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	<title>Commenti a: Nuovo cinema paraculo: Come ti smonto e rimonto un&#8217;umanità da cani</title>
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	<pubDate>Tue, 07 Oct 2008 02:09:53 +0000</pubDate>
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		<title>Di: belacqua</title>
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		<dc:creator>belacqua</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Come sono tosti questi minimum! Maronna, che paura che fanno! Sono cazzutissimi. Dopo Bellocchio e Tarantino, osano stangare nientedimeno che il Grande Lars Von Trier. Non hanno proprio rispetto per nessuno! Chi sarà il prossimo padre da uccidere? Marco Tullio Giordana (già me lo vedo il titolo: La peggio gioventù), Nanni Moretti, o David Lynch? O forse stavolta sarà una mamma a essere violata, fatta a pezzi, ridicolizzata? O forse - chi lo sa - un fratello maggiore? Continuate a seguire questi ragazzacci, ne vedrete delle belle.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Come sono tosti questi minimum! Maronna, che paura che fanno! Sono cazzutissimi. Dopo Bellocchio e Tarantino, osano stangare nientedimeno che il Grande Lars Von Trier. Non hanno proprio rispetto per nessuno! Chi sarà il prossimo padre da uccidere? Marco Tullio Giordana (già me lo vedo il titolo: La peggio gioventù), Nanni Moretti, o David Lynch? O forse stavolta sarà una mamma a essere violata, fatta a pezzi, ridicolizzata? O forse - chi lo sa - un fratello maggiore? Continuate a seguire questi ragazzacci, ne vedrete delle belle.</p>
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		<title>Di: raimo</title>
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		<dc:creator>raimo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>ohi, a me dogville è piaciuto molto, ma mi sembrava ugualmente intelligente questa recensione di paolo pecere. marco tullio giordana è stata già sottoposto al rito, che è sinceramente espiatorio. 
e anche se non trova d'accordo nessuno, io credo serva da reagente, o no?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ohi, a me dogville è piaciuto molto, ma mi sembrava ugualmente intelligente questa recensione di paolo pecere. marco tullio giordana è stata già sottoposto al rito, che è sinceramente espiatorio.<br />
e anche se non trova d&#8217;accordo nessuno, io credo serva da reagente, o no?</p>
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		<title>Di: franz krauspenhaar</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1667</link>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Premetto di non avere ancora visto Dogville. Penso anch'io che Von Trier sia furbo, ma come erano furbi Kubrick, Wilder e sono furbi Tarantino e Scorsese. Mi ricordo che quando uscì Dancer in the Dark molti critici dissero che Von Trier fa cinema per chi non conosce la storia del cinema, che gioca con i bassi istinti dello spettatore ecc. Posso dare un giudizio da spettatore di quasi tutti gli altri film: Idioti l'ho trovato sgradevole ma interessante nonostante il mal di mare da telecamera a mano. Le onde del destino è un melodramma pseudocristiano forse troppo lungo ma di grande impatto emozionale, la "soap" (bella la definizione di ER al contrario)l'ho vista in tv a ora tarda e dopo un pò, data la spropositata lunghezza, mi sono abbioccato. Dancer in the Dark, dopo i primi 20 minuti durante i quali non sapevo dove si voleva andare a parare, l'ho trovato intenso, morboso, cinico, a tratti francamente irritante, a tratti molto commovente, choccante nel terribile finale. Credo che Von Trier faccia del vero cinema, anche se spesso arrampicato sugli specchi: qualcosa che vedi e ti fa riflettere, che ti lascia qualcosa anche se questo qualcosa è un pugno sotto la cintura. Certo, Lars è una specie di Munch dei poveri (ma brutti), è il Bergman del piano di sotto, è l'Ibsen formato tascabile in economica. Secondo me è un regista furbamente coraggioso, anzi coraggiosamente furbo (e qui sta in ottima compagnia), un costruttore di favole senza lieto fine, e come ogni favolista è sempre sopra le righe. Non è un genio rivoluzionario (la rivoluzione è stata fatta dai Fratelli Lumiére), ma non è neppure l'imbroglione che certi critici da Santa Inquisizione Cinematografica Critica spergiurano ch'egli sia. Spande emozioni negative con grande originalità, e di questi tempi non mi pare poco.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Premetto di non avere ancora visto Dogville. Penso anch&#8217;io che Von Trier sia furbo, ma come erano furbi Kubrick, Wilder e sono furbi Tarantino e Scorsese. Mi ricordo che quando uscì Dancer in the Dark molti critici dissero che Von Trier fa cinema per chi non conosce la storia del cinema, che gioca con i bassi istinti dello spettatore ecc. Posso dare un giudizio da spettatore di quasi tutti gli altri film: Idioti l&#8217;ho trovato sgradevole ma interessante nonostante il mal di mare da telecamera a mano. Le onde del destino è un melodramma pseudocristiano forse troppo lungo ma di grande impatto emozionale, la &#8220;soap&#8221; (bella la definizione di ER al contrario)l&#8217;ho vista in tv a ora tarda e dopo un pò, data la spropositata lunghezza, mi sono abbioccato. Dancer in the Dark, dopo i primi 20 minuti durante i quali non sapevo dove si voleva andare a parare, l&#8217;ho trovato intenso, morboso, cinico, a tratti francamente irritante, a tratti molto commovente, choccante nel terribile finale. Credo che Von Trier faccia del vero cinema, anche se spesso arrampicato sugli specchi: qualcosa che vedi e ti fa riflettere, che ti lascia qualcosa anche se questo qualcosa è un pugno sotto la cintura. Certo, Lars è una specie di Munch dei poveri (ma brutti), è il Bergman del piano di sotto, è l&#8217;Ibsen formato tascabile in economica. Secondo me è un regista furbamente coraggioso, anzi coraggiosamente furbo (e qui sta in ottima compagnia), un costruttore di favole senza lieto fine, e come ogni favolista è sempre sopra le righe. Non è un genio rivoluzionario (la rivoluzione è stata fatta dai Fratelli Lumiére), ma non è neppure l&#8217;imbroglione che certi critici da Santa Inquisizione Cinematografica Critica spergiurano ch&#8217;egli sia. Spande emozioni negative con grande originalità, e di questi tempi non mi pare poco.</p>
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		<title>Di: belacqua</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1668</link>
		<dc:creator>belacqua</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Raimo non ce l'avevo con te.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Raimo non ce l&#8217;avevo con te.</p>
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		<title>Di: gabriella fuschini</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1669</link>
		<dc:creator>gabriella fuschini</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Eh sì, a leggere le recensioni dei minimum sembra non si salvi nessuno...sicuramente è intelligente qs recensione, però non sono d'accordo con Pecere soprattutto quando afferma che l'intenzione sembra quella di non coinvolgere lo spettatore. Perché? Io ho trovato che l'unico oggetto della visione sia proprio l'attore stesso e quindi l'attenzione dello spettatore è sui corpi e sulle parole, proprio come accade a teatro. Può darsi che Von Trier sia un gran furbone,ma perchè non ammettere che sia un furbone che ti fa riflettere? In fondo,in Dogville viene rappresentata la peggior specie dell'umanità, l'archetipo del male in tutte le sue sfacettature e se si deve parlare di cristianesimo i riferimenti all'apocalisse sono ovvii. Oltre al fatto che finalmente la vittima stavolta non si sacrifica, ma fa giustizia. E nel dialogo finale con il padre/logos venuto a mettere ordine nel caos, la sottile distinzione tra perdono e arroganza vale tutto il film. E che dire della figura del filosofo/scrittore perso nelle sue argomentazioni sulla morale senza nessun fondamento? ricorda molto il nulla in cui si dibattono molti pensatori odierni. Ecco l'ho letto così Dogville e l'ho amato molto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Eh sì, a leggere le recensioni dei minimum sembra non si salvi nessuno&#8230;sicuramente è intelligente qs recensione, però non sono d&#8217;accordo con Pecere soprattutto quando afferma che l&#8217;intenzione sembra quella di non coinvolgere lo spettatore. Perché? Io ho trovato che l&#8217;unico oggetto della visione sia proprio l&#8217;attore stesso e quindi l&#8217;attenzione dello spettatore è sui corpi e sulle parole, proprio come accade a teatro. Può darsi che Von Trier sia un gran furbone,ma perchè non ammettere che sia un furbone che ti fa riflettere? In fondo,in Dogville viene rappresentata la peggior specie dell&#8217;umanità, l&#8217;archetipo del male in tutte le sue sfacettature e se si deve parlare di cristianesimo i riferimenti all&#8217;apocalisse sono ovvii. Oltre al fatto che finalmente la vittima stavolta non si sacrifica, ma fa giustizia. E nel dialogo finale con il padre/logos venuto a mettere ordine nel caos, la sottile distinzione tra perdono e arroganza vale tutto il film. E che dire della figura del filosofo/scrittore perso nelle sue argomentazioni sulla morale senza nessun fondamento? ricorda molto il nulla in cui si dibattono molti pensatori odierni. Ecco l&#8217;ho letto così Dogville e l&#8217;ho amato molto.</p>
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		<title>Di: arnaldo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1670</link>
		<dc:creator>arnaldo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>mah...a me pare che più che in quella del paraculismo il cinema di Von Trier andrebbe iscritto nella rubrica del sado-masochismo. "un film è come un sassolino nella scarpa" credo che lui stesso abbia detto una volta, con grottesca autoindulgenza: i suoi film sanno essere crudelmente fastidiosi, altro che sassolini.
ciò detto, ho visto cose più riprovevoli dell'apologo sul paesino-umanità-senza-pastore alle prese con la grazia, che soccombe come l'apprendista stregone senza il maestro. 
che ti devo dire? come tutti i film di VT canopoli è un film violentemente ideologico, lars afferra di peso i suoi personaggi, li inchioda alla bruttodio alla sceneggiatura e governa il tutto con la mazza ferrata ma, d'altra parte, tu la grazia sei mai riuscito a tenertela a lungo?

