<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
		>
<channel>
	<title>Commenti a: La sciagura dei romanzieri italiani: risposta al comparatista Rizzante</title>
	<atom:link href="http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/</link>
	<description>versione 2.0</description>
	<lastBuildDate>Fri, 19 Mar 2010 17:36:41 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.9.2</generator>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
		<item>
		<title>Di: stefano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22726</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Feb 2006 20:45:48 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22726</guid>
		<description>Sto rileggendo in queste ore, a qualche anno di distanza dal mio primo corpo a corpo con i suoi romanzi, un bellissimo intervento di Paolo Volponi sulle &quot;Difficoltà del romanzo&quot;, contenuto nel primo volume degli opera omnia in prosa usciti pochi anni fa da Einaudi, NUE.

E&#039; un testo del 1966: quarant&#039;anni e non sentirli.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sto rileggendo in queste ore, a qualche anno di distanza dal mio primo corpo a corpo con i suoi romanzi, un bellissimo intervento di Paolo Volponi sulle &#8220;Difficoltà del romanzo&#8221;, contenuto nel primo volume degli opera omnia in prosa usciti pochi anni fa da Einaudi, NUE.</p>
<p>E&#8217; un testo del 1966: quarant&#8217;anni e non sentirli.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Elio Paoloni</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22371</link>
		<dc:creator>Elio Paoloni</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 17:50:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22371</guid>
		<description>Passo sei mesi all’anno in braghe di tela, le esibirò anche sotto la neve.
Mi stupisce che nessuno dei commenti abbia affrontato il lato (per me) più drammatico del post, che ha a che fare con la questione della lingua ma non la riguarda propriamente. Ho letto diversi contributi sul romanzo ultimamente, anche perché Davide Bregola ne ha raccolti a decine, compreso il mio, in

http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html

ma questo di Sartori mi ha impressionato perché lui “sente” questa sciagura. Quando dice:

“Il fatto è che la realtà italiana non ha interesse. E’ una realtà prosaica, meschina, intrinsecamente non romanzesca. Una mielosa pedissequità adatta al limite per concepire dei lindi telefilm, dei film di cassetta prenatalizi, non certo dei vasti e eccelsi romanzi. Da noi niente torri gemelle centrate da mortiferi e indignanti aerei pieni di carburante, niente tremende guerre in Vietnam e in Irak, niente spettacolari ascese sociali, niente (almeno apparentemente) bassifondi della contemporanea depravazione, niente costante e fervida coabitazione degli estremi, niente lunghi e epici viaggi nella diversità geografica, umana e razziale. La calma piatta. Peggio, un incosciente e diffuso e autocompiaciuto televisivo bovarismo, una autosoddisfazione da far rigirare Gadda nella tomba. Anche il povero paesaggio, malmesso e devastato com’è, ma senza raggiungere dei già più romanzeschi baltici livelli, degli estraniati eccessi, pare che ci si metta. Anche lui connivente, familiare. Perfino quei pochi elementi di oggettiva gravità (per es. gli anni di piombo, le guerre dell’ex Yugoslavia e dell’Irak, che pure ci hanno sfiorato, i barconi di immigrati) vengono subito riassorbiti nell’uniformata e pacificata visione - nelle sue varianti di destra e di sinistra - che sembra essere l’unica che l’Italia sa e vuole avere di se stessa”.

si avverte che si è davvero trovato di fronte alla materia, non da dotto, non da critico, ma per cavarne l’opera, accorgendosi con disperazione che la materia non era plasmabile. Ho avvertito troppo spesso questa sensazione. Troppe volte mi sono ripetuto certe considerazioni riportate da Sartori. Ma non mi sono azzardato a coltivarle, a metterle per iscritto. Troppo facile. Mi sono sempre risposto che era troppo facile. Continuo a confortarmi, periodicamente, con la considerazione che la cialtroneria circostante non mi spinge alla scrittura, ma intimamente temo che il difetto sia nella MIA potenza immaginativa: troppo comodo prendersela con la sterilità del paese. Sartori stesso, del resto, abusando di “anche se” ed “è vero” enumera una non piccola casistica di “terreni agricoli” e ammette: “Io PERSONALMENTE non sarei capace” di trasformarli in “fertile materiale romanzesco”. 
E’ esatto che il gioco provincia-capitale, così fecondo per Cechov e Brancati (e come non aggiungere Fellini?) non c’è più. Ma si potrebbe obiettare che esiste quello provincia/continente o provincia/globo, sia pure – molto spesso - a livello di scontro igienico per il lardo di Colonnata. E diverse altre obiezioni si potrebbero fare. Quando Sartori dice che i conniventi spettatori italiani sono ben diversi dagli atomizzati personaggi di Carver, dà per scontato che questi spettatori esistessero PRIMA che Carver li “inventasse”. Probabilmente, se li avessimo visti stravaccati sul divano, come li ha visti Carver, li avremmo trovati troppo scialbi per lavorarci su. 

