Kamikaze del racconto

24 novembre 2004
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di Carla Benedetti

dovlatov g.jpg Siamo negli anni ’70 in Unione Sovietica.
Sergej Dovlatov, come tutti gli scrittori russi di quel periodo, è uno scrittore clandestino. Scrive racconti pieni di un umorismo eversivo e di fedeltà antiretorica alla vita reale, compresa la propria, che riversa nella scrittura con rara franchezza. Nessuna rivista li pubblica, però circolano come samizdat, copie illegali passate di mano in mano.
I funzionari della cultura lasciano passare solo una letteratura lobotomizzata, ideologicamente affidabile e mentalmente inerte. Centinaia di racconti identici invadono le riviste e le librerie.
Quasi come da noi oggi.
Solo che al posto della rete del KGB noi abbiamo una miriade di funzionari nell’editoria e nei media che con parametri di mercato invece che direttamente ideologici, raggiungono lo stesso effetto.

Lo scrittore clandestino Dovlatov, spiantato, frustrato e in fuga dalla moglie, prima di esiliare trovò un impiego come guida nel grandioso parco museo vicino a Pskov, in cui si celebra l’icona di Puškin, visitato ogni giorno da centinaia di turisti in pulman. “Noi qui siamo animatori, aiutiamo i lavoratori sovietici a godersi una vacanza culturale”.

La parola russa che indica questi parchi museo è “Zapovednik”, che significa “area protetta”. Mentre soffoca la scrittura viva del presente, il regime infatti favorisce anche il culto museal-ricreativo degli scrittori canonizzati del passato. Due cose che si integrano perfettamente. Quasi come da noi oggi. Due modi complementari per chiudere la letteratura in un recinto e impedirle di agire nella vita.

Il parco di Puškin è il sesto libro di Dovlatov che la Sellerio propone nella bella traduzione di Laura Salmon. Sono 170 pagine di totale godimento, sublimi nella loro capacità di raggiungere il massimo effetto emotivo e riflessivo con il minimo sforzo verbale, e di disegnare con pochi tratti incredibili figure, come le impiegate del parco in penuria d’amore e di uomini, i “dissidenti alcolici” suoi compagni di sbornie, o lo scisso e “umano” capo locale del Kgb.

Perciò Dovlatov non è solo l’ultimo scrittore sovietico morto in esilio a New York nel 1990. E’ anche il compagno di strada di tutti i kamikaze del racconto, di quelli che si ostinano a scrivere sul campo minato dell’esistenza, trascinando se stessi nell’esplosione.

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Publicato su “L’Espresso” del 18 novembre 2004

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