di giuliomozzi
Leggo in Nazione indiana un articolo di Christian Raimo intitolato: Ha vinto Berlusconi. Non è di questo articolo che intendo parlare. Nei commenti Andrea Barbieri racconta di aver visto un programma televisivo nel corso del quale G. Moncalvo (il conduttore, presumo) “ha maneggiato per alcuni minuti una pistola smontando il caricatore e fingendo di puntarla contro un ospite. Poi ha detto che era un giocattolo”. Aggiunge Barbieri: “Quei minuti sono stati vergognosi nei confronti del telespettatore”. Una mezz’oretta dopo un’altra persona (nomignolo: kristian) scrive: “Ma dai, puntare un’arma contro Borghezio, magari si configura come reato, ma non è mica disdicevole! Piuttosto, è la scelta dell’arma che mi delude: con quelli lì basta lo spruzzino”. [*]
Vi ricordo che il 18 dicembre 2005 il signor Mario Borghezio è stato picchiato da un gruppo di manifestanti (vedi il Corriere; vedi anche l’”informativa urgente” del ministro dell’Interno Pisanu), che gli hanno spaccato il naso e procurato un trauma cranico “distrattivo” (che non so cosa voglia dire).
Tutto questo mi ha ricordato lo slogan: “Uccidere un fascista non è reato“. In una versione, se volete, soft: “Puntare un’arma contro un leghista non è disdicevole“.
Lo so: si può certo dire che il sig. Kristian scherzava (io credo che scherzasse). [**] Si può dire che era uno scherzo pesante ma pur sempre uno scherzo (e io lo credo). Si può dire che il signor Mario Borghezio ha agite con gran clamore, e ripetutamente, violenze verbali e simboliche assai più gravi di quelle che ha ricevute (ma io mi rifiuterei di comparare violenze fisiche con violenze verbali e simboliche). Si può dire che il signor Mario Borghezio, con la sua azione politica, con le leggi che ha proposte, sostenute, approvate col suo voto, ha fatto ben di peggio di quanto gli è stato fatto il 18 dicembre 2005 (e questa è una comparazione più decente).
Durante la discussione (svoltasi qualche settimana fa in Nazione indiana, e anche un po’ in vibrisse) a proposito del saluto romano rivolto dal calciatore Di Canio ai tifosi della Lazio, a un certo punto è saltata fuori una domanda: “Il mio schifo mi fa assomigliare a loro?“. Alla quale io ho risposto, e rispondo: “Sì, il mio schifo mi fa assomigliare a loro” (vedi il mio articolo, dal quale si risale a tutti - credo - i pezzi della discussione).
Ora: se c’è una cosa che desidero, è che l’ideologia della quale il signor Mario Borghezio è un valido esponente venga riconosciuta da tutti i miei concittadini (da tutti coloro che, come me, sono cittadini italiani) come un’ideologia scema. Questa non mi pare, peraltro, una buona ragione né per spaccare il naso a Mario Borghezio né per fare battute sulla liceità o sulla “non disdicevolezza” di puntargli contro un’arma.
Se non si è migliori dei propri avversari, si viene sconfitti.
[Aggiunta: vedi, ad esempio, che cosa è successo ieri pomeriggio a Livorno, durante un comizio di Mario Borghezio.]
[*] A questo punto, nella prima versione di questo articolo, scrivevo: “Un quarto d’ora dopo un’altra persona (nomignolo: tashtego) scrive: ‘Molto efficace, Christian, lucido, preciso. Vero. Concordo e diffondo’”. Ma la persona che si firma Tashtego si riferiva, e avrei dovuto accorgermene, all’articolo di Christian Raimo e non al precedente commento della persona che si firma Kristian. Ringrazio chi nei commenti mi ha fatto notare l’errore e mi scuso con la persona che si firma Tashtego, alla quale ho attribuite opinioni evidentemente non sue.
[**] A questo punto, nella prima versione di questo articolo, scrivevo, perseverando (il che, notoriamente, è diabolico) nell’errore di cui sopra: “Si può certo dire che il sig. Tashtego stava allo scherzo (e io credo che stesse allo scherzo)”.








105 commenti
che dire, il ragionamento non fa una grinza, rispondere a una violenza (politica) con la violenza (fisica o politica) genera un crescendo decisamente non desiderabile.
è vero però (e questo non vale a giustificare ma a spiegare) che la violenza politica molto spesso è il trampolino di lancio per la violenza delle mani. senza contare che ad oggi l’idiozia dell’ideologia di Mario Borghezio e compagnia fatica a trovare pubblica dimostrazione (e non perché non sia evidente).
certo è che spaccare il muso a Borghezio resta cosa sommamente stupida, per varie ragioni, anche politiche. altrettanto certo è che la stupidità a volte ha la dubbia fortuna di essere al momento giusto (?) nel posto giusto (?).
Alle h 00.45 una persona (nomignolo fm) scrive: Oddio, ci risiamo!!
va beh, da quello che ho capito chi puntava l’arma era moncalvo, e lui è alla rai in quota lega.
Quindi l’arma era puntata DA un leghista e non CONTRO un leghista;-)
Borghezio oggi a livorno parlava in una stanza dove c’erano si e no 10 persone, però ….. fuori ce ne erano a migliaia a contestarlo, purtroppo sono successi anche casini perchè erano troppi, ma armi non ce ne erano.
Mario borghezio non è portatore di una ideologia scema ma violenta che è cosa diversa. E lui è un violento provocatore che cerca lo scontro. Si, certo accontentarlo è da scemi, ma quelli non mancano mai.
esattamente quello che intendevo, non mancano mai e a volte hanno dubbie fortune.
Caro Mozzi, non le è per caso venuto il dubbio che il CHRISTIAN a cui il sig. Tashtego si riferiva fosse RAIMO, non a caso autore del pezzo in questione, e non il KRISTIAN con la K, che aveva invece scritto quella frase che ha provocato la sua tristezza. Davvero credo che queste ramanzine da padreparroco lei le potrebbe benissimo evitare, e tenersi per sè il suo sdegno moralista per una battuta. Ma se proprio vuole si chieda: “sarà mica raimo quel christian?”, la prego. Mica anche lei, come fini in giamaica, si è fatto una canna in parrocchia una volta? questo potrebbe essere un effetto collaterale ritardato.
Leggere attentamente prima di scrivere.
quello che vedo è che in politica ci sono due classi:
1) chi esercita un potere
2) chi lo subisce
fra queste due classi avviene, a seconda dei contesti (classi più chiuse o classi che permettono un facile interscambio) in modi diversi, scontri e frizioni più o meno violenti.
Queste classi inevitabilmente, da un punto di vista ideologico, contengono una composizione speculare.
In esse si troveranno gente buona, cattiva, violenta, socievole, che ha una visione del mondo oppure un’altra, ecc.
ora in entrambi i casi se c’è uno scontro, che avviene fra le due classi, come un tafferuglio, ci saranno in entrambe le classi chi sarà contento e chi lo condannerà come atto violento.
Prendere posizione in questo caso è normale, automatico, ma per nulla scientifico. Qualsiasi visione si esprima a riguardo sarà del tutto ideologica e nel caso colpevolizzi l’avversario (ideologico non di classe), moralistica.
Le classi comunque rimangono due (conservatrice e riformatrice), i commenti e le prese di posizione sono solo frutto della reatà e non mutano in base a principi come si cerca di far passare in questo post ( o nel vecchio).
Borghezio ora appare alla sua parte contrapposta come una vittima, quindi i non violenti intervengono per condannare l’aggressione. Più Borghezio e la sua parte sarà debole e aggredita e perderà potere, più i non violenti tenderanno una mano nei loro confronti. Più sarà vero il contrario meno voce essi avranno. (probabilmente i non violenti appartengono per condizione sociale al bordo che tange con l’altra classe, nella quale vedono riflessi i non violenti dell’altra)
Commentavo il pezzo di Christian Raimo, oh Giulio Mozzi, non il commento di kristian, che nemmeno avevo letto.
Immagino che Christian Raimo non sia Kristian.
La prossima volta guarda bene, prima di dar fuoco alla tastiera, Giulio.
Se lo avessi fatto ti saresti accorto che scrivo: “Molto efficace, Christian, lucido, preciso. Vero. Concordo e diffondo”.
Non scrivo “Kristian”.
E’ vero: ho confuso Christian e Kristian. Chiedo scusa alla persona che si firma Tashtego, alla quale ho attribuite opinioni che evidentemente non sono le sue (e tra un minuto correggo il pezzo).
