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	<title>Commenti a: Esperienza e narrazione: un tentativo</title>
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	<pubDate>Thu, 28 Aug 2008 20:20:59 +0000</pubDate>
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		<title>Di: luminamenti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1358</link>
		<dc:creator>luminamenti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Notevole per gli spunti di riflessione</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Notevole per gli spunti di riflessione</p>
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		<title>Di: giuseppe genna</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1359</link>
		<dc:creator>giuseppe genna</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>FANTASTICO!</description>
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		<title>Di: b.georg</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1360</link>
		<dc:creator>b.georg</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Molto ben scritto. Personalmente mi destano qualche perplessità un paio di aspetti, che voglio provare a sottoporti. Lo "sfondamento" è da intendere tra precomprensione e nude cose? Ma se è così, se la precomprensione cade, come si può, di fronte a supposte "nude cose", non essere semplicemente e totalmente inghiottiti dal silenzio? E invece si parla (anzi, si scrive). Che ruolo, che statuto ha la scrittura in tutto ciò? Da dove salta fuori? Pare data per scontata, trattata da strumento proprio mentre viene esaltata (destino che mi ricorda il modo un po' superficiale con cui Heidegger tratta del linguaggio, proprio contestualmente alla sua esaltazione in funzione poetica). Siamo sicuri che si tratti di uno s-velamento, dell'essere posti di fronte a un segreto che poi è la nullificazione dei significati precompresi (con tutto il retroterra di esistenzialismo che vi sta dietro) e non di una "piegatura" della nostra capacità di "attribuire sensi", del "quadrato" operato dalla scrittura sulla nostra relazione di senso con le cose? (il suo fruttificare, sfondarsi, esordire, per dirla con Moresco). La caduta dei "significati consueti" non allude forse a una poetica aristocratica della grazia, dell'intuizione, dell'elezione che assomiglia molto a quella di fronte alla quale Fortini metteva in guardia (il montaliano "ognuno riconosce i suoi", cui Fortini rispondeva: "dove si parla di grazia e intuito, voi sospettate dominio"-  cfr. Fortini, Nuovi saggi italiani)? La chiusa di questo pezzo, con la critica alla fiction - alla cultura industiale di massa - che fatico a non ritenere idealistica, mi aggrava il medesimo sospetto. Non so, non sono per nulla sicuro di aver centrato la critica, che ne dici?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Molto ben scritto. Personalmente mi destano qualche perplessità un paio di aspetti, che voglio provare a sottoporti. Lo &#8220;sfondamento&#8221; è da intendere tra precomprensione e nude cose? Ma se è così, se la precomprensione cade, come si può, di fronte a supposte &#8220;nude cose&#8221;, non essere semplicemente e totalmente inghiottiti dal silenzio? E invece si parla (anzi, si scrive). Che ruolo, che statuto ha la scrittura in tutto ciò? Da dove salta fuori? Pare data per scontata, trattata da strumento proprio mentre viene esaltata (destino che mi ricorda il modo un po&#8217; superficiale con cui Heidegger tratta del linguaggio, proprio contestualmente alla sua esaltazione in funzione poetica). Siamo sicuri che si tratti di uno s-velamento, dell&#8217;essere posti di fronte a un segreto che poi è la nullificazione dei significati precompresi (con tutto il retroterra di esistenzialismo che vi sta dietro) e non di una &#8220;piegatura&#8221; della nostra capacità di &#8220;attribuire sensi&#8221;, del &#8220;quadrato&#8221; operato dalla scrittura sulla nostra relazione di senso con le cose? (il suo fruttificare, sfondarsi, esordire, per dirla con Moresco). La caduta dei &#8220;significati consueti&#8221; non allude forse a una poetica aristocratica della grazia, dell&#8217;intuizione, dell&#8217;elezione che assomiglia molto a quella di fronte alla quale Fortini metteva in guardia (il montaliano &#8220;ognuno riconosce i suoi&#8221;, cui Fortini rispondeva: &#8220;dove si parla di grazia e intuito, voi sospettate dominio&#8221;-  cfr. Fortini, Nuovi saggi italiani)? La chiusa di questo pezzo, con la critica alla fiction - alla cultura industiale di massa - che fatico a non ritenere idealistica, mi aggrava il medesimo sospetto. Non so, non sono per nulla sicuro di aver centrato la critica, che ne dici?</p>
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		<title>Di: luminamenti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1361</link>
		<dc:creator>luminamenti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Heidegger tratta il linguaggio in modo superficiale? E come strumento? Ho capito bene o fraintendo? Sobbalzo dalla sedia!!! scusami b.georg per il mio tono umorale che ti potrà sembrare acceso. Tra l'altro quello che dici nel tuo commento è interessante e parecchio, ma di Hiedegger che scrive in modo quasi certamente abominevole (Borges), si può dire tutto tranne che tratta il linguaggio in modo superficiale.
L'attenzione di Heidegger al linguaggio è assoluta, estrema, estenuante, si pose davvero in una sfida nell'ascolto del linguaggio, del logos, e certo l'esito abominevole della sua espressione scritta è conseguenza anche di questo ma non priva di punti di arrivo fondanti tutte questioni con cui si confronta tutto il pensiero occidentale contemporaneo. L'esegesi in questo senso di George Steiner su Heidegger rimane esemplare. Conosco quasi tutte le obiezioni che i critici di Heidegger hanno sollevato alla sue etimologie, ma il suo lessico risulta internamente coerente come pochi hanno saputo ormai delineare chiaramente. Penso a Emil Staiger, a Karl Reinhardt, K Riezler, H. Bollack, Donald Carne-Ross o alle osservazioni di C.F. von Weiszacker sull'influsso di Heidegger all'ascolto nei più soggettivi aspetti della fisica particellare. Per non dire del suo influsso linguistico nella poesia e prosa di Ilse Aichinger, Bachman, Char, Celan. La sua attenzione al pensiero poetante è l'attenzione massima all'ascolto del linguaggio, è das kunfitge Denken, il "pensiero avvenire". Il punto inoltre non è tanto sapere dove è arrivato Heidegger con la sua ricerca ma se le domande che si è posto sul linguaggio sono legittime. A me sembra di sì.  Ti segnalo un opera tra le più profonde del 900 che tratta di questo: L'ontologie du secret, di uno degli uomini più ostici della Terra ma con una memoria spaventosa: Pierre Boutang. Il suo tema è quello che da forza alla metafora. Quali assenza sono implicite nell'uso del predicato?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Heidegger tratta il linguaggio in modo superficiale? E come strumento? Ho capito bene o fraintendo? Sobbalzo dalla sedia!!! scusami b.georg per il mio tono umorale che ti potrà sembrare acceso. Tra l&#8217;altro quello che dici nel tuo commento è interessante e parecchio, ma di Hiedegger che scrive in modo quasi certamente abominevole (Borges), si può dire tutto tranne che tratta il linguaggio in modo superficiale.<br />
L&#8217;attenzione di Heidegger al linguaggio è assoluta, estrema, estenuante, si pose davvero in una sfida nell&#8217;ascolto del linguaggio, del logos, e certo l&#8217;esito abominevole della sua espressione scritta è conseguenza anche di questo ma non priva di punti di arrivo fondanti tutte questioni con cui si confronta tutto il pensiero occidentale contemporaneo. L&#8217;esegesi in questo senso di George Steiner su Heidegger rimane esemplare. Conosco quasi tutte le obiezioni che i critici di Heidegger hanno sollevato alla sue etimologie, ma il suo lessico risulta internamente coerente come pochi hanno saputo ormai delineare chiaramente. Penso a Emil Staiger, a Karl Reinhardt, K Riezler, H. Bollack, Donald Carne-Ross o alle osservazioni di C.F. von Weiszacker sull&#8217;influsso di Heidegger all&#8217;ascolto nei più soggettivi aspetti della fisica particellare. Per non dire del suo influsso linguistico nella poesia e prosa di Ilse Aichinger, Bachman, Char, Celan. La sua attenzione al pensiero poetante è l&#8217;attenzione massima all&#8217;ascolto del linguaggio, è das kunfitge Denken, il &#8220;pensiero avvenire&#8221;. Il punto inoltre non è tanto sapere dove è arrivato Heidegger con la sua ricerca ma se le domande che si è posto sul linguaggio sono legittime. A me sembra di sì.  Ti segnalo un opera tra le più profonde del 900 che tratta di questo: L&#8217;ontologie du secret, di uno degli uomini più ostici della Terra ma con una memoria spaventosa: Pierre Boutang. Il suo tema è quello che da forza alla metafora. Quali assenza sono implicite nell&#8217;uso del predicato?</p>
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		<title>Di: b.georg</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1362</link>
		<dc:creator>b.georg</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>ehmm evidentemente ho scelto male la parola, chiedo venia. Dicevo che H. ne esalta il ruolo (tutto ciò che dici sul ruolo che egli assegna al linguaggio poetico è vero) ma che forse  utilizza la radice platonica (Cratilo) e aristotelica del modo di intendere il rapporto tra "segni e cose", limitandosi magari a rovesciarne il segno (ovviamente, come si è stracapito, la mia fonte è la lettura che di Heidegger fa Sini. Mica sono così originale, mi limito a scopiazzare i miei ricordi universitari, peraltro piuttosto vecchiotti e probabilmente superati :). Si tratta tuttavia, e ti prego di coglierlo, di una questione assolutamente secondaria in questo contesto che lascerei cadere senza nessun problema (può darsi che i miei ricordi abbiano bisogno di una bella spolveratina, nel qual caso sii clemente :). Il punto della mia domanda a Mozzi era il resto. Ciao :)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ehmm evidentemente ho scelto male la parola, chiedo venia. Dicevo che H. ne esalta il ruolo (tutto ciò che dici sul ruolo che egli assegna al linguaggio poetico è vero) ma che forse  utilizza la radice platonica (Cratilo) e aristotelica del modo di intendere il rapporto tra &#8220;segni e cose&#8221;, limitandosi magari a rovesciarne il segno (ovviamente, come si è stracapito, la mia fonte è la lettura che di Heidegger fa Sini. Mica sono così originale, mi limito a scopiazzare i miei ricordi universitari, peraltro piuttosto vecchiotti e probabilmente superati :). Si tratta tuttavia, e ti prego di coglierlo, di una questione assolutamente secondaria in questo contesto che lascerei cadere senza nessun problema (può darsi che i miei ricordi abbiano bisogno di una bella spolveratina, nel qual caso sii clemente :). Il punto della mia domanda a Mozzi era il resto. Ciao :)</p>
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		<title>Di: Raul Montanari</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1363</link>
		<dc:creator>Raul Montanari</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Questo dialogo è molto interessante dal punto di vista stilistico. 
