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	<title>Commenti a: Apparition</title>
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	<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 18:45:07 +0000</pubDate>
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		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11479</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2005 10:38:38 +0000</pubDate>
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		<description>Vorrei anche dire che molta parte di quello che si dice nei commenti ai due testi sul terrorismo postati da Inglese è molto strettamente intrecciata al dettaglio di cui si parla qui.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei anche dire che molta parte di quello che si dice nei commenti ai due testi sul terrorismo postati da Inglese è molto strettamente intrecciata al dettaglio di cui si parla qui.</p>
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		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11478</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2005 10:08:25 +0000</pubDate>
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		<description>Ogni volta mi frego la citazione perché la metto tra i caporali,  la citazione di Malamud era:

**Coloro che affermano che il romanzo è morto, lo dicono perché non sono capaci di scriverne uno**

senza questa il discorso che ho fatto non ha senso</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta mi frego la citazione perché la metto tra i caporali,  la citazione di Malamud era:</p>
<p>**Coloro che affermano che il romanzo è morto, lo dicono perché non sono capaci di scriverne uno**</p>
<p>senza questa il discorso che ho fatto non ha senso</p>
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	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11477</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2005 10:05:51 +0000</pubDate>
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		<description>@mariob
Rispondo per me, cercando anche di essere sintetica per non scrivere un lenzuolo come ho fatto prima.
Se ho dato l'impressione di ritenere che narrazione e scrittura siano morte, ho dato l'impressione sbagliata. Questo genere di discorsi si fanno sempre dall'interno del problema. Se  fossero morte e sepolte, non ne parleremmo più.
Ma i modi, e la loro capacità di trasmettere l'esperienza e l'efficacia con cui lo fanno sono cambiati e questo cambiamento mi interessa e mi mette in difficoltà.

Tu citi Malamud, ma Malamud è il nonno della generazione che adesso ha trent'anni e per qualcuno addirittura il bisnonno. Comunque dice una cosa che ai miei occhi è particolarmente interessante e dalla quale vorrei ripartire.

&#62;

Perfetto, mettendo da parte chi non è capace di scriverlo perché  non sa scrivere, se ad avere difficoltà ad affrontare il romanzo è un'intera generazione, e se questa generazione nel romanzo ha una profonda sfiducia (non dunque il singolo incapace che farebbe meglio a fare altro) e se, per dire quello che vorrebbe comunque dire, è costretta ad arretrare su posizioni diverse? Se alla fine si dice non lo scriverò, il romanzo è morto, oppure è morto "per me", qualche ragione di porsi il problema ci sarà, non ti pare?

Se uno scrittore i cui strumenti sono quelli giusti (capacità di scrittura, di organizzazione, ecce.) nel momento in cui mette mano al romanzo si sente scorato, perché i nomi gli sembrano falsi, i luoghi  vani, la scrittura stessa del romanzo sfinita, che cosa farà?


Altra precisazione, parlo di romanzo, non di racconto, e so che romanzi ne sono stati scritti comunque, anche in questi ultimi trent'anni ma mi chiedo,
è in quei romanzi che si è toccato il punto nevralgico, dolente? A me non pare. Per esempio, la Maraini  ha scritto romanzi, la Agnello Hornby ha scritto romanzi (datemi un uomo che in questo momento non mi viene in mente) sono romanzi come questi che hanno toccato il punto nevralgico, dolente?  O è in scritture diverse, trasversali, marginali, frammentarie, deformate, saggistiche, e chi più ne ha più ne metta, in romanzi che allo statuto classico del romanzo hanno rinunciato, anche scegliendo registri  che di fatto le facevano scivolare fuori e lateralmente al romanzo?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@mariob<br />
Rispondo per me, cercando anche di essere sintetica per non scrivere un lenzuolo come ho fatto prima.<br />
Se ho dato l&#8217;impressione di ritenere che narrazione e scrittura siano morte, ho dato l&#8217;impressione sbagliata. Questo genere di discorsi si fanno sempre dall&#8217;interno del problema. Se  fossero morte e sepolte, non ne parleremmo più.<br />
Ma i modi, e la loro capacità di trasmettere l&#8217;esperienza e l&#8217;efficacia con cui lo fanno sono cambiati e questo cambiamento mi interessa e mi mette in difficoltà.</p>
<p>Tu citi Malamud, ma Malamud è il nonno della generazione che adesso ha trent&#8217;anni e per qualcuno addirittura il bisnonno. Comunque dice una cosa che ai miei occhi è particolarmente interessante e dalla quale vorrei ripartire.</p>
<p>&gt;</p>
<p>Perfetto, mettendo da parte chi non è capace di scriverlo perché  non sa scrivere, se ad avere difficoltà ad affrontare il romanzo è un&#8217;intera generazione, e se questa generazione nel romanzo ha una profonda sfiducia (non dunque il singolo incapace che farebbe meglio a fare altro) e se, per dire quello che vorrebbe comunque dire, è costretta ad arretrare su posizioni diverse? Se alla fine si dice non lo scriverò, il romanzo è morto, oppure è morto &#8220;per me&#8221;, qualche ragione di porsi il problema ci sarà, non ti pare?</p>
<p>Se uno scrittore i cui strumenti sono quelli giusti (capacità di scrittura, di organizzazione, ecce.) nel momento in cui mette mano al romanzo si sente scorato, perché i nomi gli sembrano falsi, i luoghi  vani, la scrittura stessa del romanzo sfinita, che cosa farà?</p>
<p>Altra precisazione, parlo di romanzo, non di racconto, e so che romanzi ne sono stati scritti comunque, anche in questi ultimi trent&#8217;anni ma mi chiedo,<br />
è in quei romanzi che si è toccato il punto nevralgico, dolente? A me non pare. Per esempio, la Maraini  ha scritto romanzi, la Agnello Hornby ha scritto romanzi (datemi un uomo che in questo momento non mi viene in mente) sono romanzi come questi che hanno toccato il punto nevralgico, dolente?  O è in scritture diverse, trasversali, marginali, frammentarie, deformate, saggistiche, e chi più ne ha più ne metta, in romanzi che allo statuto classico del romanzo hanno rinunciato, anche scegliendo registri  che di fatto le facevano scivolare fuori e lateralmente al romanzo?</p>
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	<item>
		<title>Di: cf05103025</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11474</link>
		<dc:creator>cf05103025</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2005 09:11:51 +0000</pubDate>
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		<description>Riflessioni dopo la lettura dei commenti di tashetgo e temperanza.

