La macchina e i funzionari

di Carla Benedetti

(E’ il testo del mio intervento all’incontro di Torino La restaurazione” che si è svolto al salone del libro il 9 maggio. Potete leggere una cronaca dell’inconto, più o meno completa, sui siti di Alderano e di Lipperini c.b)

Questo incontro è per lanciare un allarme, non per dire che siamo spacciati. Quando si dice che zone della terra sono a rischio di desertificazione, non vuol dire che ci sia già il deserto.
Il cosiddetto mondo della cultura, quello “ufficiale” s’intende, sembra non rendersi conto della desertificazione crescente provocata in questi anni da certi meccanismi economici e di mercato che agiscono intrecciati alla macchina pubblicitaria e mediatica, e che stanno restringendo le possibilità di espressione, di pensiero e di circolazione della cultura, imponendo formati, operando selezioni (non naturali) di strutture e di forme, anche mentali, clonando ciò che è già stato collaudato in vista di profitti facili e senza sforzo, cancellando possibilità. E tutto questo in una maniera così pesante da far impallidire il vecchio concetto di “industria culturale” introdotto da Horkheimer e Adorno nel 1947.
Non sono meccanismi ineluttabili e nemmeno invincibili. Però se non li nomini non puoi combatterli.

Sono anni che sentiamo ripetere che non ci sono più scrittori o intellettuali in Italia (qui leggi le risposte di Scarpa, Moresco e mia). E’ venuto il momento di dire che ci sono, ma che sono attivamente repressi dalle forze della restaurazione.

“Restaurazione” è allora una parola che serve a nominare un campo di forze in conflitto, mentre molti sembrano far di tutto affinché questo scontro resti invisibile, e che quei meccanismi appaiano come una cosa normale, che fa parte del corso naturale delle cose.

Parlare di “restaurazione” è già in sé una dichiarazione di guerra. E infatti, vedi che tipo di reazioni ha suscitato. Se è uno scrittore a parlarne gli dicono che parla così perché è invidioso degli scrittori che vendono più di lui. Se è un critico gli dicono che parla così perché ha un’idea elitaria di cultura e disprezza ciò che piace alle masse. Oppure che non sa accettare serenamente il ruolo marginale che ormai la letteratura, la filosofia e l’arte hanno nel mondo…. Come se quello che sta succedendo fosse una necessità epocale, e non il prodotto di forze, che agiscono anche in modo da cancellare la possibilità di pensare alternative all’esistente.

Dove stanno i restauratori? Non solo nell’editoria e nella distribuzione, ma anche nei giornali, nelle televisioni, nelle università… e anche nella mente di chi scrive in forma di divieti introiettati.

Ma in qualunque luogo essi stiano sono dei funzionari. Questa è la loro caratteristica principale e trasversale. Sono individui in cui la logica del funzionariato prevale sulla logica specifica dell’attività che svolgono. Nel caso delle grandi concentrazioni la sostituzione di editori con funzionari è addirittura letterale. In altri avviene in modo più sottile, nella forma di vincoli che determinano scelte obbligate. Sono vincoli di profitto (per esempio il 15% di rendimento immediato, calcolato libro per libro, i cui effetti devastanti sono stati ben descritti da Shiffrin nel suo libro Editoria senza editori), vincoli di mercato, di audience… Vincoli che vengono gerarchicamente anteposti a quelli specifici dell’essere editore, dell’essere giornalista, dell’essere critico, scrittore, studioso ecc., fino quasi a sostituirli.

Vincoli resi ancora più tirannici dalla necessità di conservare la propria postazione, di restare a galla, di mantenere il posto di lavoro (sempre in pericolo). Sappiamo bene come la precarietà del lavoro sia diventata una tecnica di controllo sociale. Anche nel campo della cultura ci sono schiere di persone ricattabili (vedi una delle tante interviste di Aldo Nove)

Ma la cosa ancora più importante da notare è che le forze della restaurazione, con tutte le loro procedure selettive e di censura, nel loro insieme formano una macchina (o una megamacchina, nel senso in cui usava il termine Gunther Anders nel suo libro L’uomo è antiquato ). Inutile quindi ragionare solo per settori e per singoli fenomeni separati. Perché se non vedi la macchina nel suo insieme, rischi di non vedere nulla.

Se parli di editoria non parli di narrativa - diceva per esempio Ferruccio Parazzoli su “Liberazione” del 29 aprile, rispondendo alle domande di Jacopo Guerriero. E anche la distribuzione - aggiungeva - è “un problema autonomo” che con “l’editor c’entra marginalmente”. La sua massima preoccupazione sembrava quella di tener separati i problemi. Invece è solo se non separi che riesci a vedere ciò che sta succedendo.

E’ ovvio che l’editor non può condizionare le scelte dei distributori, per esempio di ciò che la catena Feltrinelli decide di mettere in mostra, però è vero che le scelte dei distributori possono condizionare l’editor, portandolo a pubblicare solo quei libri che, secondo il suo fiuto, hanno più chances di passare attraverso quei cancelli. E se lo fa, diventa anche lui un agente di uniformità.

La normalizzazione dei formati è attiva in tutti i gangli della macchina, perché ognuno è in rapporto con l’altro e in grado di condizionarlo.

Il campo della cultura è tutto attraversato da selezioni e procedure di questo tipo, che agiscono a livello capillare, in una serie di reazioni a catena che si vincolano a vicenda. Comprese le pagine culturali dei giornali e dei media, compresi i cosiddetti “critici”, anch’essi dipendenti dalla stessa macchina, ormai trasformati in mediatori o in “fantini del libro” (come li ha definiti Tiziano Scarpa giocando con l’etimologia di disc jokey, fantino del disco”). Non occorre pensare che il critico di un importante quotidiano venga pagato dagli editori per promuovere libri che sono solo dei cloni di esemplari americani di successo. Basta la sua dipendenza dal consenso del pubblico e da altri mediatori a tenerlo dentro alla corrente, a farlo sottostare a dei vincoli che sono altri rispetto alle ragioni della sua attività. Soprattutto vincoli introiettati.

Già gli italiani, antropologicamente, non sono molto coraggiosi, né troppo inclini a prendersi libertà individuali. Preferiscono stare nella corrente. Si credono meno liberi di ciò che potrebbero essere. Le soggezioni e le autocensure sono molto forti. E’ una nazione molto disciplinata. La macchina della restaurazione, che è anche una macchina disciplinante, e che agisce sugli individui anche attraverso autocensure, trova dunque qui terreno facile, forse più facile che altrove.

Anche tra gli scrittori, certo. Costretti dalla macchina a fare qualche rinuncia, a sradicrasi da se stessi e dalle necessità della propria scrittura.

Ma anche in altri campi è lo stesso. Dovunque si cerca di imporre agli individui una rinuncia volontaria al proprio peso, alla necessità della propria voce, si richiede loro di staccarsi dalla radice, di non essere quindi più in alcun modo “radicali“.

Ma questo è appunto un altro aspetto della restaurazione, effetto di meccanismi che stanno entrando violentemente nella vita, nel bios, nelle forme mentali e di espressione. Persino in rete si assiste alla rinuncia volontaria all’identità, e quindi alla forza politica della propria parola, attraverso l’uso dei nickname (rimando a un mio pezzo). A riprova di come certe forme di potere sull’individuo siano state massicciamente introiettate sotto l’apparenza ingannevole di una pratica liberatoria.

Quindi cosa si può fare? Moltissimo. Quando si diagnostica un’infezione è per tentare di curarla. L’importante è decidere da che parte si sta. Perché non ci sono solo altre strade da percorrere, ma addirittura autostrade lasciate vuote per chi avesse voglia di puntare su qualcos’altro.

Ci sono nell’aria, mi pare, inquietudini e vibrazioni che debordano da tutte le parti rispetto ai formati impoveriti delle colture industriali del libro. Libri capaci anche di parlare a un vasto pubblico, in barba a tutti coloro che pensano che fuori dai romanzi clonati ci siano solo i noiosi sperimentalismi culturalisti da chiudere a pagina 3. Non è vero. Anche questa è un’idea-trappola con cui si cerca di chiudere il mercato del libro attorno a quei due o tre formati collaudati da cui di ricavare il massimo profitto con la minima energia. Invece i libri più vivi sono anche quelli che affascinano di più. Aspettano solo di arrivarci, fino al pubblico, se appena qualcuno in tutta la catena, non solo tra gli editori e i distributori, ma anche tra i critici e i giornalisti culturali, avesse appena un po’ più di coraggio…

136 commenti

  1. antivoltagabbana
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 03:24 | Permalink

    Quelli che fino a ieri erano ultrà berlusconiani e adesso si preparano al salto della quaglia e al riciclaggio. Tutto un abbandonare la nave, un imbellettarsi per piacere a sinistra. Giorgino che prende le distanze da Mimun, Sgarbi che passa col centrosinistra, la De Rosa… Massimiliano “Domenicale” Parente che scrive su Nazione Indiana e va ai loro convegni come relatore… E quelli lo assecondano. Ancora un po’, e Berlusconi nessuno ammetterà mai di averlo votato, sostenuto, omaggiato, venerato. Nessuno è mai stato berlusconiano. Questi mi fanno più schifo di Berlusconi. Questi, e chi li appoggia.