ps. LVT è danese, non svedese
pps. il deficiente-filosofo che gioca a fare l'alchimista e il prete non ruba i soldi per cleptomania ma per prestarli a Grace</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>mah&#8230;a me pare che più che in quella del paraculismo il cinema di Von Trier andrebbe iscritto nella rubrica del sado-masochismo. &#8220;un film è come un sassolino nella scarpa&#8221; credo che lui stesso abbia detto una volta, con grottesca autoindulgenza: i suoi film sanno essere crudelmente fastidiosi, altro che sassolini.<br />
ciò detto, ho visto cose più riprovevoli dell&#8217;apologo sul paesino-umanità-senza-pastore alle prese con la grazia, che soccombe come l&#8217;apprendista stregone senza il maestro.<br />
che ti devo dire? come tutti i film di VT canopoli è un film violentemente ideologico, lars afferra di peso i suoi personaggi, li inchioda alla bruttodio alla sceneggiatura e governa il tutto con la mazza ferrata ma, d&#8217;altra parte, tu la grazia sei mai riuscito a tenertela a lungo?</p>
<p>ps. LVT è danese, non svedese<br />
pps. il deficiente-filosofo che gioca a fare l&#8217;alchimista e il prete non ruba i soldi per cleptomania ma per prestarli a Grace</p>
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		<title>Di: helena</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1671</link>
		<dc:creator>helena</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Dario Voltolini riassumeva "Kill Bill" col provverbio: "Non svegliar il can che dorme".
Per Dogville, io invece proporrei "I cani son meglio dei cristiani". 
Per me ci sono molte cose che non tornano per niente nel cinema di von Trier. Magari aggiungo qualcosa di più articolato, quando ho tempo. Intanto ringrazio Paolo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dario Voltolini riassumeva &#8220;Kill Bill&#8221; col provverbio: &#8220;Non svegliar il can che dorme&#8221;.<br />
Per Dogville, io invece proporrei &#8220;I cani son meglio dei cristiani&#8221;.<br />
Per me ci sono molte cose che non tornano per niente nel cinema di von Trier. Magari aggiungo qualcosa di più articolato, quando ho tempo. Intanto ringrazio Paolo.</p>
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		<title>Di: andrea barbieri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1672</link>
		<dc:creator>andrea barbieri</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Scusate ma quest'anno di von Trier non è uscito solo Dogville, ma anche THE FIVE OBSTRUCTIONS, presentato a Venezia. Secondo me è molto bello, eppure nessuno ne parla.

www.tederick.com/reviews/five_obstructions.html</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Scusate ma quest&#8217;anno di von Trier non è uscito solo Dogville, ma anche THE FIVE OBSTRUCTIONS, presentato a Venezia. Secondo me è molto bello, eppure nessuno ne parla.</p>
<p><a href="http://www.tederick.com/reviews/five_obstructions.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/www.tederick.com');" rel="nofollow">http://www.tederick.com/reviews/five_obstructions.html</a></p>
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		<title>Di: dreyer</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1673</link>
		<dc:creator>dreyer</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>questo articolo è viziato da contenutismo. mica bisognerà tornare a invocare la specificità del cinema?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>questo articolo è viziato da contenutismo. mica bisognerà tornare a invocare la specificità del cinema?</p>
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		<title>Di: Gianni Biondillo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1674</link>
		<dc:creator>Gianni Biondillo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Si fa critica o agiografia? La storia, intesa come approccio critico al reale, è per natura revisionista.
Si è fatto bene a rileggere criticamente &#8220;la meglio gioventù&#8221;. Che pecca innanzitutto sul piano della sceneggiatura (andate a rileggerlo http://www.nazioneindiana.com/archives/000113.html). 
Gli sceneggiatori da noi non sono molto amati, prova è il fatto che facciamo fatica a ricordarci i loro nomi, mentre non abbiamo problemi nei confronti dei registi, che hanno, in Italia, spessissimo, una cultura letteraria, non visiva. Scrivono i film, non li &#8220;vedono&#8221;. (quindi va bene anche una sana critica a tutto un certo morettismo). Qui ha ragione Dreyer (ma si può? Come ti devo chiamare? Carletto?). Non bisogna dimenticare la specificità del cinema. Gli americani, su questo sono maestri (erano, anzi). Vedono. Però sanno anche quanto pesi una storia, che importanza ha. 
Mi ricordo che quando Pulp Fiction vinse l&#8217;oscar per la sceneggiatura (oscar FONDAMENTALE per Hollywood) qualche critico da quattro soldi in Italia disse: &#8220;un oscar minore&#8221;. Roba da matti. Mentre basta guardarsi The Players di Altman (regista regista, che &#8220;vede&#8221;) per capire come sia centrale la figura dello scrittore per il cinema nell&#8217;industria americana. Almeno fino a qualche anno fa. Perché ormai (l&#8217;ho già scritto qualche post addietro) pure loro fanno film di un orribile didascalico. A partire dal tanto decantato Truman show, che aveva un bel primo tempo e poi svacca nella mega spiegazione al popolino bue.
Ormai i registi americani sono allo sbando. Vedono, in modo strepitoso, storie vuote. Puro intrattenimento. Rimbambimento collettivo. Siamo in pieno maccartismo, ce ne rendiamo conto? Ma se gli americani sbagliano il cinema siamo fritti; il cinema muore. Bisogna ammetterlo. 
Sono epocale?
No, soprattutto perché non ne ho la minima idea di cosa sarà domani il cinema. Mi piace immaginare di essere smentito al più presto.

Corro, scusate la laconicità un po&#8217; da santone. Se non muoio assiderato sulla bocca del vulcano partenopeo (da cui vedrò i fuochi di capodanno), ci si rilegge a gennaio.

Gianni</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Si fa critica o agiografia? La storia, intesa come approccio critico al reale, è per natura revisionista.<br />
Si è fatto bene a rileggere criticamente &#8220;la meglio gioventù&#8221;. Che pecca innanzitutto sul piano della sceneggiatura (andate a rileggerlo <a href="http://www.nazioneindiana.com/archives/000113.html"  rel="nofollow">http://www.nazioneindiana.com/archives/000113.html</a>).<br />
Gli sceneggiatori da noi non sono molto amati, prova è il fatto che facciamo fatica a ricordarci i loro nomi, mentre non abbiamo problemi nei confronti dei registi, che hanno, in Italia, spessissimo, una cultura letteraria, non visiva. Scrivono i film, non li &#8220;vedono&#8221;. (quindi va bene anche una sana critica a tutto un certo morettismo). Qui ha ragione Dreyer (ma si può? Come ti devo chiamare? Carletto?). Non bisogna dimenticare la specificità del cinema. Gli americani, su questo sono maestri (erano, anzi). Vedono. Però sanno anche quanto pesi una storia, che importanza ha.<br />
Mi ricordo che quando Pulp Fiction vinse l&#8217;oscar per la sceneggiatura (oscar FONDAMENTALE per Hollywood) qualche critico da quattro soldi in Italia disse: &#8220;un oscar minore&#8221;. Roba da matti. Mentre basta guardarsi The Players di Altman (regista regista, che &#8220;vede&#8221;) per capire come sia centrale la figura dello scrittore per il cinema nell&#8217;industria americana. Almeno fino a qualche anno fa. Perché ormai (l&#8217;ho già scritto qualche post addietro) pure loro fanno film di un orribile didascalico. A partire dal tanto decantato Truman show, che aveva un bel primo tempo e poi svacca nella mega spiegazione al popolino bue.<br />
Ormai i registi americani sono allo sbando. Vedono, in modo strepitoso, storie vuote. Puro intrattenimento. Rimbambimento collettivo. Siamo in pieno maccartismo, ce ne rendiamo conto? Ma se gli americani sbagliano il cinema siamo fritti; il cinema muore. Bisogna ammetterlo.<br />
Sono epocale?<br />
No, soprattutto perché non ne ho la minima idea di cosa sarà domani il cinema. Mi piace immaginare di essere smentito al più presto.</p>
<p>Corro, scusate la laconicità un po&#8217; da santone. Se non muoio assiderato sulla bocca del vulcano partenopeo (da cui vedrò i fuochi di capodanno), ci si rilegge a gennaio.</p>
<p>Gianni</p>
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	<item>
		<title>Di: don giovanni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1675</link>
		<dc:creator>don giovanni</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Dove l'hai visto FIVE OBSTRUCTIONS? A Venezia? Quando esce in Italia?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dove l&#8217;hai visto FIVE OBSTRUCTIONS? A Venezia? Quando esce in Italia?</p>
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		<title>Di: luminamenti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1676</link>
		<dc:creator>luminamenti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Dogville mi sembra un gran film, cmq questa recensione è ottima.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dogville mi sembra un gran film, cmq questa recensione è ottima.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: andrea barbieri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1677</link>
		<dc:creator>andrea barbieri</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Ehm, Dongiovanni, THE FIVE OBSTRUCTIONS in Italia è già uscito, prima di Dogville, almeno a Forlì, dove l'hanno tenuto per 1 giorno. Io l'ho visto a Venezia, dentro un tendone enorme con l'aria condizionata, le porte del tendone sprangate e i manifestanti fuori a urlare buffoni! buffoni! (credo per problemi nella prenotazione), insomma mi sentivo in colpa, pensavo che ero passato dall'altra parte, allora per togliermi un po' l'alone del fighetto a Milano dopo il concerto di Dylan aspettando il treno ho dormito nella guardiola della polizia, steso a terra tipo Tom Waits, e quando aprivo gli occhi vedevo solo degli anfibi neri che andavano su e giù. Ma alla fine era anche quello un modo di essere fighetto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ehm, Dongiovanni, THE FIVE OBSTRUCTIONS in Italia è già uscito, prima di Dogville, almeno a Forlì, dove l&#8217;hanno tenuto per 1 giorno. Io l&#8217;ho visto a Venezia, dentro un tendone enorme con l&#8217;aria condizionata, le porte del tendone sprangate e i manifestanti fuori a urlare buffoni! buffoni! (credo per problemi nella prenotazione), insomma mi sentivo in colpa, pensavo che ero passato dall&#8217;altra parte, allora per togliermi un po&#8217; l&#8217;alone del fighetto a Milano dopo il concerto di Dylan aspettando il treno ho dormito nella guardiola della polizia, steso a terra tipo Tom Waits, e quando aprivo gli occhi vedevo solo degli anfibi neri che andavano su e giù. Ma alla fine era anche quello un modo di essere fighetto.</p>
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		<title>Di: don giovanni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1678</link>
		<dc:creator>don giovanni</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=238#comment-1678</guid>
		<description>No, a Roma, non è uscito: io ho visto tutto di lui, anche l'Elemento del crimine, anche la tesi per la scuola di cinema, e già da diversi anni. Five, qui, non è uscito. Spero esca prima possibile. Com'è? La solita genialata?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>No, a Roma, non è uscito: io ho visto tutto di lui, anche l&#8217;Elemento del crimine, anche la tesi per la scuola di cinema, e già da diversi anni. Five, qui, non è uscito. Spero esca prima possibile. Com&#8217;è? La solita genialata?</p>
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		<title>Di: andrea barbieri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1679</link>
		<dc:creator>andrea barbieri</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Diciamo - parafrasando Dalì - che la differenza tra Five e gli altri geniali film di von Trier è che questo è un film geniale.
