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	<title>Commenti a: Un’editoria senza editori - e senza librai?</title>
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	<description>versione 2.0</description>
	<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 17:50:49 +0000</pubDate>
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		<title>Di: elio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/04/20/un%e2%80%99editoria-senza-editori-e-senza-librai/#comment-9542</link>
		<dc:creator>elio</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Ecco, detta così ha finalmente l'aria di una cosa seria, e dunque irrimediabilmente noiosa, perché umile, non più risolvibile con un elegante svolazzo "concettuale".

===
Guardi e l'oggetto si volatilizza, le ragioni evaporano, il colpevole non si trova, l'offesa diventa non offesa ma fato, qualcosa come il mal di denti, di cui nessuno è colpevole, e di conseguenza ancora una volta non resta che la solita via d'uscita, cioè picchiare dolorosissimamente contro il muro. E allora lasci perdere, giacché non hai trovato la causa prima. [Dostoevskij - memorie del sottosuolo]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco, detta così ha finalmente l&#8217;aria di una cosa seria, e dunque irrimediabilmente noiosa, perché umile, non più risolvibile con un elegante svolazzo &#8220;concettuale&#8221;.</p>
<p>===<br />
Guardi e l&#8217;oggetto si volatilizza, le ragioni evaporano, il colpevole non si trova, l&#8217;offesa diventa non offesa ma fato, qualcosa come il mal di denti, di cui nessuno è colpevole, e di conseguenza ancora una volta non resta che la solita via d&#8217;uscita, cioè picchiare dolorosissimamente contro il muro. E allora lasci perdere, giacché non hai trovato la causa prima. [Dostoevskij - memorie del sottosuolo]</p>
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		<title>Di: Giovanni Cesarini</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/04/20/un%e2%80%99editoria-senza-editori-e-senza-librai/#comment-9543</link>
		<dc:creator>Giovanni Cesarini</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>Inizio col dire che questo intervento mi è sembrato molto equilibrato e al mio animo di uomo immerso nel “mercato” molto più comprensibile del dibattito (scontro?) che ho seguito con interesse sulla restaurazione. Più comprensibile perchè probabilmente mi mancano le coordinate intrepretative per capire l’altro, anche se le due cose non mi sembrano tanto distanti da sembrarmi collegate. Condivido qualche domanda, suggestione che mi è sorta meditando il pezzo.
Ci sono alcune definizioni che restano sottointese, ad esempio, che l’editoria manageriale cerca rendimenti del 12/15% mentre quella tradizionale si accontentava del 3%. La prima domanda è X% di che cosa? Che cosa c’è al numeratore e che cosa al denominatore? Utile netto/Capitale impiegato (quello che nei testi di economia si chiama ROE),
(Ricavi-Costi Operativi)/Ricavi (quello che si potrebbe definire Margine Operativo Lordo o MOL), altro? Sarò un “rompino” ma l’uno ha un significato, l’altro un altro. Ipotizzo di qui in avanti che si parli del ROE, cioè del rendimento del capitale investito nell’impresa: la domanda che mi sorge spontanea è: avete idea di quanto sia il ROE obiettivo della piu’ redditizia tra le grandi banche italiane (Unicredito)? Il 20%, attualmente naviga a dei livelli più bassi, ma nell’ordine di grandezza di quello che sembra essere il livello di profitti obiettivo dell’editoria; al momento il mercato ricerca in tutte le industrie livelli di rendimento obiettivo abbastanza alti e in teoria più elevati quanto più sono volatili utili o rischiosi da ottenere. Quindi giustamente perchè chi fa i libri dovrebbe pretendere un rendimento più basso rispetto a quello di altre industrie che sopportano lo stesso livello di rischio? Il problema è un po’ piu’ sistemico e riguarda quanto cosideriamo essere il livello della giusta remunerazione (scontata per il rischio) del capitale; (tuttavia la risposta non e’ particolarmente semplice, considerando che l’utilità marginale del denaro è tendenzialmente sempre positiva e che non è immediato contraddire l’affermazione che averne di più e meglio che averne di meno).
