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	<title>Commenti a: A Gamba Tesa/ Massimo Rizzante</title>
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	<pubDate>Tue, 14 Oct 2008 00:17:44 +0000</pubDate>
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		<title>Di: Nazione Indiana &#187; Blog Archive &#187; La sciagura dei romanzieri italiani: risposta al comparatista Rizzante</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/a-gamba-tesa-massimo-rizzante-3/#comment-22108</link>
		<dc:creator>Nazione Indiana &#187; Blog Archive &#187; La sciagura dei romanzieri italiani: risposta al comparatista Rizzante</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2006 16:12:32 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Massimo Rizzante è un (ottimo) comparatista, e nel testo pubblicato su Nazione Indiana (qui) ragiona da comparatista. A differenza del tassonomo, che classifica tutto, lottando anima e corpo contro la labirintica infinitezza del reale, e correndo a volte il serio rischio di prendere il proprio naso per una nuova interessantissima specie, il comparatista vola alto nei cieli. Con le sue potenti ali di grande rapace, che gli permettono di farsi un baffo delle ripide e perigliose scarpate che separano le varie vallette che incidono il paesaggio - punta con sicurezza sulle prede di proprio gusto: il suo acuminatissimo sguardo è rivolto alle prede più appetitose. Della fauna minore e dei vegetali che chiudono la catena alimentare nelle varie vallette gliene importa in fondo assai poco. Si potrebbe dire, con un’altra metafora, che la sua visione è quella di un raffinato gourmet, poco preoccupato di cosa si mangi nelle trattorie di second’ordine, sprezzantemente indifferente all’esistenza dei fast food. Ma le cose che dice il (sempre lucidissimo) comparatista Rizzante su Nazione Indiana sono sacrosante, oltreché dette molto bene, intendiamoci. Il cuore del romanzo che batte anche e soprattutto fuori dall’Europa che lo ha visto nascere, l’impero romanzesco con le sue province, la letteratura mondiale come narrazione della diversità… Bellissima e davvero azzeccata la metafora dell’albero e dello scrittore-ramo, belle e vere tante altre frasi che non cito, perché il testo è fulgido e ricco così com’è, e mi sembra un peccato tagliuzzarlo. In quanto lettore/fruitore, poi cercherò di spiegarmi, sono completamente d’accordo con Rizzante. Tra le altre cose concordo: guardando a un qualsiasi grande capolavoro, l’appartenenza a una lingua, a un luogo, e ancor di più a una nazione, perde completamente senso: “ogni nuovo ramo dell’albero del romanzo è una misteriosa messa in dubbio della sua genealogia”. I problemi però nascono - secondo me, che sono solo scrittore, e che quindi vedo le cose dal mio punto di vista pragmatico di scrittore - quando, abbassandosi vertiginosamente di quota, e cambiando quindi radicalmente di prospettiva, si entra nello specifico delle modalità della genesi di un determinato testo letterario (nella fattispecie un romanzo). Il testo letterario – quello stesso testo letterario che nel migliore dei casi potrà essere paragonato e messo allo stesso livello dei migliori testi delle altre lingue, entrando nella ridottissima crème della letteratura mondiale (in realtà solo di questa ci parla Rizzante) – nasce dalla scrittura di un individuo. Nasce da una lingua, quella di quel dato individuo scrivente, e molto spesso anche da un luogo, quello del medesimo individuo scrivente. Un luogo in senso lato, intendiamoci: al limite un’altalena tra luoghi molto diversi, una reclusione, un’emigrazione, un dispatrio, un esilio, un doppio esilio. Lo scrittore non può usare un’altra lingua, perché - lasciamo stare le rarissime eccezioni di scrittori bilingui o trilingui – il suo cervello funziona solo con quella lingua lì, e fa fatica a trascendere dal “proprio posto”, perché ha solo, o prevalentemente, quello. Dentro di lui c’è solo, o prevalentemente, quel posto lì (strutturato - nel suo cervello e nella sua psiche - è inutile dirlo, dalla sua lingua): questo è il motivo per cui molti scrittori nei loro testi ritornano ai luoghi dell’infanzia e della giovinezza. Il nostro scrittore può aver viaggiato moltissimo - materialmente o con il suo mezzo di locomozione di predilezione, la lettura - può aver frequentato molte altre lingue - nella vita di tutti i giorni o nel corso della sua attività preferita, la lettura - ma resta pur sempre inchiodato alla propria lingua e al proprio luogo. Il quale, ripeto, può essere anche un luogo plurimo, o un coacervo di luoghi, al limite un augeriano non luogo. [Questo legame geografico è tanto più forte in Italia, dove l’unificazione dei microcosmi regionali è un evento recente, e che per certi versi è stato digerito solo a fatica e molto lentamente. Non a caso molta della nostra narrativa, e non solo quella passata, presenta - come si sa - spiccati caratteri regionali.] Resta insomma legato alla sua storia personale, che si intreccia a quella dei luoghi dove ha vissuto e, soprattutto, alla tessitura/spessore/tonalità/inclinazioni della lingua nella quale si esprime e che, si potrebbe dire, lo costituisce in quanto essere raziocinante, immaginante e scrivente. