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	<title>Commenti a: Un ragno in mente</title>
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	<pubDate>Sun, 07 Sep 2008 18:40:31 +0000</pubDate>
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		<title>Di: &#187; Archivio Blog &#187; Diversità e pregiudizio: un post di Giulio Mozzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-21728</link>
		<dc:creator>&#187; Archivio Blog &#187; Diversità e pregiudizio: un post di Giulio Mozzi</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2006 11:22:12 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Il 21 settembre 2004, su Nazione Indiana, Giulio Mozzi scrisse questo post. Il dibattito che suscitò (anzi, i dibattiti, poichè venne ripubblicato anche su Vibrisse il 6 giugno 2005) potete leggerli qui e qui. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Il 21 settembre 2004, su Nazione Indiana, Giulio Mozzi scrisse questo post. Il dibattito che suscitò (anzi, i dibattiti, poichè venne ripubblicato anche su Vibrisse il 6 giugno 2005) potete leggerli qui e qui. [...]</p>
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		<title>Di: Giovanni Senzaterra</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5649</link>
		<dc:creator>Giovanni Senzaterra</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Mozzi, tu sei semplicemente un paranoico, come più d'uno, più di una volta, deve averti già detto.
G.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Mozzi, tu sei semplicemente un paranoico, come più d&#8217;uno, più di una volta, deve averti già detto.<br />
G.</p>
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		<title>Di: andrea inglese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5650</link>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Giulio Mozzi, provo a mettere giù qualche pensiero, sulla scorta di quanto hai scritto. "Cio' che io sono, non è trattabile". Vero. Vero, seguendo quanto hai scritto qui. Ma a me verrebbe da precisare: non è trattabile da parte di chi? Le mie idiosincrasie non sono trattabili da parte degli altri. "Sono fatto cosi', e non mi potete cambiare". Questo viene fatto di dire spesso. Ma a me viene anche fatto di pensare: "Sono fatto cosi' e vorrei cambiare." IO vorrei cambiarmi. Allora riprendiamo la conclusione, ma formulata in questi termini: "Cio' che io sono non è trattabile, se non da me stesso." Io solo posso sperare di trattare le mie idiosincrasie, i miei pregiudizi, ecc. E' un arduo lavoro. Un lavoro, si sarebbe detto un tempo, di perfezionamento spirituale. Di metamorfosi del nostro essere. Una roba da pazzi, insomma. Ma innanzitutto bisognerebbe vedere se uno ne sente almeno l'esigenza. Se uno è insoddisfatto di com'è. Se uno volesse mutare. 
Ci sono delle idiosincrasie e dei pregiudizi che io ad esempio mi tengo, senza tante precauzioni e imbarazzi. Ce ne sono altri, che vorrei vincere. Perchè, ad esempio, vorrei vedere cosa c'è oltre quella cortina di diffidenza o di timore o di ribrezzo, per sottile che sia, che mi si presenta nell'incontro con lo straniero. Vorrei vedere come io potrei essere altrimenti, avendo superato quella strettoia della mente e dei sensi.
Non so se il discorso cambia molto, se reimpostato cosi, ossia sul fatto che il nostro essere è intrattabile per gli altri, ma non forse per noi stessi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giulio Mozzi, provo a mettere giù qualche pensiero, sulla scorta di quanto hai scritto. &#8220;Cio&#8217; che io sono, non è trattabile&#8221;. Vero. Vero, seguendo quanto hai scritto qui. Ma a me verrebbe da precisare: non è trattabile da parte di chi? Le mie idiosincrasie non sono trattabili da parte degli altri. &#8220;Sono fatto cosi&#8217;, e non mi potete cambiare&#8221;. Questo viene fatto di dire spesso. Ma a me viene anche fatto di pensare: &#8220;Sono fatto cosi&#8217; e vorrei cambiare.&#8221; IO vorrei cambiarmi. Allora riprendiamo la conclusione, ma formulata in questi termini: &#8220;Cio&#8217; che io sono non è trattabile, se non da me stesso.&#8221; Io solo posso sperare di trattare le mie idiosincrasie, i miei pregiudizi, ecc. E&#8217; un arduo lavoro. Un lavoro, si sarebbe detto un tempo, di perfezionamento spirituale. Di metamorfosi del nostro essere. Una roba da pazzi, insomma. Ma innanzitutto bisognerebbe vedere se uno ne sente almeno l&#8217;esigenza. Se uno è insoddisfatto di com&#8217;è. Se uno volesse mutare.<br />
Ci sono delle idiosincrasie e dei pregiudizi che io ad esempio mi tengo, senza tante precauzioni e imbarazzi. Ce ne sono altri, che vorrei vincere. Perchè, ad esempio, vorrei vedere cosa c&#8217;è oltre quella cortina di diffidenza o di timore o di ribrezzo, per sottile che sia, che mi si presenta nell&#8217;incontro con lo straniero. Vorrei vedere come io potrei essere altrimenti, avendo superato quella strettoia della mente e dei sensi.<br />
Non so se il discorso cambia molto, se reimpostato cosi, ossia sul fatto che il nostro essere è intrattabile per gli altri, ma non forse per noi stessi.</p>
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	<item>
		<title>Di: giuliomozzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5651</link>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Ma, Andrea, ti confesso che il versante "per me" della faccenda m'interessa poco. M'interessa invece questo: mi pare che tutti i discorsi su emigrazione, immigrazione, cittadinanza, integrazione, xenofobia, tolleranza, razzismo, scontri di civiltà, eccetera eccetera, si spacchino proprio su questo punto: che per alcuni *ciò che si è* è trattabile, per altri no. Ma se è vero che *ciò che si è* non è trattabile, allora quelli che pensano che sia trattabile sono in errore. E allora aveva ragione Hitler.
Ora, io non ho voglia che abbia ragione Hitler. Proprio non ho voglia. Tuttavia non posso fare a meno di vedere che generalmente i discorsi "di sinistra" su queste questioni sembrano dare per scontato (assumono come pregiudizio) che *ciò che si è* sia, in fondo, trattabile. E quindi sono fondati sulle sabbie mobili.
In somma, vorrei uscire da questo cul de sac.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ma, Andrea, ti confesso che il versante &#8220;per me&#8221; della faccenda m&#8217;interessa poco. M&#8217;interessa invece questo: mi pare che tutti i discorsi su emigrazione, immigrazione, cittadinanza, integrazione, xenofobia, tolleranza, razzismo, scontri di civiltà, eccetera eccetera, si spacchino proprio su questo punto: che per alcuni *ciò che si è* è trattabile, per altri no. Ma se è vero che *ciò che si è* non è trattabile, allora quelli che pensano che sia trattabile sono in errore. E allora aveva ragione Hitler.<br />
Ora, io non ho voglia che abbia ragione Hitler. Proprio non ho voglia. Tuttavia non posso fare a meno di vedere che generalmente i discorsi &#8220;di sinistra&#8221; su queste questioni sembrano dare per scontato (assumono come pregiudizio) che *ciò che si è* sia, in fondo, trattabile. E quindi sono fondati sulle sabbie mobili.<br />
In somma, vorrei uscire da questo cul de sac.</p>
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	<item>
		<title>Di: Ricambio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5652</link>
		<dc:creator>Ricambio</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Giulio Mozzi è una delle migliori menti della nazione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Giulio Mozzi è una delle migliori menti della nazione.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Roberto Saviano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5653</link>
		<dc:creator>Roberto Saviano</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>A volte mi guardo allo specchio. Sono io, io e non posso non essere io. Io e nient'altro. Maledizione ma non sono io, credevo di essere diverso da come sono. No io. Io e non io. Ma chi sono. Sono io purtroppo. Ma non vorrei essere io, ed il non volerlo forse mi salva perchè non mi fa essere più quell'io che non vorrei essere. Chi sono io. Non lo so. Lo sa soltanto il mio io. (Giovanni Papini)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>A volte mi guardo allo specchio. Sono io, io e non posso non essere io. Io e nient&#8217;altro. Maledizione ma non sono io, credevo di essere diverso da come sono. No io. Io e non io. Ma chi sono. Sono io purtroppo. Ma non vorrei essere io, ed il non volerlo forse mi salva perchè non mi fa essere più quell&#8217;io che non vorrei essere. Chi sono io. Non lo so. Lo sa soltanto il mio io. (Giovanni Papini)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
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		<title>Di: luminamenti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5654</link>
		<dc:creator>luminamenti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Riassumendo Mozzi (che deve essere rimasto scosso dalla lettura di Slavoj Zizek):
1)"Non posso rimproverare o accusare uno xenofobo o un pedofilo per ciò che sono. Posso rimproverarli o accusarli per specifici atti compiuti".
2)"Devo trovare una conclusione. La conclusione è: ciò che io sono, non è trattabile."
3)"Qualche giorno fa, discutendo con una persona, mi è scappato di dire: non è dei giudizi, che dobbiamo discutere, ma dei pregiudizi."
Mi sembra questo articolo di Mozzi un'ottima esercitazione pedagogica, un buon esercizio per l'avvio del pensiero e del pensarsi.