  2. antivoltagabbana
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 03:28 | Permalink

    Da l’Unità del 15 Maggio 2005

    Poveretto, come s’offre
    di Marco Travaglio

    Più che una notizia, sembra una barzelletta: Vittorio Sgarbi entra nel centrosinistra per fare il sottosegretario nell’eventuale governo Prodi. L’ha annunciato lui stesso (Sgarbi, non Prodi) al Corriere: “Con Prodi ci siamo parlati, mi ha detto che è d’accordo”. Sia chiaro che noi, all’ennesimo trasloco del pacato ed equilibrato critico d’arte, non crediamo. Ma qui non si può fare una battuta che subito qualcuno la prende per un suggerimento. E allora, nella malaugurata eventualità, ecco un breve promemoria. Vita e opere del Gondrand della politica italiana.
    Agli albori della carriera, fine anni 80, il giovane Sgarbi flirta con il Pci di Pesaro. Poi s’intruppa come indipendente nelle liste del Psi, per fare il sindaco a San Severino Marche. Alla fine riesce persino a guidare un monocolore Dc. Poi nel ‘90 entra in Parlamento, nelle liste del Pli. Dura un paio d’anni, poi arriva Mani Pulite e crolla tutto. Con agile guizzo, Vittorio Zelig tenta l’aggancio con Bossi, agevolato dal celebre “Forza Etna” urlato per invocare la distruzione degli antiestetici paesini sulle pendici del vulcano. Memorabile il suo colloquio col Senatur, in un camerino della Fininvest: “Grandissimo Umberto, sei l’unico che porta avanti le idee liberali, che dice cose sensate”. Ma Bossi non apprezza e si lascia sfuggire il Genio ferrarese. Che nel frattempo è sgattaiolato alla corte del Cavaliere, come misurato opinionista televisivo e candidato alla Camera per Forza Italia. Bossi, da grandissimo liberale, diventa “scemo”, “tordo tonto”, “ladro” e “razzista”.
    Dell’inossidabile coerenza sgarbiana fa le spese anche Berlusconi: appena eletto grazie a Forza Italia, Vittorio Gondrand lascia il partito e s’iscrive al gruppo misto. Ma continua a difendere i martiri della malagiustizia (Andreotti, Craxi, De Lorenzo, Berlusconi, Previti, Dell’Utri…) e a insultare i magistrati. Famoso un suo comizio a Palmi: “Ripetete con me: affanculo il procuratore Cordova!”. Dal pulpito armato di “Sgarbi quotidiani”, vomita improperi contro il pool di Milano (”Assassini!”) e di Palermo. Per lui il “vero mafioso” è Gian Carlo Caselli, “una vergogna della magistratura italiana, un colonnello greco, un fascista…I suoi atti giudiziari hanno portato alla morte” (8-12-94).
    Bastona chiunque si metta di traverso sulla strada del Cavaliere. Il presidente della Repubblica Scalfaro è “una scoreggia fritta”. Indro Montanelli “è un vigliacco, uno che ha tradito, fascista, razzista, antisemita. Sempre fascistissimo, nero come la pece! Un modesto giornalista, il più mediocre storico italiano. Adesso, fascista ancora, è guardato con tenerezza e ammirazione dalla sinistra che gli si è attaccata solo perché traditore… È il solito vecchio fascista che, nella sua turpe vecchiaia, sputa con impudicizia nel piatto in cui ha mangiato” (31-3 e 29-7-94).
    Il 7 aprile ‘95, sempre a “Sgarbi quotidiani”, addita Caselli come il mandante morale dell’omicidio di don Pino Puglisi. La prova? Una lettera anonima che lui legge integralmente, senza neppure precisare che è anonima: anzi, dice con fare circospetto che non può rivelarne l’autore. Nel dicembre ‘95 fonda il Partito Federalista con Gianfranco Miglio, poi non se ne sa più nulla. Nel febbraio ‘96 partorisce la Lista Pannella-Sgarbi, cui aderiscono subito statisti del calibro di Idriss e Don Backy, e annuncia il divorzio da Forza Italia. Poi divorzia da Pannella e rientra precipitosamente in Forza Italia per trovare un posto sicuro in lista e in Parlamento. Lì rimane, fra alterne vicende, fino a due anni fa, quando compare a “Otto e mezzo” per annunciare che il ministro dei Beni Culturali, l’odiato Giuliano Urbani, avrebbe un’amante e per descriverne minuziosamente le prestazioni. Lo cacciano da sottosegretario e l’impresa traslochi Sgarbi & C. riapre i battenti. Fonda con Giorgio La Malfa il Partito della Bellezza, subito abortito per mancanza di belli. Allora abborda il bel Mastella, che ha appena imbarcato Pomicino, ma non se ne fa nulla. Ora, dice,”ho deciso di puntare sulla Sbarbati”. Repubblicani europei (Fed). Avendo una condanna definitiva per falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato (in due anni di “lavoro” alla Sovrintendenza di Venezia si presentò in ufficio due giorni, risultato: 6 mesi e 10 giorni di reclusione) e qualche centinaio di processi per i suoi insulti a destra e a sinistra, ha un problema piuttosto impellente: conservare l’immunità parlamentare. Il solito idealista.

  3. sergio garufi
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 03:36 | Permalink

    Fino al giorno del convegno, o meglio fino al momento in cui hai letto il tuo intervento, io non ero completamente d’accordo con le tue tesi. Mi parevano viziate da un eccesso di pessimismo
    e di toni apocalittici (vedi la scelta lessicale di “genocidio”), dietro al quale si suggeriva implicitamente la presenza di una sorta di cabina di regia, o di grande vecchio, di un potere politico-editoriale, insomma, che faceva di tutto per boicottare la letteratura radicale promuovendo invece una cultura di massa costituita da prodotti consolatori e rassicuranti. Sarà che non conosco
    bene l’ambiente editoriale, e sarà pure che non amo le conspiracy theories, ma ero portato a credere che questa situazione, che così bene descrivi, fosse unicamente dovuta a mere logiche
    di mercato, piuttosto che a precisi indirizzi di politica culturale. L’effetto di asservimento delle masse, cioè il fatto che una persona priva di abitudini di lettura (giornali e libri) operi delle scelte con minor libertà ed autocoscienza, e quindi sia più condizionabile (dalla pubblicità o dalla televisione), è lo stesso in entrambi i casi; è solo che io non scorgevo alcun disegno in questo senso, mentre tu sì. Forse questo dipendeva dal fatto che nel mio lavoro (l’antiquariato), quella del restauratore è quasi sempre una figura nobilissima e specchiata, non certo il losco figuro che tratteggiate tu e Moresco. Ad ogni modo c’è stato un passo del tuo discorso, che qui hai ribadito, che ha messo un po’ in crisi il mio ottimismo, e cioè quando hai fatto il parallelo col lavoro precario e interinale, affermando che non nasce e si diffonde esclusivamente per ragioni economiche (il risparmio sui contributi per il datore di lavoro), ma anche e soprattutto come forma di “controllo sociale”. Questo non può essere un aspetto marginale del fenomeno, perchè chi è alle dipendenze con quel tipo di contratto è sicuramente più “ricattabile”, come dici tu, rispetto alle forme di assunzione tradizionale, tutelate dai sindacati e da una legislazione del lavoro più garantista.

    C’è, per esempio, chi ha parlato di flop, o di fallimento, a proposito del convegno sulla restaurazione, e questo perché è stato interrotto prima del dovuto, cioè prima che si sviluppasse una discussione sul tema, con la seconda tornata degli interventi, che avrebbero per forza di cose replicato ai precedenti, e con l’intervento del pubblico, che mi sembrava numeroso e competente. Non è stata questa una conferma della “repressione degli intellettuali”
    (quelli meno allineati)? Non è stato questo un modo repressivo e violento di trattare un evento del genere, negando la parola dopo averla accordata (e fra l’altro per cederla alle solite 4 chiacchiere col politico di turno)?
    Altro esempio illuminante: mi è stato detto che le ragioni per cui una testata ingessata e tradizionalista come il Corriere della Sera (anziché per es. Repubblica, che mi sarei aspettato più attenta al fenomeno della letteratura in rete) abbia ripreso la polemica sulla restaurazione e la monocultura dei bestseller, partita da qui e da L’Espresso grazie ai tuoi interventi, erano dovute unicamente al fatto che le direttive impartite dal nuovo vicedirettore (P.G. Battista)in materia di cultura erano “polemiche e scandali”, per cui lo scontro fa sì audience ma viene depotenziato, ridotto a caricatura, e in ultima analisi reso innocuo.

    E poi c’è la questione dell’autocensura, dei “divieti introiettati”, e anche in questo senso mi pare sia difficile contraddirti. Forse il parallelo più chiaro potrebbe essere quello dei telegiornalisti che taroccano le notizie a favore del governo, quasi sempre senza aver avuto precise direttive in questo senso (la tardiva e sospetta denuncia di Giorgino su Mimun di questi giorni). Questo spiegherebbe perché gli editor si adeguino a un certo tipo di letteratura di evasione promuovendo solo quel genere di libri e ostacolando invece la diffusione di opere più radicali. Ora, io non so se il pubblico dei lettori italiani, che secondo le ultime statistiche è il più miserabile d’Europa, sia maturo per certi libri, sta di fatto che se non glieli propongono nemmeno questa maturità resterà sempre una chimera. E’ un diallele insomma,
    un cane che si morde la coda, e dentro questo meccanismo ci stanno tutti: funzionari editoriali, editor, critici, distributori, librai etc. Se a tutto questo aggiungi poi che, antropologicamente, l’italiano non è mai stato un “hombre vertical”, secondo la definizione di Ortega y Gasset, cioè uno con la schiena dritta, hai allora l’esatta percezione della gravità del fenomeno.

    L’unica cosa su cui mi sento di dissentire è la questione dei nickname, che non mi pare c’entri molto, e la cui diffusione credo sia dovuta a motivi molto più futili (l’anonimato consente tante cose: l’impunità per l’insulto gratuito, il fingersi sostenitori di se stessi etc.)

  4. Lucio Angelini
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 08:40 | Permalink

    Ripropongo un contributo già inviato a Lipperatura:

    “Ricordo che anni fa, quando ancora *mi pregiavo* di frequentare la Fiera, a una presentazione dei Corti (EL) o Shorts (Mondadori Ragazzi), la magica Orietta Fatucci disse: “Sono l’editore, ovvero colei che COMMISSIONA ai propri autori i libri che di volta in volta le servono per le proprie collane”. Io, per fortuna, ero già stato estromesso (per indisciplina) dalla EL/Emme/Einaudi Ragazzi come autore, ma quella definizione di editore mi lasciò interdetto. La segnalo perché mi sembra ancora esplosiva e chiarificatrice dopo TANTO CONVEGNO:-)»

    Detto ciò, aggiungo che trovo stringato e calzante l’intevento della Benedetti, benché, allargando il campo e considerando la situazione ***mondiale***, vi SAREBBERO BEN ALTRE e PIU’ SPAVENTOSE MACCHINE da evidenziare, con particolare riferimento a quelle che attaccano e maciullano direttamente i bisogni PRIMARI (bere, mangiare, respirare), anziché limitarsi a condizionare la produzione delle opere con cui soddisfare il cosiddetto bisogno di affabulazione.

    Tu chiamalo, se vuoi, BENALTRISMO…

  5. Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 10:46 | Permalink

    Mi piace molto il finale del pezzo. Posto che mi trovo in uno stato di confusione, lo stesso in cui a mio modo di intendere e di volere (per ora…) versano gli stessi “operatori del settore”(dai funzionari editoriali ai critici agli stessi scrittori), è importante rimarcare più e più volte quello che Carla Benedetti ha sottolineato nel suo finale: spesso manca il coraggio, e da parte di tutta la “catena alimentare” del libro. Tenendo presente che l’editoria è un industria con le tipiche regole dell’industria: ma, essendo un’industria assolutamente atipica, si presta come nessun altra a variazioni, a esperimenti, a prove di coraggio imprenditoriale - e non solo. Anche il coraggio puo’ “pagare”, diciamolo. E non solo in termini di qualità dell’offerta, ma anche di risultati in termini di guadagno. Io di questo - nonostante la confusione- sono convinto, dacché sono anche convinto che il pubblico va stimolato adeguatamente, e in base ai giusti stimoli puo’ rispondere, appunto, positivamente. Ma in Italia si tende, un po’ in tutti i settori, a cercare di ottenere il massimo ( o medio) risultato col minimo sforzo. Tutto questo ci sta portando, meritatamente, allo sfascio.