Proseguendo, ad un certo punto si dice “un libro “di proposta”, innovativo, inizialmente non può aspirare né al mercato di massa né spesso al pareggio rispetto ai costi, ma il tentativo può essere sostenuto finanziandolo coi ricavi di altri libri più “vendibili” o già diventati classici di successo da catalogo” e verso la fine: “Evitando con cura, beninteso, che l’editoria di cultura e progetto –come ci ha ben avvertito Schiffrin - diventi come in America possibile solo “non a scopo di lucro”, cioè fuori dal mercato, sostenuta da fondazioni private e da aiuti pubblici“. Ad una lettura superficiale le due affermazioni sono in contraddizione: il sussidio incrociato è fare editoria fuori mercato, se finanzio il libro B con i proventi del libro A, sto sovvenzionando il libro B rinunciando a parte dei profitti che pubblicare A mi avrebbe dato e perciò se le variabili sono solo queste sto facendo un azione che non è razionale e non ha uno scopo di lucro e pertanto ricadrebbe nelle cose da non fare. Dal contesto mi pare di capire che la pratica sia auspicata in quanto non può che essere l’unica pratica possibile se si vuole aprire un nuovo mercato e/o lanciare un nuovo prodotto e mi pare che la subordinata sottointesa a questo atteggiamento è che un editore è tanto più bravo quanto più attinge le risorse dai prodotti di massa (lasciatemi il termine) per scoprire nuove nicchie di mercato, dal quale suppongo si aspetta nel lungo periodo di trarne rendimenti sufficienti a ripagarlo dell’investimento e del rischio. Sono ovviamente d’accordo e penso che sia il suo mestiere anche in termini meramente economici.
Suggerisco di fare attenzione a compiacersi troppo di una cultura che si basa sul sussidio incrociato, in primo luogo perchè il modo tipico per eliminare la concorrenza e che i più grandi lo possono fare meglio e poi perchè significa spostare risorse da un settore ad un altro dove la “gente” non le vorrebbe mettere. Fintanto che un singolo spende dei soldi per pubblicare dei libri che la gente non legge non vedo grossi problemi (a parte che lo faranno sempre meglio i più ricchi dei più poveri), mentre se iniziamo ad usare i soldi pubblici mi sorge spontaneamente la domanda di quale sia il bene pubblico che stiamo comprando?
Cerco di chiudere con l’ultima suggestione riguardo all’“educare” le persone alla lettura e l’uso dei soldi pubblici per farlo. Sono convinto che sia un bene di per sè, anche che vadano dedicate molte risorse a rendere i libri più accessibili, ma siamo sicuri che la strada siano gli sgravi fiscali all’editoria? (interpreto semplicisticamente come gli editori pagano meno tasse sui loro profitti, quindi indirettamente a parità di utile lordo abbiano un utile netto più alto e perciò consentendo a libri che hanno rendimenti lordi più bassi di essere pubblicati, ovvero abbasso le tasse indirette (IVA) sui libri in modo che i libri costino meno e se ne comprino di più). Capisco che è un buon metodo, perche’ vado a favorire l’imprenditore e quindi lo stimolo a rischiare di più, ma come distinguo l’editore “bravo” da sovvenzionare da quello che starebbe in piedi anche senza sovvenzioni. [non abbiamo questo problema anche nel cinema?]