Alla persona che si firma Mal non posso che dire: ciò che dico a proposito di quanto ha scritto la persona che si firma Kristian non mi pare che venga invalidato da questo mio errore.
la violenza non è programmatica, io ho un vicino di casa che mi ha dichiarato guerra, sta sopra di me e ha iniziato questa guerra di nervi contro di me per questioni del tutto cretine e io per anni sono stato più o meno tranquillo adesso gli ho detto di no e ho deciso di tutelarmi contro questa violenza, ecco l’esempio del vicino di casa che vuole violentare il mio tempo lo vedo più pratico del fascista o del leghista, il mio vicino di casa per me per i miei interessi è un leghista e un fascista anche se magari vota bertonotti, ma l’esempio era per dire che mi ritrovo a pensare per ore al mio vicino di casa, di quello che potrebbe farmi, di quello che mi sta facendo, di come potrei rispondere e di come risponderebbe se io rispondessi, mi trovo di fatto accanto ad un motore di violenza, sembra una cazzata ma mi trovo a fianco di un motore di violenza e basterebbe accendere il mio motore per innescare un meccanismo che è tanto semplice quanto animale: se tu mi fai questa cosa che è ingiusta, io che faccio? me ne sto zitto e quindi incremento il tuo motore che gode del mio stare in sudditanza o accendo il mio motore e scendo ad un livello che è distante dall’intelligenza e dalla cultura che bene o male mi sento di contenere?
finché si tratta di icone pop (borghezio, fede o berlusconi sono icone pop) il mio disprezzo e il mio odio è diluito dalla distanza così come lo è l’applauso loro sono produttori e io sono un consumatore che fa i suoi ruggiti davanti al televisore, ma quando l’odio è una cosa da gestire quotidianamente di fronte a una persona che si muove sopra di te e ti entra in casa pur essendo intellettualmente e culturalmente distante da te, ecco forse in quel caso sperimenti in prima persona e in maniera tangibile il meccansmo che porta a gridare contro uno che non hai mai visto prima se non in tv e tirargli qualcosa in faccia a volergli spaccare la faccia, perché lo vedi dal basso due consumatori che segnano il territorio della loro legalità e del loro quieto vivere.
borghezio (o berlusconi o fede o chi vuoi) è uno che dice cose che non andrebbero manco pensate e le va a dire in giro *agendo* e istigando ad agire in modi che vanno contro ogni tua convinzione, sono persone repellenti che agitano lo stesso sangue che viene agitato dal mio vicino di casa e provocano lo stesso meccanismo di pensiero, ma se io lo lascio fare quello andrà ancora oltre? il mio silenzio sarà un carburante per la violenza che genera il suo motore?
se sono certo che non toccherei mai borghezio o un altra icona pop di questo attuale schieramento è per la distanza che dicevo prima, che allontana il produttore di notizia dal suo consumatore, ma ho già immaginato alcuni modi e alcune cause che mi vedrebbero in violenza con il mio vicino di casa e il pensare di non farlo, di rimanere da questo lato della semplice scelta di sangue e animale è la *faticosa* costatazione di una identità costruita per anni: ma *fisicamente* sento che abbassare le mani di fronte alla provocazione quotidiana, grossolana e violenta è come essere indotti all’orgasmo e poi non venire.
f.
Mozzi, ma ti sembra violento uno che vuol sostituire la pistola con lo spruzzino? Per me è uno che, in modo ironico, sta mettendo una barriera netta tra sé e l’uso delle armi. E se per caso vuoi sapere davvero cos’è la violenza, prova a chiederlo a uno solo che è stato a Genova durante il g8, oppure ai vecchi che stanno sfrattando stamattina in una qualsiasi anonima periferia di una qualsiasi anonima grande città. Forse è l’intero pezzo che dovresti correggere. Eliminandolo. Con tanti saluti al “nobile” e “democratico” cittadino borghezio che, incitando all’odio razziale e alla pulizia etnica dei paesi della padania (?!?) esercita un sacrosanto diritto costituzionale. Vero?
Ringrazio Giulio Mozzi dell’assai tempestiva rettifica.
Confesso che non ci contavo.
Francesco Pecoraro
si, è un po’ come vedere insultato il proprio profeta da delle vignette blasfeme e decidere di non reagire. Impossibile. :-) (o :-( ?)
Non ho parole. Cos’è questo, un pezzo dimostrativo di quanto efficace sia lo strumento della retorica? Dove si vuole arrivare e cosa si vuole argomentare? Borghezio raccoglie quello che ha seminato ( e non sto parlando del pestaggio)… salire sui treni con la mascherina e disinfettare i posti occupati da extracomunitari non è forse violento?
ps
bisognerebbe correggere anche su Vibrisse.
L’argomento: “Lui è peggio di me” non mi sembra un buon argomento.
Quanto al resto del suo intervento, alla persona che si firma fm e non lascia indirizzo dico: il tuo argomento è ad personam (cioè chiama in causa la mia vita e la mia esperienza di vita), e non sono disposto a discutere della mia vita e della mia esperienza di vita con una persona che nasconde il suo nome (cioè la sua vita).
giuliomozzi, SVEGLIA!
io non ho promulgato nessuna legge che permette di sparare a chi ti riempie di ditate la finestra.
io non faccio campagna elettorale gridando ai quattro venti che ho una pallottola in canna per ogni avversario riottoso.
io non ho creato la mia fortuna fomentando odio razzismo e xenofobia.
io non grido dal pulpito che il musulmano buono è il musulmano rispedito a calci nel culo a casa sua.
certo, ho usato lo spruzzino al posto di una pistola: è una citazione, per chi non lo sapesse. citavo quello che ha fatto borghezio con un manipolo di volontari: passare sui treni, far alzare dai sedili solamente gli immigrati e disinfettare i posti che essi occupavano.
forse sbaglio, ma ’sto post sembra fatto apposta per questo tipo di congetture: per me se avesse potuto, il borghezio avrebbe volentieri sostituito lo spruzzino col lanciafiamme.
io continuo immodestamente a ritenere la mia battuta efficace.
Gabriella, una cosa per volta. Ho corretto anche in vibrisse. Ho un diploma di dattilografia veloce, ma non sono mica Speedy Gonzalez.
L’argomento: “Se l’è voluta lui” non mi sembra un buon argomento.
Francesco (Tashtego): la rettifica era dovuta.
C’è in giro un clima integralista, penetrato fin nel profondo delle anime più disparate ormai, dal nord al sud del mondo, che fa spavento, e bisognerebbe davvero tessere le lodi di persone come KRISTIAN, che hanno ancora la forza e il coraggio di riderci sopra. L’intolleranza pseudolaica insita e serpeggiante in discorsi come quelli di Mozzi mi sembra qualcosa di estremamente aderente allo Spirito del Tempo: indignarsi per una battuta fa il paio con l’indignazione dei musulmani per le vignette. Nessuno più sopporta nessuno, e una tristezza risentita a me pare davvero aver preso possesso una volta per tutte di discorsi come quello di Mozzi. Ho finito appena ora di leggere un articolo di Umberto Galimberti su REPUBBLICA a proposito delle vignette: singolarissima coincidenza, ma dice più o meno le stesse cose, e cioè che bisogna rispettare la religione e blabla, e quindi bisogna stare zitti – come bisogna stare zitti davanti a San Borghezio, con la scusa che dobbiamo essere più “intelligenti” – cioè dobbiamo esercitare la nostra intelligenza come vuole Mozzi, cioè dobbiamo fare come fa lui, cioè dobbiamo essere degli imbecilli senza autonomia di pensiero. Perché a parlare devono essere solo i Signori Rispettosi, ovverosia coloro che non possono dire esplicitamente che amano Borghezio, ma possono far ricorso a tutta la cattiva coscienza “civile e religiosa” del caso per difenderlo. Tra l’altro, questa affermazione di Mozzi: “ma io mi rifiuterei di comparare violenze fisiche con violenze verbali e simboliche” svela chiaramente come stanno le cose. Per Borghezio, tutta la comprensione possibile, tutta la tolleranza del mondo, per un anonimo scrittore di commenti satirici, tutta la stigmatizzazione possibile e immaginabile – giacché, ovviamente, quelli di KRISTIAN non sono “atti verbali” ma offese e stupidaggini, se non addirittura istigazioni a delinquere, eccetera. Sarebbe molto interessante poi, a mio avviso, analizzare anche la sintassi dei discorsi di Mozzi, sempre piuttosto sorprendente per la sua laconicità prolissa e sentenziosa, che a me ricorda i pentoloni da strega tutti bolle e stracolmi di intrugli velenosi.
Alla persona che si firma Kristian. Non ha senso che tu dica: “Io non ho fatto questo, io non ho fatto quest’altro”. Ti firmi con un nomignolo, io non so e non posso sapere chi tu sia, nessuno tra chi legge qui sa né può sapere chi tu sia: non puoi quindi portare a sostegno della tua opinione la tua vita e la tua esperienza di vita.
La tua congettura finale è, appunto, una congettura: in quanto tale non ha valore di prova, ma andrebbe invece provata.
Il riferimento allo spruzzino mi pareva evidente. Tu proponi, mi pare, una norma: “Fate a quest’uomo (sul piano simbolico, sul piano reale) ciò che lui ha fatto (sul piano simbolico, sul piano reale) ad altri”. Invochi in somma la legge del taglione.
In questo paese ci si indigna troppo poco.
Quando succede, molto spesso è perché ci viene toccato il nostro orticello e prendiamo consapevolezza del torto che altri, prima, al posto nostro, hanno subito.
La reazione di schifo, l’atto violento (pistola, ceffoni & company) sono reazioni ritardate, scomposte, improvvisate di rabbia, scatenate da qualcosa che ci minaccia in prima persona.
Sono d’accordo con Venerandi quando parla di “distanza” nei confronti di quelle che definisce le “icone pop”.
Lo schifo ci rende uguali a loro - è vero - ma solo perché ha origini poco nobili. Prende origine da aree istintivo-triviali del nostro cervello.
L’indignazione : questo vorrei leggere in faccia alle persone. Non più quel sorrisetto smarrito di rassegnazione, non più l’atteggiamento buonista di tolleranza verso le discriminazioni e le idee anticostituzionali.
L’indignazione è un sentimento nobile. Ci potrebbe ancora salvare. O qualcuno vuole farci sentire in colpa, affermando che - anche così - cadiamo nello stesso errore ?
All’Ufficiale Giudiziario Giulio Mozzi.
