[Riporto qui alcuni passaggi di una lunga intervista a Grünbein realizzata da Italo Testa, per il n° 25 della rivista “La società degli individui” che uscirà prossimamente.]
Un dialogo con Durs Grünbein su lirica e soggettività
di Italo Testa
In un’intervista di qualche tempo fa lei affermava che «la lirica è la forma più soggettiva della letteratura. E i segni del tempo vanno di nuovo in direzione del neo-soggettivismo» . Questa forma soggettiva di espressione non contiene forse un momento di oggettività, nella misura in cui corrisponde alle figure dello spirito del tempo? E come si rappresenta la relazione tra costellazione storica e soggettività espressiva della lirica?
Questa è, per così dire, la trappola hegeliana. Il soggetto assoluto sarebbe insieme il rappresentante, l’incarnazione dello spirito assoluto del tempo. Da questa trappola ci si divincola solo se si riconosce che qui è solo questione di fallire, non funzionare, non stare al passo: per esempio il fatto che io non stia al passo con gli ultimissimi risultati della rivoluzione di Internet. Proprio in quanto fallisco come co-esecutore di ogni tecnica, in quanto non ce la faccio, perdo terreno, rimango in una certa misura un soggetto. Oggi si può ancora rimanere un soggetto quasi solo quia absurdum: in quanto non si è sempre up to date.
Ma questa è la forma negativa, e la soggettività oggi non può essere espressa solo negativamente come incapacità di stare al passo, in tutti i campi – soprattutto nella tecnologizzazione mediatica – con uno sviluppo incredibile, probabilmente senza paragoni nella storia umana. Per tornare al nostro tema, credo che naturalmente la poesia sia ancora il più intimo dialogo dell’uomo con se stesso. Però qui non è del tutto chiaro chi sia questo ‘sé’. Nel mio caso può trattarsi di un dialogo con se stessi sull’intossicazione: il problema è sempre scoprire sino a che punto si è contaminati dal tempo, dall’ambiente, soprattutto dalle idee del tempo. In questa misura è corretta la tesi per cui il soggetto non è mai puro. E dovremmo fermarci qui, perché non ci è dato fare molti passi avanti. Ma questo è un punto molto importante. Non vi è affatto quella contrapposizione ideale per cui da un lato starebbero la società, la modernità, lo spirito del tempo, e dall’altro starei io, in quanto singolo, con la mia verità. Questa non è una verità ma solo uno strumento.
Questa soggettività dunque percepisce qualcosa del suo tempo.
Certamente: non è affatto questione di ignoranza. Piuttosto: bisogna leggere tutti i giornali, guardare tutti i programmi televisivi, consumare tutto, parlare con tutti… e in questo affaccendarsi di qua e di là imbattersi in un fondo d’ostinazione.
Già nel suo primo libro, Zona grigia, mattina , lei ha scritto poesie monologiche. Un’intonazione fortemente monologica sembra contrassegnare tutti i suoi lavori. Si potrebbe descrivere tutta la sua produzione come lirica monologica? E qual è il legame di questa poetica con il monologismo di Gottfried Benn?
Da molti anni osservo in me stesso un movimento verso una dimensione dialogica. Ma credo che la poesia, quando si inizia a scrivere, cominci probabilmente da un monologo. Già l’espressione ‘poesie monologiche’ è l’indizio che si tratta di una posizione provvisoria, che la condizione propria di tale stadio debba essere superata. Già da diversi anni molte mie poesie, più o meno apertamente, si rivolgono a un partner dialogico, talvolta direttamente a conoscenti, talvolta ad autori morti, talvolta, e questo è il lato più segreto, a sconosciuti nel futuro. Così assume spessore anche l’aspetto drammatico all’interno della poesia, perché solo per questa via può crescere la tensione. Credo che alla poesia lirica sia inerente la presenza di un interlocutore: anche nel più amaro colloquio con se stessi vi è sempre un interlocutore, l’altro di se stessi, o il Dio perduto, come sempre. Vi è sempre qualcuno con cui si dialoga e mai un monologo puro. Vi sono, naturalmente, possibilità di aprire la poesia, una sensibilità per la moltiplicazione della propria voce che è in atto già da tempo nella mia opera. Poesie di ruolo, dove parlo con la voce di qualcuno totalmente diverso, per esempio un antico romano. Interi cicli in cui molteplici voci differenti animano le righe, come di regola in un coro drammatico. Tutto ciò costituisce una differenza rispetto alla poesia di Benn. Il quale esprime con molta forza l’idea di una poesia monologica, dunque di una poesia che non si rivolge a nessuno che stia all’esterno: una poesia che si chiude in se stessa e che, in quanto lirica plastica, se ne sta lì, in sé compiuta come un oggetto. Io non sarei così radicale. Credo che le poesie puramente monologiche siano l’espressione di una crisi: una crisi della poesia. Nascono quando non vi è più un fuori, nessun interlocutore dialogico per il poeta, non vi sono più dei, non vi è più una società o la società è per il poeta profondamente estraniata. Questo ‘io’ che parla diventa allora l’ultima posizione su cui il poeta ripiega. In ciò si esprime un momento di verità ma anche di crisi, una crisi sociologica.