Del punto primo non sappiamo nulla o sappiamo già tutto. In quest'ultimo caso sarebbe anche troppo, per cui non ci si riesce a mettere d'accordo sulla verità. Il punto è che non so che cosa io sono (ne consegue che non posso porre neanche la seconda parte del punto 2). Questa sarebbe la posizione di Foucault che si è affannato (combinando Nietzche e Heidegger, da qui nacque tutta la sua ricerca, leggendoli sotto l'ombrellone a Venezia) a dire che non possiamo sapere ciò che siamo perché dobbiamo ancora costituirci, o meglio il soggetto, l'io sono è sempre un-da-farsi, quindi un sempre io sarò.
Ma potrei anche dire ciò che Slavoj Zizek dice dell'io sono nominandolo con il titolo del suo più importante libro: Il soggetto scabroso.
Il soggetto scabroso sarebbe lo spettro cartesiano di cui non ci si riesce a liberare.
Naturalmente un logico buddista direbbe che io sono e che io non sono, che sono oppure non sono e che non sono e non sono (Bhaskar Bhagchandra Jain, 1992). La situazione così si complica ancora di più. E mi sto solo limitando, escludendo posizioni altrettanto articolate come quelle che si possono trovare nella scuola di deriva fenomenologica tedesca (poco conosciuta e studiata in Italia. Soprattutto dai terapeuti del trattabile che farebbero bene a uscire dal seminato delle scuole psi), evitando di accennare alla complessa posizione di Emanuele Severino o all'affascinante percorso dell'anima descritto mirabilmente da Cacciari nel suo testo "Della Cosa Ultima".
In quanto al punto terzo è un grande questione aperta. Vedi rapporti tra percezione e giudizio.
Mi sembra se non vera quantomena azzardata la convinzione di Mozzi in relazione alla sua immediatezza e a ciò di cui è persuaso che non è mediato. Mi sembra superfluo che io accenni "All'errore di Cartesio" del cognitivista Damasio. Ma i riferimenti al riguardo sono in una letteratura scientifica e filosofica sterminata, ormai. Basti pensare alle illusioni percettiva ben descritte da uno scienziato kantiano come Massimo Piattelli Palmerini. 
Insomma, non so chi sono, se sono o non sono, o se sono e non sono insieme, e mi sembra presto per discutere con cognizione di causa se sono trattabile (oltretutto l'azione precede sempre il pensiero). A leggere poi Cioran o l'ultimo di Sgalmbro, "De Mundo Pessimo", non c'è proprio niente di trattabile. 
Possiamo però, mentre discutiamo, agire come se tutto o quasi fosse trattabile e discutere, questo sì molto a fondo, sui risultati di questo agire e decidere di continuare ad agire oppure non agire più, ignorando o non ignorando l'esito del risultato. Ma anche del risultato si può pensare che sia ineffabile. Anche l'agire potrebbe essere ineffabile (leggendo Il trattato dell'empietà di Sgalambro)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Riassumendo Mozzi (che deve essere rimasto scosso dalla lettura di Slavoj Zizek):<br />
1)&#8221;Non posso rimproverare o accusare uno xenofobo o un pedofilo per ciò che sono. Posso rimproverarli o accusarli per specifici atti compiuti&#8221;.<br />
2)&#8221;Devo trovare una conclusione. La conclusione è: ciò che io sono, non è trattabile.&#8221;<br />
3)&#8221;Qualche giorno fa, discutendo con una persona, mi è scappato di dire: non è dei giudizi, che dobbiamo discutere, ma dei pregiudizi.&#8221;<br />
Mi sembra questo articolo di Mozzi un&#8217;ottima esercitazione pedagogica, un buon esercizio per l&#8217;avvio del pensiero e del pensarsi.<br />
Del punto primo non sappiamo nulla o sappiamo già tutto. In quest&#8217;ultimo caso sarebbe anche troppo, per cui non ci si riesce a mettere d&#8217;accordo sulla verità. Il punto è che non so che cosa io sono (ne consegue che non posso porre neanche la seconda parte del punto 2). Questa sarebbe la posizione di Foucault che si è affannato (combinando Nietzche e Heidegger, da qui nacque tutta la sua ricerca, leggendoli sotto l&#8217;ombrellone a Venezia) a dire che non possiamo sapere ciò che siamo perché dobbiamo ancora costituirci, o meglio il soggetto, l&#8217;io sono è sempre un-da-farsi, quindi un sempre io sarò.<br />
Ma potrei anche dire ciò che Slavoj Zizek dice dell&#8217;io sono nominandolo con il titolo del suo più importante libro: Il soggetto scabroso.<br />
Il soggetto scabroso sarebbe lo spettro cartesiano di cui non ci si riesce a liberare.<br />
Naturalmente un logico buddista direbbe che io sono e che io non sono, che sono oppure non sono e che non sono e non sono (Bhaskar Bhagchandra Jain, 1992). La situazione così si complica ancora di più. E mi sto solo limitando, escludendo posizioni altrettanto articolate come quelle che si possono trovare nella scuola di deriva fenomenologica tedesca (poco conosciuta e studiata in Italia. Soprattutto dai terapeuti del trattabile che farebbero bene a uscire dal seminato delle scuole psi), evitando di accennare alla complessa posizione di Emanuele Severino o all&#8217;affascinante percorso dell&#8217;anima descritto mirabilmente da Cacciari nel suo testo &#8220;Della Cosa Ultima&#8221;.<br />
In quanto al punto terzo è un grande questione aperta. Vedi rapporti tra percezione e giudizio.<br />
Mi sembra se non vera quantomena azzardata la convinzione di Mozzi in relazione alla sua immediatezza e a ciò di cui è persuaso che non è mediato. Mi sembra superfluo che io accenni &#8220;All&#8217;errore di Cartesio&#8221; del cognitivista Damasio. Ma i riferimenti al riguardo sono in una letteratura scientifica e filosofica sterminata, ormai. Basti pensare alle illusioni percettiva ben descritte da uno scienziato kantiano come Massimo Piattelli Palmerini.<br />
Insomma, non so chi sono, se sono o non sono, o se sono e non sono insieme, e mi sembra presto per discutere con cognizione di causa se sono trattabile (oltretutto l&#8217;azione precede sempre il pensiero). A leggere poi Cioran o l&#8217;ultimo di Sgalmbro, &#8220;De Mundo Pessimo&#8221;, non c&#8217;è proprio niente di trattabile.<br />
Possiamo però, mentre discutiamo, agire come se tutto o quasi fosse trattabile e discutere, questo sì molto a fondo, sui risultati di questo agire e decidere di continuare ad agire oppure non agire più, ignorando o non ignorando l&#8217;esito del risultato. Ma anche del risultato si può pensare che sia ineffabile. Anche l&#8217;agire potrebbe essere ineffabile (leggendo Il trattato dell&#8217;empietà di Sgalambro)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Elio Paoloni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5655</link>
		<dc:creator>Elio Paoloni</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Pensieri troppo profondi per la mia riserva di tempo. Un solo, minuscolo pensierino: noi si cambia pregiudizi. Esempio: anch'io come te provavo gioia nel vedere gli africani neri (e reverenza, anzi soggezione, per l'incedere di alcune africane). Da quando mi sono reso conto che no, non sono più animisti da tempo, sono islamici, cioè arabi (pochi sanno che l'Arabia deve diventare la vera patria di ogni convertito perchè l'arabo è la lingua della rivelazione -  ricordate Buttitta, a proposito di popoli a cui è negata la lingua?) mi danno la stessa sensazione di pericolo dei nordafricani.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Pensieri troppo profondi per la mia riserva di tempo. Un solo, minuscolo pensierino: noi si cambia pregiudizi. Esempio: anch&#8217;io come te provavo gioia nel vedere gli africani neri (e reverenza, anzi soggezione, per l&#8217;incedere di alcune africane). Da quando mi sono reso conto che no, non sono più animisti da tempo, sono islamici, cioè arabi (pochi sanno che l&#8217;Arabia deve diventare la vera patria di ogni convertito perchè l&#8217;arabo è la lingua della rivelazione -  ricordate Buttitta, a proposito di popoli a cui è negata la lingua?) mi danno la stessa sensazione di pericolo dei nordafricani.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Mario  Bianco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5656</link>
		<dc:creator>Mario  Bianco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Giulio, 
secondo me, hai fatto bene a catapultare il ragno in giardino, hai fatto male a gettare lo spazzolino col ragno: poteva tornare utile anche e soltanto per pulire vecchi ottonami con il Sidol. 
1.Quando ero piccolo odiavo i ragni perché vivevo parte dell'anno in campagna e mi mordevano secco, a volte, come le formiche che mi perseguitavano mentre stavo seduto col culo in terra. Mi sono impadronito, nascostamente, di una carabina ad aria compressa appartenente ad uno zio ed ho cominciato a sparare ai ragni grossi come ciliegione che tessevano tele immense sotto un portico: mi vendicavo e mi sbatteva forte il cuore. 