Sono andato a rispolverare un intervista rilasciata a Daniel Stern nel 1991 dallo straordinario Bernard Malamud:
" - Credi che non sia più possibile raccontare storie, o che non lo sarà più in futuro?
Questo succederà quando la gente non farà più sesso. 
Cosa pensi della morte del romanzo? 
Il romanzo può forse scomparire, ma non morirà mai.
E cioè?
Non sto dicendo che è destinato a scomparire, sto sem-plicemente facendo una supposizione. Immaginiamo che accada; poi un bel giorno qualche scrittore pieno di talento scriverà una lunga lettera piena di sentimento, traboccante di esperienze, e ci sarà di nuovo vita. L’uomo ha bisogno del romanzo. Noi tutti abbiamo bisogno di ciò che scopria-mo in un romanzo. Coloro che affermano che il romanzo è morto, lo dicono perché non sono capaci di scriverne uno."
-
Avrei da riflettere pure sulle dichiarazioni di tashtego, quando dice:
"Sono convinto, assieme a molte altre persone, che oggi la realtà che percepiamo sia una cosa GIÀ NARRATA e che non sia possibile sollevare, o squarciare, il velo di narrazione secondo il quale viene fornita, per riferirvisi direttamente".

1.Ora può darsi che molti percepiscano la realtà come cosa già narrata per via delle molteplici fiumane di narrazioni fatte e del quantità di mezzi usati per narrare. Io non credo che la cosiddetta "realtà" sia tutta visibile (non faccio allusioni spiritualiste, parapsicologiche etc.) poiché essa è in continuo movimento e mutamento praticamente in tutte le sue componenti quindi essa non può essere stata tutta narrata, se mai solo in parte interpretata poiché la narrazione é sempre una interpretazione. 
Le sensibilità come capacità di percezione stessa dei narratori nei confronti della realtà sono molte diversificate, complesse più o meno acute e variano con tempi ed educazioni, costumi etc;  le stesse possibilità dei narratori variano con il mutamento, l'evoluzione dei linguaggi.
2.Piuttosto il mutamento, la crescita di numero dei linguaggi espressivi fa sì che una enorme quantità di storie arrivi quotidianamente agli occhi ed alle orecchie umane soprattutto attraverso tv internet cinema; quindi ora sopravanza di gran lunga una interpretazione visiva della realtà narrabile rispetto alla narrazione scritta eminente fino a trenta anni fa. 
Mi pare ancora che nonostante l'enorme quantità di storie sparata continuamente sugli uomini attraverso i media sempre questi ne siano avidi se non golosi. Anzi a volte mi immagino o temo uomini che non conoscano più confini tra la storia uscita dal gigantesco video plasmatico confitto al muro e la storia reale della loro pelle dei propri muscoli  o crani( cose alla Huxley….)
3.Credo che questo desiderio di storie nato in un tempo lontanissimo, come prima interpretazione e spiegazione del mondo, trasmesso con i sensi, da bocca ad orecchio, da testa a testa, nel corso dei secoli mutato in storia scritta e letta, sia insopprimibile e  fondamentale nella storia evolutiva della specie. 
Penso ancora che ora vi sia una sproporzionata offerta di prodotto narrato scritto e stampato  rispetto alla possibilità di consumo tradizionale e redditizio e che per forza di cose questa offerta dovrà scemare, contrarsi drammaticamente o evolversi verso altri tipi di linguaggi espressivi, forse ancora da esperire.
Mario Bianco</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Riflessioni dopo la lettura dei commenti di tashetgo e temperanza.</p>
<p>Sono andato a rispolverare un intervista rilasciata a Daniel Stern nel 1991 dallo straordinario Bernard Malamud:<br />
&#8221; - Credi che non sia più possibile raccontare storie, o che non lo sarà più in futuro?<br />
Questo succederà quando la gente non farà più sesso.<br />
Cosa pensi della morte del romanzo?<br />
Il romanzo può forse scomparire, ma non morirà mai.<br />
E cioè?<br />
Non sto dicendo che è destinato a scomparire, sto sem-plicemente facendo una supposizione. Immaginiamo che accada; poi un bel giorno qualche scrittore pieno di talento scriverà una lunga lettera piena di sentimento, traboccante di esperienze, e ci sarà di nuovo vita. L’uomo ha bisogno del romanzo. Noi tutti abbiamo bisogno di ciò che scopria-mo in un romanzo. Coloro che affermano che il romanzo è morto, lo dicono perché non sono capaci di scriverne uno.&#8221;<br />
-<br />
Avrei da riflettere pure sulle dichiarazioni di tashtego, quando dice:<br />
&#8220;Sono convinto, assieme a molte altre persone, che oggi la realtà che percepiamo sia una cosa GIÀ NARRATA e che non sia possibile sollevare, o squarciare, il velo di narrazione secondo il quale viene fornita, per riferirvisi direttamente&#8221;.</p>
<p>1.Ora può darsi che molti percepiscano la realtà come cosa già narrata per via delle molteplici fiumane di narrazioni fatte e del quantità di mezzi usati per narrare. Io non credo che la cosiddetta &#8220;realtà&#8221; sia tutta visibile (non faccio allusioni spiritualiste, parapsicologiche etc.) poiché essa è in continuo movimento e mutamento praticamente in tutte le sue componenti quindi essa non può essere stata tutta narrata, se mai solo in parte interpretata poiché la narrazione é sempre una interpretazione.<br />
Le sensibilità come capacità di percezione stessa dei narratori nei confronti della realtà sono molte diversificate, complesse più o meno acute e variano con tempi ed educazioni, costumi etc;  le stesse possibilità dei narratori variano con il mutamento, l&#8217;evoluzione dei linguaggi.<br />
2.Piuttosto il mutamento, la crescita di numero dei linguaggi espressivi fa sì che una enorme quantità di storie arrivi quotidianamente agli occhi ed alle orecchie umane soprattutto attraverso tv internet cinema; quindi ora sopravanza di gran lunga una interpretazione visiva della realtà narrabile rispetto alla narrazione scritta eminente fino a trenta anni fa.<br />
Mi pare ancora che nonostante l&#8217;enorme quantità di storie sparata continuamente sugli uomini attraverso i media sempre questi ne siano avidi se non golosi. Anzi a volte mi immagino o temo uomini che non conoscano più confini tra la storia uscita dal gigantesco video plasmatico confitto al muro e la storia reale della loro pelle dei propri muscoli  o crani( cose alla Huxley….)<br />
3.Credo che questo desiderio di storie nato in un tempo lontanissimo, come prima interpretazione e spiegazione del mondo, trasmesso con i sensi, da bocca ad orecchio, da testa a testa, nel corso dei secoli mutato in storia scritta e letta, sia insopprimibile e  fondamentale nella storia evolutiva della specie.<br />
Penso ancora che ora vi sia una sproporzionata offerta di prodotto narrato scritto e stampato  rispetto alla possibilità di consumo tradizionale e redditizio e che per forza di cose questa offerta dovrà scemare, contrarsi drammaticamente o evolversi verso altri tipi di linguaggi espressivi, forse ancora da esperire.<br />
Mario Bianco</p>
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	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11462</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 20:33:29 +0000</pubDate>
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		<description>@ Tashtego
Ho letto con attenzione la tua risposta e cerco di contribuire anch’io a definire i termini della questione, risposte non ne ho ovviamente, ma ti propongo qualche riflessione, vediamo cosa ne direte tu e gli altri eventualmente interessati.