Nella sua poesia però il ‘tu lirico’ sembra a volte più una figura del soliloquio che un tu in carne e ossa, un’alterità effettiva. Nella lirica dialogica del dopoguerra – penso a Celan – la relazione io-tu sembrava il luogo d’incontro con un’alterità radicale. La Sprachhoffnung, molto importante anche per Ingeborg Bachmann – e che oggi troviamo in un’autrice come Barbara Köhler – ha fatto della relazione io-tu il luogo eventuale dell’utopia. Crede che la crisi dell’utopia, cui oggi assistiamo, possa avere qualcosa a che fare con la disintegrazione dell’intersoggettività?
La relazione tra la perdita dell’utopia e lo scomparire dell’intersoggettività non va vista in una prospettiva troppo ristretta. Questo è solo il penultimo capitolo di una storia più ampia, preceduto da molti altri passaggi. Un capitolo di molto antecedente è la crisi della preghiera; una crisi dell’intersoggettività era già in atto perché, molto prima che fossero state formulate e prendessero la scena le utopie sociali, non vi era più preghiera. Credo che Celan esprimesse delle preghiere ipotetiche: nella sua poesia la relazione io-tu, o la cosiddetta intersoggettività, è quella di una preghiera vana. Non so se Celan si riferisse effettivamente a un altro tu, a un interlocutore esterno, a un altro poeta concreto che era esistito prima di lui. C’è naturalmente il dialogo con Mandel’stam e con Zvetajeva. Ma cose del genere si trovano in molti altri poeti del ventesimo secolo, me compreso. Si dovrebbe qualificare meglio questo ‘tu’ prima di farne il tema di una teoria. Quale tu si intende? Dio? L’amico? Lo scrittore che ci fa da modello? È la società dei poeti morti che circonda un autore oppure un qualche uomo del futuro, nel senso, come ha sostenuto Kleist, che si scrive per qualcuno che deve ancora nascere? Questo ‘tu’ nella lirica è spesso molto cangiante, ha diverse sfaccettature e non è univoco: così può facilmente sembrare che sia solo un ‘io’ camuffato. È davvero estremamente difficile riuscire a trovare, attraverso la giungla della falsa vicinanza, per così dire, un altro ‘tu’. Per esempio l’idea dell’interlocutore dialogico nella poesia non coincide con quella dell’interlocutore più prossimo – più o meno se ne ha sempre uno, almeno da quando l’uomo vive in gruppi familiari; lo si trova anche tra i conoscenti, e tuttavia spesso proprio in queste cerchie il più distante è il più prossimo. Credo che la lirica eserciti da sempre una legittima difesa contro la vicinanza coatta cui la società ci costringe. La società costringe alla vicinanza attraverso la sovrappopolazione, per mezzo dei dispositivi di educazione che, mentre cresciamo, ci gettano in mezzo a migliaia di esperienze estranee. Certamente è casuale in quale famiglia, classe scolastica o compagnia si capiti; casuale in quale ambiente di studio o di lavoro ci si formi… e così via. Noi tutti siamo, per così dire, delle arbitrarie esemplificazioni sociologiche. E credo che la poesia sia anche un mezzo per opporre qualcosa a questa vicinanza costrittiva. Si tratta naturalmente dell’elemento più intimo ed espressivo. Dapprima funziona proprio come un diario: nella maggior parte dei diari all’inizio prende avvio una sorta di dialogo apparente con se stesso da parte del diarista, ma successivamente anche con diversi interlocutori immaginari. Credo che questo sia sempre, in generale, il punto di partenza per la poesia.