Non sarebbe più incisivo dotare i luoghi educativi di libri, cioè usare gli stessi soldi per comprarli i libri e farli fruire? Tutte le scuole elementari hanno delle biblioteche con dei libri da far leggere ai bambini? E’ chiaro che ci sarebbe il problema di quali libri debbano o non debbano essere acquistati dallo stato e se leggere sia un bene di per sè a prescindere da quello che si legge…

Saluti,
Giovanni Cesarini</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Inizio col dire che questo intervento mi è sembrato molto equilibrato e al mio animo di uomo immerso nel “mercato” molto più comprensibile del dibattito (scontro?) che ho seguito con interesse sulla restaurazione. Più comprensibile perchè probabilmente mi mancano le coordinate intrepretative per capire l’altro, anche se le due cose non mi sembrano tanto distanti da sembrarmi collegate. Condivido qualche domanda, suggestione che mi è sorta meditando il pezzo.<br />
Ci sono alcune definizioni che restano sottointese, ad esempio, che l’editoria manageriale cerca rendimenti del 12/15% mentre quella tradizionale si accontentava del 3%. La prima domanda è X% di che cosa? Che cosa c’è al numeratore e che cosa al denominatore? Utile netto/Capitale impiegato (quello che nei testi di economia si chiama ROE),<br />
(Ricavi-Costi Operativi)/Ricavi (quello che si potrebbe definire Margine Operativo Lordo o MOL), altro? Sarò un “rompino” ma l’uno ha un significato, l’altro un altro. Ipotizzo di qui in avanti che si parli del ROE, cioè del rendimento del capitale investito nell’impresa: la domanda che mi sorge spontanea è: avete idea di quanto sia il ROE obiettivo della piu’ redditizia tra le grandi banche italiane (Unicredito)? Il 20%, attualmente naviga a dei livelli più bassi, ma nell’ordine di grandezza di quello che sembra essere il livello di profitti obiettivo dell’editoria; al momento il mercato ricerca in tutte le industrie livelli di rendimento obiettivo abbastanza alti e in teoria più elevati quanto più sono volatili utili o rischiosi da ottenere. Quindi giustamente perchè chi fa i libri dovrebbe pretendere un rendimento più basso rispetto a quello di altre industrie che sopportano lo stesso livello di rischio? Il problema è un po’ piu’ sistemico e riguarda quanto cosideriamo essere il livello della giusta remunerazione (scontata per il rischio) del capitale; (tuttavia la risposta non e’ particolarmente semplice, considerando che l’utilità marginale del denaro è tendenzialmente sempre positiva e che non è immediato contraddire l’affermazione che averne di più e meglio che averne di meno).<br />
Proseguendo, ad un certo punto si dice “un libro “di proposta”, innovativo, inizialmente non può aspirare né al mercato di massa né spesso al pareggio rispetto ai costi, ma il tentativo può essere sostenuto finanziandolo coi ricavi di altri libri più “vendibili” o già diventati classici di successo da catalogo” e verso la fine: “Evitando con cura, beninteso, che l’editoria di cultura e progetto –come ci ha ben avvertito Schiffrin - diventi come in America possibile solo “non a scopo di lucro”, cioè fuori dal mercato, sostenuta da fondazioni private e da aiuti pubblici“. Ad una lettura superficiale le due affermazioni sono in contraddizione: il sussidio incrociato è fare editoria fuori mercato, se finanzio il libro B con i proventi del libro A, sto sovvenzionando il libro B rinunciando a parte dei profitti che pubblicare A mi avrebbe dato e perciò se le variabili sono solo queste sto facendo un azione che non è razionale e non ha uno scopo di lucro e pertanto ricadrebbe nelle cose da non fare. Dal contesto mi pare di capire che la pratica sia auspicata in quanto non può che essere l’unica pratica possibile se si vuole aprire un nuovo mercato e/o lanciare un nuovo prodotto e mi pare che la subordinata sottointesa a questo atteggiamento è che un editore è tanto più bravo quanto più attinge le risorse dai prodotti di massa (lasciatemi il termine) per scoprire nuove nicchie di mercato, dal quale suppongo si aspetta nel lungo periodo di trarne rendimenti sufficienti a ripagarlo dell’investimento e del rischio. Sono ovviamente d’accordo e penso che sia il suo mestiere anche in termini meramente economici.<br />
