di Tiziano Scarpa
Nel racconto di fantascienza intitolato Scrittori e bloggers pubblicato qualche giorno fa su Nazione Indiana, Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio immaginano un universo parallelo dove gli “Scrittori” gestiscono tirannici siti informatici. In questi siti, una casta inferiore denominata “blogger” è confinata a intervenire nelle finestre dei commenti. Chi pensava che oggi in Italia esistessero decine di migliaia di blog, chi credeva che chiunque potesse aprire un blog per scriverci dentro (in home page, non solo nelle finestrelle) ciò che vuole come gli pare e piace, leggendo la fiction di De Vivo e Virgilio prova una buffa sensazione di stupore e straniamento.
1. ETIMOLOGIA E SIGNIFICATO
Il racconto di De Vivo e Virgilio inizia con una definizione definitiva di ciò che è comunità. È la prima invenzione totalitaria della loro fiction. Non perché l’etimologia di munus sia errata. No. Il grave errore concettuale consiste nel fatto che l’etimologia viene confusa con il significato. Ciò che la parola significava un tempo, in tutt’altro ambiente, in una società infinitamente diversa dalla nostra, nella finzione di De Vivo e Virgilio diventa ciò che dovrebbe essere per forza, oggi e in futuro, la “comunità”, il nostro modo di stare insieme ora e per sempre.
Che succederebbe se le cose stessero come De Vivo e Virgilio vogliono farci credere? Che cosa significherebbero le parole, se coincidessero con i loro etimi? Di cosa parleremmo se le lingue avessero bloccato una volta per tutte l’evoluzione dei significati? La parola testa significherebbe ancora “guscio di tartaruga”; il divano sarebbe un “consiglio di stato”; e il matrimonio indicherebbe una faccenda che riguarda innanzitutto la “madre” e non già la coppia di sposi. Giocare con gli etimi (per spacciare ideologia) fa molto chic, innesca la possibilità di ricamare tutta una serie di paralogismi pseudofilosofici: la “comunità”, gli “immuni”… Deduzioni e ragionamenti che potrebbero risultare anche spiritosi, se non fossero terrificanti, perché totalitari. A differenza di De Vivo e Virgilio, io so che le parole sono vive: le parole tendono a oltrepassare se stesse, si sporgono lentamente ma inesorabilmente verso significati ancora inediti, e non accetterò mai che un giochetto etimologico le congeli in un dover-significare dato una volta per tutte.
2. LA CERTEZZA DELLA VERITÀ
Un’altra invenzione che ho trovato divertente è questa: “La VERITÀ, non esiste, certo”. Mi ha divertito la disinvoltura con cui questa asserzione viene data per scontata. Quel “certo” così sicuro di sé, messo giù appena dopo aver detto che la verità non esiste… Le abbiamo già viste mille volte queste goffaggini: il fondamentalismo degli anti-fondamentalisti… l’autocontraddizione di chi incappa nel solito paradosso: ‘la verità è che non esiste la verità’… Eppure è una gag che funziona sempre! Fa sempre ridere veder scivolare sulle bucce di banana.
3. LA MACCHINA DEL TEMPO DISTRUTTRICE
L’ascolto dell’altro, in chiunque scrive, consiste innanzitutto nell’ascoltare il linguaggio. Il linguaggio contiene già l’altro: chiunque abbia appena un po’ di consapevolezza della scrittura ne ha fatto esperienza, e queste prediche saputelle sulla disposizione ad ascoltare gli altri mi fanno ribrezzo. Soprattutto da chi ha appena sancito che qualsiasi blog, per la sua stessa struttura, non può portare a niente di buono, e che dunque non vale la pena ascoltarlo. Capito? Vorrei sottolineare questo punto. De Vivo e Virgilio ci vengono a dire che si sono “fatti l’idea” che qualsiasi blog non potrà mai portare niente di buono. Quindi smettiamola tutti con queste inutili perdite di tempo. Chiudiamo tutti i blog. Non abbiamo nulla da dire, né da dare, a De Vivo e Virgilio. Fermiamo tutto, e ripresentiamoci soltanto quando avremo realizzato la “comunità a venire”. Vietiamo il presente. Saliamo nella macchina del tempo, traslochiamo tutti nel futuro. Adesso, in home page o nella finestra dei commenti, stiamo scrivendo irrimediabilmente un blog, quindi loro due non ci ascolteranno. Non siamo niente per loro. Ci hanno aboliti in partenza. Tutte le decine di migliaia di blog esistenti in Italia non possono offrire niente che a loro interessi.
4. LA MOSCA BIANCA
Uno dei protagonisti della fiction di De Vivo e Virgilio è il blog Nazione Indiana. In esso, secondo i nostri due autori, “sono possibili finzioni, travestimenti, anonimato”. Nel resto della rete, o web, o internet che dir si voglia, come tutti sanno, invece, ciò non è possibile…
5. GLI PSEUDONIMI SFIATATI
In Nazione Indiana, soprattutto Carla Benedetti ha già riflettuto a fondo sul fatto che gli pseudonimi indeboliscono la forza del discorso, lo deresponsabilizzano. De Vivo e Virgilio evidentemente non hanno seguito quel dibattito. E hanno fatto bene, perché in Nazione Indiana, in quanto blog, secondo il loro ragionamento non può esserci niente che preluda alla loro “comunità a venire”, quindi a loro non interessa quello che c’è scritto qui dentro…
6. ARGOMENTI E NO
Secondo De Vivo e Virgilio, se in un blog “intervenisse un Grande Scrittore, la sua voce avrebbe lo stesso tono rispetto a quella di Pincopallino e così gli argomenti che il Grande Scrittore porterebbe, ove fossero discussi, avrebbero la stessa mancanza di autorità di quelli della signora Vattelapesca. In un blog tutte le vacche sono grigie. ” Ma che fesseria è mai questa? Se sono buoni argomenti, gli argomenti del grande scrittore o della signora Vattelapesca o di Pinco Pallino sono buoni argomenti e basta. Se poi De Vivo e Virgilio non sanno distinguere un argomento autorevole da uno mediocre solo perché tutti e due sono pubblicati democraticamente nello stesso posto, peggio per loro. La volontà appiattente, totalitaria (tutti i blog sono sbagliati… tutti gli argomenti discussi nei blog sono senza autorità… tutte le vacche sono grigie…) di De Vivo e Virgilio fa virare le loro spiritosaggini nella classica utopia negativa da incubo, dove i dittatori dettano i significati ultimi delle parole, ci tagliano via in partenza ogni possibilità che loro ritengono “sbagliata” avendo già compreso per tutti noi ciò che è bene e ciò che male: naturalmente i dittatori lo fanno per il nostro meglio…
7. ERROR 404
De Vivo e Virgilio rimproverano agli scrittori di difendere il loro interesse corporativo. Che sito hanno visitato? In Nazione Indiana scrivono registi di teatro e di cinema, scienziati, romanzieri, poeti, critici, studiosi, editori, gente che pubblica libri e gente che non ne ha mai pubblicato uno. Che cos’è uno “Scrittore”, nella fiction di De Vivo e Virgilio? Un romanziere? Un intellettuale? Un critico? Uno studioso? Un poeta? Chi pubblica i suoi testi in home page?
8. ENTIA NON SUNT MULTIPLICANDA
Ma la vera finzione fondamentale di De Vivo e Virgilio, è quella di separare scrittori e blogger. Come se oggi non fosse possibile a tutti aprire un blog. Che separazione artificiale è mai questa?
Nazione Indiana è uno delle migliaia di blog esistenti. È anche uno dei non molti blog collettivi che ci sono in giro. Se dentro vengono pubblicate cose buone o no, lo giudicherà chi ha voglia di leggerle. Noi non abbiamo un counter, che sarebbe quell’aggeggino che conta quanti visitatori entrano nel sito: non lo vogliamo, perché quelle sì sono logiche da società dell’immagine. Non ci interessa contare la nostra audience.
9. CREDERE IN CIÒ CHE SI FA
Secondo De Vivo e Virgilio, in Nazione Indiana gli scrittori decidono di intervenire per “difendere la propria immagine”. De Vivo e Virgilio si dimenticano che gli interventi di Nazione Indiana sono innanzitutto i pezzi che pubblichiamo in home page. Dico innanzitutto non perché li ritenga migliori delle riflessioni che appaiono nelle finestre di commento. Ma semplicemente perché gli interventi in home page sono quelli che generalmente ci costano più tempo: tempo di studio, riflessione e scrittura. Se poi qualcuno a volte sostiene una falsità o un’inesattezza nella finestra dei commenti, ribattere alle falsità e alle inesattezze è un atto d’amore per la verità. Ma De Vivo e Virgilio leggono tutto in termine di immagine. Evidentemente non riescono a pensare che al mondo ci sia qualcuno che crede in ciò che fa, e che quindi ci tenga a difendere ciò che fa: per loro è tutto “immagine”.
10. MARGARITAS AD PORCOS
La fiction di De Vivo e Virgilio abolisce, di Nazione Indiana, tutti gli interventi in home page. Non ne tiene conto. Come se questo sito fosse fatto solo dalle finestre dei commenti, e non, anche, dagli interventi nostri e altrui che ci sforziamo di scrivere e pubblicare. I personaggi che De Vivo e Virgilio si sono inventati, e che loro chiamano “Scrittori”, impiegherebbero il loro tempo solo a difendere la propria immagine nella finestra dei commenti. Le decine e decine di interventi in home page (saggi, recensioni, articoli, racconti, poesie, appelli…) che abbiamo pubblicato in questi mesi, per un totale di parecchie centinaia di pagine, per De Vivo e Virgilio sono nulla.
11. PREDICARE MALE E RAZZOLARE PEGGIO
Poi c’è la solita scenetta populista, l’ammicco alla moltitudine, lo sparare benevolenza nel mucchio (tanto qualcuno lo si becca sempre): “Con questo non vogliamo demonizzare i bloggers. Tutt’altro. I loro interventi, nelle migliori occasioni, scorrono come un torrente impetuoso e guai a chi, anziché creare degli invasi per raccoglierne le acque, pensa di colmarne l’alveo, credendo con ciò di essersi sbarazzato del torrente.” Peccato che De Vivo e Virgilio abbiano trovato come risolvere la questione proprio rimuovendo dal loro sito qualsiasi finestra di commento libero e non censurato. In Nazione Indiana, come in qualsiasi blog, chiunque può venire qui a scrivere ciò che vuole.
12. OH COME SIAMO BRAVI
Nei brani più spassosi del loro racconto, De Vivo e Virgilio riescono anche a sbrodolarsi lodi addosso, elogiando il termine zibaldone che si sono scelti come nome del loro sito. Peccato che qualunque blog (e naturalmente anche Nazione Indiana) sia uno zibaldone: gli interventi pubblicati in home page, se letti uno dopo l’altro nel loro ordine cronologico, darebbero il senso di una libera sequenza di pensieri, riflessioni non consequenziali una rispetto all’altra, eppure complessivamente coese in un ambito di interessi comuni: uno zibaldone, appunto.
Semmai, a essere assai poco “zibaldone” è proprio il sito zibaldoni.it, che per la sua stessa formula editoriale non permette lo stratificarsi cronologico gioioso, eruttivo, anche anarchico dei temi. Zibaldoni.it è una rivista vecchio stile pubblicata in rete, con un filtro redazionale chiuso, che esce periodicamente, proprio come le riviste su carta: ripropone su un mezzo infinitamente più duttile, come il web, modalità tecnologiche e comunicative vecchie (ma non per questo sorpassate o da buttare, sia chiaro, lo dico senza la minima ironia). Zibaldoni.it perpetua in rete le vecchie gerarchie tradizionali tra autore e lettore; gerarchie che la rete ha superato. Zibaloni.it conserva alcune caratteristiche delle riviste su carta: per esempio, quella di impedire ai suoi lettori di dire la loro senza filtri, come invece accade in qualunque blog (compreso questo).