Il tuo è soltanto un alibi, caro, il ricatto morale di chi, non avendo nient’altro da rispondere, chiama in causa l’anonimato dei “nomignoli”: sei tu che pubblichi, non io, e dal momento in cui rendi palese il tuo pensiero, devi anche accettare il fatto che qualcuno ti faccia notare che hai preso una cantonata, per non dire qualcos’altro.
Comunque: Fabio Massaresi, terrone lucano nato in padania, a Rho, nelle terre del democratico borghezio. Ad aprile compio quarant’anni. Se ti servono altri dati (estremi di un documento di identità, domicilio, professione) non hai che da chiedere: qui sei il padrone di casa, no?
Adesso prova a rispondermi, ti ascolterò in religioso silenzio, ma rispondi alle domande che i quattro post che ho dedicato al tuo “esemplare” testo contengono. Solo, ti prego, non parlare di Genova: mentre centinaia di persone inermi venivano massacrate, tu preparavi recensioni delle opere di quegli intellettuali che da millenni stanno alla finestra, perché, sai, la letteratura, l’arte, mica possono confondersi con queste vicende: la nobiltà dello spirito, vuoi mettere. Un’ultima cosa, se posso: non confondere la rabbia con la violenza: anche il cristo, ad un certo punto, ne ebbe le palle piene e si incazzò come una belva ferita quando vide calpestati gli ideali che era venuto a predicare e in cui credeva, peccato che i suoi devoti di oggi, piuttosto che “testimoniare” la verità gridando allo scandolo verso il sopruso e la violenza quotidiana, fanno le pulci a un post dove si ironizza sui montecalvi e le larose, altri due sicuri credenti. Ah, dimenticavo: sono un non violento convinto da sempre.
Per Andreina Repaci. Tutto il tuo intervento si fonda su un’ipotesi: io sarei uno che ha “amore” per Borghezio.
L’ipotesi corrisponde, per quel che ne so, al vero.
La questione Menare-o-non-menare-Borghezio non si sbriga con una generica professione di correttezza politica e civile, perché si resta troppo in superficie rispetto al problema.
“Le parole sono pietre”, eccetera: proprio qui, in questo blog frequentato da cultori della parola se ne dovrebbe conoscere la forza, che anzi, spesso viene evocata.
Qualora ce lo fossimo dimenticato ribadisco una verità fattuale: la parola convince.
Convince nel senso voluto, ma può accadere che convinca anche nell’altro di segno opposto.
I rapporti tra violenza verbale e violenza fisica sono praticamente alla base di ogni possibile storia, di ogni rivoluzione.
Non si può pensare che dire una cosa certa cosa in un certo modo e ripeterla, sia lo stesso che non-dirla, che non ripeterla.
Le parole accendono l’azione e non solo la reazione violenta di chi ha menato Borghezio, ma anche la legittimazione di migliaia di comportamenti razzisti, di violenza e di sfruttamento strisciante verso immigrati indifesi.
L’indignazione è un sentimento che si può concretamente manifestare e produrre, oltre che con le parole, anche con i fatti.
Voglio dire che accade, anche se non ci piace, perché la violenza è spesso l’unica forma di manifestazione del pensiero e delle sensazioni di chi non ha altro modo di manifestarsi: Borghezio è razzista, lo incontro, lo meno.
L’equazione ha una sua linearità che non giustifico, ma cui si oppone solo la contro-intuitività di un atteggiamento di tolleranza verso chi tollerante non è, anzi è l’esatto contrario.
Da parte sua il nostro eroe, come tanti prima di lui, approfitta della libertà di parola che gli garantisce la democrazia, per fare odiosa violenza verbale su cose che investono, non solo la roba, ma valori e rapporti umani, la pelle di gente che viene qui a trovare riparo dalla povertà e che invece incontra Borghezio e quelli come lui.
La così detta dialettica politica non riesce a tenere lontana la violenza se essa stessa la evoca, la produce, la giustifica e l’applica.
Se quelli che hanno la parola su stampa e televisione tacciono e su questo non dicono nulla, non si indignano, lasciano correre, fanno finta di niente, se tutta questa merda è ovunque sfacciatamente tollerata, come dare torto a chi è incazzato e se incontra Borghezio gli rompe la faccia?
Se poi sei cattolico allora gli porgi l’altra guancia, tanto mica è la tua.
Karma Police
C’è un evidente malinteso. Mario Borghezio noi lo conosciamo dal secolo novecento e più volte ci è capitato di incontrarlo per strada e più volte in libreria. Lo abbiamo capito. Borghi non dice ciò che dice perchè pensa ciò che dice, Borghi dice ciò che dice per godersi la vita. A Borghi piace essere picchiato, gode, prova piacere fisico, rientra tra i suoi desideri sessuali essere malmenato in luoghi pubblici durante attività “politica”. La polis lo pesta e la polizia lo sa. A conferma di ciò riportiamo una testimonianza dalla questura della città olimpica (vi lavora un nostro caro amico): Un giorno di pioggia Borghi chiama la questura per farsi difendere da una folla scalmanata, durante una sua incursione esibizionista a Porta Palazzo (luogo storico dell’immigrazione torinese); riferita la richiesta al responsabile digos, egli, senza accennare alcun movimento dalla sedia su cui si trovava, e rivelando un sorriso da nigth club sussurra: “sì sì caro, digli che stiamo arrivando…”
p.s. siamo convinti che per interpretare correttamente la natura di questo post non sia neccessario rifare le scuole.
Per Fabio Massaresi (fm): ho sempre difeso il diritto all’anonimato. Ma se tu scegli l’anonimato, devi accettare le conseguenze di questa scelta. Se mi proponi anonimamente un argomento, posso discutere l’argomento: gli argomenti non hanno bisogno delle persone. Ma se - come hai fatto - chiami in causa, da anonimo, la mia vita e la mia esperienza di vita, cioè la mia persona, come posso risponderti?
Vedo che tu ritieni di sapere che cosa io stessi facendo nei giorni del G8 di Genova. Posso sapere come hai avute queste informazioni, ed avere da te la conferma che le ritieni veritiere?
Quando dici: “Mozzi, ma ti sembra violento uno che vuol sostituire la pistola con lo spruzzino? Per me è uno che, in modo ironico, sta mettendo una barriera netta tra sé e l’uso delle armi”, posso solo rispondere: l’ironia è quel modo del discorso con il quale si dice letteralmente una cosa per farne intendere, per via d’intuizione, un’altra. L’intuizione è possibile perché tra chi dice e chi ascolta c’è un accordo su un luogo comune. Se questo accordo non c’è, l’intuizione non scatta e il discorso ironico non funziona. L’ironia è dunque un modo del discorso che funziona solo all’interno del gruppo di chi condivide quel determinato luogo comune.
Il il meccanismo della frase della persona che si firma Kristian è: “Così come Borghezio tratta alcune persone come se non fossero persone, così io ora tratterò Borghezio come se non fosse una persona”. L’ironia funzionerebbe davvero se, e solo se, mi pare, dalla frase risultasse evidente che Borghezio non può essere trattato come se non fosse una persona, benché la frase letteralmente dica il contrario. E, a me (e questo è il salto intuitivo, che non è argomentabile, e se quindi mi dirai che ho torto non risponderò), mi pare che dalla frase in questione non risulti evidente che Borghezio non può essere trattato come se non fosse una persona. Il luogo comune su cui si appoggia la frase della persona che si firma Kristian mi pare infatti sia questo: “Alcune persone possono essere trattate come se non fossero persone”.
Anche nella discussione a proposito dell’articolo di Raul Montanari il punto della discordia era: “E’ ironico, non è ironico”. E anche lì mi è stato detto: “Tu non capisci l’ironia”. Sarà. Qualcun altro, in quella discussione (non ricordo esattamente chi, e non riesco a ritrovare il punto) a un certo punto disse: “In politica, è l’inconscio che parla”. Io vivo nella felice convinzione che l’inconscio sia decisamente razzista.
Caro Giulio,
il linea di massima e in condizioni normali il tuo pensiero sarebbe condivisibile o quanto meno comprensibile.
Ma non siamo in condizioni normali. Per niente.
Lo stesso Berlusconi ha affermato - vado a memoria perché non riesco a ritrovare l’articolo - che queste elezioni non saranno normali, ma saranno una specie di linea di confine tra la vita e la morte di uno stato democratico. Naturalmente lui si riferiva al pericolo di regime comunista, ma noi possiamo tranquillamente interpretare le sue parole al contrario, temendo quindi la continuazione (è il pericolo di recrudescenza) di questo simil-regime che ci sta governando in questo momento.
Qualcuno potrà dire che di regime non si tratta perché il governo attuale è stato votato regolarmente dal popolo e che ha sempre utilizzato gli strumenti che gli vengono messi a disposizione dal corpus delle leggi in vigore e dalla Costituzione.
Be’, è vero, ma non importa.
Si, non importa perché c’è una “questione morale” di mezzo.
Il governo attuale ha usato strumenti leciti, ma in maniera forzata, come per esempio il “voto di fiducia”, che gli ha permesso di far passare leggi indecenti. Il voto di fiducia è previsto dalla legge? Si, però se sei costretto ad utilizzarlo cento volte vuol dire che la tua maggioranza non è proprio così compatta e stai “forzando” la democrazia.
Altro esempio: si sono cambiate leggi per favorire persone amiche, aziende amiche e via dicendo.
Si è cambiata la legge elettorale perché così “loro” hanno più possibilità di vincere in Aprile (almeno così credono).
Si è cambiata la Costituzione per tenere buona la Lega.
Insomma, utilizzando strumenti legali l’Italia è stata violentata.