  6. marco v
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 10:49 | Permalink

    .. mi trovo costretto ad essere supremamente banale: se accettiamo - anche solo in parte - la tesi della Benedetti (in particolare quando riflette sulla origine “antropologica” di molti comportamenti restauratori e disciplinati degli italiani) allora mi sembra che se ci si ragiona fino in fondo, radicalmente, c’è una sola, UNA SOLA, possibilità, UN SOLO possibile campo di intervento: la scuola.
    Se è davvero così drammatica la condizione dell’industria culturale l’unica maniera per immaginare una produzione letteraria differente e dal successo e dalle ricadute culturali differenti è aumentare vertiginosamente nel giro di due generazioni il grado di facilità e gusto per la lettura degli italiani - che ricordiamo leggono i giornali circa sette volte meno dei tedeschi, per dirne una, e che non hanno aumentato l’abitudine alla lettura dal 1955 (dati forniti dall’Aie insieme all’Istat).
    Ma questo, secondo me, significa anche che l’editoria di progetto, che un blog letterario come N.I. possono avere il merito di averlo intuito questo problema, ma non sarà risolto da loro. MAI. Dunque, perché continuare a puntare il dito contro l’editoria e la critica militante..?.. tutto sommato, fanno esattamente quello che gli viene chiesto: interpretano una società, rispecchiandone le esigenze e le peculiarità, immaginando e producendo oggetti che possano incontrare il suo favore. Oggi.
    Per il domani…

  7. Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 11:07 | Permalink

    A mio modo di vedere MarcoV. centra il problema in due parole.
    La letteratura( in buona parte) non è che lo specchio di una realtà di cui il clima è discretamente mefitico da molto anni per di più molti intellettuali italiani si adattano parecchio(vecchia malattia) anzi si iperdattano e perdendo di vista gli obiettivi di valore e ricerca si attardano, si perdono spesso in repellenti polemiche che alla fin fine sembrano palcoscenici in cui si vuole soltanto che emerga il proprio nome in caratteri luminosi, magari numinosi.

    A meno che non si usi il nick, che io detesto, che più che maschera è spessissimo copertura infantile a spetazzamenti e virulenze.

  8. Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 11:23 | Permalink

    C’è qualcosa che non gira: l’industria culturale asseconda un gusto generico, non ben identificato, ma dovrebbe essere più attiva nella formazione di un gusto più variegato. E’ qui che s’innesta il discorso sul coraggio. Caro Marco, non possiamo attendere un paio di generazioni. Per mia esperienza personale, quando a scuola ci andavo anch’io - e cioè vent’anni- fa gli stimoli a una lettura attiva erano veramente risibili. Non c’è mancanza di proposte di grande valore, l’industria sforna i suoi “panini pensanti” a getto continuo. Ma vi siete accorti che spesso si privilegia proporre lo straniero a scapito dell’italiano? Perchè lo straniero è già stato “testato” in mercati editoriali molto più accoglienti (penso soprattutto a quelli dei paesi anglosassoni). E se loro, gli stranieri vincitori, sono internazionali perchè partono da risultati importanti ottenuti “in casa”, anche i nostri “prodotti editoriali” potrebero essere internazionali, allo stesso modo. Ma se non vengono valorizzati qui da noi, come possiamo sperare in un’esportazione degli stessi? In conclusione, l’industria culturale italiana (così mi pare di capire al momento) è vittima di un’esterofilia anche comoda, quando potrebbe invertire la rotta dando più risalto al “prodotto italiano”. E’ mai possibile che, oggi come oggi, il nostro Paese debba essere sempre citato ed elogiato all’estero soprattutto per le auto di lusso, il metodo champenois dei suoi vini, il Parmigiano Reggiano? Eccheccazzo!Dove la mettiamo la nostra arte, la nostra immensa tradizione culturale e artistica? Manca un po’ d’orgoglio nazionale? Direi proprio di si. L’arte italiana, ancora oggi, non ha nulla da invidiare a quella di altri paesi, anzi. I francesi potrebbero insegnarci, nel senso di una difesa diciamo così protezionistica, molte cose: da una coraggiosa ed orgogliosa difesa, il passaggio a una coraggiosa proposta è a mio avviso concettualmente breve.

  9. Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 12:23 | Permalink

    Carla Benedetti:

    “Persino in rete si assiste alla rinuncia volontaria all’identità, e quindi alla forza politica della propria parola, attraverso l’uso dei nickname”

    Sergio Garufi:

    “L’unica cosa su cui mi sento di dissentire è la questione dei nickname, che non mi pare c’entri molto, e la cui diffusione credo sia dovuta a motivi molto più futili (l’anonimato consente tante cose: l’impunità per l’insulto gratuito, il fingersi sostenitori di se stessi etc.)”

    Concordo in pieno con la Benedetti.

    Sembra paradossale quello che sto per dire, ma gran parte del discorso sulla cultura, e sul nostro benedetto o maledetto Paese, passa dai nickname, che sono la spia lampante della nostra condizione di subalternità.

    Come si fa a cambiare le cose, che richiedono specialmente un gran coraggio e di esporsi in prima persona, se c’è chi ancora fa sentire la sua voce attraverso un nickname?

    Mi fa piacere vedere che i commenti, questa volta, salvo per il momento uno, portano tutti, così spero, la vera identità dello scrivente.

    Queste cose l’ho dette anch’io tempo fa, altrove.

    Ora le ripete (mi pare di averglielo sentito dire un’altra volta) la ben più autorevole Benedetti. Speriamo che finalmente si cambi registro!

    Il concetto è questo: di ciò che si scrive, occorre abituarsi ad essere responsabili, con tanto di nome e cognome.

    Bart

  10. Siddartha Rosteghin
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 13:51 | Permalink

    Ecco fatto, mi firmo con nome e cognome. Ma chi ti garantisce che siano reali? Dobbiamo aggiungere anche indirizzo e numero di telefono?

  11. temperanza
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 14:02 | Permalink

    Vorrei commentare l’ultimo commento, per ora ancora con il mio nickname e dire perché ho deciso di adottarlo, infatti non sono del tutto d’accordo con chi mi precede.
    Due considerazioni:
    1) questo sito, mi pare, e se mi sbaglio cade quello che sto per dire, ha accettato i nickname fin dall’inizio. Dunque è teoricamente e praticamente possibile che carla bendetti o altri intervengano sia come tali che con un nick name. Questa mera possibilità, anche se non praticata, toglie forza all’invito a rivelarsi.
    2) perché qui ci sono tanti anonimi? Un’ipotesi è che qualcuno, e io sono fra questi, senta odore di potere, in realtà “potere” è una parola grossolana in questo caso, ma spero che capiate cosa intendo. Basta l’odore del potere, o di una qualche supremazia, a volte, per mettere addosso una certa voglia di sbeffeggiarlo, e la beffa al potere è in maschera, soprattutto quando non è un potere materiale, che magari fa venir voglia di contestarlo diversamente. Io non intendo accusare N.I. di volerlo praticare, ma di fatto ha dato a molti quest’impressione. Inoltre, – forse perché la scrittura e la lettura in rete sono meno meditate – sembra che alcune persone si arroghino un’autorità morale, una maggiore decenza politica rispetto ad altri, una giustificazione più forte a dire le cose.
    3) obbligate tutti a rivelarsi, vale infatti secondo me quel detto che intima: o tutti o nessuno.
    Dunque il difetto sta nel manico, ciao a tutti

  12. temperanza
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 14:13 | Permalink

    L’ultimo commento per me era quello di Bartolomeo Di Monaco, scusate.

  13. Bernardo
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 14:35 | Permalink

    > Già gli italiani, antropologicamente, non sono molto coraggiosi, né troppo inclini a prendersi libertà individuali. Preferiscono stare nella corrente. Si credono meno liberi di ciò che potrebbero essere. Le soggezioni e le autocensure sono molto forti. E’ una nazione molto disciplinata.

    Il discorso di Carla Benedetti è abbastanza carino ma probabilmente affronta delle complessità superiori alle sue forze: mi sembra infatti che le sue “isole” di competenza iper-specialistica siano per lo più circondate da un “tessuto connettivo” di qualità più scadente, come testimonia l’incredibile paragrafo che ho riportato, degno delle barzellette in cui c’è un italiano, un tedesco, un francese eccetera. Ma dovendo tradursi in “azione”, al posto di una complessità che potrebbe diventare paralizzante, è ben necessario che la faccenda venga semplificata in termini moraleggianti, che sono da sempre i più “accessibili”, attraverso un’inverosimile “narrativa” che vedrebbe un gruppuscolo di “risvegliati” (coloro che sono in qualche modo riusciti ad affrancarsi dai “divieti introiettati”, e sono quindi evasi dal funzionariato) agire disinteressatamente, cioè esclusivamente rapporto alle determinanti artistiche del proprio campo (pensato di volta in volta come del tutto autonomo oppure strettamente connesso alla realtà sociale - senza contraddizione logica: semplicemente separando i diversi momenti dell’opportunità) in favore di masse deficienti, ed in contrasto all’azione di certi “risvegliati male” che hanno evidentemente optato per il “lato oscuro della forza”. In altre parole, la sua rappresentazione del campo antropologico non mi appare né completa né equilibrata, anche se ben decodificabile da una logica di smarcamenti tattici entro un campo intellettuale periferico.

  14. Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 14:58 | Permalink

    A Siddartha eccetera.

    Mi pare chiaro che quando dico nome e cognome, intendo quelli veri. Puoi scrivere anche Luigi Rossi o Mario Bianchi, purché siano veri. Se no, sempre di nickname si tratta. L’indirizzo o il numero di telefono… beh, non ci siamo capiti, mi pare

    A temperanza.

    L’uso del proprio nome è il solo modo di essere veramente credibili in ciò che si dice. Firmare le proprie convinzioni significa riuscire in qualche modo a dare loro una certa autorità, un certo potere.

    Il nickname, per quanto sincere e convinte siano le espressioni di chi se ne serve, racchiude in sé una debolezza, una paura, un gesto che somiglia sempre a quello di colui che tira il sasso e nasconde la mano, o a colui che grida: Armiamoci e partite.

    Si può scrivere, qualche volta, delle stupidaggini (a chi non è mai accaduto?), di cui magari ci si pente subito dopo aver postato. Ciò giustifica la prudenza che si nasconde spesso sotto l’uso del nickname? Credo di no.
    Anche nel dire le stupidaggini si deve sempre esercitare il nostro dovere alla responsabilità.

    Nessuno va in galera o si compromette la reputazione, se qualche volta dice delle corbellerie.
    (Qualcuno potrebbe irridermi, dicendo che ne sto abusando io :-)).