13. FARE LA MORALE CON I TAPPI NELLE ORECCHIE
Sono d’accordo con De Vivo e Virgilio: “Rimuovere una modalità di scrittura significa non fare i conti con le idee che in quella modalità di scrittura hanno trovato espressione, significa fare come gli struzzi, avere paura di quello che può essere detto (in un blog) e mettere la testa sotto la sabbia.” Giusto. Peccato per la frase successiva: “E noi non vogliamo tutto questo.” Ma sì che De Vivo e Virgilio lo vogliono, dài! In zibaldioni.it nessuno può lasciare scritto alcunché, nulla che possa venire immediatamente condiviso dalla comunità, presente o a venire che sia. Siccome De Vivo e Virgilio hanno deciso che tutti quanti noi, centinaia di migliaia di persone che scrivono in rete, siamo una non-comunità, non ci permettono di dire liberamente la nostra nel loro sito. In zibaldoni.it sì che ci sono “Scrittori”, gli Scrittori di fantascienza De Vivo e Virgilio, che hanno “paura di ciò che può essere detto”. E i lettori di zibaldoni.it? Zitti! Silenzio!
14. IL PERSONAGGIO SOTTO LO SCHIACCIASASSI DEI CARTOON
Il ritratto dello scrittore che fanno De Vivo e Virgilio è esilarante. È uno di quei personaggi che Edward M. Forster definiva piatti, bidimensionali. Poco o per nulla verosimili, non vengono mai rappresentati a tutto tondo. Sono personaggi caricaturali: eppure risultano necessari, servono a far andare avanti la trama. Senza questo personaggio bidimensionale, il racconto di De Vivo e Virgilio non starebbe in piedi. Vediamo come lo ritraggono: “Egli deve scrivere per tutti noi i suoi Libri, in cambio dei quali la società lo ripaga considerandolo appunto uno Scrittore, con uno status più o meno riconosciuto, circondandolo di onori e fama, successo e denaro”. Una specie di casta aristocratica, insomma.
Lo “Scrittore” di De Vivo e Virgilio non è una persona che ha una vocazione, una passione, non è uno che scrive fin dall’infanzia, dall’adolescenza, ogni giorno, appassionatamente. Non è uno che ha fatto una scelta di vita e ne ha affrontate tutte le conseguenze, coltivando la sua passione per decenni, fino a conquistare con enorme fatica la possibilità di pubblicare. Non è nemmeno un cittadino qualunque, lo “Scrittore” di De Vivo e Virgilio, non è uno che tutti possiamo diventare scrivendo per la prima volta qualcosa di bello e vero, a quindici o a novantacinque anni. Macché. Lo “Scrittore” di De Vivo e Virgilio è una caricatura, con tanto di sarcastica lettera maiuscola. È un alieno piovuto dal cielo, è un arciduca che è stato investito dal re…
Gli scrittori, tutti gli scrittori che conosco io, sono persone che vivono in appartamenti modesti, talvolta in catapecchie: eppure sono le persone più felici del mondo, sì, anche quando sono le più disperate, perché stanno tenendo fede alla loro vocazione. Gli scrittori, tutti gli scrittori che conosco io, sono persone che leggono gratis decine di manoscritti di sconosciuti, ai quali non debbono nulla, offrendo continuamente il “munus” (dono/incarico) di leggere la parola altrui, di ascoltarla, aiutando gli autori inediti a pubblicare, ossia a rendere pubblica e comunitaria una cosa bella, e vera…
Macché. Lo “Scrittore” di De Vivo e Virgilio è una macchietta circondata di onori e fama, successo e denaro…
15. I CASI DELLA VITA
Onori e fama, successo e denaro… “(in qualche caso)”, precisano sommessamente, fra parentesi.
In qualche caso?
Ma che razza di precisazione è? E in tutti gli altri casi? La frase di De Vivo e Virgilio si sgonfia catastroficamente da sola, con un effetto comico irresistibile. Se è solo “in qualche caso” che ciò accade, allora com’è che in tutti gli altri casi gli scrittori continuano a scrivere senza fama, senza onori, senza successo né denaro? Vuoi vedere che si tratta anche di passione, vocazione, ispirazione, gioia? Vuoi vedere che è anche una questione di arte? Forse a De Vivo e Virgilio sfugge l’esistenza di questa cosa che si chiama arte. Nel loro universo parallelo tutto è onori, fama, successo, denaro.
Sto esagerando? Allora leggete questa. È una notizia del 27 dicembre 2000:
Tiziano Sclavi, il padre di Dylan Dog, ha pubblicamente affermato, durante un’intervista rilasciata a Daniele Bertusi, di non voler più scrivere romanzi: “troppa fatica, niente soldi e niente fama”. (da www.alice.it/news/news/n20001227.htm)
Faccio notare che Tiziano Sclavi, forte del successo di Dylan Dog e della popolarità di cui gode (e quindi di un pubblico potenziale di lettori molto numeroso), avrà ricevuto dall’editore dei suoi romanzi una cifra (il cosiddetto “anticipo sui diritti d’autore”) altissima rispetto a ciò che viene dato a un normale autore di narrativa. E nonostante ciò, Sclavi ha sintetizzato queste cifre con l’espressione “niente soldi”. Checché ne pensino i due autori di fantascienza caricaturale De Vivo e Virgilio, ci sono centinaia, migliaia di scrittori che continuano a scrivere in assenza di soldi e fama, e con parecchia fatica (e tanta gioia, aggiungo io).
16. GNORRI
Tutto il pasticcio della confusione di ruoli fra “autore” e “blogger” che De Vivo e Virgilio credono di individuare, deriva da un madornale travisamento: ai due sfugge che al giorno d’oggi chiunque può aprire un blog, chiunque può essere contemporaneamente commentatore e autore: discutere con gli altri nelle finestre dei commenti dei siti altrui, o proporre un suo intervento, in home page, dentro il blog registrato a suo nome (o a suo pseudonimo, come meglio desidera…). La cosa è sfuggita a tal punto, a De Vivo e Virgilio, che lo stesso sito zibaldoni.it non tiene conto di questa importantissima democratizzazione della scrittura, e continua a proporre la formula aristocratica del “noi Scrittori De Vivo e Virgilio facciamo la rivista, voi leggete e zitti”.
17. MANDANTI CORAGGIOSI
La frase seguente mi fa ridere di meno: “Ma se neppure lo Scrittore crede in tutto questo o non ha fiducia nel futuro, allora ben vengano i bloggers terroristi, i travestiti e gli anonimi maldicenti.” È una frase farabutta. Dice: se gli scrittori non fanno quello che diciamo noi De Vivo e Virgilio, ovvero se non fondano la nuova comunità (intendendola come la intendiamo noi due), allora sputategli in faccia, fate bene! È una frase vigliacca. Da mandante codardo: il peggio che ci sia. Incita alla cattiveria e alla violenza. La giustifica. Dunque tutte le offese che vengono scritte in rete nei blog, dentro le finestre dei commenti, hanno l’approvazione di De Vivo e Virgilio. I quali non hanno il nerbo di offendere a chiare lettere, ma mandano avanti gli altri e si compiacciono che ciò accada.
Io credo talmente nel futuro da devolvere al futuro il mio presente. Tanto per dirne una, scrivo gratis su questo sito, sebbene le mie parole, sul mercato, verrebbero ricompensate con una decorosa quantità di denaro. Non sono certo l’unico. Siamo centinaia di migliaia a farlo. Ciò che offrono i blogger (tutti i blogger) alla comunità è informazione, riflessione, racconto: scrittura. Offrono lavoro gratis. Doni, incarichi. Munus, munera…
18. IL PRESENTE
Ma, alla fine, dopo aver squalificato tutti i blog della rete e aver messo in dubbio il valore di “forum, alcune mailing list, le chat, etc.”, che cosa vogliono De Vivo e Virgilio? “Quello che noi auspichiamo, pertanto, è ben altro, e consiste in un severo esame di coscienza dello scrittore moderno, che, a partire da queste considerazioni sul suo ruolo, riesca a scoprire nel blog e nelle sue modalità di scrittura, un mezzo di comunicazione letteraria aperto a tutti e nuovo, che, scavalcando ogni mediazione, raggiunga chiunque voglia parteciparvi in tutta libertà.” Forse, nel loro auspicare ossessivamente il futuro, De Vivo e Virgilio hanno tenuto gli occhi ben chiusi davanti al presente. Grazie al mezzo tecnico del blog, tutti oggi possono scrivere in rete, sia come autori di interventi in home page, sia come autori di commenti nelle finestre dei blog altrui: vale a dire, tutti possono essere scrittori e commentatori. Ciò che auspicano i due utopisti del futuro, nella realtà è presente in atto.
19. “BLOGGER”
Nell’universo parallelo di De Vivo e Virgilio, viene chiamato “blogger” solo chi posta commenti nelle finestre. I nostri due Scrittori De Vivo e Virgilio non hanno ancora capito che il blogger è, invece, chiunque tiene un blog, chiunque ha registrato un sito a sistema editoriale aperto (scusate le parafrasi petulanti, ma bisogna spiegarglielo bene), ossia tutti coloro (in Italia sono decine di migliaia) che hanno aperto un sito grazie a uno di quei sistemi editoriali offerti gratis in rete da Splinder, Clarence, Virgilio, Tiscali, ecc.
20. È LA RETE, BABY
“Finché esisterà un testo principale e in subordine una finestra di commento…” è una battuta surreale. Mi ha fatto veramente molto ridere la tecnica umoristica con cui i due autori fingono, fantascientificamente, che nei blog esista un’aristocrazia di autori che possiede il testo principale, e una casta di autori-paria che scrive nella finestra dei commenti. De Vivo e Virgilio dimenticano o fanno finta di dimenticare che, essendo possibile per tutti aprire gratis un blog in pochi minuti, senza saperne nulla di programmazione informatica, pubblicando ciò che si vuole nelle finestre principali, la discriminazione fra home page e finestra dei commenti non esiste. Chiunque può segnalare nella finestra dei commenti un intervento (suo o altrui) pubblicato nella home page di un altro blog, mettendo un link per arrivarci in un baleno e leggerlo con agio. È la rete, ragazzi: nodi, connessioni, passaggi, finestre che si aprono, gente che dialoga e che non è soltanto capace di offendere e denigrare… Succede da anni, e negli ultimi tempi è alla portata di moltissimi.
Lo so, sono cose risapute, e quel che è più grave è che mi sto ripetendo troppo.
Ma vorrei farglielo entrare bene in zucca.
Che almeno questo intervento porti un piccolo contributo alla “comunità a venire”: che almeno, in futuro, De Vivo e Virgilio sappiano di cosa stanno parlando.
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187 commenti
Grazie per l’analisi lucida e precisa che ha fatto chiarezza sulla debolezza delle argomentazioni di zibaldoni.it. E’ grazie a scrittori/bloggers/ecc.ecc. come te e tanti altri di NI oltre che di altri blog, che ci si rende conto che i vivi in mezzo ai morti viventi sono più di quanto sembri: decisamente rincuorante nel panorama di fiction attuale. Non c’è altro da aggiungere.
Caro Scarpa,
ci vorrebbe un amico… E, sulla “strana coppia”, ci voleva una sintesi. Non parole definitive, ma perlomeno chiarezza. Anche perchè sull’altro colonnino (dove personalmente ho “dato” fin troppo nel tentativo di chiarirmi e chiarire)la discussione, alla fine, è “scemata” nell’assurdo.
Dunque grazie.
con stima,
Franz
…ma secondo me un buon counter vi potrebbe servire (snobisti che non siete altro;-)
Bravo.
(ah, per chi dice che sono leccaculo/paruculo vorrei chiarire che le cose che posto le penso veramente, quindi passate pure a nuovi insulti, non so: incapace/cretino)
scusate, ma tutte queste menate sul blog lo voglio così, no io lo voglio cosà, mi sono profondamente venute a noia. A voi no ?
Credo che dietro l’articolo di Scarpa ci sia un’idea molto civile dello scrittore, che prende posizione e perde tempo per spiegare le sue ragioni. In fondo (letteralmente) lo dice anche lui che si ripete, che la cosa è un po’ noiosa, però risponde, perché è il suo modo di sentirsi impegnato.