Mozzi è un narratore, quindi è abituato a nascondere l'intelligenza dietro la semplicità. Dice cose alquanto complesse (non entro nel merito della loro eventuale opinabilità) con un linguaggio la cui arte sta tutta nella semplificazione e nel raggiungimento di un tono piano, che procede per lento accumulo di argomenti e materiali, senza spaventare nessuno. 
B.Georg e Luminamenti non sono narratori, per cui non fanno niente per nascondere la loro intelligenza e cultura; il loro dialogo si può definire filosofico. 
Per quanto mi riguarda, l'effetto che mi fa l'intervento di Luminamenti è che dopo circa dieci righe ho un calo, o piuttosto un ingarbugliamento, dell'attenzione. Non è una critica, affatto: è solo un'osservazione. Colgo qua e là cose che conosco e ho studiato, ma perdo l'insieme perché arrivo alla fine stanchissimo, come se avessi camminato dentro la scomposizione prismatica di una casa che un tempo era mia. Questa è, banalmente, la differenza fra un narratore e uno che non lo è. La fatica del narratore deve avere come esito l'assenza di fatica in chi legge.
Naturalmente questa, o "tutto questo", è anche la differenza fra un ignorante (io) e un savant.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Questo dialogo è molto interessante dal punto di vista stilistico.<br />
Mozzi è un narratore, quindi è abituato a nascondere l&#8217;intelligenza dietro la semplicità. Dice cose alquanto complesse (non entro nel merito della loro eventuale opinabilità) con un linguaggio la cui arte sta tutta nella semplificazione e nel raggiungimento di un tono piano, che procede per lento accumulo di argomenti e materiali, senza spaventare nessuno.<br />
B.Georg e Luminamenti non sono narratori, per cui non fanno niente per nascondere la loro intelligenza e cultura; il loro dialogo si può definire filosofico.<br />
Per quanto mi riguarda, l&#8217;effetto che mi fa l&#8217;intervento di Luminamenti è che dopo circa dieci righe ho un calo, o piuttosto un ingarbugliamento, dell&#8217;attenzione. Non è una critica, affatto: è solo un&#8217;osservazione. Colgo qua e là cose che conosco e ho studiato, ma perdo l&#8217;insieme perché arrivo alla fine stanchissimo, come se avessi camminato dentro la scomposizione prismatica di una casa che un tempo era mia. Questa è, banalmente, la differenza fra un narratore e uno che non lo è. La fatica del narratore deve avere come esito l&#8217;assenza di fatica in chi legge.<br />
Naturalmente questa, o &#8220;tutto questo&#8221;, è anche la differenza fra un ignorante (io) e un savant.</p>
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	</item>
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		<title>Di: b.georg</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1364</link>
		<dc:creator>b.georg</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>non penso si possa dire "nascondere o non nascondere"  intelligenza e cultura, come fosse un fatto intenzionale. Si tratta di esprimersi per come si è capaci. Male, per quel che mi riguarda. Sapendolo, cerco di supplire con la sensatezza degli argomenti. Dio ci liberi da chi fa l'inverso. (ps: che ne sai che non sono un narratore? ;-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>non penso si possa dire &#8220;nascondere o non nascondere&#8221;  intelligenza e cultura, come fosse un fatto intenzionale. Si tratta di esprimersi per come si è capaci. Male, per quel che mi riguarda. Sapendolo, cerco di supplire con la sensatezza degli argomenti. Dio ci liberi da chi fa l&#8217;inverso. (ps: che ne sai che non sono un narratore? ;-)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: caracaterina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1365</link>
		<dc:creator>caracaterina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Suggestiva e, senza ironia, generosa, la frase di Montanari:"La fatica del narratore deve avere come esito l'assenza di fatica di chi legge". Ma, allora, Moresco non è un narratore? Se non ricordo male, proprio tu, Raul, dicesti in un vecchio commento della tua "fatica" nel leggere Moresco. E, pur tenendo conto delle differenze abissali, cosa sono Joyce, Proust, Musil? ;-)

Credo che la frase di Montanari, con le sue contraddizioni, contenga tuttavia in sè proprio una parte delle questioni che ha posto b.georg. Nel suo intervento, Mozzi scrive: "La finzione, fiction, è l'incubo". Sembra usare i due vocaboli come sinonimi, almeno io l'avevo intesa così. Tanto è vero che, nella mia testa, avevo cancellato la parola "fiction", che a me suonava incongrua, e mi ero concentrata solo su "finzione", con il suo significato contrapposto a "invenzione" come lo pone Mozzi. Antitesi su cui non sono d'accordo ma questo non conta. Poi arriva b.georg che, invece, nel suo commento fa risaltare la parola  "fiction" nel senso di letteratura popolare e "industriale" osservando che il disprezzo mozziano si potrebbe conciliare, eventualmente, con una sorta di "grazia" assai sospettabile, che metterebbe lo scrittore in grado di passare dalla "precomprensione" all'invenzione-scoperta delle "nude cose".
Ora, si potrebbe dire che la "fiction" è  letteratura che "ha come esito l'assenza di fatica di chi legge"?  Ma, se così fosse, anche quella di Mozzi lo è. E invece no, almeno Mozzi si adopera perchè non lo sia. Eppure lui è narratore apparentemente "facile".
A complicare le cose, sta poi il fatto che la scrittura di Mozzi è stata distillata da lui stesso in una serie di canoni, di regole, di passaggi, in un lavoro che è tanto tecnico e operativo da poter essere insegnato, come il mestiere che lui di fatto insegna. Il che sembrerebbe portarci  ben lontano dal concetto di scrittura come "grazia", dal platonismo e, magari, dal decadentismo dell' intuizione veggente. Mentre ci riporta, invece, all'ambito della "fiction", della sua costruzione operativa e diciamo pure "industriale" nonchè della facilità di fruizione connessa. Niente di aristocratico, dunque, anzi, più democratico e antitetico al dominio di così! (C'è sempre quella questione dell'invenzione vs finzione ma, vabbè.)  Allora: Mozzi è "facile", non faticoso da leggere, quindi popolare (e vendibile),  tecnico nella scrittura, persino seriale, financo realistico, come Crichton quando mette insieme E.R. e i Medici in prima linea. E' pure un blogger. Ma non scrive fiction.
 
La faccenda che Mozzi propone a me sembra traducibile, piuttosto, nei termini da lui esposti di "imbarazzo". La letteratura, facile o difficile, realistica o fantastica, finzione o invenzione che sia, è ciò che produce imbarazzo in chi legge, ma prima di tutto, credo, in chi scrive, rompe le attese consuete e le abitudini, aprendo un varco di mancanza di senso. Un varco che la letteratura  non richiude e la fiction invece sì.
In virtù di cosa la letteratura tiene spalancato questo varco?   
In virtù della sola retorica, ovvero delle parole ordinate in modo tale da produrre l'effetto voluto. Un ordine costruito come gli ingegneri costruiscono i ponti, con lo studio, l'attenzione, il lavoro e, certo, la capacità individuale.  L'imbarazzo è l'esperienza che il lettore fa del caos, l'ordine delle parole costruisce un cosmo che non protegge, non consola attraverso l'evasione e la rimozione ma può transitoriamente ospitarci, fragile e precario, esso stesso esposto continuamente allo scompaginamento del caos. 