Per il resto non ti dico niente così a vederlo godi di più.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Diciamo - parafrasando Dalì - che la differenza tra Five e gli altri geniali film di von Trier è che questo è un film geniale.<br />
Per il resto non ti dico niente così a vederlo godi di più.</p>
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		<title>Di: franz krauspenhaar</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1680</link>
		<dc:creator>franz krauspenhaar</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Ho scoperto sul giornale che qui a Milano Five di von Trier esce domani all'Eliseo.
Come direbbe Ghezzi: buona visione!
Un caro saluto all'amico Andrea Barbieri.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho scoperto sul giornale che qui a Milano Five di von Trier esce domani all&#8217;Eliseo.<br />
Come direbbe Ghezzi: buona visione!<br />
Un caro saluto all&#8217;amico Andrea Barbieri.</p>
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		<title>Di: cletus a.a..</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1681</link>
		<dc:creator>cletus a.a..</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>un film fantastico, unico nel suo genere: sono rimasto in sala fino allo scorrere sullo schermo dell'ultimo dei titoli di coda: mi incuriosiva conoscere la location  ;.)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>un film fantastico, unico nel suo genere: sono rimasto in sala fino allo scorrere sullo schermo dell&#8217;ultimo dei titoli di coda: mi incuriosiva conoscere la location  ;.)</p>
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		<title>Di: bra</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1682</link>
		<dc:creator>bra</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Von trier experiences:
1) All’uscita dalla proiezione di dancer in the dark mentre moretti sbraitava contro il danese e il gruppo di persone che eravamo andati al cinema ci si divideva tra sbocchi di pianto e maledizioni finali, io pensavo (con buona pace di moretti – che pure, ma forse non per lui, ci ho pianto alla stanza del figlio) che quel film era proprio supercinema, che pure che il musical non mi piace quello era diverso e (grazie franz) era intenso, morboso, cinico, irritante, commovente, choccante, insomma sofferto assurdo e poi ricchissimo e generoso;
2) Idioti dopo la prima mezzora per abituarmi alla camera a mano e capirci qualcosa, quando è finita la proiezione stavo, diceva qualcuno, “lievemente scosso”. A metà strada tra kierkegaard e il vomito. Forse anche perché era il primo film suo che vedevo;
3) In genere vado al cinema per farmi abbindolare (per esempio mulholland drive (grazie paolo per la chiave, anche se il càuboi…) è una presa per il culo a cinque stelle), e quindi mi va bene pure che parta young americans come sigla di un martirologio con cambio di finale;
4) Per una serie di ragioni mi sono trovato a riconoscermi nel personaggio del filosofo deficiente new age, e forse non è così assurdo farsi coinvolgere;
E però, premesso premesso, questa volta sono uscito dalla sala chiedendomi -perché?
Perché imbastire una storia zeppa di riferimenti – semplicemente grevi più che brechtiani – al Cristo (Grace. Anche Truth ci poteva stare.) che finiscono per fare a pezzi qualsiasi possibilità di una struttura narrativa autonoma (la frontiera, la febbre dell’oro, i gangster cattivi, la stessa messinscena teatrale)? Perché poi calcolare questo Cristo tutto immanente, orfano – o figlio adottivo di Pilato (il boss) – che alla fine invece di tacere “con grande meraviglia del governatore”, parla giudica e stermina? Che è? La penultima tentazione di Cristo?  Eppoi Scorsese, che pure partiva con un handicap fatale volendo fare un film sull’uomo-dio,  almeno ci si sporcava le mani, cercava di assumere tutti i paradossi e la complessità del caso. Perché se è vero che la specificità del cinema e tutto quanto – e il film, sono d’accordo con paolo, fallisce anche da questo punto di vista – questo si presenta esplicitamente come un apologo, e, a partire da quello di Menenio Agrippa sul sussidiario delle elementari, io non conosco apologhi senza morale. E allora? “Quando il pastore se ne va e non si sa se tornerà, e Dio più che nascondersi si ritira, quando gutenberg e lutero lasciano a regolare le umane questioni l’ibrido danese koenigsberghese sterile filosofo di cui sopra, arriva il messia che scappa da papi che l’ha rimproverata, e però il messia non esiste. Sulle prime sembrava xxzzyyxxx e invece era xxzzyyxxz”.
Grazie, Lars. Grazie.
E comunque queste cose le ho scritte perché il mese prossimo ci ho un esame con un tema e mi devo esercitare. Esercizi di stile. Sigla.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Von trier experiences:<br />
1) All’uscita dalla proiezione di dancer in the dark mentre moretti sbraitava contro il danese e il gruppo di persone che eravamo andati al cinema ci si divideva tra sbocchi di pianto e maledizioni finali, io pensavo (con buona pace di moretti – che pure, ma forse non per lui, ci ho pianto alla stanza del figlio) che quel film era proprio supercinema, che pure che il musical non mi piace quello era diverso e (grazie franz) era intenso, morboso, cinico, irritante, commovente, choccante, insomma sofferto assurdo e poi ricchissimo e generoso;<br />
2) Idioti dopo la prima mezzora per abituarmi alla camera a mano e capirci qualcosa, quando è finita la proiezione stavo, diceva qualcuno, “lievemente scosso”. A metà strada tra kierkegaard e il vomito. Forse anche perché era il primo film suo che vedevo;<br />
3) In genere vado al cinema per farmi abbindolare (per esempio mulholland drive (grazie paolo per la chiave, anche se il càuboi…) è una presa per il culo a cinque stelle), e quindi mi va bene pure che parta young americans come sigla di un martirologio con cambio di finale;<br />
4) Per una serie di ragioni mi sono trovato a riconoscermi nel personaggio del filosofo deficiente new age, e forse non è così assurdo farsi coinvolgere;<br />
E però, premesso premesso, questa volta sono uscito dalla sala chiedendomi -perché?<br />
Perché imbastire una storia zeppa di riferimenti – semplicemente grevi più che brechtiani – al Cristo (Grace. Anche Truth ci poteva stare.) che finiscono per fare a pezzi qualsiasi possibilità di una struttura narrativa autonoma (la frontiera, la febbre dell’oro, i gangster cattivi, la stessa messinscena teatrale)? Perché poi calcolare questo Cristo tutto immanente, orfano – o figlio adottivo di Pilato (il boss) – che alla fine invece di tacere “con grande meraviglia del governatore”, parla giudica e stermina? Che è? La penultima tentazione di Cristo?  Eppoi Scorsese, che pure partiva con un handicap fatale volendo fare un film sull’uomo-dio,  almeno ci si sporcava le mani, cercava di assumere tutti i paradossi e la complessità del caso. Perché se è vero che la specificità del cinema e tutto quanto – e il film, sono d’accordo con paolo, fallisce anche da questo punto di vista – questo si presenta esplicitamente come un apologo, e, a partire da quello di Menenio Agrippa sul sussidiario delle elementari, io non conosco apologhi senza morale. E allora? “Quando il pastore se ne va e non si sa se tornerà, e Dio più che nascondersi si ritira, quando gutenberg e lutero lasciano a regolare le umane questioni l’ibrido danese koenigsberghese sterile filosofo di cui sopra, arriva il messia che scappa da papi che l’ha rimproverata, e però il messia non esiste. Sulle prime sembrava xxzzyyxxx e invece era xxzzyyxxz”.<br />
Grazie, Lars. Grazie.<br />
E comunque queste cose le ho scritte perché il mese prossimo ci ho un esame con un tema e mi devo esercitare. Esercizi di stile. Sigla.</p>
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	<item>
		<title>Di: andrea inglese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1683</link>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Il Dogville migliore l'ha probabilmente realizzato Haneke con "Le temps du loup", sorta di aggiornato "Angelo sterminatore". Anche "Le temps du loup" è un film a tesi, seppure più aperto e ambivalente nella conclusione. E non solleva i malumori che solleva Trier. Non corre di certo i rischi di estetismo di Trier. Eppure Dogville dovrebbe essere assai indigesto per ogni mentalità a sfondo cattolico; l'idea più forte e controversa, a volerlo leggere per la sua argomentazione esplicita, risulta essere quella del rifiuto del perdono, del limite posto alla compassione, dell'equità tra giudizio su di sé e giudizio sugli altri. Una tesi tutt'altro che facile, mi sembra. (Cristo è una figura assai interessante di maniaco-depressivo, con questo suo oscillare tra umiltà e docilità, e scatti di arroganza e permalosità da, appunto, boss-mafioso.) Eppoi le Dogville esistono, fuori dalla favola crudele di Trier, fuori dal suo intento argomentativo e conservano un loro autistico e implacabile meccanismo. E Trier è stato capace di riprodurlo. Che non si cerchi pero' la profondità dei personaggi. Qui è l'azione che conta, non il carattere, come d'altra parte in ogni intreccio tragico. In ogni caso il film va visto, e sopratutto per la coda, la serie di fotografie USA con sonoro di Bowie. E' senz'altro la cosa che ho più apprezzato del film.