<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	>
<channel>
	<title>Commenti a: La macchina e i funzionari</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/</link>
	<description>versione 2.0</description>
	<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 20:16:29 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.6.3</generator>
		<item>
		<title>Di: antivoltagabbana</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10062</link>
		<dc:creator>antivoltagabbana</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10062</guid>
		<description>Quelli che fino a ieri erano ultrà berlusconiani e adesso si preparano al salto della quaglia e al riciclaggio. Tutto un abbandonare la nave, un imbellettarsi per piacere a sinistra. Giorgino che prende le distanze da Mimun, Sgarbi che passa col centrosinistra, la De Rosa... Massimiliano "Domenicale" Parente che scrive su Nazione Indiana e va ai loro convegni come relatore... E quelli lo assecondano. Ancora un po', e Berlusconi nessuno ammetterà mai di averlo votato, sostenuto, omaggiato, venerato. Nessuno è mai stato berlusconiano. Questi mi fanno più schifo di Berlusconi. Questi, e chi li appoggia.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Quelli che fino a ieri erano ultrà berlusconiani e adesso si preparano al salto della quaglia e al riciclaggio. Tutto un abbandonare la nave, un imbellettarsi per piacere a sinistra. Giorgino che prende le distanze da Mimun, Sgarbi che passa col centrosinistra, la De Rosa&#8230; Massimiliano &#8220;Domenicale&#8221; Parente che scrive su Nazione Indiana e va ai loro convegni come relatore&#8230; E quelli lo assecondano. Ancora un po&#8217;, e Berlusconi nessuno ammetterà mai di averlo votato, sostenuto, omaggiato, venerato. Nessuno è mai stato berlusconiano. Questi mi fanno più schifo di Berlusconi. Questi, e chi li appoggia.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: antivoltagabbana</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10063</link>
		<dc:creator>antivoltagabbana</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10063</guid>
		<description>Da l'Unità del 15 Maggio 2005

Poveretto, come s'offre
di Marco Travaglio

Più che una notizia, sembra una barzelletta: Vittorio Sgarbi entra nel centrosinistra per fare il sottosegretario nell'eventuale governo Prodi. L'ha annunciato lui stesso (Sgarbi, non Prodi) al Corriere: "Con Prodi ci siamo parlati, mi ha detto che è d'accordo". Sia chiaro che noi, all'ennesimo trasloco del pacato ed equilibrato critico d'arte, non crediamo. Ma qui non si può fare una battuta che subito qualcuno la prende per un suggerimento. E allora, nella malaugurata eventualità, ecco un breve promemoria. Vita e opere del Gondrand della politica italiana.
Agli albori della carriera, fine anni 80, il giovane Sgarbi flirta con il Pci di Pesaro. Poi s'intruppa come indipendente nelle liste del Psi, per fare il sindaco a San Severino Marche. Alla fine riesce persino a guidare un monocolore Dc. Poi nel '90 entra in Parlamento, nelle liste del Pli. Dura un paio d'anni, poi arriva Mani Pulite e crolla tutto. Con agile guizzo, Vittorio Zelig tenta l'aggancio con Bossi, agevolato dal celebre "Forza Etna" urlato per invocare la distruzione degli antiestetici paesini sulle pendici del vulcano. Memorabile il suo colloquio col Senatur, in un camerino della Fininvest: "Grandissimo Umberto, sei l'unico che porta avanti le idee liberali, che dice cose sensate". Ma Bossi non apprezza e si lascia sfuggire il Genio ferrarese. Che nel frattempo è sgattaiolato alla corte del Cavaliere, come misurato opinionista televisivo e candidato alla Camera per Forza Italia. Bossi, da grandissimo liberale, diventa "scemo", "tordo tonto", "ladro" e "razzista".
Dell'inossidabile coerenza sgarbiana fa le spese anche Berlusconi: appena eletto grazie a Forza Italia, Vittorio Gondrand lascia il partito e s'iscrive al gruppo misto. Ma continua a difendere i martiri della malagiustizia (Andreotti, Craxi, De Lorenzo, Berlusconi, Previti, Dell'Utri...) e a insultare i magistrati. Famoso un suo comizio a Palmi: "Ripetete con me: affanculo il procuratore Cordova!". Dal pulpito armato di "Sgarbi quotidiani", vomita improperi contro il pool di Milano ("Assassini!") e di Palermo. Per lui il "vero mafioso" è Gian Carlo Caselli, "una vergogna della magistratura italiana, un colonnello greco, un fascista...I suoi atti giudiziari hanno portato alla morte" (8-12-94).
Bastona chiunque si metta di traverso sulla strada del Cavaliere. Il presidente della Repubblica Scalfaro è "una scoreggia fritta". Indro Montanelli "è un vigliacco, uno che ha tradito, fascista, razzista, antisemita. Sempre fascistissimo, nero come la pece! Un modesto giornalista, il più mediocre storico italiano. Adesso, fascista ancora, è guardato con tenerezza e ammirazione dalla sinistra che gli si è attaccata solo perché traditore... È il solito vecchio fascista che, nella sua turpe vecchiaia, sputa con impudicizia nel piatto in cui ha mangiato" (31-3 e 29-7-94).
Il 7 aprile '95, sempre a "Sgarbi quotidiani", addita Caselli come il mandante morale dell'omicidio di don Pino Puglisi. La prova? Una lettera anonima che lui legge integralmente, senza neppure precisare che è anonima: anzi, dice con fare circospetto che non può rivelarne l'autore. Nel dicembre '95 fonda il Partito Federalista con Gianfranco Miglio, poi non se ne sa più nulla. Nel febbraio '96 partorisce la Lista Pannella-Sgarbi, cui aderiscono subito statisti del calibro di Idriss e Don Backy, e annuncia il divorzio da Forza Italia. Poi divorzia da Pannella e rientra precipitosamente in Forza Italia per trovare un posto sicuro in lista e in Parlamento. Lì rimane, fra alterne vicende, fino a due anni fa, quando compare a "Otto e mezzo" per annunciare che il ministro dei Beni Culturali, l'odiato Giuliano Urbani, avrebbe un'amante e per descriverne minuziosamente le prestazioni. Lo cacciano da sottosegretario e l'impresa traslochi Sgarbi &#038; C. riapre i battenti. Fonda con Giorgio La Malfa il Partito della Bellezza, subito abortito per mancanza di belli. Allora abborda il bel Mastella, che ha appena imbarcato Pomicino, ma non se ne fa nulla. Ora, dice,"ho deciso di puntare sulla Sbarbati". Repubblicani europei (Fed). Avendo una condanna definitiva per falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato (in due anni di "lavoro" alla Sovrintendenza di Venezia si presentò in ufficio due giorni, risultato: 6 mesi e 10 giorni di reclusione) e qualche centinaio di processi per i suoi insulti a destra e a sinistra, ha un problema piuttosto impellente: conservare l'immunità parlamentare. Il solito idealista.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Da l&#8217;Unità del 15 Maggio 2005</p>
<p>Poveretto, come s&#8217;offre<br />
di Marco Travaglio</p>
<p>Più che una notizia, sembra una barzelletta: Vittorio Sgarbi entra nel centrosinistra per fare il sottosegretario nell&#8217;eventuale governo Prodi. L&#8217;ha annunciato lui stesso (Sgarbi, non Prodi) al Corriere: &#8220;Con Prodi ci siamo parlati, mi ha detto che è d&#8217;accordo&#8221;. Sia chiaro che noi, all&#8217;ennesimo trasloco del pacato ed equilibrato critico d&#8217;arte, non crediamo. Ma qui non si può fare una battuta che subito qualcuno la prende per un suggerimento. E allora, nella malaugurata eventualità, ecco un breve promemoria. Vita e opere del Gondrand della politica italiana.<br />
Agli albori della carriera, fine anni 80, il giovane Sgarbi flirta con il Pci di Pesaro. Poi s&#8217;intruppa come indipendente nelle liste del Psi, per fare il sindaco a San Severino Marche. Alla fine riesce persino a guidare un monocolore Dc. Poi nel &#8216;90 entra in Parlamento, nelle liste del Pli. Dura un paio d&#8217;anni, poi arriva Mani Pulite e crolla tutto. Con agile guizzo, Vittorio Zelig tenta l&#8217;aggancio con Bossi, agevolato dal celebre &#8220;Forza Etna&#8221; urlato per invocare la distruzione degli antiestetici paesini sulle pendici del vulcano. Memorabile il suo colloquio col Senatur, in un camerino della Fininvest: &#8220;Grandissimo Umberto, sei l&#8217;unico che porta avanti le idee liberali, che dice cose sensate&#8221;. Ma Bossi non apprezza e si lascia sfuggire il Genio ferrarese. Che nel frattempo è sgattaiolato alla corte del Cavaliere, come misurato opinionista televisivo e candidato alla Camera per Forza Italia. Bossi, da grandissimo liberale, diventa &#8220;scemo&#8221;, &#8220;tordo tonto&#8221;, &#8220;ladro&#8221; e &#8220;razzista&#8221;.<br />
Dell&#8217;inossidabile coerenza sgarbiana fa le spese anche Berlusconi: appena eletto grazie a Forza Italia, Vittorio Gondrand lascia il partito e s&#8217;iscrive al gruppo misto. Ma continua a difendere i martiri della malagiustizia (Andreotti, Craxi, De Lorenzo, Berlusconi, Previti, Dell&#8217;Utri&#8230;) e a insultare i magistrati. Famoso un suo comizio a Palmi: &#8220;Ripetete con me: affanculo il procuratore Cordova!&#8221;. Dal pulpito armato di &#8220;Sgarbi quotidiani&#8221;, vomita improperi contro il pool di Milano (&#8221;Assassini!&#8221;) e di Palermo. Per lui il &#8220;vero mafioso&#8221; è Gian Carlo Caselli, &#8220;una vergogna della magistratura italiana, un colonnello greco, un fascista&#8230;I suoi atti giudiziari hanno portato alla morte&#8221; (8-12-94).<br />
Bastona chiunque si metta di traverso sulla strada del Cavaliere. Il presidente della Repubblica Scalfaro è &#8220;una scoreggia fritta&#8221;. Indro Montanelli &#8220;è un vigliacco, uno che ha tradito, fascista, razzista, antisemita. Sempre fascistissimo, nero come la pece! Un modesto giornalista, il più mediocre storico italiano. Adesso, fascista ancora, è guardato con tenerezza e ammirazione dalla sinistra che gli si è attaccata solo perché traditore&#8230; È il solito vecchio fascista che, nella sua turpe vecchiaia, sputa con impudicizia nel piatto in cui ha mangiato&#8221; (31-3 e 29-7-94).<br />
Il 7 aprile &#8216;95, sempre a &#8220;Sgarbi quotidiani&#8221;, addita Caselli come il mandante morale dell&#8217;omicidio di don Pino Puglisi. La prova? Una lettera anonima che lui legge integralmente, senza neppure precisare che è anonima: anzi, dice con fare circospetto che non può rivelarne l&#8217;autore. Nel dicembre &#8216;95 fonda il Partito Federalista con Gianfranco Miglio, poi non se ne sa più nulla. Nel febbraio &#8216;96 partorisce la Lista Pannella-Sgarbi, cui aderiscono subito statisti del calibro di Idriss e Don Backy, e annuncia il divorzio da Forza Italia. Poi divorzia da Pannella e rientra precipitosamente in Forza Italia per trovare un posto sicuro in lista e in Parlamento. Lì rimane, fra alterne vicende, fino a due anni fa, quando compare a &#8220;Otto e mezzo&#8221; per annunciare che il ministro dei Beni Culturali, l&#8217;odiato Giuliano Urbani, avrebbe un&#8217;amante e per descriverne minuziosamente le prestazioni. Lo cacciano da sottosegretario e l&#8217;impresa traslochi Sgarbi &#038; C. riapre i battenti. Fonda con Giorgio La Malfa il Partito della Bellezza, subito abortito per mancanza di belli. Allora abborda il bel Mastella, che ha appena imbarcato Pomicino, ma non se ne fa nulla. Ora, dice,&#8221;ho deciso di puntare sulla Sbarbati&#8221;. Repubblicani europei (Fed). Avendo una condanna definitiva per falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato (in due anni di &#8220;lavoro&#8221; alla Sovrintendenza di Venezia si presentò in ufficio due giorni, risultato: 6 mesi e 10 giorni di reclusione) e qualche centinaio di processi per i suoi insulti a destra e a sinistra, ha un problema piuttosto impellente: conservare l&#8217;immunità parlamentare. Il solito idealista.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio garufi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10064</link>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10064</guid>
		<description>Fino al giorno del convegno, o meglio fino al momento in cui hai letto il tuo intervento, io non ero completamente d'accordo con le tue tesi. Mi parevano viziate da un eccesso di pessimismo
e di toni apocalittici (vedi la scelta lessicale di "genocidio"), dietro al quale si suggeriva implicitamente la presenza di una sorta di cabina di regia, o di grande vecchio, di un potere politico-editoriale, insomma, che faceva di tutto per boicottare la letteratura radicale promuovendo invece una cultura di massa costituita da prodotti consolatori e rassicuranti. Sarà che non conosco
bene l'ambiente editoriale, e sarà pure che non amo le conspiracy theories, ma ero portato a credere che questa situazione, che così bene descrivi, fosse unicamente dovuta a mere logiche
di mercato, piuttosto che a precisi indirizzi di politica culturale. L'effetto di asservimento delle masse, cioè il fatto che una persona priva di abitudini di lettura (giornali e libri) operi delle scelte con minor libertà ed autocoscienza, e quindi sia più condizionabile (dalla pubblicità o dalla televisione), è lo stesso in entrambi i casi; è solo che io non scorgevo alcun disegno in questo senso, mentre tu sì. Forse questo dipendeva dal fatto che nel mio lavoro (l'antiquariato), quella del restauratore è quasi sempre una figura nobilissima e specchiata, non certo il losco figuro che tratteggiate tu e Moresco. Ad ogni modo c'è stato un passo del tuo discorso, che qui hai ribadito, che ha messo un po' in crisi il mio ottimismo, e cioè quando hai fatto il parallelo col lavoro precario e interinale, affermando che non nasce e si diffonde esclusivamente per ragioni economiche (il risparmio sui contributi per il datore di lavoro), ma anche e soprattutto come forma di "controllo sociale". Questo non può essere un aspetto marginale del fenomeno, perchè chi è alle dipendenze con quel tipo di contratto è sicuramente più "ricattabile", come dici tu, rispetto alle forme di assunzione tradizionale, tutelate dai sindacati e da una legislazione del lavoro più garantista. 