Dopo la tua riflessione io liquiderei il punto che avevo posto all’inizio un po’ approssimativamente parlando di realismo,  – che a questo punto mi sembra solo una cifra stilistica tra tante e comunque una cosa di cui parlare più avanti – e passerei al vero punto della questione, e cioè alla REALTA’ CONDIVISA.
Io non solo definirei la realtà che percepiamo come già narrata, ma allargherei il discorso e la definirei come realtà già consumata, già conosciuta, nota e incapace di provocare stupore. L’impossibilità di provare stupore,  – grande perdita della generazione  nata nel dopoguerra, che è stata quasi da subito la prima generazione della città e non più dell’Italia di paese –  matura lentamente nel corso degli anni ’60 ed esplode negli anni ‘70, anni ai quali io anticiperei  quel passaggio che tu situi negli anni ’80. Credo che negli anni ’70 questo strappo lentamente maturato  si manifesti per la prima volta e che negli anni ‘80 marcisca.
La frammentazione dell’esperienza, la rottura della catena, nonostante quella generazione cercasse ancora in qualche modo un rapporto coi padri,  si forma negli anni 70 con il curioso risultato di capovolgere il rapporto e di  mostrarci i padri che cercavano con una terribile ansia di perdita, un contatto drammatico con l’esperienza incomprensibile dei figli, non rendendosi conto che l’esperienza dei figli era ormai destrutturata. È stata una crisi drammatica di tutto un paese che non ha saputo più riallacciare i fili.
La perdita dello stupore è anche la perdita di quella voce che allo stupore offre un rispecchiamento, che è la voce della narrazione, mi pare.
Il frammento nasce credo da qui, da questa orfanità. Se come dici giustamente la realtà è minata, se è deflagrata come percezione unitaria  e lineare del mondo e dell’esperienza, il frammento è  stata paradossalmente la risposta più realistica, più aderente, più “sincera”.

Mi fermo perché qui devo dire una cosa che mi pare importante, e cioè che io parlo dall’interno della mia generazione,  nata nel dopoguerra, unico punto di vista dal quale posso parlare e pensare, e non ho la minima idea di come si possa vedere e parlare dall’interno di quella successiva, che è in parte la ragione per cui ogni tanto faccio una capatina qui.

La mia sensazione, e mi piacerebbe che la generazione successiva mi rispondesse, è che il lavoro sul frammento e sul frammento del frammento e sul già detto, scritto narrato (quella perdita dello stupore e della meraviglia di cui dicevo prima) non sia più produttivo  e che la forma già coniata del genere (noir o qualcos’altro) sia vissuta in modo molto poco drammatico, non come perdita di una percezione unitaria, ma come utile contenitore neutro  all’interno del quale far muovere un simulacro di mondo, una spregiudicatezza delle forme che non è detto corrisponda anche a una spregiudicatezza etica.

Il limite di questo discorso, limite del quale sono più che consapevole è che coesistono in questo momento tipi di scrittura, all’interno della stessa generazione, i più diversi, che credono a mio parere di essere in conflitto, ma che io vedo come facce di una stessa figura geometrica. In questo senso potrei anche vederli come mera continuazione della crisi narrativa della mia generazione, che ha provato verso il romanzo la massima e dolorosa sfiducia.