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Massimo Rizzante è un (ottimo) comparatista, e nel testo pubblicato su Nazione Indiana (qui) ragiona da comparatista. A differenza del tassonomo, che classifica tutto, lottando anima e corpo contro la labirintica infinitezza del reale, e correndo a volte il serio rischio di prendere il proprio naso per una nuova interessantissima specie, il comparatista vola alto nei cieli. Con le sue potenti ali di grande rapace, che gli permettono di farsi un baffo delle ripide e perigliose scarpate che separano le varie vallette che incidono il paesaggio - punta con sicurezza sulle prede di proprio gusto: il suo acuminatissimo sguardo è rivolto alle prede più appetitose. Della fauna minore e dei vegetali che chiudono la catena alimentare nelle varie vallette gliene importa in fondo assai poco. Si potrebbe dire, con un’altra metafora, che la sua visione è quella di un raffinato gourmet, poco preoccupato di cosa si mangi nelle trattorie di second’ordine, sprezzantemente indifferente all’esistenza dei fast food. Ma le cose che dice il (sempre lucidissimo) comparatista Rizzante su Nazione Indiana sono sacrosante, oltreché dette molto bene, intendiamoci. Il cuore del romanzo che batte anche e soprattutto fuori dall’Europa che lo ha visto nascere, l’impero romanzesco con le sue province, la letteratura mondiale come narrazione della diversità… Bellissima e davvero azzeccata la metafora dell’albero e dello scrittore-ramo, belle e vere tante altre frasi che non cito, perché il testo è fulgido e ricco così com’è, e mi sembra un peccato tagliuzzarlo. In quanto lettore/fruitore, poi cercherò di spiegarmi, sono completamente d’accordo con Rizzante. Tra le altre cose concordo: guardando a un qualsiasi grande capolavoro, l’appartenenza a una lingua, a un luogo, e ancor di più a una nazione, perde completamente senso: “ogni nuovo ramo dell’albero del romanzo è una misteriosa messa in dubbio della sua genealogia”. I problemi però nascono - secondo me, che sono solo scrittore, e che quindi vedo le cose dal mio punto di vista pragmatico di scrittore - quando, abbassandosi vertiginosamente di quota, e cambiando quindi radicalmente di prospettiva, si entra nello specifico delle modalità della genesi di un determinato testo letterario (nella fattispecie un romanzo). Il testo letterario – quello stesso testo letterario che nel migliore dei casi potrà essere paragonato e messo allo stesso livello dei migliori testi delle altre lingue, entrando nella ridottissima crème della letteratura mondiale (in realtà solo di questa ci parla Rizzante) – nasce dalla scrittura di un individuo. Nasce da una lingua, quella di quel dato individuo scrivente, e molto spesso anche da un luogo, quello del medesimo individuo scrivente. Un luogo in senso lato, intendiamoci: al limite un’altalena tra luoghi molto diversi, una reclusione, un’emigrazione, un dispatrio, un esilio, un doppio esilio. Lo scrittore non può usare un’altra lingua, perché - lasciamo stare le rarissime eccezioni di scrittori bilingui o trilingui – il suo cervello funziona solo con quella lingua lì, e fa fatica a trascendere dal “proprio posto”, perché ha solo, o prevalentemente, quello. Dentro di lui c’è solo, o prevalentemente, quel posto lì (strutturato - nel suo cervello e nella sua psiche - è inutile dirlo, dalla sua lingua): questo è il motivo per cui molti scrittori nei loro testi ritornano ai luoghi dell’infanzia e della giovinezza. Il nostro scrittore può aver viaggiato moltissimo - materialmente o con il suo mezzo di locomozione di predilezione, la lettura - può aver frequentato molte altre lingue - nella vita di tutti i giorni o nel corso della sua attività preferita, la lettura - ma resta pur sempre inchiodato alla propria lingua e al proprio luogo. Il quale, ripeto, può essere anche un luogo plurimo, o un coacervo di luoghi, al limite un augeriano non luogo. [Questo legame geografico è tanto più forte in Italia, dove l’unificazione dei microcosmi regionali è un evento recente, e che per certi versi è stato digerito solo a fatica e molto lentamente. Non a caso molta della nostra narrativa, e non solo quella passata, presenta - come si sa - spiccati caratteri regionali.] Resta insomma legato alla sua storia personale, che si intreccia a quella dei luoghi dove ha vissuto e, soprattutto, alla tessitura/spessore/tonalità/inclinazioni della lingua nella quale si esprime e che, si potrebbe dire, lo costituisce in quanto essere raziocinante, immaginante e scrivente. [...]</p>
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		<title>Di: giovanni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/a-gamba-tesa-massimo-rizzante-3/#comment-21484</link>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2006 11:05:10 +0000</pubDate>
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		<description>E Alejandra Pizarnik?
E Daniel Varoujan? 
E Vincent Ravalec? 
E Ivan Arnaldi?
[e la questione omerica, si aggiungeva ai mai abbastanza rimpianti tempi del ginnasio?[</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E Alejandra Pizarnik?<br />
E Daniel Varoujan?<br />
E Vincent Ravalec?<br />
E Ivan Arnaldi?<br />
[e la questione omerica, si aggiungeva ai mai abbastanza rimpianti tempi del ginnasio?[</p>
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		<title>Di: stefano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/a-gamba-tesa-massimo-rizzante-3/#comment-21344</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2006 22:01:19 +0000</pubDate>
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		<description>E la nuova edizione di "Una tomba per Boris Davidovic" di Danilo Kis presso Adelphi chi mai se l'è filata?