Erica</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Suggestiva e, senza ironia, generosa, la frase di Montanari:&#8221;La fatica del narratore deve avere come esito l&#8217;assenza di fatica di chi legge&#8221;. Ma, allora, Moresco non è un narratore? Se non ricordo male, proprio tu, Raul, dicesti in un vecchio commento della tua &#8220;fatica&#8221; nel leggere Moresco. E, pur tenendo conto delle differenze abissali, cosa sono Joyce, Proust, Musil? ;-)</p>
<p>Credo che la frase di Montanari, con le sue contraddizioni, contenga tuttavia in sè proprio una parte delle questioni che ha posto b.georg. Nel suo intervento, Mozzi scrive: &#8220;La finzione, fiction, è l&#8217;incubo&#8221;. Sembra usare i due vocaboli come sinonimi, almeno io l&#8217;avevo intesa così. Tanto è vero che, nella mia testa, avevo cancellato la parola &#8220;fiction&#8221;, che a me suonava incongrua, e mi ero concentrata solo su &#8220;finzione&#8221;, con il suo significato contrapposto a &#8220;invenzione&#8221; come lo pone Mozzi. Antitesi su cui non sono d&#8217;accordo ma questo non conta. Poi arriva b.georg che, invece, nel suo commento fa risaltare la parola  &#8220;fiction&#8221; nel senso di letteratura popolare e &#8220;industriale&#8221; osservando che il disprezzo mozziano si potrebbe conciliare, eventualmente, con una sorta di &#8220;grazia&#8221; assai sospettabile, che metterebbe lo scrittore in grado di passare dalla &#8220;precomprensione&#8221; all&#8217;invenzione-scoperta delle &#8220;nude cose&#8221;.<br />
Ora, si potrebbe dire che la &#8220;fiction&#8221; è  letteratura che &#8220;ha come esito l&#8217;assenza di fatica di chi legge&#8221;?  Ma, se così fosse, anche quella di Mozzi lo è. E invece no, almeno Mozzi si adopera perchè non lo sia. Eppure lui è narratore apparentemente &#8220;facile&#8221;.<br />
A complicare le cose, sta poi il fatto che la scrittura di Mozzi è stata distillata da lui stesso in una serie di canoni, di regole, di passaggi, in un lavoro che è tanto tecnico e operativo da poter essere insegnato, come il mestiere che lui di fatto insegna. Il che sembrerebbe portarci  ben lontano dal concetto di scrittura come &#8220;grazia&#8221;, dal platonismo e, magari, dal decadentismo dell&#8217; intuizione veggente. Mentre ci riporta, invece, all&#8217;ambito della &#8220;fiction&#8221;, della sua costruzione operativa e diciamo pure &#8220;industriale&#8221; nonchè della facilità di fruizione connessa. Niente di aristocratico, dunque, anzi, più democratico e antitetico al dominio di così! (C&#8217;è sempre quella questione dell&#8217;invenzione vs finzione ma, vabbè.)  Allora: Mozzi è &#8220;facile&#8221;, non faticoso da leggere, quindi popolare (e vendibile),  tecnico nella scrittura, persino seriale, financo realistico, come Crichton quando mette insieme E.R. e i Medici in prima linea. E&#8217; pure un blogger. Ma non scrive fiction.</p>
<p>La faccenda che Mozzi propone a me sembra traducibile, piuttosto, nei termini da lui esposti di &#8220;imbarazzo&#8221;. La letteratura, facile o difficile, realistica o fantastica, finzione o invenzione che sia, è ciò che produce imbarazzo in chi legge, ma prima di tutto, credo, in chi scrive, rompe le attese consuete e le abitudini, aprendo un varco di mancanza di senso. Un varco che la letteratura  non richiude e la fiction invece sì.<br />
In virtù di cosa la letteratura tiene spalancato questo varco?<br />
In virtù della sola retorica, ovvero delle parole ordinate in modo tale da produrre l&#8217;effetto voluto. Un ordine costruito come gli ingegneri costruiscono i ponti, con lo studio, l&#8217;attenzione, il lavoro e, certo, la capacità individuale.  L&#8217;imbarazzo è l&#8217;esperienza che il lettore fa del caos, l&#8217;ordine delle parole costruisce un cosmo che non protegge, non consola attraverso l&#8217;evasione e la rimozione ma può transitoriamente ospitarci, fragile e precario, esso stesso esposto continuamente allo scompaginamento del caos.<br />
Erica</p>
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		<title>Di: luminamenti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1366</link>
		<dc:creator>luminamenti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Per George e più sotto per Montanari (mi spiace se ti viene l'esaurimento!). Mi era chiaro che il tuo discorso non era centrato sulla mia osservazione critica.
Ho solo - nel senso del proficuo - ap-profittato di quella tua osservazione sul linguaggio di Heidegger, per delimitare volutamente dei margini di senso a una delle cose che hai detto, proprio oltrepassando il centro del tuo discorso.
Problema di diramazioni in un discorso! Di temi e sottotemi, di uso dei collegamenti neuronali. Mi premeva chiarire quel punto. Poi sul resto a dopo eventualmente. Non tutto insieme, già Montanari si stanca!!! ahahah!!!
Per Montanari che dice: "B.Georg e Luminamenti non sono narratori, per cui non fanno niente per nascondere la loro intelligenza e cultura; il loro dialogo si può definire filosofico".
Quindi i narratori nasconderebbero o non fanno niente per nascondere intelligenza e cultura?
Non credo che occorra che scriva una solo riga per dire che questa è una fesseria (che non fa di te un fesso ovviamente Montanari,anzi ti leggo con piacere e interesse e difficoltà, non c'è la benché minima mia intenzione di s-valutarti! non potrei, non ti conosco, esattamente come tu non mi conosci a parte la limitata conoscenza che di me puoi avere leggendo in giro sul web i miei post e che fanno di me un signor nessuno: né narratore, né poeta, né filosofo, le categorie non m'interessano, gli altri poi facciano pure dove inquadrarmi. Non è che quello che faccio lo metta su Internet se non per il tempo che occorra a fare scorrere la sabbia dentro la clessidra della mia vita! E la clessidra è un'immagine in movimento che ha i suoi significati che puoi trovare solo faticando un poco!).
Mi sembra che nei post sopra quelli miei, su questo argomento c'è chi ha già risposto. Quando leggo Beckett o Peter Handke o Burroughs o Celine o Nabokov o Faulkner (che se ne fotteva altamente non dei lettori ma di quello che "sa" leggere il lettore, anche perché se lo "sa leggere" a che gli servirà leggerlo?) fatico eccome, e per me e anche per qualche altro sono dei narratori, ed è proprio la fatica che faccio che mi restituisce tantissimo!
Inoltre per alcuni quello che tu definisci dialogo filosofico è meno faticoso di una narrazione! Elias Canetti dette ad Albert Einstein un libro di Kafka, America, e dopo un poco Einstein glielo restituì dicendo: troppo complicato, non riesco a leggerlo, non sono abbastanza intelligente. Ora, la critica ha sempre detto che Kafka è complesso, molto complesso, ma certamente non faticoso da leggere, eppure per Einstein era impossibile da leggere. Accogliere il linguaggio altrui è sempre cortesia e ospitalità! Si può o non si può! si vuole o non si vuole. Chi smette di leggere ciò che un altro scrive deve fare i conti solo con se stesso!
Talvolta, mi sembra, che si venda, si getti via la com-prensione in cambio della facilità di lettura.
Riuscire a leggere senza fatica un testo può essere un ottimo alibi per arrivare alla fine del libro senza avere capito nulla o quasi (ancor peggio credendo di aver capito), senza che dentro ti rimanga nulla o molto poco, senza che il tempo di lettura diventi tempo di trasformazione ma solo tempo da occupare con una parvenza di piacere ed emozione, un divertissement.
Infatti Montanari dice:"La fatica del narratore deve avere come esito l'assenza di fatica in chi legge."
E' un'opinione rispettabile. Come esattamente il suo contrario! Non è un argomento! Potrei dire che la leggerezza a me che leggo mi venga restituita, che levito quando "supero" la fatica che mi renderebbe inospitale l'idioletto e la narrazione dell'autore che leggo. Quando supero la mia pre-comprensione, il mio sapere dato. Solo allora, ciò che ho penetrato, sfondato, spezzettato, diluito viene da me assimilato!  
Ma forse dovresti indagare un pochino di più su cos'è la fatica (della lettura), su una fenomenologia della fatica (che non è contro, adversa "anche" alla leggerezza, né la leggerezza può essere ridotta all'assenza di fatica)! a cui sono collegabili altri aspetti cognitivi della lettura.
Poi, detto questo, ognuno di noi può chiudersi nella sua idea solipsistica e soggettiva di cos'è la lettura e la lettura narrativa e non; poi ognuno di noi può chiudersi nei suoi limiti di ricezione o come diceva Konrad Lorenz nella sua educazione data alla ricezione delle forme.
Preferisco demolirla di volta in volta questa mia educazione alla lettura. Proprio in quel momento ap-prendo piuttosto che credere di sapere!
Ma se vogliamo fare un esame oggettivo della questione, perché ciò è possibile, credo che si possa arrivare ad altre conclusioni. E non saranno i fatti a smentire le conclusioni. 
Se il libro Va di porta il cuore di Susanna Tamaro è stato superletto, per me significa che i suoi lettori hanno ragione! Ma non la verità!
Le prove stancano la verità!
Poi dici: "Naturalmente questa, o "tutto questo", è anche la differenza fra un ignorante (io) e un savant".
Non ho proprio di me la percezione del savant che non so neanche cos'è ( a parte le romantiche e inconsistenti descrizioni mitologiche-letterarie). 
Penso, invece, che non sarebbe male che proprio perché si è (tutti) ignoranti, un poco di fatica a leggere "anche" fuori dalla narrativa, possa essere proficuo a quello che il narratore vorrà dire narrando. Il limite del narratore che narra "ignorando" gli altri linguaggi, le altre forme espressive di scrittura e di pensiero, matematica, musica, pittura compresa, è quello di non riuscire a guardare oltre il proprio sguardo. Finisce per guardare e sentire, molto spesso (non dico sempre perché gli accadimenti che non sono atti di lettura nel senso stretto del termine, possono influenzare il nostro modo di cambiare occhio e orecchio), in maniera ripetitivamente eguale. 
Detto tutto questo - che è pochissimo - rimane il fatto che Mozzi non nasconde la sua intelligenza e cultura che si può "vedere" e "sentire" nei suoi testi. Non sono nascoste!
Se lo pensi allora esemplifichi quanto ho detto sopra.
Detto questo, Mozzi ha il suo stile e non è il problema del narratore quello di scegliere uno stile più o meno faticoso o congeniale al lettore (quale lettore? e io che lettore sarei? potresti sorprendere nel cercare di individuare quali sono le mie letture fondanti, quelle che mi hanno lasciato cicatrici, caratteri, gioia), ma piuttosto quello di avere quel proprio stile (il problema dell'assenza di stile non è dentro l'atto dello scrivere ma nell'atto che accoglie nudamente il mondo che si percepisce, si esperisce. Posizione squisitamente fenomenologica nel senso classico delineato da Husserl! e che ha implicazioni pratiche ed etiche importantissime! avrebbero un impatto sul mondo reale! lo stile è ciò che io riesco a restituire al mondo!) che gli con-sente secondo la sua natura e le sue esperienze di dire "Delle cose intelligenti e colte" mostrandole con la sua grammatica e il suo idioletto più adatti a scavare nelle "sue" catacombe, nel suo rapporto con la vita e con il mondo. Ma quello che vale per Mozzi non può essere paradigmatico del modo di narrare o di come si dovrebbe narrare. Chi lo pensa introduce senza saperlo o meno, una metafisica della narrazione, i suoi principi primi, che mi può stare bene se è una scelta singolare, mentre la respingo con tutte le mie forze se vuole essere la regola sovrasensibile della narrazione. Più semplicemente, mi sta bene che un romano creda che Roma è la città più bella del mondo, mi preoccupa quando vuole che tutti gli altri lo credano! Ci sono migliai di modi di narrare diversi. Al lettore la sfida di penetrare ciò che non si può capire degli altri! 