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il Dogville migliore l&#8217;ha probabilmente realizzato Haneke con &#8220;Le temps du loup&#8221;, sorta di aggiornato &#8220;Angelo sterminatore&#8221;. Anche &#8220;Le temps du loup&#8221; è un film a tesi, seppure più aperto e ambivalente nella conclusione. E non solleva i malumori che solleva Trier. Non corre di certo i rischi di estetismo di Trier. Eppure Dogville dovrebbe essere assai indigesto per ogni mentalità a sfondo cattolico; l&#8217;idea più forte e controversa, a volerlo leggere per la sua argomentazione esplicita, risulta essere quella del rifiuto del perdono, del limite posto alla compassione, dell&#8217;equità tra giudizio su di sé e giudizio sugli altri. Una tesi tutt&#8217;altro che facile, mi sembra. (Cristo è una figura assai interessante di maniaco-depressivo, con questo suo oscillare tra umiltà e docilità, e scatti di arroganza e permalosità da, appunto, boss-mafioso.) Eppoi le Dogville esistono, fuori dalla favola crudele di Trier, fuori dal suo intento argomentativo e conservano un loro autistico e implacabile meccanismo. E Trier è stato capace di riprodurlo. Che non si cerchi pero&#8217; la profondità dei personaggi. Qui è l&#8217;azione che conta, non il carattere, come d&#8217;altra parte in ogni intreccio tragico. In ogni caso il film va visto, e sopratutto per la coda, la serie di fotografie USA con sonoro di Bowie. E&#8217; senz&#8217;altro la cosa che ho più apprezzato del film.</p>
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	<item>
		<title>Di: smilzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1684</link>
		<dc:creator>smilzi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>bella bra
ma premesso premesso, da dove nasce la necessita' del perche'? che cosa ci sta nel film di cosi' spudoratamente testuale da non suggerire letture diverse? sporcarsi le mani con film sulla tragedia di cristo, in finale, e' piu' facile che non sporcarsele, lo sporco in questi casi trasuda da qualsiasi tentativo di immanentizzare quello che per forza di cose deve restare trascendentale in una certa misura, intendo anche in senso squisitamente visivo, perche' ai nostri occhi resti un senso puro di grazia, non violato da questo mezzuccio 'sporco' appunto, che si chiama cinema. a me sembra che lars non si stia molto a porre il problema di che farci con il cristo che a sto giro non si vuole accollare la croce, o va finire che qualsiasi personaggio tragico ha in se' l'ombra di nostro signore, o ancora peggio surrogati di surrogati di edipo e i compagnetti suoi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>bella bra<br />
ma premesso premesso, da dove nasce la necessita&#8217; del perche&#8217;? che cosa ci sta nel film di cosi&#8217; spudoratamente testuale da non suggerire letture diverse? sporcarsi le mani con film sulla tragedia di cristo, in finale, e&#8217; piu&#8217; facile che non sporcarsele, lo sporco in questi casi trasuda da qualsiasi tentativo di immanentizzare quello che per forza di cose deve restare trascendentale in una certa misura, intendo anche in senso squisitamente visivo, perche&#8217; ai nostri occhi resti un senso puro di grazia, non violato da questo mezzuccio &#8217;sporco&#8217; appunto, che si chiama cinema. a me sembra che lars non si stia molto a porre il problema di che farci con il cristo che a sto giro non si vuole accollare la croce, o va finire che qualsiasi personaggio tragico ha in se&#8217; l&#8217;ombra di nostro signore, o ancora peggio surrogati di surrogati di edipo e i compagnetti suoi.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: helena</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1685</link>
		<dc:creator>helena</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=238#comment-1685</guid>
		<description>Se von Trier è un genio, è soprattutto un genio della manipolazione. Il che sta un grado più in là della furbizia. Non è solo furbo prendere un gruppo di star hollywoodiane compresa la vedova Bogart e l&#8217;unica attrice contemporanea in odor di divismo (cioè la Kidman) e sbatterle in un film programmaticamente &#8220;europeo&#8221; (lento, antirealistico, difficile, &#8220;d&#8217;autore&#8221;) e "antiamericano" a rappresentare dei miserabili e minus habens o a farsi umiliare e stuprare pubblicamente &#8211; cioè sotto gli occhi dei Dogvillesi e di noialtri : è un modo per abbindolare noi spettatori &#8220;colti&#8221; europei e, mentre ammiriamo l&#8217;arte registica di von Trier e tifiamo per la povera Grace, farci diventare complici ignari dei Dogvillesi (o Dogvillani).
A differenza di Brecht (che io non amo particolarmente) o di un apologo cinematografico che invece amo moltissimo come &#8220;Teorema&#8221; di Pasolini, qui il messaggio non contiene nessuna difficoltà, niente di dialettico e, soprattutto, non richiede di essere elaborato attraverso una riflessione che lo spettatore deve compiere da solo. Nonostante la freddezza antirealistica e &#8220;brechtiana&#8221;, tale messaggio viene in realtà trasmesso facendo presa QUASI SOLO sulle emozioni (e sugli istinti) dello spettatore. Oltre alla trama dimostrativa di quello che Girard chiamerebbe un classico meccanismo vittimario, il coinvolgimento passa attraverso l&#8217;uso di immagini morbide, calde e luminose (la preraffealitica Nicole dopo lo stupro sul camion fra le mele, per esempio) e del sottofondo musicale &#8211; credo sia lo Stabat Mater di Verdi. Il problema non è che si tratta, di nuovo, di qualcosa di non rigoroso e, come scrive Andrea, estetizzante, ma che von Trier procede alla stessa maniera della pubblicità e con le stesse intenzioni manipolative.
Io non so se von Trier si consideri cristiano e nello specifico cattolico, luterano, calvinista o che cos'altro. Se vuol essere un moralista o un nichilista dichiarato. Credo però che il tipo di commento del narratore richiami un&#8217;introspezione e una sensiblerie di stampo nordico luterano come quella che trovi in Ibsen e Strindberg, Bergmann e Kierkegaard, e dei cui accenti la sceneggiatura di &#8220;Dogville&#8221; sembra un imitazione rinsecchita e manierista. Roba dei paesi suoi che con l&#8217;America puritana c&#8217;entra solo per processo analogico - e perché fa più comodo per il successo in todo el mundo, Stati Uniti compresi, elevare a modello universale da criticare una Dogville piuttosto che una Hoendeborg (chi conosce qualche lingua scandinava abbia venia di me).
E&#8217; chiaro però che usa un topos teologico. Dogville viene visitato dalla Grazia. E poiché, signore, non fummo degni della tua grazia, meritiamo il tuo castigo. Dogville era SUB GRAZIA e torna SUB LEGE. Che è quella della vendetta, quella veterotestamentaria (per la precisione: secondo l'interpretazione tradizionale dell'antico testamento fatta dal cristianesimo) impersonata dal Dio-padre James Caan. Cristo è presente solo attraverso la sua grazie, cioè Grace.
A seconda delle correnti cristiane poteva esserci la grazia per tutti (gli appartenenti al rito, ovviamente), per pochi meritevoli ed eletti, per pochi eletti a casaccio (calvinismo) e varie. Nel caso di &#8220;Dogville&#8221; non c&#8217;è più grazia per nessuno. Zero eletti. Tuttavia il modello antropologico mi pare molto simile a un cristianesimo che afferma che solo per grazia del Signore e del suo sacrificio l&#8217;umanità, nata colpevole, può salvarsi.
Dogville, dove la vittima predestinata diventa carnefice (e tertium non datur), mi ha fatto capire fino a che punto le protagoniste di &#8220;Le onde del destino&#8221; e &#8220;Dancer in the dark&#8221; erano della stessa pasta: una pasta da santa martire che è l&#8217;eccezione dell&#8217;umano immerso nella tenebra e nel peccato. E' così che è stata usata nei secoli la devozione ai santi e alle loro vite: come rafforzativo del disprezzo per le vite dei comuni peccatori.
Von Trier è maestro della manipolazione, ma non conosce - in nessuno dei suoi film - la compassione. E perché mai dovrebbe, visto che siamo tutti fondamentalmente malvagi e colpevoli. Infatti, modella noi spettatori a sua immagine e somiglianza calcolando l&#8217;effetto che dovrebbe avere il massacro finale dove &#8220;occhio per occhio&#8221; si traduce, per esagerazione, in ogni figlio di Vera ammazzato per ogni statuina kitsch che Vera ha rotto. E noi ovviamente ci lordiamo nel trovarlo liberatorio e &#8220;giusto&#8221;.
Von Trier fa film dogmatici e dunque uno ha il diritto di respingerli proprio per la loro ideologia. Anche perché qui la forma con la sua rinuncia ad ogni riferimento mimetico &#8211; non c&#8217;è mica bisogno di guardare agli uomini e al mondo per dire che sono male &#8211; è perfettamente coerente. Ultima cosa: non importa stabilire se e fino a che punto von Trier CI E' o CI FA. Non fa nessuna differenza. Per me il suo antiumanesimo patinato, cool, magari morboso fino al limite del psicotico ma non sofferto (non c&#8217;è in questo nessuna contraddizione), è da rifiutare e da combattere. E a differenza di certi autori di cui rifiuto l'ideologia (Celine, prima di tutti), non ci trovo nessun di più, nessuno scarto di verità che riguardi anche me. Nulla.
