesce grazie a una certa distanza, a un Aleph dello sguardo ad articolare una lucida analisi. Da una sua sceneggiatura &#8220;Buongiorno, notte&#8221;, che all&#8217;inizio Mariano ha anche ritrovato nelle borse di Moro e che ha fatto bruciare, che Chiara leggerà e che diventerà proprio il film di Bellocchio s&#8217;avvia una discussione sull&#8217;inutilità della lotta condotta con gli stessi sistemi di chi si vuole combattere e sul potere dell&#8217;immaginazione.<br />
Nella sceneggiatura (nel film) Moro esce dalla prigione, dall&#8217;appartamento e s&#8217;avvia solo, avvolto in un cappotto verso il palazzo dell&#8217;Eur . Nell&#8217;immaginazione il padre viene riconosciuto e liberato, chi ha la capacità di pensare s&#8217;accorge che il problema non è nelle autorità al potere, ma nelle contraddizioni, nei soprusi che ogni sistema di potere invariabilmente genera. Al grido di Chiara, &#8220;Ma quella è l&#8217;immaginazione non è la realtà&#8221;, viene risposto,&#8221;Ma cosa credi che l&#8217;immaginazione non sia una forma di realtà&#8221;. Il ragazzo piuttosto che il proletariato al potere, vorrebbe l&#8217;immaginazione al potere, e nel film non si sa come, nè perchè sarà arrestato, pagherà per aver osato immaginare?<br />
Ma cos&#8217;è Aldo Moro in quel cubicolo? Aldo Moro è l&#8217;etica. L&#8217;etica più profonda e radicata nella nostra società, l&#8217;etica della religione cattolica. Moro è il simbolo del nostro modo di pensare, di manifestare i sentimenti, di creare gerarchie di valori che non possiamo scollarci di dosso, perchè è quello dei Padri. O meglio quel &#8220;Nel nome del padre&#8221;( altro titolo di un film di Bellocchio, già citato), che è pressocchè impossibile dimenticare. Con &#8220;Buongiorno, notte&#8221;, Bellocchio finge di fare un film sul caso Moro, e invece crea un opera sull&#8217;impossibiltà di uccidere i padri.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: dahlgren</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/09/15/nuovo-cinema-paraculo-buongiorno-nonsense/#comment-684</link>
		<dc:creator>dahlgren</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=121#comment-684</guid>
		<description>mumble... il linguaggio che utilizza mi spiace assai... però è curioso il riferimento al "nome della rosa". come fa a rintracciarvi un legame agli anni settanta? si, va bene, i semplici travolti dal desiderio di purezza possono essere accostati ai "compagni che sbagliano", ma questa lettura politica imo fa torto al libro, che parte proprio reclamando la libertà dello scrittore dall'attualità. 
</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>mumble&#8230; il linguaggio che utilizza mi spiace assai&#8230; però è curioso il riferimento al &#8220;nome della rosa&#8221;. come fa a rintracciarvi un legame agli anni settanta? si, va bene, i semplici travolti dal desiderio di purezza possono essere accostati ai &#8220;compagni che sbagliano&#8221;, ma questa lettura politica imo fa torto al libro, che parte proprio reclamando la libertà dello scrittore dall&#8217;attualità.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>

<!-- Dynamic Page Served (once) in 0.353 seconds -->