Non amo confenzionare mondi per lettori che già li conoscono. Non è apprendimento!
E infine: perché mai si dovrebbe nascondere l'intelligenza e la cultura? Invito Montanari a riflettere sulle migliaia di ragioni buone e cattive intorno al mostrare o al contrario nascondere intelligenza e cultura (compreso il complesso di invidia...invidia anche rispetto alla fatica, alle energie profuse nella propria ricerca...e ci sono anche dialoghi filosofici privi di intelligenza e cultura)
A me sembra che il problema è che d'intelligenza e cultura non ce ne sia molta in giro, magari si vedesse! E' sempre più elitaria, ahimé!
Fermo restando che sono assolutamente contrario a una meritocrazia dell'intelligenza e della cultura, mentre sono favorevole non tanto a dire: io sono intelligente e colto, quanto piuttosto a disseminarla a modo proprio, rifuggendo l'idea di comunicazione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Per George e più sotto per Montanari (mi spiace se ti viene l&#8217;esaurimento!). Mi era chiaro che il tuo discorso non era centrato sulla mia osservazione critica.<br />
Ho solo - nel senso del proficuo - ap-profittato di quella tua osservazione sul linguaggio di Heidegger, per delimitare volutamente dei margini di senso a una delle cose che hai detto, proprio oltrepassando il centro del tuo discorso.<br />
Problema di diramazioni in un discorso! Di temi e sottotemi, di uso dei collegamenti neuronali. Mi premeva chiarire quel punto. Poi sul resto a dopo eventualmente. Non tutto insieme, già Montanari si stanca!!! ahahah!!!<br />
Per Montanari che dice: &#8220;B.Georg e Luminamenti non sono narratori, per cui non fanno niente per nascondere la loro intelligenza e cultura; il loro dialogo si può definire filosofico&#8221;.<br />
Quindi i narratori nasconderebbero o non fanno niente per nascondere intelligenza e cultura?<br />
Non credo che occorra che scriva una solo riga per dire che questa è una fesseria (che non fa di te un fesso ovviamente Montanari,anzi ti leggo con piacere e interesse e difficoltà, non c&#8217;è la benché minima mia intenzione di s-valutarti! non potrei, non ti conosco, esattamente come tu non mi conosci a parte la limitata conoscenza che di me puoi avere leggendo in giro sul web i miei post e che fanno di me un signor nessuno: né narratore, né poeta, né filosofo, le categorie non m&#8217;interessano, gli altri poi facciano pure dove inquadrarmi. Non è che quello che faccio lo metta su Internet se non per il tempo che occorra a fare scorrere la sabbia dentro la clessidra della mia vita! E la clessidra è un&#8217;immagine in movimento che ha i suoi significati che puoi trovare solo faticando un poco!).<br />
Mi sembra che nei post sopra quelli miei, su questo argomento c&#8217;è chi ha già risposto. Quando leggo Beckett o Peter Handke o Burroughs o Celine o Nabokov o Faulkner (che se ne fotteva altamente non dei lettori ma di quello che &#8220;sa&#8221; leggere il lettore, anche perché se lo &#8220;sa leggere&#8221; a che gli servirà leggerlo?) fatico eccome, e per me e anche per qualche altro sono dei narratori, ed è proprio la fatica che faccio che mi restituisce tantissimo!<br />
Inoltre per alcuni quello che tu definisci dialogo filosofico è meno faticoso di una narrazione! Elias Canetti dette ad Albert Einstein un libro di Kafka, America, e dopo un poco Einstein glielo restituì dicendo: troppo complicato, non riesco a leggerlo, non sono abbastanza intelligente. Ora, la critica ha sempre detto che Kafka è complesso, molto complesso, ma certamente non faticoso da leggere, eppure per Einstein era impossibile da leggere. Accogliere il linguaggio altrui è sempre cortesia e ospitalità! Si può o non si può! si vuole o non si vuole. Chi smette di leggere ciò che un altro scrive deve fare i conti solo con se stesso!<br />
Talvolta, mi sembra, che si venda, si getti via la com-prensione in cambio della facilità di lettura.<br />
Riuscire a leggere senza fatica un testo può essere un ottimo alibi per arrivare alla fine del libro senza avere capito nulla o quasi (ancor peggio credendo di aver capito), senza che dentro ti rimanga nulla o molto poco, senza che il tempo di lettura diventi tempo di trasformazione ma solo tempo da occupare con una parvenza di piacere ed emozione, un divertissement.<br />
Infatti Montanari dice:&#8221;La fatica del narratore deve avere come esito l&#8217;assenza di fatica in chi legge.&#8221;<br />
E&#8217; un&#8217;opinione rispettabile. Come esattamente il suo contrario! Non è un argomento! Potrei dire che la leggerezza a me che leggo mi venga restituita, che levito quando &#8220;supero&#8221; la fatica che mi renderebbe inospitale l&#8217;idioletto e la narrazione dell&#8217;autore che leggo. Quando supero la mia pre-comprensione, il mio sapere dato. Solo allora, ciò che ho penetrato, sfondato, spezzettato, diluito viene da me assimilato!<br />
Ma forse dovresti indagare un pochino di più su cos&#8217;è la fatica (della lettura), su una fenomenologia della fatica (che non è contro, adversa &#8220;anche&#8221; alla leggerezza, né la leggerezza può essere ridotta all&#8217;assenza di fatica)! a cui sono collegabili altri aspetti cognitivi della lettura.<br />
Poi, detto questo, ognuno di noi può chiudersi nella sua idea solipsistica e soggettiva di cos&#8217;è la lettura e la lettura narrativa e non; poi ognuno di noi può chiudersi nei suoi limiti di ricezione o come diceva Konrad Lorenz nella sua educazione data alla ricezione delle forme.<br />
Preferisco demolirla di volta in volta questa mia educazione alla lettura. Proprio in quel momento ap-prendo piuttosto che credere di sapere!<br />
Ma se vogliamo fare un esame oggettivo della questione, perché ciò è possibile, credo che si possa arrivare ad altre conclusioni. E non saranno i fatti a smentire le conclusioni.<br />
Se il libro Va di porta il cuore di Susanna Tamaro è stato superletto, per me significa che i suoi lettori hanno ragione! Ma non la verità!<br />
Le prove stancano la verità!<br />
Poi dici: &#8220;Naturalmente questa, o &#8220;tutto questo&#8221;, è anche la differenza fra un ignorante (io) e un savant&#8221;.<br />
Non ho proprio di me la percezione del savant che non so neanche cos&#8217;è ( a parte le romantiche e inconsistenti descrizioni mitologiche-letterarie).<br />
Penso, invece, che non sarebbe male che proprio perché si è (tutti) ignoranti, un poco di fatica a leggere &#8220;anche&#8221; fuori dalla narrativa, possa essere proficuo a quello che il narratore vorrà dire narrando. Il limite del narratore che narra &#8220;ignorando&#8221; gli altri linguaggi, le altre forme espressive di scrittura e di pensiero, matematica, musica, pittura compresa, è quello di non riuscire a guardare oltre il proprio sguardo. Finisce per guardare e sentire, molto spesso (non dico sempre perché gli accadimenti che non sono atti di lettura nel senso stretto del termine, possono influenzare il nostro modo di cambiare occhio e orecchio), in maniera ripetitivamente eguale.<br />
Detto tutto questo - che è pochissimo - rimane il fatto che Mozzi non nasconde la sua intelligenza e cultura che si può &#8220;vedere&#8221; e &#8220;sentire&#8221; nei suoi testi. Non sono nascoste!<br />
Se lo pensi allora esemplifichi quanto ho detto sopra.<br />
Detto questo, Mozzi ha il suo stile e non è il problema del narratore quello di scegliere uno stile più o meno faticoso o congeniale al lettore (quale lettore? e io che lettore sarei? potresti sorprendere nel cercare di individuare quali sono le mie letture fondanti, quelle che mi hanno lasciato cicatrici, caratteri, gioia), ma piuttosto quello di avere quel proprio stile (il problema dell&#8217;assenza di stile non è dentro l&#8217;atto dello scrivere ma nell&#8217;atto che accoglie nudamente il mondo che si percepisce, si esperisce. Posizione squisitamente fenomenologica nel senso classico delineato da Husserl! e che ha implicazioni pratiche ed etiche importantissime! avrebbero un impatto sul mondo reale! lo stile è ciò che io riesco a restituire al mondo!) che gli con-sente secondo la sua natura e le sue esperienze di dire &#8220;Delle cose intelligenti e colte&#8221; mostrandole con la sua grammatica e il suo idioletto più adatti a scavare nelle &#8220;sue&#8221; catacombe, nel suo rapporto con la vita e con il mondo. Ma quello che vale per Mozzi non può essere paradigmatico del modo di narrare o di come si dovrebbe narrare. Chi lo pensa introduce senza saperlo o meno, una metafisica della narrazione, i suoi principi primi, che mi può stare bene se è una scelta singolare, mentre la respingo con tutte le mie forze se vuole essere la regola sovrasensibile della narrazione. Più semplicemente, mi sta bene che un romano creda che Roma è la città più bella del mondo, mi preoccupa quando vuole che tutti gli altri lo credano! Ci sono migliai di modi di narrare diversi. Al lettore la sfida di penetrare ciò che non si può capire degli altri!<br />
Non amo confenzionare mondi per lettori che già li conoscono. Non è apprendimento!<br />
E infine: perché mai si dovrebbe nascondere l&#8217;intelligenza e la cultura? Invito Montanari a riflettere sulle migliaia di ragioni buone e cattive intorno al mostrare o al contrario nascondere intelligenza e cultura (compreso il complesso di invidia&#8230;invidia anche rispetto alla fatica, alle energie profuse nella propria ricerca&#8230;e ci sono anche dialoghi filosofici privi di intelligenza e cultura)<br />
A me sembra che il problema è che d&#8217;intelligenza e cultura non ce ne sia molta in giro, magari si vedesse! E&#8217; sempre più elitaria, ahimé!<br />
Fermo restando che sono assolutamente contrario a una meritocrazia dell&#8217;intelligenza e della cultura, mentre sono favorevole non tanto a dire: io sono intelligente e colto, quanto piuttosto a disseminarla a modo proprio, rifuggendo l&#8217;idea di comunicazione.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Tiziano Scarpa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1367</link>
		<dc:creator>Tiziano Scarpa</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Bella discussione, vi ringrazio tutti.