Per le formiche ordivo incendi con alcool sui loro nidi terragni.
Ora non lo faccio più, ma odio le formiche; i ragni meno e non li schiaccio.
2. Quando ero piccolo, nel periodo che stavo in città vivevo, come ora, in un quartiere selvaggio, di frontiera. Con decine di altri ragazzini delle nostre bande ero spessissimo in strada, ove vagavano prostitute, contrabbandieri, ladri, ricettatori, barboni, i primi tossicomani di morfina e coca e quelli che venivano chiamati pederasti o cupiu, come si dice qui,(non si faceva distinzione tra omosessuali e pedofili). Alcuni di questi ultimi non andavano tanto per il sottile, a volte abbrancavano qualcuno di noi sotto gli androni e cercavano di violentarlo, altri ci inseguivano anche al cinema parrocchiale ed allungavano le mani(lasciamo perdere  anche certi preti di cui bene tratta Busi e dei quali avrei un bel campionario), altri molcivano con caramelle e varie porcherie comprese foto porno. Vivevamo spaventati da questa gente, non dicevamo niente in casa, perché temevamo legnate, ci sentivamo complici di questo mondo oscuro e schifoso. Queste storie finivano, in genere, malamente, senza ricorso alla legge: se il pedofilo veniva sorpreso da qualche padre erano botte dure, terribili: spesso quei tali sparivano da quartiere semidistrutti.
Ho un brutto ricordo di quei momenti.
Serbo un poco di rancore: mi sento certe mani addosso nel buio del cinema parrocchiale mentre, tutto goduto, con Mimmo mi sto guardando capitan Blood e ce ne dobbiamo scappare.
Ed ora non faccio nessun processo ai pedofili; so che in parte sono vittime di precedenti ed affini violenze, che è una questione psicopatologica. 
Distinguo però tra il pedofilo che è consapevole e soffre per la propria tendenza, quello che cerca di non compiere seduzioni su minori, colui che si sente in qualche modo malato e cerca una cura magari psicoanalitica. 
Distinguo fra questi e quelli che inconsciamente o meno circuiscono bambini e cercano di fare loro violenza.
Bado agli atti, ai fatti reali non alle tendenze.
Credo che sia molto difficile vivere questa condizione. 
Penso che le Aziende sanitarie dovrebbero approntare consultori riservati per i pedofili o manici sessuali di altro genere come esistono quelli per i tossici. 
Pochi, proprio pochi possono permettersi una cura psicoanalitica o simile.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giulio,<br />
secondo me, hai fatto bene a catapultare il ragno in giardino, hai fatto male a gettare lo spazzolino col ragno: poteva tornare utile anche e soltanto per pulire vecchi ottonami con il Sidol.<br />
1.Quando ero piccolo odiavo i ragni perché vivevo parte dell&#8217;anno in campagna e mi mordevano secco, a volte, come le formiche che mi perseguitavano mentre stavo seduto col culo in terra. Mi sono impadronito, nascostamente, di una carabina ad aria compressa appartenente ad uno zio ed ho cominciato a sparare ai ragni grossi come ciliegione che tessevano tele immense sotto un portico: mi vendicavo e mi sbatteva forte il cuore.<br />
Per le formiche ordivo incendi con alcool sui loro nidi terragni.<br />
Ora non lo faccio più, ma odio le formiche; i ragni meno e non li schiaccio.<br />
2. Quando ero piccolo, nel periodo che stavo in città vivevo, come ora, in un quartiere selvaggio, di frontiera. Con decine di altri ragazzini delle nostre bande ero spessissimo in strada, ove vagavano prostitute, contrabbandieri, ladri, ricettatori, barboni, i primi tossicomani di morfina e coca e quelli che venivano chiamati pederasti o cupiu, come si dice qui,(non si faceva distinzione tra omosessuali e pedofili). Alcuni di questi ultimi non andavano tanto per il sottile, a volte abbrancavano qualcuno di noi sotto gli androni e cercavano di violentarlo, altri ci inseguivano anche al cinema parrocchiale ed allungavano le mani(lasciamo perdere  anche certi preti di cui bene tratta Busi e dei quali avrei un bel campionario), altri molcivano con caramelle e varie porcherie comprese foto porno. Vivevamo spaventati da questa gente, non dicevamo niente in casa, perché temevamo legnate, ci sentivamo complici di questo mondo oscuro e schifoso. Queste storie finivano, in genere, malamente, senza ricorso alla legge: se il pedofilo veniva sorpreso da qualche padre erano botte dure, terribili: spesso quei tali sparivano da quartiere semidistrutti.<br />
Ho un brutto ricordo di quei momenti.<br />
Serbo un poco di rancore: mi sento certe mani addosso nel buio del cinema parrocchiale mentre, tutto goduto, con Mimmo mi sto guardando capitan Blood e ce ne dobbiamo scappare.<br />
Ed ora non faccio nessun processo ai pedofili; so che in parte sono vittime di precedenti ed affini violenze, che è una questione psicopatologica.<br />
Distinguo però tra il pedofilo che è consapevole e soffre per la propria tendenza, quello che cerca di non compiere seduzioni su minori, colui che si sente in qualche modo malato e cerca una cura magari psicoanalitica.<br />
Distinguo fra questi e quelli che inconsciamente o meno circuiscono bambini e cercano di fare loro violenza.<br />
Bado agli atti, ai fatti reali non alle tendenze.<br />
Credo che sia molto difficile vivere questa condizione.<br />
Penso che le Aziende sanitarie dovrebbero approntare consultori riservati per i pedofili o manici sessuali di altro genere come esistono quelli per i tossici.<br />
Pochi, proprio pochi possono permettersi una cura psicoanalitica o simile.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: vins gallico</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5657</link>
		<dc:creator>vins gallico</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>"Io non sono xenofobo; sono, tuttavia, uno xenoinfastidito"!!! 
Giulio Mozzi propone il suo pensiero, mi aspetto delle reazioni, gente che alzi la voce, che picchi sulla tastiera e invece (quasi) tutto tace... 
Il raccontino in sè, il ragno, la riflessione sull'io, la differenza fra atto e potenza, fra innatismo e tabula rasa e poi arriviamo alla frase che ho riportato letteralmente all'inizio del commento. C'è un triste ma evidente parallelo filologico con l'episodio del ragno. Giulio Mozzi è aracnoinfastidito, cioè non ha paura dei ragni, gli provocano invece ribrezzo, fastidio ; adesso ribalto questa espressione agli xenòi, agli stranieri: a Giulio Mozzi danno fastidio gli stranieri, gli fanno schifo. Ora, più d'una volta in tempi recenti mi sono imbattuto nell'uso di eufemismi macabri: xenoinfastidito per me non è altro che un sinonimo di razzista. Ma lo è in una chiave ancora più perversa e sottile: non lo si chiama razzismo, anzi si cerca di trovare una motivazione ed una giusitficazione, c'è una traslazione al livello della patologia.
Proviamo ad attribuire le seguenti affermazioni ad un Pinco Pallino qualsiasi che non sia Giulio Mozzi, "una delle migliori menti della nazione": 
"Il mio contatto con lo straniero avviene nelle forme canoniche (?!): il ristorante cinese, il domestico filippino (non in casa mia; in casa d'altri), il kebab nordafricano, il venditore di cd taroccati africano nero. Nei treni e nelle stazioni ferroviarie, che a causa del mio lavoro frequento pressoché ogni giorno, vedo che funziona molto bene il mio istinto di discostamento(?!). Separo le nazioni, lombrosianamente: mi danno sensazione di pericolo i nordafricani, non me la danno gli africani neri; temo l'odore degli slavi; non credo al sorriso dei cinesi (a quello degli africani neri, sì); non provo desiderio per le prostitute africane nere; provo desiderio per le minute donne cinesi o giapponesi." 
In questi ultimi due giorni si è parlato molto di sinistra in altri post, adesso qui su ragomenti che "devono essere" di sinistra sento solo un timido vociare. 
Continua il povero malato di xenofobia Giulio Mozzi: "Niente di tutto questo è meditato. E' tutto immediato." Ed essendo tutto ciò immediato è una malattia, no? Uno, poverino, è infetto e che ci può fare? Sono così, contagiato, inguaribile. Non ci penso, mi viene automatico... Ciò che si è non lo si può trattare. Sapete, mi piace violentare le donne, mi piace uccidere, sono fatto così, che ci volete fare...
C'è un piano troppo politico in queste argomentazioni per giustificarsi sotto il fatuo velo della psicoanalisi.