    Ne faccio una questione di civiltà, di maturità, di crescita.

    Il fatto, magari, che anche in altri Paesi se ne faccia uso (non lo so)non modifica le cose. Potremmo essere noi a dare l’esempio, no?

    A proposito dell’intervista sul Times ai Wu Ming si è detto che noi abbiamo la mania di parlare solo di scrittori stranieri, ignorando quelli che abbiamo in casa.

    Bene, perché non parlarne davvero e aiutarli a farsi conoscere?

    Con le mie poche forze io lo sto facendo, aiutato da un piccolo editore sconosciuto quanto me, e coraggioso più di me, Marco Valerio. Chi va nel mio sito, (www.bartolomeodimonaco.it) e nella Home clicca su LE MIE LETTURE, vede il lavoro che vado facendo e i libri che sono usciti al riguardo. Nel 2006 ne uscirà un altro dello stesso tipo.

    Addirittura vado riesumando ottimi scrittori finiti nel dimenticaio, solo perché oggi la moda è cambiata e non si guarda più al valore intrinseco dell’opera.

    Questo lo dico, non per vantarmi, ma perché alle parole bisogna sempre far seguire i fatti, e firmarli con il proprio nome e cognone. Quelli veri!

    Bart

  15. temperanza
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 15:14 | Permalink

    Per me più che la “semplicità”, la cosa davvero curiosa nel discorso di benedetti, vista la chiamata alle armi e l’impostazione etica che vuole dargli, è che parli così poco, se non en passant, di università, un nodo marcissimo della società italiana, con criteri di selezione in cui la cooptazione, di per sé cosa neutra, sfiora la pratica mafiosa, molto più che nell’editoria, dove se non altro il discorso, nella sua brutale economicità, è più chiaro. Eppure l’università è parte della grande macchina della formazione, momento cruciale per il futuro di questo paese, e non credo che lei sia un’assegnista di ricerca, sarà come minimo un’associata.

  16. Lucio Angelini
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 16:53 | Permalink

    Se qualcuno dei Titolari mi supplica:-) espressamente di inviarla per Nazione Indiana, avrei una bella sintesi di un dibattito svoltosi in icl sul tema dei nick e del loro perché. Si intitola ‘Simona Vinci è uscita dal niusgruppo’.

  17. Bernardo
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 18:31 | Permalink

    Il nickname presenta degli ovvi vantaggi, ai quali uno rinuncerà soltanto in vista di adeguate contropartite. Per esempio quando, intravedendo la possibilità di impegnarsi in un dialogo serio in un ambiente ricettivo e neutrale, riterrà di poter andare a produrre degli interventi che, complessivamente, possono formare una “connotazione” immaginata come positiva (da un punto di vista personale e/o sociale) e che quindi vorrà vedere “convogliata” (capitalizzata) sul proprio nome. Dipenderà dunque tanto dalle intenzioni e strategie del soggetto quanto dalla percezione del contesto d’interazione. Per esempio, se in un posto principalmente si cazzeggia, quale “claque” (ancorché plebea e magari riottosa ma con tutta evidenza prescindibile) al discorso dei cosiddetti “autori autorizzati”, sarà abbastanza futile andare ad impegnarci la cosiddetta “immagine”. In fondo, alla nostra presunta razionalità si accompagna pur sempre una caterva di residui arcaici: penso sia difficile rimanere davvero impassibili alle offese portate al nostro “nome vero”. Appurata questa sopravvivenza di “pensiero magico”, conviene ricorrere ad un nickname, che uno potrebbe comunque rivendicare “in toto” alla fine dei giochi.
    L’uso retorico della questione da parte di Carla Benedetti, rivela secondo me una concezione di Internet quale risorsa di “pubblico aggiuntivo”, e non di potenziali interlocutori. Come per il pubblico “tout court”, passivamente rappresentato da ambigui “mediatori”, oppure brutalmente soppesato attraverso applausi, acquisti o l’auditel, se ne dà per scontata la “buona volontà culturale” - ovvero una disarmata docilità alle violenze simboliche - elemento questo che unisce le diverse frazioni dei ceti dominanti (seppure tra di loro ferocemente rivali) in una sostanziale solidarietà. Ma forse tutto ciò è davvero inevitabile. “La stessa collusione inconfessata regola i rapporti dei seduttori con le loro vittime e degli impostori deliranti con la folla istupidita; ne consegue l’opportunismo dei bricconi: la grossolana mistificazione si ordisce, vi insisto, in connivenza più o meno dichiarata con le vittime che, nella misura in cui consentono all’impostura, hanno ben meritato il loro imbroglio. Ingannatori ed ingannati sono in combutta. Tutti mentitori, falsari e buffoni. Sono tutti degni gli uni degli altri.”

  18. carla benedetti
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 18:55 | Permalink

    cara temperanza,
    mi domandi come mai non parlo molto dell’università. A parte che non si può parlare di tutto nello stesso tempo, a parte che ne ho parlato in altri luoghi (per esempio in saggio intitolato “I virus del potere non ci arrivano per posta”, nel volume “Patrie impure”, a cura di B. Centovalli, Rizzoli, 2004), a parte che sono stata denunciata per diffamazione dal prof. Walter Pedullà, mio collega universitario, a parte tutto questo, ti faccio notare che io mi firmo col mio nome, ed è solo per questo che tu puoi andare a verificare la coerenza del mio comportamento in un altrove rispetto a questo mio scritto.
    Se mi firmassi Giustizia non mi potresti venire a dire queste cose. E’ chiaro?
    Non così di te, che ti mascheri dietro una delle quattro virtù teologali, ma potresti essere benissimo il guardaspalle del suddetto. Ecco a cosa possono anche servire i nomignoli di copertura. Dico “anche”, perché è chiaro che l’anonimato può essere in certi casi anche un’arma. Ma non quando si discute di editoria, mi pare, o di cultura, o di politica ecc.
    Lo dice ancora meglio Bartolomeo di Monaco: “i nickname sono la spia lampante della nostra condizione di subalternità. Come si fa a cambiare le cose, che richiedono specialmente un gran coraggio e di esporsi in prima persona, se c’è chi ancora fa sentire la sua voce attraverso un nickname?”
    Lo dico anche per rispondere a Sergio Garufi. Comunque grazie, Sergio, di tutti i commenti illuminanti da “restauratore”. Sì, è un peccato che l’incontro sia stato interrotto e non abbiano potuto intervenire tutti, e anche i non previsti. Pensavamo di avere due ore, e invece abbiamo potuto utilizzre la sala solo per un ora e dieci, è un vero peccato!
    Quanto ai giornali che riducono a caricatura le discussioni trasfromandole in “polemiche” non è da ora, e io ne so qualcosa per averne già fatto le spese, già al tempo del mio libro “Pasolini contro Calvino”.
    Franz, mi piace l’immagine della “catena alimentare” e anche i “panini pensanti” , quasi tutti stranieri..!

  19. Bernardo
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 21:18 | Permalink

    Un discorso che abbia bisogno di verificare la “coerenza di comportamenti” da parte degli interlocutori è ovviamente un discorso “sui generis”, che non si basa sul confronto diretto tra idee esprimibili (ritenuto probabilmente impossibile in ragione delle distanze culturali o del livello di impegno richiesto) ma il consueto ed innocuo pseudo-confronto basato sul malinteso, sui cerimoniali di esibizione e soppesamento dei titoli di legittimità, culturale o morale che sia. Per me una “coerenza di comportamenti” da parte di Carla Benedetti sarebbe un optional del tutto inessenziale: se per sopravvivere dovesse un poco “trasgredire” direi “pazienza!”.
    Io non escludo neppure che i suoi libri contengano una formulazione delle sue tesi assai più forte e convincente di quanto visto qui (ma io li leggerò soltanto quando ad essi “punterà” qualcuno degli autori che considero essenziali e nei quali ripongo la mia fiducia - si tratta di un semplice criterio euristico in un regime di scarsità di risorse). Quello che critico è soltanto ciò che leggo qui, che mi convince sempre meno.

    “Il malinteso non è semplicemente la truffa: stabilisce tra gli uomini un certo ordine provvisorio che, pur non rimpiazzando l’intesa trasparente e senza secondi fini, vale tuttavia più della discordia aperta. Male reso necessario dalla stupidità e cattiveria degli uomini, si può dire che consiste nell’intesa discordante o nel disaccordo accordato, mantenuto ad ogni costo in equilibrio fino al giorno del capitombolo. Il malinteso intreccia tra quei cannibali che noi siamo una specie di “modus vivendi”, e tutto un cerimoniale convenzionale di legami immaginari, di falsi screzi e di pseudo-riconciliazioni. Non è quindi sufficiente dire che il malinteso ha una funzione sociale, dato che è la socievolezza stessa; colma lo spazio tra gli individui con l’ovatta e il piumino delle menzogne ammortizzanti, trasforma il barbaro e spigoloso predatore in un falsario civilizzato; i frodatori infatti non si sopporterebbero se dovessero approfondire la loro condizione, e la franchezza totale, la diafana lealtà, avrebbero ben presto come conseguenza di trasformare il loro ordine in una giungla frenetica.” V.Jankelevitch

  20. temperanza
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 21:18 | Permalink

    cara Carla benedetti, grazie di avermi risposto. Mi dispiace che non ci si possa guardare in faccia, a queste righe dei commenti, così “parlate”, manca il corpo che nella comunicazione aiuta.
    Due cose, non era un attacco alla tua persona, era una considerazione sul metodo, o anche se vuoi un attacco al metodo. Il punto vero qui, e vedo che altri lo hanno notato, è la scuola. E’ vero che non si può parlare di tutto, ma il punto cruciale non è questo delta in cui tutto va a finire, ma la sorgente del fiume e il suo corso.
    Seconda cosa, tu hai a mio avviso contemporaneamente ragione e torto, perché è vero che io qui mi chiamo temperanza e tu carla benedetti, ma è anche vero che per come questo sito si è configurato, teoricamente potresti essere carla benedetti e temperanza. La mera possibilità che tu possa essere al tempo stesso sia carla benedetti che temperanza, rende di fatto debolissima la richiesta di non usare un nick. E’ questo che non funziona. Stavo per usare il mio vero nome, quando ho aggiunto il commento sull’università, perché è scocciante giocare questo gioco troppo a lungo, ma poi non lo ho fatto anche per una questione di puntiglio, non oso dire di principio. Tu posti e commenti, io commento, sono uomo/donna massa. E’ questo che vorrei sottolineare. Tu sei un professore universitario, molti qui potrebbero essere dei precari molti deboli economicamente e socialmente. Non ti accuso certo perché lo sei, né voglio dire che tu useresti questa debolezza a loro svantaggio, voglio solo sottolineare che ci sono anche qui – di fatto – posizioni di debolezza e di forza, che ci sono persone che potrebbero parlare con uno, due, tre nick, e anche con un nome vero e dieci nick. C’è qualcosa che non funziona e non può essere ascritto solo alla debolezza etica dei commentatori anonimi, nel momento in cui qui “tutti” useranno il loro vero nome e solo quello, allora anch’io lo userò, e dirò anche mi chiamo così, prima ero temperanza. Adesso mi è venuta una certa ostinazione, mannaggia, perché penso di aver toccato un problema vero.