Grazie a tutti. Sono d’accordo con Riccardo Ferrazzi. Ma quando qualcuno domanda, è cortesia rispondere. Mi pare che Nazione Indiana, con tutte le sue imperfezioni, negli ultimi mesi dedichi le sue energie soprattutto a reportage, interviste, recensioni, inchieste, racconti… e assai meno alle questioni di metablog. A volte mi chiedo se chi insiste ossessivamente su queste cose (il ruolo dello “Scrittore”…! Come beve il caffè l’intellettuale…! L’esame di coscienza dello scribacchino…! La penitenza del paroliere…! Tre avemarie e sette nelbludipintodiblù…!) non miri in realtà distoglierci da altri lavori, quelli sostanziosi d’inchiesta e di scrittura inventiva, che evidentemente non sono graditi o danno fastidio. Comunque ha ragione in pieno Ferrazzi. Per quanto mi riguarda, mi occuperò sempre di più di ciò che si può FARE con le parole scritte, e sempre meno di questioni meta-blogghistiche. Ma, ripeto, qualche giorno fa qui era stata posta una questione, e mi sembrava educato raccogliere lo spunto e rispondere. Grazie ancora
Non c’è che dire. Una bella risposta quella di Tiziano Scarpa. L’ho letto velocemente la rileggerò attentamente per cercare le mie differenze, ma la sensazione che ne ho ricavato è decisamente positiva, retoricamente efficace (nel senso più nobile della parola retorica). La mia impressione è che Enrico de Vivo e Virgilio hanno le idee confuse. O forse volevano spostare l’attenzione sul loro sito.
Ma per fare questo basta indicare l’esistenza del sito. La risposta di Scarpa oltre che ricca di riflessioni, mi sembra anche esilarante.
E adesso speriamo che si passi avanti.
Dopo un intervento come quello di Scarpa (non a caso invocavo arridatece ecc…) non so come i due e i loro scarsi (in tutti i sensi) reggipalle possano avere qualcosa da obiettare.
Esistono anche i fatti, per fortuna. Grazie, Scarpa.
SCARPA L’IMMUNE, OVVERO DELLA COMUNITA’ AVVENIRE
di Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
http://www.zibaldoni.it
1. PREMESSA
Non è facile accettare di entrare in dibattito con chi tende a fare ironia sui tuoi discorsi, con chi prima ha accolto e pubblicato le tue idee e poi le ha derise, quindi le ha accolte e pubblicate per deriderle. La categoria dell’”ironia” – lo abbiamo imparato da Carla Benedetti – è oggi l’arma preferita da chi deve ‘depotenziare’ l’interlocutore quando lo vede come un avversario. Tiziano Scarpa nel suo pezzo Il pianeta dei fantablog fa appunto dell’ironia gratuita, tentando di sminuire le nostre idee attraverso l’invenzione del discorso sui fantablog e altre “cose divertenti”. E questo non facilita chi, come noi, è convinto e certo della ‘potenza’ delle proprie idee, e perciò non accetta che esse vengano messe alla berlina da chicchessia. Cosa fare, allora? Rispondere, già lo sappiamo, servirà soltanto a innescare in NI interventi se possibile ancor più aggressivi; ma è certo che non possiamo tacere, ora che uno dei redattori di NI sembra aver rotto quella che sembrava essere una vera e propria congiura del silenzio. In effetti, il lettore deve sapere che questa discussione ha avuto origine nel luglio scorso, quando noi abbiamo sollevato sulle colonne di NI il problema del ruolo dello scrittore (anche registi, pittori e musicisti quando scrivono sono scrittori) in questa società e quello della ‘comunità avvenire’, ricevendo un’attenzione distratta e superficiale da parte di qualche redattore (Antonio Moresco, per esempio, in quell’occasione, sottovalutò e distorse le nostre tesi), ma moltissime attenzioni da parte dei lettori. Tiziano Scarpa, allora, aveva taciuto, ed anzi aveva provveduto ad oscurare le finestre di commento ai suoi pezzi per non dare adito ad alcuna discussione.
2. LEOPARDI, PENSACI TU!
L’articolo di Scarpa ha il merito, ora, di fare chiarezza sulla sua posizione relativa alle tante questioni che da alcuni mesi in qua sono state oggetto di dibattito. La nostra prima impressione è stata che Scarpa si sia deciso, non potendone più, a mettere da parte la regola del silenzio che si era imposto e a gettare le carte in tavola, quelle che ha in mano. Che delusione! Ci aspettavamo chissà quale argomentazione critica, un ragionamento fondato, un’idea che contribuisse al dibattito in corso, e invece, niente, solo un soprassalto di mal contenuto risentimento, che gli impedisce di articolare un discorso in forma compiuta, ma è sufficiente a fargli esprimere la sua acrimonia in forma smozzicata, spastica, ripetitiva, con poche parvenze di idee che si vanno spegnendo verso la fine del lungo e noioso pezzo, un vero e proprio sproloquio contro il nostro scritto dal titolo Scrittori e bloggers, apparso recentemente su NI per iniziativa di Dario Voltolini. E che cosa dice Scarpa, per cominciare? Che noi, coi nostri richiami etimologici, abbiamo perso di vista l’attualità della lingua, il significato che oggi le parole hanno, ben diverso da quello del passato. Ora, che uno scrittore di qualche grido, qual è Scarpa, non sappia che “le parole sono vive” perché hanno una lunga storia e che l’etimo non è affatto la loro parte morta, ma è ciò che le tiene in vita e costituisce il loro fascino antico (Leopardi, pensaci tu!), beh, questo ci dà molto da pensare sulla stoffa del nostro interlocutore, sulla sua, come dire, mancanza di riflessione linguistica. Ma passi. Sennonché, un’altra questione subito è posta da Scarpa, quella riguardante la comunità e il modo in cui noi la consideriamo. L’uso di aggettivi come “terrificanti” e “totalitari” riferiti ai nostri ragionamenti, ci induce a credere che Scarpa ci attribuisca l’idea di una comunità avvenire sul modello di quella staliniana, in cui la verità è quella stabilita in alto loco e tutti debbono adeguarsi. Possibile che in NI circoli ancora questo comodo equivoco? Quale idea si è fatto di noi Scarpa? È bene forse chiarire (per l’ennesima volta…) la questione. La nostra idea di comunità è talmente aperta e priva di ogni connotazione “totalitaria” e, quindi, “terrificante”, che noi, proiettando nel futuro la costruzione di essa, siamo aperti a qualsiasi contributo provenga dall’esterno, purché sia un contributo attivo e positivo, che si collochi già da ora in una dimensione comunitaria. Escludiamo dal nostro sito, per esempio, tutti coloro che vogliono farsi pubblicità, o coloro che prendono la penna in mano per ricamare intorno alla propria persona con esercizi solipsistici, che ci disgustano; escludiamo gli incapaci e i vanesi, gli arroganti e i violenti, coloro che ammiccano al “pubblico” e in genere tutti quelli che scrivono per avere un tornaconto immediato. Questo è il nostro lavoro e questa è la nostra idea di ‘comunità avvenire’, così come già da ora noi stiamo contribuendo ad edificare. Cosa c’è in tutto questo di “totalitario”? Il fatto che siamo noi a decidere? Ma certo! E se non noi, soggetti attivi della pratica letteraria, chi dovrebbe farlo? Un editore, un giornalista, un “mediatore culturale”? Noi ci assumiamo la responsabilità delle nostre scelte, mettendo nel conto la possibilità di sbagliare, ma ben sapendo che questa è la nostra sola possibilità, perduta la quale si apre la prospettiva di adeguarsi al presente, all’attuale sistema letterario che ti compra e ti vende come gli pare e piace, che, invece, noi combattiamo. Ecco, questa idea di comunità è per Scarpa un’idea totalitaria, mentre per noi è vero l’opposto, essendo le nostre scelte letterarie indirizzate contro il moderno totalitarismo, presente e operante in modo subdolo, più o meno nascosto, nelle case editrici e nelle cricche letterarie.
3. IL NOSTRO LAVORO
Quando abbiamo cominciato ad allestire la nostra rivista, abbiamo cominciato proprio col mettere insieme i cocci di una comunità bistrattata, dispersa e confusa nella comunità data dal mercato e dai mediatori. Ci scambiavamo tra amici idee, libri, testi di ogni tipo, e trovavamo che libri bellissimi non riuscivano a vedere la luce perché il mercato editoriale opponeva una ferrea resistenza a tutto quanto non concorda con i suoi fini meramente utilitaristici. Abbiamo pensato che tutto questo non era giusto, che avevamo il dovere di provare a fare qualcosa che ripristinasse la giustizia, ossia le condizioni per cui una comunità seria e responsabile di lettori e scrittori giudica i libri che legge in assoluta autonomia e decide, perciò, di conseguenza. Per fare questo, tutti capiscono che la prima cosa da fare è stata deporre la S maiuscola di Scrittore o aspirante tale, ossia quella S che ancora lega al mercato, e quindi mettere in comune con gli altri non solo il proprio lavoro, ma anche la propria capacità di dibattito, propositiva, ideale. Tutte le persone che ci contattano non hanno con noi alcun rapporto “professionale”, ma solo un rapporto amichevole ed eticamente ineccepibile. Ad ognuno, noi proponiamo di collaborare attivamente al nostro progetto, non solo con scritti, ma anche con idee. Discutiamo ogni cosa, anche le minime scelte di correzione o emendamento. Cerchiamo una solidarietà che vada al di là della letteratura, pur mantenendola come orizzonte fisso e ideale. Se proprio dobbiamo dirla tutta, non ci interessa tanto “l’aspetto letterario” di ciò che scrivono gli scrittori, ci interessa piuttosto stare a pensare e immaginare insieme ad essi un mondo diverso da questo, in cui si parla e si argomenta, e la verità, anche se a piccoli passi, è sempre raggiungibile. La forma letteraria, il genere, i discorsi teorici e, peggio ancora, tecnici, ci ammorbano e ci distaccano dalla felicità, che rincorriamo ogni momento, di poter capire qualcosa di quello che ci accade intorno grazie a ciò che scrivono gli uomini e le donne che si accompagnano a noi sul nostro stesso cammino.
Di chi “sa” scrivere, pertanto, noi ci facciamo un baffo. Per noi chi “sa” scrivere, chi “sa” qualsiasi cosa è un uomo finito, morto. Noi cerchiamo chi, come noi, “non sa” niente di quello che fa, ma ricerca incessantemente una via e il modo giusto per farlo. Abbiamo pubblicato nel primo numero un testo straordinario di Domenico Chiummiento, un semianalfabeta di Potenza, dal titolo “Il terremoto e la scienza”. Per noi in quel libro c’è più verità che in migliaia di volumi di esperti perché c’è lo sforzo di capire qualcosa scrivendo da parte di un uomo che sente la necessità, come un santo sente le stimmate, di scrivere. La “necessità di capire” non è la “necessità di esibirsi” dei bloggers e nemmeno la necessità di difendere il proprio status da parte degli Scrittori.
Ma Scarpa non può capire queste cose, perché le nostre parole egli le accoglie con “ribrezzo”, quel “ribrezzo” che un tempo si riservava agli appestati e ai lebbrosi. Per Scarpa vi è solo il presente della comunità data, dove egli sa di giocare in casa e che ora deve difendere a spada tratta.
4. IL BLOGGER, EMBLEMA POSTMODERNO
Abbiamo letto con molto interesse gli articoli (e non solo) di Carla Benedetti, che troviamo sempre molto lucidi e penetranti, e ci dispiace molto che essi non abbiano insegnato nulla a Scarpa. Eppure lui li invoca contro di noi, come se noi non avessimo affermato, sulla scorta di Benedetti, che i bloggers (tutti i bloggers di tutti i blog, non solo quello di NI) sono deresponsabilizzati in quanto possono travestirsi, presentarsi in modo anonimo eccetera. Ma abbiamo anche aggiunto che, se ciò accade, la responsabilità è anche del moderno Scrittore, il cui ruolo arcaico motiva la nascita dei bloggers, che ne sono l’altra faccia della medaglia.