Cosa può darci ancora la narrazione, tu chiedi,  prima di provare a rispondere a questo mi piacerebbe sapere se c’è qualche reazione a quello che ho detto fin qui.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ Tashtego<br />
Ho letto con attenzione la tua risposta e cerco di contribuire anch’io a definire i termini della questione, risposte non ne ho ovviamente, ma ti propongo qualche riflessione, vediamo cosa ne direte tu e gli altri eventualmente interessati.</p>
<p>Dopo la tua riflessione io liquiderei il punto che avevo posto all’inizio un po’ approssimativamente parlando di realismo,  – che a questo punto mi sembra solo una cifra stilistica tra tante e comunque una cosa di cui parlare più avanti – e passerei al vero punto della questione, e cioè alla REALTA’ CONDIVISA.<br />
Io non solo definirei la realtà che percepiamo come già narrata, ma allargherei il discorso e la definirei come realtà già consumata, già conosciuta, nota e incapace di provocare stupore. L’impossibilità di provare stupore,  – grande perdita della generazione  nata nel dopoguerra, che è stata quasi da subito la prima generazione della città e non più dell’Italia di paese –  matura lentamente nel corso degli anni ’60 ed esplode negli anni ‘70, anni ai quali io anticiperei  quel passaggio che tu situi negli anni ’80. Credo che negli anni ’70 questo strappo lentamente maturato  si manifesti per la prima volta e che negli anni ‘80 marcisca.<br />
La frammentazione dell’esperienza, la rottura della catena, nonostante quella generazione cercasse ancora in qualche modo un rapporto coi padri,  si forma negli anni 70 con il curioso risultato di capovolgere il rapporto e di  mostrarci i padri che cercavano con una terribile ansia di perdita, un contatto drammatico con l’esperienza incomprensibile dei figli, non rendendosi conto che l’esperienza dei figli era ormai destrutturata. È stata una crisi drammatica di tutto un paese che non ha saputo più riallacciare i fili.<br />
La perdita dello stupore è anche la perdita di quella voce che allo stupore offre un rispecchiamento, che è la voce della narrazione, mi pare.<br />
Il frammento nasce credo da qui, da questa orfanità. Se come dici giustamente la realtà è minata, se è deflagrata come percezione unitaria  e lineare del mondo e dell’esperienza, il frammento è  stata paradossalmente la risposta più realistica, più aderente, più “sincera”.</p>
<p>Mi fermo perché qui devo dire una cosa che mi pare importante, e cioè che io parlo dall’interno della mia generazione,  nata nel dopoguerra, unico punto di vista dal quale posso parlare e pensare, e non ho la minima idea di come si possa vedere e parlare dall’interno di quella successiva, che è in parte la ragione per cui ogni tanto faccio una capatina qui.</p>
<p>La mia sensazione, e mi piacerebbe che la generazione successiva mi rispondesse, è che il lavoro sul frammento e sul frammento del frammento e sul già detto, scritto narrato (quella perdita dello stupore e della meraviglia di cui dicevo prima) non sia più produttivo  e che la forma già coniata del genere (noir o qualcos’altro) sia vissuta in modo molto poco drammatico, non come perdita di una percezione unitaria, ma come utile contenitore neutro  all’interno del quale far muovere un simulacro di mondo, una spregiudicatezza delle forme che non è detto corrisponda anche a una spregiudicatezza etica.</p>
<p>Il limite di questo discorso, limite del quale sono più che consapevole è che coesistono in questo momento tipi di scrittura, all’interno della stessa generazione, i più diversi, che credono a mio parere di essere in conflitto, ma che io vedo come facce di una stessa figura geometrica. In questo senso potrei anche vederli come mera continuazione della crisi narrativa della mia generazione, che ha provato verso il romanzo la massima e dolorosa sfiducia.</p>
<p>Cosa può darci ancora la narrazione, tu chiedi,  prima di provare a rispondere a questo mi piacerebbe sapere se c’è qualche reazione a quello che ho detto fin qui.</p>
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	</item>
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		<title>Di: tashtego</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11455</link>
		<dc:creator>tashtego</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 18:32:34 +0000</pubDate>
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		<description>cioè, manca qualche virgola, quanto meno.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>cioè, manca qualche virgola, quanto meno.</p>
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	<item>
		<title>Di: tashtego</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11453</link>
		<dc:creator>tashtego</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 17:56:00 +0000</pubDate>
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		<description>va bene solo se mi fai un po' di editing, che così fa un po schifo.
grazie, comunque.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>va bene solo se mi fai un po&#8217; di editing, che così fa un po schifo.<br />
grazie, comunque.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: andrea raos</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11451</link>
		<dc:creator>andrea raos</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 17:20:51 +0000</pubDate>
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		<description>tashetgo, alla faccia delle domandine! se mi autorizzi copio il tuo commento come post, in modo da creare uno spazio di discussione autonomo - che forse è più comodo. fammi sapere, ciao,</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>tashetgo, alla faccia delle domandine! se mi autorizzi copio il tuo commento come post, in modo da creare uno spazio di discussione autonomo - che forse è più comodo. fammi sapere, ciao,</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: tashtego</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11449</link>
		<dc:creator>tashtego</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 14:49:14 +0000</pubDate>
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		<description>c'è chi siede all'apice dell'arte e chi nuota a largo, come un tonno.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>c&#8217;è chi siede all&#8217;apice dell&#8217;arte e chi nuota a largo, come un tonno.</p>
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	<item>
		<title>Di: georgia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11448</link>
		<dc:creator>georgia</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 14:37:34 +0000</pubDate>
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		<description>temperanza non sono la tua amica e non parlo mai di urbanistica.
Se vuoi insinuare che sono la moglie di uno che lavora nell'editoria ... beh sei fuori come un balcone :-)
A mio marito non potrebbe fregargliene di meno di editoria e di letteratura, se gli capita di occuparsene è solo per far piacere  a me, e anche a me, se mi capita di occuparmene, a volte, è solo per far piacere a me :-), la mia passione vera sarebbe la politica, ma ... naturalmente non sono neppure la moglie di un politico (se dio vuole):-)
Non dico cose di quarta mano (addirittura?) quindi non etichettarmi, è cosa troppo ardua per te (e per altri qui) sono più scivolosa di una saponetta quindi accontentati di essere tu una professionista, me lasciami nuotare, al largo, con i dilettanti che sono quelli che preferisco, i professionisti, a mio giudizio, parlano sempre per centesima mano peggio di un millepiedi,  ... poi si potrebbe parlare del famoso paradosso del centimano ma ... quello un'altra volta :-)
con simpatia
georgia</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>temperanza non sono la tua amica e non parlo mai di urbanistica.<br />
Se vuoi insinuare che sono la moglie di uno che lavora nell&#8217;editoria &#8230; beh sei fuori come un balcone :-)<br />
A mio marito non potrebbe fregargliene di meno di editoria e di letteratura, se gli capita di occuparsene è solo per far piacere  a me, e anche a me, se mi capita di occuparmene, a volte, è solo per far piacere a me :-), la mia passione vera sarebbe la politica, ma &#8230; naturalmente non sono neppure la moglie di un politico (se dio vuole):-)<br />
Non dico cose di quarta mano (addirittura?) quindi non etichettarmi, è cosa troppo ardua per te (e per altri qui) sono più scivolosa di una saponetta quindi accontentati di essere tu una professionista, me lasciami nuotare, al largo, con i dilettanti che sono quelli che preferisco, i professionisti, a mio giudizio, parlano sempre per centesima mano peggio di un millepiedi,  &#8230; poi si potrebbe parlare del famoso paradosso del centimano ma &#8230; quello un&#8217;altra volta :-)<br />
con simpatia<br />
georgia</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11447</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 14:00:55 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11447</guid>
		<description>@tashtego
Aspettavo la tua risposta, si, per trasmissione dell'esperienza intendevo  quello, e concordo anche con quello che segue. Quanto alla formulazione delle domande, poste così corrispondono anche alla mia percezione di quello che è successo e del punto in cui siamo, che poi possano essere poste in modo teoricamente e formalmente diverso e magari più efficace, è possibile, ma mi pare evidente che le tue, come del resto le mie, vengono dall'interno della pratica, che è quello che interessa a me. Ci penso su meglio e cerco di risponderti domani, in effetti non sono domandine.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@tashtego<br />
Aspettavo la tua risposta, si, per trasmissione dell&#8217;esperienza intendevo  quello, e concordo anche con quello che segue. Quanto alla formulazione delle domande, poste così corrispondono anche alla mia percezione di quello che è successo e del punto in cui siamo, che poi possano essere poste in modo teoricamente e formalmente diverso e magari più efficace, è possibile, ma mi pare evidente che le tue, come del resto le mie, vengono dall&#8217;interno della pratica, che è quello che interessa a me. Ci penso su meglio e cerco di risponderti domani, in effetti non sono domandine.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Perplessa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11446</link>
		<dc:creator>Perplessa</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 13:58:40 +0000</pubDate>
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		<description>Le domande a me sembrano, ovviamente, cruciali e anche ben poste.
Tuttavia il punto che vorrei veder discusso da intelletti più mirabili del mio è questo (cito da Tashtego): 
"Si può lavorare solo sui frammenti e sui frammenti dei frammenti, e comunque sempre sul già detto e sul già scritto, narrato, rappresentato, lavorato, digerito."
Tu lo presenti come un assioma e una specificità dell'oggi, ma a me pare un punto discutibile, da discutere. È vero che lo sentiamo ripetere da venti anni, ma questo non significa che debba esser vero. Comunque un intervento interessante, spero generi ulteriore discussione.
SN</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Le domande a me sembrano, ovviamente, cruciali e anche ben poste.<br />
Tuttavia il punto che vorrei veder discusso da intelletti più mirabili del mio è questo (cito da Tashtego):<br />
&#8220;Si può lavorare solo sui frammenti e sui frammenti dei frammenti, e comunque sempre sul già detto e sul già scritto, narrato, rappresentato, lavorato, digerito.&#8221;<br />
Tu lo presenti come un assioma e una specificità dell&#8217;oggi, ma a me pare un punto discutibile, da discutere. È vero che lo sentiamo ripetere da venti anni, ma questo non significa che debba esser vero. Comunque un intervento interessante, spero generi ulteriore discussione.<br />
SN</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: tashtego</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11445</link>
		<dc:creator>tashtego</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 13:44:54 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11445</guid>
		<description>Provo sommessamente a mettere in fila due o tre punti sulle questioni sollevate da Temperanza, senza allargare per ora il campo.