C'è, per esempio, chi ha parlato di flop, o di fallimento, a proposito del convegno sulla restaurazione, e questo perché è stato interrotto prima del dovuto, cioè prima che si sviluppasse una discussione sul tema, con la seconda tornata degli interventi, che avrebbero per forza di cose replicato ai precedenti, e con l'intervento del pubblico, che mi sembrava numeroso e competente. Non è stata questa una conferma della "repressione degli intellettuali"
(quelli meno allineati)? Non è stato questo un modo repressivo e violento di trattare un evento del genere, negando la parola dopo averla accordata (e fra l'altro per cederla alle solite 4 chiacchiere col politico di turno)? 
Altro esempio illuminante: mi è stato detto che le ragioni per cui una testata ingessata e tradizionalista come il Corriere della Sera (anziché per es. Repubblica, che mi sarei aspettato più attenta al fenomeno della letteratura in rete) abbia ripreso la polemica sulla restaurazione e la monocultura dei bestseller, partita da qui e da L'Espresso grazie ai tuoi interventi, erano dovute unicamente al fatto che le direttive impartite dal nuovo vicedirettore (P.G. Battista)in materia di cultura erano "polemiche e scandali", per cui lo scontro fa sì audience ma viene depotenziato, ridotto a caricatura, e in ultima analisi reso innocuo. 

E poi c'è la questione dell'autocensura, dei "divieti introiettati", e anche in questo senso mi pare sia difficile contraddirti. Forse il parallelo più chiaro potrebbe essere quello dei telegiornalisti che taroccano le notizie a favore del governo, quasi sempre senza aver avuto precise direttive in questo senso (la tardiva e sospetta denuncia di Giorgino su Mimun di questi giorni). Questo spiegherebbe perché gli editor si adeguino a un certo tipo di letteratura di evasione promuovendo solo quel genere di libri e ostacolando invece la diffusione di opere più radicali. Ora, io non so se il pubblico dei lettori italiani, che secondo le ultime statistiche è il più miserabile d'Europa, sia maturo per certi libri, sta di fatto che se non glieli propongono nemmeno questa maturità resterà sempre una chimera. E' un diallele insomma,
un cane che si morde la coda, e dentro questo meccanismo ci stanno tutti: funzionari editoriali, editor, critici, distributori, librai etc. Se a tutto questo aggiungi poi che, antropologicamente, l'italiano non è mai stato un "hombre vertical", secondo la definizione di Ortega y Gasset, cioè uno con la schiena dritta, hai allora l'esatta percezione della gravità del fenomeno. 

