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	<title>Commenti a: TRE DIALOGHI CON LA MORTE</title>
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	<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 12:39:12 +0000</pubDate>
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		<title>Di: la cuoca</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/05/14/tre-dialoghi-con-la-morte/#comment-4239</link>
		<dc:creator>la cuoca</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Sono d'accordo con quello che dici... l'altra sera per vie traverse stavo meditando su una cosa simile...
J. Kristeva in un suo libro dice (più o meno) della scrittura della Duras che è tale per cui negli spazi vuoti fra le parole e nei bianchi tipografici affiora la morte. come se le parole galleggiassero sul nulla. Per associazione - e differenza - mi era venuto in mente proprio DWF e la sua scrittura che è al tempo stesso - come dici anche tu - così piena e così immobile. Ho riflettuto rispetto ad un suo racconto (titolo "La morte non è la fine"!!) dove descrive nei più minuti particolari un corpo di poeta fermo vicino a una piscina (secondo peraltro una sua tipica modalità). In questo breve frammento l'autore sembra proprio ossessivamente e disperatamente tappare ogni buco, ogni interstizio da dove possa affiorare la morte e il nulla e al tempo stesso cercare di fermare e cogliere un attimo che però per quanto sia dilatato e riempito proprio perché è immobile è irrimediabilmente non vivo. Se leggi quel racconto (come in tanti suoi fermi immagine) ti vengono in mente i quadri di Hopper con quelle pellicole superficiali di corpi (umani o no) spalmati su un fondo che si sta crepando e sta facendo riafforare l'angoscia.
Mi pare che tutto questo abbia a che fare con una continua esposizione al presente che è la nostra condizione contemporanea. Non ci sono altri tempi, non ci sono altri luoghi, Das Kapital sussume in profondità e ci divora e ci mangia, questo mi sembra sempre che ci mandi a dire DFW... Ragazzo di genio bloccato nell'infinita ripetizione.
salut 
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J. Kristeva in un suo libro dice (più o meno) della scrittura della Duras che è tale per cui negli spazi vuoti fra le parole e nei bianchi tipografici affiora la morte. come se le parole galleggiassero sul nulla. Per associazione - e differenza - mi era venuto in mente proprio DWF e la sua scrittura che è al tempo stesso - come dici anche tu - così piena e così immobile. Ho riflettuto rispetto ad un suo racconto (titolo &#8220;La morte non è la fine&#8221;!!) dove descrive nei più minuti particolari un corpo di poeta fermo vicino a una piscina (secondo peraltro una sua tipica modalità). In questo breve frammento l&#8217;autore sembra proprio ossessivamente e disperatamente tappare ogni buco, ogni interstizio da dove possa affiorare la morte e il nulla e al tempo stesso cercare di fermare e cogliere un attimo che però per quanto sia dilatato e riempito proprio perché è immobile è irrimediabilmente non vivo. Se leggi quel racconto (come in tanti suoi fermi immagine) ti vengono in mente i quadri di Hopper con quelle pellicole superficiali di corpi (umani o no) spalmati su un fondo che si sta crepando e sta facendo riafforare l&#8217;angoscia.<br />
Mi pare che tutto questo abbia a che fare con una continua esposizione al presente che è la nostra condizione contemporanea. Non ci sono altri tempi, non ci sono altri luoghi, Das Kapital sussume in profondità e ci divora e ci mangia, questo mi sembra sempre che ci mandi a dire DFW&#8230; Ragazzo di genio bloccato nell&#8217;infinita ripetizione.<br />
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