Suggerisco di fare attenzione a compiacersi troppo di una cultura che si basa sul sussidio incrociato, in primo luogo perchè il modo tipico per eliminare la concorrenza e che i più grandi lo possono fare meglio e poi perchè significa spostare risorse da un settore ad un altro dove la “gente” non le vorrebbe mettere. Fintanto che un singolo spende dei soldi per pubblicare dei libri che la gente non legge non vedo grossi problemi (a parte che lo faranno sempre meglio i più ricchi dei più poveri), mentre se iniziamo ad usare i soldi pubblici mi sorge spontaneamente la domanda di quale sia il bene pubblico che stiamo comprando?<br />
Cerco di chiudere con l’ultima suggestione riguardo all’“educare” le persone alla lettura e l’uso dei soldi pubblici per farlo. Sono convinto che sia un bene di per sè, anche che vadano dedicate molte risorse a rendere i libri più accessibili, ma siamo sicuri che la strada siano gli sgravi fiscali all’editoria? (interpreto semplicisticamente come gli editori pagano meno tasse sui loro profitti, quindi indirettamente a parità di utile lordo abbiano un utile netto più alto e perciò consentendo a libri che hanno rendimenti lordi più bassi di essere pubblicati, ovvero abbasso le tasse indirette (IVA) sui libri in modo che i libri costino meno e se ne comprino di più). Capisco che è un buon metodo, perche’ vado a favorire l’imprenditore e quindi lo stimolo a rischiare di più, ma come distinguo l’editore “bravo” da sovvenzionare da quello che starebbe in piedi anche senza sovvenzioni. [non abbiamo questo problema anche nel cinema?]<br />
Non sarebbe più incisivo dotare i luoghi educativi di libri, cioè usare gli stessi soldi per comprarli i libri e farli fruire? Tutte le scuole elementari hanno delle biblioteche con dei libri da far leggere ai bambini? E’ chiaro che ci sarebbe il problema di quali libri debbano o non debbano essere acquistati dallo stato e se leggere sia un bene di per sè a prescindere da quello che si legge…</p>
<p>Saluti,<br />
Giovanni Cesarini</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: marcog</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/04/20/un%e2%80%99editoria-senza-editori-e-senza-librai/#comment-9544</link>
		<dc:creator>marcog</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>penso si parli di ROE. il principio dei vasi comunicanti (utili del libro A a vantaggio del libro di proposta B) e' molto usato in ambito editoriale proprio per giustificare di fronte al manager di turno la funzione culturale della proposta editoriale "in perdita". Dovendola paragonare ad altri settori, e' forse piu' utile far ricadere questo tipo di iniziative "di proposta" sotto la voce R&#038;D. Sono d'accordo con cesarini quando afferma che la soluzione non e' negli sgravi fiscali all'editoria. E' tutto il sistema lettura che andrebbe rivisto, e sarebbe bello che anche la componente pubblica del sistema (universita, scuole, biblioteche ma ovviamente stato) facesse la sua parte in maniera piu' efficace. Un esempio vicino e lampante e' la recente polemica sul necessario adeguamento alla normativa europea che prevede il prestito "a pagamento" per le biblioteche. A prescidere dalla validita' o meno di tale provvedimento, perche' non ho ancora sentito nessuno dire che debba essere lo stato, a monte, a farsi carico della gabella? tot libri prestati, tot provvidenze per la biblioteca che li presta. Certo che pensare che sia la SIAE ad occuparsene mi fa venire i brividi lungo la schiena...