L'unica cosa su cui mi sento di dissentire è la questione dei nickname, che non mi pare c'entri molto, e la cui diffusione credo sia dovuta a motivi molto più futili (l'anonimato consente tante cose: l'impunità per l'insulto gratuito, il fingersi sostenitori di se stessi etc.)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Fino al giorno del convegno, o meglio fino al momento in cui hai letto il tuo intervento, io non ero completamente d&#8217;accordo con le tue tesi. Mi parevano viziate da un eccesso di pessimismo<br />
e di toni apocalittici (vedi la scelta lessicale di &#8220;genocidio&#8221;), dietro al quale si suggeriva implicitamente la presenza di una sorta di cabina di regia, o di grande vecchio, di un potere politico-editoriale, insomma, che faceva di tutto per boicottare la letteratura radicale promuovendo invece una cultura di massa costituita da prodotti consolatori e rassicuranti. Sarà che non conosco<br />
bene l&#8217;ambiente editoriale, e sarà pure che non amo le conspiracy theories, ma ero portato a credere che questa situazione, che così bene descrivi, fosse unicamente dovuta a mere logiche<br />
di mercato, piuttosto che a precisi indirizzi di politica culturale. L&#8217;effetto di asservimento delle masse, cioè il fatto che una persona priva di abitudini di lettura (giornali e libri) operi delle scelte con minor libertà ed autocoscienza, e quindi sia più condizionabile (dalla pubblicità o dalla televisione), è lo stesso in entrambi i casi; è solo che io non scorgevo alcun disegno in questo senso, mentre tu sì. Forse questo dipendeva dal fatto che nel mio lavoro (l&#8217;antiquariato), quella del restauratore è quasi sempre una figura nobilissima e specchiata, non certo il losco figuro che tratteggiate tu e Moresco. Ad ogni modo c&#8217;è stato un passo del tuo discorso, che qui hai ribadito, che ha messo un po&#8217; in crisi il mio ottimismo, e cioè quando hai fatto il parallelo col lavoro precario e interinale, affermando che non nasce e si diffonde esclusivamente per ragioni economiche (il risparmio sui contributi per il datore di lavoro), ma anche e soprattutto come forma di &#8220;controllo sociale&#8221;. Questo non può essere un aspetto marginale del fenomeno, perchè chi è alle dipendenze con quel tipo di contratto è sicuramente più &#8220;ricattabile&#8221;, come dici tu, rispetto alle forme di assunzione tradizionale, tutelate dai sindacati e da una legislazione del lavoro più garantista. </p>
<p>C&#8217;è, per esempio, chi ha parlato di flop, o di fallimento, a proposito del convegno sulla restaurazione, e questo perché è stato interrotto prima del dovuto, cioè prima che si sviluppasse una discussione sul tema, con la seconda tornata degli interventi, che avrebbero per forza di cose replicato ai precedenti, e con l&#8217;intervento del pubblico, che mi sembrava numeroso e competente. Non è stata questa una conferma della &#8220;repressione degli intellettuali&#8221;<br />
(quelli meno allineati)? Non è stato questo un modo repressivo e violento di trattare un evento del genere, negando la parola dopo averla accordata (e fra l&#8217;altro per cederla alle solite 4 chiacchiere col politico di turno)?<br />
Altro esempio illuminante: mi è stato detto che le ragioni per cui una testata ingessata e tradizionalista come il Corriere della Sera (anziché per es. Repubblica, che mi sarei aspettato più attenta al fenomeno della letteratura in rete) abbia ripreso la polemica sulla restaurazione e la monocultura dei bestseller, partita da qui e da L&#8217;Espresso grazie ai tuoi interventi, erano dovute unicamente al fatto che le direttive impartite dal nuovo vicedirettore (P.G. Battista)in materia di cultura erano &#8220;polemiche e scandali&#8221;, per cui lo scontro fa sì audience ma viene depotenziato, ridotto a caricatura, e in ultima analisi reso innocuo. </p>
<p>E poi c&#8217;è la questione dell&#8217;autocensura, dei &#8220;divieti introiettati&#8221;, e anche in questo senso mi pare sia difficile contraddirti. Forse il parallelo più chiaro potrebbe essere quello dei telegiornalisti che taroccano le notizie a favore del governo, quasi sempre senza aver avuto precise direttive in questo senso (la tardiva e sospetta denuncia di Giorgino su Mimun di questi giorni). Questo spiegherebbe perché gli editor si adeguino a un certo tipo di letteratura di evasione promuovendo solo quel genere di libri e ostacolando invece la diffusione di opere più radicali. Ora, io non so se il pubblico dei lettori italiani, che secondo le ultime statistiche è il più miserabile d&#8217;Europa, sia maturo per certi libri, sta di fatto che se non glieli propongono nemmeno questa maturità resterà sempre una chimera. E&#8217; un diallele insomma,<br />
un cane che si morde la coda, e dentro questo meccanismo ci stanno tutti: funzionari editoriali, editor, critici, distributori, librai etc. Se a tutto questo aggiungi poi che, antropologicamente, l&#8217;italiano non è mai stato un &#8220;hombre vertical&#8221;, secondo la definizione di Ortega y Gasset, cioè uno con la schiena dritta, hai allora l&#8217;esatta percezione della gravità del fenomeno. </p>
<p>L&#8217;unica cosa su cui mi sento di dissentire è la questione dei nickname, che non mi pare c&#8217;entri molto, e la cui diffusione credo sia dovuta a motivi molto più futili (l&#8217;anonimato consente tante cose: l&#8217;impunità per l&#8217;insulto gratuito, il fingersi sostenitori di se stessi etc.)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Lucio Angelini</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10065</link>
		<dc:creator>Lucio Angelini</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10065</guid>
		<description>Ripropongo un contributo già inviato a Lipperatura:

"Ricordo che anni fa, quando ancora *mi pregiavo* di frequentare la Fiera, a una presentazione dei Corti (EL) o Shorts (Mondadori Ragazzi), la magica Orietta Fatucci disse: "Sono l'editore, ovvero colei che COMMISSIONA ai propri autori i libri che di volta in volta le servono per le proprie collane". Io, per fortuna, ero già stato estromesso (per indisciplina) dalla EL/Emme/Einaudi Ragazzi come autore, ma quella definizione di editore mi lasciò interdetto. La segnalo perché mi sembra ancora esplosiva e chiarificatrice dopo TANTO CONVEGNO:-)»

Detto ciò, aggiungo che trovo stringato e calzante l'intevento della Benedetti, benché, allargando il campo e considerando la situazione ***mondiale***, vi SAREBBERO BEN ALTRE e PIU' SPAVENTOSE MACCHINE da evidenziare, con particolare riferimento a quelle che attaccano e maciullano direttamente i bisogni PRIMARI (bere, mangiare, respirare), anziché limitarsi a condizionare la produzione delle opere con cui soddisfare il cosiddetto bisogno di affabulazione. 

Tu chiamalo, se vuoi, BENALTRISMO...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ripropongo un contributo già inviato a Lipperatura:</p>
<p>&#8220;Ricordo che anni fa, quando ancora *mi pregiavo* di frequentare la Fiera, a una presentazione dei Corti (EL) o Shorts (Mondadori Ragazzi), la magica Orietta Fatucci disse: &#8220;Sono l&#8217;editore, ovvero colei che COMMISSIONA ai propri autori i libri che di volta in volta le servono per le proprie collane&#8221;. Io, per fortuna, ero già stato estromesso (per indisciplina) dalla EL/Emme/Einaudi Ragazzi come autore, ma quella definizione di editore mi lasciò interdetto. La segnalo perché mi sembra ancora esplosiva e chiarificatrice dopo TANTO CONVEGNO:-)»</p>
<p>Detto ciò, aggiungo che trovo stringato e calzante l&#8217;intevento della Benedetti, benché, allargando il campo e considerando la situazione ***mondiale***, vi SAREBBERO BEN ALTRE e PIU&#8217; SPAVENTOSE MACCHINE da evidenziare, con particolare riferimento a quelle che attaccano e maciullano direttamente i bisogni PRIMARI (bere, mangiare, respirare), anziché limitarsi a condizionare la produzione delle opere con cui soddisfare il cosiddetto bisogno di affabulazione. </p>
<p>Tu chiamalo, se vuoi, BENALTRISMO&#8230;</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Franz Krauspenhaar</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10066</link>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10066</guid>
		<description>Mi piace molto il finale del pezzo. Posto che mi trovo in uno stato di confusione, lo stesso in cui a  mio modo di intendere e di volere (per ora...) versano gli stessi "operatori del settore"(dai funzionari editoriali ai critici agli stessi scrittori), è importante rimarcare più e più volte  quello che Carla Benedetti ha sottolineato nel suo finale: spesso manca il coraggio, e da parte di tutta la "catena alimentare" del libro. Tenendo presente che l'editoria è un industria con le tipiche regole dell'industria: ma, essendo un'industria assolutamente atipica, si presta come nessun altra a variazioni, a esperimenti, a prove di coraggio imprenditoriale - e non solo. Anche il coraggio puo' "pagare", diciamolo. E non solo in termini di qualità dell'offerta, ma anche di risultati in termini di guadagno. Io di questo - nonostante la confusione- sono convinto, dacché sono anche convinto che il pubblico va stimolato adeguatamente, e in base ai giusti stimoli puo' rispondere, appunto, positivamente. Ma in Italia si tende, un po' in tutti i settori, a cercare di ottenere il massimo ( o medio) risultato col minimo sforzo. Tutto questo ci sta portando, meritatamente, allo sfascio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi piace molto il finale del pezzo. Posto che mi trovo in uno stato di confusione, lo stesso in cui a  mio modo di intendere e di volere (per ora&#8230;) versano gli stessi &#8220;operatori del settore&#8221;(dai funzionari editoriali ai critici agli stessi scrittori), è importante rimarcare più e più volte  quello che Carla Benedetti ha sottolineato nel suo finale: spesso manca il coraggio, e da parte di tutta la &#8220;catena alimentare&#8221; del libro. Tenendo presente che l&#8217;editoria è un industria con le tipiche regole dell&#8217;industria: ma, essendo un&#8217;industria assolutamente atipica, si presta come nessun altra a variazioni, a esperimenti, a prove di coraggio imprenditoriale - e non solo. Anche il coraggio puo&#8217; &#8220;pagare&#8221;, diciamolo. E non solo in termini di qualità dell&#8217;offerta, ma anche di risultati in termini di guadagno. Io di questo - nonostante la confusione- sono convinto, dacché sono anche convinto che il pubblico va stimolato adeguatamente, e in base ai giusti stimoli puo&#8217; rispondere, appunto, positivamente. Ma in Italia si tende, un po&#8217; in tutti i settori, a cercare di ottenere il massimo ( o medio) risultato col minimo sforzo. Tutto questo ci sta portando, meritatamente, allo sfascio.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: marco v</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10067</link>
		<dc:creator>marco v</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10067</guid>
		<description>.. mi trovo costretto ad essere supremamente banale: se accettiamo - anche solo in parte - la tesi della Benedetti (in particolare quando riflette sulla origine "antropologica" di molti comportamenti restauratori e disciplinati degli italiani) allora mi sembra che se ci si ragiona fino in fondo, radicalmente, c'è una sola, UNA SOLA, possibilità, UN SOLO possibile campo di intervento: la scuola.
Se è davvero così drammatica la condizione dell'industria culturale l'unica maniera per immaginare una produzione letteraria differente e dal successo e dalle ricadute culturali differenti è aumentare vertiginosamente nel giro di due generazioni il grado di facilità e gusto per la lettura degli italiani - che ricordiamo leggono i giornali circa sette volte meno dei tedeschi, per dirne una, e che non hanno aumentato l'abitudine alla lettura dal 1955 (dati forniti dall'Aie insieme all'Istat). 
Ma questo, secondo me, significa anche che l'editoria di progetto, che un blog letterario come N.I. possono avere il merito di averlo intuito questo problema, ma non sarà risolto da loro. MAI. Dunque, perché continuare a puntare il dito contro l'editoria e la critica militante..?.. tutto sommato, fanno esattamente quello che gli viene chiesto: interpretano una società, rispecchiandone le esigenze e le peculiarità, immaginando e producendo oggetti che possano incontrare il suo favore. Oggi.
Per il domani...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>.. mi trovo costretto ad essere supremamente banale: se accettiamo - anche solo in parte - la tesi della Benedetti (in particolare quando riflette sulla origine &#8220;antropologica&#8221; di molti comportamenti restauratori e disciplinati degli italiani) allora mi sembra che se ci si ragiona fino in fondo, radicalmente, c&#8217;è una sola, UNA SOLA, possibilità, UN SOLO possibile campo di intervento: la scuola.<br />
Se è davvero così drammatica la condizione dell&#8217;industria culturale l&#8217;unica maniera per immaginare una produzione letteraria differente e dal successo e dalle ricadute culturali differenti è aumentare vertiginosamente nel giro di due generazioni il grado di facilità e gusto per la lettura degli italiani - che ricordiamo leggono i giornali circa sette volte meno dei tedeschi, per dirne una, e che non hanno aumentato l&#8217;abitudine alla lettura dal 1955 (dati forniti dall&#8217;Aie insieme all&#8217;Istat).<br />
Ma questo, secondo me, significa anche che l&#8217;editoria di progetto, che un blog letterario come N.I. possono avere il merito di averlo intuito questo problema, ma non sarà risolto da loro. MAI. Dunque, perché continuare a puntare il dito contro l&#8217;editoria e la critica militante..?.. tutto sommato, fanno esattamente quello che gli viene chiesto: interpretano una società, rispecchiandone le esigenze e le peculiarità, immaginando e producendo oggetti che possano incontrare il suo favore. Oggi.<br />
Per il domani&#8230;</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Mario  Bianco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10068</link>
		<dc:creator>Mario  Bianco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10068</guid>
		<description>A mio modo di vedere MarcoV. centra il problema in due parole. 
La letteratura( in buona parte) non è che lo specchio di una realtà di cui il clima è discretamente mefitico da molto anni per di più molti intellettuali italiani si adattano parecchio(vecchia malattia) anzi si iperdattano e perdendo di vista gli obiettivi di valore e ricerca si attardano, si perdono spesso in repellenti polemiche che alla fin fine sembrano palcoscenici in cui si vuole soltanto che emerga il proprio nome in caratteri luminosi, magari numinosi.