Scusate la lunghezza e la veemenza.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Se von Trier è un genio, è soprattutto un genio della manipolazione. Il che sta un grado più in là della furbizia. Non è solo furbo prendere un gruppo di star hollywoodiane compresa la vedova Bogart e l&#8217;unica attrice contemporanea in odor di divismo (cioè la Kidman) e sbatterle in un film programmaticamente &#8220;europeo&#8221; (lento, antirealistico, difficile, &#8220;d&#8217;autore&#8221;) e &#8220;antiamericano&#8221; a rappresentare dei miserabili e minus habens o a farsi umiliare e stuprare pubblicamente &#8211; cioè sotto gli occhi dei Dogvillesi e di noialtri : è un modo per abbindolare noi spettatori &#8220;colti&#8221; europei e, mentre ammiriamo l&#8217;arte registica di von Trier e tifiamo per la povera Grace, farci diventare complici ignari dei Dogvillesi (o Dogvillani).<br />
A differenza di Brecht (che io non amo particolarmente) o di un apologo cinematografico che invece amo moltissimo come &#8220;Teorema&#8221; di Pasolini, qui il messaggio non contiene nessuna difficoltà, niente di dialettico e, soprattutto, non richiede di essere elaborato attraverso una riflessione che lo spettatore deve compiere da solo. Nonostante la freddezza antirealistica e &#8220;brechtiana&#8221;, tale messaggio viene in realtà trasmesso facendo presa QUASI SOLO sulle emozioni (e sugli istinti) dello spettatore. Oltre alla trama dimostrativa di quello che Girard chiamerebbe un classico meccanismo vittimario, il coinvolgimento passa attraverso l&#8217;uso di immagini morbide, calde e luminose (la preraffealitica Nicole dopo lo stupro sul camion fra le mele, per esempio) e del sottofondo musicale &#8211; credo sia lo Stabat Mater di Verdi. Il problema non è che si tratta, di nuovo, di qualcosa di non rigoroso e, come scrive Andrea, estetizzante, ma che von Trier procede alla stessa maniera della pubblicità e con le stesse intenzioni manipolative.<br />
Io non so se von Trier si consideri cristiano e nello specifico cattolico, luterano, calvinista o che cos&#8217;altro. Se vuol essere un moralista o un nichilista dichiarato. Credo però che il tipo di commento del narratore richiami un&#8217;introspezione e una sensiblerie di stampo nordico luterano come quella che trovi in Ibsen e Strindberg, Bergmann e Kierkegaard, e dei cui accenti la sceneggiatura di &#8220;Dogville&#8221; sembra un imitazione rinsecchita e manierista. Roba dei paesi suoi che con l&#8217;America puritana c&#8217;entra solo per processo analogico - e perché fa più comodo per il successo in todo el mundo, Stati Uniti compresi, elevare a modello universale da criticare una Dogville piuttosto che una Hoendeborg (chi conosce qualche lingua scandinava abbia venia di me).<br />
E&#8217; chiaro però che usa un topos teologico. Dogville viene visitato dalla Grazia. E poiché, signore, non fummo degni della tua grazia, meritiamo il tuo castigo. Dogville era SUB GRAZIA e torna SUB LEGE. Che è quella della vendetta, quella veterotestamentaria (per la precisione: secondo l&#8217;interpretazione tradizionale dell&#8217;antico testamento fatta dal cristianesimo) impersonata dal Dio-padre James Caan. Cristo è presente solo attraverso la sua grazie, cioè Grace.<br />
A seconda delle correnti cristiane poteva esserci la grazia per tutti (gli appartenenti al rito, ovviamente), per pochi meritevoli ed eletti, per pochi eletti a casaccio (calvinismo) e varie. Nel caso di &#8220;Dogville&#8221; non c&#8217;è più grazia per nessuno. Zero eletti. Tuttavia il modello antropologico mi pare molto simile a un cristianesimo che afferma che solo per grazia del Signore e del suo sacrificio l&#8217;umanità, nata colpevole, può salvarsi.<br />
Dogville, dove la vittima predestinata diventa carnefice (e tertium non datur), mi ha fatto capire fino a che punto le protagoniste di &#8220;Le onde del destino&#8221; e &#8220;Dancer in the dark&#8221; erano della stessa pasta: una pasta da santa martire che è l&#8217;eccezione dell&#8217;umano immerso nella tenebra e nel peccato. E&#8217; così che è stata usata nei secoli la devozione ai santi e alle loro vite: come rafforzativo del disprezzo per le vite dei comuni peccatori.<br />
Von Trier è maestro della manipolazione, ma non conosce - in nessuno dei suoi film - la compassione. E perché mai dovrebbe, visto che siamo tutti fondamentalmente malvagi e colpevoli. Infatti, modella noi spettatori a sua immagine e somiglianza calcolando l&#8217;effetto che dovrebbe avere il massacro finale dove &#8220;occhio per occhio&#8221; si traduce, per esagerazione, in ogni figlio di Vera ammazzato per ogni statuina kitsch che Vera ha rotto. E noi ovviamente ci lordiamo nel trovarlo liberatorio e &#8220;giusto&#8221;.<br />
Von Trier fa film dogmatici e dunque uno ha il diritto di respingerli proprio per la loro ideologia. Anche perché qui la forma con la sua rinuncia ad ogni riferimento mimetico &#8211; non c&#8217;è mica bisogno di guardare agli uomini e al mondo per dire che sono male &#8211; è perfettamente coerente. Ultima cosa: non importa stabilire se e fino a che punto von Trier CI E&#8217; o CI FA. Non fa nessuna differenza. Per me il suo antiumanesimo patinato, cool, magari morboso fino al limite del psicotico ma non sofferto (non c&#8217;è in questo nessuna contraddizione), è da rifiutare e da combattere. E a differenza di certi autori di cui rifiuto l&#8217;ideologia (Celine, prima di tutti), non ci trovo nessun di più, nessuno scarto di verità che riguardi anche me. Nulla.<br />
Scusate la lunghezza e la veemenza.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: gabriella</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1686</link>
		<dc:creator>gabriella</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=238#comment-1686</guid>
		<description>Mi hanno fatto molto riflettere le tue parole Helena e vorrei capire meglio perché parli di manipolazione. Al di là della lettura dei contenuti che ognuno legge con le proprie categorie, io trovo che accusare di presunzione VT sia fin troppo facile; VT è decisamente irritante ma ha anche il coraggio di provocare e non trovo ci siano molti registi che fanno questo tipo di operazione. Questo annullamento degli spazi esterni e interni porta a puntare l'attenzione sulle parole, il personaggio non esiste più ma è l'espressione di un concetto. Io non riesco a vedere l'intenzione manipolativa, sicuramente vedo il dogmatismo. 
Poi per quanto riguarda la rappresentazione delle sue eroine/vittime sacrificali, c'è una differenza tra le due vittime di Onde del destino e Dancer in the dark e Grace. Le prime due vanno a sacrificarsi per quello che loro considerano il bene mentre Grace alla fine non ci sta, Grace fa giustizia e non vendetta. Ma qui entra in gioco l'interpretazione personale, sicuramente la mia riflessione è inquinata dal mio background culturale psicoanalitico e psicologico. Trovo che VT rappresenti bene nei suoi film la parte del femminile masochistico che si annulla per l'altro, fino a farsi ammazzare. Anche Grace ci prova con il suo buonismo legato al desiderio di perdonare. E qui i cattolici potrebbero insorgere perché il perdono viene considerato una forma di arroganza, l'arroganza di sentirsi superiori e dall'alto concedere il perdono. Ma il perdono non arriva: è necessario radere tutto al suolo per ricominciare. Dogville come rappresentazione dell'immaginario collettivo legato all' America che inquina le nostre menti? Perché no?
Scusa le riflessioni un po' in ordine sparso, 
con stima</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi hanno fatto molto riflettere le tue parole Helena e vorrei capire meglio perché parli di manipolazione. Al di là della lettura dei contenuti che ognuno legge con le proprie categorie, io trovo che accusare di presunzione VT sia fin troppo facile; VT è decisamente irritante ma ha anche il coraggio di provocare e non trovo ci siano molti registi che fanno questo tipo di operazione. Questo annullamento degli spazi esterni e interni porta a puntare l&#8217;attenzione sulle parole, il personaggio non esiste più ma è l&#8217;espressione di un concetto. Io non riesco a vedere l&#8217;intenzione manipolativa, sicuramente vedo il dogmatismo.<br />
Poi per quanto riguarda la rappresentazione delle sue eroine/vittime sacrificali, c&#8217;è una differenza tra le due vittime di Onde del destino e Dancer in the dark e Grace. Le prime due vanno a sacrificarsi per quello che loro considerano il bene mentre Grace alla fine non ci sta, Grace fa giustizia e non vendetta. Ma qui entra in gioco l&#8217;interpretazione personale, sicuramente la mia riflessione è inquinata dal mio background culturale psicoanalitico e psicologico. Trovo che VT rappresenti bene nei suoi film la parte del femminile masochistico che si annulla per l&#8217;altro, fino a farsi ammazzare. Anche Grace ci prova con il suo buonismo legato al desiderio di perdonare. E qui i cattolici potrebbero insorgere perché il perdono viene considerato una forma di arroganza, l&#8217;arroganza di sentirsi superiori e dall&#8217;alto concedere il perdono. Ma il perdono non arriva: è necessario radere tutto al suolo per ricominciare. Dogville come rappresentazione dell&#8217;immaginario collettivo legato all&#8217; America che inquina le nostre menti? Perché no?<br />
Scusa le riflessioni un po&#8217; in ordine sparso,<br />
con stima</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: smilzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1687</link>
		<dc:creator>smilzi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=238#comment-1687</guid>
		<description>Perché Dogville deve per forza fallire? Cioè perché è così necessario tirare in ballo la categoria del fallimento? probabilmente perché Dogville si presenta nella forma non mediata di un teorema, e allora la sintesi che arriva dopo tanto di tesi e antitesi può essere solo assolta o condannata, o meglio, riuscire o fallire nella sua pretesa di assoluta coerenza. Dogville si presta fondamentalmente a due interpretazioni principali, una come nuova parabola del cristianesimo, l’altra come critica all’America. Nel primo caso un cristiano doc. potrebbe ritenersi offeso e irritato da tanta semplificazione che arriva a demolire il sacrificio cristico per dirottare la vera catarsi nella pura vendetta, che appare tanto ingiustificata quanto non pacificante. Un non cristiano potrebbe ritenersi invece infastidito dal fatto di vedersi ripropinata per l’ennesima volta la frustrazione coatta di un eretico che gioca col cristianesimo trendy per riuscire ad essere provocatorio. Nel secondo caso non so dire quale possa essere la reazione di un filoamericano ma per quanto riguarda quella di un anti-americano la sigla di chiusura strappa a tutti un cinico sorriso d’approvazione, ma l’empatia stenta ad andare oltre.  Quello che non capisco è perché Dogville non possa essere invece considerato come la rappresentazione di una semplice storia d’amore, tragica perché impossibile. Tu, Paolo, parli di una sceneggiatura ridicola, a me sembra la sceneggiatura perfetta di una favola triste, in cui i personaggi sono semplici e piatti, se vuoi, proprio perché sono personaggi favolistici. Grace è una donna in fuga dall’universo armonico che le era stato destinato, perché in quell’universo era strutturalmente impossibile sviluppare forme di amore e di apertura verso l’altro. Si rifugia a Dogville, la nuova frontiera, il mondo nuovo, il posto dove ricostruirsi una vita fuori dalle leggi meccanicistiche della sua origine. Qui lei si innamora, ossia da un senso pieno alla ragione della sua fuga. Si innamora e crede di essere corrisposta. Accetta le umiliazioni della comunità di Dogville perché spera, e fino ad un certo punto ne è certa, che il futuro sarà diverso, ossia che il futuro sarà possibile solo a patto di tanta sofferenza. Grace si sacrifica perché ama. Crede nel suo martirio perché le condizioni del suo amore passano attraverso il martirio, perché lei, come il filosofo, non sono esseri liberi, per il momento.
