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	<title>Commenti a: Per Jacques Derrida</title>
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	<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 10:38:36 +0000</pubDate>
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		<title>Di: Roberto Saviano</title>
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		<dc:creator>Roberto Saviano</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Bellissimo Tommaso, bellissimo ricordo di DERRIDA, non un apologia, non un panegirico. Ma un ritratto della sua traccia umana.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bellissimo Tommaso, bellissimo ricordo di DERRIDA, non un apologia, non un panegirico. Ma un ritratto della sua traccia umana.</p>
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		<title>Di: luminamenti</title>
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		<dc:creator>luminamenti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>"Se la trasparenza dell'intelligibilità fosse assicurata, distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha avvenire alcuno, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di misconoscimento e di incomprensione è anche una riserva e una possibilità eccessiva - una possibilità per l'eccesso di avere un avvenire, e di conseguenza di generare nuovi contesti. Se tutti possono capire subito quello che voglio dire non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all'attesa, ed è tutto lì, anche se la gente appalaude, e magari legge con piacere; poi, chiude il libro, ed è finita (Jacques Derrida, Il Gusto del Segreto, Laterza)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Se la trasparenza dell&#8217;intelligibilità fosse assicurata, distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha avvenire alcuno, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di misconoscimento e di incomprensione è anche una riserva e una possibilità eccessiva - una possibilità per l&#8217;eccesso di avere un avvenire, e di conseguenza di generare nuovi contesti. Se tutti possono capire subito quello che voglio dire non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all&#8217;attesa, ed è tutto lì, anche se la gente appalaude, e magari legge con piacere; poi, chiude il libro, ed è finita (Jacques Derrida, Il Gusto del Segreto, Laterza)</p>
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		<title>Di: gina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2004/10/15/per-jacques-derrida/#comment-6243</link>
		<dc:creator>gina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Dalla breve introduzione a derrida su www.geocities.com/dyeg83/derrida.htm, un omaggio all'etica dell'ospitalità
...La de-costruzione, staccate dalle mode che ne hanno fatto un metodo di interpretazione, diventa per Derrida il progetto di un " nuovo, nuovissimo illuminismo ", la costante preoccupazione per l'altro verso e per cui dobbiamo coltivare un' etica dell'ospitalità , ovvero l'apertura verso un avvenire che accade senza essere atteso, ad un dialogo che procede dal rispetto e che pone il tema della differenza come punto imprescindibile di partenza per un incontro fra gli uomini: " come se lo straniero fosse innanzi tutto colui che pone la prima domanda, o colui al quale si rivolge la prima domanda (...); pertanto lo straniero, ponendo la prima domanda, mi mette in questione ". Ecco il punto cruciale, secondo Derrida, del tema dello straniero, di "colui che viene da fuori", che "parla una strana lingua", che produce inquietudine e sospetto. " Lo straniero è in primo luogo straniero rispetto alla lingua giuridica nella quale sono formulati il dovere d'ospitalità, il diritto d'asilo, i limiti, le norme, i codici di polizia eccetera ". Il tema dello straniero per Derrida diventa, non solo metaforicamente, l'emblema di un'interrogazione che la società, ciascuna società, rivolge a se stessa: " come se lo straniero fosse la questione stessa dell'essere in questione ". Grazie allo straniero la società non può fare a meno di interrogarsi sulla propria cultura, sulla lingua e le istituzioni giuridiche in vigore, in definitiva sul modo con cui attua una legge dell'ospitalità, " coinvolgendo l'ethos in generale ". E del resto la parola latina "hostis" significa ospite ma anche nemico. La costellazione semantica, nel suo ambiguo oscillare tra termini opposti (oste, ostile, ospizio, osteggiare...), sembra costituire la trama della nostra identità. Ma c'è anche un secondo aspetto, non meno significativo: le ampie meditazioni di Derrida sulla sepoltura, sul nome, sulla memoria, sulla follia che abita il linguaggio, l'esilio e la soglia, " sono altrettanti segnali rivolti alla domanda del luogo, che invita il soggetto a riconoscere d'essere per prima cosa un ospite ". Svolgendo quella che chiama " il teatro invisibile dell'ospitalità ", il filosofo ripercorre alcuni tratti dell'elaborazione di Lèvinas, in particolare quelli in cui afferma che "il soggetto è un ospite" o che "il soggetto è un ostaggio". La tesi centrale di Derrida è che vi è un'impossibile convivenza, una sorta di lacerazione tra " l'ospitalità incondizionata che va al di là del diritto, del dovere o addirittura della politica " e " l'ospitalità circoscritta dal diritto e dal dovere ". In altri termini: " dando per buona l'ospitalità incondizionata, come dar luogo a un diritto, a un diritto determinato, limitato e delimitabile, in una parola calcolabile? ". Il problema dell'ospitalità, conclude l'autore, " è sovrapponibile al problema etico ". 