A meno che non si usi il nick, che io detesto, che più che maschera è spessissimo copertura infantile a spetazzamenti e virulenze.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>A mio modo di vedere MarcoV. centra il problema in due parole.<br />
La letteratura( in buona parte) non è che lo specchio di una realtà di cui il clima è discretamente mefitico da molto anni per di più molti intellettuali italiani si adattano parecchio(vecchia malattia) anzi si iperdattano e perdendo di vista gli obiettivi di valore e ricerca si attardano, si perdono spesso in repellenti polemiche che alla fin fine sembrano palcoscenici in cui si vuole soltanto che emerga il proprio nome in caratteri luminosi, magari numinosi.</p>
<p>A meno che non si usi il nick, che io detesto, che più che maschera è spessissimo copertura infantile a spetazzamenti e virulenze.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Franz Krauspenhaar</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10069</link>
		<dc:creator>Franz Krauspenhaar</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10069</guid>
		<description>C'è qualcosa che non gira: l'industria culturale asseconda un gusto generico, non ben identificato, ma dovrebbe essere più attiva nella formazione di un gusto più variegato. E' qui che s'innesta il discorso sul coraggio. Caro Marco, non possiamo attendere un paio di generazioni. Per mia esperienza personale, quando a scuola ci andavo anch'io - e cioè vent'anni- fa gli stimoli a una lettura attiva erano veramente risibili. Non c'è mancanza di proposte di grande valore, l'industria sforna i suoi "panini pensanti" a getto continuo. Ma vi siete accorti che spesso si privilegia proporre lo straniero a scapito dell'italiano? Perchè lo straniero è già stato "testato" in mercati editoriali molto più accoglienti (penso soprattutto a quelli dei paesi anglosassoni). E se loro, gli stranieri vincitori, sono internazionali perchè partono da risultati importanti ottenuti "in casa", anche i nostri "prodotti editoriali" potrebero essere internazionali, allo stesso modo. Ma se non vengono valorizzati qui da noi, come possiamo sperare in un'esportazione degli stessi? In conclusione, l'industria culturale italiana (così mi pare di capire al momento) è vittima di un'esterofilia anche comoda, quando potrebbe invertire la rotta dando più risalto al "prodotto italiano". E' mai possibile che, oggi come oggi, il nostro Paese debba essere sempre citato ed elogiato all'estero soprattutto per le auto di lusso, il metodo champenois dei suoi vini, il Parmigiano Reggiano? Eccheccazzo!Dove la mettiamo la nostra arte, la nostra immensa tradizione culturale e artistica? Manca un po' d'orgoglio nazionale? Direi proprio di si. L'arte italiana, ancora oggi, non ha nulla da invidiare a quella di altri paesi, anzi. I francesi potrebbero insegnarci, nel senso di una difesa diciamo così protezionistica, molte cose: da una coraggiosa ed orgogliosa difesa, il passaggio a una coraggiosa proposta è a mio avviso concettualmente breve.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è qualcosa che non gira: l&#8217;industria culturale asseconda un gusto generico, non ben identificato, ma dovrebbe essere più attiva nella formazione di un gusto più variegato. E&#8217; qui che s&#8217;innesta il discorso sul coraggio. Caro Marco, non possiamo attendere un paio di generazioni. Per mia esperienza personale, quando a scuola ci andavo anch&#8217;io - e cioè vent&#8217;anni- fa gli stimoli a una lettura attiva erano veramente risibili. Non c&#8217;è mancanza di proposte di grande valore, l&#8217;industria sforna i suoi &#8220;panini pensanti&#8221; a getto continuo. Ma vi siete accorti che spesso si privilegia proporre lo straniero a scapito dell&#8217;italiano? Perchè lo straniero è già stato &#8220;testato&#8221; in mercati editoriali molto più accoglienti (penso soprattutto a quelli dei paesi anglosassoni). E se loro, gli stranieri vincitori, sono internazionali perchè partono da risultati importanti ottenuti &#8220;in casa&#8221;, anche i nostri &#8220;prodotti editoriali&#8221; potrebero essere internazionali, allo stesso modo. Ma se non vengono valorizzati qui da noi, come possiamo sperare in un&#8217;esportazione degli stessi? In conclusione, l&#8217;industria culturale italiana (così mi pare di capire al momento) è vittima di un&#8217;esterofilia anche comoda, quando potrebbe invertire la rotta dando più risalto al &#8220;prodotto italiano&#8221;. E&#8217; mai possibile che, oggi come oggi, il nostro Paese debba essere sempre citato ed elogiato all&#8217;estero soprattutto per le auto di lusso, il metodo champenois dei suoi vini, il Parmigiano Reggiano? Eccheccazzo!Dove la mettiamo la nostra arte, la nostra immensa tradizione culturale e artistica? Manca un po&#8217; d&#8217;orgoglio nazionale? Direi proprio di si. L&#8217;arte italiana, ancora oggi, non ha nulla da invidiare a quella di altri paesi, anzi. I francesi potrebbero insegnarci, nel senso di una difesa diciamo così protezionistica, molte cose: da una coraggiosa ed orgogliosa difesa, il passaggio a una coraggiosa proposta è a mio avviso concettualmente breve.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Bartolomeo Di Monaco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10070</link>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10070</guid>
		<description>Carla Benedetti:

"Persino in rete si assiste alla rinuncia volontaria all'identità, e quindi alla forza politica della propria parola, attraverso l'uso dei nickname"

Sergio Garufi:

"L'unica cosa su cui mi sento di dissentire è la questione dei nickname, che non mi pare c'entri molto, e la cui diffusione credo sia dovuta a motivi molto più futili (l'anonimato consente tante cose: l'impunità per l'insulto gratuito, il fingersi sostenitori di se stessi etc.)"

Concordo in pieno con la Benedetti. 

Sembra paradossale quello che sto per dire, ma gran parte del discorso sulla cultura, e sul nostro benedetto o maledetto Paese, passa dai nickname, che sono la spia lampante della nostra condizione di subalternità.

Come si fa a cambiare le cose, che richiedono specialmente un gran coraggio e di esporsi in prima persona, se c'è chi ancora fa sentire la sua voce attraverso un nickname?

Mi fa piacere vedere che i commenti, questa volta, salvo per il momento uno, portano tutti, così spero, la vera identità dello scrivente.

Queste cose l'ho dette anch'io tempo fa, altrove.

Ora le ripete (mi pare di averglielo sentito dire un'altra volta) la ben più autorevole Benedetti. Speriamo che finalmente si cambi registro!

Il concetto è questo: di ciò che si scrive, occorre abituarsi ad essere responsabili, con tanto di nome e cognome.