Per noi, come per tutti, il “blogger” è colui che fa e che scrive in un blog, suo o di altri, individuale o collettivo. Sostanzialmente, il “blogger” è un individuo che di solito fa ricorso all’anonimato e scrive in pubblico, utilizzando una maschera o un bel vestitino autorevole da vip (sono la medesima cosa!). Esempio: il blog di un famoso giornalista tv è lo stesso di un impiegato di Agrigento, solo che, mentre il primo utilizza la sua fama come maschera, il secondo la maschera deve crearsela e, così facendo, si illude di somigliare al famoso giornalista tv – “di avere gli stessi diritti”, direbbero i fautori della moderna democrazia catodico-internettiana. Quando diciamo “maschera” non diciamo necessariamente qualcosa di “falso”, perché anche il semplice fatto di “stare in rete” è una maschera. Anche soltanto l’atto del “mostrarsi” implica l’adesione al teatro dell’apparire moderno o postmoderno. Chi scrive in un blog, chi ha un blog, chi ama il blog, chi lo gestisce è, in poche parole, un perfetto cittadino del nostro mondo moderno: una persona che accetta di mettere in mostra la sua scrittura e, prima ancora, se stesso, al fine effimero di apparire. In questo consiste tutta la superficialità dei bloggers, tutta l’inutilità dei loro flussi scrittorii, tutta la noia di quello che dicono e propongono. Perciò a noi sembra esemplare questa figura che emerge con nettezza dalla rete per indicarci in quale direzione avviare, e contrario, le nostre riflessioni. Dalla figura del blogger abbiamo imparato a distinguerci, e anche per questo motivo l’abbiamo resa iperbolica nel nostro scritto, identificandola con quella di qualsiasi “scrittore di commenti” (anche chi si firma Tiziano Scarpa o Gustavo Paradiso può non essere il vero Tiziano Scarpa o il vero Gustavo Paradiso).
Per prima cosa, dai bloggers ci distingue il fatto che abbiamo imparato a non trattare le cose che scriviamo come pasto ludico per il “pubblico”: per noi la scrittura nasce dalla meditazione e dal lavoro individuale e non può avere mai un approdo spettacolare, cosa che invece i bloggers cercano sempre a tutti i costi; in secondo luogo, abbiamo imparato che quello che scriviamo non è solo un insieme di parole e spazi bianchi, ma innanzitutto è frutto di un rapporto con gli altri che ci stanno intorno: i bloggers scrivono spesso, invece, per iniziativa e per uno scopo individuali, nessuno può mettere in discussione quello che dicono, anzi, quello che dicono può essere solo “commentato” (in subordine, ovviamente, e nel modo che sappiamo). Infine abbiamo imparato a non trattare con superficialità le cose che scriviamo, a soppesare quello che scriviamo e a pensarci e ripensarci anche per settimane, mesi, cosa che i bloggers non fanno mai.
Accomunando lo Scrittore al blogger, abbiamo fatto tutt’altro che una forzatura. Se è vero che il blogger è per antonomasia lo ‘scrittore immunizzato’, che dice ‘io’ non sapendo né potendo dire ‘noi’, è in tutto e per tutto simile allo Scrittore che ora andiamo a descrivere, incapace di scrivere e argomentare se non del “proprio”. Anzi, non c’è alcuna differenza tra uno e l’altro.
5. LO SCRITTORE CON LA “S” MAIUSCOLA
Tutto ciò, a chi avesse voluto leggere con intento dialogante il nostro scritto, sarebbe stato ben chiaro. Invece è evidente che Scarpa andava di fretta ed era animato solo da risentimento nei nostri confronti, e allora noi abbiamo dovuto chiarire. Va bene anche questo. Ma veniamo ora allo Scrittore.
Lo Scrittore è… lo Scrittore. Scarpa, a questo proposito, è di una ingenuità disarmante. Noi crediamo sia chiarissimo che quando parliamo di “Scrittore” (con la maiuscola) non ci riferiamo a una figura che ci siamo inventati, ma al vero e proprio tipo standard di scrittore che oggi è facilmente disponibile sul mercato. Tale Scrittore è lo stesso Scrittore che abbiamo visto in azione in NI in diverse occasioni: lo Scrittore che parla quasi solo per difendere il proprio territorio, che parla quasi sempre solo dall’alto e solo degli affari intellettuali suoi, che usa effetti speciali per corrompere il pubblico. Questo è il tipo di Scrittore con il quale noi ce l’abbiamo, e che, infine, possiamo rinvenire anche nel medesimo Scarpa, il cui ultimo intervento è una chicca per gli estimatori del genere standard di Scrittore mercantile, ossia di Scrittore con la maiuscola che si esibisce con la maschera che gli viene fornita dal sistema editoriale che lo definisce e autorizza a dirsi tale.
Come si fa, infatti, a dire che uno è Scrittore? Chi lo stabilisce? Ve lo siete mai chiesto? Scarpa, ad esempio, chi lo ha detto che è uno Scrittore? E noi due, qui, siamo Scrittori? Una volta ci è stato risposto da uno Scrittore-mezzo-famoso che lo Scrittore lo stabilisce il mercato. Noi ci mettemmo a ridere, e gli replicammo che secondo noi lo Scrittore lo stabiliscono i lettori, che non sono il mercato. I lettori, come dicevamo sopra, sono una comunità (“avvenire”, per dirla con Nietzsche) seria e responsabile di persone legate da passioni e interessi e competenze, che possono in qualsiasi momento e occasione capire se hanno a che fare con una persona che spara cazzate o dice delle verità. Una tale comunità di lettori è difficile pensarla oggi in maniera piuttosto ampia, anzi a noi sembra piuttosto ristretta, per il semplice fatto che lettori di tal fatta sono sistematicamente castigati dal mercato. Secondo lo Scrittore-mezzo-famoso di cui sopra, infatti, ma, probabilmente, anche secondo la maggioranza delle persone, è il numero delle copie vendute a fare uno Scrittore; quindi Totti, ad esempio, o Faletti sarebbero i massimi scrittori italiani contemporanei. Scarpa che cosa ne pensa? Come mai oggi la comunità seria e responsabile dei lettori non conta un fico secco nel cosiddetto mercato dei libri? I motivi li conosciamo, anche in NI sono stati analizzati, ma non sviscerati fino in fondo. Non è che in questo bailamme qualche colpa ce l’hanno anche gli Scrittori, ci siamo chiesti, ovvero quelle persone che vantano una dignità intellettuale superiore a quella di Totti e Faletti, ma nella pratica si comportano esattamente come loro, cioè come dei venditori, contribuendo in pratica ad annientare anche le ultime vestigia di una comunità di lettori e scrittori seria e responsabile?
Per questo abbiamo chiesto allo scrittore moderno di fare un esame di coscienza, per fargli comprendere meglio il suo ruolo nella società contemporanea e indurlo a prendere atto, almeno, delle sue non poche responsabilità. E Scarpa, invece, che cosa fa? Nega la differenza tra scrittori e bloggers (facendo lui sì del populismo gratuito) tra scrittore e commentatore e dice che ce la siamo inventata noi. “Chiunque può aprire un blog, chiunque può essere contemporaneamente commentatore e scrittore”, afferma con una superficialità sorprendente. Fratello caro, credi ancora alle favole? Davvero credi che basti aprire un blog per diventare scrittore? E che sia così facile commentare un testo? È così che intendi il tuo ruolo di scrittore? Come sono ridotte in basso le nostre lettere!
E difatti, dov’è che Scarpa pubblica il suo pezzo di commento al nostro intervento Scrittori e bloggers? Nella finestra riservata ai commenti dove infuriano i bloggers? Ma no, che cosa credete, lettori, che lo Scrittore voglia confondersi con i commentatori improvvisati? Semmai andrà (come ha fatto: cfr. commenti al suo articolo) tra il pubblico acclamante con un breve scritto, per distribuire autografi e farsi toccare le vesti. Lo Scrittore pubblica in Home page (padrone di farlo, naturalmente!), e in Home page dice che lui è come un commentatore qualsiasi. Nessuna differenza, signori; perché lui, Scarpa, è democratico, mentre noi siamo aristocratici, noi di ‘zibaldoni.it’. Ebbene, Scarpa si sbaglia, noi non siamo né democratici né aristocratici, siamo leopardiani, se proprio vuole saperlo. Grande Iddio, uno Scrittore almeno dovrebbe aver sentito dire che in letteratura non ci possono essere democratici e aristocratici, perché queste definizioni valgono per la politica, ma non per le lettere. Dobbiamo fare degli esempi? Ma no, per carità, il nostro lettore è sufficientemente colto e non ha bisogno del nostro suggerimento. Però, giacché è saltata fuori la questione, è bene fare qualche precisazione. Tutti devono sapere che la rivista trimestrale “Zibaldoni e altre meraviglie” è, appunto, una rivista e non un blog. La differenza è che in un blog ci scrive chiunque, in una rivista ci scrive chi ha cura di pubblicare quella rivista e tutti coloro che vogliono partecipate a questa impresa collettiva. Ripetiamo, così gli entra nella capa, allo Scarpa: siamo una rivista, non un blog. Lui sa che cosa è un blog? Ebbene, noi non siamo un blog, ma una rivista. Perché vuole acquistare da noi ceci, se noi vendiamo fave?
6. LEGGETE LO ZIBALDONE LEOPARDIANO…
E converso, apprendiamo con grande stupore letterario che NI non è, come si definisce, un blog collettivo, bensì uno zibaldone, almeno nella parte riservata agli Scrittori (l’Home page). Scarpa, naturalmente, tiene ben distinti i commentatori, che non c’entrano per nulla con uno zibaldone, mentre prima aveva detto che non c’è alcuna differenza tra scrittori e commentatori: misteri del populismo! Ma ci pensate, cari lettori, Scarpa senza volerlo ha firmato una sorta di “resa al nemico”, dichiarando che NI è uno zibaldone! Forse non lo sa, ma vorrebbe somigliare a noi. Saremmo tutti molto contenti e appagati, se non ci cogliesse il dubbio che Scarpa non sappia cos’è uno zibaldone. La definizione di zibaldone, di cui diremo più avanti, infatti, non si attaglia molto a NI, dove ognuno pubblica quello che gli pare e, quando succede che qualcuno pubblichi delle cose non condivise (vedi Montanari, quest’estate), ecco che uno prende le distanze (Benedetti), l’altro tace (Scarpa e tutti gli altri), l’altro ancora interviene tirato per i capelli e dice cose non meditate a dovere (Moresco), mentre Montanari deve cavarsela da solo, e ci riesce solo dopo molte mazzate sulla testa ricevute da bloggers e commentatori vari, che non perdonano, e fanno bene. Ognuno, insomma, in NI, dalla propria finestra, e per i fatti suoi, mette in mostra spavaldamente la sua opera o quello che gli pare e piace, senza che si sviluppi mai un discorso comune con chi sta fuori e al di là dei propri gusti e steccati, diminuendo anzi sempre più i margini di qualsiasi dialogo e accrescendo la sindrome da autoaccerchiamento tipica dei gruppi e delle bande. Ora, diteci voi, può questo essere uno zibaldone? Il povero Leopardi, se fosse nella sua tomba, si starebbe rivoltando, e non una volta. Almeno due volte. E sapete perché? Perché Scarpa parla a sproposito anche delle gerarchie tra scrittore e lettore, che da noi, in “Zibaldoni e altre meraviglie”, sarebbero quanto di più vecchio si possa immaginare. Scarpa non sa – e come può saperlo uno che scrive per il mercato – che lo zibaldone non è mai scritto per un lettore immediato, come un romanzo di duecento o quattrocento pagine, ma è scritto nella solitudine comunitaria per il lettore avvenire. La vicenda postuma dello Zibaldone leopardiano dovrebbe insegnare qualcosa a Scarpa, al quale potremmo parlare altresì della nostra esperienza zibaldoniana, che ci ha rivelato la vera natura del mercato editoriale. Solo la rete ci ha consentito di dar vita alla forma zibaldoniana, ad una forma antica, che nella rete, scavalcando l’intero mondo dell’editoria, trova la sua realizzazione. Ebbene sì, siamo “una rivista vecchio stile”, “tradizionale”, ma solo perché ora, con noi e grazie a tutti coloro che contribuiscono alla nostra opera, cioè alla comunità che si viene formando, una rivista zibaldoniana è possibile, è possibile realizzare il sogno di Giacomo Leopardi. Noi siamo vecchi, vecchi quanto lo è Leopardi!