Ora vengo, finalmente, al punto.
In queste condizioni, non normali e solo formalmente democratiche, non si può restare composti e sollevare il sopracciglio in segno di disapprovazione.
Bisogna reagire e rispondere punto su punto, utilizzando le stesse armi.
Qui non siamo più su un piano di onesto confronto democratico, qui abbiamo un Presidente del Consiglio (e non solo lui) che spara a zero - con artiglieria pesante - su tutto e su tutti.
Questo è il clima in cui s’inseriscono i recenti accadimenti relativi a Borghezio, a Moncalvo e via discorrendo. E non possiamo trascendere da questo clima.
Se il governo è disposto a correre sul filo dell’illegalità pur di vincere di nuovo è naturale che anche i suoi avversari rispondano con la stessa moneta. Sarebbe bello che il mondo fosse come dici tu, Giulio, ma non lo è. Il porgi l’altra guancia non funziona, non ha mai funzionato e non funzionerà mai. E’ utopia e dobbiamo mettercelo in testa una buona volta.
Anche se non ci piace, il mondo ci appare duale – male e bene - e per i credenti ricordo che è stato Dio a volerlo così, anche se poi ha cambiato idea e ha mandato l’ultimo profeta per tentare di riparare il danno. Purtroppo non ce l’ha fatta.
Ora bisogna scegliere da che parte stare, ma come S.Michele, anche noi dovremo avere una spada in mano per scacciare il Male.
ha perfettamente ragione tashtego.
Per quanto mi riguarda, io penso di essere un non-violento, da sempre.
Eppure ricordo che - qualche anno fa - quando vidi alla televisione Borghezio mentre ‘disinfettava’ le prostitute nigeriane pendolari sulla tratta Torino - Milano, spruzzando su di loro, sulla testa, i capelli, e i sedili sui quali si erano sedute, quel disinfettante, ben protetto dalle guardie del corpo e sorridendo alla telecamera… mentre si vedeva chiaramente lo sguardo umiliato delle ragazze che non avevano il coraggio, ma probabilmente neppure gli strumenti per protestate (quando vieni da una terra di fame, quando per restare qui, per mangiare, ti abitui a non sentire più le umiliazioni, e non chiedere più nulla, a non aspettarti più nulla…) .. ebbene, io sentii profondamente che se il caso mi avesse voluto lì, su quel treno, io avrei cercato di uccidere Borghezio. Probabilmente non ce l’avrei fatta, ma - non so come dirvelo - sono CERTO che non mi sarei controllato e avrei cercato di ucciderlo. E non mi sarebbe dispiaciuto riuscirci.
Quando penso alla mia libertà, alla mia istruzione, alle opportunità che sono state concesse alla mia generazione, penso a mio nonno: internato a 19 anni in un campo di lavoro a Bregenz (Austria) perché ‘beccato’ da un fascista, a mangiare le bucce di patata per 13 mesi, congelato dal freddo, sfiancato dal lavoro massacrante nella centrale a carbone.. e penso alle bastonate e alle fucilate nella schiena che lui non ha potuto ma che i suoi coetanei partigiani rifiugiati sulle montagne hanno lesinato ai fascisti, anche per suo nome, anche per liberare lui. E li ringrazio, tutti i giorni.
E quando penso a Borghezio, vedo un fascista perfetto, un potenziale ‘volenteroso carnefice’ che non lo è solo perché è nato nel periodo sbagliato… e allora cerco di non dimenticare che, in caso mi sia richiesto, non dovrò andare tanto per il sottile, perché se quei ragazzi nati nel ventennio lo avessero fatto… ora sarei un balilla.
Ancora una volta: l’argomento che non bisogna “nascondere il proprio nome” e non bisogna usare un “nomigliolo” è un argomento ridicolo. Tutto il bello di internet è in questo, che uno può avere identità nuove, reinventarsi, nascondersi e riscoprirsi. E’ una bella scoperta, che ha almeno dieci anni di vita quindi CERCHIAMO DI SCOPRIRLA una volta per tutte e andiamo oltre, OK?
TUTTI ne abbiamo giovato e ne abbiamo tratto stimoli. quindi argomentare “ci si nasconde dietro ai nomigmoli” è quanto mai ipocrita, e fa comodo solo a chi, mettendo fuori il proprio nome famosetto, si mette così al riparo dall’essere equamente giudicato, dato che il potere e la famosità incutono rispetto (fino a che non si cade dal trono facendosi male).
Viceversa, avere un nick anonimo rende le argomentazioni più vulnerabili e più sole con se stesse e non mi pare perciò da condannare, bensì da ammettere alla pari e rispettare.
Ripeto: Questo è internet. (O questa, non ho ancora capito se internet è femm. o masch.)
A parte che ‘Kristian’ è probabilmente un nome e non un nomignolo, in realtà NON FA NESSUNA DIFFERENZA.
Se si preferisce lo stalinismo del cognome-nome burocratico come unica garanzia di identità, spiacente, non su internet… Piaccia o no, qui un nome e cognome veri SI EQUIVALGONO a un nome e cognome “falsi”.
Infine, riguardo all’argomento NOIOSISSIMO per come è stato posto, del cercare di essere migliori di chi giudichiamo male, io sono totalmente d’accordo. Personalmente penso che quello che è stato fatto a Borghezio sia stato un atto criminale, scaturito da un vortice di violenza alla cui propagazione e generazione la Lega stessa non è estranea, ma che andrebbe giudicato secondo la legge, senza indulgenze, e stop.
Però, aver tratto tutto questo da un breve commento spiritoso e, mi pare, non contrario ma semplicemente “minimizzante” (il che era forse opportuno) come quello di Kristian è davvero sorprendente e un po’ incomprensibile.
Mozzi, il tuo argomento poteva anche andare avanti da solo, senza cercarsi una vittima “anonima” e “nascosta da un nomignolo” per farsi forte, non ti pare?
Infatti non si capisce bene, Mozzi, come mai — considerato che l’opinione di chi si nasconde dietro a un nomignolo non vale niente, come tu sostieni — hai presa una tale eterea e indegna opinione in considerazione per la tua obiezione. Se l’hai presa in considerazione, più volte citandola, vuole dire che gli devi dare anche diritto di replica. O mi sbaglio?
Forse hai scelto un “nomignolo” “senza link” perché pensavi di prevalere più facilmente? Era il tuo capro espiatorio del giorno? Non so, domando. Altrimenti, non capisco davvero.
Leggo l’intervento di Giulio Mozzi e, per quel poco che riesco a comprendere, il messaggio che ricavo è molto chiaro: la violenza è sempre violenza, da qualunque parti la si guardi.
Partendo da questa considerazione mi lasciano basito i *distinguo* che emergono da alcuni commenti. Distinguo su cosa? Forse che un bastone di destra è più bastone di uno di sinistra? O una pistola nera é più pistola di una rossa?
Buona giornata. Trespolo.
L’espressione umana in qualsiasi sua accezzione implica un’ intenzione, una volontà, cosi come i gesti, le parole e gli atteggiamenti anche muti, sono indizi preziosi per chi trovandoli, deve decifrarli.
Parlare è agire.
Ora, le parole nient’affato sublimate e tribali degli esponenti di movimenti come la lega lombarda, non necessitano di alcuna interpretazione, ahimè, ma sono un collegamento diretto alle dinamiche pulsionali che troppo facilmente innescano, come direbbe Freud o Le Bon, la configurazione della massa-animale.
Posto che Borghezio, o come si chiama, anzichè esprimersi, vomita dall’orifizio orale quello che solitamente si espelle altrove, sarebbe consona una risposta adeguata che incanalasse il prodotto delle sue e dei suoi simili fini oratori, verso le cloache massime con istantanea immediatezza, non certo rispondere, o quanto meno farlo in separata sede e fuori dai riflettori, diversamente succede che un rifiuto organico venga dipinto come un martire….ora alzare altari a degli escrementi è piu’ che blasfemo.
La posizione di Mozzi sarebbe quella di nobilitare gli avversari, in questo caso, considerare il suddetto come persona e coseguentemente a comportarsi con le relative responsabilità che cio’ comporta, maggiorate dall’essere portavoce di un movimento politico.
Questa, vista in termini strategici, non è una prospettiva malvagia, anzi, direi auspicabile, ma in questo caso, bisognerebbe ricordare a chi occupa tali spazi, che è obbligatorio pensare, dire, agire, comportanrsi in maniera adeguata, evitando il livellamento verso il basso della rappresentanza politica.
Quindi questo richiamo alla responsabilità di ” Persona” e sopratutto “Persona Politica” andrebbe rivolto in maniera estesa a chiunque ambisse a ricoprire una qualsiasi carica pubblica, cominciando dal presidente del consiglio, dai ministeriali, e dalla gran parte della gentaglia che al momento pretenderebbe di rappresentarci.
Perchè non è grave un tafferuglio qualsiasi, quanto la volgarità, la mancanza di spirito e la bassezza degli stili di vita e comportamento che esibiscono i vertici del potere istituzionale.
Trespolo, lo schifo e la violenza non sono la stessa cosa.
Non si può ridurre il discorso a “pistola nera” e “pistola rossa”.
Già che ci sono, ti chiedo : se tu Trespolo te ne stai su un treno in Africa ed un signore di colore ti squadra e disinfetta il tuo posto a sedere con uno spruzzino, tu cosa fai ?
Se tu Trespolo ti trovi su un treno diretto, chessò, a Canicattì, e sale sul tuo vagone Borghezio che disinfetta - spruzzando - il sedile di una simpatica signora congolese che ti siede vicino, cosa fai ?