Nell’ultimo Stilos Andrea Di Consoli, rispondendo a una domanda su antiche, affascinanti figure, e sul doversi confrontare con le contraddizioni della pacificazione (“uniformata e pacificata visione” sono le parole di Sartori) afferma: “Sono convinto che se l’Italia affrontasse una guerra tornerebbero le grandi idee, i grandi scrittori e i grandi editori. Però mi sta bene così, francamente”. 
E’ questo il punto: possiamo davvero rammaricarci di NON aver avuto l’attacco alle torri gemelle? Meglio non averlo avuto e difettare di ispirazione. Meglio dedicarsi al giardinaggio che sperare in una guerra. Che non servirebbe a nulla comunque: l’idea della “fertilità” di una guerra (“Ti ci vorrebbe intorno una barbarie, fortune che non capitano più!” esclama la santa-puttana di Nostra signora dei turchi) vale quanto quella speculare (dopo Auschwitz non si può più fare poesia). Quando mi viene da lamentarmi del piattume italico contemporaneo mi faccio sempre la domanda spezzagambe: “Quali tragici, strepitosi avvenimenti hanno nutrito la sensibilità di Emily Dickinson?”</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Passo sei mesi all’anno in braghe di tela, le esibirò anche sotto la neve.<br />
Mi stupisce che nessuno dei commenti abbia affrontato il lato (per me) più drammatico del post, che ha a che fare con la questione della lingua ma non la riguarda propriamente. Ho letto diversi contributi sul romanzo ultimamente, anche perché Davide Bregola ne ha raccolti a decine, compreso il mio, in</p>
<p><a href="http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html" rel="nofollow">http://www.vibrissebollettino.net/davidebregola/archives/romanzo_xxi_secolo/index.html</a></p>
<p>ma questo di Sartori mi ha impressionato perché lui “sente” questa sciagura. Quando dice:</p>
<p>“Il fatto è che la realtà italiana non ha interesse. E’ una realtà prosaica, meschina, intrinsecamente non romanzesca. Una mielosa pedissequità adatta al limite per concepire dei lindi telefilm, dei film di cassetta prenatalizi, non certo dei vasti e eccelsi romanzi. Da noi niente torri gemelle centrate da mortiferi e indignanti aerei pieni di carburante, niente tremende guerre in Vietnam e in Irak, niente spettacolari ascese sociali, niente (almeno apparentemente) bassifondi della contemporanea depravazione, niente costante e fervida coabitazione degli estremi, niente lunghi e epici viaggi nella diversità geografica, umana e razziale. La calma piatta. Peggio, un incosciente e diffuso e autocompiaciuto televisivo bovarismo, una autosoddisfazione da far rigirare Gadda nella tomba. Anche il povero paesaggio, malmesso e devastato com’è, ma senza raggiungere dei già più romanzeschi baltici livelli, degli estraniati eccessi, pare che ci si metta. Anche lui connivente, familiare. Perfino quei pochi elementi di oggettiva gravità (per es. gli anni di piombo, le guerre dell’ex Yugoslavia e dell’Irak, che pure ci hanno sfiorato, i barconi di immigrati) vengono subito riassorbiti nell’uniformata e pacificata visione &#8211; nelle sue varianti di destra e di sinistra &#8211; che sembra essere l’unica che l’Italia sa e vuole avere di se stessa”.</p>
<p>si avverte che si è davvero trovato di fronte alla materia, non da dotto, non da critico, ma per cavarne l’opera, accorgendosi con disperazione che la materia non era plasmabile. Ho avvertito troppo spesso questa sensazione. Troppe volte mi sono ripetuto certe considerazioni riportate da Sartori. Ma non mi sono azzardato a coltivarle, a metterle per iscritto. Troppo facile. Mi sono sempre risposto che era troppo facile. Continuo a confortarmi, periodicamente, con la considerazione che la cialtroneria circostante non mi spinge alla scrittura, ma intimamente temo che il difetto sia nella MIA potenza immaginativa: troppo comodo prendersela con la sterilità del paese. Sartori stesso, del resto, abusando di “anche se” ed “è vero” enumera una non piccola casistica di “terreni agricoli” e ammette: “Io PERSONALMENTE non sarei capace” di trasformarli in “fertile materiale romanzesco”.<br />
E’ esatto che il gioco provincia-capitale, così fecondo per Cechov e Brancati (e come non aggiungere Fellini?) non c’è più. Ma si potrebbe obiettare che esiste quello provincia/continente o provincia/globo, sia pure – molto spesso &#8211; a livello di scontro igienico per il lardo di Colonnata. E diverse altre obiezioni si potrebbero fare. Quando Sartori dice che i conniventi spettatori italiani sono ben diversi dagli atomizzati personaggi di Carver, dà per scontato che questi spettatori esistessero PRIMA che Carver li “inventasse”. Probabilmente, se li avessimo visti stravaccati sul divano, come li ha visti Carver, li avremmo trovati troppo scialbi per lavorarci su. </p>
<p>Nell’ultimo Stilos Andrea Di Consoli, rispondendo a una domanda su antiche, affascinanti figure, e sul doversi confrontare con le contraddizioni della pacificazione (“uniformata e pacificata visione” sono le parole di Sartori) afferma: “Sono convinto che se l’Italia affrontasse una guerra tornerebbero le grandi idee, i grandi scrittori e i grandi editori. Però mi sta bene così, francamente”.<br />
E’ questo il punto: possiamo davvero rammaricarci di NON aver avuto l’attacco alle torri gemelle? Meglio non averlo avuto e difettare di ispirazione. Meglio dedicarsi al giardinaggio che sperare in una guerra. Che non servirebbe a nulla comunque: l’idea della “fertilità” di una guerra (“Ti ci vorrebbe intorno una barbarie, fortune che non capitano più!” esclama la santa-puttana di Nostra signora dei turchi) vale quanto quella speculare (dopo Auschwitz non si può più fare poesia). Quando mi viene da lamentarmi del piattume italico contemporaneo mi faccio sempre la domanda spezzagambe: “Quali tragici, strepitosi avvenimenti hanno nutrito la sensibilità di Emily Dickinson?”</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: stefano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22342</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 11:58:05 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22342</guid>
		<description>Caro Giacomo,

da dietro le quinte arrivano anche a me inviti a esprimere la mia opinione come scrittore, forse anche perché, visto da fuori, a fianco dei mutandoni critici di Rizzante e della cintura di castità accademica di Garufi, il mio giovane pensiero mascherato da prospettiva critica rimane effettivamente in braghe di tela.