Nell’idea di amore di Grace esistono lei e la persona amata, che devono lottare contro la comunità, e quindi simbolicamente contro il mondo, per poter rendere reale ed effettivo il loro amarsi. L’amore di Grace è esattamente questo, la scelta di un singolo rispetto alla comunità, l’idea di potersi realizzare completamente in una sola persona. E Grace crede di essere corrisposta. Poi il tradimento. Il disvelamento. La fine dell’illusone. Che cosa esiste di peggiore di un falso amore? Il filosofo amava Grace di un amore mediato, non era frutto di una scelta quasi aprioristica, ma il risultato di una serie di varianti statistiche, il risultato di un calcolo. Il filosofo non è in grado di rinunciare alla comunità, che pure egli dice di disprezzare, per Grace. Non ha il coraggio di rinunciare alla propria frustrazione e alla propria ansia congenita, che in qualche modo lo fanno comunque sentire vivo, per fidarsi ciecamente di Grace, e credere insieme a lei in un futuro in cui la comunità saranno solo loro due. Non so mi in questo senso mi sento più dogmatica di Von Trier, ma se non assegniamo una radicalità necessaria almeno alla nostra pretesa di amare, che cazzo resta?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Perché Dogville deve per forza fallire? Cioè perché è così necessario tirare in ballo la categoria del fallimento? probabilmente perché Dogville si presenta nella forma non mediata di un teorema, e allora la sintesi che arriva dopo tanto di tesi e antitesi può essere solo assolta o condannata, o meglio, riuscire o fallire nella sua pretesa di assoluta coerenza. Dogville si presta fondamentalmente a due interpretazioni principali, una come nuova parabola del cristianesimo, l’altra come critica all’America. Nel primo caso un cristiano doc. potrebbe ritenersi offeso e irritato da tanta semplificazione che arriva a demolire il sacrificio cristico per dirottare la vera catarsi nella pura vendetta, che appare tanto ingiustificata quanto non pacificante. Un non cristiano potrebbe ritenersi invece infastidito dal fatto di vedersi ripropinata per l’ennesima volta la frustrazione coatta di un eretico che gioca col cristianesimo trendy per riuscire ad essere provocatorio. Nel secondo caso non so dire quale possa essere la reazione di un filoamericano ma per quanto riguarda quella di un anti-americano la sigla di chiusura strappa a tutti un cinico sorriso d’approvazione, ma l’empatia stenta ad andare oltre.  Quello che non capisco è perché Dogville non possa essere invece considerato come la rappresentazione di una semplice storia d’amore, tragica perché impossibile. Tu, Paolo, parli di una sceneggiatura ridicola, a me sembra la sceneggiatura perfetta di una favola triste, in cui i personaggi sono semplici e piatti, se vuoi, proprio perché sono personaggi favolistici. Grace è una donna in fuga dall’universo armonico che le era stato destinato, perché in quell’universo era strutturalmente impossibile sviluppare forme di amore e di apertura verso l’altro. Si rifugia a Dogville, la nuova frontiera, il mondo nuovo, il posto dove ricostruirsi una vita fuori dalle leggi meccanicistiche della sua origine. Qui lei si innamora, ossia da un senso pieno alla ragione della sua fuga. Si innamora e crede di essere corrisposta. Accetta le umiliazioni della comunità di Dogville perché spera, e fino ad un certo punto ne è certa, che il futuro sarà diverso, ossia che il futuro sarà possibile solo a patto di tanta sofferenza. Grace si sacrifica perché ama. Crede nel suo martirio perché le condizioni del suo amore passano attraverso il martirio, perché lei, come il filosofo, non sono esseri liberi, per il momento.<br />
Nell’idea di amore di Grace esistono lei e la persona amata, che devono lottare contro la comunità, e quindi simbolicamente contro il mondo, per poter rendere reale ed effettivo il loro amarsi. L’amore di Grace è esattamente questo, la scelta di un singolo rispetto alla comunità, l’idea di potersi realizzare completamente in una sola persona. E Grace crede di essere corrisposta. Poi il tradimento. Il disvelamento. La fine dell’illusone. Che cosa esiste di peggiore di un falso amore? Il filosofo amava Grace di un amore mediato, non era frutto di una scelta quasi aprioristica, ma il risultato di una serie di varianti statistiche, il risultato di un calcolo. Il filosofo non è in grado di rinunciare alla comunità, che pure egli dice di disprezzare, per Grace. Non ha il coraggio di rinunciare alla propria frustrazione e alla propria ansia congenita, che in qualche modo lo fanno comunque sentire vivo, per fidarsi ciecamente di Grace, e credere insieme a lei in un futuro in cui la comunità saranno solo loro due. Non so mi in questo senso mi sento più dogmatica di Von Trier, ma se non assegniamo una radicalità necessaria almeno alla nostra pretesa di amare, che cazzo resta?</p>
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	<item>
		<title>Di: emi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1688</link>
		<dc:creator>emi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Accidenti, Paolo… E a me che era sembrato un bel film, e magari avrei pure sottoscritto la tua iniziale “fantasia della fantasia di recensione di VT”! Mi hai fatta sentire sprovveduta e out dallo Stream of coolness di Minimumville! Ma ho ripiegato in una duplice consolazione: innanzitutto, leggendomi le decine di  commenti qui sopra, e poi (magra consolazione, certo) pensando… Che ne sarebbe stato del povero De Sica, se il Pecere fosse stato già 50 anni fa lì pronto a recensirgli Ladri di biciclette? E se fosse esistito ben 150 anni fa, su quale altro mestiere meno nobile avrebbe dovuto ripiegare Hugo, per espiare di una paraculata del calibro dei Miserabili? Perché, prese le debite distanze, anche Dogville mi sembra vada visto come un’opera che ricerca intenzionalmente e a ragion veduta quella stessa ambiguità di populistico e colto, di melodrammatico e sistematicamente critico, che si trovava anche nei romanzi dell’Ottocento, o nel neorealismo italiano… Un’ambiguità un po’ paracula, ma non perciò da fare a pezzi! Ho letto da qualche parte (ma, appunto, è chiaro a tutti) che fosse intenzione di VT creare per Dogville un registro insieme cinematografico, teatrale e letterario. Riguardo al letterario, devo ammettere (mea culpa) di amare nei film la struttura in capitoli e (di nuovo…) la voce narrante fuori campo (però, mi sa che tutto il film era doppiato in modo poco adatto): ma il punto è che proprio la chiave favolistica che così accoglie lo spettatore, gli permette di vedere nella luce giusta il tutto, ABBASSANDO LE PRETESE. Citi Arancia meccanica e Decalogo 5 come esempi di film con affinità tematica e a tuo parere miglior riuscita… Per me Kubrick è intoccabile e inarrivabile (ma nessuno ha detto che Von Trier per non essere il peggiore debba essere il migliore), però, cribbio, dopo tutto quello che dici, non puoi usare come modello alternativo quel  merlettaio leziosone di Kieslowski(con tutto il bene che gli ho voluto da ragazzina)! uno che è maestro irraggiunto del cinema paraculo, con  i suoi burattinai e laccetti rossi di scarpe e caffè della stazione e partiture musicali che svolazzano e si accartocciano nel vento e bambini che pattinando sprofondano nel laghetto ghiacciato perché il padre si è fidato delle previsioni del tempo, presuntuoso prometeo munito di satellite spaziale (nemmeno danzante)! uno che ha generato un erede come l’orrendo megalomane bolso Jerzy Stuhr, il re delle parabole moraleggianti senza sottotesto (ti sei mai imbattuto, al Nuovo Sacher, in “Una settimana nella vita di un uomo” o in “Storie d’amore”, in cui Stuhr si moltiplicava in sceneggiatore, regista, 4 protagonisti, e doppiatore stentato di se stesso per la versione italiana?)