In realtà, lo “zibaldone” è uno strumento potentissimo, che si presta ottimamente, per la sua intima natura mnemonica e misteriosa, a mostrare la via – intrecciata a quella degli altri – che ciascuno di noi percorre vivendo. Lo “zibaldone” non è il blog, Scarpa. Forse non lo hai mai neanche sfogliato uno zibaldone, meno che mai quello di Leopardi, altrimenti ti saresti accorto che uno zibaldone non è un’eruzione gratuita di scrittura come quella del blog, ma il frutto meditato di una vita che si fa scrivendo, di chi “pensa scrivendo”. Lo “zibaldone”, Scarpa, ha un ‘ordine dissipatorio’ che tu nemmeno immagini: è l’ordine delle menti che cercano scrivendo la propria ragion d’essere, non, come ingenuamente tu credi, l’ordine fatto dai pezzi messi a caso dentro un contenitore, ‘consumati’ per puro sfizio postmoderno o per il piacere di trasgredire e di fare spettacolo. Tutti potrebbero scrivere uno “zibaldone”, è vero, ma a patto di consacrarsi alla scrittura: non a quella cosa noiosa che alligna nei “blog” e nei “racconti” tecnicistici, nei “romanzi” elucubranti e nelle “poesie belle”, che di solito si apprende anche nelle “scuole di scrittura”, ma proprio alla scrittura intesa come strumento di conoscenza per la scoperta della verità. Quale verità? Quella che ognuno di noi custodisce, ma che pochi riescono a mettere per iscritto perché pochi si consacrano veramente alla scrittura.
7. SCRITTORI SERVI E INFELICI
Cosa c’entra, ora, l’audience con tutto questo? Cosa credi, Scarpa, che ci guadagniamo qualcosa con questa nostra opera? Che qualcuno ci paghi? Tu lo sai che questo non avviene. E quindi non venirti a lamentare delle miseria dello scrittore moderno. Tu lo descrivi come un poveraccio in una catapecchia. Ma non ti chiedi, non se lo chiede il tuo spirito critico, perché questo poveraccio d’uno scrittore è ridotto in questa condizione, chi lo ha ridotto così. Capiresti che lo scrittore ingenuo che crede di lavorare per la comunità, a cui vorrebbe fare del bene regalandole un bel libro di un esordiente da lui scoperto, in realtà altri non è che un povero cristo sfruttato dagli editori che gli fanno tirare la cinghia; capiresti che il modello di scrittore che ti sei figurato è un servo più o meno cosciente della sua condizione nelle mani dei grandi e piccoli gruppi editoriali; capiresti, infine, che questo modello di scrittore è l’autoritratto della tua condizione infelice nella quale incoscientemente vai alla deriva, pensando di tenere la rotta. In realtà, i grandi e piccoli gruppi editoriali sfruttatori non esisterebbero nemmeno, se non ci fosse la caterva di scrittori prezzolati al loro servizio. Scarpa fa un nome: Tiziano Scalvi, e potrebbe aggiungere il suo. La passione, poi, la vocazione, l’ispirazione, la gioia, l’arte, tutte queste belle cose, non ti accorgi, Scarpa, che sono solo la sublimazione della tua condizione di prezzolato dell’industria editoriale?
8. SCRIVERE PER ‘PASSIONE’, COME UNA P…
Abbiamo letto, qualche giorno fa, le dure parole di Giuliano Ferrara contro Antonio Tabucchi, il mandante annunciato di un eventuale omicidio di Ferrara. Ed ecco che anche noi, nel nostro piccolo, per aver scritto Scrittori e bloggers, siamo diventati pericolosi, poiché d’ora in avanti saremo considerati i mandanti dei bloggers in quanto avremmo giustificato il loro operato. Scarpa, sei inquietante ed esilarante insieme! Non ti accorgi di emulare i comportamenti di Ferrara che sono quanto di più lontano possa esserci dal nostro sentire. Non avendo idee, lanci strali, fino a denigrare i tuoi interlocutori. Ma non c’è nessuno in NI che possa darti dei consigli, o vige sempre la regola dell’ “ognuno per sé e Dio per tutti”? A noi non interessa offendere l’altro con “frasi farabutte, vigliacche, da mandanti codardi”, e invece ci divertiamo moltissimo quando la penna tradisce un risentimento, un astio più radicato nella bile del nostro interlocutore. E ancor di più quando la stanchezza gli impedisce ogni forma di autocontrollo e lo scritto porge il fianco all’infilzata finale; così noi, in conclusione, vogliamo infilzarti col tuo stesso stiletto, o Scarpa, e raccontandoti una storiella, giusto per renderti meno grave il trapasso. A Napoli, qualche tempo fa, c’era una prostituta, la quale diceva sempre che durante il giorno incontrava a pagamento cento uomini, che ricompensava con finti gemiti di piacere, ma godeva davvero solo la sera, col suo uomo (che, in realtà era il suo magnaccia), e nel raccontare ciò usava un tono passionale, come rivendicando un diritto che per lei era anche un piacere. A lei abbiamo pensato quando abbiamo letto quello che dicevi; che, cioè, tu scrivi su NI gratis, per realizzare la tua passione, quando, invece, aggiungi, “le mie parole, sul mercato, verrebbero ricompensate con una decorosa quantità di denaro”. Non avertela a male, Scarpa, ma il tono delle tue parole è il medesimo di quello della prostituta napoletana e il medesimo è anche il loro significato.
9. BATTERI E ANTICORPI
Questo, dunque, è il modello di Scrittore presente e già passato, che vogliono imporci gli altri e che a noi non interessa. Noi su tutto quello che dice Scarpa stendiamo un velo pietoso e compassionevole, e tuttavia sappiamo che l’ ”immunizzazione da Scrittore”, vera e propria sindrome da cui sono affetti gli Scrittori come Scarpa, è l’altra faccia della nostra sana passione comunitaria, necessaria almeno quanto l’immunità di Scarpa, nella determinazione della “communitas”. Come qualsiasi organismo vivente ha bisogno di batteri e di “nemici” in genere, anche noi abbiamo bisogno di chi ci ‘attacca’ per rendere più chiare e vere le nostre idee. Che stanno ancora qui insieme a noi, ancora più forti e potenti di ieri.
Pertanto noi, che apparteniamo al futuro, lasciamo volentieri a Scarpa questo tempo nel quale sguazza a meraviglia, tra una esibizione e l’altra di muscoli ed effetti speciali, questo tempo fatto di mercato (per gli Scrittori e non solo) e di consenso, di audience, di spettacolini imbecilli e trovate scrittorie, oltre che di servitù più o meno velate. Il futuro al quale apparteniamo, però, non è quello ironico nel quale Scarpa vorrebbe confinarci, ma quello in cui lettori e scrittori costituiranno finalmente una comunità non condizionata dal mercato e dai suoi lenoni o mediatori, e non più ossessionata dalla “scrittura”, come in un blog infinito.
Cosa ce ne facciamo noi di tutta questa gente che si mette in mostra? Di questi milioni di persone che scrivono da sé di sé e per sé? Queste domande, coinvolgendo gli scrittori, coinvolgono a nostro avviso anche la letteratura. Che roba è quella che leggiamo nei blog individuali o collettivi? Può essere considerata letteratura? Chi dovrebbe aiutarci a capire se è letteratura o meno? La risposta è semplice: gli scrittori sono tra quelli che dovrebbero aiutarci a capire. Ma… dove avevamo lasciato gli scrittori? Se non sbagliamo, li avevamo lasciati a pavoneggiarsi in una vetrina di un blog, autorizzati dal Mangiafuoco di turno del sistema mercantile delle lettere, che prima li ha trasformati in Scrittori e poi li ha mandati in avanscoperta ad accalappiare nuovi pinocchi attraverso la lettura di manoscritti e chissà quali promesse. E un tale Scrittore può aiutarci a capire che cos’è o dov’è oggi la letteratura? Noi non crediamo proprio. Un tale Scrittore può aiutare solo se stesso, se ancora ci riesce, offrendo lavoro salariato al Mangiafuoco di turno. Un tale Scrittore è anzi la negazione di qualsiasi possibilità di capire alcunché in quello che ci succede intorno perché un tale Scrittore ha come orizzonte soltanto il proprio interesse e, genericamente, il “proprio”.
Noi siamo convinti che, se davvero necessarie, le parole devono essere pudiche, residuali, affettuose, piene di echi. Le parole devono rimembrare, risuonare nell’animo di chi ci sta accanto e ci ascolta. Non si può dissipare la propria vita scrivendola in un blog immunizzato, annullandola in uno racconto spudorato del proprio tempo reale, dei propri fallimenti o delle proprie fisime, più o meno elevate. Se proprio bisogna scrivere, bisogna scrivere per aiutare noi stessi e gli altri a ricordare, non per confonderli, accumulando roba scritta come ferri vecchi e inutilizzabili. La letteratura, se ancora potrà servire a qualcosa, è a questo che dovrà rivolgersi, alla sua radice che coincide con una sapientissima arte della memoria.
*
Questo intervento verrà ripreso, insieme agli altri che lo hanno preceduto, su http://www.zibaldoni.it, nella pagina speciale ‘COL COLTELLO’. Chi vorrà seguire le mosse e la vita della “comunità avvenire”, saprà quindi dove rivolgersi.
esibizionista, vanesio, inutile, noioso, insignificante, mascherato, postmoderno, superficiale… ehi, c’è rimasto un centimetro di pelle libera qui, non avrete mica finito le pallottole proprio adesso? Che giornatina… Ovunque vada mi voglion fare secco. Strano che per vivere nel futuro si voglia uccidermi adesso. Da morto non vi leggerò più, sapete? E nemmeno voi potrete leggermi. E chissà che non vi perdiate qualcosa. Ma forse le sette fanno così. C’hanno il monopolio (ma no, sono aperte, basta che ti converti). Meno male che sono ateo. Au revoire nel futuro, cari.
“Come ogni organismo vivente ha bisogno di batteri e di “nemici” in genere, anche a noi abbiamo bisogno di chi ci “attacca” per rendere più chiare e vere le nostre idee. Che stanno ancora qui insieme a noi, ancora più forti e potenti di ieri”. La comunità avvenire potrebbe chiamarsi “Lebensgemeinschaft” - comunità vivente - e il suo organismo (vivente) provvederà a eliminare i batteri in sovvrabondanza.
Finalmente l’intervento che tutti aspettavamo. De Vivo e Virgilio sanno dire la verità, e questo farà male a molti ma a me fa capire molte cose. Le loro parole resteranno scolpite a lungo nella mia memoria. Meditate, gente, meditate.
Virgilio e De Vivo, ho letto il vostro articolo, un po’ lungo, per la verità, ma devo dire che ne valeva la pena, perché le vostre ragioni sono inoppugnabili. Complimenti! Sono proprio curioso di sapere quali argomenti Scarpa vi opporrà, ma dubito che ne trovi. Visiterò il vostro sito e, se mi piacerà come mi è piaciuto il vostro articolo, vi scriverò. A Scarpa chiedo: ma perché li hai attaccati in questo modo?
Giuseppe Ardenna
georg, ho visto il tuo blog, bello, però dimmi perché dentro ci tieni anche il link a http://www.zibaldoni.it se poi ne parli così male
e scusi helena mi può spiegare meglio quello che dice che forse è interessante ma non lo capisco molto bene
Bene, così i naviganti in sequenza possono leggere l’articolo di Scarpa e la risposta di Zibaldoni.it, e hanno tutto per decidere - i due pezzi sono chiarissimi - se fondare una comunità con l’autore di Cos’è questo fracasso? o con De Vivo e Virgilio. Io la leggo così, Zibaldoni.it hanno un pensiero fortissimo su chi sia scrittore: è chi sta bene a loro. Per esempio passa Leopardi e li critica per la mancanza di apertura, loro dicono che Leopardi è un perfetto immune, cioè un lazzarone, che sarebbe meglio tornasse a casa da Monaldo. Il loro pensiero è talmente forte che Scarpa è la prostituta che hanno incontrato la settimana scorsa. Va be’ che Scarpa li ha aiutati scrivendo un libro diciamo sulla prostituzione di uno scrittore, ma allora Piero Manzoni cosa sarebbe? Hanno in testa gli stessi occhialini speciali di Graziano Romani, quelli che gli fanno vedere uno stadio esaurito in un pub di Rimini, solo che Graziano ci mette una passione che alla fine hai una gratitudine immensa, a De Vivo e Virgilio rimangono solo le anamorfosi, si guardano con gli occhialini, si dicono, Ciao Virgilio, Ciao Giacomo, Giacomo hai letto quel file che ci è arrivato da quel blogger? Ah sì Moresco, l’ho letto ma alla terza riga non aveva ancora parlato del dono, poi niente etimologie interessanti, ho tirato il floppy nel camino, Ma sei matto Giacomo tieni acceso il camino insieme al termosifone? No grazie, mille volte meglio una comunità con sede sociale su un pesce.