Volevo solo dire che la lettura dell'intervento di Mozzi per me è stata un'esperienza. Grazie Giulio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bella discussione, vi ringrazio tutti.<br />
Volevo solo dire che la lettura dell&#8217;intervento di Mozzi per me è stata un&#8217;esperienza. Grazie Giulio.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Tez</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1368</link>
		<dc:creator>Tez</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=196#comment-1368</guid>
		<description>Da parte mia considero il linguaggio molto più potente. Non riferito a nude cose (che sono già da un pezzo dentro il linguaggio) ma creatore di prassi entro la quale possiamo parlare sensatamente di trascendenza e approccio fenomenologico al reale. Il problema è semplice: se c'è qualcosa prima del linguaggio, qualcosa che esso s'incarica di "tradurre" o "riportare", allora facciamo come una persona che ha bisogno di un secondo dado per sapere cosa è uscito col primo. 
L'argomento è stimolante e ci scriverò su.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Da parte mia considero il linguaggio molto più potente. Non riferito a nude cose (che sono già da un pezzo dentro il linguaggio) ma creatore di prassi entro la quale possiamo parlare sensatamente di trascendenza e approccio fenomenologico al reale. Il problema è semplice: se c&#8217;è qualcosa prima del linguaggio, qualcosa che esso s&#8217;incarica di &#8220;tradurre&#8221; o &#8220;riportare&#8221;, allora facciamo come una persona che ha bisogno di un secondo dado per sapere cosa è uscito col primo.<br />
L&#8217;argomento è stimolante e ci scriverò su.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Raul Montanari</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1369</link>
		<dc:creator>Raul Montanari</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=196#comment-1369</guid>
		<description>Tutte le reazioni al mio commento sono interessanti e giustificate, e mi costringono ad ampliarlo. 
E' sicuramente vero che un "prosatore" (adottiamo per il momento questa definizione neutra) può essere molto difficile da leggere. 
Anche tralasciando le idiosincrasie personali di cui giustamente parla Luminamenti, possiamo concordare tutti sul fatto che Moresco può essere anche MOLTO difficile da leggere, e lo stesso vale per i nomi classici che si fanno in questo caso, il Joyce di Ulysses, il Faulkner di The Sound and The Fury (meno quello di altri titoli, forse), e così via. 
Io riproporrei qui, senza nessuna ambizione sistemica, una vecchia distinzione. 
Fra gli autori di prosa letteraria esistono due polarità; non dico due tipologie, perché in effetti lo stesso autore può oscillare, nelle sue opere, fra queste due polarità. 
Esiste l'atteggiamento dello scrittore, ed esiste l'atteggiamento del narratore. 
A Tiziano, con il quale abbiamo spesso discusso di questa distinzione, non piace assolutamente l'uso della definizione "scrittore", ma io cerco solo di farmi capire.
Come si distinguono le due polarità?
Semplice. 
Il narratore è attento in particolare a trama, personaggi, atmosfera. Tende a scomparire dietro la storia che racconta (anche quando è autobiografica). Nel lavoro sulla lingua, di solito cerca la massima semplicità e trasparenza.
Lo scrittore è attento anzitutto proprio alla lingua, che adopera e reinventa in modo estremamente creativo. In casi estremi, la storia che racconta è quasi un pretesto per far vivere quella lingua, la lingua alla quale lui lavora.
Effetti sulla lettura: quando leggi un narratore leggi spesso abbastanza velocemente (a seconda); in certi casi (soprattutto nella narrativa di genere, che appunto è quasi sempre narrativa, non scrittura) leggi solo per "vedere come va a finire"; più in generale, leggi godendoti la compagnia dei personaggi, della storia, delle atmosfere. Quando leggi uno scrittore, sei anzitutto in compagnia delle parole, delle frasi, insomma della lingua. Quasi sempre leggi più lentamente, centellinando. 
Ecco, dicendo che Mozzi è un narratore volevo dire solo questo.
Esempi di prosatori delle ultime generazioni orientati alla narrazione? Ammaniti, Lucarelli. Ammaniti ha lavorato eccome sulla scrittura: la sua scrittura è riconoscibilissima; però non è un caso che questo lavoro sia stato di scavo, di prosciugamento, un lavoro a togliere. 
Esempi di prosatori delle ultime generazioni orientati alla scrittura? Ovviamente Moresco, Nove, Scarpa (quest'ultimo con maggiori oscillazioni fra le due polarità: il romanzo Kamikaze d'Occidente apre ampie lasse narrative, in cui la tipica tensione scarpiana verso l'invenzione lessicale, la concentrazione espressiva e il paradosso concettuale si stempera in pura, piana scansione di dialogo o di descrizione). Interessante il caso di Nove, che può essere rifiutato a priori, in blocco, ma può costituire un'esperienza di lettura molto originale perché "apparentemente" la sua prosa lirica è superfacile, non presenta ostacoli, si colloca "al di sotto" dell'orizzonte linguistico del lettore medio. 
Sono molto interessanti poi gli esempi di oscillazione marcata fra le due polarità, specie quando segnano periodi diversi nella creatività di un autore. Duerrenmatt, per esempio, è decisamente "scrittore" nelle sue primissime opere (di forte taglio espressionistico). Diventa più "narratore" nei polizieschi della sua stagione matura, come Il Sospetto, Il giudice e il suo boia, La promessa: qui il linguaggio assottiglia il suo spessore, si concede perfino qualche banalità, perché la geometria terrificante della trama ha il sopravvento su tutto. Ridiventa più "scrittore" da vecchio, in opere come L'incarico (un romanzo i cui capitoli constano tutti di una sola lunghissima frase) o La valle del Caos.
In Aldo Busi, la tensione verso la scrittura non viene mai meno; però è possibile distinguere un periodo giovanile in cui la scrittura è alluvionale e, non a caso, i testi narrativi sono molto lunghi, da un periodo maturo (attuale) in cui i testi si riducono a circa 100 pagine con un'attenzione insolita verso l'intreccio. Esemplare il bellissimo Un cuore di troppo, che si può schematizzare così: A parla a B del proprio amore per C, e forse lo fa per sedurre B.

Ripeto, comunque: questa distinzione, molto empirica, si può accettare soltanto evitando di irrigidirla. 
Che le due polarità esistano mi sembra evidente; l'ho riscontrato nella mia esperienza di lettore, nella mia esperienza diretta come scrittore, e in quella indiretta (parlando con i miei colleghi o seguendo i tentativi di autori esordienti o di allievi dei corsi di scrittura creativa).
Ciao a tutti, concordo con Tiz sul fatto che la discussione è davvero interessante.