! Almeno Dogville è un esperimento, anzi, una vera opera di cinema sperimentale. L’idea teatrale del paese tratteggiato col gesso è un’idea BELLA: come dici tu, non è un riferimento al teatrale tout court, ma a quello Cechov, o di Beckett… e a tutte quelle opere che invitano a costruire una scena che non vuole più emulare la realtà (nemmeno più quella borghese, per schernirla) ma indicare uno spazio sospeso sul nulla, o sulla notte… una zona esemplare dove si vuol dar l’illusione si concentri e converga tutto, in cui si cerca di svelare la trama semplice che sta dietro al chiasso delle società come la netta linea di gesso di una “campana”. Si prova a filtrare l’elemento sociale per far venire fuori quello che vale universalmente: noi saltiamo dall’otto al nove e dall’arancia alla susina con tragico automatismo; l’automatismo della struttura narrativa di Dogville è quello del comportamento di tutti davanti all’estraneo, all’altro in generale: prima diffidenza, poi entusiasmo, poi di nuovo ostilità; ed è la duplice, sola reazione possibile davanti all’iniqua ostilità piena di malafede: o perdono o vendetta. Che i personaggi siano piatti fa parte del gioco, come pure ne fanno parte i riferimenti simbolici (forse, quelli, troppo piatti e benserviti, a discapito della poeticità… Ma sempre perché VT non vuole essere regista per pochi, ed è per pochi trovarli benserviti). Ma funziona quella nebbiolina in cui  tutto si stempera, in cui il dolore sfuma nell’indifferenza degli altri, anche se le porte e le mura mancano, perché la comunità pigra e inesorabile non è che il vestito comodo per l’istinto grezzo, il meccanismo primario. I più non hanno voglia di mettersi in proprio col pensiero, e l’unico che dichiara di averne, che pretende consapevolezza, è talmente concentrato su se stesso, sul vanitoso soggetto di questa consapevolezza piuttosto che sui suoi oggetti, da restare tale e quale agli altri, troppo bisognoso e della loro inferiorità e del loro consenso. Forse un film così puro, apologetico, teorematico, può essere fatto una volta sola,e poi rompe. Ma poiché è così, è rivoluzionario. Insomma mi è piaciuto. C’è da dire che partivo talmente mal disposta, che mi ha presa in contropiede. Non amo Von Trier (a vedere The Kingdom mi sono divertita, ma sicuramente non quanto lui a girarlo!), ma in Dogville c’è il (per me) giusto equilibrio tra melodramma e concetto che nelle Onde o in Dancer in the dark barcollava pericolosamente (contribuendo alla mia nausea molto più dell’odiosa camera a spalla); e soprattutto, non ci sono finali dogmatici - da scervellarsi se siano di volta in volta criptocattolici o pseudonichilisti - ; il film non vuole essere che un cammino di esperienza, che conduce all’apertura su un dilemma, a metterne a fuoco i due capi: il principio animatore del vecchio e quello del nuovo testamento, la vendetta e il perdono. E’ il cammino da un lato dell’umanità tutta, e dall’altro di una società, quella americana, che sembra voler chiudere il cerchio e tornare al principio di vendetta. Insomma, tutta questa chiacchera per dire non ci ho visto niente in più di quello che ci hai visto tu, e una cosa di meno, cioè il fallimento.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Accidenti, Paolo… E a me che era sembrato un bel film, e magari avrei pure sottoscritto la tua iniziale “fantasia della fantasia di recensione di VT”! Mi hai fatta sentire sprovveduta e out dallo Stream of coolness di Minimumville! Ma ho ripiegato in una duplice consolazione: innanzitutto, leggendomi le decine di  commenti qui sopra, e poi (magra consolazione, certo) pensando… Che ne sarebbe stato del povero De Sica, se il Pecere fosse stato già 50 anni fa lì pronto a recensirgli Ladri di biciclette? E se fosse esistito ben 150 anni fa, su quale altro mestiere meno nobile avrebbe dovuto ripiegare Hugo, per espiare di una paraculata del calibro dei Miserabili? Perché, prese le debite distanze, anche Dogville mi sembra vada visto come un’opera che ricerca intenzionalmente e a ragion veduta quella stessa ambiguità di populistico e colto, di melodrammatico e sistematicamente critico, che si trovava anche nei romanzi dell’Ottocento, o nel neorealismo italiano… Un’ambiguità un po’ paracula, ma non perciò da fare a pezzi! Ho letto da qualche parte (ma, appunto, è chiaro a tutti) che fosse intenzione di VT creare per Dogville un registro insieme cinematografico, teatrale e letterario. Riguardo al letterario, devo ammettere (mea culpa) di amare nei film la struttura in capitoli e (di nuovo…) la voce narrante fuori campo (però, mi sa che tutto il film era doppiato in modo poco adatto): ma il punto è che proprio la chiave favolistica che così accoglie lo spettatore, gli permette di vedere nella luce giusta il tutto, ABBASSANDO LE PRETESE. Citi Arancia meccanica e Decalogo 5 come esempi di film con affinità tematica e a tuo parere miglior riuscita… Per me Kubrick è intoccabile e inarrivabile (ma nessuno ha detto che Von Trier per non essere il peggiore debba essere il migliore), però, cribbio, dopo tutto quello che dici, non puoi usare come modello alternativo quel  merlettaio leziosone di Kieslowski(con tutto il bene che gli ho voluto da ragazzina)! uno che è maestro irraggiunto del cinema paraculo, con  i suoi burattinai e laccetti rossi di scarpe e caffè della stazione e partiture musicali che svolazzano e si accartocciano nel vento e bambini che pattinando sprofondano nel laghetto ghiacciato perché il padre si è fidato delle previsioni del tempo, presuntuoso prometeo munito di satellite spaziale (nemmeno danzante)! uno che ha generato un erede come l’orrendo megalomane bolso Jerzy Stuhr, il re delle parabole moraleggianti senza sottotesto (ti sei mai imbattuto, al Nuovo Sacher, in “Una settimana nella vita di un uomo” o in “Storie d’amore”, in cui Stuhr si moltiplicava in sceneggiatore, regista, 4 protagonisti, e doppiatore stentato di se stesso per la versione italiana?)! Almeno Dogville è un esperimento, anzi, una vera opera di cinema sperimentale. L’idea teatrale del paese tratteggiato col gesso è un’idea BELLA: come dici tu, non è un riferimento al teatrale tout court, ma a quello Cechov, o di Beckett… e a tutte quelle opere che invitano a costruire una scena che non vuole più emulare la realtà (nemmeno più quella borghese, per schernirla) ma indicare uno spazio sospeso sul nulla, o sulla notte… una zona esemplare dove si vuol dar l’illusione si concentri e converga tutto, in cui si cerca di svelare la trama semplice che sta dietro al chiasso delle società come la netta linea di gesso di una “campana”. Si prova a filtrare l’elemento sociale per far venire fuori quello che vale universalmente: noi saltiamo dall’otto al nove e dall’arancia alla susina con tragico automatismo; l’automatismo della struttura narrativa di Dogville è quello del comportamento di tutti davanti all’estraneo, all’altro in generale: prima diffidenza, poi entusiasmo, poi di nuovo ostilità; ed è la duplice, sola reazione possibile davanti all’iniqua ostilità piena di malafede: o perdono o vendetta. Che i personaggi siano piatti fa parte del gioco, come pure ne fanno parte i riferimenti simbolici (forse, quelli, troppo piatti e benserviti, a discapito della poeticità… Ma sempre perché VT non vuole essere regista per pochi, ed è per pochi trovarli benserviti). Ma funziona quella nebbiolina in cui  tutto si stempera, in cui il dolore sfuma nell’indifferenza degli altri, anche se le porte e le mura mancano, perché la comunità pigra e inesorabile non è che il vestito comodo per l’istinto grezzo, il meccanismo primario. I più non hanno voglia di mettersi in proprio col pensiero, e l’unico che dichiara di averne, che pretende consapevolezza, è talmente concentrato su se stesso, sul vanitoso soggetto di questa consapevolezza piuttosto che sui suoi oggetti, da restare tale e quale agli altri, troppo bisognoso e della loro inferiorità e del loro consenso. Forse un film così puro, apologetico, teorematico, può essere fatto una volta sola,e poi rompe. Ma poiché è così, è rivoluzionario. Insomma mi è piaciuto. C’è da dire che partivo talmente mal disposta, che mi ha presa in contropiede. Non amo Von Trier (a vedere The Kingdom mi sono divertita, ma sicuramente non quanto lui a girarlo!), ma in Dogville c’è il (per me) giusto equilibrio tra melodramma e concetto che nelle Onde o in Dancer in the dark barcollava pericolosamente (contribuendo alla mia nausea molto più dell’odiosa camera a spalla); e soprattutto, non ci sono finali dogmatici - da scervellarsi se siano di volta in volta criptocattolici o pseudonichilisti - ; il film non vuole essere che un cammino di esperienza, che conduce all’apertura su un dilemma, a metterne a fuoco i due capi: il principio animatore del vecchio e quello del nuovo testamento, la vendetta e il perdono. E’ il cammino da un lato dell’umanità tutta, e dall’altro di una società, quella americana, che sembra voler chiudere il cerchio e tornare al principio di vendetta. Insomma, tutta questa chiacchera per dire non ci ho visto niente in più di quello che ci hai visto tu, e una cosa di meno, cioè il fallimento.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: helena janeczek</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2003/12/28/nuovo-cinema-paraculo-come-ti-smonto-e-rimonto-unumanita-da-cani/#comment-1689</link>