“Graziano che differenza c’è nel suonare di fronte a tanta gente o ad un pubblico ristretto ?
Nessuna. Il rispetto per la gente deve esserci sempre. La mia band, per me, è importantissima ed ogni volta cerchiamo di dare il massimo. Certo, davanti a poche persone si riesce meglio a capire cosa stia succedendo e a trasportare tutti verso la tua musica. In occasioni come il I maggio 1994, quando suonammo a Roma, tra migliaia di spettatori, sembra quasi di essere su di un altro pianeta.”
http://www.landscape.it/viceversa/interviste/grazianoromani_int.htm
Ma possibile che davanti a argomentazioni e discorsi seri come quelli di ZIBALDONI l’unica possibile risposta sia quella di mettersi a fare delle battute? Ma tanto vi ha rimbecillito la televisione?
S.
Ringrazio Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio per la loro replica. Ritengo di avere abusato già troppo dell’attenzione dei lettori con il mio intervento precedente. Non me ne vogliano i due autori, ma non replicherò un’altra volta. Ho già espresso il mio pensiero. Pace e bene a tutti
Su una cosa hanno ragione De Vivo e Virgilio: Leggete lo Zibaldone di Leopardi. Effettivamente è meglio Leopardi del loro articolo. Apprezzo parecchie cose della loro rivista web, ma vedo in questo lungo commento tanta fantasia. Comunità a venire, scrittori standard, mercato editoriale fasullo. Mi sembra che facciano di ogni erba un unico grande fascio. Intanto ognuno di noi è o potrebbe essere una comunità a venire.
Il grande e amato - anche da me - Leopardi è stato uno dei più grandi pensatori dell’Occidente, ma in un senso che deve bene essere inteso. Leopardi apre la strada all’alienazione dalla e della verità, conduce e determina in maniera rigorosa l’ultimo tratto della storia del nichilismo, lo spinge insieme a Nietzsche e Gentile verso il suo esito, il suo compimento, apre la strada alla filosofia contemporanea, il centro del suo pensiero è che non ci si può salvare dall’annientamento, è il più coerente con la fede fondamentale dell’occidente. Allora se come dicono De Vivo e Virgilio: “siamo leopardiani”! mi chiedo a che serve lamentarsi tanto? Dovrebbero allora seguire il solco tracciato dal Leopardi, coerentemente. Devo dedurre conseguentemente che loro non sono leopardiani nel senso da me delineato. Allora ho dei dubbi che abbiano capito Leopardi. Se invece amassero Leopardi (e non Leopardiani), cioè lo conoscessero davvero, il loro discorso sarebbe stato molto differente, e la loro critica invece che soffermarsi sulle bazzecole dei bloggers, scrittori, editoria si sarebbe soffermato su una critica del pensiero del gran maestro del nichilismo che è il grandissimo Leopardi.
Stefano, tu non mi conosci, la tv la accendo ogni due mesi, l’ultima volta era per uno spettacolo di Paolini sul Vajont. Questa sera volevo parlare di Mario Merz ma ho visto la risposta di Zibaldoni.it, talmente a corto di argomenti, e prendendosela con una persona che lo ammettano o no ha scritto ottimi libri (anzi, a rileggere tutti i loro commenti se la prendono solo con autori di ottimi libri), e allora ho messo da parte Merz, i suoi numeri di fibonacci, i tavoli, gli igloo per rispondere agli Zibaldoni, con una parodia che in fondo è gentile, e poi raccontando a te che esiste Graziano Romani. Di’ la verità, non sapevi chi fosse.
Cald, temo tu abbia frainteso. Io non parlo male (quasi) di nessuno. Quella serie di epiteti sono quelli che gli zibaldoni rivolgono a me, in quanto blogger appestato, non io a loro. Che poi, Gesù, ma quanto triste è che uno debba difendersi in quanto categoria? Ma che razza di idea della vita avete? Ma poi, fate un po’ quello che vi pare… Tenetevela la letteratura. Se produce queste miserie, non dev’essere poi ’sta gran cosa.
velocemente a luminamenti. la sua interpretazione da manuale scolastico di leopardi fa ridere chi ha letto veramente leopardi (e non i bignami). il tanto sbandierato nichilismo suo, da parte di più o meno tutti gli interpreti ufficiali e noiosi di Leopardi, è una di quelle assurdità del pensiero davvero inspiegabili, e che è possibile che allignino soltanto in italia, grande paese d’ignoranti e lettori di manuali. il cosiddetto nichilismo leopardiano ha approdi che vanno bel al di là (”avvenire”, appunto) del nulla e blablabla, agganciandosi a nietzsche per le vie del futuro e della visonarietà, della grazia che può accompagnare soltanto chi sente la propria vita come una ricerca perenne. queste e altre cose, tra l’altro, sono ben dette e ben spiegate da antonio prete proprio sul sito di zibaldoni.it, e molti che qui dentro parlano a vanvera farebbero bene ad andarlo a leggere. se vi serve il curriculum di prete, vi basti sapere che è forse il più grande studioso di leopardi che oggi esista in giro, non solo in italia. in pratica il “nulla”, come il MU, il “vuoto”, è solo preludio di un pieno che qui non c’è e va perennemente cercato. il merito di de vivo e virgilio è quello di cercare, quello di tanti altri mi sembra sinceramente quello di mostrare quel poco che hanno trovato. anche scarpa, sinceramente, con quest’altra rispostina da impiegatuiccio impegnato, mi sembra davvero stupefacente, insopportabile.
anna d’antonio
Ma Anna il problema sono i giudizi di Zibaldoni.it su Moresco, Scarpa, Montanari, e ultimamente anche Voltolini. In quei giudizi non c’è nessuna apertura, nessuna voglia di cercare. I loro interventi nello spazio dei commenti sono spesso fuori dalla discussione, autoreferenziali o di sputtanamento. E sempre con la verità in tasca. Che cosa c’entrano con Leopardi? e soprattutto può nascere una comunità secondo le loro regole?
Leggendo la risposta dei due co***ni, mi sembra che quella di scarpa sia fatica sprecata.
C’è una battuta di Arbasino illuminante: “La leggerezza di Calvino è alquanto pesante”. Mi viene in mente leggendo la stitica risposta di Scarpa all’ultimo pezzo di De Vivo e Virgilio ma anche pensando alla tanto conclamata, da scrittori di blog e commentatori di blog, “brevità” o “sintesi”. La battuta di Arbasino fa capire che non basta teorizzare la leggerezza per essere leggeri (quante cose “non dette” ci sono su Calvino!); la stitica risposta di Scarpa mi fa capire che non basta essere brevi per essere convincenti. Ed è una lezione, questa, per molti “scrittori” “posta e fuggi” che impazzano ormai dappertutto, non solo in rete. “Brevità, sintesi!”, è l’ordine. Ma brevi bisogna saper esserlo, così come “leggeri”. Allora, se così stanno le cose, preferisco sinceramente la lunghezza illuminata di De Vivo e Virgilio, in cui si sente e si vede la calma e la fatica della riflessione, alle contorsioni rabbiose e stitiche di tanta gente che parla solo per apparire o, come forse nel caso di Scarpa, non ha nessuna voglia di capire e di discutere, ma solo di far caciara a suon di battutine – anche il pezzo sui fantablog son tutte battutine, costruite prendendo frasi a caso e deformandole e falsificandole, senza lampi di pensiero, piene di vuoto e menzogne. Pesantemente brevi.
Ferdinando Capozzoli
Scusa, Barbieri, ma dove cazzo lo hai letto che Virgilio e De Vivo parlano di regole? Ma possibile - e ripeto - che la televisione vi rincoglionisca al punto da non riuscire a leggere più di due righe di un testo con l’attenzione giusta? E che diamine! Mica tutti scrivono con iritmi del fumetto, del cinema e delle televendite! C’è ancora gente - per fortuna - che medita giorni prima di parlare, e ti pare poco? E poi le “regole”: ma dove le vedi, dove le hai lette? Ma vi siete rimbambiti?
Stefano prova a leggere tutti gli interventi di Zibaldoni, tutte le risposte che hanno dato, verranno fuori parecchie regole, una abbastanza curiosa è che quello che ha scritto Moresco non è importante, è importante quello che scriverà (vale per tutti gli scrittori naturalmente). Per me è esattamente l’opposto. E poi tante altre cose. Ci vuole un po’ di pazienza per leggersele. Guarda Stefano che all’inizio anch’io ero un loro sostenitore, mi parevano in buona fede, poi semplicemente ho capito che la pensiamo diversamente. La comunità la vorrei fare con chi mi va a genio.
A proposito dei ritmi del fumetto, hai mai letto “Cronaca del grande male” di David B. oppure “Berlin, la città delle pietre” di J. Lutes? Hanno un ritmo che a me piace molto.
D’accordo Barbieri, i fumetti e tutto quello che vuoi, li leggerò. Ma secondo me tu ti sei bevuto il cervello. Io ti chiedo dove hai visto le “regole” in questo pezzo e tu tiri in ballo altre cose, dove comunque nemmeno ci sono queste cazzo di regole. Ma cosa vai cianciando? E poi: dire che quello che ha scritto Moresco non è importante è una “regola”? Ma cosa diavolo ti salta in mente? Perché non vai a ripassare il vocabolario invece di delirare?
Sono un’ammiratrice di Scarpa, ho letto tutti i suoi libri che custodisco in uno scaffale separato della mia libreria, e continuerò a leggerlo con la stessa passione di sempre (ma non sono una ragazzina…). Però non condivido la sua decisione di darla vinta a quei due. Io al posto di Scarpa farei vedere loro chi sono, e non mi lascerei certo dire che sono una p…. Caro Scarpa, lo sai che questa notte mi sono svegliata due volte pensando a questa storia. Ma come - mi sono detta - come può Scarpa tollerare che i primi venuti gli dicano certe cose. Non dico che deve denunciarli alla magistratura, perché forse questo sarebbe troppo, ma almeno dovrebbe rispondere per le rime. Altrimenti, perché cimentarsi con loro, se poi gli si lascia l’ultima parola? Ma io so che gliene dirai quattro, a questi giovanottini, e che anche questa volta non mi deluderai.
Antonella
Stefano, ripasso il vocabolario e continuo a chiamarla regola: quella di De Vivo e Virgilio è una comunità con delle regole, un dover-essere, non so, chiamalo come ti pare, ma è così. Riprendo l’esempio di prima, se io dico che un autore mi interessa per quello che ha scritto, non per quello che farà/scriverà, io per loro sono fuori dalla comunità. Evidentemente non esiste come documento uno “statuto di Zibaldoni.it” o “La regola dei leopardiani” o lo “Stufenbau di Virgilio e De Vivo”, ma di fatto, o la pensi come loro o ciccia. Su Nazione indiana ho potuto scrivere commenti critici su Carla Benedetti (fraintendimenti miei vabe’, ma non è facile capirsi sul web), se vado su Zibaldoni.it, colla beata mazza che posso scrivere qualcosa di critico su De Vivo.
Per Antonella, non è che sei Aldo Nove travestito eh :-)
Ad Antonio D’Anna. Per chi vuole leggere qualcosa di veramente persuasivo su Leopardi rimando alla lettura dei due volumi di Emanuele Severino. 1) Il Nulla e la poesia; Cosa Arcana e Stupenda; niente a che fare con le vuote chiacchiere del sig. D’Anna e con le sue presupposte conoscenze sulla mia conoscenza del Leopardi. Basta oltretutto leggere i passi dello Zibaldone e le poesie del Leopardi. Ma basterebbe leggere come termina Il Cantico del gallo silvestre. Quanta ignoranza e presunzione. La peggiore miscela!