Tu sai bene, del resto, che una certa mia opera prima ha risentito a tal punto delle questioni che qui si affrontano da averle messe al centro del proprio orizzonte epistemologico, immaginativo e compositivo. E poiché alla mia età tutto quel poco che si ha da dire lo si dice con le opere, e tutto quello che potrei dire qui come scrittore l&#039;ho già detto meglio che potevo in quell&#039;opera prima, anch&#039;io in queste colonne, per ora, non ho altro da dire.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giacomo,</p>
<p>da dietro le quinte arrivano anche a me inviti a esprimere la mia opinione come scrittore, forse anche perché, visto da fuori, a fianco dei mutandoni critici di Rizzante e della cintura di castità accademica di Garufi, il mio giovane pensiero mascherato da prospettiva critica rimane effettivamente in braghe di tela.</p>
<p>Tu sai bene, del resto, che una certa mia opera prima ha risentito a tal punto delle questioni che qui si affrontano da averle messe al centro del proprio orizzonte epistemologico, immaginativo e compositivo. E poiché alla mia età tutto quel poco che si ha da dire lo si dice con le opere, e tutto quello che potrei dire qui come scrittore l&#8217;ho già detto meglio che potevo in quell&#8217;opera prima, anch&#8217;io in queste colonne, per ora, non ho altro da dire.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: francesco forlani</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22339</link>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 11:45:21 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22339</guid>
		<description>Seguo con grandissimo interesse la discussione in corso e pur non avendo di prossima uscita su Stylos, ma sull&#039;Atelier du Roman, un testo sul tema, spero di postarvelo presto. (lo sto traducendo )
effeffe
ps
Intanto un grazie a Rizzante e a Sartori</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Seguo con grandissimo interesse la discussione in corso e pur non avendo di prossima uscita su Stylos, ma sull&#8217;Atelier du Roman, un testo sul tema, spero di postarvelo presto. (lo sto traducendo )<br />
effeffe<br />
ps<br />
Intanto un grazie a Rizzante e a Sartori</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio garufi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22337</link>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 11:39:27 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22337</guid>
		<description>Una precisazione: sul saggio di Berveiller che &quot;affermo di aver letto&quot; (o meglio sul tema più generale del &quot;cosmopolitismo&quot; di Borges), ho scritto qualcosa nel lontano giugno 1986, sulla rivista accademica &quot;Rassegna Iberistica (edita da Cisalpino La Goliardica e diretta da Giuseppe Bellini, all&#039;epoca dicente di letteratura ispanoamericana alla Statale di Milano e presidente della sezione umanistica del C.N.R.) Studi ben più autorevoli del mio sulla questione sono stati scritti da Roberto Paoli (&quot;Tre saggi su Borges&quot;, edito da Bulzoni, pp.32-44).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Una precisazione: sul saggio di Berveiller che &#8220;affermo di aver letto&#8221; (o meglio sul tema più generale del &#8220;cosmopolitismo&#8221; di Borges), ho scritto qualcosa nel lontano giugno 1986, sulla rivista accademica &#8220;Rassegna Iberistica (edita da Cisalpino La Goliardica e diretta da Giuseppe Bellini, all&#8217;epoca dicente di letteratura ispanoamericana alla Statale di Milano e presidente della sezione umanistica del C.N.R.) Studi ben più autorevoli del mio sulla questione sono stati scritti da Roberto Paoli (&#8220;Tre saggi su Borges&#8221;, edito da Bulzoni, pp.32-44).</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio garufi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22326</link>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 10:57:56 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22326</guid>
		<description>Anch&#039;io, come Gianni, ho scritto una cosa per Stilos sull&#039;argomento, sperando che non ci si pesti i piedi. Ragion per cui, come Gianni, mi astengo dal proseguire la discussione fino a che non sarà pubblicato il pezzo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Anch&#8217;io, come Gianni, ho scritto una cosa per Stilos sull&#8217;argomento, sperando che non ci si pesti i piedi. Ragion per cui, come Gianni, mi astengo dal proseguire la discussione fino a che non sarà pubblicato il pezzo.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: gianni biondillo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22312</link>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 09:30:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22312</guid>
		<description>Giacomo, porta pazienza. Io un mio contributo l&#039;ho scritto 2 settimane fa ma ho promesso a Bonina che non l&#039;avrei postato prima dell&#039;uscita di Stilos. Che è domani.
Ti abbraccio. Queste discussioni sono belle e intense.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Giacomo, porta pazienza. Io un mio contributo l&#8217;ho scritto 2 settimane fa ma ho promesso a Bonina che non l&#8217;avrei postato prima dell&#8217;uscita di Stilos. Che è domani.<br />
Ti abbraccio. Queste discussioni sono belle e intense.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Giacomo Sartori</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22307</link>
		<dc:creator>Giacomo Sartori</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 09:12:03 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22307</guid>
		<description>Mi piacerebbe molto che qualche altro scrittore (narratore o poeta) dicesse la sua su questi temi. Sotto forma di commento, o ancora meglio come intervento a sè stante.
Perchè mi sembra che l&#039;interesse di questo dibattito stia, più che nel voler dimostrare costi quel che costi di aver ragione (ma le cose dette nei commenti sono molto interessanti, intendiamoci: il mio è solo un invito a non fossilizzarsi sulle proprie posizioni), nella possibilità di confrontare approcci anche molto diversi: scrittori &quot;puri&quot;, scrittori attenti ai dibattiti dei critici, critici attenti a quello che pensano gli scrittori, critici con orizzonti diversi...). 
E vorrei chiarire una cosa:
la mia difesa della centralità della lingua non è un partito preso, è una constatazione a posteriori. Io sono fondamentalemente esterofilo, ho vissuto quasi tutta la mia vita adulta in paesi dove non si parla l&#039;italiano, mi sono formato su testi letterari che non appartengono alla tradizione italiana, i miei più importanti punti di riferimento letterari non sono italiani. Eppure, me ne accorgo ora, dopo molti anni di scrittura, dopo avere scritto diversi romanzi, di quanto la tradizione italiana, come il problema della lingua italiana, sia in realtà per me centrale. Me ne accorgo riflettendo su me stesso, ma anche riflettendo su quanto stanno facendo gli altri autori italiani, sulle diverse vie che prendono, sulle soluzioni più o meno interessanti che propongono. Io parlo alla luce della mia esperienza, la mia unica autorità sono i miei testi di narrativa, il mio unico fine è avere i mezzi per capire meglio e per essere più profondo, perchè mi sembra che molta narrativa italiana soffra di una grande superficialità, anche &quot;teorica&quot;. Altrimenti avrei il buon gusto, di fronte a persone certo molto più ferrate di me sul versante teorico, di starmene zitto
gs</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi piacerebbe molto che qualche altro scrittore (narratore o poeta) dicesse la sua su questi temi. Sotto forma di commento, o ancora meglio come intervento a sè stante.<br />
Perchè mi sembra che l&#8217;interesse di questo dibattito stia, più che nel voler dimostrare costi quel che costi di aver ragione (ma le cose dette nei commenti sono molto interessanti, intendiamoci: il mio è solo un invito a non fossilizzarsi sulle proprie posizioni), nella possibilità di confrontare approcci anche molto diversi: scrittori &#8220;puri&#8221;, scrittori attenti ai dibattiti dei critici, critici attenti a quello che pensano gli scrittori, critici con orizzonti diversi&#8230;).<br />
E vorrei chiarire una cosa:<br />
la mia difesa della centralità della lingua non è un partito preso, è una constatazione a posteriori. Io sono fondamentalemente esterofilo, ho vissuto quasi tutta la mia vita adulta in paesi dove non si parla l&#8217;italiano, mi sono formato su testi letterari che non appartengono alla tradizione italiana, i miei più importanti punti di riferimento letterari non sono italiani. Eppure, me ne accorgo ora, dopo molti anni di scrittura, dopo avere scritto diversi romanzi, di quanto la tradizione italiana, come il problema della lingua italiana, sia in realtà per me centrale. Me ne accorgo riflettendo su me stesso, ma anche riflettendo su quanto stanno facendo gli altri autori italiani, sulle diverse vie che prendono, sulle soluzioni più o meno interessanti che propongono. Io parlo alla luce della mia esperienza, la mia unica autorità sono i miei testi di narrativa, il mio unico fine è avere i mezzi per capire meglio e per essere più profondo, perchè mi sembra che molta narrativa italiana soffra di una grande superficialità, anche &#8220;teorica&#8221;. Altrimenti avrei il buon gusto, di fronte a persone certo molto più ferrate di me sul versante teorico, di starmene zitto<br />
gs</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: stefano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22303</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 08:03:30 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22303</guid>
		<description>Errata corrige: L&#039;&quot;Atlante del romanzo europeo&quot; di Moretti (anche se nemmeno il grande Fuentes, nel saggio che ho citato per sbaglio, sfugge completamente dalle insidie dello spirito del tempo...)