PS Uno stranissimo pendant della discussione si trova in un commento del Superficiale all'ultimo pezzo di Moresco: "Sembra Io non ho paura scritto da un letterato". Ho chiesto al Superficiale doi spiegare meglio, perché l'osservazione mi sembrava molto interessante, ma si è sottratto e mi ha dato una risposta arguta ed elusiva.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Tutte le reazioni al mio commento sono interessanti e giustificate, e mi costringono ad ampliarlo.<br />
E&#8217; sicuramente vero che un &#8220;prosatore&#8221; (adottiamo per il momento questa definizione neutra) può essere molto difficile da leggere.<br />
Anche tralasciando le idiosincrasie personali di cui giustamente parla Luminamenti, possiamo concordare tutti sul fatto che Moresco può essere anche MOLTO difficile da leggere, e lo stesso vale per i nomi classici che si fanno in questo caso, il Joyce di Ulysses, il Faulkner di The Sound and The Fury (meno quello di altri titoli, forse), e così via.<br />
Io riproporrei qui, senza nessuna ambizione sistemica, una vecchia distinzione.<br />
Fra gli autori di prosa letteraria esistono due polarità; non dico due tipologie, perché in effetti lo stesso autore può oscillare, nelle sue opere, fra queste due polarità.<br />
Esiste l&#8217;atteggiamento dello scrittore, ed esiste l&#8217;atteggiamento del narratore.<br />
A Tiziano, con il quale abbiamo spesso discusso di questa distinzione, non piace assolutamente l&#8217;uso della definizione &#8220;scrittore&#8221;, ma io cerco solo di farmi capire.<br />
Come si distinguono le due polarità?<br />
Semplice.<br />
Il narratore è attento in particolare a trama, personaggi, atmosfera. Tende a scomparire dietro la storia che racconta (anche quando è autobiografica). Nel lavoro sulla lingua, di solito cerca la massima semplicità e trasparenza.<br />
Lo scrittore è attento anzitutto proprio alla lingua, che adopera e reinventa in modo estremamente creativo. In casi estremi, la storia che racconta è quasi un pretesto per far vivere quella lingua, la lingua alla quale lui lavora.<br />
Effetti sulla lettura: quando leggi un narratore leggi spesso abbastanza velocemente (a seconda); in certi casi (soprattutto nella narrativa di genere, che appunto è quasi sempre narrativa, non scrittura) leggi solo per &#8220;vedere come va a finire&#8221;; più in generale, leggi godendoti la compagnia dei personaggi, della storia, delle atmosfere. Quando leggi uno scrittore, sei anzitutto in compagnia delle parole, delle frasi, insomma della lingua. Quasi sempre leggi più lentamente, centellinando.<br />
Ecco, dicendo che Mozzi è un narratore volevo dire solo questo.<br />
Esempi di prosatori delle ultime generazioni orientati alla narrazione? Ammaniti, Lucarelli. Ammaniti ha lavorato eccome sulla scrittura: la sua scrittura è riconoscibilissima; però non è un caso che questo lavoro sia stato di scavo, di prosciugamento, un lavoro a togliere.<br />
Esempi di prosatori delle ultime generazioni orientati alla scrittura? Ovviamente Moresco, Nove, Scarpa (quest&#8217;ultimo con maggiori oscillazioni fra le due polarità: il romanzo Kamikaze d&#8217;Occidente apre ampie lasse narrative, in cui la tipica tensione scarpiana verso l&#8217;invenzione lessicale, la concentrazione espressiva e il paradosso concettuale si stempera in pura, piana scansione di dialogo o di descrizione). Interessante il caso di Nove, che può essere rifiutato a priori, in blocco, ma può costituire un&#8217;esperienza di lettura molto originale perché &#8220;apparentemente&#8221; la sua prosa lirica è superfacile, non presenta ostacoli, si colloca &#8220;al di sotto&#8221; dell&#8217;orizzonte linguistico del lettore medio.<br />
Sono molto interessanti poi gli esempi di oscillazione marcata fra le due polarità, specie quando segnano periodi diversi nella creatività di un autore. Duerrenmatt, per esempio, è decisamente &#8220;scrittore&#8221; nelle sue primissime opere (di forte taglio espressionistico). Diventa più &#8220;narratore&#8221; nei polizieschi della sua stagione matura, come Il Sospetto, Il giudice e il suo boia, La promessa: qui il linguaggio assottiglia il suo spessore, si concede perfino qualche banalità, perché la geometria terrificante della trama ha il sopravvento su tutto. Ridiventa più &#8220;scrittore&#8221; da vecchio, in opere come L&#8217;incarico (un romanzo i cui capitoli constano tutti di una sola lunghissima frase) o La valle del Caos.<br />
In Aldo Busi, la tensione verso la scrittura non viene mai meno; però è possibile distinguere un periodo giovanile in cui la scrittura è alluvionale e, non a caso, i testi narrativi sono molto lunghi, da un periodo maturo (attuale) in cui i testi si riducono a circa 100 pagine con un&#8217;attenzione insolita verso l&#8217;intreccio. Esemplare il bellissimo Un cuore di troppo, che si può schematizzare così: A parla a B del proprio amore per C, e forse lo fa per sedurre B.</p>
<p>Ripeto, comunque: questa distinzione, molto empirica, si può accettare soltanto evitando di irrigidirla.<br />
Che le due polarità esistano mi sembra evidente; l&#8217;ho riscontrato nella mia esperienza di lettore, nella mia esperienza diretta come scrittore, e in quella indiretta (parlando con i miei colleghi o seguendo i tentativi di autori esordienti o di allievi dei corsi di scrittura creativa).<br />
Ciao a tutti, concordo con Tiz sul fatto che la discussione è davvero interessante.<br />
PS Uno stranissimo pendant della discussione si trova in un commento del Superficiale all&#8217;ultimo pezzo di Moresco: &#8220;Sembra Io non ho paura scritto da un letterato&#8221;. Ho chiesto al Superficiale doi spiegare meglio, perché l&#8217;osservazione mi sembrava molto interessante, ma si è sottratto e mi ha dato una risposta arguta ed elusiva.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: luca</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1370</link>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=196#comment-1370</guid>
		<description>Qualche giorno fa, leggendo del secondo incontro “letteratura come verità”, ho deciso di parteciparvi. Avevo voglia di ascoltare i vostri pensieri in proposito. Dando un’occhiata ai testi in programma per la serata mi sono imbattuto in quello di Umberto Casadei. Ho letto le prime sette o otto righe e poi ho lasciato perdere. Non mi ha catturato. Non saprei dirti perchè. Poi ieri sera l’ho ascoltato e ne sono rimasto folgorato. Intenso, violento, fortissimo. Oggi sono qui che rifletto amaramente sul valore intrinseco della scrittura e penso che forse aveva ragione Manganelli quando sosteneva che “la voce è la sola custode della purezza dei concetti”. E’ una bella questione, questa, per chi scrive ma anche per chi legge. In ogni caso ti volevo ringraziare per avermi dato modo di incrociare Casadei. Gran personaggio, mi è piaciuto molto. Per il fragile equilibrio che lo contraddistingue, per il suo stare in bilico tra lo sparire e il resistere, per la confidenza con la perdita che si coglie nelle sue parole (la vicinanza con le nude cose, come diresti tu). Ecco, in generale mi pare che queste sue caratteristiche abbiano molto a che fare con l’arte. Dove per arte intendo l’esperienza dell’agguato, dell’inatteso, del non precompreso. Insomma gran bell’incontro, Giulio. Grazie.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, leggendo del secondo incontro “letteratura come verità”, ho deciso di parteciparvi. Avevo voglia di ascoltare i vostri pensieri in proposito. Dando un’occhiata ai testi in programma per la serata mi sono imbattuto in quello di Umberto Casadei. Ho letto le prime sette o otto righe e poi ho lasciato perdere. Non mi ha catturato. Non saprei dirti perchè. Poi ieri sera l’ho ascoltato e ne sono rimasto folgorato. Intenso, violento, fortissimo. Oggi sono qui che rifletto amaramente sul valore intrinseco della scrittura e penso che forse aveva ragione Manganelli quando sosteneva che “la voce è la sola custode della purezza dei concetti”. E’ una bella questione, questa, per chi scrive ma anche per chi legge. In ogni caso ti volevo ringraziare per avermi dato modo di incrociare Casadei. Gran personaggio, mi è piaciuto molto. Per il fragile equilibrio che lo contraddistingue, per il suo stare in bilico tra lo sparire e il resistere, per la confidenza con la perdita che si coglie nelle sue parole (la vicinanza con le nude cose, come diresti tu). Ecco, in generale mi pare che queste sue caratteristiche abbiano molto a che fare con l’arte. Dove per arte intendo l’esperienza dell’agguato, dell’inatteso, del non precompreso. Insomma gran bell’incontro, Giulio. Grazie.</p>
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		<title>Di: luminamenti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1371</link>
		<dc:creator>luminamenti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Quello che dici tu Raul è parecchio importante.
Tutti i commenti meriterebbero molto sviluppo, su alcune cose vorrei ritornare per comprendere come ognuno di voi percepisce quello che sta accadendo in narrativa. Quando tu dici:
"Il narratore è attento in particolare a trama, personaggi, atmosfera. Tende a scomparire dietro la storia che racconta (anche quando è autobiografica). Nel lavoro sulla lingua, di solito cerca la massima semplicità e trasparenza.
Lo scrittore è attento anzitutto proprio alla lingua, che adopera e reinventa in modo estremamente creativo. In casi estremi, la storia che racconta è quasi un pretesto per far vivere quella lingua, la lingua alla quale lui lavora". (questa distinzione che fai meriterebbe di per sé ampia demarcazione di differenze all'interno del dualismo che certo schematicamente per semplificazione, suppongo, poni)
Ma ti chiedo e chiedo a tutti: vi sembra che il narratore, nel senso delineato da Raul, sia ancora presente nella narrativa? I romanzi che si scrivono adesso seguono questa strada o piuttosto l'altra? E' possibile che non si possa più scrivere come "narratori" (sempre nel senso delineato da Raul)?
Scrivo qui sotto qualcosa che ho scritto su King Lear.
La modernità. Il modernismo cattedratico vuole che il romanzo si sbarazzi dell'artificio del personaggio, nel quale vede, in fin dei conti, solo una maschera che invano dissimula il volto dell'autore. Se prendo i Sonnambuli del grandissimo Hermann Broch mi accorgo che l'io dell'autore non lascia traccia. Il modernismo cattedratico ha messo al bando la nozione di totalità, quella parola che Broch usa invece volentieri per dire: nell'epoca della decisiva visione del lavoro, della specializzazione sfrenata, il romanzo è una delle ultime postazioni dove l'uomo possa ancora mantenere un contatto con la vita nel suo insieme.Secondo il modernismo cattedratico, il romanzo "moderno" è separato dal romanzo "tradizionale" (definizione questa, sotto la quale sono state affastellate alla rinfusa tutte le fasi di quattro secoli di romanzo) da una frontiera insuperabile. Nell'ottica di Broch, il romanzo moderno continua la stessa indagine alla quale hanno partecipato tutti i grandi romanzieri da Cervantes in poi.Dietro il modernimso cattedratico c'è una candido residuo di fede escatologica: una Storia finisce, un'altra (migliore) incomincia, fondata su basi interamente nuove. In Broch, ad esempio, invece, c'è la melanconica consapevolezza che una Storia sta giungendo al termine in circostanze profondamente ostili all'evoluzione dell'arte e del romanzo in particolare. 
Il romanzo non può più vivere in pace con lo spirito del nostro tempo. Se vuole continuare ancora a scoprire quello che ancora non è stato scoperto, se vuole ancora progredire come romanzo, può farlo solo andando contro il progresso del mondo. L'avanguardia ha visto le cose altrimenti, era posseduta dall'ambizione di essere in armonia con l'avvenire, cioè con lo spirito del tempo. Non sono d'accordo con l'avanguardia, ma questo non significa assolutamente concepire un romanzo di stampo "tradizionale", e questo per la specifica ragione che all'interno della tradizione del romanzo ci sono quattro secoli e dentro questi ci sono state molte diramazioni solo accennate, incompiute, morte, non sviluppate o al contrario esaurite e quindi se non ci si sofferma sulla storia del romanzo e con molte esemplificazioni delle tipologie dei romanzi comparsi (contemporanei compresi), risulterà impossibile comprendere dove secondo me può andare il romanzo del futuro, la sua possibile continuazione e sopravvivenza efficace.