E rispetto al discorso del "cio che si è", non riesco a capire perché l'autodeterminazione di sè stessi, come anche le forme di autoconoscenza, possano avvenire unicamente attraverso forme positive di affermazione. Si può affrontare il "ciò che si è" tramite la dichiarazione di "ciò che non si è". Non sono razzista, non sono antisemita, non sono fascista, non faccio differenze in base al sesso, la provenienza, l'eventuale religione, e via dicendo, queste sono argomentazioni di sinistra che non si fondano sulle sabbie mobili.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Io non sono xenofobo; sono, tuttavia, uno xenoinfastidito&#8221;!!!<br />
Giulio Mozzi propone il suo pensiero, mi aspetto delle reazioni, gente che alzi la voce, che picchi sulla tastiera e invece (quasi) tutto tace&#8230;<br />
Il raccontino in sè, il ragno, la riflessione sull&#8217;io, la differenza fra atto e potenza, fra innatismo e tabula rasa e poi arriviamo alla frase che ho riportato letteralmente all&#8217;inizio del commento. C&#8217;è un triste ma evidente parallelo filologico con l&#8217;episodio del ragno. Giulio Mozzi è aracnoinfastidito, cioè non ha paura dei ragni, gli provocano invece ribrezzo, fastidio ; adesso ribalto questa espressione agli xenòi, agli stranieri: a Giulio Mozzi danno fastidio gli stranieri, gli fanno schifo. Ora, più d&#8217;una volta in tempi recenti mi sono imbattuto nell&#8217;uso di eufemismi macabri: xenoinfastidito per me non è altro che un sinonimo di razzista. Ma lo è in una chiave ancora più perversa e sottile: non lo si chiama razzismo, anzi si cerca di trovare una motivazione ed una giusitficazione, c&#8217;è una traslazione al livello della patologia.<br />
Proviamo ad attribuire le seguenti affermazioni ad un Pinco Pallino qualsiasi che non sia Giulio Mozzi, &#8220;una delle migliori menti della nazione&#8221;:<br />
&#8220;Il mio contatto con lo straniero avviene nelle forme canoniche (?!): il ristorante cinese, il domestico filippino (non in casa mia; in casa d&#8217;altri), il kebab nordafricano, il venditore di cd taroccati africano nero. Nei treni e nelle stazioni ferroviarie, che a causa del mio lavoro frequento pressoché ogni giorno, vedo che funziona molto bene il mio istinto di discostamento(?!). Separo le nazioni, lombrosianamente: mi danno sensazione di pericolo i nordafricani, non me la danno gli africani neri; temo l&#8217;odore degli slavi; non credo al sorriso dei cinesi (a quello degli africani neri, sì); non provo desiderio per le prostitute africane nere; provo desiderio per le minute donne cinesi o giapponesi.&#8221;<br />
In questi ultimi due giorni si è parlato molto di sinistra in altri post, adesso qui su ragomenti che &#8220;devono essere&#8221; di sinistra sento solo un timido vociare.<br />
Continua il povero malato di xenofobia Giulio Mozzi: &#8220;Niente di tutto questo è meditato. E&#8217; tutto immediato.&#8221; Ed essendo tutto ciò immediato è una malattia, no? Uno, poverino, è infetto e che ci può fare? Sono così, contagiato, inguaribile. Non ci penso, mi viene automatico&#8230; Ciò che si è non lo si può trattare. Sapete, mi piace violentare le donne, mi piace uccidere, sono fatto così, che ci volete fare&#8230;<br />
C&#8217;è un piano troppo politico in queste argomentazioni per giustificarsi sotto il fatuo velo della psicoanalisi.<br />
E rispetto al discorso del &#8220;cio che si è&#8221;, non riesco a capire perché l&#8217;autodeterminazione di sè stessi, come anche le forme di autoconoscenza, possano avvenire unicamente attraverso forme positive di affermazione. Si può affrontare il &#8220;ciò che si è&#8221; tramite la dichiarazione di &#8220;ciò che non si è&#8221;. Non sono razzista, non sono antisemita, non sono fascista, non faccio differenze in base al sesso, la provenienza, l&#8217;eventuale religione, e via dicendo, queste sono argomentazioni di sinistra che non si fondano sulle sabbie mobili.</p>
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	</item>
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		<title>Di: giuliomozzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5658</link>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Caro luminamenti, il problema è che io so che cosa sono.
Caro vins gallico, (1) non mi pare di aver tirata in ballo la psicoanalisi, (2) sospetto che si cominci sempre da una "forma positiva di affermazione".</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro luminamenti, il problema è che io so che cosa sono.<br />
Caro vins gallico, (1) non mi pare di aver tirata in ballo la psicoanalisi, (2) sospetto che si cominci sempre da una &#8220;forma positiva di affermazione&#8221;.</p>
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		<title>Di: Fabio Carpina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5659</link>
		<dc:creator>Fabio Carpina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>"Ora, più d'una volta in tempi recenti mi sono imbattuto nell'uso di eufemismi macabri: xenoinfastidito per me non è altro che un sinonimo di razzista. Ma lo è in una chiave ancora più perversa e sottile: non lo si chiama razzismo, anzi si cerca di trovare una motivazione ed una giusitficazione, c'è una traslazione al livello della patologia."

Al contrario, direi che è il razzismo ad essere un modo di trovare una giustificazione "razionale" a quello che appartiene invece al campo delle sensazioni, delle reazioni del corpo a certi stimoli esterni. Il problema a me sembra un altro: che spesso quello che è difficile è riconoscere la sensazione stessa, prima che essa venga "repressa" secondo i meccanismi che, psicanalisi o no, si apprendono fin da piccoli; quindi il problema è riconoscere, accettare l'eventualità di essere uno "xenoinfastidito": condizione, questa, che mi pare talmente basilare (scava scava, tutto è "xeno")da non credere che chiunque possa dirsene immune - a patto che lo ammetta con se stesso.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Ora, più d&#8217;una volta in tempi recenti mi sono imbattuto nell&#8217;uso di eufemismi macabri: xenoinfastidito per me non è altro che un sinonimo di razzista. Ma lo è in una chiave ancora più perversa e sottile: non lo si chiama razzismo, anzi si cerca di trovare una motivazione ed una giusitficazione, c&#8217;è una traslazione al livello della patologia.&#8221;</p>
<p>Al contrario, direi che è il razzismo ad essere un modo di trovare una giustificazione &#8220;razionale&#8221; a quello che appartiene invece al campo delle sensazioni, delle reazioni del corpo a certi stimoli esterni. Il problema a me sembra un altro: che spesso quello che è difficile è riconoscere la sensazione stessa, prima che essa venga &#8220;repressa&#8221; secondo i meccanismi che, psicanalisi o no, si apprendono fin da piccoli; quindi il problema è riconoscere, accettare l&#8217;eventualità di essere uno &#8220;xenoinfastidito&#8221;: condizione, questa, che mi pare talmente basilare (scava scava, tutto è &#8220;xeno&#8221;)da non credere che chiunque possa dirsene immune - a patto che lo ammetta con se stesso.</p>
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	</item>
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		<title>Di: gina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5660</link>
		<dc:creator>gina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>"Ogni donna è la donna di tutte le donne, ogni uomo è l'uomo di tutti gli uomini, e ciascuna/o di loro potrebbe presentarsi ovunque si giudica l'umano". Giulio, la prossima volta che incontri un ragno: mangialo. C'è una tipa che era clarice linspector che dopo avere sbranato una blatta ha scritto un libro superbo e semisconosciuto (oggi lo trovi solo in biblioteca), che è la passione secondo g.h.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Ogni donna è la donna di tutte le donne, ogni uomo è l&#8217;uomo di tutti gli uomini, e ciascuna/o di loro potrebbe presentarsi ovunque si giudica l&#8217;umano&#8221;. Giulio, la prossima volta che incontri un ragno: mangialo. C&#8217;è una tipa che era clarice linspector che dopo avere sbranato una blatta ha scritto un libro superbo e semisconosciuto (oggi lo trovi solo in biblioteca), che è la passione secondo g.h.</p>
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		<title>Di: luminamenti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5661</link>
		<dc:creator>luminamenti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Giulio Mozzi, se ti sottoponi a una ipnosi o a un ciclo di respirazione olotropica scoprirai di non sapere un bel niente di quello che credi di essere. Come tutti del resto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giulio Mozzi, se ti sottoponi a una ipnosi o a un ciclo di respirazione olotropica scoprirai di non sapere un bel niente di quello che credi di essere. Come tutti del resto.</p>
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	</item>
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		<title>Di: Franz Krauspenhaar</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5662</link>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Ma avete paura degli stranieri? Beh, eccomi...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ma avete paura degli stranieri? Beh, eccomi&#8230;</p>
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	<item>
		<title>Di: Franz Krauspenhaar</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5663</link>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>... io invece sono spesso indigenoinfastidito. Mi danno fastidio parecchi milanesi di merda, parecchi stronzi in rassegna, (stampa e non)parecchi palloni gonfiati razzisti, parecchi cattivi soggetti tutti con carta d'identità nazionale. Non indiana. Nazionale.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230; io invece sono spesso indigenoinfastidito. Mi danno fastidio parecchi milanesi di merda, parecchi stronzi in rassegna, (stampa e non)parecchi palloni gonfiati razzisti, parecchi cattivi soggetti tutti con carta d&#8217;identità nazionale. Non indiana. Nazionale.</p>
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		<title>Di: Giovanni Senzaterra</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5664</link>
		<dc:creator>Giovanni Senzaterra</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>La cosa che, più di Mozzi, mi sconvolge sempre, è la caterva di cristiani che si mette a discettare delle sue paranoie con una serietà allucinata. Mozzi mastica il nulla, sciorina il nulla, da ignorante assoluto, e tutti dietro a farne chiose e commenti. Un bel modo, per Mozzi, per farsi pubblicità, non c'è dubbio, ma anche un bell'esempio di castroneria universale diffusa e confusa ormai in tutte le anime.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La cosa che, più di Mozzi, mi sconvolge sempre, è la caterva di cristiani che si mette a discettare delle sue paranoie con una serietà allucinata. Mozzi mastica il nulla, sciorina il nulla, da ignorante assoluto, e tutti dietro a farne chiose e commenti. Un bel modo, per Mozzi, per farsi pubblicità, non c&#8217;è dubbio, ma anche un bell&#8217;esempio di castroneria universale diffusa e confusa ormai in tutte le anime.</p>
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		<title>Di: Franz Krauspenhaar</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5665</link>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Puo' darsi. Ma io mi tiro fuori. Io sono intelligente. Indigeno e intelligente. E anche bastardo (in senso razziale). Chiaro?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Puo&#8217; darsi. Ma io mi tiro fuori. Io sono intelligente. Indigeno e intelligente. E anche bastardo (in senso razziale). Chiaro?</p>
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	</item>
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		<title>Di: andrea inglese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5666</link>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Giulio confesso che non ho capito il nesso "intrattabilità dell'essere", Hitler e la sinistra. Potresti esplicitarlo?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giulio confesso che non ho capito il nesso &#8220;intrattabilità dell&#8217;essere&#8221;, Hitler e la sinistra. Potresti esplicitarlo?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: giuliomozzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5667</link>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=579#comment-5667</guid>
		<description>-- Caro Andrea, ci provo. Mettiamo (semplificando, ovvio) che l'opinione pubblica italiana sia divisa in due: la destra e la sinistra. Mi pare che l'articolazione politica del pensiero: "ciò che sono non è trattabile" sia propria dell'opinione pubblica di destra. L'opinione pubblica di destra, ad esempio, non dice: "gli immigrati si devono integrare", ma dice: "gli immigrati devono non avere diritti, poter essere mandati via quando ci pare", eccetera. Per l'opinione pubblica di destra, ammettere un diritto di esistenza dell'altro è sentito come una vera e propria lesione del "ciò che sono": e il "ciò che sono" non solo non deve essere leso, ma non è nemmeno trattabile. E l'altro, non è altro perché fa questo o perché fa quello, ma perché è altro e basta.