Un&#039;ultima, fondamentale precisazione/risposta a Garufi:
Il vizio capitale della prospettiva geografica non è quello di trascurare la &quot;storia&quot;, né tanto meno di lasciarsi alle spalle la prospettiva &quot;storicistica&quot; (che non è la stessa cosa di &quot;storica&quot;) di un certo specialismo precedente, ma di trascurare il valore ESTETICO delle opere, che solo attraverso la storia sovranazionale dell&#039;arte in questione, nel senso inteso da Kundera e Rizzante, può essere riconosciuto e valorizzato.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Errata corrige: L&#8217;&#8221;Atlante del romanzo europeo&#8221; di Moretti (anche se nemmeno il grande Fuentes, nel saggio che ho citato per sbaglio, sfugge completamente dalle insidie dello spirito del tempo&#8230;)</p>
<p>Un&#8217;ultima, fondamentale precisazione/risposta a Garufi:<br />
Il vizio capitale della prospettiva geografica non è quello di trascurare la &#8220;storia&#8221;, né tanto meno di lasciarsi alle spalle la prospettiva &#8220;storicistica&#8221; (che non è la stessa cosa di &#8220;storica&#8221;) di un certo specialismo precedente, ma di trascurare il valore ESTETICO delle opere, che solo attraverso la storia sovranazionale dell&#8217;arte in questione, nel senso inteso da Kundera e Rizzante, può essere riconosciuto e valorizzato.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: stefano / temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22302</link>
		<dc:creator>stefano / temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 07:50:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22302</guid>
		<description>Garufi, mi pare che Rizzante abbia obiettato di non essere affatto un &quot;comparatista&quot;, ma semplicemente uno che ha imparato molto dai romanzieri, il che temo invalidi la prima parte del tuo commento; mi pare inoltre che tu abbia frainteso qualche altra prospettiva critica, non ultima quella di Kundera stesso. Comunque eventualmente sarà Rizzante, che non si è formato alla corte accademica di nessun comparatista, ma precisamente nei seminari parigini di Kundera sul romanzo europeo, a risponderti in merito, se lo vorrà.

Quanto a me, devo confessarti che non digerisco bene la fragile spocchia delle citazioni, forse anche perché sono uno che non ha letto molto; di certo non tutto quello che affermi di aver letto tu (Berveiller, per la precisione). Ma quando penso alla moda cartografica dell&#039;accademia, penso per esempio alla &quot;Geografia del romanzo&quot; di Moretti, o alle &quot;Mappe della letteratura europea e mediterranea&quot; curate da Anselmi, o a tanto terzomondismo critico come quello portato avanti da Gnisci e da diverse cordate di angloamericanisti i quali, invece di preoccuparsi di stabilire il valore estetico delle opere promosse all&#039;interno di un canone in fieri esteso a ogni angolo del mondo conosciuto, si occupa semplicemente di gettarle nel gran calderone senza regole (di mercato, anche) della scrittura globale.
Beninteso che tutto questo, essendo pura accademia, e benché io stesso sia un cococò universitario, non mi interesserebbe se non vi ravvisassi, come si capisce anche dalle parentesi quattro righe fa, un&#039;intima adesione allo stesso spirito del tempo che forgia certe cattive abitudini editoriali e socio-politiche che, come tali, vanno a ripercuotersi sui lettori e sulle lettrici. Ma in questo momento, purtroppo o per fortuna, mi manca il tempo per approfondire questa che considero la più insidiosa delle false coscienze occidentali.

Prima di salutare, tuttavia, vorrei riportare qui sotto, con il di lei permesso, ciò che mi ha scritto privatamente Temperanza, che costituisce una risposta al mio commento di prima e alla quale in parte ho risposto con le righe qui sopra, ma che forse può suggerire qualche nuova osservazione anche ad altri. Buona giornata.

StZ
_________________

Anch&#039;io, come Sartori, sono d&#039;accordo con Rizzante, il cuore del romanzo non batte in una piccola patria nazionale, né per il lettore né per lo scrittore
che voglia impadronirsi della tecné.

Ma nel momento in cui lo scrittore, immerso non in un mondo romanzesco
nazionalistico e asfittico - giustamente, e qui sono ovviamente d&#039;accordo
con Rizzante - ma in quella patria (patria? non so come chiamarla)
trasversale che è il romanzo, si mette all&#039;opera, la lingua per scriverlo lo
plasma e lo trattiene, anche, all&#039;interno del suo pensare, del suo pensare
di lingua, per il quale un bosco non è una forêt o un Wald.
E questo, a mio modo di vedere, anche se non è ossessionato dalla lingua.