È interessante osservare, a margine, che questa polisemia del ‘tu’, dell’intersoggettività, non è costitutiva solo per la poesia, ma si può riscontrare anche nella filosofia del dialogo, si pensi a Mead, Buber, Löwith,Lévinas, Theunissen, Habermas, tutti autori presso i quali il ‘tu’ in questione assume sfumature piuttosto differenti, essendo talvolta l’interlocutore concreto, talvolta un ‘altro’ generalizzato, spesso una controfigura teologica.
Esattamente. In un autore come Lévinas tale ambiguità è portata all’estremo. Molto più chiara era la consistenza del ‘tu’ di Buber, da sempre modellato su Dio.
Sebbene una dose di ambiguità permanga anche al fondo di autori, come Habermas, che in apparenza tematizzano la relazione io-tu in una chiave decisamente sociologica. Non è difficile trovare tracce, perlomeno sullo sfondo, nella stessa sostanza comunicativa dell’interazione, dello sfondo utopico di una intersoggettività teologica.
Habermas cerca di mettere fuori gioco la teologia per mezzo della nozione di secolarizzazione, traducendo la relazione io-tu in un evento immanente: un evento comunicativo puramente immanente. Credo che la maggior parte dei versi lirici in realtà si protenda immediatamente oltre questo fine, consistendo piuttosto in un boicottaggio della comunicazione. Il plusvalore psicologico, l’eccesso d’energia proprio di un verso incastrato in una poesia, dipende dalla sua capacità di raggiungere un’altezza tale da saltare oltre la situazione dialogica immediata, quindi oltre tutte le possibilità di inscenare dialoghi di cui la società dispone, si tratti di dialoghi educativi, processuali, di interviste giornalistiche, e così via. Forme che spesso mettono in opera dialoghi veramente apparenti, come succede nelle interviste sui media: la poesia va oltre tutto ciò ed è veramente una reazione all’espansione della falsa dialogicità.
Non si può non pensare qui ad Adorno, all’idea che la lirica sia un’esperienza di negatività che, boicottando la comunicazione, ne denuncia la falsità. E questo ci riconduce al problema dell’utopia. Nel famoso discorso del 1957 su Lirica e società Adorno ha colto nella soggettività della lirica l’espressione di una negatività – di una relazione negativa con il mondo storico – che contiene sempre un momento utopico, una promessa di felicità. Nella sua opera poetica si possono trovare molti rimandi ironici alla bancarotta dell’utopia, spesso legati alla esperienza diretta del fallimento della DDR: nella poesia Lettera al poeta morto, lei parla di «un’utopia / pietrificata in Bitterfeld o in Karl-Marx-Stadt» , mentre in Vita brevis scrive «L’Utopia per esempio… Che dopo Moro abita isole deserte» . Crede forse che il fallimento storico del socialismo reale privi la poesia di ogni forza utopica oppure il fenomeno è più intricato?
Non credo, a meno di non ridurre la letteratura alle idee sociali. È un problema di grande importanza. Ammesso che tutte le utopie sociali siano veramente fallite, cosa che oggi non sappiamo: è sempre possibile che si tengano nascoste nelle pieghe della società. Per esempio è legittimo pensare che il cosiddetto capitalismo neo-liberale porterà alla luce utopie del tutto nuove, che devono ancora sorgere. Ma non credo che la poesia abbia un legame primario con tutto questo. Credo che la poesia sia quasi realmente l’altro, anche l’altro dell’altro, anche l’altro dell’utopia sociale. È fallito solo quel legame di breve termine, per cui la poesia si era quasi lasciata legare alle utopie sociali; come quando si è presentata, in modo diretto, come poesia del comunismo sovietico o di qualche altra visione del mondo propria del ventesimo secolo. Molti hanno percorso queste strade, ma vi sono anche posizioni più solitarie, che tuttavia erano possibili solo sulla base di una speranza in una rivoluzione di sinistra. Questa escursione familiare della poesia è andata a finir male, ed è vero che tale fallimento ha gettato nella spazzatura molte biografie, ha alimentato molte tragedie. Però, per fare un esempio, già una posizione moderna nella lirica del Novecento, quale quella di Mandel’stam, non si lascia mai risolvere completamente in una qualche forma di utopia sociale. Al contrario, Mandel’stam è per me uno dei primi esempi dei sacrifici assurdi che il processo sociale ha richiesto nella poesia. Concretamente ciò significa che la biografia di Mandel’stam è diventata in qualche modo, per me, uno degli argomenti più importanti contro l’ideologia repressiva della conciliazione propria del comunismo sovietico. Mandel’stam è diventato per me il teste principale contro il bolscevismo, e per questo non provo alcun sentimento elegiaco per il socialismo reale, ma solo sarcasmo per il suo fallimento. Questo fallimento lo avverto come una sottile vendetta. Sono falliti i dittatori, i dittatori dell’educazione, i torturatori, le soldatesche… È fallita la repressione come parte dell’utopia, non la speranza.