marco</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>penso si parli di ROE. il principio dei vasi comunicanti (utili del libro A a vantaggio del libro di proposta B) e&#8217; molto usato in ambito editoriale proprio per giustificare di fronte al manager di turno la funzione culturale della proposta editoriale &#8220;in perdita&#8221;. Dovendola paragonare ad altri settori, e&#8217; forse piu&#8217; utile far ricadere questo tipo di iniziative &#8220;di proposta&#8221; sotto la voce R&#038;D. Sono d&#8217;accordo con cesarini quando afferma che la soluzione non e&#8217; negli sgravi fiscali all&#8217;editoria. E&#8217; tutto il sistema lettura che andrebbe rivisto, e sarebbe bello che anche la componente pubblica del sistema (universita, scuole, biblioteche ma ovviamente stato) facesse la sua parte in maniera piu&#8217; efficace. Un esempio vicino e lampante e&#8217; la recente polemica sul necessario adeguamento alla normativa europea che prevede il prestito &#8220;a pagamento&#8221; per le biblioteche. A prescidere dalla validita&#8217; o meno di tale provvedimento, perche&#8217; non ho ancora sentito nessuno dire che debba essere lo stato, a monte, a farsi carico della gabella? tot libri prestati, tot provvidenze per la biblioteca che li presta. Certo che pensare che sia la SIAE ad occuparsene mi fa venire i brividi lungo la schiena&#8230;</p>
<p>marco</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: palmasco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/04/20/un%e2%80%99editoria-senza-editori-e-senza-librai/#comment-9545</link>
		<dc:creator>palmasco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
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		<description>La mia grande perplessità su questo articolo bene informato e pieno di cifre, è che in realtà gli Stati Uniti producono e continuano a produrre libri di qualità, cioè un'editoria culturale, non soltanto nel settore universitario-saggistico-specialistico, ma anche nella narrativa, e non solo nella narrativa di best seller - nonostante l'articolo suggerisca che il loro sistema editoriale è malvagio.

Se la capacità e la bontà di un sistema editoriale si misurano nell'ampiezza di forme d'espressione dei libri che il sistema riesce a produrre, e nella diversità di autori e di approcci alla scrittura che è capace di sollecitare e presentare al pubblico, come l'articolo sembra volere affermare, allora non capisco il riferimento all'editoria americana come paragone negativo.

Su questo vizio di fondo, secondo me non irrilevante, l'intera analisi proposta dall'articolo un po' si arena, nonostante la ricchezza di cifre proposte.
Saluti, palmasco</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La mia grande perplessità su questo articolo bene informato e pieno di cifre, è che in realtà gli Stati Uniti producono e continuano a produrre libri di qualità, cioè un&#8217;editoria culturale, non soltanto nel settore universitario-saggistico-specialistico, ma anche nella narrativa, e non solo nella narrativa di best seller - nonostante l&#8217;articolo suggerisca che il loro sistema editoriale è malvagio.</p>
<p>Se la capacità e la bontà di un sistema editoriale si misurano nell&#8217;ampiezza di forme d&#8217;espressione dei libri che il sistema riesce a produrre, e nella diversità di autori e di approcci alla scrittura che è capace di sollecitare e presentare al pubblico, come l&#8217;articolo sembra volere affermare, allora non capisco il riferimento all&#8217;editoria americana come paragone negativo.</p>
<p>Su questo vizio di fondo, secondo me non irrilevante, l&#8217;intera analisi proposta dall&#8217;articolo un po&#8217; si arena, nonostante la ricchezza di cifre proposte.<br />
Saluti, palmasco</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: libraioincazzato</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/04/20/un%e2%80%99editoria-senza-editori-e-senza-librai/#comment-9546</link>
		<dc:creator>libraioincazzato</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1122#comment-9546</guid>
		<description>Finalmente un quadro e un abbozzo di analisi! Non ne potevo più di leggere gli interventi di Giulio Mozzi che non dicono niente. Riporto  il commento che ho messo in fondo al suo pezzo, subito dopo il commento di Paola che esortava chi vuol parlare di editoria a avere un po' del coraggio che fu di Shiffrin e di Salsano.

A me le parole di Mozzi suonano ambigue, e anche un po' superficiali. Si capisce solo che a lui il discorso sulla restaurazione non piace, anzi gli dà fastidio. Come se mettesse in pericolo la sua posizione!