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		<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla breve introduzione a derrida su <a href="http://www.geocities.com/dyeg83/derrida.htm" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/www.geocities.com');" rel="nofollow">http://www.geocities.com/dyeg83/derrida.htm</a>, un omaggio all&#8217;etica dell&#8217;ospitalità<br />
&#8230;La de-costruzione, staccate dalle mode che ne hanno fatto un metodo di interpretazione, diventa per Derrida il progetto di un &#8221; nuovo, nuovissimo illuminismo &#8220;, la costante preoccupazione per l&#8217;altro verso e per cui dobbiamo coltivare un&#8217; etica dell&#8217;ospitalità , ovvero l&#8217;apertura verso un avvenire che accade senza essere atteso, ad un dialogo che procede dal rispetto e che pone il tema della differenza come punto imprescindibile di partenza per un incontro fra gli uomini: &#8221; come se lo straniero fosse innanzi tutto colui che pone la prima domanda, o colui al quale si rivolge la prima domanda (&#8230;); pertanto lo straniero, ponendo la prima domanda, mi mette in questione &#8220;. Ecco il punto cruciale, secondo Derrida, del tema dello straniero, di &#8220;colui che viene da fuori&#8221;, che &#8220;parla una strana lingua&#8221;, che produce inquietudine e sospetto. &#8221; Lo straniero è in primo luogo straniero rispetto alla lingua giuridica nella quale sono formulati il dovere d&#8217;ospitalità, il diritto d&#8217;asilo, i limiti, le norme, i codici di polizia eccetera &#8220;. Il tema dello straniero per Derrida diventa, non solo metaforicamente, l&#8217;emblema di un&#8217;interrogazione che la società, ciascuna società, rivolge a se stessa: &#8221; come se lo straniero fosse la questione stessa dell&#8217;essere in questione &#8220;. Grazie allo straniero la società non può fare a meno di interrogarsi sulla propria cultura, sulla lingua e le istituzioni giuridiche in vigore, in definitiva sul modo con cui attua una legge dell&#8217;ospitalità, &#8221; coinvolgendo l&#8217;ethos in generale &#8220;. E del resto la parola latina &#8220;hostis&#8221; significa ospite ma anche nemico. La costellazione semantica, nel suo ambiguo oscillare tra termini opposti (oste, ostile, ospizio, osteggiare&#8230;), sembra costituire la trama della nostra identità. Ma c&#8217;è anche un secondo aspetto, non meno significativo: le ampie meditazioni di Derrida sulla sepoltura, sul nome, sulla memoria, sulla follia che abita il linguaggio, l&#8217;esilio e la soglia, &#8221; sono altrettanti segnali rivolti alla domanda del luogo, che invita il soggetto a riconoscere d&#8217;essere per prima cosa un ospite &#8220;. Svolgendo quella che chiama &#8221; il teatro invisibile dell&#8217;ospitalità &#8220;, il filosofo ripercorre alcuni tratti dell&#8217;elaborazione di Lèvinas, in particolare quelli in cui afferma che &#8220;il soggetto è un ospite&#8221; o che &#8220;il soggetto è un ostaggio&#8221;. La tesi centrale di Derrida è che vi è un&#8217;impossibile convivenza, una sorta di lacerazione tra &#8221; l&#8217;ospitalità incondizionata che va al di là del diritto, del dovere o addirittura della politica &#8221; e &#8221; l&#8217;ospitalità circoscritta dal diritto e dal dovere &#8220;. In altri termini: &#8221; dando per buona l&#8217;ospitalità incondizionata, come dar luogo a un diritto, a un diritto determinato, limitato e delimitabile, in una parola calcolabile? &#8220;. Il problema dell&#8217;ospitalità, conclude l&#8217;autore, &#8221; è sovrapponibile al problema etico &#8220;.</p>
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