Se avrò tempo ed energia, e se questa discussione avrà ancora seguito e interesse, proverò a dirvi come vedo e ipotizzo il romanzo futuro, senza certezze ma con spirito di confronto che non potrà che essere proficuo a chi si spende nella nobile arte del raccontare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Quello che dici tu Raul è parecchio importante.<br />
Tutti i commenti meriterebbero molto sviluppo, su alcune cose vorrei ritornare per comprendere come ognuno di voi percepisce quello che sta accadendo in narrativa. Quando tu dici:<br />
&#8220;Il narratore è attento in particolare a trama, personaggi, atmosfera. Tende a scomparire dietro la storia che racconta (anche quando è autobiografica). Nel lavoro sulla lingua, di solito cerca la massima semplicità e trasparenza.<br />
Lo scrittore è attento anzitutto proprio alla lingua, che adopera e reinventa in modo estremamente creativo. In casi estremi, la storia che racconta è quasi un pretesto per far vivere quella lingua, la lingua alla quale lui lavora&#8221;. (questa distinzione che fai meriterebbe di per sé ampia demarcazione di differenze all&#8217;interno del dualismo che certo schematicamente per semplificazione, suppongo, poni)<br />
Ma ti chiedo e chiedo a tutti: vi sembra che il narratore, nel senso delineato da Raul, sia ancora presente nella narrativa? I romanzi che si scrivono adesso seguono questa strada o piuttosto l&#8217;altra? E&#8217; possibile che non si possa più scrivere come &#8220;narratori&#8221; (sempre nel senso delineato da Raul)?<br />
Scrivo qui sotto qualcosa che ho scritto su King Lear.<br />
La modernità. Il modernismo cattedratico vuole che il romanzo si sbarazzi dell&#8217;artificio del personaggio, nel quale vede, in fin dei conti, solo una maschera che invano dissimula il volto dell&#8217;autore. Se prendo i Sonnambuli del grandissimo Hermann Broch mi accorgo che l&#8217;io dell&#8217;autore non lascia traccia. Il modernismo cattedratico ha messo al bando la nozione di totalità, quella parola che Broch usa invece volentieri per dire: nell&#8217;epoca della decisiva visione del lavoro, della specializzazione sfrenata, il romanzo è una delle ultime postazioni dove l&#8217;uomo possa ancora mantenere un contatto con la vita nel suo insieme.Secondo il modernismo cattedratico, il romanzo &#8220;moderno&#8221; è separato dal romanzo &#8220;tradizionale&#8221; (definizione questa, sotto la quale sono state affastellate alla rinfusa tutte le fasi di quattro secoli di romanzo) da una frontiera insuperabile. Nell&#8217;ottica di Broch, il romanzo moderno continua la stessa indagine alla quale hanno partecipato tutti i grandi romanzieri da Cervantes in poi.Dietro il modernimso cattedratico c&#8217;è una candido residuo di fede escatologica: una Storia finisce, un&#8217;altra (migliore) incomincia, fondata su basi interamente nuove. In Broch, ad esempio, invece, c&#8217;è la melanconica consapevolezza che una Storia sta giungendo al termine in circostanze profondamente ostili all&#8217;evoluzione dell&#8217;arte e del romanzo in particolare.<br />
Il romanzo non può più vivere in pace con lo spirito del nostro tempo. Se vuole continuare ancora a scoprire quello che ancora non è stato scoperto, se vuole ancora progredire come romanzo, può farlo solo andando contro il progresso del mondo. L&#8217;avanguardia ha visto le cose altrimenti, era posseduta dall&#8217;ambizione di essere in armonia con l&#8217;avvenire, cioè con lo spirito del tempo. Non sono d&#8217;accordo con l&#8217;avanguardia, ma questo non significa assolutamente concepire un romanzo di stampo &#8220;tradizionale&#8221;, e questo per la specifica ragione che all&#8217;interno della tradizione del romanzo ci sono quattro secoli e dentro questi ci sono state molte diramazioni solo accennate, incompiute, morte, non sviluppate o al contrario esaurite e quindi se non ci si sofferma sulla storia del romanzo e con molte esemplificazioni delle tipologie dei romanzi comparsi (contemporanei compresi), risulterà impossibile comprendere dove secondo me può andare il romanzo del futuro, la sua possibile continuazione e sopravvivenza efficace.<br />
Se avrò tempo ed energia, e se questa discussione avrà ancora seguito e interesse, proverò a dirvi come vedo e ipotizzo il romanzo futuro, senza certezze ma con spirito di confronto che non potrà che essere proficuo a chi si spende nella nobile arte del raccontare.</p>
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		<title>Di: il superficiale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1372</link>
		<dc:creator>il superficiale</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>ieri ho fatto un salto a una libreria dell'usato (roma, una traversa di viale angelico), dove ci sono libri nuovi appena usciti - c'è kamikaze di scarpa, per esempio, e l'ho preso (mi dispiace, tizia', ma ultimamente sono a corto), e c'è quello di bugaro, che di libri usati se ne intende (a proposito, era una copia con dedica: a lorenzo, eccoci di nuovo...messaggio per bugaro: mazzolalo a 'sto lorenzo, non si vendono i libri con dedica!). e poi c'era quello di moresco, l'ultimo, quello caotico. moresco quello con la faccia che gronda sangue. be', me lo sono rigirato un bel po' tra le mani, ho letto l'attacco, sono andato un po' avanti, il matto, l'account, meringa, poi ho detto: va be', lo compro. 8 euro. poi mi sono fermato. no, no, che lo compro a fare tanto mi conosco, non lo leggerò mai. ma come, genna dice che è un'esperienza assurda, tipo peyote. lo so lo so, ma adesso no, non me la sento. lo lascio qui, lo nascondo dietro quest'altro mattone, magari nessuno lo vede. ripasso domani, dopodomani...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ieri ho fatto un salto a una libreria dell&#8217;usato (roma, una traversa di viale angelico), dove ci sono libri nuovi appena usciti - c&#8217;è kamikaze di scarpa, per esempio, e l&#8217;ho preso (mi dispiace, tizia&#8217;, ma ultimamente sono a corto), e c&#8217;è quello di bugaro, che di libri usati se ne intende (a proposito, era una copia con dedica: a lorenzo, eccoci di nuovo&#8230;messaggio per bugaro: mazzolalo a &#8217;sto lorenzo, non si vendono i libri con dedica!). e poi c&#8217;era quello di moresco, l&#8217;ultimo, quello caotico. moresco quello con la faccia che gronda sangue. be&#8217;, me lo sono rigirato un bel po&#8217; tra le mani, ho letto l&#8217;attacco, sono andato un po&#8217; avanti, il matto, l&#8217;account, meringa, poi ho detto: va be&#8217;, lo compro. 8 euro. poi mi sono fermato. no, no, che lo compro a fare tanto mi conosco, non lo leggerò mai. ma come, genna dice che è un&#8217;esperienza assurda, tipo peyote. lo so lo so, ma adesso no, non me la sento. lo lascio qui, lo nascondo dietro quest&#8217;altro mattone, magari nessuno lo vede. ripasso domani, dopodomani&#8230;</p>
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		<title>Di: marco candida</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1373</link>
		<dc:creator>marco candida</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Sentite, ma perchè Raul Montanari non si dimette da fare lo scrittore? Chi se lo fila uno che dice le cavolate che ha detto a Luminamenti? Ancora siete al "cosa dobbiamo fare" per "fare i narratori"? Ma se vendete sì e no 300 copie a libro, buffoni! E venite a parlare di come si tiene desta l'attenzione! Luminamenti va bene così. Parla di Heidegger complica la vita a questi finti lettori con le loro regolucce, questi villani villeggianti! Bueeeeeeeeeeeeeeeaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhh!
Che Mozzi sia il terzo scrittore più grande d'italia non lo scopriamo adesso. Dopo di Lui tutti i partecipanti a NI, possono andare in ritiro spirituale a Montermarzino. ciau</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sentite, ma perchè Raul Montanari non si dimette da fare lo scrittore? Chi se lo fila uno che dice le cavolate che ha detto a Luminamenti? Ancora siete al &#8220;cosa dobbiamo fare&#8221; per &#8220;fare i narratori&#8221;? Ma se vendete sì e no 300 copie a libro, buffoni! E venite a parlare di come si tiene desta l&#8217;attenzione! Luminamenti va bene così. Parla di Heidegger complica la vita a questi finti lettori con le loro regolucce, questi villani villeggianti! Bueeeeeeeeeeeeeeeaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhh!<br />
Che Mozzi sia il terzo scrittore più grande d&#8217;italia non lo scopriamo adesso. Dopo di Lui tutti i partecipanti a NI, possono andare in ritiro spirituale a Montermarzino. ciau</p>
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	</item>
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		<title>Di: il superficiale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1374</link>
		<dc:creator>il superficiale</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>vi invito a visitare il weblog di marco candida. quest'uomo è un vero narratore! riesce a essere dieci persone (tanti sono i commentatori dei suoi interventi) contemporaneamente. ahò, manco pirandello!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>vi invito a visitare il weblog di marco candida. quest&#8217;uomo è un vero narratore! riesce a essere dieci persone (tanti sono i commentatori dei suoi interventi) contemporaneamente. ahò, manco pirandello!</p>
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		<title>Di: marco2</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1375</link>
		<dc:creator>marco2</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Aggiungo anche che Giulio Mozzi mi copia. Attinge a piene mani a quel che io dico. ciau.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Aggiungo anche che Giulio Mozzi mi copia. Attinge a piene mani a quel che io dico. ciau.</p>
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	</item>
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		<title>Di: il superficiale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1376</link>
		<dc:creator>il superficiale</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>ragazzi,appena leggete questo post andate sul sito di genna. in questo momento ha pubblicato tre cose che parlano di lui. c'è solo lui sul suo sito. è impazzito. è in preda a un delirio megalomane. me lo immagino a casa, col cappello da napoleone...andateci adesso, prima che levi le recensioni e rimetta al volo la foto di moresco che sanguina...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ragazzi,appena leggete questo post andate sul sito di genna. in questo momento ha pubblicato tre cose che parlano di lui. c&#8217;è solo lui sul suo sito. è impazzito. è in preda a un delirio megalomane. me lo immagino a casa, col cappello da napoleone&#8230;andateci adesso, prima che levi le recensioni e rimetta al volo la foto di moresco che sanguina&#8230;</p>
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		<title>Di: Tiziano Scarpa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1377</link>
		<dc:creator>Tiziano Scarpa</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Secondo me invece Giuseppe Genna fa BENISSIMO a pubblicare la recensione del New Yorker sulla traduzione del suo romanzo "Nel nome di Ishmael" in angloamericano. 