Detto questo, dopo aver letto il tuo commento, vedo che c&#039;è un bel pezzo di reale che non conosco, ed è quel mondo disciplinare &quot;accademico&quot; che io non frequento se non per caso, e forse per fortuna. O meglio, quei pezzi che ho frequentato (Agosti, Lavagetto) hanno sempre spaziato da un autore all&#039;altro in modo diverso e trasversale, dunque capisco che se Rizzante si oppone ai limiti, della *moda ³cartografica² degli studi letterari dei giorni nostri, al ³mappismo² critico e alle varie ³geografie² letterarie che si compiacciono e accontentano di disegnare tracciati orizzontali intorno al globo, senza più preoccuparsi della verticalità temporale che sempre ha costituito il principio e la condizione di possibilità della durata delle arti* come tu dici, parli di un mondo di studi che io non conosco e dunque il mio commento può sembrare molto naif e superficiale.

Forse anche per una mia certa &quot;sfiducia&quot; nel romanzo, sulla quale tuttavia,
per non essere fraintesa, bisognerebbe aprire una cartella a parte.

Temperanza</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Garufi, mi pare che Rizzante abbia obiettato di non essere affatto un &#8220;comparatista&#8221;, ma semplicemente uno che ha imparato molto dai romanzieri, il che temo invalidi la prima parte del tuo commento; mi pare inoltre che tu abbia frainteso qualche altra prospettiva critica, non ultima quella di Kundera stesso. Comunque eventualmente sarà Rizzante, che non si è formato alla corte accademica di nessun comparatista, ma precisamente nei seminari parigini di Kundera sul romanzo europeo, a risponderti in merito, se lo vorrà.</p>
<p>Quanto a me, devo confessarti che non digerisco bene la fragile spocchia delle citazioni, forse anche perché sono uno che non ha letto molto; di certo non tutto quello che affermi di aver letto tu (Berveiller, per la precisione). Ma quando penso alla moda cartografica dell&#8217;accademia, penso per esempio alla &#8220;Geografia del romanzo&#8221; di Moretti, o alle &#8220;Mappe della letteratura europea e mediterranea&#8221; curate da Anselmi, o a tanto terzomondismo critico come quello portato avanti da Gnisci e da diverse cordate di angloamericanisti i quali, invece di preoccuparsi di stabilire il valore estetico delle opere promosse all&#8217;interno di un canone in fieri esteso a ogni angolo del mondo conosciuto, si occupa semplicemente di gettarle nel gran calderone senza regole (di mercato, anche) della scrittura globale.<br />
Beninteso che tutto questo, essendo pura accademia, e benché io stesso sia un cococò universitario, non mi interesserebbe se non vi ravvisassi, come si capisce anche dalle parentesi quattro righe fa, un&#8217;intima adesione allo stesso spirito del tempo che forgia certe cattive abitudini editoriali e socio-politiche che, come tali, vanno a ripercuotersi sui lettori e sulle lettrici. Ma in questo momento, purtroppo o per fortuna, mi manca il tempo per approfondire questa che considero la più insidiosa delle false coscienze occidentali.</p>
<p>Prima di salutare, tuttavia, vorrei riportare qui sotto, con il di lei permesso, ciò che mi ha scritto privatamente Temperanza, che costituisce una risposta al mio commento di prima e alla quale in parte ho risposto con le righe qui sopra, ma che forse può suggerire qualche nuova osservazione anche ad altri. Buona giornata.</p>
<p>StZ<br />
_________________</p>
<p>Anch&#8217;io, come Sartori, sono d&#8217;accordo con Rizzante, il cuore del romanzo non batte in una piccola patria nazionale, né per il lettore né per lo scrittore<br />
che voglia impadronirsi della tecné.</p>
<p>Ma nel momento in cui lo scrittore, immerso non in un mondo romanzesco<br />
nazionalistico e asfittico &#8211; giustamente, e qui sono ovviamente d&#8217;accordo<br />
con Rizzante &#8211; ma in quella patria (patria? non so come chiamarla)<br />
trasversale che è il romanzo, si mette all&#8217;opera, la lingua per scriverlo lo<br />
plasma e lo trattiene, anche, all&#8217;interno del suo pensare, del suo pensare<br />
di lingua, per il quale un bosco non è una forêt o un Wald.<br />
E questo, a mio modo di vedere, anche se non è ossessionato dalla lingua.</p>
<p>Detto questo, dopo aver letto il tuo commento, vedo che c&#8217;è un bel pezzo di reale che non conosco, ed è quel mondo disciplinare &#8220;accademico&#8221; che io non frequento se non per caso, e forse per fortuna. O meglio, quei pezzi che ho frequentato (Agosti, Lavagetto) hanno sempre spaziato da un autore all&#8217;altro in modo diverso e trasversale, dunque capisco che se Rizzante si oppone ai limiti, della *moda ³cartografica² degli studi letterari dei giorni nostri, al ³mappismo² critico e alle varie ³geografie² letterarie che si compiacciono e accontentano di disegnare tracciati orizzontali intorno al globo, senza più preoccuparsi della verticalità temporale che sempre ha costituito il principio e la condizione di possibilità della durata delle arti* come tu dici, parli di un mondo di studi che io non conosco e dunque il mio commento può sembrare molto naif e superficiale.</p>
<p>Forse anche per una mia certa &#8220;sfiducia&#8221; nel romanzo, sulla quale tuttavia,<br />
per non essere fraintesa, bisognerebbe aprire una cartella a parte.</p>
<p>Temperanza</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio garufi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22297</link>
		<dc:creator>sergio garufi</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 01:12:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22297</guid>
		<description>E&#039; curioso il ribaltamento di ruoli che si sta manifestando in questa discussione, sorta dalle ceneri di quella su Kundera. Lì lo scrittore boemo non prendeva neppure in considerazione l&#039;esistenza di una critica comparativa, quando denunciava il pericolo di &quot;provincialismo culturale&quot; insito negli studi critici dei grandi del Novecento, appannaggio esclusivo degli &quot;specialisti&quot;; cosa che io contestavo con nomi (Steiner, Bloom, Frye) e riferimenti bibliografici suscitando lo sdegno di Rizzante ed altri; ed ora scopro che Rizzante, che difendeva Kundera, è uno strenuo comparatista. Vabe&#039;. Un&#039;altra cosa: &quot;la prospettiva geografica oggi tanto à la page&quot; non esiste, nel senso che non è mai diventata di moda. Per affermare il contrario bisognerebbe citare i nomi di questi &quot;cartografi&quot; che reputano la dimensione storica come una variabile irrilevante. La &quot;geografia letteraria&quot; era un&#039;espressione priva di senso fino a due decenni fa, giusto un sottoinsieme nazionalistico come per il testo di