Bart</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Carla Benedetti:</p>
<p>&#8220;Persino in rete si assiste alla rinuncia volontaria all&#8217;identità, e quindi alla forza politica della propria parola, attraverso l&#8217;uso dei nickname&#8221;</p>
<p>Sergio Garufi:</p>
<p>&#8220;L&#8217;unica cosa su cui mi sento di dissentire è la questione dei nickname, che non mi pare c&#8217;entri molto, e la cui diffusione credo sia dovuta a motivi molto più futili (l&#8217;anonimato consente tante cose: l&#8217;impunità per l&#8217;insulto gratuito, il fingersi sostenitori di se stessi etc.)&#8221;</p>
<p>Concordo in pieno con la Benedetti. </p>
<p>Sembra paradossale quello che sto per dire, ma gran parte del discorso sulla cultura, e sul nostro benedetto o maledetto Paese, passa dai nickname, che sono la spia lampante della nostra condizione di subalternità.</p>
<p>Come si fa a cambiare le cose, che richiedono specialmente un gran coraggio e di esporsi in prima persona, se c&#8217;è chi ancora fa sentire la sua voce attraverso un nickname?</p>
<p>Mi fa piacere vedere che i commenti, questa volta, salvo per il momento uno, portano tutti, così spero, la vera identità dello scrivente.</p>
<p>Queste cose l&#8217;ho dette anch&#8217;io tempo fa, altrove.</p>
<p>Ora le ripete (mi pare di averglielo sentito dire un&#8217;altra volta) la ben più autorevole Benedetti. Speriamo che finalmente si cambi registro!</p>
<p>Il concetto è questo: di ciò che si scrive, occorre abituarsi ad essere responsabili, con tanto di nome e cognome.</p>
<p>Bart</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Siddartha Rosteghin</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10071</link>
		<dc:creator>Siddartha Rosteghin</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10071</guid>
		<description>Ecco fatto, mi firmo con nome e cognome. Ma chi ti garantisce che siano reali? Dobbiamo aggiungere anche indirizzo e numero di telefono?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco fatto, mi firmo con nome e cognome. Ma chi ti garantisce che siano reali? Dobbiamo aggiungere anche indirizzo e numero di telefono?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10072</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10072</guid>
		<description>Vorrei commentare l'ultimo commento, per ora ancora con il mio nickname e dire perché ho deciso di adottarlo, infatti non sono del tutto d'accordo con chi mi precede.
Due considerazioni:
1) questo sito, mi pare, e se mi sbaglio cade  quello che sto per dire, ha accettato i nickname fin dall'inizio. Dunque è teoricamente e praticamente possibile che  carla bendetti o altri  intervengano sia come tali che con un nick name. Questa mera possibilità, anche se non praticata, toglie forza all'invito a rivelarsi. 
2) perché qui  ci sono tanti anonimi? Un'ipotesi è che qualcuno, e io sono fra questi, senta odore di potere, in realtà "potere" è una parola grossolana  in questo caso, ma spero che capiate cosa intendo. Basta l'odore del potere, o di una qualche supremazia, a volte, per  mettere addosso una certa voglia di sbeffeggiarlo, e la beffa al potere è in maschera, soprattutto quando non è un potere materiale, che magari fa venir voglia di contestarlo diversamente. Io non intendo accusare  N.I. di volerlo praticare, ma di fatto ha dato a molti quest'impressione. Inoltre,  – forse perché la scrittura e la lettura in rete sono meno meditate – sembra che alcune persone  si arroghino un'autorità morale, una maggiore decenza politica rispetto ad altri, una giustificazione più forte a dire le cose.
3) obbligate tutti a rivelarsi,  vale infatti secondo me quel detto che  intima: o tutti o nessuno. 
Dunque il difetto sta nel manico, ciao a tutti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei commentare l&#8217;ultimo commento, per ora ancora con il mio nickname e dire perché ho deciso di adottarlo, infatti non sono del tutto d&#8217;accordo con chi mi precede.<br />
Due considerazioni:<br />
1) questo sito, mi pare, e se mi sbaglio cade  quello che sto per dire, ha accettato i nickname fin dall&#8217;inizio. Dunque è teoricamente e praticamente possibile che  carla bendetti o altri  intervengano sia come tali che con un nick name. Questa mera possibilità, anche se non praticata, toglie forza all&#8217;invito a rivelarsi.<br />
2) perché qui  ci sono tanti anonimi? Un&#8217;ipotesi è che qualcuno, e io sono fra questi, senta odore di potere, in realtà &#8220;potere&#8221; è una parola grossolana  in questo caso, ma spero che capiate cosa intendo. Basta l&#8217;odore del potere, o di una qualche supremazia, a volte, per  mettere addosso una certa voglia di sbeffeggiarlo, e la beffa al potere è in maschera, soprattutto quando non è un potere materiale, che magari fa venir voglia di contestarlo diversamente. Io non intendo accusare  N.I. di volerlo praticare, ma di fatto ha dato a molti quest&#8217;impressione. Inoltre,  – forse perché la scrittura e la lettura in rete sono meno meditate – sembra che alcune persone  si arroghino un&#8217;autorità morale, una maggiore decenza politica rispetto ad altri, una giustificazione più forte a dire le cose.<br />
3) obbligate tutti a rivelarsi,  vale infatti secondo me quel detto che  intima: o tutti o nessuno.<br />
Dunque il difetto sta nel manico, ciao a tutti</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10073</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10073</guid>
		<description>L'ultimo commento per me era quello di Bartolomeo Di Monaco, scusate.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ultimo commento per me era quello di Bartolomeo Di Monaco, scusate.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Bernardo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10074</link>
		<dc:creator>Bernardo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10074</guid>
		<description>&gt; Già gli italiani, antropologicamente, non sono molto coraggiosi, né troppo inclini a prendersi libertà individuali. Preferiscono stare nella corrente. Si credono meno liberi di ciò che potrebbero essere. Le soggezioni e le autocensure sono molto forti. E' una nazione molto disciplinata.

Il discorso di Carla Benedetti è abbastanza carino ma probabilmente affronta delle complessità superiori alle sue forze: mi sembra infatti che le sue "isole" di competenza iper-specialistica siano per lo più circondate da un "tessuto connettivo" di qualità più scadente, come testimonia l'incredibile paragrafo che ho riportato, degno delle barzellette in cui c'è un italiano, un tedesco, un francese eccetera. Ma dovendo tradursi in "azione", al posto di una complessità che potrebbe diventare paralizzante, è ben necessario che la faccenda venga semplificata in termini moraleggianti, che sono da sempre i più "accessibili", attraverso un'inverosimile "narrativa" che vedrebbe un gruppuscolo di "risvegliati" (coloro che sono in qualche modo riusciti ad affrancarsi dai "divieti introiettati", e sono quindi evasi dal funzionariato) agire disinteressatamente, cioè esclusivamente rapporto alle determinanti artistiche del proprio campo (pensato di volta in volta come del tutto autonomo oppure strettamente connesso alla realtà sociale - senza contraddizione logica: semplicemente separando i diversi momenti dell'opportunità) in favore di masse deficienti, ed in contrasto all'azione di certi "risvegliati male" che hanno evidentemente optato per il "lato oscuro della forza". In altre parole, la sua rappresentazione del campo antropologico non mi appare né completa né equilibrata, anche se ben decodificabile da una logica di smarcamenti tattici entro un campo intellettuale periferico.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>> Già gli italiani, antropologicamente, non sono molto coraggiosi, né troppo inclini a prendersi libertà individuali. Preferiscono stare nella corrente. Si credono meno liberi di ciò che potrebbero essere. Le soggezioni e le autocensure sono molto forti. E&#8217; una nazione molto disciplinata.</p>
<p>Il discorso di Carla Benedetti è abbastanza carino ma probabilmente affronta delle complessità superiori alle sue forze: mi sembra infatti che le sue &#8220;isole&#8221; di competenza iper-specialistica siano per lo più circondate da un &#8220;tessuto connettivo&#8221; di qualità più scadente, come testimonia l&#8217;incredibile paragrafo che ho riportato, degno delle barzellette in cui c&#8217;è un italiano, un tedesco, un francese eccetera. Ma dovendo tradursi in &#8220;azione&#8221;, al posto di una complessità che potrebbe diventare paralizzante, è ben necessario che la faccenda venga semplificata in termini moraleggianti, che sono da sempre i più &#8220;accessibili&#8221;, attraverso un&#8217;inverosimile &#8220;narrativa&#8221; che vedrebbe un gruppuscolo di &#8220;risvegliati&#8221; (coloro che sono in qualche modo riusciti ad affrancarsi dai &#8220;divieti introiettati&#8221;, e sono quindi evasi dal funzionariato) agire disinteressatamente, cioè esclusivamente rapporto alle determinanti artistiche del proprio campo (pensato di volta in volta come del tutto autonomo oppure strettamente connesso alla realtà sociale - senza contraddizione logica: semplicemente separando i diversi momenti dell&#8217;opportunità) in favore di masse deficienti, ed in contrasto all&#8217;azione di certi &#8220;risvegliati male&#8221; che hanno evidentemente optato per il &#8220;lato oscuro della forza&#8221;. In altre parole, la sua rappresentazione del campo antropologico non mi appare né completa né equilibrata, anche se ben decodificabile da una logica di smarcamenti tattici entro un campo intellettuale periferico.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Bartolomeo Di Monaco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10075</link>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10075</guid>
		<description>A Siddartha eccetera.

Mi pare chiaro che quando dico nome e cognome, intendo quelli veri. Puoi scrivere anche Luigi Rossi o Mario Bianchi, purché siano veri. Se no, sempre di nickname si tratta. L'indirizzo o il numero di telefono... beh, non ci siamo capiti, mi pare

A temperanza.

L'uso del proprio nome è il solo modo di essere veramente credibili in ciò che si dice. Firmare le proprie convinzioni significa riuscire in qualche modo a dare loro una certa autorità, un certo potere.

Il nickname, per quanto sincere e convinte siano le espressioni di chi se ne serve, racchiude in sé una debolezza, una paura, un gesto che somiglia sempre a quello di colui che tira il sasso e nasconde la mano, o a colui che grida: Armiamoci e partite.

Si può scrivere, qualche volta, delle stupidaggini (a chi non è mai accaduto?), di cui magari ci si pente subito dopo aver postato. Ciò giustifica la prudenza che si nasconde spesso sotto l'uso del nickname? Credo di no.
Anche nel dire le stupidaggini si deve sempre  esercitare il nostro dovere alla responsabilità.

Nessuno va in galera o si compromette la reputazione, se qualche volta dice delle corbellerie. 
(Qualcuno potrebbe irridermi, dicendo che ne sto abusando io :-)). 

Ne faccio una questione di civiltà, di maturità, di crescita.

Il fatto, magari, che anche in altri Paesi se ne faccia uso (non lo so)non modifica le cose. Potremmo essere noi a dare l'esempio, no?

A proposito dell'intervista sul Times ai Wu Ming si è detto che noi abbiamo la mania di parlare solo di scrittori stranieri, ignorando quelli che abbiamo in casa.

Bene, perché non parlarne davvero e aiutarli a farsi conoscere?