Gentile Antonella,
la esorto a dormire sonni pacifici, e a svegliarsi durante la notte, semmai, per motivi più seri. La ringrazio comunque dell’empatia.
Vede, io sono abituato alle polemiche, non mi impressionano le offese. Non siamo macchine, qualche volta ci si accalora. Che “l’avversario” (avversario nella polemica) si scaldi o anche si arrabbi, non lo considero un segno di debolezza da irridere: è un essere umano che ci tiene alle sue idee e le difende con la passione, non solo con il raziocinio. Se De Vivo e Virgilio hanno prima incitato a offendere e poi hanno offeso direttamente, non c’è problema. Sono esseri umani, e questo me li rende più simpatici. Lo dico sul serio, con affetto vero.
Le polemiche, però, mi interessano finché vale la pena farle. Ora, questa è una polemica che mi interessa molto, ma secondo me d’ora in poi, dopo l’intervento apertamente offensivo di De Vivo e Virgilio, rischia di avvitarsi su rinfacci poco interessanti (chi ha cominciato veramente…; puntualizzazioni petulanti… ecc.).
Mi sembra che, per quello che è stato scritto, ci sono tutti gli elementi per farsi un’idea chiarissima delle rispettive posizioni. Lasciare l’ultima parola non significa darla vinta. Non voglio annoiare i lettori di Nazione Indiana con troppe puntualizzazioni, ecco tutto. Chi è stato corretto o scorretto, offensivo o rispettoso, divertente o noioso, convincente o debole, i lettori lo possono già giudicare fin d’ora.
Vi saluto con una considerazione: per le posizioni stesse di De Vivo e Virgilio, chiunque li sostiene intervenendo IN UN BLOG sta di fatto dando loro torto. Gli stessi De Vivo e Virgilio, se fossero veramente coerenti, non avrebbero dovuto partecipare alla discussione dentro un blog, che giudicano la negazione stessa della loro “comunità avvenire” e il contrario di uno “zibaldone”.
Sul loro sito, una discussione come questa non si potrebbe fare, né si potrebbe dare ascolto a cosa ne pensano tutti gli altri. È lo strumento del blog che rende possibile queste interessanti botte e risposte, a cui De Vivo e Virgilio stanno partecipando con tanta passione. Loro stessi ammettono di essere usciti, proprio da QUESTA discussione, che si è svolta SU UN BLOG, con le idee “più chiare e vere” e “ancora più forti e potenti di ieri”. Senza rendersene conto hanno riconosciuto che discutere su un blog rende le idee più chiare e vere, più forti e più potenti persino a loro, che credono soltanto negli zibaldoni. Per me, mi basta questo. Sono più che soddisfatto, e mi congratulo con De Vivo e Virgilio.
Già questa loro partecipazione (assidua, ostinata e convinta) alla discussione su Nazione Indiana, basta a farli cadere in contraddizione sostanziale, non soltanto formale, e a svuotare di senso tutto ciò che affermano. Non aggiungo altro.
Senza addentrarmi nei dettagli del loro intervento, che non condivido in gran parte, auguro a De Vivo e Virgilio buon lavoro, di cuore, e mi permetto di esortarli ad apprezzare, ogni tanto, anche il lavoro degli altri.
Dato che loro, De Vivo e Virgilio si dichiarano leopardiani (io mi limito ad amare e ammirare il pensiero del Leopardi, come espressione compiuta della fedeltà estrema all’essenza malata dell’Occidente, quindi a criticarlo rigorosamente) dovrebbero ricordarsi di questo pensiero del Leopardi:
Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, e io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un vòto universale e in un’indolenza terribile che mi farà incapace di dolermi.
Non condivido questo pensiero profondissimo del Leopardi, la cui grandezza linguistica mi commuove (anche sullo stile e la lingua il Leopardi si è espresso chiaramente, con lucidità filosofica dichiarando che è ciò che può rimanere come consolazione, e con che grandezza ha detto anche ciò, anche se continuo a non condividerlo!).
Ma loro che sono dichiaratamente Leopardiani che si lamentano a fare con questa polemica? Ma quando leggono Leopardi perchè non lo rivolgono verso loro stessi?
Rimango sempre stupefatto dell’assimilazione che molto spesso le persone che fanno cultura realizzano. Ne parlò Simmel nel celebre e e fondamentale saggio Der Bergriff und die Tragodie der Kultur del 1911, con tanto di distinguo tra cultura e pseudocultura.
Scusa ancora, Barbieri, davvero, pensa un po’ di più al tuo lessico, è per il tuo bene che lo dico. Ma qualsiasi comunità si basa su un “dover essere”, cosa divolo ancora mi vai cianciando? NAche questa Nazione qui ha un suo “dover essere” e quindi, come dici tu, delle regole. Tu forse vuoi dire qualche altra cosa. Ma pensaci bene, porca puttana, prima di aprir bocca. E poi: scrivere i commenti. Ma che cazzo c’entra se “zibaldoni” non è un blog, ma una rivista? Ma come te lo devono spiegare? Ma siete così ottusi? E’ una rivista, e scrivetegli le lettere, ma di che vi lamentate? Non ti piace De Vivo, scrivigli una lettera. Ma non mi ti lamentare che non puoi “commentare”… “consumare”… “commentare”… “consumare”… “commentare”… “consumare”… “commentare”… “consumare”… “commentare”… “consumare”…
Stefano, a questo punto mi pare che sia tu a leggere di fretta: sopra ho detto che Zibaldoni.it ha le sue regole, ti ho fatto qualche esempio aggiungendo che non le condivido, non ho detto che NI non ha le sue 8diverse) regole. Il fatto è che quelle di NI le condivido, anche perché, dal mio punto di vista, NI è immensamente più aperta di Zibaldoni.it.
No, scusa, Barbieri, citami per favore il passo dove dici che NI ha le sue regole che tu preferisci a quelle di zibaldoni. Io ho letto solo un tuo passo “contro le regole” in generale, e basta. Poi dici che ti piace NI, ma non le regole di NI. Per favore, Barbieri, sii preciso. Non fosse altro perché altrimenti costringi la gente a leggere dieci tuoi interventi per arrivare a dire una cose semplicissima.
caro luminamenti io mi chiamo anna, non antonio. quello che dici di severino era perfettamente prevedibile. la bibbia della noia passa per la bocca di severino, della noia leopardista in particolare. ma qui, come dicono de vivo e virgilio, si discute di essere leopardiani che è ben altra cosa della fumosità nichilista e postmoderna di cui vai blaterando tu con sufficienza da manuale scolastico. dubito molto che tu capisca cosa voglia dire leopardiano (e non leopardista). ti appendi a troppi libri a troppa altra gente e la tua voce è puro risentimento vuoto. ciao. anna
Stefano, citami tu il mio supposto passo “contro le regole in generale”, così magari mi convinco che a chiedermi di essere preciso è una persona precisa.
Per Anna, un manuale scolastico con le cose che dice luminamenti non l’ho mai visto, tu sì? qual’è?
qual è
che bisogno c’è di citare i manuali scolastici, son tutti uguali. ciao. a.
Tra tutti i commenti al nostro pezzo in risposta a Scarpa, ci ha colpito una definizione che Andrea Barbieri dà di se stesso: “all’inizio ero anch’io loro sostenitore”, riferendosi al fatto che all’inizio anche lui “tifava” per “Zibaldoni”. Se ancora dovesse servire qualche prova del fatto che qui dentro, comunque la si metta, va a finire come allo stadio… Non c’è niente da fare: nel blog si prende partito, si diventa “sostenitore”, non si discute affatto, se non occasionalmente e marginalmente, ovvero di passaggio o in casi eccezionali (come questo), e spesso si segue il dettato della “brevità”, come diceva qualcuno. Basta guardare la sostanza delle finestre dei “Commenti” in NI per rendersene conto: un quasi nulla deprimente che avvilisce qualsiasi discorso, lo “depotenzia” ignorandolo. La causa di questo sta un po’ nel mezzo e nei “tempi di tempo reale” e di “posta e fuggi” che corrono, ma soprattutto, come abbiamo tentato di argomentare, nell’USO che del mezzo fa chi lo gestisce. Quindi, caro Scarpa, non essere (fare l’) ingenuo: le scritture a “favore” o “contrarie” a noi, sono la conferma non al fatto che in NI ci sia la “libertà”, perché altrimenti avrebbero ragione anche Vespa o Fede a dire che nelle loro trasmissioni c’è “libertà” di espressione perché ci vanno tutti e tutti sono “liberi” di parlare; le scritture a “favore” o “contrarie” a noi, entrambe quasi sempre vuote di argomentazioni, confermano la logica superficiale ed esibizionista, surrettizia ed eccepibile del blog così come anche tu stesso lo usi, anzi lo manipoli molto abilmente per afferrare consensi (non avendo argomenti, ad esempio, anche in quest’ultimo tuo post tu fai solo riferimento al “tifo”). Ma cosa credi che la “gente” sta a sentire noi che scriviamo lettere chilometriche? La “gente” sta a sentire te, che in quattro e quattr’otto, con un po’ di ironia e un pizzico di superbia, scribacchi in giro le tue frasi a effetto; mica crede a noi due sbandati, che stiamo lì a rimuginare per cercare di capire! Al limite qualcuno è nostro “sostenitore”, ma mica capisce un cazzo di quello che vogliamo dire, mica si addentra nel nostro pensiero, mica ci fa domande. Non ha tempo, Scarpa! La “gente” non ha tempo per ascoltare le ragioni degli altri, perché va di fretta! Perciò crede a Berlusconi, cioè alla cosa più semplice, svelta e populista che ci sia, mica a Cacciari (per esempio e senza fare paragoni con noi, s’intende). Non sei d’accordo?
Insomma, caro Scarpa: quando la smetterai di fare il blogger e comincerai finalmente a discutere e a mettere in campo i tuoi argomenti? Quando la smetterai di aderire alla realtà così com’è e ai suoi meccanismi perversi di discorso? Noi aspettiamo sempre con fiducia, nonostante, come tu giustamente dici, la polemica anche forte e decisa. C’è sempre tempo per USARE BENE, in senso comunitario, in senso dialogante, lo strumento blog e qualsiasi strumento in generale. Per questo siamo ancora qui a sopportare le tue querele e i tuoi insulsi “però siete simpatici”. La tua “immunità” a noi non fa ribrezzo – te lo avevamo già detto – ma ci è utilissima! Così come a te è utile la nostra “passione comunitaria”. Non ragionare sempre in termini di contrapposizione o di dialettica, impara ad andare oltre. “Odi et amo…”…
Ciao.
Edv – Gv
PS: Per la cronaca. Quando abbiamo capito il meccanismo di funzionamento del blog NI, abbiamo smesso di scrivere “commenti”. Ora siamo qui solo per difenderci dalle aggressioni innescate da Voltolini con la pubblicazione di un nostro pezzo inviato oltre due mesi fa. Altrimenti staremmo a fare ben altro.
POSTILLA PER I LETTORI
Gentili lettori di Nazione Indiana,
noi abbiamo condotto su NI, da qualche mese in qua, una pubblica discussione su questioni che ci appaiono di vitale importanza per la nostra vita comunitaria. Abbiamo accettato la critica ad personam che ci è stata rivolta recentemente da Tiziano Scarpa, a cui abbiamo risposto a tono, cercando sempre di spiegare le nostre ragioni; ma non possiamo accettare che ci venga recapitata in forma privata una e-mail di questo tenore:
“Cari Zibaldoni,
non mi pare che voi stiate lavorando per una comunità futura. Non vedo un pensiero in ciò che scrivete su NI, neanche uno. L’impressione che date è solo di avercela con qualcuno, di essere mossi solamente dal risentimento o dal bisogno verboso di attestare la vostra esistenza.