Dionisotti. L&#039;invito di José Lambert a tracciare nuove mappe letterarie non si sognava neppure di ignorare la dimensione storica, che rimane prevalente; intendeva solo integrarla con un&#039;analisi tematica che attingesse a quell&#039;inesauribile deposito di simboli e metafore che sono i miti classici. Tant&#039;è che gli esempi più illustri di Stoffgeschichte (tematologia) - penso a &quot;La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica&quot; di Mario Praz o a &quot;Mimesis&quot; di Erich Auerbach - continuano a far riferimento alla dimensione temporale in cui quei temi si sono formati. In sintesi: la prospettiva storicistica degli specialisti, che relega gli studi critici ai confini nazionali e linguistici prescindendo da ogni orizzontalità, resta quella dominante; come denunciato da Kundera. Ma la prospettiva tematica o geografica, avanzata da José Lambert, George Steiner e Northroph Frye fra gli altri, ci sollecita a considerare la letteratura come un insieme meno statico e rigido, in cui i confini linguistici e nazionali non costituiscano più delle barriere insormontabili. Borges, qui tanto citato, è un autore per molti versi meno latinoamericano che europeo, e meno spagnolo che inglese (si veda &quot;Le cosmopolitisme de Borges&quot; di Michel Berveiller); e i saggi più illuminanti sulla sua opera sono stati scritti da Gerard Genette e Maurice Blanchot, non da ispanoamericanisti. Il comparativismo nasce dall&#039;idea che la critica è essenzialmente una macchina analogica, la cui produzione di senso avviene per accostamento, svelando cioè le parentele profonde che accomunano autori di nazionalità, lingue ed epoche storiche differenti; fino a rinvenire il complesso schema di rapporti dialettici che regola le più diverse espressioni artistiche. &quot;Nessuna passione spenta&quot; di Steiner mette insieme pittura, poesia e musica, e altrettanto fa Trevi in &quot;Musica distante&quot; o &quot;Istruzioni per l&#039;uso del lupo&quot;. Non c&#039;è niente di rivoluzionario o blasfemo in questo, è piuttosto un ritorno all&#039;antico, perché nella Grecia classica non esisteva una netta distinzione fra poesia, musica e danza. Della qual cosa dovrebbero essere contenti sia Kundera che Rizzante.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; curioso il ribaltamento di ruoli che si sta manifestando in questa discussione, sorta dalle ceneri di quella su Kundera. Lì lo scrittore boemo non prendeva neppure in considerazione l&#8217;esistenza di una critica comparativa, quando denunciava il pericolo di &#8220;provincialismo culturale&#8221; insito negli studi critici dei grandi del Novecento, appannaggio esclusivo degli &#8220;specialisti&#8221;; cosa che io contestavo con nomi (Steiner, Bloom, Frye) e riferimenti bibliografici suscitando lo sdegno di Rizzante ed altri; ed ora scopro che Rizzante, che difendeva Kundera, è uno strenuo comparatista. Vabe&#8217;. Un&#8217;altra cosa: &#8220;la prospettiva geografica oggi tanto à la page&#8221; non esiste, nel senso che non è mai diventata di moda. Per affermare il contrario bisognerebbe citare i nomi di questi &#8220;cartografi&#8221; che reputano la dimensione storica come una variabile irrilevante. La &#8220;geografia letteraria&#8221; era un&#8217;espressione priva di senso fino a due decenni fa, giusto un sottoinsieme nazionalistico come per il testo di Dionisotti. L&#8217;invito di José Lambert a tracciare nuove mappe letterarie non si sognava neppure di ignorare la dimensione storica, che rimane prevalente; intendeva solo integrarla con un&#8217;analisi tematica che attingesse a quell&#8217;inesauribile deposito di simboli e metafore che sono i miti classici. Tant&#8217;è che gli esempi più illustri di Stoffgeschichte (tematologia) &#8211; penso a &#8220;La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica&#8221; di Mario Praz o a &#8220;Mimesis&#8221; di Erich Auerbach &#8211; continuano a far riferimento alla dimensione temporale in cui quei temi si sono formati. In sintesi: la prospettiva storicistica degli specialisti, che relega gli studi critici ai confini nazionali e linguistici prescindendo da ogni orizzontalità, resta quella dominante; come denunciato da Kundera. Ma la prospettiva tematica o geografica, avanzata da José Lambert, George Steiner e Northroph Frye fra gli altri, ci sollecita a considerare la letteratura come un insieme meno statico e rigido, in cui i confini linguistici e nazionali non costituiscano più delle barriere insormontabili. Borges, qui tanto citato, è un autore per molti versi meno latinoamericano che europeo, e meno spagnolo che inglese (si veda &#8220;Le cosmopolitisme de Borges&#8221; di Michel Berveiller); e i saggi più illuminanti sulla sua opera sono stati scritti da Gerard Genette e Maurice Blanchot, non da ispanoamericanisti. Il comparativismo nasce dall&#8217;idea che la critica è essenzialmente una macchina analogica, la cui produzione di senso avviene per accostamento, svelando cioè le parentele profonde che accomunano autori di nazionalità, lingue ed epoche storiche differenti; fino a rinvenire il complesso schema di rapporti dialettici che regola le più diverse espressioni artistiche. &#8220;Nessuna passione spenta&#8221; di Steiner mette insieme pittura, poesia e musica, e altrettanto fa Trevi in &#8220;Musica distante&#8221; o &#8220;Istruzioni per l&#8217;uso del lupo&#8221;. Non c&#8217;è niente di rivoluzionario o blasfemo in questo, è piuttosto un ritorno all&#8217;antico, perché nella Grecia classica non esisteva una netta distinzione fra poesia, musica e danza. Della qual cosa dovrebbero essere contenti sia Kundera che Rizzante.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: fm</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22287</link>
		<dc:creator>fm</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Feb 2006 20:45:30 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22287</guid>
		<description>Grazie a tutti e due: è sempre un piacere leggervi e confrontarsi con quello che scrivete. Ciao.

p.s.

Rizzante non era affatto escluso dalla partita, s&#039;intende. :-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie a tutti e due: è sempre un piacere leggervi e confrontarsi con quello che scrivete. Ciao.</p>
<p>p.s.</p>
<p>Rizzante non era affatto escluso dalla partita, s&#8217;intende. :-)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: stefano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22280</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Feb 2006 18:12:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22280</guid>
		<description>@fm

temperanza ti ringrazia e ti saluta. 