L'opinione pubblica di sinistra, invece, fa un sacco di discorsi sulla comprensione reciproca, sull'insensatezza delle "guerre di civiltà", sulla "necessità dell'integrazione", e così via. Ma tutti questi discorsi di buona volontà mi pare presuppongano che il "ciò che sono" sia trattabile: che le fobie possano essere annullate, per tornare all'esempio del ragno. Ma le fobie, possono essere annullate dalla buona volontà? A questa domanda (che è semplicistica, lo so) mi pare di dover rispondere, per l'esperienza che ho delle fobie: no.
In questo senso dicevo, con una frase assai infelice, "allora ha ragione Hitler". Intendevo dire che finché l'opinione pubblica di sinistra non mette in questione il suo pregiudizio che il "ciò che sono" sia trattabile, sarà sempre in difficoltà difronte a un'opinione pubblica di destra per la quale il pregiudizio è che il "ciò che sono" non è trattabile.
-- Caro luminamenti, ben due ipnotisti si sono esercitati su di me, in due diversi momenti della mia vita: in entrambi i casi senza successo. Mi è parso di capire, dalle spiegazioni ricevute, che io non disponga di sufficiente inconscio; o che il mio inconscio non sia fatto abbastanza bene.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8211; Caro Andrea, ci provo. Mettiamo (semplificando, ovvio) che l&#8217;opinione pubblica italiana sia divisa in due: la destra e la sinistra. Mi pare che l&#8217;articolazione politica del pensiero: &#8220;ciò che sono non è trattabile&#8221; sia propria dell&#8217;opinione pubblica di destra. L&#8217;opinione pubblica di destra, ad esempio, non dice: &#8220;gli immigrati si devono integrare&#8221;, ma dice: &#8220;gli immigrati devono non avere diritti, poter essere mandati via quando ci pare&#8221;, eccetera. Per l&#8217;opinione pubblica di destra, ammettere un diritto di esistenza dell&#8217;altro è sentito come una vera e propria lesione del &#8220;ciò che sono&#8221;: e il &#8220;ciò che sono&#8221; non solo non deve essere leso, ma non è nemmeno trattabile. E l&#8217;altro, non è altro perché fa questo o perché fa quello, ma perché è altro e basta.<br />
L&#8217;opinione pubblica di sinistra, invece, fa un sacco di discorsi sulla comprensione reciproca, sull&#8217;insensatezza delle &#8220;guerre di civiltà&#8221;, sulla &#8220;necessità dell&#8217;integrazione&#8221;, e così via. Ma tutti questi discorsi di buona volontà mi pare presuppongano che il &#8220;ciò che sono&#8221; sia trattabile: che le fobie possano essere annullate, per tornare all&#8217;esempio del ragno. Ma le fobie, possono essere annullate dalla buona volontà? A questa domanda (che è semplicistica, lo so) mi pare di dover rispondere, per l&#8217;esperienza che ho delle fobie: no.<br />
In questo senso dicevo, con una frase assai infelice, &#8220;allora ha ragione Hitler&#8221;. Intendevo dire che finché l&#8217;opinione pubblica di sinistra non mette in questione il suo pregiudizio che il &#8220;ciò che sono&#8221; sia trattabile, sarà sempre in difficoltà difronte a un&#8217;opinione pubblica di destra per la quale il pregiudizio è che il &#8220;ciò che sono&#8221; non è trattabile.<br />
&#8211; Caro luminamenti, ben due ipnotisti si sono esercitati su di me, in due diversi momenti della mia vita: in entrambi i casi senza successo. Mi è parso di capire, dalle spiegazioni ricevute, che io non disponga di sufficiente inconscio; o che il mio inconscio non sia fatto abbastanza bene.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: tommaso giartosio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5668</link>
		<dc:creator>tommaso giartosio</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=579#comment-5668</guid>
		<description>qualche tempo fa ho letto in rete di un gruppo di omofobi francesi. si dichiaravano apertamente tali (un po' come giulio col ragno), non ne erano contenti (un po' come gli alcoolisti anonimi), e affrontavano il problema con gruppi di autoaiuto, gite, incontri sociali. niente di male. ma è possibile assimilare le cosiddette patologie sociali a fobie? e quindi azzerare, per esempio, tutte le campagne pubblicità-progresso antirazziste (che non si rivolgono solo contro comportamenti apertamente ostili o illegali), in quanto "l'io non è trattabile"? la mia soluzione, in sintesi, è questa: l'io è una storia, non è un quadro ma un film, diviene. una fobia molto radicata non può venire cancellata, in un certo senso non deve venire cancellata, però la si può elaborare. uno xenofobo non diventerà mai una persona che non ha mai avuto la xenofobia nel suo percorso - e questo, appunto, in un certo senso è un bene. però può diventare una persona che ha attraversato (al passato!) la xenofobia. e sia lui che la società hanno tutto da guadagnarci. l'identitarismo, o la semplice tutela dell'io, deve includere la dimensione temporale, altrimenti falsifica la condizione umana.
lo so: il fatto che io abbia incluso nel discorso gli interessi della società pone tutta una serie di altri problemi...
anche se è autopubblicità, non posso fare a meno di aggiungere che di queste cose parlo a lungo nel mio ultimo libro, "perché non possiamo non dirci", di cui nazione indiana ha ospitato un brano verso l'inizio di questo mese.