  21. Nick Names
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 22:38 | Permalink

    Che solfa straordinaria. I nick names vigliacchi, la rinuncia all’identità, l’autocensura il controllo sociale, che altro?
    Per me Carla Debenedetti è un nick.
    E come lei molti altri, nomi di soggetti svuotati d’identità.
    Notte, fittizi.

  22. Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 22:39 | Permalink

    Per carità, sei libera di fare quel che ti pare.
    Io sono il signor nessuno. Massimo rispetto per gli altri e un po’ anche per me stesso.

    Ecco perché, se devo dire una cosa, la dico.

    Non prendertela, perciò. Non è la fine del mondo se la pensiamo diversamente.

    Bart

  23. Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 22:40 | Permalink

    x temperanza,

    come sempre succede quando si desidera cambiare le cose, e in questo cambiamento, ovviamente, ci si crede, qualcuno deve cominciare, dare l’esempio.

    Comincia tu a dire chi sei. Forse nessun altro ti seguirà, o pochi. E allora?

    Se continui a nasconderti dietro un nickname
    non solo sei massa anonima, ma ti sei deliberatamente cancellata, non credi?

    Quelli che qualche volta usano il nome vero, e qualche volta il nick, non hanno ancora risolto la loro ambiguità.

    In questa scelta di affermarsi come persona, di far valere la propria individualità, di attestare il proprio coraggio, il proprio voler esserci in prima persona e anche in trincea, quando occorra, nessuno ci può aiutare. E’ una scelta interamenente ed esclusivamente nostra.

    Non nascondo che mi dispiace molto se questo valore così grande viene confuso e ricoperto da giustificazioni che sono tutte fasulle e, perché no?, colpevoli.

    Bart

  24. Nick Names
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 22:53 | Permalink

    Cazz… Benedetti, “Carla Benedetti è un nick”, che Debenedetti, porconick infame, errata corrige…

  25. Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 22:55 | Permalink

    Non so dove sia finita la risposta che ho postato per temperanza.

    Volevo dirti che sei padronissima di continuare a usare il tuo nickname, ci mancherebbe!

    Io non sono d’accordo, per i motivi che ho detto, e di cui, credimi, sono arciconvinto, come, del resto, tu dei tuoi.

    Se ci sono congiure, secondi fini, e così via, che consiglino di usare il nickname, tutto ciò non tocca la sostanza di quanto ho detto.

    Usare il nome vero non è mai un rischio, secondo me. Altrimenti come ci si dovrebbe comportare in tante, innumerevoli situazioni a cui ci mette di fronte la vita? Quanti nickname dovremmo usare?

    Ciao.

    Bart

  26. giovanni neri
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 23:02 | Permalink

    da tempo uso solo nick name e per una ragione terra terra: spesso scrivo da una postazione da cui non dovrei scrivere. Se scrivessi nero su bianco il mio nome e qualcuno si rendesse conto che in quell’ora svolgevo un lavoro retribuito, bhe, non avete bisogno d’altro…Sono codardo?, si’ non posso permettermi, al momento, causa cagionevole salute, di dormire sotto i ponti. Comunque volevo dire a Bernardo e a Temperanza che in buona parte condivido quello che scrivono. Vorrei altresì chiedere alla signora C. Benedetti che cominci a fare proposte concrete: i suoi discorsi li sento anche da persone che fanno marketing e che ritengono superfluo l’art.18 e che votano a sinistra. Questi signorini quando fai balenare l’idea di una certa schizofrenia di pensiero-azione reagiscono in modo non proprio composto e, se sei subalterno, rischi pure di ritrovarti mobbizzato. La Signora Benedetti non sembra (per personale comportamento) appartenere a questa schiatta e proprio per questo dopo la predica urbi et orbi le chiederei un’analisi mirata del reale e indicazioni concrete o iniziative da seguire.
    con rispetto, affetto e stima

  27. temperanza
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 23:03 | Permalink

    caro BDM, c’è un equivoco, io > essere massa, mi ha divertito proprio questo, il gioco ha ancora un certo potere nella mia vita. Giocare non ha mai impedito a nessuno di essere anche molto serio contemporaneamente o altrove. Questo di N.I. per me non è uno spazio sacro e sarei passata subito al mio nome, per pigrizia o sazietà, se non avessi capito che qui sul nickname, si gioca qualcos’altro. Tra l’altro ai miei occhi non mi sono cancellata affatto, certo ai tuoi, ma non so chi tu sia, non hai un ruolo nella mia vita e non sei per me (anche se forse lo sei per altri) un’autorità morale. Ti dico subito, perché davvero il tono mancante della voce può far danno, che lo dico senza nessuna aggressività, è più che altro una presa d’atto della scena del crimine. Per queste ragioni accetto senza drammi di essere ritenuta colpevole di non far valere la mia individualità. Una delle ragioni per cui insisto a non farla valere è intanto perché non me la sento debole, ma soprattutto perché a questo punto ho capito più cose che all’inizio, e cioè che se non viene fatta un’analisi dei rapporti di potere in questo blog da chi questo blog – forse non potendone ormai più – lo “governa” o è in posizione predominante, io non posso fidarmi che l’analisi del potere fuori di questo blog, nel mondo editoriale, critico, intellettuale, sia sensata, approfondita, ragionevole. E qui non viene fatta. Chi ha iniziato questo blog, così com’è configurato, è cieco di fronte alla sua natura e non si rende conto che non c’è un potere cattivo, quello grande degli altri, e poi non-potere buono. Il potere ha molte facce, ed esiste anche quando chi se lo trova addosso preferirebbe non averlo. In effetti non averlo è più comodo. Su questo problema, che ha, a mio parere, un sintomo evidente nella presenza carnascialesca di tanti nick debordanti, qui su N.I., si parla mi pare in termini moralistici, che non hanno mai sostituito l’analisi, mia vecchia passione. Perciò insisto.

  28. temperanza
    Pubblicato 16 Maggio 2005 alle 23:16 | Permalink

    però, sapete che cosa vi dico? mi trovo noiosissima, questa storia dell’analisi del potere e della reazione al potere da parte dei nick evidentemente è una specie di fissazione che mi è venuta leggendo il pezzo sul comico di Montesano, ognuno ha la sua ottica microscopica e questa è la mia, scusa BDM, e anche gli altri, spero che almeno qualcosa di quello che ho detto fosse sensato. Buonanotte a tutti

  29. Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 06:48 | Permalink

    X temperanza

    Ieri sera ti ho scritto, ma non vedo il post.
    Non vorrei esserti apparso maleducato, quindi ripropongo le poche righe che dicevano in sostanza che sui nickname i nostri punti di vista restano differenti, e in questo non c’è affatto niente di male. Io resto convinto di ciò che ho scritto, e tu altrettanto.
    Il mondo va avanti lo stesso. Male, ma va avanti. Potrebbe andare meglio, però… :-)

    Buona giornata.

    Bart

  30. Bernardo
    Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 11:16 | Permalink

    Mi pare di aver capito che:

    1) N.I. è uno spazio Internet attraverso cui una trentina di autori (in maggioranza scrittori, mi pare) uniti tra loro da vincoli di amicizia o anche da semplici “affinità elettive”, pubblicano liberamente dei materiali che ciascun autore, autonomamente, ritiene interessanti.

    2) N.I. si è data esplicitamente una norma etica che esclude l’autopromozione (recensione incrociate) o più in generale lo scambio di favori tra i propri membri, anche per marcare una differenza con un disprezzato andazzo generale.

    3) E’ stato ribadita più volte la natura “volontaristica” e “disinteressata” di tale attività, ed esclusa ogni ricerca di pubblicità (principalmente sulla base del fatto che alcuni dei suoi membri non ne avrebbero ormai bisogno alcuno.)

    Cosa ci può essere di sbagliato in tutto questo? Perché un navigante di Internet non dovrebbe essere semplicemente riconoscente di questa opportunità che gli viene offerta, del tutto gratuitamente? E quindi commentare sempre con generosità e rispetto, ricordando che a “caval donato non si guarda in bocca” e che nessuno è obbligato a frequentare dei posti che non gli aggradano?

    Il problema, a mio parere, sta nel fatto che i punti 1) 2) 3) sono certamente positivi, ma se anche venissero “creduti” con fede perfetta (cosa che personalmente mi appare un po’ problematica) non basterebbero certo a chiarire un contesto - parte dello “spazio intellettuale” apertosi su Internet - assai complesso. Vi è dunque un numero enorme di aspetti che vengono lasciati “tra le righe” e che quindi danno luogo ai più terrificanti ed estenuanti malintesi.

    Uno degli aspetti maggiormente in ombra mi sembra essere il genere di “invito” offerto al pubblico generico, ovvero le modalità ed i limiti dell’interazione che viene proposta. Non si tratta certo di un problema facile: è certamente antipatico esplicitare (e quindi dover giustificare) delle “barriere” - costituite da quelle forme peculiari di legittimazione e di esclusione che un gruppo deve comunque darsi. Si preferisce lasciare che queste siano implicite, ovvero che sia la “realtà dei fatti” ad espletare queste amare necessità. Si preferisce, in altri termini, affidarsi all’autoregolazione (d’altra parte si tratta della stessa politica di fatto che l’umanità attua di fronte a problemi immani come “la fame nel mondo”).

    Lo spazio dei commenti, d’altra parte, è sempre stato piuttosto celato. Soltanto ultimamente, dopo che Giulio Mozzi ne ha dato un meritevole esempio, viene talvolta aggiunto all’intervento un link esplicito a tale spazio, di cui nulla, nella “facciata” del sito, e - aspetto molto significativo - neppure nel “chi siamo”, indica l’esistenza.
    Questa distinzione è perlomeno un indizio della separazione, che comunque si intende mantenere, tra “autori autorizzati” e pubblico partecipante. Diciamo che lo spazio dei commenti è una sorta di optional lasciato “privo di presidio”: ci si può postare quello che si vuole, con nickname oppure con cognome, nome e codice fiscale, ma non c’è alcuna promessa di “attenzione”, nessun senso di una rilevanza implicita in tale atto.
    Io credo che sia proprio l’inevitabile percezione della essenziale futilità di tale contesto a determinare la prevalenza dei nickname, come anche il carattere spesso programmaticamente ostile di certi commenti, come anche le curiose stratificazioni dei (relativamente scarsi) partecipanti, sulle quali non voglio però stare a dilungarmi.