In tal senso la sua posizione si approssima a quella di Adorno, per il quale il momento utopico è custodito nella negatività.
Naturalmente! Ho avvertito molto presto questa vicinanza. Ma c’è anche dell’altro. Da subito, per un riflesso quasi archeologico, ho tentato di risalire all’origine: anche il pensiero utopico è sempre un pensiero storico! E non c’è nessuna utopia classica che possa essere accettata. Si tratti di Campanella, Moro, della stessa utopia antica – sebbene vi siano eccezioni, forse Jan Bishof, con la sua fantasia giambica dell’isola – in quasi tutti i casi, insomma, non vi è alcun modello utopico che non operi attraverso esclusione, repressione, rigido ordinamento, selezione. Ogni utopia è già da sempre un modello paranoico di comportamento sociale di protesta. Ogni utopia funziona sempre tramite sacrifici, esclusioni, magari anche solo di una minoranza esigua. Il pensiero utopico, non importa se di sinistra o di destra, è quindi – dalla prospettiva della poesia, il cui unico ideale è quello dell’individuo assoluto – il nemico: è completamente indifferente, lo ripeto, se si tratti di utopie di destra o di sinistra.
Alla luce di questo discorso come dovremmo leggere le molte citazioni da Walter Benjamin che costellano i suoi scritti? L’angelo della storia, che procede con le spalle al futuro, compare già molto presto, nella poesia Tu, solo: «Tu, solo con la storia alle / spalle, ‘futuro’ è / già dire troppo» . Più tardi la stessa figura ricompare come Angelo di Alzheim: «Alzheimer: questo sarà il nome ultimo / del terrore? Lo sai, angelo infermo, / che ciò che accade è a posteriori storia» . Crede che anche l’angelo di Benjamin sia esso stesso complice delle conseguenze sinistre del pensiero utopico? E quale ruolo gioca la filosofia di Benjamin nella sua poesia?
L’angelo di Benjamin è di nuovo una figura cangiante: ha un volto teologico ma anche un volto realmente storico. Nell’immagine dell’angelo è importante per me soprattutto la pointe che più o meno suona: «Ciò che chiamiamo il progresso» . Questa è la formula-chiave: qui si nasconde già in Benjamin un sarcasmo e un dubbio profondo verso l’idea del progresso. È sempre un progresso ciò che getta macerie ai nostri piedi. La speranza è sempre un fallire. Nei casi migliori è una dialettica in un eterno stato di sospensione. Andando oltre Benjamin possiamo dire che da una visione del mondo nasce sempre qualcosa d’altro, mai nulla di migliore. Dal punto di vista della storia umana non c’è alcun miglioramento, solo un’infinita catena di cambiamenti e innovazioni. Ma possiamo riconoscere tale situazione solo perché vi sono delle vette, per esempio nella storia dell’arte, dell’architettura, e talvolta, qua e là, anche della vita sociale. Per alcuni, pochi naturalmente, vi è già stato una sorta di paradiso sulla terra, con tutti i beni e i lussi a disposizione. Il meglio, visto puntualmente, è già sempre stato e sempre di nuovo scompare. Sarcasmo, in una parola. Nella storia umana vi sono state epoche che hanno costruito il paradiso per alcuni e l’inferno per altri. E ovunque ora stiamo andando, per noi tutti vi è un inferno.
È solo sarcasmo? Non c’è anche una sofferenza, la sofferenza irredenta del passato? Una sorta di mutazione dell’utopia, ben visibile, in Benjamin, in una speranza di redenzione del passato, delle speranze, delle esistenze e delle biografie perdute? Una qualche forma di dialettica dell’illuminismo, che lasci ancora qualcosa di aperto per il futuro? Il sarcasmo che lei esprime esclude completamente ogni tipo di progresso?