Sembra che la cosa che gli sta più a cuore sia di dimostrare che non c'è niente di cui preoccuparsi. Non c'è nessun fenomeno preoccupante nella gestione odierna del mercato librario, né nelle concentrazioni editoriali, né nella distribuzione sempre più finalizzata ai bestseller, né in quei fenomeni che sia Shiffrin, sia Salsano denunciavano. Ripresi, e allargati anche alle pagine culturali e alla critica, da Carla Benedetti in un intervento che è stato pubblicato qui su Nazione Indiana. No, non esistono. Tutto va per il meglio. Ma io sento in questa tranquillità solo una gran voglia di mettersi i paraocchi. Non c'è un'analisi nel discorso di Mozzi. Cosa ha da ribattere sui meccanismi della distribuzione per esempio? I "fenomeni giganteschi", scrive in chiusura del suo pezzo, sono altri. Che ce li dica. Quali sarebbero secondo lui. 

Posted by libraioincazzato at 21.04.05 23:00</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente un quadro e un abbozzo di analisi! Non ne potevo più di leggere gli interventi di Giulio Mozzi che non dicono niente. Riporto  il commento che ho messo in fondo al suo pezzo, subito dopo il commento di Paola che esortava chi vuol parlare di editoria a avere un po&#8217; del coraggio che fu di Shiffrin e di Salsano.</p>
<p>A me le parole di Mozzi suonano ambigue, e anche un po&#8217; superficiali. Si capisce solo che a lui il discorso sulla restaurazione non piace, anzi gli dà fastidio. Come se mettesse in pericolo la sua posizione!<br />
Sembra che la cosa che gli sta più a cuore sia di dimostrare che non c&#8217;è niente di cui preoccuparsi. Non c&#8217;è nessun fenomeno preoccupante nella gestione odierna del mercato librario, né nelle concentrazioni editoriali, né nella distribuzione sempre più finalizzata ai bestseller, né in quei fenomeni che sia Shiffrin, sia Salsano denunciavano. Ripresi, e allargati anche alle pagine culturali e alla critica, da Carla Benedetti in un intervento che è stato pubblicato qui su Nazione Indiana. No, non esistono. Tutto va per il meglio. Ma io sento in questa tranquillità solo una gran voglia di mettersi i paraocchi. Non c&#8217;è un&#8217;analisi nel discorso di Mozzi. Cosa ha da ribattere sui meccanismi della distribuzione per esempio? I &#8220;fenomeni giganteschi&#8221;, scrive in chiusura del suo pezzo, sono altri. Che ce li dica. Quali sarebbero secondo lui. </p>
<p>Posted by libraioincazzato at 21.04.05 23:00</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: giovanni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/04/20/un%e2%80%99editoria-senza-editori-e-senza-librai/#comment-9547</link>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1122#comment-9547</guid>
		<description>Il libraio pare troppo incazzato (absit iniuria) per commentare. Giulio Mozzi, per quanto è dato vedere, fa l'editore al modo che lo intendevano, ai tempi loro (molto diversi da questi, tanto per chiarire), Vittorio Sereni, Elio Vittorini o Italo Calvino. Si è inventato una collana, anzi una casa editrice vera e propria, specializzata in testi di formazione e orientamnto professionale. Di più: ha cercato e trovato autori che guardano l'Italia con un occhio diverso, ha insomma proposto e tuttora propone una linea editoriale. Dica il libraio, non importa come qualificato, quali altri casi del genere conosce, in Italia o altrove; gliene saremo grati di cuore.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il libraio pare troppo incazzato (absit iniuria) per commentare. Giulio Mozzi, per quanto è dato vedere, fa l&#8217;editore al modo che lo intendevano, ai tempi loro (molto diversi da questi, tanto per chiarire), Vittorio Sereni, Elio Vittorini o Italo Calvino. Si è inventato una collana, anzi una casa editrice vera e propria, specializzata in testi di formazione e orientamnto professionale. Di più: ha cercato e trovato autori che guardano l&#8217;Italia con un occhio diverso, ha insomma proposto e tuttora propone una linea editoriale. Dica il libraio, non importa come qualificato, quali altri casi del genere conosce, in Italia o altrove; gliene saremo grati di cuore.</p>
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