Vedi, caro Superficiale, qui in Italia la situazione è questa: siamo alla Riunione di Condominio culturale. Piccineria, sospetti di volersi soffiare a vicenda lo sgabuzzino, "tu dici questo perché vuoi accaparrarti il bugigattolo con i bidoni per la raccolta della plastica, e tu invece fai quest'altro perché sei invidioso di chi ha il posto macchina"... E il CIELO? E le STELLE oltre il cortile? Vi suona strano che noi artisti abbiamo la dissennata ambizione di occuparci anche e soprattutto di QUELLE? Suona ridicolo in quest'epoca sventurata affermare che cerchiamo bellezza, verità, intensità, conoscenza, brivido?

Guarda due o tre post fa: c'è il simpatico provocateur Marco Candida che rinfaccia agli autori nostrani di vendere 300 copie... (a parte il fatto che se non vendi sei uno sfigato, ma se vendi sei un venduto: se sei brutto, ti tirano le pietre, se sei bello, ti tirano le pietre... Qualunque cosa fai...). Non è così. Non è vero che vendiamo 300 copie (e il buontempone Marco Candida lo sa bene). Siamo tradotti in molte lingue (Raul Montanari, tanto per fare un esempio, ha sfondato in Germania: un mercato editoriale quadruplo rispetto al nostro, una nazione dove la gente LEGGE davvero). Che qualcuno, come Genna, abbia il coraggio di dirlo, esponendosi EVIDENTEMENTE a FACILISSIMI ludibri, alle accuse di megalomania napoleonica, io lo trovo fantastico. Ha tutta la mia approvazione.

Giuseppe Genna dà tantissimo, pubblica in rete decine, centinaia di recensioni, informazioni, traduzioni, interviste... C'è mai qualcuno che lo RINGRAZI? Che esprima un  sentimento positivo, di affetto culturale, di riconoscenza umana? Che cosa fanno, i criticoni ridacchioni di Giuseppe Genna, per contribuire alla vita culturale?

Questa Italiuccia gossippara non si rende conto (fa finta di non rendersi conto) di avere artisti, scrittori, pensatori, intellettuali che hanno una dimensione che oltrepassa le frontiere e parla anche ad altri, RIESCE a parlare anche fuori, tocca corde universali, e non se ne sta ad aspettare i dati auditel o i tabulati dei rendiconti di copie vendute: gli artisti se ne fregano di queste cose, sono occupati a cercare di dar forma al prossimo capolavoro. 

Allora mi sembra giustissimo, DOVEROSO che Genna faccia sapere la vera dimensione delle cose, senza falsa modestia, segnalando proprio la risonanza all'estero di quello che fa. Bravo Giuseppe. Altro che Narciso! La tua rubrica in miserabili.com dovevi intitolarla al re Salomone.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo me invece Giuseppe Genna fa BENISSIMO a pubblicare la recensione del New Yorker sulla traduzione del suo romanzo &#8220;Nel nome di Ishmael&#8221; in angloamericano. </p>
<p>Vedi, caro Superficiale, qui in Italia la situazione è questa: siamo alla Riunione di Condominio culturale. Piccineria, sospetti di volersi soffiare a vicenda lo sgabuzzino, &#8220;tu dici questo perché vuoi accaparrarti il bugigattolo con i bidoni per la raccolta della plastica, e tu invece fai quest&#8217;altro perché sei invidioso di chi ha il posto macchina&#8221;&#8230; E il CIELO? E le STELLE oltre il cortile? Vi suona strano che noi artisti abbiamo la dissennata ambizione di occuparci anche e soprattutto di QUELLE? Suona ridicolo in quest&#8217;epoca sventurata affermare che cerchiamo bellezza, verità, intensità, conoscenza, brivido?</p>
<p>Guarda due o tre post fa: c&#8217;è il simpatico provocateur Marco Candida che rinfaccia agli autori nostrani di vendere 300 copie&#8230; (a parte il fatto che se non vendi sei uno sfigato, ma se vendi sei un venduto: se sei brutto, ti tirano le pietre, se sei bello, ti tirano le pietre&#8230; Qualunque cosa fai&#8230;). Non è così. Non è vero che vendiamo 300 copie (e il buontempone Marco Candida lo sa bene). Siamo tradotti in molte lingue (Raul Montanari, tanto per fare un esempio, ha sfondato in Germania: un mercato editoriale quadruplo rispetto al nostro, una nazione dove la gente LEGGE davvero). Che qualcuno, come Genna, abbia il coraggio di dirlo, esponendosi EVIDENTEMENTE a FACILISSIMI ludibri, alle accuse di megalomania napoleonica, io lo trovo fantastico. Ha tutta la mia approvazione.</p>
<p>Giuseppe Genna dà tantissimo, pubblica in rete decine, centinaia di recensioni, informazioni, traduzioni, interviste&#8230; C&#8217;è mai qualcuno che lo RINGRAZI? Che esprima un  sentimento positivo, di affetto culturale, di riconoscenza umana? Che cosa fanno, i criticoni ridacchioni di Giuseppe Genna, per contribuire alla vita culturale?</p>
<p>Questa Italiuccia gossippara non si rende conto (fa finta di non rendersi conto) di avere artisti, scrittori, pensatori, intellettuali che hanno una dimensione che oltrepassa le frontiere e parla anche ad altri, RIESCE a parlare anche fuori, tocca corde universali, e non se ne sta ad aspettare i dati auditel o i tabulati dei rendiconti di copie vendute: gli artisti se ne fregano di queste cose, sono occupati a cercare di dar forma al prossimo capolavoro. </p>
<p>Allora mi sembra giustissimo, DOVEROSO che Genna faccia sapere la vera dimensione delle cose, senza falsa modestia, segnalando proprio la risonanza all&#8217;estero di quello che fa. Bravo Giuseppe. Altro che Narciso! La tua rubrica in miserabili.com dovevi intitolarla al re Salomone.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: andrea barbieri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1378</link>
		<dc:creator>andrea barbieri</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Scusa, mi sento un po' in causa, anch'io ho detestato Genna, poi dalla recensione di Moresco e dalla scoperta dei Miserabili ho cambiato idea completamente e gli l'ho scritto in una mail. Tra l'altro nei Miserabili si trova la coraggiosa "lettera al Corriere sul nuovo illuminismo".

http://www.miserabili.com/archives/004698.html</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Scusa, mi sento un po&#8217; in causa, anch&#8217;io ho detestato Genna, poi dalla recensione di Moresco e dalla scoperta dei Miserabili ho cambiato idea completamente e gli l&#8217;ho scritto in una mail. Tra l&#8217;altro nei Miserabili si trova la coraggiosa &#8220;lettera al Corriere sul nuovo illuminismo&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.miserabili.com/archives/004698.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/www.miserabili.com');" rel="nofollow">http://www.miserabili.com/archives/004698.html</a></p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: gabriella fuschini</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1379</link>
		<dc:creator>gabriella fuschini</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Posso aggiungere che Genna in questo periodo si sta facendo un mazzo tanto per difendere la libertà di esprimere opinioni fuori dal coro(vedi caso Luttwak,Guzzanti,Moresco). Oltre tutto ha postato la recensione del suo ultimo libro nella categoria "narcisismi", con buona dose di autoironia. 
Oltre a reggere il sacco scrotale di Montanari(come qualcuno ha scritto una volta...), reggo pure quello di Genna e già che ci sono, aggiungo anche quello di Scarpa!  ;-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Posso aggiungere che Genna in questo periodo si sta facendo un mazzo tanto per difendere la libertà di esprimere opinioni fuori dal coro(vedi caso Luttwak,Guzzanti,Moresco). Oltre tutto ha postato la recensione del suo ultimo libro nella categoria &#8220;narcisismi&#8221;, con buona dose di autoironia.<br />
Oltre a reggere il sacco scrotale di Montanari(come qualcuno ha scritto una volta&#8230;), reggo pure quello di Genna e già che ci sono, aggiungo anche quello di Scarpa!  ;-)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: il superficiale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1380</link>
		<dc:creator>il superficiale</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=196#comment-1380</guid>
		<description>ho lanciato l'amo e ho preso una scarpa.
(genna però non ha abboccato...è più ironico e autoironico di quello che credevo.)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ho lanciato l&#8217;amo e ho preso una scarpa.<br />
(genna però non ha abboccato&#8230;è più ironico e autoironico di quello che credevo.)</p>
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	</item>
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		<title>Di: Tiziano Scarpa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1381</link>
		<dc:creator>Tiziano Scarpa</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Complimenti per la battuta, proprio una cosa da schiantare dal ridere... Io almeno il mio cognome lo metto a tutte lettere. Vedo che stimola spassosi wit e originalissime agudezas .

Mi spiace, ma sull'arte, la vocazione, il talento, le opere mie e altrui, io non sarò MAI né ironico né autoironico. Ciò che faccio lo prendo sul serio. Tanti cari saluti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Complimenti per la battuta, proprio una cosa da schiantare dal ridere&#8230; Io almeno il mio cognome lo metto a tutte lettere. Vedo che stimola spassosi wit e originalissime agudezas .</p>
<p>Mi spiace, ma sull&#8217;arte, la vocazione, il talento, le opere mie e altrui, io non sarò MAI né ironico né autoironico. Ciò che faccio lo prendo sul serio. Tanti cari saluti</p>
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		<title>Di: il superficiale</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/11/16/esperienza-e-narrazione-un-tentativo/#comment-1382</link>
		<dc:creator>il superficiale</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>eri vestito da scolaretto alla puntata dei cannibali, sette o otto anni fa. e giocavi a campana col tuo libro. via, su'! ma quale serietà!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>eri vestito da scolaretto alla puntata dei cannibali, sette o otto anni fa. e giocavi a campana col tuo libro. via, su&#8217;! ma quale serietà!</p>
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