La rabbia, lo schifo verso forme tanto palesi di violenza e razzismo, la trovo naturale e sanissima. Tu no ?
sono provocazioni, non bisogna rispondere, sopratutto a caldo….
Si pensa, si valuta e gliela si fà pagare in maniera differita con gli interessi…ma non a lui, a tutto il movimento, a tutta la destra che lo fomenta.
Per la persona che si firma Corpodibacco. Mi pare che tu non abbia capito niente.
Quando dici che io sostengo che “l’opinione di chi si nasconde dietro a un nomignolo non vale niente”, dici il falso.
Quando dici che se ho “presa in considerazione” la frase della persona che si firma Kristian, “più volte citandola”, ciò comporta che gli devo dare “diritto di replica”, non ti sbagli. La persona che si firma Kristian ha avuto diritto di replica, e ce l’ha ancora, e ce l’avrà quanto lo vorrà.
Quando dici che “tutto il bello di internet è in questo, che uno può avere identità nuove, reinventarsi, nascondersi e riscoprirsi”, confondi palesemente la possibilità di una cosa con la sua bontà.
Quando dici che “chi mette fuori il proprio nome famosetto si mette così al riparo dall’essere equamente giudicato, dato che il potere e la famosità incutono rispetto (fino a che non si cade dal trono facendosi male)”, ti domando: [a] ti pare che le persone che sono intervenute in questa discussione si siano sentite in soggezione difronte al mio “nome famosetto”? Se sì, quali? [b] è più “al riparo” una persona che si presenta con la propria identità o una persona che se ne sceglie una nuova ogni cinque minuti? (che non è il caso della persona che si firma Kristian, mi pare; è un caso estremo, benché non infrequente). E’ più al riparo una persona alla quale possono essere rinfacciati comportamenti, scelte, azioni, dichiarazioni di tutta una vita, o una persona della cui identità non si sa nulla?
Quando dici: “Avere un nick anonimo rende le argomentazioni più vulnerabili e più sole con se stesse”, sono d’accordo fino a un certo punto. Un buon argomento è un buon argomento, chiunque lo usi. Certo: l’uso del nomignolo rende più “pure” le argomentazioni. Ma: proprio per questo, con chi decide di usare un nomignolo (scelta sua: se ne prenda la responsabilità) accetto di discutere gli argomenti, ma non accetto che venga tirata in ballo la mia vita e la mia esperienza di vita. Quando la persona che si firma Kristian dice: “Io non ho fatto questo, io non ho fatto quest’altro”, non sta usando un argomento, ma sta tirando in ballo la propria vita (e, quindi, mi invita a un confronto su quel piano lì). Ma come fa a tirare in ballo la propria vita una persona che nasconde la sua identità? E come posso io risponderle?
Quando dici: “Forse hai scelto un ‘nomignolo’ ’senza link’ perché pensavi di prevalere più facilmente?”, fai una cattiva operazione. La persona che si firma Kristian ha liberamente scelto di usare un nomignolo senza link. Questo ha come conseguenza che io non posso manifestare il mio disaccordo?
Penso che il post di Mozzi pone un problema vero, solo che lo fa su un caso “inquinato” (dalla figura di Borghezio). Qui invece su NI ho trovato un caso “puro”, un diverbio di ieri l’altro tra la Gaetani e Barbieri:
G: Nella vita reale, quando fai così, un vero cazzotto in faccia ti arriva prima o poi.
B: Se mi dici dove, vengo a prendermelo, però ti consiglio di chiamare qualcuno di ben piazzato … Hai riempito il colonnino di insulti e poi hai chiuso con la promessa delle botte.
Io direi che c’è sì una grande differenza tra le parole e i fatti, ma ce n’è una anche tra le parole dette e le parole scritte: quelle volano, queste rimangono.
Per Alberto Giorgi. Mi dici: “In linea di massima e in condizioni normali il tuo pensiero sarebbe condivisibile o quanto meno comprensibile. Ma non siamo in condizioni normali. Per niente”. Siamo in condizioni, dici più avanti, “non normali” in quanto “solo formalmente democratiche”.
Poi dici: “Bisogna reagire e rispondere punto su punto, utilizzando le stesse armi”.
Domanda: se dichiaro che non siamo più in “condizioni democratiche” (con ciò che ne consegue), non è che porto lo scontro esattamente nel luogo dove l’avversario mi ha chiamato, mi aspetta, ed è più forte?
Se dichiaro di voler (se non di dover) usare “le stesse armi”, non è che ho già perso?
(Vedi l’articolo di Christian Raimo dai commenti al quale questa discussione è nata: http://www.nazioneindiana.com/2006/02/04/ha-vinto-berlusconi/ - tenendo conto che le “stesse armi” di cui parla Raimo non sono esattamente le “stesse armi” di cui parla Giorgi: se l’arma è una spada nascosta sotto un panno di broccato, Raimo parla del panno di broccato, Giorgi allude, mi sembra, alla spada).
Se “il mezzo è il messaggio”, decidendo di usare “le stesse armi”, non è che mi trasformo nel mio avversario? (Non è che in questo modo accade proprio che il mio schifo mi faccia assomigliare a lui?).
La violenza non è tutta uguale, c’è violenza e violenza.
In particolare la violenza del dominante è diversa da quella del dominato.
E non è vero che il fine non giustifica i mezzi, anche quelli violenti (che fine farebbe la resistenza al nazifascismo?).
Non è vero che chi contrasta violentemente un violento si mette sul suo stesso piano, perché può trattarsi di difesa, di esasperazione, rispetto ad un comportamento anche solo verbalmente violento.
Non è vero che la violenza non faccia parte della politica, che non sia, entro certi limiti, una delle opzioni della dialettica democratica.
Possiamo esecrarla, ma non possiamo condannarla sempre e comunque.
Sono d’accordo con quelli (“i nomignoli”) che qui concludono che il Paese in questi ultimi cinque anni è stato violentato e che è tempo di dire basta.
Non dico di uccidere questa gente, o di menarla, ma una certa saldezza di atteggiamento non guasta: devono capire che la festa è finita.
Il fatto che siano stati democraticamente eletti (anche Hitler lo fu) non giustifica l’uso che hanno fatto del loro mandato.
Tutto questo ci ricorda che per governare in democrazia bisogna essere democratici.
Che per fare appello alla tolleranza bisogna essere tolleranti.
Che la cosa pubblica non la puoi considerare cosa privata nemmeno se ti hanno eletto.
Ci ricorda che la democrazia è solo un sistema di principi e regole, molto fragile, che non cambia gli umani e li può tenere a freno solo a patto che questi principi e queste regole siano in primis rispettate da chi governa.
Insomma con le formulette del politicamente corretto in politica non si va molto lontano.
È un gioco tosto e nelle prossime settimane vedremo quanto lo è.
Aggiungo che il “politico” non coincide con l’“umano” e che su quest’ultimo piano i discorsi diventano completamente diversi.
Mi firmo col nomignolo che uso nella real-vita, Francesco Pecoraro, anche se la mia vera vita è nel web e il mio vero nome è tashtego (scritto minuscolo).
Per Magda Mantecca. Quando dici: “La posizione di Mozzi sarebbe quella di nobilitare gli avversari, in questo caso, considerare il suddetto [Borghezio] come persona e conseguentemente a comportarsi con le relative responsabilità che cio’ comporta”, dici una cosa interessante.
Se “considerare Borghezio come persona” è un “nobilitarlo”, è evidente che il luogo comune in azione non è lo stesso usato dalla persona che si firma Kristian (”Alcune persone possono essere trattate come se non fossero persone”) bensì questo: “Alcune persone non sono persone, finché qualcuno non decide di nobilitarle conferendo loro la dignità di persone”.
Bene: questo - mi pare evidente da questa discussione - non è il mio luogo comune. E’ forse il tuo?
yara, secondo me questi sono falsi problemi, un pò come il “politically correct” con il quale tutti si sciacquano la bocca credendo di aver raggiunto chissà quale alto grado di civiltà e che, invece, non è nient’altro che la massima espresisone dell’ipocrisia.
Io credo che a un insulto si ebba rispondere con uguale intensità, ma bada bene, non dico con un altro insulto, almeno non necessariamente. Mi spiego meglio: se uno mi tira un cazzotto io non glielo restituisco, ma lo denuncio e lo trascino in tribunale, quindi lo punisco utilizzando metodi “civili”; però lo punisco e cioè soddisfo la mia umanissima (a volte divina) necessità di vendetta.
cosa diversa è porgere l’altra guancia, che diventa (quasi) una specie di non-azione zen e che si basa sullo spiazzare l’avversario con intenti educativi. funziona molto raramente.
Per Francesco Pecoraro (tashtego). Scrivi: “La violenza non è tutta uguale, c’è violenza e violenza. In particolare la violenza del dominante è diversa da quella del dominato”.
Ineccepibile.
(Dove “diversa” non significa necessariamente “giusta”, credo).
Esatto Giulio, è proprio così.
Infatti nella seconda metà del mio intervento, ma forse non mi sono spiegato bene, sostengo la necessità di mettere da parte certi ideali e di scendere sullo stesso piano.
Sai, non credo che sia poi così terribile farlo.
Se in passato e per più di una volta, qualcuno non l’avesse fatto, di certo noi non saremmo qui a discuterne. Banale?
Sarà, ma il mondo va avanti così.
Siamo totalmente fuori del Caso Borghezio, ovviamente.
La violenza è pratica di contrasto fisico dell’avversario, che in certi casi ne contempla l’eliminazione.