Realismo.
La facoltà di scegliere una cifra narrativa, qualsiasi essa sia, realistica, visionaria, metaforica, fantastica, eccetera, si basava sulla consapevolezza che esistesse comunque una REALTA’ CONDIVISA, da narrare e interpretare, da leggere e far leggere secondo il modo che si riteneva più opportuno efficace, eccetera.
Sono convinto, assieme a molte altre persone, che oggi la realtà che percepiamo sia una cosa GIÀ NARRATA e che non sia possibile sollevare, o squarciare, il velo di narrazione secondo il quale viene fornita, per riferirvisi direttamente: anche la lettura ideologicamente più estrema e contro-intuitiva del mondo, ha bisogno appunto di qualche dato di prima mano sul mondo, anche su un mondo “privato” e apparentemente ristretto.
Dunque non è il realismo ad essere “minato dall’interno”, ma la stessa realtà come referente ultimo di ogni narrazione.
Oggi la parola scritta arriva per ultima, dopo che il campo dell’evento (e quello generico del vivere) è stato già arato e defoliato a tappeto da ogni altro possibile mezzo di comunicazione (cioè di narrazione): nulla deve sfuggire alle maglie del convincimento, nessun paradigma ideologico deve sopravvivere alla distruzione di fine Novecento, nessuna lettura che voglia in qualche modo essere “completa”, può nemmeno pensarsi.
Si può lavorare solo sui frammenti e sui frammenti dei frammenti, e comunque sempre sul già detto e sul già scritto, narrato, rappresentato, lavorato, digerito.
Il narratore scrivente manca anche lui di un accesso alla realtà (la chiamo così per convenzione e con la convinzione che qualcosa del genere esista “fuori di noi”) esterna, al referente ultimo di ogni sua intenzione narrativa.