(purtroppo ha qualche problema tecnico con il computer e non riesce ad accedere alla colonna dei commenti, perciò mi ha pregato di mediare, cosa che faccio molto volentieri.)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@fm</p>
<p>temperanza ti ringrazia e ti saluta. </p>
<p>(purtroppo ha qualche problema tecnico con il computer e non riesce ad accedere alla colonna dei commenti, perciò mi ha pregato di mediare, cosa che faccio molto volentieri.)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: stefano</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22236</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2006 23:36:52 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22236</guid>
		<description>Cara Temp,
credo di capire cosa tu voglia dire, ma il tuo breve commento è forse troppo lungimirante nella misura in cui presuppone che quanto afferma Rizzante sia un fatto estetico assodato. Mi spiego.
E&#039; vero che Kis non è stato soltanto un figlio di Rabelais, Flaubert, Nabokov e Borges, ma anche uno scrittore jugoslavo e centroeuropeo; così come è impensabile prescindere, che so, dalla &quot;latinoamericanità&quot; dei romanzi di Marquez, Sabato o Onetti, benché siano anch&#039;essi &quot;rami&quot; di un albero che affonda le proprie radici in Boccaccio, Cervantes o Rabelais. Ma credo che la risposta di Rizzante a Sartori, come tutto il suo lavoro più recente (che ho la fortuna di conoscere da vicino), vada colta, oltre che nella sua effettiva profondità, nel suo valore oppositivo e anticonformista rispetto alla moda &quot;cartografica&quot; degli studi letterari dei giorni nostri, al &quot;mappismo&quot; critico e alle varie &quot;geografie&quot; letterarie che si compiacciono e accontentano di disegnare tracciati orizzontali intorno al globo, senza più preoccuparsi della verticalità temporale che sempre ha costituito il principio e la condizione di possibilità della durata delle arti (che sono ciò che di meglio gli uomini sanno realizzare e che pertanto vale la pena di essere tramandato), a partire dal micromeccanismo che fa sì che ciascun artista debba imparare il mestiere presso una qualche bottega di un qualche maestro e/o servirsi dei modelli che più sente affini prima di poter dare il proprio contributo significativo, vale a dire incisivo sul lungo periodo, alla propria sfera artistica e nella fattispecie letteraria.
Forse, perciò, solo dopo aver appurato l&#039;insufficienza della prospettiva &quot;geografica&quot; oggi tanto à la page, riconoscendo dunque l&#039;importanza della prospettiva &quot;storica&quot; di Rizzante, possiamo pensare di riequilibrare sincreticamente la bilancia critica tra storia e geografia del romanzo.
Allora, forse, anche le questioni della lingua e della forma che rimangono aperte nel dialogo Sartori-Rizzante potrebbero trovare il giusto spazio e il giusto peso l&#039;una rispetto all&#039;altra.
Forse.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Temp,<br />
credo di capire cosa tu voglia dire, ma il tuo breve commento è forse troppo lungimirante nella misura in cui presuppone che quanto afferma Rizzante sia un fatto estetico assodato. Mi spiego.<br />
E&#8217; vero che Kis non è stato soltanto un figlio di Rabelais, Flaubert, Nabokov e Borges, ma anche uno scrittore jugoslavo e centroeuropeo; così come è impensabile prescindere, che so, dalla &#8220;latinoamericanità&#8221; dei romanzi di Marquez, Sabato o Onetti, benché siano anch&#8217;essi &#8220;rami&#8221; di un albero che affonda le proprie radici in Boccaccio, Cervantes o Rabelais. Ma credo che la risposta di Rizzante a Sartori, come tutto il suo lavoro più recente (che ho la fortuna di conoscere da vicino), vada colta, oltre che nella sua effettiva profondità, nel suo valore oppositivo e anticonformista rispetto alla moda &#8220;cartografica&#8221; degli studi letterari dei giorni nostri, al &#8220;mappismo&#8221; critico e alle varie &#8220;geografie&#8221; letterarie che si compiacciono e accontentano di disegnare tracciati orizzontali intorno al globo, senza più preoccuparsi della verticalità temporale che sempre ha costituito il principio e la condizione di possibilità della durata delle arti (che sono ciò che di meglio gli uomini sanno realizzare e che pertanto vale la pena di essere tramandato), a partire dal micromeccanismo che fa sì che ciascun artista debba imparare il mestiere presso una qualche bottega di un qualche maestro e/o servirsi dei modelli che più sente affini prima di poter dare il proprio contributo significativo, vale a dire incisivo sul lungo periodo, alla propria sfera artistica e nella fattispecie letteraria.<br />
Forse, perciò, solo dopo aver appurato l&#8217;insufficienza della prospettiva &#8220;geografica&#8221; oggi tanto à la page, riconoscendo dunque l&#8217;importanza della prospettiva &#8220;storica&#8221; di Rizzante, possiamo pensare di riequilibrare sincreticamente la bilancia critica tra storia e geografia del romanzo.<br />
Allora, forse, anche le questioni della lingua e della forma che rimangono aperte nel dialogo Sartori-Rizzante potrebbero trovare il giusto spazio e il giusto peso l&#8217;una rispetto all&#8217;altra.<br />
Forse.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: fm</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22232</link>
		<dc:creator>fm</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2006 23:21:19 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22232</guid>
		<description>Bentornata, Temperanza! Sono felice di rileggerti. :-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bentornata, Temperanza! Sono felice di rileggerti. :-)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22223</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2006 21:08:47 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22223</guid>
		<description>Sto scrivendo con un maledetto pc che mi fa entrare ma non mi permette di pensare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sto scrivendo con un maledetto pc che mi fa entrare ma non mi permette di pensare.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: temperanza</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22222</link>
		<dc:creator>temperanza</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2006 21:07:15 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22222</guid>
		<description>+della sua epoca, non del suo paese di provenienza+
ma l&#039;epoca ha anche confini geografici, credo, territori.
Sono perplessa.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>+della sua epoca, non del suo paese di provenienza+<br />