Con le mie poche forze io lo sto facendo, aiutato da un piccolo editore sconosciuto quanto me, e coraggioso più di me, Marco Valerio. Chi va nel mio sito, (www.bartolomeodimonaco.it) e nella Home clicca su LE MIE LETTURE, vede il lavoro che vado facendo e i libri che sono usciti al riguardo. Nel 2006 ne uscirà un altro dello stesso tipo.

Addirittura vado riesumando ottimi scrittori finiti nel dimenticaio, solo perché oggi la moda è cambiata e non si guarda più al valore intrinseco dell'opera.

Questo lo dico, non per vantarmi, ma perché alle parole bisogna sempre far seguire i fatti, e firmarli con il proprio nome e cognone. Quelli veri!

Bart</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>A Siddartha eccetera.</p>
<p>Mi pare chiaro che quando dico nome e cognome, intendo quelli veri. Puoi scrivere anche Luigi Rossi o Mario Bianchi, purché siano veri. Se no, sempre di nickname si tratta. L&#8217;indirizzo o il numero di telefono&#8230; beh, non ci siamo capiti, mi pare</p>
<p>A temperanza.</p>
<p>L&#8217;uso del proprio nome è il solo modo di essere veramente credibili in ciò che si dice. Firmare le proprie convinzioni significa riuscire in qualche modo a dare loro una certa autorità, un certo potere.</p>
<p>Il nickname, per quanto sincere e convinte siano le espressioni di chi se ne serve, racchiude in sé una debolezza, una paura, un gesto che somiglia sempre a quello di colui che tira il sasso e nasconde la mano, o a colui che grida: Armiamoci e partite.</p>
<p>Si può scrivere, qualche volta, delle stupidaggini (a chi non è mai accaduto?), di cui magari ci si pente subito dopo aver postato. Ciò giustifica la prudenza che si nasconde spesso sotto l&#8217;uso del nickname? Credo di no.<br />
Anche nel dire le stupidaggini si deve sempre  esercitare il nostro dovere alla responsabilità.</p>
<p>Nessuno va in galera o si compromette la reputazione, se qualche volta dice delle corbellerie.<br />
(Qualcuno potrebbe irridermi, dicendo che ne sto abusando io :-)). </p>
<p>Ne faccio una questione di civiltà, di maturità, di crescita.</p>
<p>Il fatto, magari, che anche in altri Paesi se ne faccia uso (non lo so)non modifica le cose. Potremmo essere noi a dare l&#8217;esempio, no?</p>
<p>A proposito dell&#8217;intervista sul Times ai Wu Ming si è detto che noi abbiamo la mania di parlare solo di scrittori stranieri, ignorando quelli che abbiamo in casa.</p>
<p>Bene, perché non parlarne davvero e aiutarli a farsi conoscere?</p>
<p>Con le mie poche forze io lo sto facendo, aiutato da un piccolo editore sconosciuto quanto me, e coraggioso più di me, Marco Valerio. Chi va nel mio sito, (www.bartolomeodimonaco.it) e nella Home clicca su LE MIE LETTURE, vede il lavoro che vado facendo e i libri che sono usciti al riguardo. Nel 2006 ne uscirà un altro dello stesso tipo.</p>
<p>Addirittura vado riesumando ottimi scrittori finiti nel dimenticaio, solo perché oggi la moda è cambiata e non si guarda più al valore intrinseco dell&#8217;opera.</p>
<p>Questo lo dico, non per vantarmi, ma perché alle parole bisogna sempre far seguire i fatti, e firmarli con il proprio nome e cognone. Quelli veri!</p>
<p>Bart</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10076</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10076</guid>
		<description>Per me più che la "semplicità", la cosa davvero curiosa  nel discorso di benedetti, vista  la chiamata alle armi e l'impostazione etica che vuole dargli, è che parli così poco,  se non en passant, di università, un nodo marcissimo della società italiana, con criteri di selezione in cui la cooptazione, di per sé cosa neutra, sfiora la pratica mafiosa, molto più che nell'editoria, dove se non altro il discorso, nella sua brutale economicità, è più chiaro. Eppure l'università è parte della grande macchina della formazione, momento cruciale per il futuro di questo paese, e non credo che lei sia un'assegnista di ricerca, sarà come minimo un'associata.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Per me più che la &#8220;semplicità&#8221;, la cosa davvero curiosa  nel discorso di benedetti, vista  la chiamata alle armi e l&#8217;impostazione etica che vuole dargli, è che parli così poco,  se non en passant, di università, un nodo marcissimo della società italiana, con criteri di selezione in cui la cooptazione, di per sé cosa neutra, sfiora la pratica mafiosa, molto più che nell&#8217;editoria, dove se non altro il discorso, nella sua brutale economicità, è più chiaro. Eppure l&#8217;università è parte della grande macchina della formazione, momento cruciale per il futuro di questo paese, e non credo che lei sia un&#8217;assegnista di ricerca, sarà come minimo un&#8217;associata.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Lucio  Angelini</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10077</link>
		<dc:creator>Lucio  Angelini</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10077</guid>
		<description>Se qualcuno dei Titolari mi supplica:-) espressamente di inviarla per Nazione Indiana, avrei una bella sintesi di un dibattito svoltosi in icl sul tema dei nick e del loro perché. Si intitola 'Simona Vinci è uscita dal niusgruppo'.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Se qualcuno dei Titolari mi supplica:-) espressamente di inviarla per Nazione Indiana, avrei una bella sintesi di un dibattito svoltosi in icl sul tema dei nick e del loro perché. Si intitola &#8216;Simona Vinci è uscita dal niusgruppo&#8217;.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Bernardo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10078</link>
		<dc:creator>Bernardo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10078</guid>
		<description>Il nickname presenta degli ovvi vantaggi, ai quali uno rinuncerà soltanto in vista di adeguate contropartite. Per esempio quando, intravedendo la possibilità di impegnarsi in un dialogo serio in un ambiente ricettivo e neutrale, riterrà di poter andare a produrre degli interventi che, complessivamente, possono formare una "connotazione" immaginata come positiva (da un punto di vista personale e/o sociale) e che quindi vorrà vedere "convogliata" (capitalizzata) sul proprio nome. Dipenderà dunque tanto dalle intenzioni e strategie del soggetto quanto dalla percezione del contesto d'interazione. Per esempio, se in un posto principalmente si cazzeggia, quale "claque" (ancorché plebea e magari riottosa ma con tutta evidenza prescindibile) al discorso dei cosiddetti "autori autorizzati", sarà abbastanza futile andare ad impegnarci la cosiddetta "immagine". In fondo, alla nostra presunta razionalità si accompagna pur sempre una caterva di residui arcaici: penso sia difficile rimanere davvero impassibili alle offese portate al nostro "nome vero". Appurata questa sopravvivenza di "pensiero magico", conviene ricorrere ad un nickname, che uno potrebbe comunque rivendicare "in toto" alla fine dei giochi.
L'uso retorico della questione da parte di Carla Benedetti, rivela secondo me una concezione di Internet quale risorsa di "pubblico aggiuntivo", e non di potenziali interlocutori. Come per il pubblico "tout court", passivamente rappresentato da ambigui "mediatori", oppure brutalmente soppesato attraverso applausi, acquisti o l'auditel, se ne dà per scontata la "buona volontà culturale" - ovvero una disarmata docilità alle violenze simboliche - elemento questo che unisce le diverse frazioni dei ceti dominanti (seppure tra di loro ferocemente rivali) in una sostanziale solidarietà. Ma forse tutto ciò è davvero inevitabile. "La stessa collusione inconfessata regola i rapporti dei seduttori con le loro vittime e degli impostori deliranti con la folla istupidita; ne consegue l’opportunismo dei bricconi: la grossolana mistificazione si ordisce, vi insisto, in connivenza più o meno dichiarata con le vittime che, nella misura in cui consentono all’impostura, hanno ben meritato il loro imbroglio. Ingannatori ed ingannati sono in combutta. Tutti mentitori, falsari e buffoni. Sono tutti degni gli uni degli altri."</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il nickname presenta degli ovvi vantaggi, ai quali uno rinuncerà soltanto in vista di adeguate contropartite. Per esempio quando, intravedendo la possibilità di impegnarsi in un dialogo serio in un ambiente ricettivo e neutrale, riterrà di poter andare a produrre degli interventi che, complessivamente, possono formare una &#8220;connotazione&#8221; immaginata come positiva (da un punto di vista personale e/o sociale) e che quindi vorrà vedere &#8220;convogliata&#8221; (capitalizzata) sul proprio nome. Dipenderà dunque tanto dalle intenzioni e strategie del soggetto quanto dalla percezione del contesto d&#8217;interazione. Per esempio, se in un posto principalmente si cazzeggia, quale &#8220;claque&#8221; (ancorché plebea e magari riottosa ma con tutta evidenza prescindibile) al discorso dei cosiddetti &#8220;autori autorizzati&#8221;, sarà abbastanza futile andare ad impegnarci la cosiddetta &#8220;immagine&#8221;. In fondo, alla nostra presunta razionalità si accompagna pur sempre una caterva di residui arcaici: penso sia difficile rimanere davvero impassibili alle offese portate al nostro &#8220;nome vero&#8221;. Appurata questa sopravvivenza di &#8220;pensiero magico&#8221;, conviene ricorrere ad un nickname, che uno potrebbe comunque rivendicare &#8220;in toto&#8221; alla fine dei giochi.<br />
L&#8217;uso retorico della questione da parte di Carla Benedetti, rivela secondo me una concezione di Internet quale risorsa di &#8220;pubblico aggiuntivo&#8221;, e non di potenziali interlocutori. Come per il pubblico &#8220;tout court&#8221;, passivamente rappresentato da ambigui &#8220;mediatori&#8221;, oppure brutalmente soppesato attraverso applausi, acquisti o l&#8217;auditel, se ne dà per scontata la &#8220;buona volontà culturale&#8221; - ovvero una disarmata docilità alle violenze simboliche - elemento questo che unisce le diverse frazioni dei ceti dominanti (seppure tra di loro ferocemente rivali) in una sostanziale solidarietà. Ma forse tutto ciò è davvero inevitabile. &#8220;La stessa collusione inconfessata regola i rapporti dei seduttori con le loro vittime e degli impostori deliranti con la folla istupidita; ne consegue l’opportunismo dei bricconi: la grossolana mistificazione si ordisce, vi insisto, in connivenza più o meno dichiarata con le vittime che, nella misura in cui consentono all’impostura, hanno ben meritato il loro imbroglio. Ingannatori ed ingannati sono in combutta. Tutti mentitori, falsari e buffoni. Sono tutti degni gli uni degli altri.&#8221;</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: carla benedetti</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10079</link>
		<dc:creator>carla benedetti</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10079</guid>
		<description>cara temperanza,
mi domandi come mai non parlo molto dell'università. A parte che non si può parlare di tutto nello stesso tempo, a parte che ne ho parlato in altri luoghi (per esempio in  saggio intitolato "I virus del potere non ci arrivano per posta", nel volume "Patrie impure", a cura di B. Centovalli, Rizzoli, 2004), a parte che sono stata denunciata per diffamazione dal prof.  Walter Pedullà, mio collega universitario, a parte tutto questo, ti faccio notare che io mi firmo col mio nome, ed è solo per questo che tu puoi andare a verificare la coerenza del mio comportamento in un altrove rispetto a questo mio scritto. 
Se mi firmassi Giustizia non mi potresti venire a dire queste cose. E' chiaro?
Non così di te, che ti mascheri dietro una delle quattro virtù teologali, ma potresti essere benissimo il guardaspalle del suddetto. Ecco a cosa possono anche servire i nomignoli di copertura. Dico "anche", perché è chiaro che l'anonimato può essere in certi casi anche un'arma. Ma non quando si discute di editoria, mi pare, o di cultura, o di politica ecc. 
Lo dice ancora meglio Bartolomeo di Monaco: "i nickname sono la spia lampante della nostra condizione di subalternità. Come si fa a cambiare le cose, che richiedono specialmente un gran coraggio e di esporsi in prima persona, se c'è chi ancora fa sentire la sua voce attraverso un nickname?"
Lo dico anche per rispondere a Sergio Garufi. Comunque grazie, Sergio, di  tutti i commenti illuminanti  da "restauratore". Sì, è un peccato che l'incontro sia stato interrotto e non abbiano potuto intervenire tutti, e anche i non previsti. Pensavamo di avere due ore, e invece  abbiamo potuto utilizzre la sala solo per un ora e dieci, è un vero peccato!
 Quanto ai giornali che riducono a caricatura le discussioni trasfromandole in "polemiche" non è da ora, e io ne so qualcosa per averne già fatto le spese, già al tempo del mio libro "Pasolini contro Calvino". 
Franz, mi piace l'immagine della  "catena alimentare" e anche  i "panini pensanti" , quasi tutti stranieri..!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>cara temperanza,<br />
mi domandi come mai non parlo molto dell&#8217;università. A parte che non si può parlare di tutto nello stesso tempo, a parte che ne ho parlato in altri luoghi (per esempio in  saggio intitolato &#8220;I virus del potere non ci arrivano per posta&#8221;, nel volume &#8220;Patrie impure&#8221;, a cura di B. Centovalli, Rizzoli, 2004), a parte che sono stata denunciata per diffamazione dal prof.  Walter Pedullà, mio collega universitario, a parte tutto questo, ti faccio notare che io mi firmo col mio nome, ed è solo per questo che tu puoi andare a verificare la coerenza del mio comportamento in un altrove rispetto a questo mio scritto.<br />
Se mi firmassi Giustizia non mi potresti venire a dire queste cose. E&#8217; chiaro?<br />
Non così di te, che ti mascheri dietro una delle quattro virtù teologali, ma potresti essere benissimo il guardaspalle del suddetto. Ecco a cosa possono anche servire i nomignoli di copertura. Dico &#8220;anche&#8221;, perché è chiaro che l&#8217;anonimato può essere in certi casi anche un&#8217;arma. Ma non quando si discute di editoria, mi pare, o di cultura, o di politica ecc.<br />
Lo dice ancora meglio Bartolomeo di Monaco: &#8220;i nickname sono la spia lampante della nostra condizione di subalternità. Come si fa a cambiare le cose, che richiedono specialmente un gran coraggio e di esporsi in prima persona, se c&#8217;è chi ancora fa sentire la sua voce attraverso un nickname?&#8221;<br />
Lo dico anche per rispondere a Sergio Garufi. Comunque grazie, Sergio, di  tutti i commenti illuminanti  da &#8220;restauratore&#8221;. Sì, è un peccato che l&#8217;incontro sia stato interrotto e non abbiano potuto intervenire tutti, e anche i non previsti. Pensavamo di avere due ore, e invece  abbiamo potuto utilizzre la sala solo per un ora e dieci, è un vero peccato!<br />
 Quanto ai giornali che riducono a caricatura le discussioni trasfromandole in &#8220;polemiche&#8221; non è da ora, e io ne so qualcosa per averne già fatto le spese, già al tempo del mio libro &#8220;Pasolini contro Calvino&#8221;.<br />
Franz, mi piace l&#8217;immagine della  &#8220;catena alimentare&#8221; e anche  i &#8220;panini pensanti&#8221; , quasi tutti stranieri..!</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Bernardo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10080</link>
		<dc:creator>Bernardo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10080</guid>
		<description>Un discorso che abbia bisogno di verificare la "coerenza di comportamenti" da parte degli interlocutori è ovviamente un discorso "sui generis", che non si basa sul confronto diretto tra idee esprimibili (ritenuto probabilmente impossibile in ragione delle distanze culturali o del livello di impegno richiesto) ma il consueto ed innocuo pseudo-confronto basato sul malinteso, sui cerimoniali di esibizione e soppesamento dei titoli di legittimità, culturale o morale che sia. Per me una "coerenza di comportamenti" da parte di Carla Benedetti sarebbe un optional del tutto inessenziale: se per sopravvivere dovesse un poco "trasgredire" direi "pazienza!". 
Io non escludo neppure che i suoi libri contengano una formulazione delle sue tesi assai più forte e convincente di quanto visto qui (ma io li leggerò soltanto quando ad essi "punterà" qualcuno degli autori che considero essenziali e nei quali ripongo la mia fiducia - si tratta di un semplice criterio euristico in un regime di scarsità di risorse). Quello che critico è soltanto ciò che leggo qui, che mi convince sempre meno.