Esperienza.
Non sono ben sicuro di aver capito cosa intende Temp per trasmissione dell’esperienza, ma probabilmente si riferisce alla narrazione come mezzo per riassumere e trasmettere il già vissuto ad uso di chi deve ancora vivere e per farlo, possibilmente attraverso la sintesi artistica (mi si perdonino certe formulazioni). Roba così.
Lei parla di rottura della catena dell’esperienza. È vero. Sono d’accordo, ma questa crisi, che è anche crisi dell’età matura (vedi l’ultimo numero della rivista ZERO), risale a quando il tasso di trasformazione del mondo assimilabile da un individuo che ci vive dentro non ha raggiunto un punto di intollerabilità, oltre il quale ogni esperienza acquisita nelle vite precedenti, non serviva più a un catzo.
Nel mio precedere per “convincimenti provvisori”, credo che gli anni Ottanta del novecento abbiano sancito questo passaggio.
Ma oggi siamo ben oltre.
Oggi non si tratta più del tasso di trasformazione tollerabile da un individuo, ma di una vera e propria parcellizzazione dell’esperienza nei confronti di una realtà, ripeto, percepibile solo attraverso altre narrazioni capaci di dirigere ed orientare già dal primo istante dell’evento.
Anzi, ben prima dell’evento.
Cosa può, in questo quadro – molto impreciso, provvisorio e approssimativo – darci ancora la narrazione, divenuta narrazione di narrazione, di narrazione, eccetera?  
Come può riuscire a porsi come “sintesi artistica” dell’esistenza, come suo picco conoscitivo et polisemantico?
E anche se lo potesse, vista la forza delle altre narrazioni, chi la leggerebbe?
Come si vede non sono domandine.
Ma prima delle risposte, che non conosco, mi piacerebbe sapere cosa si pensa qui di domande così formulate.
Probabilmente già poste più volte con molto maggiore efficacia, altrove.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Provo sommessamente a mettere in fila due o tre punti sulle questioni sollevate da Temperanza, senza allargare per ora il campo.</p>
<p>Realismo.<br />
La facoltà di scegliere una cifra narrativa, qualsiasi essa sia, realistica, visionaria, metaforica, fantastica, eccetera, si basava sulla consapevolezza che esistesse comunque una REALTA’ CONDIVISA, da narrare e interpretare, da leggere e far leggere secondo il modo che si riteneva più opportuno efficace, eccetera.<br />
Sono convinto, assieme a molte altre persone, che oggi la realtà che percepiamo sia una cosa GIÀ NARRATA e che non sia possibile sollevare, o squarciare, il velo di narrazione secondo il quale viene fornita, per riferirvisi direttamente: anche la lettura ideologicamente più estrema e contro-intuitiva del mondo, ha bisogno appunto di qualche dato di prima mano sul mondo, anche su un mondo “privato” e apparentemente ristretto.<br />
Dunque non è il realismo ad essere “minato dall’interno”, ma la stessa realtà come referente ultimo di ogni narrazione.<br />
Oggi la parola scritta arriva per ultima, dopo che il campo dell’evento (e quello generico del vivere) è stato già arato e defoliato a tappeto da ogni altro possibile mezzo di comunicazione (cioè di narrazione): nulla deve sfuggire alle maglie del convincimento, nessun paradigma ideologico deve sopravvivere alla distruzione di fine Novecento, nessuna lettura che voglia in qualche modo essere “completa”, può nemmeno pensarsi.<br />
Si può lavorare solo sui frammenti e sui frammenti dei frammenti, e comunque sempre sul già detto e sul già scritto, narrato, rappresentato, lavorato, digerito.<br />
Il narratore scrivente manca anche lui di un accesso alla realtà (la chiamo così per convenzione e con la convinzione che qualcosa del genere esista “fuori di noi”) esterna, al referente ultimo di ogni sua intenzione narrativa.</p>
<p>Esperienza.<br />
Non sono ben sicuro di aver capito cosa intende Temp per trasmissione dell’esperienza, ma probabilmente si riferisce alla narrazione come mezzo per riassumere e trasmettere il già vissuto ad uso di chi deve ancora vivere e per farlo, possibilmente attraverso la sintesi artistica (mi si perdonino certe formulazioni). Roba così.<br />
Lei parla di rottura della catena dell’esperienza. È vero. Sono d’accordo, ma questa crisi, che è anche crisi dell’età matura (vedi l’ultimo numero della rivista ZERO), risale a quando il tasso di trasformazione del mondo assimilabile da un individuo che ci vive dentro non ha raggiunto un punto di intollerabilità, oltre il quale ogni esperienza acquisita nelle vite precedenti, non serviva più a un catzo.<br />
Nel mio precedere per “convincimenti provvisori”, credo che gli anni Ottanta del novecento abbiano sancito questo passaggio.<br />
Ma oggi siamo ben oltre.<br />
Oggi non si tratta più del tasso di trasformazione tollerabile da un individuo, ma di una vera e propria parcellizzazione dell’esperienza nei confronti di una realtà, ripeto, percepibile solo attraverso altre narrazioni capaci di dirigere ed orientare già dal primo istante dell’evento.<br />
Anzi, ben prima dell’evento.<br />
Cosa può, in questo quadro – molto impreciso, provvisorio e approssimativo – darci ancora la narrazione, divenuta narrazione di narrazione, di narrazione, eccetera?<br />
Come può riuscire a porsi come “sintesi artistica” dell’esistenza, come suo picco conoscitivo et polisemantico?<br />
E anche se lo potesse, vista la forza delle altre narrazioni, chi la leggerebbe?<br />
Come si vede non sono domandine.<br />
Ma prima delle risposte, che non conosco, mi piacerebbe sapere cosa si pensa qui di domande così formulate.<br />
Probabilmente già poste più volte con molto maggiore efficacia, altrove.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Perplessa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11444</link>
		<dc:creator>Perplessa</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 13:29:01 +0000</pubDate>
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		<description>Pensavo si trattasse di un blog, cioè un luogo dove i commenti sono pubblici e tutti li leggono e (eventualmente) li commentano a loro volta.
Ma forse mi sbagliavo??? Spero che vorrai dare il permesso di commentare i tuoi commenti, per il futuro di gente confusa come me. Aiuto... non capisco mai dove mi trovo...
p.s. sinceri complimenti per l'interpretazione delle spie linguistiche! :-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Pensavo si trattasse di un blog, cioè un luogo dove i commenti sono pubblici e tutti li leggono e (eventualmente) li commentano a loro volta.<br />
Ma forse mi sbagliavo??? Spero che vorrai dare il permesso di commentare i tuoi commenti, per il futuro di gente confusa come me. Aiuto&#8230; non capisco mai dove mi trovo&#8230;<br />
p.s. sinceri complimenti per l&#8217;interpretazione delle spie linguistiche! :-)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11443</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 13:18:01 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11443</guid>
		<description>@Perplessa
mamma mia, quanto livore, comunque l'avevo capito, anche se in ritardo, che non eri Georgia, e infatti ero andata a scusarmi sul suo blog, ma se mi trovi così arrogante perché mi parli, ignorami, penso che Georgia sappia difendersi da sola, sia rispondendomi schiettamente, come schiettamente le parlo io, sia indirettamente postando sul suo blog, come fa, delle cose molto carine, e anche questo glielo avevo già detto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Perplessa<br />
mamma mia, quanto livore, comunque l&#8217;avevo capito, anche se in ritardo, che non eri Georgia, e infatti ero andata a scusarmi sul suo blog, ma se mi trovi così arrogante perché mi parli, ignorami, penso che Georgia sappia difendersi da sola, sia rispondendomi schiettamente, come schiettamente le parlo io, sia indirettamente postando sul suo blog, come fa, delle cose molto carine, e anche questo glielo avevo già detto.</p>
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	<item>
		<title>Di: Perplessa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11442</link>
		<dc:creator>Perplessa</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 13:05:27 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11442</guid>
		<description>Guarda che io non sono Georgia, lei è molto più bendisposta di me, in ogni caso nemmeno la conosco. Ti trovo arrogante, e non da ora. Non si è gentili mettendo un sorrisino ma comportandosi gentilmente (una verità lampante, credevo).
Simona Niccolai</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Guarda che io non sono Georgia, lei è molto più bendisposta di me, in ogni caso nemmeno la conosco. Ti trovo arrogante, e non da ora. Non si è gentili mettendo un sorrisino ma comportandosi gentilmente (una verità lampante, credevo).<br />
Simona Niccolai</p>
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	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11438</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 10:48:08 +0000</pubDate>
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		<description>@perplessa &#38; georgia