    Comunque è del tutto evidente che gli “autori autorizzati” intervengono soltanto quando fa loro comodo, spesso solo quando l’interlocutore, lasciato spesso a parlare al vento, finalmente offre loro il destro di una risposta esemplare: cioè facile, sbrigativa, tagliente. Spesso c’è anche il sospetto che facciano uso di personaggi fittizi per compiere alla buona il “lavoro sporco”, cioè quelle piccole vendette emotive che non è certo il caso di associare al proprio nome. Solo così si possono spiegare certe incredibili “inconsistenze”.

    Ma questi sono i limiti e di questo occorrerà accontentarsi, perché è chiaro che essi sono legati a dei limiti “strutturali” probabilmente insuperabili. C’è evidentemente un lungo percorso di maturazione a fronte delle esplosive potenzialità di Internet, e Nazione Indiana rappresenta soltanto uno degli spazi di sperimentazione, e forse, in un’ottica evolutiva, un vicolo cieco.

  31. temperanza
    Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 11:51 | Permalink

    Questo lo chiamo un discorso articolato, le implicazioni sono molte, serie, ed è un peccato eludere i problemi. Ma sono certa che il tempo porterà allo scoperto i nodi davvero cruciali di questo meccanismo e forse troverà, non dico delle soluzioni, ma delle regole abbastanza condivise e più democratiche, senza per questo accusare o demonizzare nessuno, per ora è lo stato delle cose, la natura dello strumento a far emergere queste ambiguità e contraddizioni. Ciao a tutti.

  32. federico
    Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 12:48 | Permalink

    Io c’ero a Torino, e mi è spiaciuto molto dell’interruzione. L’intervento che ho apprezzato di più comunque è stato quello breve e intenso di
    Massimiliano Parente.

  33. sergio garufi
    Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 13:24 | Permalink

    Sono stati molti gli interventi interessanti.
    Lucido e brillante quello della Benedetti, appassionato e vibrante quello di Moresco. Parente ha questa sua originalissima cifra stilistica, che si riscontra sia nei pezzi del Domenicale che nel discorso di Torino, fatta di un periodare incalzante, sporco, incazzoso e viscerale, che a me non dispiace per nulla. Mi ricorda un brano inedito di Manganelli, di Manganelli prima che diventasse il Manga; cioè del 1952, quando aveva solo 30 anni ed era in piena tempesta ormonal-culturale. L’ha pescato Cortellessa in quello scrigno prezioso che è il Fondo Manoscritti di Pavia, dove giacciono sepolte chissà quante chicche del genere.

    Dice: “Bisogna arrivare a parlare di cultura come si parla di figa: diciamolo chiaro, se la cultura, se il pensare non è vitale, se non impegna proprio le viscere (e non metaforicamente, perché il pensare è cosa totale come il morire, è un fatto, un vero e tangibile oggetto), se non ha anche addosso qualcosa di sporco, di fastidioso, di disgustoso, com’è di tutto ciò che appartiene ai visceri; se non è tutto questo, non è che vizio, o malattia, o addobbo: cose di cui è bene e anche necessario e onesto liberarsi (spogliarsi) totalmente”.

    [Quaderno 10.3.51-2.11.52]

  34. Franco
    Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 13:33 | Permalink

    Bisogna parlare di cultura, come si parla di figa. E di solito, chi parla tanto di figa è proprio chi non la vede mai.

  35. Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 13:35 | Permalink

    Come diceva l’avvocato: io non parlo di donne, io parlo alle donne… E così con la cultura. O no?;-)

  36. sergio garufi
    Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 13:40 | Permalink

    giusto franz, è proprio così. difatti io non mi vanto mai dei libri che mi sono fatto :-)

  37. Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 13:55 | Permalink

    E fai benissimo, grande Sergio. Quindi, il primo che parla di un libro che ha “letto” è uno sfigato;-)

  38. Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 14:14 | Permalink

    Cara Carla, io in un mio resonconto poi segnalato dalla più famosa mardin ti davo contro. Ma tu non lo hai segnalato e quindi mi sento censurato. Censurato dai censurati. In un certo senso sono anche più forte di voi… :-D

  39. Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 14:41 | Permalink

    Mi attacco all’ultimo intervento di Franz Krauspenhaar sul parlare dei libri letti.

    Sono dispiaciuto che nessuno abbia dedicato, dopo la sua uscita, qualche riga a Perceber.

    Ne ho scritto qui:
    http://xoomer.virgilio.it/badimona/Colombati.htm

    e metto la recensione al servizio di NI, se crede opportuno pubblicarla.

    Si è parlato di editori coraggiosi e di libri coraggiosi. Il libro di Colombati lo è. Lo è anche l’editore Sironi, e soprattutto il progetto che presso quella casa editrice porta avanti Giulio Mozzi.

    E’ vero che di Perceber si è parlato molto (troppo) prima, ma ora che è uscito, si tratta di aiutare un progetto editoriale, e il libro di Colombati, fra l’altro, pur difficile e ambizioso, merita.

    Bart

  40. Fake di Angelini
    Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 17:42 | Permalink

    Per Bernardo. Contesto recisamente il punto 3 [E' stato ribadita più volte la natura "volontaristica" e "disinteressata" di tale attività, ed esclusa ogni ricerca di pubblicità (principalmente sulla base del fatto che alcuni dei suoi membri non ne avrebbero ormai bisogno alcuno.]

    A parte il fatto che dell’esistenza dell’80% dei componenti il CHISIAMO di N.I. ho saputo proprio
    visitando il sito [ecco uno dei possibili ritorni della rivista: far circolare i nomi] e che il restante 20% ha una popolarità variabile [qualcuno è noto solo agli addetti ai lavori, qualche altro un po' di più] la storia della natura “disinteressata” di tale attività è da prendersi cum grano salis. A chiunque scriva non può che piacere l’idea di mostrare i propri articoli, anziché lasciarli nel cassetto, non per vanità, ma perché scrivere è un atto di comunicazione e se non ci sono destinatari la comunicazione abortisce. In più spesso in questi articoli si parla di libri più o meno legati alle scuderie di appartenenza dei vari titolari o a quelle dei loro personali amici… Inoltre scatta inevitabilmente il meccanismo del Pavarotti & Friends. Gli artisti si esibiscono gratis, è vero, a favore dei derelitti di turno (mi viene in mente la parodia del comico televisivo che imita Pavorotti e cita continuamente “i poveri bambini del Liechtenstein”), ma il ritorno d’immagine è garantito per tutti.
    Insomma: da un lato non vorrei apparire ingrato per i benefici ricevuti [gli articoli sono spesso oggettivamente interessanti, le poesie molto meno]
    o eccessivamente malizioso, dall’altro mi rifiuto di pensare ai titolari di Nazione Indiana come ad altrettante Madri Terese di Calcutta:-)

  41. Fake di Angelini
    Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 17:46 | Permalink

    ***Pavarotti*** imitato da Marcello Cesena.

  42. Franco
    Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 22:08 | Permalink

    Crozza. Non Cesena: Crozza.

  43. helena
    Pubblicato 17 Maggio 2005 alle 22:35 | Permalink

    Oh Lucio, Madre Teresa l’hanno fatto santa e chi di noi aspira alla santità? Detto senza stizza niuna.

  44. extreme
    Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 08:53 | Permalink

    Qui dentro mi sembra ci sia un solo filo, tra tutti i fili possibili del discorso che si sta svolgendo, degno di esser seguito, eppure puntualmente, a turno, pare che ci si metta di testa a farlo perdere, questo filo, a far sviare il discorso, a defraudarlo della sua ricchezza. La ricchezza di cui parlo riguarda le cose che dice Temperanza sui nick: è lì il ganglio cruciale, fatale di tutte le facende cui fa cenno Carla Benedetti. Dietro i nick c’è tutto, anche la nostra tragedia di scribacchini anonimi, e anche la brutta fine che hanno fatto ormai tutti gli “scrittori” ufficiali e, per certi versi, l’idea stessa di letteratura: la fine di qualcosa di inessenziale. Dietro i ncik si nasconde chi teme l’interlocutore, e l’interlocutore temuto è sempre un interlocutore che detiene un potere, lo voglia o no. Non è un sodale, ma un superiore, dal quale bisogna - naturalmente - difendersi. Questa analisi qualcuno, qui in Nazione indiana, qualcuno aveva cominciato a farla (Angelini è l’ultimo di un serie di “critici” al “potere” di/in N. I. che vengono da lontano), ma, anche lì, lo spirito di casta, lo spirito di gruppo, ovvero l’autodifesa delle posizioni conquistate ha prevalso su un approfondimento serio delle questioni che, come mostra Temperanza, sono ancora tutte aperte, e forse dolorose. E, se prima non si risolvono queste questioni, hai voglia di protestare contro questo e contro quell’altro: nessuno ti darà mai credito.

  45. Fake di Angelini
    Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 09:55 | Permalink

    Extreme, non dimenticare che il nick, a volte, può semplicemente essere un espediente per:

    - se fai dei complimenti, non essere scambiato per ruffiano;

    - se fai delle critiche, non essere tacciato di invidioso ‘rosicone’.

    A me è addirittura successo, in rete, di essere tacciato da un ANONIMO nientemeno che di pedofilia (l’accusa più infamante in assoluto), così, per il puro gusto di offendere. IL risultato è che ancora oggi, chiunque digiti in google/groups “lucio angelini pedofilo” trova dei riscontri. Pericolosetta, la rete, non trovi? Girano certi tipi! Per questo motivo molti, forse, preferiscono premunirsi.
    Un altro, infine, ha appena ordinato a MIO NOME un computer a Milano, dando i miei dati. E sto perdendo soldi e tempo per la denuncia e relative raccomandate.