ma l&#8217;epoca ha anche confini geografici, credo, territori.<br />
Sono perplessa.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Massimo Rizzante</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22177</link>
		<dc:creator>Massimo Rizzante</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2006 11:15:08 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/02/10/la-sciagura-dei-romanzieri-italiani-risposta-al-comparatista-rizzante/#comment-22177</guid>
		<description>Rigrazio Sartori per le belle parole sul mio saggio. Tuttavia volevo fare a braccio qualche precisazione. Non sono un &quot;comparatista&quot;, ma qualcuno che pensa che senza &quot;comparare&quot; le opere non si può esprimere nessun giudizio di valore, non si può stabilire nessuna gerarchia all&#039;interno della storia di un&#039;arte. Questo non me l&#039;ha insegnato un &quot;comparatista&quot;, ma diversi scrittori e romanzieri, ovvero coloro che come Sartori &quot;praticano&quot; materialmente il romanzo. Danilo Kis, ad esempio. Kis affermava che uno scrittore degno di questo nome doveva essere in grado di smontare e rimontare diversi congegni letterari - compreso il proprio - compararli fra loro, e rimetterli in moto. E a questo tipo di scrittori e romanzieri che penso costantemente quando leggo e scrivo.  
Un altra breve glossa. Sartori ribadisce in modo intelligente e documentato la &quot;vexata questio&quot; della lingua in Italia. E l&#039;altra non meno &quot;vexata&quot; questione dell&#039;assenza in Italia di modelli in prosa.  Ma si spinge anche oltre: dice che &quot;le strategie narrative&quot; di un romanziere devono tener conto soprattutto dei testi narrativi elaborati nella propria &quot;lingua&quot;. Qui dissento, pur accettando completamente quanto Sartori afferma sull&#039;importanza, per dirla con la mia solita metafora, del sottobosco quando si tratta di analizare alberi di alto fusto e del pericolo sempre incombente di produrre frutti non originali. Dissento perché concepisco la storia del romanzo come una staffetta: come potrei comprendere Kis senza Borges? e come Saramago senza Gogol? e  come Kundera senza Broch?  Chi porta il testimone non parla la stessa lingua, ma può comprendere - ritengo che lo possa sempre, al di là della traduzione - la novità formale, il salto di qualità formale presente in un &#039;opera romanzesca. Il punto è un altro, e questo va oltre il discorso di Sartori: in Italia, l&#039;ossessione linguistica di quelli che scrivono come di quelli che leggono non permette agli uni e agli altri di riconoscere i &quot;passi in avanti&quot; di quelle &quot;strategie narrative&quot; di cui Sartori parlava, e quindi neppure di procedere da quel riconoscimento essenziale perché la propria opera romanzesca possa inserirsi in una storia del romanzo. Un romanziere può essere un uomo naif, ma non credo possa permettersi di esserlo di fronte alla &quot;forma&quot;, al &quot;savoir-faire&quot;, alla tecné, alle &quot;strategie narrative&quot;: non può essere né un dilettante né un artista anacronistico. Io sono sempre dalla parte di Sklovskij: &quot;Uno scrittore è la somma delle possibilità tecniche della sua epoca&quot;. Della sua epoca, non del suo paese di provenienza.
Poi, per quanto riguarda i &quot;pezzi da Novanta&quot;. E&#039; vero, Sartori: sono contro il populismo, contro ogni strizzatina d&#039;occhio da parte dello scrittore al lettore mediocre.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Rigrazio Sartori per le belle parole sul mio saggio. Tuttavia volevo fare a braccio qualche precisazione. Non sono un &#8220;comparatista&#8221;, ma qualcuno che pensa che senza &#8220;comparare&#8221; le opere non si può esprimere nessun giudizio di valore, non si può stabilire nessuna gerarchia all&#8217;interno della storia di un&#8217;arte. Questo non me l&#8217;ha insegnato un &#8220;comparatista&#8221;, ma diversi scrittori e romanzieri, ovvero coloro che come Sartori &#8220;praticano&#8221; materialmente il romanzo. Danilo Kis, ad esempio. Kis affermava che uno scrittore degno di questo nome doveva essere in grado di smontare e rimontare diversi congegni letterari &#8211; compreso il proprio &#8211; compararli fra loro, e rimetterli in moto. E a questo tipo di scrittori e romanzieri che penso costantemente quando leggo e scrivo.<br />
Un altra breve glossa. Sartori ribadisce in modo intelligente e documentato la &#8220;vexata questio&#8221; della lingua in Italia. E l&#8217;altra non meno &#8220;vexata&#8221; questione dell&#8217;assenza in Italia di modelli in prosa.  Ma si spinge anche oltre: dice che &#8220;le strategie narrative&#8221; di un romanziere devono tener conto soprattutto dei testi narrativi elaborati nella propria &#8220;lingua&#8221;. Qui dissento, pur accettando completamente quanto Sartori afferma sull&#8217;importanza, per dirla con la mia solita metafora, del sottobosco quando si tratta di analizare alberi di alto fusto e del pericolo sempre incombente di produrre frutti non originali. Dissento perché concepisco la storia del romanzo come una staffetta: come potrei comprendere Kis senza Borges? e come Saramago senza Gogol? e  come Kundera senza Broch?  Chi porta il testimone non parla la stessa lingua, ma può comprendere &#8211; ritengo che lo possa sempre, al di là della traduzione &#8211; la novità formale, il salto di qualità formale presente in un &#8216;opera romanzesca. Il punto è un altro, e questo va oltre il discorso di Sartori: in Italia, l&#8217;ossessione linguistica di quelli che scrivono come di quelli che leggono non permette agli uni e agli altri di riconoscere i &#8220;passi in avanti&#8221; di quelle &#8220;strategie narrative&#8221; di cui Sartori parlava, e quindi neppure di procedere da quel riconoscimento essenziale perché la propria opera romanzesca possa inserirsi in una storia del romanzo. Un romanziere può essere un uomo naif, ma non credo possa permettersi di esserlo di fronte alla &#8220;forma&#8221;, al &#8220;savoir-faire&#8221;, alla tecné, alle &#8220;strategie narrative&#8221;: non può essere né un dilettante né un artista anacronistico. Io sono sempre dalla parte di Sklovskij: &#8220;Uno scrittore è la somma delle possibilità tecniche della sua epoca&#8221;. Della sua epoca, non del suo paese di provenienza.<br />
Poi, per quanto riguarda i &#8220;pezzi da Novanta&#8221;. E&#8217; vero, Sartori: sono contro il populismo, contro ogni strizzatina d&#8217;occhio da parte dello scrittore al lettore mediocre.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>