E gli ultimi romanzi di Kenzaburo quale editore italiano se li fila?

E i diari di Miguel Torga?

E Sylvie Richterova?

E Rizzante?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E la nuova edizione di &#8220;Una tomba per Boris Davidovic&#8221; di Danilo Kis presso Adelphi chi mai se l&#8217;è filata?</p>
<p>E gli ultimi romanzi di Kenzaburo quale editore italiano se li fila?</p>
<p>E i diari di Miguel Torga?</p>
<p>E Sylvie Richterova?</p>
<p>E Rizzante?</p>
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		<title>Di: stefano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/a-gamba-tesa-massimo-rizzante-3/#comment-21323</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2006 19:39:37 +0000</pubDate>
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		<description>Sapevo delle traduzioni degli anni Sessanta e Settanta, Maline; il punto è che quei testi sono a malapena reperibili in qualche biblioteca qua e là, quindi non parlerei propriamente di "disponibilità".
Sapevo anche della riedizione di "Per questa notte", Giovanni, giacché seguo il gigante Onetti come pochi altri autori e rimpiango la mancata ristampa e la difficile reperibilità dei suoi testi.
Mi chiedo, del resto, quanti conoscano la grandezza "de facto" della prosa narrativa di questo autore quasi dimenticato, e anche quanti giovani scrittori sappiano riconoscervi, attingendone l'esempio, un modello assai più alto e fecondo di tanti piccoli maestri o presunti tali (come Carver o Auster, per esempio) ai quali i medesimi giovani si compiacciono, gaiamente accontentandosi, di richiamarsi.
Anzi, ho smesso di chiedermelo di fronte all'evidenza dei fatti.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sapevo delle traduzioni degli anni Sessanta e Settanta, Maline; il punto è che quei testi sono a malapena reperibili in qualche biblioteca qua e là, quindi non parlerei propriamente di &#8220;disponibilità&#8221;.<br />
Sapevo anche della riedizione di &#8220;Per questa notte&#8221;, Giovanni, giacché seguo il gigante Onetti come pochi altri autori e rimpiango la mancata ristampa e la difficile reperibilità dei suoi testi.<br />
Mi chiedo, del resto, quanti conoscano la grandezza &#8220;de facto&#8221; della prosa narrativa di questo autore quasi dimenticato, e anche quanti giovani scrittori sappiano riconoscervi, attingendone l&#8217;esempio, un modello assai più alto e fecondo di tanti piccoli maestri o presunti tali (come Carver o Auster, per esempio) ai quali i medesimi giovani si compiacciono, gaiamente accontentandosi, di richiamarsi.<br />
Anzi, ho smesso di chiedermelo di fronte all&#8217;evidenza dei fatti.</p>
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		<title>Di: giovanni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/a-gamba-tesa-massimo-rizzante-3/#comment-21293</link>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2006 15:24:58 +0000</pubDate>
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		<description>Per questa notte è uscito che non è molto in tascabile Feltrinelli, qualcosa d'altro si trova da Einaudi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Per questa notte è uscito che non è molto in tascabile Feltrinelli, qualcosa d&#8217;altro si trova da Einaudi.</p>
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		<title>Di: maline</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/a-gamba-tesa-massimo-rizzante-3/#comment-21291</link>
		<dc:creator>maline</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2006 14:42:11 +0000</pubDate>
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		<description>@ Stefano.