ciao.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>qualche tempo fa ho letto in rete di un gruppo di omofobi francesi. si dichiaravano apertamente tali (un po&#8217; come giulio col ragno), non ne erano contenti (un po&#8217; come gli alcoolisti anonimi), e affrontavano il problema con gruppi di autoaiuto, gite, incontri sociali. niente di male. ma è possibile assimilare le cosiddette patologie sociali a fobie? e quindi azzerare, per esempio, tutte le campagne pubblicità-progresso antirazziste (che non si rivolgono solo contro comportamenti apertamente ostili o illegali), in quanto &#8220;l&#8217;io non è trattabile&#8221;? la mia soluzione, in sintesi, è questa: l&#8217;io è una storia, non è un quadro ma un film, diviene. una fobia molto radicata non può venire cancellata, in un certo senso non deve venire cancellata, però la si può elaborare. uno xenofobo non diventerà mai una persona che non ha mai avuto la xenofobia nel suo percorso - e questo, appunto, in un certo senso è un bene. però può diventare una persona che ha attraversato (al passato!) la xenofobia. e sia lui che la società hanno tutto da guadagnarci. l&#8217;identitarismo, o la semplice tutela dell&#8217;io, deve includere la dimensione temporale, altrimenti falsifica la condizione umana.<br />
lo so: il fatto che io abbia incluso nel discorso gli interessi della società pone tutta una serie di altri problemi&#8230;<br />
anche se è autopubblicità, non posso fare a meno di aggiungere che di queste cose parlo a lungo nel mio ultimo libro, &#8220;perché non possiamo non dirci&#8221;, di cui nazione indiana ha ospitato un brano verso l&#8217;inizio di questo mese.<br />
ciao.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: luminamenti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5669</link>
		<dc:creator>luminamenti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=579#comment-5669</guid>
		<description>Caro Giulio Mozzi, come tu stesso mi confermi si sono esercitati su di te due "ipnotisti". Non si va dai Giucas Casella, ma dall'ipnoterapeuta, così si chiama quello che mette in stato ipnotico o trance un individuo, ed è quindi evidente il perché non ha funzionato su di te. Inoltre io non ho mai associato nel mio intervento ipnosi e inconscio. Infatti al momento attuale delle conoscenze scientifiche non c'è nessuna relazione tra ipnosi e inconscio. Inoltre non occorre pensare o tirare fuori dal cilindro l'inconscio per sostenere che io, tu e chiunque altro non sappiamo ciò che siamo. Per sostenere ciò basta e ci avanza a iosa la coscienza. A titolo di informazione tra gli ultimi testi molto esplicativi c'è quello di Antonio Alberto Semi: La coscienza in psicoanalisi. Ma non occorre cmq utilizzare la psicoanalisi per sostenere questa evidenza.   
Poi dici nel tuo ultimo intervento: "Ma le fobie, possono essere annullate dalla buona volontà? A questa domanda (che è semplicistica, lo so) mi pare di dover rispondere, per l'esperienza che ho delle fobie: no."
La tua domanda non è semplicistica, piuttosto è semplicemente mal posta (per il tema delle domande mal poste interessanti analisi rimangono quelle scritte da Deleuze nei suoi saggi su Bergson e Foucault).
Parli di buona volontà con fin troppa disinvoltura, come se avessimo le idee chiare su questa. E poi usi la parola annullare come appunto un Nulla! Altra parola impegnativa. in realtà con una frase solo apparentemente semplicistica e di facile comprensione, ma solo grammaticale, credi di avere trovato risposta e deduzione. Proprio le parole più di uso comune sono invece quelle più difficilmente intellegibili, come per esempio la parola istinto (tanto esaminata da Gregory Bateson nei suoi metaloghi).
In ogni caso, al di là di questo discorso, le fobie si curano e come succede spesso con le cose che vengono sottoposte a terapia, capita che ci siano quelle che non guariscono, quelle che guariscono e ritornano e quelle che guariscono per sempre e quelle stesse che guariscono in un individuo, mentre in un altro no. E, a proposito di fobie, sappiamo oggi che ci sono diverse tra esse che posso essere curate efficacemente (ad esempio quella della scuola di Giorgio Nardone). Ma vorrei venire alla questione della xenofobia. Continuo nel post successivo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giulio Mozzi, come tu stesso mi confermi si sono esercitati su di te due &#8220;ipnotisti&#8221;. Non si va dai Giucas Casella, ma dall&#8217;ipnoterapeuta, così si chiama quello che mette in stato ipnotico o trance un individuo, ed è quindi evidente il perché non ha funzionato su di te. Inoltre io non ho mai associato nel mio intervento ipnosi e inconscio. Infatti al momento attuale delle conoscenze scientifiche non c&#8217;è nessuna relazione tra ipnosi e inconscio. Inoltre non occorre pensare o tirare fuori dal cilindro l&#8217;inconscio per sostenere che io, tu e chiunque altro non sappiamo ciò che siamo. Per sostenere ciò basta e ci avanza a iosa la coscienza. A titolo di informazione tra gli ultimi testi molto esplicativi c&#8217;è quello di Antonio Alberto Semi: La coscienza in psicoanalisi. Ma non occorre cmq utilizzare la psicoanalisi per sostenere questa evidenza.<br />
Poi dici nel tuo ultimo intervento: &#8220;Ma le fobie, possono essere annullate dalla buona volontà? A questa domanda (che è semplicistica, lo so) mi pare di dover rispondere, per l&#8217;esperienza che ho delle fobie: no.&#8221;<br />
La tua domanda non è semplicistica, piuttosto è semplicemente mal posta (per il tema delle domande mal poste interessanti analisi rimangono quelle scritte da Deleuze nei suoi saggi su Bergson e Foucault).<br />
Parli di buona volontà con fin troppa disinvoltura, come se avessimo le idee chiare su questa. E poi usi la parola annullare come appunto un Nulla! Altra parola impegnativa. in realtà con una frase solo apparentemente semplicistica e di facile comprensione, ma solo grammaticale, credi di avere trovato risposta e deduzione. Proprio le parole più di uso comune sono invece quelle più difficilmente intellegibili, come per esempio la parola istinto (tanto esaminata da Gregory Bateson nei suoi metaloghi).<br />
In ogni caso, al di là di questo discorso, le fobie si curano e come succede spesso con le cose che vengono sottoposte a terapia, capita che ci siano quelle che non guariscono, quelle che guariscono e ritornano e quelle che guariscono per sempre e quelle stesse che guariscono in un individuo, mentre in un altro no. E, a proposito di fobie, sappiamo oggi che ci sono diverse tra esse che posso essere curate efficacemente (ad esempio quella della scuola di Giorgio Nardone). Ma vorrei venire alla questione della xenofobia. Continuo nel post successivo.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: luminamenti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5670</link>
		<dc:creator>luminamenti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=579#comment-5670</guid>
		<description>L'analisi psicopatologica è oggi feconda di risultati intorno alla questione della xenofobia.
L'esame fenomenologico dell'intersoggettività e il fenomeno ad essa collegato, la Perplessità (che dal punto di vista clinico diagnostico è difficilmente descrivibile e molto imbarazzante ad una analisi struttturale, specie ai fini diagnostici, ma nello stesso tempo consente di accedere alla dissoluzione delle categorie normali, della mondanizzazione del Dasein, e di accedervi in un momento del tutto particolare, in un momento in cui non si è ancora costituita la tematica delirante - come è il caso della xenofobia -, pur aprendosi già alla disposizione dell'animo a delirare), rappresentando questa la crisi acuta della coesistenza, ci mostra in maniera obiettiva e in modo singolarmente efficace il dissolversi e il destrutturarsi della comunicazione con l'altro e il suo tendere a ricostituirsi nel mondo dell'alienazione e non più in quello dell'alterità. Il mondo del perplesso è un mondo non chiaro, indeterminato, impreciso, vago, in cui la comunicazione è sempre insufficiente, troppo vasti gli aloni semantici, continui o quasi i "Fading". Mancano completamente le determinazioni univoche di rapporto. C'è una vera e propria eclissi o dissoluzione della forma (su questa questione poi della forma occorrerebbe riprendere le analisi illuminanti e costruttive, direi politiche se fossero trasferite nella prassi sociale, di Konrad Lorenz). L'esperienza della propria corporeità si mostra notevolmente inceppata, infirmata, spezzata, non solo come personalizzazione somato-psichica ma anche come coscienza in situazione (qui la descrizione cinematica del comportamento di Hitler sarebbe istruttivo!). 
Ciò si riflette sul modo con cui viene ad esprimersi, nel perplesso, il suo essere-con.
Da qui nasce la tendenza xenofobica, il pseudodemente isterico, la perplessità del senile, quella angosciata degli stati melancolici e quella amenziale.
La perplessità va cercata nella conoscenza percettiva, nei processi percettivi del conoscere e può essere inquadrata nel disturbo della struttura oggettualizzante del pensiero, nell'obnubilamento affettivo del giudizio, della critica, falsamento delle relazioni oggettive proprie del giudizio olotimico.
L'essere-con-l'altro è qui costantemente penetrato di negazione anche se non è ancora un "essere-esposto-all'influenza-di".
Nella sindrome paranoide, come è noto, tutto ciò che è mondanità (persone, oggetti, relazioni) si aliena, cioè urta, colpisce, ostacola, frena, trascina, imprigiona, strappa, si impossessa, asservisce. Diremmo che è falsa coscienza: diviene cioè, totalmente, resistenza: dall'alienazione alla reificazione.
Nella perplessità ci è dato cogliere un momento antecendente. Non che la perplessità possa identificarsi sic et simpliciter con la disposizione dell'animo a delirare. Ciò non è possibile né all'analisi formale né all'analisi tematica. Ma la perplessità può essere tutta data già prima del configurarsi paranoide del rapporto Io-Mondo.
E' la propria capacità di storicizzarsi che viene sospesa, che viene messa in questione, specie nello xenofobo.
