Muta 2 lingua

17 novembre 2003
Pubblicato da

di Andrea Raos

leggo un brano da Hans Henny Jahnn, Die Niederschrift des Gustav Anias Horn, 2 (Fluss ohne Ufer, III), 1936-1945:

«Il plancton nutre gli abitanti degli abissi. Nessuna luce vi penetra. Di conseguenza, non vi si trovano piante. Ma minuscoli cadaveri di animali e d’alghe scendono a pioggia in questa nera immobilità. Ciò che muore nell’acqua sotto il sole, lentamente sprofonda. Lì, nel profondo, è divorato. Miliardi di bocche aspettano questa pioggia di cadaveri.

Sono bocche piccole. Ma sono importanti. Creature sono nutrite nel protoplasma. Frecce stimolanti sono confitte. Divorare, accoppiarsi, moltiplicarsi. Perché la morte, il pericolo di essere divorati, alberga ovunque tra di loro. La pioggia di plancton li benedisce, affinché diventino benedizione per bocche più grandi. Divorano per essere divorati. La notte totale è colma di bocche. Sono tutti o predatori o divoratori di carogne. La saggezza della creazione si diffonde anche nelle tenebre. Immensa la pena che si dà per sfoggiare la sua arte in tutte le sue forme. Ha inventato l’occhio, e l’occhio riconosce lo splendore dei colori e delle forme. Cosparge il mondo di colori e forme affinché l’occhio li riconosca. Dà la vista persino all’occhio cieco, sprofondato nell’oscurità. Crea pesci i cui fianchi brillano come gli oblò di una nave che scivola nella notte. Crea esseri che rischiarano l’oscurità. Una luce blu e verde e rossa, portata da pesci, avanza in questa notte d’acqua. E così gli occhi vedono, riconoscono lo splendore crudele e il nutrimento. Spalancate le fauci dentate, perché questo nutrimento passi sulla lingua ed entri nel gozzo. I tentacoli si dispiegano; e avidi di bottino stanno in agguato, oscillanti come fili, nel basalto del mare. Altri portano davanti a sé lampade inastate su lance. Quando lo stomaco brontola dalla fame, le accendono per vedere la preda. E tutti sono nutriti, tranne quelli che muoiono di fame. E ognuno ha un genere, una forma particolari, e tutti si moltiplicano, quelli che hanno lampade e quelli che restano nell’oscurità; tutti conoscono la voluttà, la voluttà dell’esistenza, la voluttà di mangiare sino ad essere sazi, la voluttà di accoppiarsi o di fecondare uova. E nessuno si interroga sul senso della vita, perché il loro unico obiettivo è esserci, divenire il teatro della propria esistenza. Rischiarare la notte, percepire lo splendore dei colori, scovare una preda, digerire, morire, morire ed essere digeriti, dopo essersi moltiplicati o non essersi moltiplicati. – Non è permesso interrogarsi sul senso della vita. Il senso della vita è che a questa domanda non c’è risposta. Tutte le risposte inventate dagli uomini sono pietose scappatoie – spiegazioni stupide – morale di una storia mal concepita. Siamo un teatro, che eventi attraversano. Gli eventi hanno bisogno di un teatro. La creazione vuole mostrare i propri colori, le proprie forme, la mistica dei suoi rapporti armoniosi. Non arretra di fronte a nulla, nessuna reazione chimica. Né linfa, né viscere, né dolore, né disperazione, né voluttà alcuna, né senso di distruzione, né errore, né imboscata, nulla è vile o sacro per lei. Riconduce tutto a pochi elementi. Giostra con i numeri. I pensieri più sacri dell’uomo o dell’animale le sono indifferenti, perché sa che le nozze dell’acido e del basico producono sale. Lascia che la rana gracidi lamentosa nel ventre del serpente. Affama il salmone, affinché abbocchi all’amo. Fa che pesci luminosi attraversino gli abissi, per essere visibile anche lì; il pesce luminoso diviene una preda, e la torcia ardente scompare nelle fauci di un affamato o di un buongustaio. Procura anche la voluttà. La dà a ciascuno secondo le sue capacità ed il suo habitat. Nessun luogo è per lei abietto o sporco. Non giudica i peccati di questo mondo. Perché tutti gli istinti sono istinti. Gli istinti sono stati posti in noi. Siamo totalmente alla loro mercé. Non possiamo modificarne la traiettoria. Al massimo, possiamo aumentarne o diminuirne l’intensità. Non siamo altro che il luogo del loro compimento. Questo compimento accadrà sempre. Sempre, senza posa, anche quando il cielo e la terra saranno scomparsi. E noi, esisteremo sempre anche noi, sempre nuovi? Senza posa strumento e mezzo del dispiegarsi della creazione? Perché i suoi colori si conservino, le sue forme, la sua voluttà, le sue sofferenze, la sua chimica e i suoi numeri? Il suo inizio e la sua fine? Di chi è la colpa se i poveri cavalli magri di di Helge Bjuv sono maltrattati? Chi sono io, per provare nostalgia per le torri bianche delle nuvole che avanzano nel cielo blu durante la canicola? Perché Ellena ha dovuto sprofondare nelle tenebre basaltiche dell’oceano? – Inventare un dio personale e metterlo al lavoro per avere bell’e pronta una risposta che è menzogna – non posso più. Che nome ha, la mia disillusione?»

Oggi c’è vento secco,
l’aria è chiara e tenue:
“per troppo tempo è stato troppo tardi,
per me, per la mia vita”, penso.

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