In sé non è né giusta né sbagliata, come qualsiasi altra cosa: non dimentichiamo che la violenza sugli animali, ai quali non riconosciamo status etico viene praticata quotidianamente, e spesso atrocemente, ovunque, in luoghi e istituzioni riconosciute, come l’allevamento e il mattatoio.
È il fine in vista del quale la violenza sugli umani viene praticata che la rende odiosa oppure, all’estremo opposto, auspicabile.
Non si dimentichi che il comportamento del dio di Israele, dunque di quello attualmente in vigore anche da noi, è estremamente violento.
Si veda la vicenda raccontata nell’Esodo, si veda il terrorismo divino nell’imposizione delle Piaghe, nell’uccisione di innocenti, eccetera.
Ma il fine era la liberazione del “Popolo eletto”.
Dunque non ci si scandalizza più di tanto.
Per Alberto Giorgi. Sostieni “la necessità di mettere da parte certi ideali e di scendere sullo stesso piano”.
Ho il sospetto che questa via del discorso sia poco fruttuosa.
Quando Francesco Pecoraro (tashtego) dice: “La violenza del dominante è diversa da quella del dominato”, propone - secondo me - una via di discorso più fruttuosa.
Se “metto da parte un ideale” per risolvere una situazione pratica (es.: il dominio di uno su di me) posso risolvere la situazione pratica, ma con una ferita alla mia dignità.
Se “metto da parte un ideale” per “difendere un ideale” (es.: compio una illegalità temporanea per ridurre all’impotenza un soggetto che, a mio giudizio, si apprestava a creare uno stato i illegalità permanente), agisco comunque in modo contraddittorio.
In entrambi i casi, considero l’uso della violenza (traduco con la parola “violenza” la tua espressione “scendere sullo stesso piano”) una scelta incompatibile con la conservazione degli “ideali”, anche qualora la violenza venga usata per difendere o ripristinare gli “ideali”.
Se “c’è violenza e violenza”, si esce da questo imbottigliamento.
Ieri ho detto a una mia amica: “Se per strada trovo Borghezio, gli do un cazzotto”. L’ho detto, e lo ridirei, ma non lo scriverei in un blog (meno ancora scriverei che è giusto darglielo). Quando scrivo, come qui, faccio la brutta copia, e poi invio la bella: scripta manent…
Se la libertà in un blog è di scrivere come si parla, non capisco più la differenza con un reality show, se non per via dei nick. Quando dagli argomenti si passa alle viscere, un commento nickato è uguale a una lettera anonima; quando invece dalle viscere si passa agli argomenti, un commento nickato favorisce l’analisi, poiché elimina l’inessenziale, ossia l’autore.
Stando così le cose, mi firmo col nome (senza nick e senza cognome)
Per Mozzi: le persone sono sempre persone indipendentemente dal loro comportamento. Si puo’ ironizzare sullo scambio di quello che tu definisci “luoghi comuni” ovvero contenitori di senso e catalogazzione relativa.
Il problema è ricordare anche a chi si comporta con inconscio selvaggio, che esiste come persona, e che è sua responsabilità assolvere a tale funzione.
Questo, è molto piu’ impegnativo e grave che prendersi un pugno in faccia.
Troppo facile sarebbe fare l’animale per non pagare pegno, come si soleva dire una volta, “fà lo scemo per non pagare il dazio”.
Io non sono persona appartenente ai luoghi comuni….:-) sono un “coso” inutilizzabile in tal senso.
intendo dire che “l’animale borghezio” fà il furbo, facendo la bestia appunto.
Perseverare in un atteggiamento idealista o intellettualistico o pacifista con Berlusconi o Borghezio è come pretendere di convincere un cobra a non morsicarti o un branco di stupratori a non oltraggiare il tuo corpo la tua dignità quello in cui credi e quindi la tua stessa vita parlandogli. Non è tanto che non si può, è che non ha effetto. Chiaro che useremo l’arma del voto elettorale. Chiaro che ci comportiamo come il protagonista di Ferro 3, sottraendoci a un confronto che ci chiede di scendere a un livello infimo come quello che soltanto sanno concepire interlocutori come i suddetti. Ma di fatto siamo soggetti stuprati quando dobbiamo assistere all’esercizio di una violenza ideologica fatta pensiero e abuso, e questo avviene da anni ormai. Ci possiamo rompere il cazzo.
Gesù Cristo era una vittima sacrificale, noi non mi risulta.
Ci sono situazioni in cui si è in guerra. Noi siamo in guerra. L’Italia è in guerra. C’è stato un colpo di stato morale. Non è la televisione che è stata occupata dal regime berlusconiano, è la realtà. La storia. La dignità. La legislatura. Italiane.
Tempo fa diedi del fascista a Raul Montanari perché inveiva contro Di Canio, e dopo contro Raimo, attingendo allo stesso astrattismo riflessivo cui attinge Mozzi, atteggiamento super partes e idealista che mi fece leggere la sua violenza verbale (di Raul) identica a quella contro cui si ribellava: sbagliai. Ho rispetto per Mozzi ed è condivisibile, da un punto di vista ideologico e comportamentale, il suo “sdegno”. Ma mentre noi stiamo qui a farne una questione ideologica, quelli hanno distrutto - e continuano a farlo - tutto ciò in cui gente come noi, al di là delle preferenze partitiche o letterarie specifiche - crede.
(Avevo scritto questi pensieri di là, da Raimo, li riscrivo di qua, riassumendo, è questo il posto giusto, per far presente una riflessione sollevata dal pezzo di Mozzi.)
Confesso che non sono riuscito a leggere tutte le repliche e le controrepliche, comunque, credo di voler dire:
a) Giulio ha certamente ragione nel sostenere che non è accettando il terreno proposto da certi figuri che vinceremo la nostra battaglia
b)E’ altrettanto vero che quando il signor B. si reca nei quartieri a più forte presenza di immigrati, a Torino, mette in atto quella che potremmo definire una ‘provocazione’. Lo statuto siddetto non dipende dagli immigrati, ma da quanto dice e fa il signor B. da anni. Egli dunque è certamente cosciente di ciò che potrà avvenire, e questo vale anche quando pretende di salire sullo stesso treno deputato a riportare verso PD i manifestanti no TAV.
c) Tash ha certamente ragione a distinguere violenza dell’oppresso e violenza dell’oppressore, ma risolto il problema etico resta quello politico: è utile rispondere a queste ‘provocazioni’ e qual è il modo migliore di rispondere? Ciò dipende dai ‘tempi’ e dai ‘contesti’. E ognuno è padroe di rispondere come vuole nel valutare i ceffoni a B, sul treno e così via.
d) Nonostante tutto ciò resta una domanda che mi faccio ormai da due anni, anche pubblicamente: cosa deve fare un sincero democratico, posto dinanzi al problema che qualcuno stia, ‘democreticamente’, uccidendo la democrazia? La risposta non è semplice e credo che nella sua complessità stia la chiave della difficoltà che abbiamo a leggere e a giudicare certi avvenimenti, anche quelli che sono microscopici come la statura politica dei loro protagonisti.
lv
Quello che si fà con la popolazione regredente verso l’infantilismo-animalità:
prima si spiega, se non si capisce, si passa all’azione piu’ efficace in clima di perduta democrazia: la forza pensata, antidemocratica.
Servono azioni autoritarie, giudiziarie, quindi della magistratura, appoggiate dall’unico elemento statale autorevole che è il popolo animato da sentimenti legittimi e desideri di rivalsa.
solo una cosa sul mio nome. lo so, è quel che è, colla K e tutto quanto, però giuro di non averlo scelto io di essere ‘il seguace dell’Unto’.
se poi quel curiosone di giuliomozzi vuol sapere il mio cognome, basta chiedere - al limite non rispondo o me lo invento, come facevo da ragazzino sui mezzi pubblici, quando i controllori mi cattavano senza il biglietto obliterato e io non trovavo di meglio che fare gli occhioni innocenti alla Betti Boop.
Borghezio a Livorno era andato a parlare di libertà di espressione.
«Libertà civili e libertà religiose» per la precisione.
Dieci persone ad ascoltarlo e migliaia a contestarlo.
Qualche casino di troppo.
Però suvvia ragazzi che borghezio parli a favore della libertà di espressione non è una provocazione di troppo??????
E’ possibile non contestare il fatto?
geo
Senti Giulio, so che non riuscirò mai a portarti dalla mia parte e che per te vale lo stesso nei miei confronti, però voglio lo stesso farti notare che per far valere un ideale o raggiungere uno scopo nobile, come ad esempio liberare dal nazi-fascismo una nazione, molte persone non solo hanno preferito perdere una parte della loro dignità, ma anche la vita stessa.
Alla persona che si firma Kristian. Se hai scelto di celare la tua identità, non ho niente da ridire. Ma sia chiaro che una conversazione tra una persona che espone la sua identità e una persona che la cela è una conversazione asimmetrica: nella quale certi contenuti sono possibili (gli argomenti e la loro discussione su un piano logico, ad esempio) e altri contenuti sono impossibili (il confronto tra le proprie vite, ad esempio).
Se uno dice: “Lei non sa chi sono io!”, e poi non dice chi è, fa una cosa assurda. In effetti io non so, né posso sapere*, chi tu sia: quindi qualunque cosa tu dica basandoti su fatto che tu sei chi sei (ad esempio: non sei uno che fa leggi razziste, dici, ecc.) è per me del tutto priva di senso.
* L’importante è questo: che non posso saperlo.
Alberto, ci sono due modi di pensare; e ho l’impressione che tu non ne veda la distinzione.