Ti rispondo qui sia come Georgia che come Perplessa, poi però mi aspetto di meglio. Ci credo che pensi davvero le cose che hai detto, non contestavo questo, ma se non hai esperienza diretta di alcune cose ne avrai certamente di altre, per esempio come lettrice la tua esperienza è direttissima, bene, la tua esperienza di lettice mi interessa molto, e anche le altre esperienze che hai e di cui io non so.
Mi ricordi una mia carissima amica laureata in lettere che aveva sposato un urbanista  e parlava sempre con grande autorità di urbanistica. Era una donna deliziosa per tutto il resto, ma quello che diceva sull'urbanistica era di quarta mano e quindi non molto interessante. Il sorrisino era gentile, non sfottente. :–))</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@perplessa &amp; georgia</p>
<p>Ti rispondo qui sia come Georgia che come Perplessa, poi però mi aspetto di meglio. Ci credo che pensi davvero le cose che hai detto, non contestavo questo, ma se non hai esperienza diretta di alcune cose ne avrai certamente di altre, per esempio come lettrice la tua esperienza è direttissima, bene, la tua esperienza di lettice mi interessa molto, e anche le altre esperienze che hai e di cui io non so.<br />
Mi ricordi una mia carissima amica laureata in lettere che aveva sposato un urbanista  e parlava sempre con grande autorità di urbanistica. Era una donna deliziosa per tutto il resto, ma quello che diceva sull&#8217;urbanistica era di quarta mano e quindi non molto interessante. Il sorrisino era gentile, non sfottente. :–))</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11437</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 10:36:59 +0000</pubDate>
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		<description>@Giusco
difficile non essere d'accordo per la seconda parte, ma per la prima  non del tutto, il riconoscimento pubblico non attiene solo alla vanità, la solitudine del poeta col testo non dura all'infinito e di solito i due o tre lettori (anche eccellenti e consonanti) bastano davvero a pochi, ci vuole non solo talento poetico, ma un certo carattere, come si fa a chiedere questo?  Sono poeti, mica santi. C'è molta amarezza nascosta tra i poeti, che certo, si sforzano di tessere le loro reti di sicurezza per sopravvivere anche psicologicamente. Sul fatto che un poeta non sia il miglior giudice di un altro poeta sono d'accordo, e non sempre per invidia, ma proprio perché va in una sua direzione  molto diversa che lo rende a volte sordo alla voce di un altro, purtroppo i poeti, se non fanno i medici, lavorano nell'editoria, e beh, sì, c'è conflitto di interessi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Giusco<br />
difficile non essere d&#8217;accordo per la seconda parte, ma per la prima  non del tutto, il riconoscimento pubblico non attiene solo alla vanità, la solitudine del poeta col testo non dura all&#8217;infinito e di solito i due o tre lettori (anche eccellenti e consonanti) bastano davvero a pochi, ci vuole non solo talento poetico, ma un certo carattere, come si fa a chiedere questo?  Sono poeti, mica santi. C&#8217;è molta amarezza nascosta tra i poeti, che certo, si sforzano di tessere le loro reti di sicurezza per sopravvivere anche psicologicamente. Sul fatto che un poeta non sia il miglior giudice di un altro poeta sono d&#8217;accordo, e non sempre per invidia, ma proprio perché va in una sua direzione  molto diversa che lo rende a volte sordo alla voce di un altro, purtroppo i poeti, se non fanno i medici, lavorano nell&#8217;editoria, e beh, sì, c&#8217;è conflitto di interessi.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: georgia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11435</link>
		<dc:creator>georgia</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 10:26:03 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11435</guid>
		<description>se vuoi sapere se ho una casa editrice o se sono direttrice editoriale  allora hai ragione non lo sono, mi sembra evidente:-)))))))
Conoscere a fondo l'editoria?
Mio dio per fortuna no (non nel senso che intendi tu), ma temo neppure tu, per lo meno per  l'"a fondo" ;-) anche se appare chiaro che lavori in una casa editrice (piccola o grande non lo so, ma cambia poco ormai) e forse, come moltissimi (hai pure pubblicato qualche libro);-).
Le polemiche sui giornali?
forse ne ho viste alcune e neppure con grande interesse, ma sono polemiche molto più vecchie di quello che ci danno ad intendere i giornali a cui alludi, 
Come in tutte le cose, la maggior parte delle persone viene messa a conoscenza dei cambiamenti in atto solo quando diventano .... balneari e non hanno più alcun impatto pericoloso ;-)
Quello che ho detto lo penso veramente  ... ma non da oggi ... il fatto che oggi sia un fenomeno balneare non toglie però che la cosa abbia fatto danni culturali ormai evidenti anche ai bagnini ;-)
g.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>se vuoi sapere se ho una casa editrice o se sono direttrice editoriale  allora hai ragione non lo sono, mi sembra evidente:-)))))))<br />
Conoscere a fondo l&#8217;editoria?<br />
Mio dio per fortuna no (non nel senso che intendi tu), ma temo neppure tu, per lo meno per  l&#8217;&#8221;a fondo&#8221; ;-) anche se appare chiaro che lavori in una casa editrice (piccola o grande non lo so, ma cambia poco ormai) e forse, come moltissimi (hai pure pubblicato qualche libro);-).<br />
Le polemiche sui giornali?<br />
forse ne ho viste alcune e neppure con grande interesse, ma sono polemiche molto più vecchie di quello che ci danno ad intendere i giornali a cui alludi,<br />
Come in tutte le cose, la maggior parte delle persone viene messa a conoscenza dei cambiamenti in atto solo quando diventano &#8230;. balneari e non hanno più alcun impatto pericoloso ;-)<br />
Quello che ho detto lo penso veramente  &#8230; ma non da oggi &#8230; il fatto che oggi sia un fenomeno balneare non toglie però che la cosa abbia fatto danni culturali ormai evidenti anche ai bagnini ;-)<br />
g.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Perplessa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11434</link>
		<dc:creator>Perplessa</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 10:21:15 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11434</guid>
		<description>A parte che non ho ancora capito cosa sia questa "spinta epica" di cui favoleggia Temperanza, la discussione mi sembra veramente degenerata. Una persona (intendo Temperanza, casomai non fosse chiaro) che scrive queste palle sull'interruzione della catena dell'esperienza, sul lavoro sul linguaggio (ma per favore!), sul realismo, poi si permette di giudicare "luoghi comuni" i normali discorsi di un'altra, mettendoci anche un sorrisino alla fine. Decisamente siamo alla frutta.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>A parte che non ho ancora capito cosa sia questa &#8220;spinta epica&#8221; di cui favoleggia Temperanza, la discussione mi sembra veramente degenerata. Una persona (intendo Temperanza, casomai non fosse chiaro) che scrive queste palle sull&#8217;interruzione della catena dell&#8217;esperienza, sul lavoro sul linguaggio (ma per favore!), sul realismo, poi si permette di giudicare &#8220;luoghi comuni&#8221; i normali discorsi di un&#8217;altra, mettendoci anche un sorrisino alla fine. Decisamente siamo alla frutta.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: GiusCo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11433</link>
		<dc:creator>GiusCo</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 10:19:22 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11433</guid>