  46. Bernardo
    Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 10:06 | Permalink

    Sono d’accordo con Temperanza quando sottolinea i limiti espressivi del “mezzo”. E’ chiaro che “viso a viso” l’offesa non partirebbe, perché ci si riconoscerebbe immediatamente come esseri umani e non come quei personaggi pseudo-letterari mal disegnati ed evanescenti cui ci condanna la nostra condizione. Condizione che favorisce i circoli viziosi: si aumenta il “volume” (l’aggressività) per farsi “sentire” ottenendo l’effetto opposto. E’ tutto un brancolare nel buio, una sequela di mosse maldestre. E’ per questo che sincermente mi stupisce quella sorta di “realismo” che i capi qui sembrano pretendere. E’ certamente segno di una minore immersione da parte loro nelle dinamiche di Internet, ovvero di una loro minore dipendenza da essa: potendo spesso incontrarsi di persona, cioé interagire direttamente in maniera incomparabilmente più ricca, riserveranno a tale ambito gli approfondimenti più sinceri e impegnativi, quelli che fatti in pubblico potrebbero anche comportare qualche rischio d’immagine. Ma sembrano dimenticare la condizione degli esclusi da tutto questo, anzi sembrano voler dimenticare la loro esistenza, il loro numero, le loro competenze, pericolosamente vicine alle loro, e che, se incoraggiate, rischierebbero di “appiattire” tutto quanto, di annullare le distanze: il piccolo podio appena innalzato verrebbe distrutto, sommerso, anziché irrobustito. Tutto suggerisce che i capi qui vogliono un pubblico, non degli interlocutori. E vogliono un pubblico non troppo sveglio, che per lo più legga (pagando le royalties) e solo raramente scriva (per lo più complimenti). Questo sì che abbatterebbe il rumore, questo sì renderebbe l’aria respirabile, e la vita serena. I capi qui ci vogliono sereni e rispettosi, tanto rispettosi. Si mostrano “delicati”, non sopportano la nostra frustrazione, la nostra rabbia che facilmente si tramuta in odio, seppure temporaneo, virtuale, in parte simulato. Quei personaggi rabbiosi, ruvidi e contorti, che vanno così bene per i loro romanzi, non vogliono proprio incontrarli nella vita reale - seppure virtuale, non vogliono averci nulla a che fare. E’ chiaro, non è poi così difficile mettersi nei loro panni. Di che cosa ci lamentiamo in fondo? Soltanto di trovarli così “umani”, così inferiori alle mitologie alle quali sapevamo bene in partenza di non dovere credere. Eh no, non sono affatto “grandi”, anche se tra di loro se lo dicono di continuo. Ma dovremmo forse odiarli per questo? No, no e poi no! Credo che dobbiamo soltanto riuscire a trovare, con reciproca pazienza, la giusta misura.

  47. Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 10:21 | Permalink

    Ma scusate: e se dietro al nick ci fosse un personaggio di potere? “Scribacchini anonimi”, dice Extreme con una legger nota di vittimismo. (Non è una crtica, ma insomma, su con la vitaccia!) Come Lucio Angelini ha fatto rilevare in un passato intervento, molti “scrittori ufficiali” presenti tra i Sioux lui, prima di incappare nelle maglie della rete indiana, non li aveva mai sentiti nominare. E allora? Allora niente, ora li conosce e anch’io conosco lui e siamo tutti contenti, perchè la conoscenza è sempre positiva. Il potere però ce l’hanno tutti, chi si firma con il suo nome e cognome, chi si firma con un nick e non si sa chi sia, chi, come Lucio, spara critiche spesso anche molto divertenti e motivate con il suo nome e cognome. Dov’è il ganglo, a mio avviso? E’ in questa domanda: come si fa uso di questo potere? Perchè il nick puo’ essere - e spesso è - una maschera comoda indossata NON SI SA DA CHI, POTREBBE ESSERE CHIUNQUE, per, a volte, attaccare vigliaccamente qualcuno. O puo’essere un modo per stemperare i toni senza troppe compromissioni, addirittura. O per fare dell’innocuo cabaret internettico. Ora, chi attacca vigliaccamente qualcuno (cioè rinunciando alla propria identità) a mio avviso meriterebbe di essere censurato. Avete letto bene. Soltanto che qui su NI questo discorso non viene accettato dalla maggioranza, e amen. Per il resto il nick, a mio avviso, è giusto che esista. Questa è internet. L’importante è come usare il nick: perchè se qualcuno mi attacca senza svelarsi - potendo essere chiunque - gioca inevitabilmente in una posizione di MAGGIORE POTERE rispetto a me, povero “firmaiolo” dei commenti.
    Volevo anche aggiungere che questo thread - forse anche per l’argomento trattato ma credo di più per la civiltà e il livello intellettuale degli intervenuti - sia un esempio felice di come navigatori firmantesi con nick possano dialogare civilmente, e si spera fattivamente (altrimenti la rete diventa soltanto passerella mauriziocostanziana, e buonanotte al secchio)con chi si firma con il suo nome e cognome.

  48. Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 11:09 | Permalink

    Sono del tutto d’accordo con Franz.

    Poi qui sotto comparirà scritto:
    Mario Bianco
    e qualcun dirà ma guarda che cazzo di nick,Mario Bianco; invece no, cotesti sono i miei comunissimi nome e cognome con cui mi trovo benissimo dalla nascita essendo io persona “comune”.

  49. Fake di Angelini
    Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 12:40 | Permalink

    Bianco è già meno diffuso di Bianchi o Rossi.
    Ti basti sapere che, solo a Venezia, c’è un altro Lucio Angelini perfettamente distinto da me, figuriamoci in tutta Italia! Se qualcuno, anziché scrivermi a lucioangelini@infinito.it scrive a lucioangelini@libero.it sappia che che il msg va a finire a tutt’altro Lucio:-/

  50. Tiziano Scarpa
    Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 12:50 | Permalink

    Vorrei far notare all’irenico Franz K. che egli, in qualche commento di qualche giorno fa, a un commentatore che ha solo osato nominare (sic!!!)qualcuno che forse non gli andava a genio, ha risposto con un risentimento che ricorda piuttosto la giungla che il “dialogo civile” di cui ora ama riempirsi la bocca. Questo lo dico a riprova ulteriore del fatto che qui dentro c’è un discorso di potere e, quindi, di una certa gestione maldestra dei suoi meccanismi - gestione che andrebbe pertanto quantomeno discussa, come dice bene Bernardo, altrimenti continueremo a prenderci tutti per i fondelli.

  51. Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 13:14 | Permalink

    Tiziano, mi puoi fare gentilmente sapere di quale mio commento risentito parli? Grazie. Tengo anche a dire che il mio ultimo intervento non era affatto ironico. Ho scritto quello che pensavo. Con tono lieve, magari, ma per nulla ironico.

  52. Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 13:17 | Permalink

    Un’altra cosa: se qui dentro c’è un discorso di potere, io, caro Tiziano, da questo potere ne sono proprio fuori. Ti parrà strano, ma io amo dire quello che penso, tutto qui. Poi è ovvio che sbaglio, credo come tutti.

  53. Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 13:51 | Permalink

    Lucio, tu sai quello che fecero a me, usando il mio nome.
    Tuttavia, continuo a firmarmi con nome e cognome veri, ed ho perdonato - come saprai - ritirando la denuncia che già era davanti al magistrato - coloro che ne abusarono. Usare il nome di un altro - lo dico a chi forse ancora non lo sa - è cosa pericolosissima; viola la legge.

    Se dovessi adoperare un nickname, non sarei lo stesso; sarei un mister Hyde. Ecco: chi usa il nickname è colui che ha scelto di far prevalere Hyde su Jekill. Per carità, ciascuno è liberissimo di comportarsi come vuole. Questa è solo la mia discutibilissima opinione.

    Altro discorso da fare è lo pseudonimo (una sorta di nickname)che si può usare nell’arte, che non serve a celare la vera identità (tutti, ad esempio, sanno che al nome di Alberto Picherle corrisponde lo pseudonimo di Alberto Moravia).

    Frequento da non molto NI per sentirmi in grado rilevarne i difetti. Ciò che pubblica mi piace e mi arricchisce. Non condivido tante cose, ma questo non significa proprio un bel nulla.

    Conoscere punti di vista a volte diametralmente opposti ai tuoi non dispiace, anzi…

    NI è molto viva e vivace.

    I fondatori e i conduttori sapranno trovare il modo per preservarla dai guasti della popolarità e dell’invidia.

    A me piacerebbe che le persone importanti che vi scrivono facessero anche cose concrete, per esempio:

    - incoraggiare, se non è possibile creare una editrice in proprio, una coalizione di piccoli editori coraggiosi per aiutarli a portare avanti i loro progetti e farsi valere sul mercato;

    - spingere le grosse case editrici a consentire di scaricare dal loro sito i testi pubblicati, pagando un prezzo simbolico (1 euro), facilitando così l’accesso alla lettura di persone che non possono spendere in libri;

    - abituare la gente a non avere alcun timore di firmarsi con il proprio nome e cognome.

    Sono tre punti che equivalgono a tre rivoluzioni!

    Bart

  54. Fake di Angelini
    Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 14:13 | Permalink

    Al wumingheggiante Bart:

    1) Tutti gli esclusi dalle eventuali Edizioni Morescarpa spingerebbero per creare EDIZIONI ANCORA PIU’ ALTERNATIVE (= che includessero anche loro):-/

    2) La battaglia per il copy left è già in atto. Credo che i nostri venti piccoli indiani siano grosso modo d’accordo.

    3) La battaglia del Vero Nome e - soprattutto - del Vero Mittente è impossibile: altrimenti avremmo già risolto il problema dello spam. Invece non passa giorno che non debba cancellare dalla mia mail box proposte del tipo: ‘Vuole aumentare il volume della sua eiaculazione?’ (traduco dall’inglese per agevolarti), che è esattamente l’ ULTIMA delle mie preoccupazioni.

  55. Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 15:03 | Permalink

    Il problema dello spam io l’ho risolto col mio provider (tin.it e virgilio.it)con una modica spesa mensile.

    Devo solo, ogni tanto, entrare nella mia casella presso il provider e premere l’ok per cancellare in un attimo un numero di spam che va da un minimo di 300 ad oltre assai.

    Per quelle proposte che ho formulato, staremo a vedere. Il tempo è galantuomo.

    Ciao.

    Bart

  56. extreme
    Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 15:27 | Permalink

    Faccio notare a Franz K. che Scarpa (cioè io con il suo nick) non dice (dico) che è (sei) “ironico”, ma “irenico” (ben altra cosa).
    Firmato: EXTREME (alias Tiziano Scarpa nel post di sopra, e chissà quanti altri in tanti altri post…)

  57. Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 15:57 | Permalink

    Irenico: ok, ottimo, mi si attaglia splendidamente! Ma non è che stai facendo un po’ di confusione coi nomi, chiunque tu sia? :-)

  58. Fake di Angelini
    Pubblicato 18 Maggio 2005 alle 18:22 | Permalink

    Franz, che significa in tedesco Krauspenhaar? Spennacrauti?

  59. Bernardo
    Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 08:23 | Permalink

    Extreme ha esemplificato una forma di sabotaggio davvero terribile, speriamo che all’esempio non ne segua l’adozione da parte di nessuno altrimenti la degenerazione sarebbe alle porte, e la cosa mi dispiacerebbe molto. Molto interessante quanto ha detto Bart, che mi permette di comprendere quanto il mio “uso” di N.I. sia assai meno “canonico”. Non essendo interessato alle guerre dell’editoria - secondo me alquanto strumentali ed inautentiche - uso N.I come un attrezzo puramente cognitivo che, attraverso il cozzo delle idee, mi regala talvolta qualche scintilla di comprensione. E’ quindi ovvio che le mie strategie saranno diverse da quelle di Bart, e prevederanno anche una certa, e talvolta rischiosa, ricerca dei “confini”, fatta di letture “eretiche” (opposto a “idolatriche”) di quanto viene scritto, ovvero del rifiuto di punti di vista, presupposti, posture e riverenze precostituiti. Una questione interessante potrebbe allora essere: possono scopi totalmente differenti intersecarsi senza distruttività?
    Forse il raggiungimento di questa meta-conoscenza potrebbe anche rappresentare uno degli scopi (secondari) dell’impresa, e magari gradualmente consolidarsi in un FAQ che vada ad integrare quel davvero troppo scarno “Chi siamo” (in fondo, io sto già scrivendo, per conto mio, un “Chi sono [essi]“). Nelle comunità del software libero - modello più compiuto di contro-sapere funzionante - il FAQ, e più in generale la documentazione che viene costantemente “astratta” dalle contingenze dell’interazione, rappresentano un elemento essenziale di consolidamento e condivisione dei saperi. Che sia davvero impossibile ottenere qualche cosa del genere anche nel campo “umanistico” dei blog? Questi sono temi di mio interesse, spero di poterli perseguire, qui e altrove, senza disturbare troppo.