"Il malinteso non è semplicemente la truffa: stabilisce tra gli uomini un certo ordine provvisorio che, pur non rimpiazzando l’intesa trasparente e senza secondi fini, vale tuttavia più della discordia aperta. Male reso necessario dalla stupidità e cattiveria degli uomini, si può dire che consiste nell’intesa discordante o nel disaccordo accordato, mantenuto ad ogni costo in equilibrio fino al giorno del capitombolo. Il malinteso intreccia tra quei cannibali che noi siamo una specie di “modus vivendi”, e tutto un cerimoniale convenzionale di legami immaginari, di falsi screzi e di pseudo-riconciliazioni. Non è quindi sufficiente dire che il malinteso ha una funzione sociale, dato che è la socievolezza stessa; colma lo spazio tra gli individui con l’ovatta e il piumino delle menzogne ammortizzanti, trasforma il barbaro e spigoloso predatore in un falsario civilizzato; i frodatori infatti non si sopporterebbero se dovessero approfondire la loro condizione, e la franchezza totale, la diafana lealtà, avrebbero ben presto come conseguenza di trasformare il loro ordine in una giungla frenetica." V.Jankelevitch</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Un discorso che abbia bisogno di verificare la &#8220;coerenza di comportamenti&#8221; da parte degli interlocutori è ovviamente un discorso &#8220;sui generis&#8221;, che non si basa sul confronto diretto tra idee esprimibili (ritenuto probabilmente impossibile in ragione delle distanze culturali o del livello di impegno richiesto) ma il consueto ed innocuo pseudo-confronto basato sul malinteso, sui cerimoniali di esibizione e soppesamento dei titoli di legittimità, culturale o morale che sia. Per me una &#8220;coerenza di comportamenti&#8221; da parte di Carla Benedetti sarebbe un optional del tutto inessenziale: se per sopravvivere dovesse un poco &#8220;trasgredire&#8221; direi &#8220;pazienza!&#8221;.<br />
Io non escludo neppure che i suoi libri contengano una formulazione delle sue tesi assai più forte e convincente di quanto visto qui (ma io li leggerò soltanto quando ad essi &#8220;punterà&#8221; qualcuno degli autori che considero essenziali e nei quali ripongo la mia fiducia - si tratta di un semplice criterio euristico in un regime di scarsità di risorse). Quello che critico è soltanto ciò che leggo qui, che mi convince sempre meno.</p>
<p>&#8220;Il malinteso non è semplicemente la truffa: stabilisce tra gli uomini un certo ordine provvisorio che, pur non rimpiazzando l’intesa trasparente e senza secondi fini, vale tuttavia più della discordia aperta. Male reso necessario dalla stupidità e cattiveria degli uomini, si può dire che consiste nell’intesa discordante o nel disaccordo accordato, mantenuto ad ogni costo in equilibrio fino al giorno del capitombolo. Il malinteso intreccia tra quei cannibali che noi siamo una specie di “modus vivendi”, e tutto un cerimoniale convenzionale di legami immaginari, di falsi screzi e di pseudo-riconciliazioni. Non è quindi sufficiente dire che il malinteso ha una funzione sociale, dato che è la socievolezza stessa; colma lo spazio tra gli individui con l’ovatta e il piumino delle menzogne ammortizzanti, trasforma il barbaro e spigoloso predatore in un falsario civilizzato; i frodatori infatti non si sopporterebbero se dovessero approfondire la loro condizione, e la franchezza totale, la diafana lealtà, avrebbero ben presto come conseguenza di trasformare il loro ordine in una giungla frenetica.&#8221; V.Jankelevitch</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10081</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10081</guid>
		<description>cara Carla benedetti, grazie di avermi risposto. Mi dispiace che non ci si possa guardare in faccia, a queste righe dei commenti, così "parlate", manca il corpo che nella comunicazione aiuta.
Due cose, non era un attacco alla tua persona, era una considerazione sul metodo, o anche se vuoi un attacco al metodo. Il punto vero qui, e vedo che altri lo hanno notato, è la scuola.  E' vero che non si può parlare di tutto, ma il punto cruciale non è  questo delta in cui tutto va a finire, ma la sorgente del fiume e il suo corso. 
Seconda cosa, tu hai a mio avviso contemporaneamente ragione e torto, perché è vero che io qui mi chiamo temperanza e tu carla benedetti, ma è anche vero che per come questo sito si è configurato, teoricamente potresti essere carla benedetti e temperanza. La mera possibilità che tu possa essere al tempo stesso sia carla benedetti che temperanza,  rende di fatto debolissima la richiesta di non usare un nick. E' questo che non funziona. Stavo per usare il mio vero nome, quando ho aggiunto il commento sull'università, perché è scocciante giocare questo gioco troppo a lungo, ma poi non lo ho fatto anche per una questione di puntiglio, non oso dire di principio.  Tu posti e commenti, io commento, sono uomo/donna massa. E' questo che vorrei sottolineare.  Tu sei un professore universitario, molti qui potrebbero essere dei precari molti deboli economicamente e socialmente. Non ti accuso certo perché lo sei, né voglio dire che tu useresti questa debolezza a loro svantaggio, voglio solo sottolineare che ci sono anche qui – di fatto – posizioni di debolezza e di forza, che ci sono persone che potrebbero parlare con uno, due, tre nick, e anche con un nome vero e dieci nick. C'è qualcosa che non funziona  e non può essere ascritto solo alla debolezza etica dei commentatori anonimi, nel momento in cui qui "tutti" useranno il loro vero nome e solo quello, allora anch'io lo userò,  e dirò anche mi chiamo così, prima ero temperanza. Adesso mi è venuta una certa ostinazione, mannaggia, perché penso di aver toccato un problema vero.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>cara Carla benedetti, grazie di avermi risposto. Mi dispiace che non ci si possa guardare in faccia, a queste righe dei commenti, così &#8220;parlate&#8221;, manca il corpo che nella comunicazione aiuta.<br />
Due cose, non era un attacco alla tua persona, era una considerazione sul metodo, o anche se vuoi un attacco al metodo. Il punto vero qui, e vedo che altri lo hanno notato, è la scuola.  E&#8217; vero che non si può parlare di tutto, ma il punto cruciale non è  questo delta in cui tutto va a finire, ma la sorgente del fiume e il suo corso.<br />
Seconda cosa, tu hai a mio avviso contemporaneamente ragione e torto, perché è vero che io qui mi chiamo temperanza e tu carla benedetti, ma è anche vero che per come questo sito si è configurato, teoricamente potresti essere carla benedetti e temperanza. La mera possibilità che tu possa essere al tempo stesso sia carla benedetti che temperanza,  rende di fatto debolissima la richiesta di non usare un nick. E&#8217; questo che non funziona. Stavo per usare il mio vero nome, quando ho aggiunto il commento sull&#8217;università, perché è scocciante giocare questo gioco troppo a lungo, ma poi non lo ho fatto anche per una questione di puntiglio, non oso dire di principio.  Tu posti e commenti, io commento, sono uomo/donna massa. E&#8217; questo che vorrei sottolineare.  Tu sei un professore universitario, molti qui potrebbero essere dei precari molti deboli economicamente e socialmente. Non ti accuso certo perché lo sei, né voglio dire che tu useresti questa debolezza a loro svantaggio, voglio solo sottolineare che ci sono anche qui – di fatto – posizioni di debolezza e di forza, che ci sono persone che potrebbero parlare con uno, due, tre nick, e anche con un nome vero e dieci nick. C&#8217;è qualcosa che non funziona  e non può essere ascritto solo alla debolezza etica dei commentatori anonimi, nel momento in cui qui &#8220;tutti&#8221; useranno il loro vero nome e solo quello, allora anch&#8217;io lo userò,  e dirò anche mi chiamo così, prima ero temperanza. Adesso mi è venuta una certa ostinazione, mannaggia, perché penso di aver toccato un problema vero.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Nick Names</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10082</link>
		<dc:creator>Nick Names</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10082</guid>
		<description>Che solfa straordinaria. I nick names vigliacchi, la rinuncia all'identità, l'autocensura il controllo sociale, che altro?
Per me Carla Debenedetti è un nick. 
E come lei molti altri, nomi di soggetti svuotati d'identità. 
Notte, fittizi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Che solfa straordinaria. I nick names vigliacchi, la rinuncia all&#8217;identità, l&#8217;autocensura il controllo sociale, che altro?<br />
Per me Carla Debenedetti è un nick.<br />
E come lei molti altri, nomi di soggetti svuotati d&#8217;identità.<br />
Notte, fittizi.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Bartolomeo Di Monaco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10083</link>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10083</guid>
		<description>Per carità, sei libera di fare quel che ti pare.
Io sono il signor nessuno. Massimo rispetto per gli altri e un po' anche per me stesso.