Saluti
Carla Benedetti”
Ciò che non ha fatto Benedetti (per viltà, per ignavia, per mancanza di riflessione?), lo facciamo allora noi, pubblicando la sua missiva, perché la nostra discussione è cominciata in pubblico ed è bene che finisca, se deve finire (ma noi la continueremo in “Zibaldoni e altre meraviglie”) in pubblico. Questo passaggio a noi sembra decisivo, per capire il modo di fare del gruppo di “Nazione Indiana”. Poiché la critica non è più tollerabile, ma non si hanno valide ragioni da opporre in pubblico, si scrive un biglietto in privato col quale ci si affretta a chiudere i rapporti (ma noi non abbiamo mai avuto rapporti privati con Benedetti). Questo per noi è un comportamento sfacciatamente immorale, e per questo motivo è bene che la comunità possa conoscerlo e giudicarlo. Noi cerchiamo la responsabilità, alla quale soprattutto chi fa qualcosa di pubblico non dovrebbe mai abdicare. A noi interessa il PUBBLICO, la POLITICA, non il PRIVATO. Anche chi scrive un blog fa POLITICA, in una maniera che si illude di esser libera, ma in realtà è prigioniera dei propri stessi appetiti – e infine non è più POLITICA, ma interesse personale.
Quanto al merito delle questioni (se “merito” c’è), tutta la discussione fin qui condotta è la migliore confutazione del pensierino della signora Indiana. Gli archivi servono per chi vuol leggere e capire. Se noi stiamo lavorando per la comunità avvenire questo lo dirà il futuro. Quanto al risentimento, alla nostra verbosità e al resto, beh, francamente crediamo che non interessino più di tanto al lettore.
Adieu.
Enrico de Vivo – Gianluca Virgilio
Per Anna. Con gli slogan non si fa conversazione. Quando vuoi, come con i signori de vivo e virgilio, vi invito, insieme a chiunque voglia, a vederci in pubblico e parlare del Leopardi senza testi alla mano del Leopardi e senza appunti. Inoltre ci sono anche buoni manuali scolastici. Non mi hai detto niente, leggi il Leopardi e poi esprimiti. Ma l’hai letto quello che ha scritto il Leopardi alla fine della pagina 72 (per dirne solo una)dei Pensieri? Invece di dire cosa è manualistica, cosa è leopardiano, leggi il Leopardi.
Intanto agli anti-leopardiani De Vivo e Virgilio dico: per il Leopardi non c’è nessuna comunità a venire. Trovo la vostra rivista interessante, meritevole, ma tutto questo discorso che avete qui proposto mi sembra privo di ragioni e fondamenta. Invece di pensare chissà quali trasformazioni della comunità, mi accontenterei del modello di Adorno: la bottiglia in mezzo al mare, o il modello di Nietzsche: la freccia scagliata da un pensatore e raccolta da un altro. Per la comunità a venire c’è tempo! prima l’occidente deve diventare un perfectum! poi ci sarà un nuovo inizio di una nuova civiltà. La letteratura è un granello di sabbia in questo ingranaggio. Un gran bel granello per conto mio, il più bello, ma ci vuole tanto tanto tempo perchè un libro incida su un essere umano come auspicava giustamente kafka. Meglio fare senza pensare di essere scrittori.Ancora meglio fare senza contorcimenti sociologici su cosa fanno gli altri. Fate!
L’idealismo che, volgarizzato e sminuzzato in piccinerie, insuffla e gonfia De Vivo, Virgilio e la loro prosa prolissa sarebbe stato irriso e scorticato da Leopardi per primo, giacchè l’ironia, che essi tanto temono e deprecano, non era certo l’ultima delle sue doti. Nè, ovviamente, gli era estranea la cura formale del verso e della prosa che, invece, i nostri sembrano considerare un orpello degli Scrittori maiuscoli. Campioni delle opere-ancora-tutte-da-scrivere-e-che sarebbe-bene-non-scrivere-mai (chè, sennò, si diventa Scrittori ma, non preoccupatevi, ragazzi, non correte questo rischio) cercano di costruire un hortus clausus di anime belle, non sporcate dal fatto di vivere nel presente, tempo che, evidentemente condizionati dalla mediocrazia, essi percepiscono proprio come se fossero dei dipendenti teleutenti ancorchè annoiati, anzi, persino indignati (ohè, pagano il canone, loro!): piatto, superficiale,velocemente temporizzato, disanimato dagli sfottò dei guitti e dalla corsa facile e digitale (basta un click)al monte-premi. Meglio il futuro, vero? Volate alto, voi, verso l’isola-che-non-c’è. E di ciò che c’è disprezzate il più possibile. Mai sfiorati dall’idea che la comunità sia fatta di persone vive, “normali”, imperfette, presenti e, soprattutto, che lavorano? Il che significa, prima di tutto, che percepiscono del denaro. Voi,invece,eroi melodrammatici come siete con le vostre spadine di cartone nel vostro teatrino della parola, vivete d’arte e d’amore? Mai pensato che i morti siano quelli rinchiusi in un mondo che non c’è? Loro sì, immuni, se non, appunto, dai batteri.
Erica Monesi
P.S. Naturalmente, la penso così solo perchè, ogni tanto, scrivo su un blog. Ma voi siete vaccinati e ben immunizzati contro le parole infette e virali di una della mia specie, no?
Scarpa è Vieri e io sono il tifoso interista. Continua lo sforzo forsennato di Zibaldoni.it per delegittimare le persone.
Quello che De Vivo e Virgilio dicono di Barbieri mi sembra azzeccatissimo, e a questo punto credo proprio che non valga più la pena di rivolgermi a lui, che è un azzeccagarbugli ingarbugliato. Sulle “regole” non se ne è saputo uscire, mi chiede il passo suo citato (eccolo: “Stefano prova a leggere tutti gli interventi di Zibaldoni, tutte le risposte che hanno dato, verranno fuori parecchie regole, una abbastanza curiosa…”), ma poi dici tutte assurdità, la più grande di tutte è proprio questa: lui qui dentro cerca qualcuno per cui fare il tifo, non importa quello che ha da dire.
Invece, qui, resta lo scandalo vergognoso di chi fa il gioco tra pubblico e privato solo per il proprio tornaconto. A me non sembra un tentativo di delegittimare le persone, quello di ZIB, anzi, mi sembra un atteggiamento assolutamente serio, come pochi altri, purtroppo. Barbieri, come al solito, fa l’avvocaticchio, ma potrebbe anche pensare alle cose da dire, qualche volta, invece di esibirsi, come quest’altra, adesso, questa cacacaterina, che ha la prosa sottile… con la sintassi curata… il lessico con la parolina doc… ma mi faccia il piacere… continui a scrivere nei blog e non dia fastidio con la sua supponenza…
invece di sparare sentenze sull’ontologia occidentale e di sfidare a singolar tenzone, luminamenti farebbe bene a leggere qualcosa di meglio dei manuali e dei libri di severino, altrimenti che dovremmo fare, ascoltare le sue citazioni a memoria? “senza libri e senza appunti”? va bene, hai studiato, 3oelode, sei contento? ma questo non c’entra un tubo con la discussione qui presente, non te ne accorgi? perché non provi a leggere l’ultimo post di zibaldoni e a riflettere che loro in realtà già fanno molto, moltissimo, con la loro rivista, mentre sono gli altri che fanno solo chiacchiere grazie alla posizione che occupano, per cui viene il sospetto che sia tutta una questione di posizioni di potere, alla fin fine, anche in nazioneindiana, e allora è triste, davvero molto triste.
e infine per barbieri, che vede cose personali dove in realtà ci son solo cose politiche e pubbliche che qualcun altro, invece, vorrebbe far diventare private. zibaldoni hanno fatto bene a pubblicare la missiva privata della benedetti e proprio questo loro gesto è la conferma della loro tensione verso il confronto pubblico e aperto, non verso gli affari privati.
Stefano, quello non è un passo “contro le regole in generale” come dicevi tu nel penultimo post, è una frasettina per dire che non sono d’accordo con le regole di Zibaldoni.it.
Sulla pensiero degli Zibaldoni.it, che io sono un tifoso, incapace di pensiero, non so, mi viene da pensare (se riesco) che almeno è un passo avanti, prima mi davano (non loro) del leccaculo, ora sono soltanto e senza colpa un incapace. Certo che la galleria degli stronzi o incapaci o servi si sta allargando a vista d’occhio (Voltolini, Scarpa, Montanari, Benedetti, Moresco, ogni tanto NI tutta insieme). La situazione è sempre più curiosa.
Cari De Vivo e Virgilio,
grazie di aver partecipato e di continuare a partecipare alla discussione. Come bloggers siete niente male: sapete offendere, insultare, dare delle puttane, dei servi, degli ingenui, dei vili, degli ignavi…
Sapete fare mosse molto scorrette (pubblicare lettere private è reato), per poi rivestire i panni degli equilibrati imperturbabili, come e quando vi fa comodo.
Chiedete spazio e vi lamentate quando vi viene dato; criticate lo spazio del blog e poi vi lagnate perché non vi viene dato spazio nei modi e tempi che vorreste voi; lodate i tempi riflessivi, ponderanti, TRImestrali della vostra rivista e poi protestate perché il vostro intervento è stato pubblicato su Nazione Indiana DUE mesi dopo che l’avete inviato. Volete il conflitto, vi contrapponete frontalmente agli “Scrittori” servi del mercato, innescate la polemica e poi fate le vittime perché vi si risponde; date il benvenuto al terrorismo verbale e poi mettete in mostra le ferite mugolando ‘ci hanno fatto la bua, ci hanno irrisi, ci hanno sbeffeggiati, cattivi, cattivi!’.
Con terrificante superbia totalitaristica pontificate che lo “Scrittore” debba “sforzarsi di togliersi di dosso la sua S maiuscola” (maiuscola che gli avete messo voi…) “deponendo ai piedi della comunità avvenire quella che credeva essere la sua Verità”. Ma io non depongo un bel niente, cari i miei dittatori! E’ esattamente il potere totalitario che chiede agli scrittori di deporre la loro verità in nome della comunità a venire. E’ esattamente il discorso fascista, nazista, stalinista e di tutte le ideologie totalitarie, quello che ha chiesto ciò agli scrittori. Rimproverando agli scrittori PROPRIO di FAR PARTE di una società corrotta, borghese, reazionaria, sopraffatrice, ingiusta, e di non essere i purissimi alfieri dell’utopia realizzata, E QUINDI di essere ambivalenti, contraddittori, E QUINDI non autorevoli, E QUINDI di non essere veri autori, E QUINDI di non avere diritto a scrivere. Rimproverando agli scrittori PROPRIO di proporre la loro verità individuale invece della fulgida verità collettiva (leggi: della classe politica al potere, dei funzionari di partito, dei professionisti della rivoluzione). Gli esempi storici non si contano. Delegittimazione, emarginazione, censura, confino, prigionia, tortura, eliminazione fisica. Ma dove dovremmo vivere, secondo voi, noi scrittori o nonscrittori? Dove dovremmo esprimerci e dare il nostro contributo, la nostra povera verità individualissima, se non nel tempo che ci è dato? Avete l’indirizzo di Atlantide? Ce lo spedite? Sfoglieremo il vostro dépliant turistico, e NON partiremo.
Non me ne importa nulla se voi affermate di essere aperti e mi proclamate a parole di non essere totalitari: il vostro ragionamento COINCIDE con il totalitarismo! Grazie a dio non siete al potere. Confermo e ribadisco che questo vostro ragionamento è terrificante. Mi terrorizza l’idea che possiate avere il potere di metterlo in pratica. Spero che il giorno in cui avrete il potere di farlo, nel frattempo abbiate cambiato idea. Sto lavorando per questo. Partecipo alla polemica per questo. Per farvi cambiare questa idea terrificante.
Siccome quello che scrivono gli scrittori, e le condizioni in cui si trovano a scriverlo, non corrisponde all’utopia “avvenire”, alla società perfetta futura irrealizzata (ma oh, quanto meravigliosa, giusta e paradisiaca!), che gli scrittori smettano (qui, oggi, nella nostra epoca) di scrivere. Stiano a casa in silenzio e si ripresentino solo quando avranno trovato la formula magica della “comunità avvenire”.
Deporre la verità individuale in nome di quella collettiva non ancora realizzata! Dite quello che avete da dire, col coltello o senza: vi staremo comunque ad ascoltare; ma non venite qui a chiedermi di deporre quello che ho da dire in nome della vostra utopia. È pazzesco che non ve ne rendiate conto. Siccome c’è il mercato e gli scrittori si trovano a