  60. extreme
    Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 08:43 | Permalink

    No, Franz, non faccio confusione, ma, come ha colto BERNARDO, ho solo esemplificato una forma di “sabotaggio” (ma io preferisco dire: “cortocircuito”) in cui potrebbe facilmente cadere qualsiasi discorso all’interno di un contesto (N. I.) che è, come diceva TEMPEREANZA, carnevalesco per ontogenesi, diciamo così. Tutta la questione sui nick, e il modo poliziesco di trattarla da parte di Carla Benedetti e altri, è con questa contraddizione semplicissima che non fa i conti, e mi somiglia tanto a chi, in tempo di carnevale, invoca la quaresima.

  61. Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 10:00 | Permalink

    Cari amici, caro Franz, qualcuno qui sopra ha scritto un commento con il mio nome e cognome, e mettendoci un inesistente scarpa@nazioneindiana.com come indirizzo. Non sono stato io. Si pensa forse di fare gli spiritosi, di seminare zizzania, di creare dissapori (fra me e il carissimo Franz Krauspenhaar… Mah!). Buon segno, vuol dire che se qualcuno desidera distruggere, qualcosa di buono si è costruito.

  62. Fake di Angelini
    Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 10:06 | Permalink

    Fossi in te, mi rivolgerei alla polizia postale. Non ci si può spacciare per un altro fino a clonarne l’indirizzo. È un vero e proprio reato. A mio nome è stato appena ordinato un computer. La segnalazione può essere fatta anche on-line. È già successo sia a Bart, sia a me, che venissero clonati i nostri nomi. Di qui, forse, a volte l’esigenza del nick.

  63. Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 10:16 | Permalink

    Extreme, te lo potevi risparmiare. Dico solo questo e (non) cordialmente saluto.

  64. andrea barbieri
    Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 13:12 | Permalink

    Quella del “funzionario” è una categoria della contrattazione collettiva. In Italia ci sono tantissimi “funzionari”. Molti di loro (io ne conosco) fanno benissimo il loro lavoro. Il funzionario che ho sopra la mia capoccia è addirittura una fan sfegatata di Dario Voltolini. Ma è solo per fare un esempio, ce ne sono tanti altri. Ce ne sono anche inquadrati come funzionari, ma precari, perché con contratto a termine o addirittura co.co.co..
    Ecco dopo questa premessa mi chiedo cosa direbbe uno di questi bravi funzionari nel leggere il pezzo che commento, cosa direbbe la funzionaria che ho sulla capoccia e che si è letta Primaverile con due bambini che la tiravano per le maniche.
    Se la conosco, si allontanerebbe subito dall’articolo pensando che usare “funzionario” così è una snobberia (anche un po’ di cattivo gusto), che le snobberie vanno bene se il mondo reale non ti tira per le maniche, se hai tempo da perdere insomma. Avrebbe tutti i torti?
    Quando Scarpa ha criticato i mediatori culturali (anche questo modo di dire non va tanto bene dato che mediatori culturali sono stranieri che integrano altri stranieri, ma comunque…) dicevo, Scarpa ha INVENTATO una parola nuova, il “bee-jay”. Inventare, non regredire nell’uso delle parole, dovrebbe essere il compito di chi fa arte e di chi parla di arte. Inventare è come fare un bel salto, la gente guarda e rimane a bocca aperta, ti ammira e magari ti segue. Dov’è nel pezzo che commento l’invenzione?

  65. Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 13:53 | Permalink

    Un’altra cosa: le vostre “esemplificazioni” non servono a un cazzo di nessuno. Avete mostrato soltanto di essere dei vigliacchi, e basta. E tenete ben presente che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. State accorti, è un consiglio.

  66. Extreme
    Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 14:12 | Permalink

    Non per difendere la Benedetti, però mi sembra ovvio che lei non intendesse “fare arte” con il suo intervento. Inoltre associare il termine “funzionario” alla corrispondente categoria della contrattazione collettiva mi pare alquanto stiracchiato. Il problema di un certo snobismo credo invece che ci sia, anche perché la condizione di “funzionariato” mi pare più legata alla pura e semplice, violenta e pervasiva, “dipendenza economica” che non a quei fantomatici “divieti introiettati”, dai quali Carla sarebbe poi miracolosamente esente. Il suo messaggio, troppo vagamente indirizzato, sembra alla fine collassare comicamente in una sorta di appello (ai mediatori-funzionari) a farsi qualche canna in più, prima di decidere quali autori pubblicare. Che poi questi autori rappresentino una minaccia sociale mi pare una vera barzelletta.

  67. Bernardo
    Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 14:46 | Permalink

    Mhm, io però adesso non esagererei la faccenda. Voglio specificare che non sono stato io a spacciarmi per Scarpa, come penso si possa accertare dalle informazioni che i file di log dei server generosamente raccolgono - sono stato però io, qui sopra, a “restituire” lo scherzo ad “extreme”. Comunque, con coscienza abbastanza pulita, raccolgo la mia parte del “vigliacchi” e termino, perché non avverto l’atmosfera adatta al mio tipo di gioco. Ciao.

  68. Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 14:50 | Permalink

    Davvero una brutta faccenda quella di firmarsi con il nome di un altro. Se ho capito bene, qualcuno si è fatto passare per Tiziano Scarpa.

    Il proprio nome è tutelato dall’art. 7 del codice civile.

    “7. Tutela del diritto al nome. (1) — La persona, alla quale si contesti il diritto all’uso del proprio nome o che possa risentire pregiudizio dall’uso che altri indebitamente ne faccia, può chiedere giudizialmente la cessazione del fatto lesivo (2), salvo il risarcimento dei danni (3).
    L’autorità giudiziaria può ordinare che la sentenza sia pubblicata in uno o più giornali (4).”

    Definizioni Note

    (1) La tutela del nome è specificazione del cd. diritto all’identità personale, ossia del diritto al rispetto della persona nella sua proiezione sociale e, quindi, dei suoi segni distintivi ed in primo luogo del nome. La tutela del nome è sancita a protezione non solo di un interesse individuale all’uso del proprio nome e ad impedire che altri lo usino indebitamente, ma anche dell’interesse generale all’identificazione della persona, nell’ambito dell’ordinamento giuridico.

    (2) Due sono le azioni poste a tutela specifica del nome: l’azione di reclamo, con la quale si tutela il diritto della persona ad usare il proprio nome contro gli atti dei terzi tendenti ad impedire tale uso. Questa azione può essere esercitata anche quando il terzo non sia in mala fede ed anche quando dal suo comportamento non derivi alcun pregiudizio per il titolare; l’azione di usurpazione, diretta contro l’appropriazione illecita che altri facciano del nome, con danno, anche solo morale ed eventuale, del titolare (è il caso del signor Busacca che vide attribuito il proprio nome ad uno spregevole personaggio del film «La grande guerra»).
    Entrambe le azioni hanno carattere inibitorio, mirano, cioè, ad ottenere la cessazione della condotta lesiva.

    (3)Risarcimento del danno: è l’obbligazione diretta a reintegrare il patrimonio del danneggiato nella situazione in cui si sarebbe trovato se l’inadempimento non si fosse verificato [v. anche 2058].

    4) La pubblicazione della sentenza ha una funzione sanzionatoria e di scoraggiamento per colui che ha violato il nome altrui. Essa ha, tuttavia, anche l’obiettivo di ridurre le conseguenze negative della lesione, portando a conoscenza della comunità l’usurpazione del nome o il suo indebito uso.

    La denuncia procede così. La polizia postale alla quale si è fatta la denuncia provvede alle prime indagini, che riguardano l’analisi dei dettagli del messaggio (praticamente si individua il computer da cui è partito). Mediante un avvocato si richiede alla Procura della Repubblica di far approfondire (mi pare dalla Guardia di Finanza)l’indagine onde pervenire alla identificazione con tanto di nome e cognome del responsabile. Ove trattasi di azienda che abbia molti impiegati, non è così sicuro che non si possa individuare la ristretta cerchia di coloro che hanno in uso il computer incriminato, e, quindi, arrivare al colpevole. Già il fatto, tuttavia, che un’azienda venga a conoscenza che suoi impiegati utilizzano il computer per violare la legge, è più che sufficiente a suggerire all’azienda stessa efficaci precauzioni onde impedire il ripetersi del reato.

    Succede, infine, che chi ha commesso il reato, si fa vivo e scongiura di non andare avanti.

    Ho scritto queste cose, perché se l’uso del nickname è una pratica opinabile, quella di usare il nome di un altro è un vero e proprio reato, e i frequentatori di N.I dovrebbero essere i primi ad autotutelarsi, con una disciplina, diciamo così, morale.

    Coloro che curano la rivista dovrebbero, peraltro, trovare il modo (non me ne intendo, ma un esperto è in grado di suggerirlo) di impedire l’ingresso alla rivista di chi sarà trovato colpevole di questo spregevole reato.

    Bart

  69. Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 14:56 | Permalink

    Scusate, ho dimenticato di aggiungere che, quando ritirai la denuncia, il procuratore della repubblica mi disse che si può andare a denunciare il reato anche direttamente alla Procura, chiedendo udienza ad uno dei procuratori che vi prestano servizio.

    In questo caso, la pratica evita alcuni passaggi burocratici.

    Bart

  70. Bernardo
    Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 15:01 | Permalink

    Mhm, per un autore misconosciuto sarebbe un’ottima occasione di pubblicità. Oppure pensate al cupio dissolvi: già era border-line, ora perde il lavoro, si procura una pistola e va a farsi “giustizia” sommaria. Ehi, c’è del materiale per dei romanzieri!!!

  71. Bernardo
    Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 15:14 | Permalink

    Aggiungo un’ultimissima cosa: prima di scoprirne il zelo da aiutante boia, lo ammiravo pure, old Bart, adesso lo chiamerei old Fart.

  72. Fake di Angelini
    Pubblicato 19 Maggio 2005 alle 16:43 | Permalink

    Zelo vuole l’articolo ‘lo’. V