Ecco perché, se devo dire una cosa, la dico.

Non prendertela, perciò. Non è la fine del mondo se la pensiamo diversamente.

Bart</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Per carità, sei libera di fare quel che ti pare.<br />
Io sono il signor nessuno. Massimo rispetto per gli altri e un po&#8217; anche per me stesso.</p>
<p>Ecco perché, se devo dire una cosa, la dico.</p>
<p>Non prendertela, perciò. Non è la fine del mondo se la pensiamo diversamente.</p>
<p>Bart</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Bartolomeo Di Monaco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10084</link>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10084</guid>
		<description>x temperanza,

come sempre succede quando si desidera cambiare le cose, e in questo cambiamento, ovviamente, ci si crede, qualcuno deve cominciare, dare l'esempio.

Comincia tu a dire chi sei. Forse nessun altro ti seguirà, o pochi. E allora?

Se continui a nasconderti dietro un nickname 
non solo sei massa anonima, ma ti sei deliberatamente cancellata, non credi?

Quelli che qualche volta usano il nome vero, e qualche volta il nick, non hanno ancora risolto la loro ambiguità.

In questa scelta di affermarsi come persona, di far valere la propria individualità, di attestare il proprio coraggio, il proprio voler esserci in prima persona e anche in trincea, quando occorra, nessuno ci può aiutare. E' una scelta interamenente ed esclusivamente nostra.

Non nascondo che mi dispiace molto se questo valore così grande viene confuso e ricoperto da giustificazioni che sono tutte fasulle e, perché no?, colpevoli.

Bart</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>x temperanza,</p>
<p>come sempre succede quando si desidera cambiare le cose, e in questo cambiamento, ovviamente, ci si crede, qualcuno deve cominciare, dare l&#8217;esempio.</p>
<p>Comincia tu a dire chi sei. Forse nessun altro ti seguirà, o pochi. E allora?</p>
<p>Se continui a nasconderti dietro un nickname<br />
non solo sei massa anonima, ma ti sei deliberatamente cancellata, non credi?</p>
<p>Quelli che qualche volta usano il nome vero, e qualche volta il nick, non hanno ancora risolto la loro ambiguità.</p>
<p>In questa scelta di affermarsi come persona, di far valere la propria individualità, di attestare il proprio coraggio, il proprio voler esserci in prima persona e anche in trincea, quando occorra, nessuno ci può aiutare. E&#8217; una scelta interamenente ed esclusivamente nostra.</p>
<p>Non nascondo che mi dispiace molto se questo valore così grande viene confuso e ricoperto da giustificazioni che sono tutte fasulle e, perché no?, colpevoli.</p>
<p>Bart</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Nick Names</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10085</link>
		<dc:creator>Nick Names</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10085</guid>
		<description>Cazz... Benedetti, "Carla Benedetti è un nick", che Debenedetti, porconick infame, errata corrige...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cazz&#8230; Benedetti, &#8220;Carla Benedetti è un nick&#8221;, che Debenedetti, porconick infame, errata corrige&#8230;</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Bartolomeo Di Monaco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/05/16/la-macchina-e-i-funzionari/#comment-10086</link>
		<dc:creator>Bartolomeo Di Monaco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 1999 00:00:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost/ni2/?p=1165#comment-10086</guid>
		<description>Non so dove sia finita la risposta che ho postato per temperanza.

Volevo dirti che sei padronissima di continuare a usare il tuo nickname, ci mancherebbe!

Io non sono d'accordo, per i motivi che ho detto, e di cui, credimi, sono arciconvinto, come, del resto, tu dei tuoi.

Se ci sono congiure, secondi fini, e così via, che consiglino di usare il nickname, tutto ciò non tocca la sostanza di quanto ho detto.

Usare il nome vero non è mai un rischio, secondo me. Altrimenti come ci si dovrebbe comportare in tante, innumerevoli situazioni a cui ci mette di fronte la vita? Quanti nickname dovremmo usare?

Ciao.

Bart</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non so dove sia finita la risposta che ho postato per temperanza.</p>
<p>Volevo dirti che sei padronissima di continuare a usare il tuo nickname, ci mancherebbe!</p>
<p>Io non sono d&#8217;accordo, per i motivi che ho detto, e di cui, credimi, sono arciconvinto, come, del resto, tu dei tuoi.</p>
<p>Se ci sono congiure, secondi fini, e così via, che consiglino di usare il nickname, tutto ciò non tocca la sostanza di quanto ho detto.</p>
<p>Usare il nome vero non è mai un rischio, secondo me. Altrimenti come ci si dovrebbe comportare in tante, innumerevoli situazioni a cui ci mette di fronte la vita? Quanti nickname dovremmo usare?</p>
<p>Ciao.</p>
<p>Bart</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>