		<description>A riccardo ferrazzi e temperanza. Per un poeta consapevole, credo ci sia anche la considerazione dell'essere comunque "solo con il testo", oltre che "solo socialmente", il che fa passare in secondo piano la vanità del riconoscimento pubblico. Va quindi a cercare altri testi, oppure il proprio lettore modello (o implicito), piuttosto che il generico lettore, e basta trovarne due o tre perché nasca una rete fittissima e ben più proficua. I giudizi di merito e valore spetterebbero poi ad un soggetto esterno (la critica?), che fa comunque molta fatica ad orientarsi nel coevo e, altrettante volte, fa poesia esso stesso. Mi viene alla mente Montale che ritardò l'uscita di Penna perché folgorato e nanificato dagli esiti del perugino, che partivano da presupposti simili ai suoi diversi e meno "rilucenti" Mottetti.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>A riccardo ferrazzi e temperanza. Per un poeta consapevole, credo ci sia anche la considerazione dell&#8217;essere comunque &#8220;solo con il testo&#8221;, oltre che &#8220;solo socialmente&#8221;, il che fa passare in secondo piano la vanità del riconoscimento pubblico. Va quindi a cercare altri testi, oppure il proprio lettore modello (o implicito), piuttosto che il generico lettore, e basta trovarne due o tre perché nasca una rete fittissima e ben più proficua. I giudizi di merito e valore spetterebbero poi ad un soggetto esterno (la critica?), che fa comunque molta fatica ad orientarsi nel coevo e, altrettante volte, fa poesia esso stesso. Mi viene alla mente Montale che ritardò l&#8217;uscita di Penna perché folgorato e nanificato dagli esiti del perugino, che partivano da presupposti simili ai suoi diversi e meno &#8220;rilucenti&#8221; Mottetti.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11432</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 10:10:36 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11432</guid>
		<description>@georgia
scusami, sono stata così rapida da essere scortese, penso però che quello che tu dici sia più il frutto di cose lette qua e là  che di esperienza personale,  da quello che dici mi pare chiaro che l'editoria non la conosci a fondo, o addirittura non la conosci, e che le cose che dici sui rapporti tra le generazioni sono il frutto delle polemiche che hai visto  di recente sui giornali e riprese poi  dalla rete. Niente di male, ma io personalmente non ho voglia di parlare di questo, mentre sono felicissima di  discutere con te se mi dici quello che pensi, tu, proprio tu, senza mediazioni. :–))</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@georgia<br />
scusami, sono stata così rapida da essere scortese, penso però che quello che tu dici sia più il frutto di cose lette qua e là  che di esperienza personale,  da quello che dici mi pare chiaro che l&#8217;editoria non la conosci a fondo, o addirittura non la conosci, e che le cose che dici sui rapporti tra le generazioni sono il frutto delle polemiche che hai visto  di recente sui giornali e riprese poi  dalla rete. Niente di male, ma io personalmente non ho voglia di parlare di questo, mentre sono felicissima di  discutere con te se mi dici quello che pensi, tu, proprio tu, senza mediazioni. :–))</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11430</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 10:02:51 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11430</guid>
		<description>@ferrazzi
hai dipinto la situazione, per questo ero perplessa per quel tanto di potenzialmente positivo che mi pareva di vedere nelle tue parole. 
Due aneddoti, una poetessa  chiede a un critico, ma perché parli di tutti e di me mai? Risposta: perché tu non me lo chiedi mai.
Altro aneddoto: la redattrice di una rivista di poesia dice di un poeta: non si fa mai vivo, cosa crede, se continua così resta fuori.
Aneddoti banalissimi, e non vuol dire che la cosa preveda uno scambio materiale, di recensioni o altro, è più sottile. E credo che dipenda anche dalla grande "solitudine sociale" dei poeti. Per dire, una famiglia borghese normale, mediamente colta, quarant'anni fa una copia di Ossi di seppia l'aveva, lo comprava la moglie, perché la lettura (o almeno il possesso di una copia) di un poeta come Montale faceva parte del bagaglio comune, adesso vai a vedere cosa leggono, io guardo sempre con molta attenzione le biblioteche dei miei famigliari non intellettuali, è molto istruttivo. Non solo non c'è manco un libro di poesia pubblicato dopo gli anni '70, ma neppure Bernhard, o Coetzee, o Vassalli. Bisogna avere già delle ambizioni intellettuali o essere ancora giovani per comprarli. Il borghese italiano medio è cambiato come nessun'altra classe sociale e questo non è un dettaglio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ferrazzi<br />
hai dipinto la situazione, per questo ero perplessa per quel tanto di potenzialmente positivo che mi pareva di vedere nelle tue parole.<br />
Due aneddoti, una poetessa  chiede a un critico, ma perché parli di tutti e di me mai? Risposta: perché tu non me lo chiedi mai.<br />
Altro aneddoto: la redattrice di una rivista di poesia dice di un poeta: non si fa mai vivo, cosa crede, se continua così resta fuori.<br />
Aneddoti banalissimi, e non vuol dire che la cosa preveda uno scambio materiale, di recensioni o altro, è più sottile. E credo che dipenda anche dalla grande &#8220;solitudine sociale&#8221; dei poeti. Per dire, una famiglia borghese normale, mediamente colta, quarant&#8217;anni fa una copia di Ossi di seppia l&#8217;aveva, lo comprava la moglie, perché la lettura (o almeno il possesso di una copia) di un poeta come Montale faceva parte del bagaglio comune, adesso vai a vedere cosa leggono, io guardo sempre con molta attenzione le biblioteche dei miei famigliari non intellettuali, è molto istruttivo. Non solo non c&#8217;è manco un libro di poesia pubblicato dopo gli anni &#8216;70, ma neppure Bernhard, o Coetzee, o Vassalli. Bisogna avere già delle ambizioni intellettuali o essere ancora giovani per comprarli. Il borghese italiano medio è cambiato come nessun&#8217;altra classe sociale e questo non è un dettaglio.</p>
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		<title>Di: georgia</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11428</link>
		<dc:creator>georgia</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 09:34:35 +0000</pubDate>
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		<description>a temp
i luoghi comuni sono come i cerini accesi, nelle mani di alcuni riescono a bruciare completamente, nelle mai di altri scottano solo le dita ;-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a temp<br />
i luoghi comuni sono come i cerini accesi, nelle mani di alcuni riescono a bruciare completamente, nelle mai di altri scottano solo le dita ;-)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: riccardo ferrazzi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2005/08/08/apparition/#comment-11427</link>
		<dc:creator>riccardo ferrazzi</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 09:12:37 +0000</pubDate>
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		<description>@temperanza: scusa per il ritardo. Se una poesia non produce "reddito" che succede ? Succede che sarà apprezzata solo dai pochi che la conoscono (esattamente come succede oggi con tutte le poesie). Mi guardo bene dal sostenere che il "sistema" in atto sia il meglio assoluto, anzi, ma non so quale potrebbe essere l'alternativa. Un comitato statale ? E quando vince Berlusconi ? E poi, chi ci mettiamo nel comitato ? Carla Benedetti o Luperini ? Laporta o Pincopalla ? Di fatto, ciò che succede oggi nell'ambito della poesia è qualcosa che non ha niente a che fare con le logiche di mercato: se uno si fa amico (= viene apprezzato) da un poeta affermato, è poeta anche lui. Magari scrive porcherie, ma è poeta. Un altro scrive cose stupende, ma non lecca gli stivali giusti, e muore nel silenzio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@temperanza: scusa per il ritardo. Se una poesia non produce &#8220;reddito&#8221; che succede ? Succede che sarà apprezzata solo dai pochi che la conoscono (esattamente come succede oggi con tutte le poesie). Mi guardo bene dal sostenere che il &#8220;sistema&#8221; in atto sia il meglio assoluto, anzi, ma non so quale potrebbe essere l&#8217;alternativa. Un comitato statale ? E quando vince Berlusconi ? E poi, chi ci mettiamo nel comitato ? Carla Benedetti o Luperini ? Laporta o Pincopalla ? Di fatto, ciò che succede oggi nell&#8217;ambito della poesia è qualcosa che non ha niente a che fare con le logiche di mercato: se uno si fa amico (= viene apprezzato) da un poeta affermato, è poeta anche lui. Magari scrive porcherie, ma è poeta. Un altro scrive cose stupende, ma non lecca gli stivali giusti, e muore nel silenzio.</p>
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