[a] Io posso pensare che l’uso della violenza, comunque e dovunque, sia un atto che ferisce la mia dignità,
[b] oppure posso pensare che con la parola “violenza” indichiamo comportamenti e atti in realtà assai diversi, e che c’è “violenza e violenza”.
Secondo [a] le persone che hanno combattuto (armi in mano, e compiendo attentati ecc.) per “liberare dal nazi-fascismo una nazione” hanno vista la loro dignità diminuita. Hanno compiuto, come si sente dire spesso, un “male necessario”. Esagero: accettando per conto di tutti gli altri (che non hanno combattuto) di sobbarcarsi questa diminuzione di dignità, sono diventati dei veri e propri capri espiatori.
Secondo [b] queste persone hanno agita la “violenza dei dominati”, che è tutt’altra cosa dalla “violenza dei dominatori”. E così facendo hanno difesa e onorata la loro dignità.
giulio, spesso le ragioni si celano dietro piccolissimi dettagli (a volte dietro semplici errori), piuttosto che all’interno di roboanti proclami.
il fumetto era Betty Boop.
fai uno più uno.
Per la persona che si firma Kristian: non ho capito. Le “ragioni” di che? Che cosa sono i “roboanti proclami” ai quali alludi?
Non ho pratica di Betty Boop: se è un indovinello, non sono in grado di arrivarci da solo.
Uno più uno fa due.
Caro Giulio,
Prima una premessa (che riguarda qualche commentatore). Tu sollevi una questione etica. E le questioni etiche si basano inevitabilmente sui distinguo.
Hai parlato nel tuo post di diversi fatti.
Fatto 1.
Una mezz’oretta dopo un’altra persona (nomignolo: kristian) scrive: “Ma dai, puntare un’arma contro Borghezio, magari si configura come reato, ma non è mica disdicevole! Piuttosto, è la scelta dell’arma che mi delude: con quelli lì basta lo spruzzino”.
Fatto 2.
“Vi ricordo che il 18 dicembre 2005 il signor Mario Borghezio è stato picchiato da un gruppo di manifestanti (vedi il Corriere; vedi anche l’”informativa urgente” del ministro dell’Interno Pisanu), che gli hanno spaccato il naso e procurato un trauma cranico “distrattivo” (che non so cosa voglia dire).”
Da questi due fatti trai queste conclusioni:
”Tutto questo mi ha ricordato lo slogan: “Uccidere un fascista non è reato“. In una versione, se volete, soft: “Puntare un’arma contro un leghista non è disdicevole“.
Tu citi qui tre cose diverse: 1) chi ha menato Borghezio (violenza fisica, agita), 2) chi urla slogan (in manifestazioni, suppongo) tipo “Uccidere un fascista non è reato” (violenza simbolica); 3) chi fa una battuta su un blog che suonerebbe “Puntare un’arma contro un leghista non è disdicevole“. Qui tu fai una parafrasi di una battuta più lunga e ricca, e già questa parafrasi pone dei problemi. Ma mettiamo che la battuta si possa annoverare sotto la categoria “violenza simbolica soft”.
Fin qui hai classificato o definito dei fatti. Poi ti rifai a quello che tu consideri un principio fondamentale:
“Il mio schifo mi fa assomigliare a loro?“ Alla quale io ho risposto, e rispondo: “Sì, il mio schifo mi fa assomigliare a loro”.
(Qui faccio subito un inciso: per me questo principio non ha alcuna pretesa universalità etica. Che io provi schifo per un atto schifoso è parte del “normale” funzionamento di una sana personalità etica. Se non ci fosse lo schifo, ossia se non ci fossero sentimenti come la ripugnanza, l’articolazione verbale e concettuale dei principi etici non esisterebbe neppure. Questa è una constatazione largamente condivisa nei dibattiti che riguardano la fenomenologia (le descrizione) dei comportamenti etici.)
Io sottoscriverei invece un principio di questo genere: i miei atti schifosi per contrastare il loro schifo mi fanno assomigliare a loro? E qui rientriamo in un chiaro e riconoscibile dibattito sui mezzi legittimi dell’opposizione culturale e politica ad un partito di governo animato da personalità con attitudini razziste e fasciste come Borghezio.
Nella conclusione del tuo articolo, tiri poi delle conclusioni che dovrebbero in qualche modo avere come premessa il tuo principio suddetto e dici:
“Questa non mi pare, peraltro, una buona ragione né per spaccare il naso a Mario Borghezio né per fare battute sulla liceità o sulla “non disdicevolezza” di puntargli contro un’arma.”
Insomma condanni, mettendole alla fine sullo stesso piano, due cose molto diverse: una reazione allo schifo (razzista) che arriva fino a realizzare un’azione schifosa (spaccare il naso, in tanti contro uno), da un lato, e una reazione alla schifo attraverso una battuta in cui si esprime e nello stesso tempo si esorcizza questo schifo e i moti schifosi che esso ingenera. (L’abc del motto di spirito.)
Che tu metta assieme queste due cose per me è assurdo. Assurdo in quanto inutile. Il tuo bersaglio critico – quella battuta qui - non è commisurabile con l’importanza dei principi che metti in gioco. Anche se a mio parere principi non ben chiari o poco condivisibili.
Laddove un tuo pezzo su: “Avreste spaccato il naso a Borghezio? Io no e non applaudo neppure” avrebbe avuto invece senso. La tua attenzione alla dimensione etica, alla postura nostra nel conflitto con l’altro è lodevole. Sarebbe stata indispensabile quando correvano con estrema facilità slogan tipo “uccidere un fascista non è reato” in contesti in cui il passaggio all’atto era tutt’altro che improbabile. Ma questo è un contesto davvero diverso. In questo blog, almeno, non ho mai avuto l’impressione che circolassero con facilità slogan simili.
A margine.
“Quando dici: Ora: se c’è una cosa che desidero, è che l’ideologia della quale il signor Mario Borghezio è un valido esponente venga riconosciuta da tutti i miei concittadini (…) come un’ideologia scema.” L’attributo qui mi sembra davvero “leggero”, improprio. (Certo: l’adesivo con la polenta sopra e il cuscus sotto, barrato in rosso, è anche “scemo”.) C’è un sacco di situazioni “sceme” al mondo che riconosco come tali, ma che possono sopravvivere senza che io ne sia toccato profondamente. L’ideologia della lega, attraverso dei portavoce come Borghezio, non rappresenta una scemenza ma un gravissimo pericolo per tutti noi, per il carattere “fascista” che le è proprio: lo stare a cavallo tra stato e anti-stato, il razzismo, la legittimazione della violenza “popolare”, ecc.
In conclusione. Io porrei una minima scala di priorità. Le cose più urgenti da fare, in quanto scrittori, intellettuali o comuni cittadini, è lottare contro questa ideologia, le sue parole d’ordine, gli stereotipi che veicola. In secondo luogo ha senso sorvegliare le nostre reazioni di fronte a tanto schifo, per fare in modo di non fare anche noi cose schifose. Sorvegliare addirittura le nostre battute, scritte o orali, mi sembra esagerato. Saremo anche migliori di loro, ma non siamo dei santi.
per la persona che si firma giuliomozzi:
1) la ragione è quella sociale (che tu tanto aneli per caricare di valenza i discorsi)
2) i roboanti proclami potrebbero essere i miei, per spiegare i motivi dell’anonimato webbico (piuttosto che la quantità non indifferente di discussioni a questo proposito che periodicamente inonda la rete e di cui NI porta ancora tracce visibili nell’archivio)
3) Betty Boop ha una sua storia in qualche modo gloriosa. Kristian Betti anche.
4) in effetti, uno più uno fa due. in questo ci prendi sempre.
Da Borghezio si arriva nel giro di poche ore, com’è naturale che sia, a questioni fondamentali come quella della liceità etica dell’uso della violenza.
Qui Mozzi presenta una posizione integralmente non violenta.
Violenza è lavorare sul corpo fisico dell’avversario per annientarlo o per contrastarlo, per intimidirlo e/o semplicemente per condurlo su posizioni più malleabili, o semplicemente per torturarlo, operazione che credo non sia mai esente da un certo piacere, eccetera.
Stranamente è la nozione di corpo fisico che crea discriminazione tra violenza e non violenza, come se il convincimento dell’avversario per via dialettica non possa passare anch’esso per fasi di prevaricazione violenta, ma non di tipo fisico.
Quest’ultima è la violenza che subiamo e/o esercitiamo tutti i giorni gli uni sugli altri e anch’essa lede la nostra dignità, sopratutto se la subiamo.
Perché solo subendola, la violenza si riconosce veramente come tale.
Ora io mi sento di affermare, che ferma restando una possibile convergenza sul concetto di dignità come di una condizione di onorabilità rispetto ad un determinato sistema etico sociale di riferimento, allora è il sistema di riferimento a diventare oggetto di discussione.
Sono nato in un’Italia in cui la dignità di una donna passava per la sua onorabilità sessuale e questa per la verginità, eccetera: oggi tutto questo fa ridere, ma a quei tempi non era così e molte donne si sono rovinate la vita per questo, oppure l’hanno addirittura persa.
Nel mio sistema di riferimento la dignità sta nel non consentire a nessuno, ad ogni costo, di usarci (o di usare altri come noi) palesemente ed esclusivamente come mezzo per i suoi fini.
Per questo credo che un uomo possa, se necessario, ricorrere alla violenza.
Il dio biblico di cui sopra l’ha fatto con mano pesante, come dicevo, nel Libro dell’Esodo.