Juan Carlos Onetti è stato tradotto e pubblicato già negli anni '60 e '70 da Feltrinelli (La vita breve, Raccattacadaveri, Per questa notte, Il cantiere).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ Stefano.</p>
<p>Juan Carlos Onetti è stato tradotto e pubblicato già negli anni &#8216;60 e &#8216;70 da Feltrinelli (La vita breve, Raccattacadaveri, Per questa notte, Il cantiere).</p>
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		<title>Di: giovanni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/a-gamba-tesa-massimo-rizzante-3/#comment-21290</link>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2006 14:39:02 +0000</pubDate>
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		<description>Chiamavo problema un dato che avrei potuto qualificare come: pregio, merito, valore o altro del genere. Sai che sono d'accordo con quanto dici e quanto asserisce il mestre de gay saber Rizzante.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Chiamavo problema un dato che avrei potuto qualificare come: pregio, merito, valore o altro del genere. Sai che sono d&#8217;accordo con quanto dici e quanto asserisce il mestre de gay saber Rizzante.</p>
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		<title>Di: stefano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/a-gamba-tesa-massimo-rizzante-3/#comment-21286</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2006 13:41:33 +0000</pubDate>
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		<description>Giovanni, se non sbaglio, il solo testo non disponibile in traduzione, tra quelli di cui parla Rizzante, è il romanzo di Onetti.

In secondo luogo, il fatto che i testi citati siano "poco frequentati", se fosse vero, non sarebbe che la riprova che la letteratura italiana continua, come già in passato, a frequentare POCO la storia del romanzo, o meglio, i romanzi "dentro la storia del romanzo".
Non "troppo" poco, beninteso: POCO, e basta. Vale a dire che, secondo me, questa scarsa frequentazione non è un problema, come dici tu, neppure se si tratta soltanto di recepire il senso del saggismo rizzantiano, ma di un handicap culturale.

La critica di Rizzante, in questo senso, potrebbe costituire un'utile infrastruttura per disabili della prosa. Per me, anzi, lo è già.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Giovanni, se non sbaglio, il solo testo non disponibile in traduzione, tra quelli di cui parla Rizzante, è il romanzo di Onetti.</p>
<p>In secondo luogo, il fatto che i testi citati siano &#8220;poco frequentati&#8221;, se fosse vero, non sarebbe che la riprova che la letteratura italiana continua, come già in passato, a frequentare POCO la storia del romanzo, o meglio, i romanzi &#8220;dentro la storia del romanzo&#8221;.<br />
Non &#8220;troppo&#8221; poco, beninteso: POCO, e basta. Vale a dire che, secondo me, questa scarsa frequentazione non è un problema, come dici tu, neppure se si tratta soltanto di recepire il senso del saggismo rizzantiano, ma di un handicap culturale.</p>
<p>La critica di Rizzante, in questo senso, potrebbe costituire un&#8217;utile infrastruttura per disabili della prosa. Per me, anzi, lo è già.</p>
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		<title>Di: giovanni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/01/a-gamba-tesa-massimo-rizzante-3/#comment-21280</link>
		<dc:creator>giovanni</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2006 12:59:23 +0000</pubDate>
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		<description>Un problema è che Massimo Rizzante conosce e cita testi poco frequentati in Italia, se non addirittura non tradotti (in questo pezzo forse nessuno, ma il problema riguarda il complesso della sua opera). Qui comunque il concetto  è chiarissimo, ribadito ad abudantiam e del tutto condivisibile. Niente Oe senza Rabelais, niente Gassendi senza Cartesio (cfr. Deus Caritas Est, 5)!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Un problema è che Massimo Rizzante conosce e cita testi poco frequentati in Italia, se non addirittura non tradotti (in questo pezzo forse nessuno, ma il problema riguarda il complesso della sua opera). Qui comunque il concetto  è chiarissimo, ribadito ad abudantiam e del tutto condivisibile. Niente Oe senza Rabelais, niente Gassendi senza Cartesio (cfr. Deus Caritas Est, 5)!</p>
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