Un'analisi formale di questo aspetto la si può avanzare a partire dalla "qualità dell'esser-noto". Effettivamente la qualità dell'esser noto non è l'Erlebnis dell'esser noto, non è un puro momento gnostico, cognitivo, dell'adattarsi, dell'abituale, del fiducioso, o al contrario, dell'estraneità, del non poter verificare, della insicurezza, della perplessità. Psicologicamente intesa, la qualità dell'esser noto viene descritta come "esperienza del confidenziale", nelle forme primitive della memoria: effetto mnestico di ripetizioni (ritimi ripetivi) e abitudini (queste sono indicazioni, ad esempio, importantissime sullo sviluppo di prassi pedagogiche). La qualità dell'esser-noto non è un dato diafenomenico; è invece soggetta al momento e si lascia estrarre sempre e soltanto dal piano fenomenico, da strati patici, non noetici (quanto è altrettanto vero ciò per la scrittura e lo scrittore!).
Nello stato d'animo dello xenofobo possiamo cogliere abbastanza efficamente, anche se in negativa, questa esperienza dell'esser-noto. Il suo estraniamento dal mondo e da se stesso, il suo presentimento di qualcosa di inquietante, il tono del mistero: tutto ciò è l'opposto dell'esser noto. Il diffidare, gli improvvisi aloni di simpatia o antipatia sprigionantisi da cose o da persone. E' l'esperienza immediata della perdita di sicurezza dell'oggetto. Non è tanto la percezione quanto invece è la impostazione del soggetto ad essere alterata. 
Di fronte alla qualità dell'esser-noto, c'è l'esser-noto obiettivo, il conoscere strutturato; di fronte alla versione patologica della qualità dell'esser-noto, cioè alla perplessità, c'è la versione patologica del conoscere strutturato, cioè il delirio.
L'esser-noto (e la perplessità) ha tutte le sue  possibilità di esser colta nel dispegamento della relazione interumana, è essa stessa scadimento del progetto di mondo.
Un primo ambito dello scaduto progetto mondano proprio del perplesso è quello sociale; il perplesso, in quanto tale, non entra in situazione con l'altro; non solo, ma ci turba, perché di fronte a lui entra in scacco la nostra presenza, la nostra intenzionalita coesistentiva.
La sua perplessità non è autentica, non ci sentiamo accanto ad essa, perchè essa non è la conseguenza di una riflessione fattuale, ma è una paralisi senza storia, muoventesi su un terreno senza fondamenta.Mentre nel sano il momento della perplessità esiste, il senso dello smarrimento può verificarsi, ma poi riesce a riprendersi, a uscire da questo fondo di dispersione di se stesso, a riproporsi, nello xenofobo questa ripresa non c'è, lui è costretto ad esser-così!
La perplessità patologica è appunto la problematizzazione più radicale dell'intersoggettività nello xenofobo, del suo porsi in relazione, dell'esser in situazione.
La xenofobia è il fallimento più radicale dell'intersoggettività (in linguaggio husserliano, diremmo del mondo dell'appercezione).
Nelle Meditazioni Cartesiane Husserl distingue tre modi fondamentali di percepire chi ci sta di fronte:
1)come corpo altrui, posto nel mondo, assimilabile agli altri oggetti di natura;
2)appercepirlo (cioè percepirlo, con in più quel che verrà dopo, quasi teleologicamente) come estraneo (come uno che ha il significato dell'estraneo);
3)appercepirlo come un mio simile, cioè come uno che esperisce me come io esperisco lui.
Quest'ultima modalità Husserl la chiama Appresentazione, e designa l'altrui col termine di Alter-Ego.L'appresentazione non si costituisce in base ad un ragionamento analogico, ma è un particolare tipo di appercezione per cui l'Ego viene a sentirsi in rapporto concordante con l'Alter-Ego.
Questo è il primo nucleo intenzionale di una comunità che Husserl chiama (nei Pariser Vortrage)Paarung, accomunamento, in una stessa direzione significativa (la sfera del Noi, di Buber).Nell'appresentazione l'Ego e l'Alter Ego si costituiscono in un mondo comune, in un mondo intersoggettivo. Nello xenofobo questo mondo intersoggettivo non c'è più; le sue istanze oggettuali non sono più disponibili sia per me che per te!
Il momento costituente della xenofobia è il fallimento dell'appresentazione; è questo fallimento che traduce il xenofobo nella sua alienazione. Non potendo più interagire con il mondo non può più manipolarlo, scatenando così o potendo scatenare così la sua volontà di dominio e soppressione di questa presenza per lui inquietante dell'Alter Ego.
Mi fermo qui. Da questo momento bisognerebbe solo parlare delle possibilità di trasformazione della coscienza e del gap tra ciò che sappiamo e l'assenza di un politica della trasformazione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;analisi psicopatologica è oggi feconda di risultati intorno alla questione della xenofobia.<br />
L&#8217;esame fenomenologico dell&#8217;intersoggettività e il fenomeno ad essa collegato, la Perplessità (che dal punto di vista clinico diagnostico è difficilmente descrivibile e molto imbarazzante ad una analisi struttturale, specie ai fini diagnostici, ma nello stesso tempo consente di accedere alla dissoluzione delle categorie normali, della mondanizzazione del Dasein, e di accedervi in un momento del tutto particolare, in un momento in cui non si è ancora costituita la tematica delirante - come è il caso della xenofobia -, pur aprendosi già alla disposizione dell&#8217;animo a delirare), rappresentando questa la crisi acuta della coesistenza, ci mostra in maniera obiettiva e in modo singolarmente efficace il dissolversi e il destrutturarsi della comunicazione con l&#8217;altro e il suo tendere a ricostituirsi nel mondo dell&#8217;alienazione e non più in quello dell&#8217;alterità. Il mondo del perplesso è un mondo non chiaro, indeterminato, impreciso, vago, in cui la comunicazione è sempre insufficiente, troppo vasti gli aloni semantici, continui o quasi i &#8220;Fading&#8221;. Mancano completamente le determinazioni univoche di rapporto. C&#8217;è una vera e propria eclissi o dissoluzione della forma (su questa questione poi della forma occorrerebbe riprendere le analisi illuminanti e costruttive, direi politiche se fossero trasferite nella prassi sociale, di Konrad Lorenz). L&#8217;esperienza della propria corporeità si mostra notevolmente inceppata, infirmata, spezzata, non solo come personalizzazione somato-psichica ma anche come coscienza in situazione (qui la descrizione cinematica del comportamento di Hitler sarebbe istruttivo!).<br />
Ciò si riflette sul modo con cui viene ad esprimersi, nel perplesso, il suo essere-con.<br />
Da qui nasce la tendenza xenofobica, il pseudodemente isterico, la perplessità del senile, quella angosciata degli stati melancolici e quella amenziale.<br />
La perplessità va cercata nella conoscenza percettiva, nei processi percettivi del conoscere e può essere inquadrata nel disturbo della struttura oggettualizzante del pensiero, nell&#8217;obnubilamento affettivo del giudizio, della critica, falsamento delle relazioni oggettive proprie del giudizio olotimico.<br />
L&#8217;essere-con-l&#8217;altro è qui costantemente penetrato di negazione anche se non è ancora un &#8220;essere-esposto-all&#8217;influenza-di&#8221;.<br />
Nella sindrome paranoide, come è noto, tutto ciò che è mondanità (persone, oggetti, relazioni) si aliena, cioè urta, colpisce, ostacola, frena, trascina, imprigiona, strappa, si impossessa, asservisce. Diremmo che è falsa coscienza: diviene cioè, totalmente, resistenza: dall&#8217;alienazione alla reificazione.<br />
Nella perplessità ci è dato cogliere un momento antecendente. Non che la perplessità possa identificarsi sic et simpliciter con la disposizione dell&#8217;animo a delirare. Ciò non è possibile né all&#8217;analisi formale né all&#8217;analisi tematica. Ma la perplessità può essere tutta data già prima del configurarsi paranoide del rapporto Io-Mondo.<br />
E&#8217; la propria capacità di storicizzarsi che viene sospesa, che viene messa in questione, specie nello xenofobo.<br />
Un&#8217;analisi formale di questo aspetto la si può avanzare a partire dalla &#8220;qualità dell&#8217;esser-noto&#8221;. Effettivamente la qualità dell&#8217;esser noto non è l&#8217;Erlebnis dell&#8217;esser noto, non è un puro momento gnostico, cognitivo, dell&#8217;adattarsi, dell&#8217;abituale, del fiducioso, o al contrario, dell&#8217;estraneità, del non poter verificare, della insicurezza, della perplessità. Psicologicamente intesa, la qualità dell&#8217;esser noto viene descritta come &#8220;esperienza del confidenziale&#8221;, nelle forme primitive della memoria: effetto mnestico di ripetizioni (ritimi ripetivi) e abitudini (queste sono indicazioni, ad esempio, importantissime sullo sviluppo di prassi pedagogiche). La qualità dell&#8217;esser-noto non è un dato diafenomenico; è invece soggetta al momento e si lascia estrarre sempre e soltanto dal piano fenomenico, da strati patici, non noetici (quanto è altrettanto vero ciò per la scrittura e lo scrittore!).<br />