Ma sulla contraddizione tra la non violenza del cattolico e la violenza del dio biblico nessuno dice nulla, come al solito.
(sto facendo un cazzo, oggi: colpa vostra)
Per la persona che si firma Kristian. Non hai capito o non mi sono spiegato (ma, ti dirò, mi pareva di essermi spiegato).
Tu ti presenti con un nomignolo senza link. Bene. Di te dunque non si sa nulla, fuorché ciò che dici. Bene. Con te quindi posso avere uno scambio di sole parole. Cosa che ha anche i suoi pregi. Bene.
Nel momento però in cui dici: “Io non ho fatto questo e non ho fatto quest’altro”, nel momento in cui chiami in causa la tua vita (e quindi anche la mia), mi spiace: ma stai facendo una cosa impossibile.
Una persona che cela la propria identità può avere ragione o torto in una discussione: e, pertanto, questa persona ha tutto il diritto di avviare e di ottenere una discussione. Ma: testimoniare (o chiamare a testimoniare), questa persona non può farlo.
giulio, perdonami se ti rido in faccia (cosa tutt’altro che educata, lo so): se vuoi ti linko il percorso più breve da casa tua a casa mia (unico mio domicilio conosciuto). però se torni ad affermare che o uno ha un blog personale, oppure se ne deve stare zitto perché la sua esperienza non ha fondamenta, beh, scusa ma torno a sbellicarmi.
(la mail la inserisco sempre prima di commentare, se poi non esce è colpa vostra).
penso che questo tuo ultimo commento lo stamperò da qualche parte, per rileggerlo nei momenti di depressione.
Scusa Mozzi, ma il problema non è firmarsi con nome e cognome. Il problema è se quel nome e cognome siano riconducibili o meno a una persona “nota” (ovvero linkabile, visto che la notorietà nel web è data dal fatto di possedere un sito o un blog). Se l’anonimo è un perfetto sconosciuto (come nel mio caso), ovvero qualcuno che non possiede né un blog né un sito, che valore aggiunto può dare (darti) il fatto che si firmi con nome e cognome? Secondo me dietro le lamentele contro l’anonimato nei forum insiste un pregiudizio di fondo: quello di chi dà per scontato che dietro un nick si nasconda sempre una personalità conosciuta nell’ambiente, un addetto ai lavori, un “collega” insomma, e che costui usi un nick per non esporsi in prima persona e agire furbescamente nell’ombra. Non credo che le cose stiano così, o stiano sempre così. Spesso si omette il nome semplicemente perché quel nome non evocherebbe niente - non per nascondersi (da chi?) o deresponsabilizzarsi (da cosa?).
Una predica continua, sig.Mozzi, che rottura di coglioni. Sono di caserta, faccio il rappresentante di mozzarelle di bufala. Ora che mi sono presentato posso dirle che lei è ammorbante, con l’anonimato ha davvero spaccato le palle, per me anche giulio mozzi è un fottuto pseudonimo o ha comunque il valore di esso, perchè non mi dice nulla come tashtego o kristian. Lei puzza di incenso stantio, di sagrestia, ha spaccato sinceramente le palle. Conta ciò che si dice, non chi lo dice e le sue referenze, la rete è così porco cane se lo ficchi bene in testa e la smetta di sprecare così il suo tempo, meglio espiare. che so, un rosario versione integrale, con anche i tempi supplementari e i rigori, ha molto più senso di tutto ciò.
Alla persona che si firma Kristian. Mi dici: “Se torni ad affermare che o uno ha un blog personale, oppure se ne deve stare zitto perché la sua esperienza non ha fondamenta”, eccetera. Ma io non ho affermato questo.
Tu scegli il modo in cui vuoi essere presente in rete. Lo scegli come va bene a te. Ciascun modo in cui puoi scegliere di essere presente in rete comporta un diverso modo di essere in relazione che le altre persone che sono presenti in rete. Ciascun modo ha limiti e opportunità. L’anonimato facilita la discussione in puri termini logici, si dice; e io ci credo abbastanza. L’anonimato però non consente di offrire la propria esperienza come prova di alcunché - e, per simmetria, non consente di chiamare in causa l’esperienza dell’interlocutore.
Della tua esperienza, so solo che tu hai scelto di non renderla ritracciabile. Quindi, per me, e per tua scelta, non può esistere.
In Nazione Indiana non appaiono gli indirizzi di posta elettronica di chi interviene nei commenti. Questo per non dare tutti gli indirizzi in pasto agli spammatori. Ma se mi vieni a dire che tu sei anonimo perché l’editor di Nazione indiana non ti pubblica l’indirizzo (cioè, se ne potrebbe dedurre, perché io voglio che tu sia anonimo), dici una sciocchezza.
giuliomozzi presso gmail.com
Vabbè, ma voi non vi leggete. Mozzi afferma una cosa semplicissima. Chi ha scelto la non identificabilità deve, nel suo ragionare, tenere conto del limite che lui stesso si è dato. Non può testimoniare perchè non è possibile controllare. E’ un invito ad adattarsi al contesto, non a tacere perchè non si è nessuno. Non è nemmeno una lamentela sull’anonimato, semmai sui limiti dello stesso.
Però Lello Voce aveva sottolineato un punto, credo, molto importante:
“cosa deve fare un sincero democratico, posto dinanzi al problema che qualcuno stia, ‘democreticamente’, uccidendo la democrazia?”
mi piacerebbere ragionare su questo perchè, confesso, dubito sia possibile LA RISPOSTA ma solo tante, contingenti, risposte.
Alla persona che si firma Nick. Ripeto (l’ho già scritto in questa discussione). Non sono contrario all’anonimato.
Scrivi: “Se l’anonimo è un perfetto sconosciuto (come nel mio caso), ovvero qualcuno che non possiede né un blog né un sito, che valore aggiunto può dare (darti) il fatto che si firmi con nome e cognome?”.
I valori aggiunti sono due. [a] Si imposta un modo di relazione. Se vuoi, è un mero fatto di cortesia. [b] Tu affermi di essere “un perfetto sconosciuto”, ma questa informazione non è verificabile. Se io accetto da te questa affermazione non verificabile, mi impegno difatto (questo è “impostare un modo di relazione”) ad accettare da te, in generale, informazioni non verificabili. (In verità io sospetto che tu sia Umberto Eco…).
A Ciro Scognamiglio. Quando dici che “conta ciò che si dice e non chi lo dice e le sue referenze”, non sono del tutto d’accordo. Se si dice che uno più uno fa due, non ha importanza chi lo dice né che sia possibile sapere chi lo dice. Se si discute in termini logici, idem. Nel momento in cui si fornisce un’informazione (e, caso limite: un’informazione su di sé), si rivolge difatto una richiesta all’interlocutore: “Sei disponibile a credermi anche se non mi rendo rintracciabile?”. In questo caso io dico: “No. Accetto informazioni solo da chi si rende rintracciabile”. In cambio di questo “No”, offro una mia completa rintracciabilità (nel sito che trovate linkato sotto le mie firme sono dichiarati il mio indirizzo, i miei telefoni eccetera).
Dove tutti sono armati e combattono contro ciascuno, è necessario che ciascuno presto o tardi impari ad armarsi e combattere, e infine a offendere. Tutto ciò richiede una buona dose d’indifferenza verso di sé: basta mostrarsi sensibili alle punture, perché altri si diano a pungere. Ora, il fondamento della moralità di un individuo e di un popolo è la stima che nutre verso di sé: uno senza amor proprio, al contrario di quanto si sente dire, è impossibile che sia giusto e onesto. Perciò, benché questa guerra senza regole sia di parole, è facile intuire quanto debba dividere e alienare gli animi di ciascuno da ciascuno, e quanto di conseguenza sia pestifera ai costumi.
da Ubicue.splinder.com
@Ciro Scognamiglio. Anch’io sono di Caserta. E sono stupito. Non sapevo esistesse il “rappresentante di mozzarelle di bufala”.
Tuttavia è un piacere beccare un “conterrone”. Che ne diresti di un caffè ?
lucis999 at gmail.com
osservo che nello spazio di sole otto, nove ore, una discussione che poteva diventare interessante è andata completamente in vacca.
E perchè?
effeffe
Non si è ancora espresso Iannozzi, dov’è Iannozzi? E’ pure di Torino, come Borghezio, avrà pure qualcosa da dire!!!
cario giulio mozzi,
con il dovuto rispetto, credo che rigore morale e intellettuale e quindi retorico, se non adeguatamente contaminati da una certa dose di sensibilità, corrano il rischio di impatanarsi nell’ottusità, che da come risultato un notevole abbassamento nella qualità delle proprie riflessioni e, a volte, conferisce alle proprie riflessioni un forte carattere di inutilità.
Mi pare questo il tuo caso.
Caro Andrea Inglese, ti do una cattiva risposta. Stavo per ammettere tutti i miei errori così come da te descritti, quando ho letto l’ultimo capoverso, quello che finisce con la frase: “Saremo anche migliori di loro, ma non siamo dei santi”. Così sono partito per la tangente (ho anche un febbrone, oggi, che agevola i processi allucinatori) e ho cominciato a sragionare pensando cose come: “Prima la trave nel tuo occhio, poi il fuscello nell’occhio dell’altro”, oppure: “Solo chi non si dice ‘migliore’, può esserlo”, oppure: “La solita sicumera della sinistra! Io dico che bisogna essere migliori dell’avversario, e tac!: lui subito dice che migliori già lo siamo, ma non si può mica essere santi”, eccetera.
Detto e *scartato* tutto questo, dico: ammetto tutti i miei errori così come tu li hai descritti.