		<dc:creator>helena janeczek</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Gabriella, cerco di chiarire. &#8220;Dogville&#8221; è un film che vale la pena aver visto e von Trier è un regista con cui vale la pena confrontarsi. Non mi sogno di cavarmela dicendo che è presuntuoso e neanche che è tutto sommato un po&#8217; furbo o paraculo come sostiene Paolo.  I migliori autori di cinema e letteratura &#8211; come ricordavano Franz ed Emi &#8211; hanno sempre usato i loro trucchi per fare presa sul pubblico. E qui siamo al nocciolo: narrativa e cinema (anche il teatro) creano finti mondi, finti uomini ecc. e avvolgono i loro fruitori nell&#8217;illusione di realtà (anche quando si tratta di Beckett o Kafka). In tutta questa arte è previsto il ruolo dell&#8217;autore come piccolo demiurgo che fa ballare le marionette a suo piacimento, che facendole scannare o abbracciarsi suscita precisi sentimenti nel suo pubblico. Ma questa, che è una condizione basilare del fare letteratura e cinema, è anche il suo pericolo, il suo lato oscuro. Quello per cui certa arte è sempre stata sospetta a teologi e filosofi a cominciare da Platone. Che va corretta con la volontà di perforare la fiction, di mettere a nudo la propria macchina dell&#8217;illusione. Per me è importante che quanto scrivo rimanda a un fuori dove io non ho potere né capacità di controllo, dove incontro il male mio e altrui e devo farci i conti, dove sono un essere umano in mezzo agli altri e in mezzo al mondo. Non è questione di piatto realismo, tantomeno la richiesta implicita che la visione del mondo sottesa non sia troppo negativa o nichilista. Se leggo o vedo a teatro Beckett sento disperazione, un senso dell&#8217;umorismo partecipativo, uno slancio utopistico all&#8217;oltrepassamento, un&#8217;attenzione incredibile verso la vita creaturale degli esseri. Se leggo Bernhard sento indignazione, astio, derisione ecc. Se vedo un film come &#8220;L&#8217;Argent&#8221; di Robert Bresson (il suo ultimo) dove un operaio stermina una famiglia per una somma piuttosto piccola di denaro, sento in ogni inquadratura l&#8217;orrore, la disperazione per la forza del male che il regista sta mostrando con assoluto rigore, la pietà per le vittime ecc, sento che chi fa il film, vi è partecipe. (Bresson è uno di quei cristiani che credono il dominio del male). Invece von Trier mi sembra esterno a tutti i suoi film. Mi sembra comodamente adagiato nella parte del demiurgo che fa ballare le marionette, vuoi che siano concepite come tali come in &#8220;Dogville&#8221; (ed è forse per questa ragione che anche a me come a Emi  è piaciuto di più: mi sembra più conforme alla natura del regista), vuoi che siano bambole musical-melò o personaggi di un cinema povero e puro. Ho l&#8217;impressione che von Trier usa la forza d&#8217;impatto emotiva delle sue storie vittimarie, la loro presa sugli archetipi femminili e anche maschili, ma che non stia con loro. Che né Grace né Selma né la protagonista delle Onde rimando fuori a donne vere (nonostante certo vi sia rappresentazione della vocazione sacrificale femminile). Ho visto descrivere von Trier come sadico e misogino, attributi usati in modo neutro, persono lusinghiero. Non so se sia misogino, ma credo non sia sadico.  Credo sia di quelli che hanno bisogno di suscitare sentimenti, di legare a sé gli altri attraverso quelli, ma che non sanno ricambiare, non conoscono empatia. Non voglio scrivere definizioni psicologiche, perché mi sembra ridicolo. Naturalmente von Trier ha il diritto a tutte le sue nevrosi, i suoi disturbi della personalità o altro. Quello che a me non piace è il fatto che giochi in questo modo col male e con le sue vittime, da apprendista stregone di talento.
Anche a me il dialogo finale fra figlia e padre è sembrato fra le cose più interessanti. E&#8217; vero che c&#8217;è hybris nel perdono cristiano (vedi Nietzsche). Ma com&#8217;è che quella sottile disquisizione di scuola introspettiva nordica poi sfocia in un&#8217;alternativa arcaica fra perdono e vendetta? Guarda che io intendo &#8220;vendetta&#8221; come &#8220;giustizia riparatrice&#8221;, ma si tratta appunto di un&#8217;idea di giustizia che prevede il diritto-dovere di ammazzare. E in questa license to kill non c&#8217;è hybris? Che alternativa è subire e perdonare TUTTO o ripagare TUTTO col sangue e cogli interessi? 
Tu ne dai una lettura simbolica? Uccidere simbolicamente i propri oppressori per ricominciare? E sei sicura che è un gesto interiore che si possa compiere una volta sola? Che funziona? Personalmente, grazie a un percorso terapeutico, ho proprio imparato che di volta in volta ci sono molte strade percorribili fra il subire e il rivalersi simmetrico.
Spero di essere riuscita a farmi capire un po&#8217; di più. Del resto, anch&#8217;io mentre scrivo cerco di mettere a punto cose che non ho ancora pensato fino in fondo.
Un buon anno a te e agli altri frequentatori di NI.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Gabriella, cerco di chiarire. &#8220;Dogville&#8221; è un film che vale la pena aver visto e von Trier è un regista con cui vale la pena confrontarsi. Non mi sogno di cavarmela dicendo che è presuntuoso e neanche che è tutto sommato un po&#8217; furbo o paraculo come sostiene Paolo.  I migliori autori di cinema e letteratura &#8211; come ricordavano Franz ed Emi &#8211; hanno sempre usato i loro trucchi per fare presa sul pubblico. E qui siamo al nocciolo: narrativa e cinema (anche il teatro) creano finti mondi, finti uomini ecc. e avvolgono i loro fruitori nell&#8217;illusione di realtà (anche quando si tratta di Beckett o Kafka). In tutta questa arte è previsto il ruolo dell&#8217;autore come piccolo demiurgo che fa ballare le marionette a suo piacimento, che facendole scannare o abbracciarsi suscita precisi sentimenti nel suo pubblico. Ma questa, che è una condizione basilare del fare letteratura e cinema, è anche il suo pericolo, il suo lato oscuro. Quello per cui certa arte è sempre stata sospetta a teologi e filosofi a cominciare da Platone. Che va corretta con la volontà di perforare la fiction, di mettere a nudo la propria macchina dell&#8217;illusione. Per me è importante che quanto scrivo rimanda a un fuori dove io non ho potere né capacità di controllo, dove incontro il male mio e altrui e devo farci i conti, dove sono un essere umano in mezzo agli altri e in mezzo al mondo. Non è questione di piatto realismo, tantomeno la richiesta implicita che la visione del mondo sottesa non sia troppo negativa o nichilista. Se leggo o vedo a teatro Beckett sento disperazione, un senso dell&#8217;umorismo partecipativo, uno slancio utopistico all&#8217;oltrepassamento, un&#8217;attenzione incredibile verso la vita creaturale degli esseri. Se leggo Bernhard sento indignazione, astio, derisione ecc. Se vedo un film come &#8220;L&#8217;Argent&#8221; di Robert Bresson (il suo ultimo) dove un operaio stermina una famiglia per una somma piuttosto piccola di denaro, sento in ogni inquadratura l&#8217;orrore, la disperazione per la forza del male che il regista sta mostrando con assoluto rigore, la pietà per le vittime ecc, sento che chi fa il film, vi è partecipe. (Bresson è uno di quei cristiani che credono il dominio del male). Invece von Trier mi sembra esterno a tutti i suoi film. Mi sembra comodamente adagiato nella parte del demiurgo che fa ballare le marionette, vuoi che siano concepite come tali come in &#8220;Dogville&#8221; (ed è forse per questa ragione che anche a me come a Emi  è piaciuto di più: mi sembra più conforme alla natura del regista), vuoi che siano bambole musical-melò o personaggi di un cinema povero e puro. Ho l&#8217;impressione che von Trier usa la forza d&#8217;impatto emotiva delle sue storie vittimarie, la loro presa sugli archetipi femminili e anche maschili, ma che non stia con loro. Che né Grace né Selma né la protagonista delle Onde rimando fuori a donne vere (nonostante certo vi sia rappresentazione della vocazione sacrificale femminile). Ho visto descrivere von Trier come sadico e misogino, attributi usati in modo neutro, persono lusinghiero. Non so se sia misogino, ma credo non sia sadico.  Credo sia di quelli che hanno bisogno di suscitare sentimenti, di legare a sé gli altri attraverso quelli, ma che non sanno ricambiare, non conoscono empatia. Non voglio scrivere definizioni psicologiche, perché mi sembra ridicolo. Naturalmente von Trier ha il diritto a tutte le sue nevrosi, i suoi disturbi della personalità o altro. Quello che a me non piace è il fatto che giochi in questo modo col male e con le sue vittime, da apprendista stregone di talento.<br />
Anche a me il dialogo finale fra figlia e padre è sembrato fra le cose più interessanti. E&#8217; vero che c&#8217;è hybris nel perdono cristiano (vedi Nietzsche). Ma com&#8217;è che quella sottile disquisizione di scuola introspettiva nordica poi sfocia in un&#8217;alternativa arcaica fra perdono e vendetta? Guarda che io intendo &#8220;vendetta&#8221; come &#8220;giustizia riparatrice&#8221;, ma si tratta appunto di un&#8217;idea di giustizia che prevede il diritto-dovere di ammazzare. E in questa license to kill non c&#8217;è hybris? Che alternativa è subire e perdonare TUTTO o ripagare TUTTO col sangue e cogli interessi?<br />
Tu ne dai una lettura simbolica? Uccidere simbolicamente i propri oppressori per ricominciare? E sei sicura che è un gesto interiore che si possa compiere una volta sola? Che funziona? Personalmente, grazie a un percorso terapeutico, ho proprio imparato che di volta in volta ci sono molte strade percorribili fra il subire e il rivalersi simmetrico.<br />
Spero di essere riuscita a farmi capire un po&#8217; di più. Del resto, anch&#8217;io mentre scrivo cerco di mettere a punto cose che non ho ancora pensato fino in fondo.<br />
Un buon anno a te e agli altri frequentatori di NI.</p>
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