Nello stato d&#8217;animo dello xenofobo possiamo cogliere abbastanza efficamente, anche se in negativa, questa esperienza dell&#8217;esser-noto. Il suo estraniamento dal mondo e da se stesso, il suo presentimento di qualcosa di inquietante, il tono del mistero: tutto ciò è l&#8217;opposto dell&#8217;esser noto. Il diffidare, gli improvvisi aloni di simpatia o antipatia sprigionantisi da cose o da persone. E&#8217; l&#8217;esperienza immediata della perdita di sicurezza dell&#8217;oggetto. Non è tanto la percezione quanto invece è la impostazione del soggetto ad essere alterata.<br />
Di fronte alla qualità dell&#8217;esser-noto, c&#8217;è l&#8217;esser-noto obiettivo, il conoscere strutturato; di fronte alla versione patologica della qualità dell&#8217;esser-noto, cioè alla perplessità, c&#8217;è la versione patologica del conoscere strutturato, cioè il delirio.<br />
L&#8217;esser-noto (e la perplessità) ha tutte le sue  possibilità di esser colta nel dispegamento della relazione interumana, è essa stessa scadimento del progetto di mondo.<br />
Un primo ambito dello scaduto progetto mondano proprio del perplesso è quello sociale; il perplesso, in quanto tale, non entra in situazione con l&#8217;altro; non solo, ma ci turba, perché di fronte a lui entra in scacco la nostra presenza, la nostra intenzionalita coesistentiva.<br />
La sua perplessità non è autentica, non ci sentiamo accanto ad essa, perchè essa non è la conseguenza di una riflessione fattuale, ma è una paralisi senza storia, muoventesi su un terreno senza fondamenta.Mentre nel sano il momento della perplessità esiste, il senso dello smarrimento può verificarsi, ma poi riesce a riprendersi, a uscire da questo fondo di dispersione di se stesso, a riproporsi, nello xenofobo questa ripresa non c&#8217;è, lui è costretto ad esser-così!<br />
La perplessità patologica è appunto la problematizzazione più radicale dell&#8217;intersoggettività nello xenofobo, del suo porsi in relazione, dell&#8217;esser in situazione.<br />
La xenofobia è il fallimento più radicale dell&#8217;intersoggettività (in linguaggio husserliano, diremmo del mondo dell&#8217;appercezione).<br />
Nelle Meditazioni Cartesiane Husserl distingue tre modi fondamentali di percepire chi ci sta di fronte:<br />
1)come corpo altrui, posto nel mondo, assimilabile agli altri oggetti di natura;<br />
2)appercepirlo (cioè percepirlo, con in più quel che verrà dopo, quasi teleologicamente) come estraneo (come uno che ha il significato dell&#8217;estraneo);<br />
3)appercepirlo come un mio simile, cioè come uno che esperisce me come io esperisco lui.<br />
Quest&#8217;ultima modalità Husserl la chiama Appresentazione, e designa l&#8217;altrui col termine di Alter-Ego.L&#8217;appresentazione non si costituisce in base ad un ragionamento analogico, ma è un particolare tipo di appercezione per cui l&#8217;Ego viene a sentirsi in rapporto concordante con l&#8217;Alter-Ego.<br />
Questo è il primo nucleo intenzionale di una comunità che Husserl chiama (nei Pariser Vortrage)Paarung, accomunamento, in una stessa direzione significativa (la sfera del Noi, di Buber).Nell&#8217;appresentazione l&#8217;Ego e l&#8217;Alter Ego si costituiscono in un mondo comune, in un mondo intersoggettivo. Nello xenofobo questo mondo intersoggettivo non c&#8217;è più; le sue istanze oggettuali non sono più disponibili sia per me che per te!<br />
Il momento costituente della xenofobia è il fallimento dell&#8217;appresentazione; è questo fallimento che traduce il xenofobo nella sua alienazione. Non potendo più interagire con il mondo non può più manipolarlo, scatenando così o potendo scatenare così la sua volontà di dominio e soppressione di questa presenza per lui inquietante dell&#8217;Alter Ego.<br />
Mi fermo qui. Da questo momento bisognerebbe solo parlare delle possibilità di trasformazione della coscienza e del gap tra ciò che sappiamo e l&#8217;assenza di un politica della trasformazione.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Franz Krauspenhaar</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5671</link>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=579#comment-5671</guid>
		<description>Giartosio è uno che si fa capire. Meno male. E ha la faccia di farsi autopromozione (fa bene). E l'onestà di dirlo. Non è da tutti. Le xenofobo pio' cambiare posizione. Certo. E' pieno di casi di "io trattabili". Siamo tutti trattabili. Sia perchè nella vita -nolenti o nolenti - si cambia ( a volte addirittura in meglio, e scusate la banalità) sia perchè ogni uomo ha un prezzo. C'è chi l'ha miseramente basso. Chi altissimo. Ma alla fine, basta pagare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Giartosio è uno che si fa capire. Meno male. E ha la faccia di farsi autopromozione (fa bene). E l&#8217;onestà di dirlo. Non è da tutti. Le xenofobo pio&#8217; cambiare posizione. Certo. E&#8217; pieno di casi di &#8220;io trattabili&#8221;. Siamo tutti trattabili. Sia perchè nella vita -nolenti o nolenti - si cambia ( a volte addirittura in meglio, e scusate la banalità) sia perchè ogni uomo ha un prezzo. C&#8217;è chi l&#8217;ha miseramente basso. Chi altissimo. Ma alla fine, basta pagare.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: giuliomozzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/09/21/un-ragno-in-mente/#comment-5672</link>
		<dc:creator>giuliomozzi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=579#comment-5672</guid>
		<description>-- Caro Tommaso Giartosio, scrivi: "uno xenofobo non diventerà mai una persona che non ha mai avuto la xenofobia nel suo percorso"; io aggiungerei (visto che citi gli Alcolisti Anonimi) che un alcolista - per l'esperienza che ho della cosa - non smette mai di essere tale anche dopo decenni di astinenza: cosa che non gli impedisce di accompagnare altri verso l'astinenza. Mi viene da dire: l'alcolista astinente è uno che si astiene da sé. Si affida in toto all'Essere Superiore (gli AA sono molto mistici) e alla sua materializzazione: il gruppo. Non c'è una vera e propria trattativa sul "ciò che sono": non c'è nessuno negli esiti propri della trattativa (il compromesso, la dilazione ecc.).
Faccio notare una cosa *en passant*. Io ho usata l'espressione: "ciò che sono, non è trattabile". Andrea Inglese ha usata l'espressione: "intrattabilità dell'essere". Tu scrivi: "l'io non è trattabile".
-- Caro luminamenti, quanto all'ipnosi e alla mia carenza d'inconscio: era una battuta scherzosa, deliberatamente insensata. Mi pareva che si vedesse.
Quanto alla "buona volontà": ho usata questa espressione perché negli ultimi giorni, nei giornali, l'ho trovata messa in bocca ad Antonio Fassino, a Francesco Rutelli, e financo a Fausto Bertinotti, cioè ad alcuni "opinion leader" dell'opinione pubblica "di sinistra".
Del metodo di Giorgio Nardone non direi che "cura le fobie", ma piuttosto che "rimuove il sintomo". Mi sembra più preciso.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8211; Caro Tommaso Giartosio, scrivi: &#8220;uno xenofobo non diventerà mai una persona che non ha mai avuto la xenofobia nel suo percorso&#8221;; io aggiungerei (visto che citi gli Alcolisti Anonimi) che un alcolista - per l&#8217;esperienza che ho della cosa - non smette mai di essere tale anche dopo decenni di astinenza: cosa che non gli impedisce di accompagnare altri verso l&#8217;astinenza. Mi viene da dire: l&#8217;alcolista astinente è uno che si astiene da sé. Si affida in toto all&#8217;Essere Superiore (gli AA sono molto mistici) e alla sua materializzazione: il gruppo. Non c&#8217;è una vera e propria trattativa sul &#8220;ciò che sono&#8221;: non c&#8217;è nessuno negli esiti propri della trattativa (il compromesso, la dilazione ecc.).<br />
Faccio notare una cosa *en passant*. Io ho usata l&#8217;espressione: &#8220;ciò che sono, non è trattabile&#8221;. Andrea Inglese ha usata l&#8217;espressione: &#8220;intrattabilità dell&#8217;essere&#8221;. Tu scrivi: &#8220;l&#8217;io non è trattabile&#8221;.<br />
&#8211; Caro luminamenti, quanto all&#8217;ipnosi e alla mia carenza d&#8217;inconscio: era una battuta scherzosa, deliberatamente insensata. Mi pareva che si vedesse.<br />
Quanto alla &#8220;buona volontà&#8221;: ho usata questa espressione perché negli ultimi giorni, nei giornali, l&#8217;ho trovata messa in bocca ad Antonio Fassino, a Francesco Rutelli, e financo a Fausto Bertinotti, cioè ad alcuni &#8220;opinion leader&#8221; dell&#8217;opinione pubblica &#8220;di sinistra&#8221;.<br />
Del metodo di Giorgio Nardone non direi che &#8220;cura le fobie&#8221;, ma piuttosto che &#8220;rimuove il sintomo&#8221;. Mi sembra più preciso.</p>
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