Possiamo anche dire che l’utopia dovrebbe consistere in questo, che vi sia prima o poi una società in cui ciascun uomo abbia le migliori opportunità di sviluppo, indipendentemente dalla sua provenienza, dal suo colore di pelle, o dalla sua religione, e che le possa realizzare in massimo grado, senza che ciò vada a scapito degli altri. È una domanda aperta se tale condizione possa essere realizzata al cento per cento per tutti. Tuttavia la nostalgia di una tale condizione è probabilmente condivisa da tutti, tranne forse dai fascisti – i quali ritengono che, per organizzare la felicità di un determinato gruppo, abbiamo bisogno dell’infelicità di qualche altro gruppo – o dalle società schiavistiche del passato. Ma sostanzialmente non vi è più alcun contrasto in materia. Oggi nessuno vuole più società schiaviste, nessuno vorrebbe il terzo mondo… tutti vorrebbero che a ciascuno andasse bene, ma ci sono idee differenti sul cammino che ci potrebbe condurre sin lì. Si potrebbe discutere a lungo se, proprio per il fatto che a noi va già così bene, ad altri debba necessariamente andare male, se siamo colpevoli per la miseria degli altri. Queste domande rimangono aperte. E sono profondamente radicate nella spinta che muove Benjamin. Si tratta naturalmente di un forte impulso alla compassione, uno degli elementi che confluiscono nella teologia: giacché alla fine questo impulso alla compassione può essere conservato nell’immediato, in apparenza, solo religiosamente.
(continua)









130 commenti
Scusate l’OT, ma vorrei segnalarvi il blog di Lucianone Freud:
http://lucianofreud.splinder.com
Contiene un disperato appello. Non siate insensibili al grido di dolore di un uomo di 74 anni. Contiamo su di voi.
grazie mellloni, ho letto di lei oggi su un blog mi pare quello della dottoressa lipperini, c’era chi disceva che io ero lei e un certo fake e una certa sigla vmo, io ho spiegato credo bene la mia posizione. per qualsiasi cosa lei e chi altri vuole puo’ scrivermi in privato a lucianofreud@virgilio.it oppure a ahoecchime@tin.it per non intasare inutilmente gli spazi discussori qui su nazione indiana e altri blog letterari come quello della dottoressa gaetani, del dottor serino, della già sovracitata dottoressa lipperini, del dottor mozzi, per non parlare qui del dottor biondillo che mi ha fatto i grande onore di lasciare un commento simpaticisimmo su http://lucianofreud.splinder.com
io spero che la comunità letteraria italiana si mobiliti per aiutare mio figlio rinaldo anni 39 a mio carico.
curiculum rinaldo freud
nome rinaldo freud
nato a roma (rm)
il 7.12.1966
residente via nomentana nr, 232
a roma (rm)
studi.
terza media
ha frequentato per unanno e mezzo il geometri a roma (rm)
esperienze professionali.
1989-1989 fattorino all’acotral (azienda consortile trasporti lazio)
1989-91 disoccupato
1991-2003 servizio d’ordine (membro) della s.s. lazio
2004-2004 impiegato falegnameria corati rocca di papa (rm)
2003-2006 disocuppato
svolge ogni tanto mansioni di fattorino a giornata, lavoretti di idraulica ecc.
Lucianone, davvero hanno pensato che tu fossi un fake?
Ma com’è possibile? Non ci credo dài…
te lo giuro, una cosa ingiusta, incredibbile. eppure è così. io non so chi è sto fake, mai sentito nominare, probabile che è americano o inglese, io purtroppo non so le lingue. comunque spero che con questo mio ultimo intervento su rinaldo di avere chiarito la mia posizione, senza intsare inutilmente gli spazi discussori di nazione indiana, di cui ringrazio ancora il dottor biondillo e forlan, angelini, raos, inglese, kraspenhar. ciao.
Davvero un’intervista di grande spessore, un dialogare acceso, mai criptico, intorno ad alcuni nodi fondamentali della poesia contemporanea.
Italo Testa è veramente bravo e sa tenere molto alto il livello complessivo della discussione. Studioso di vaglia, oltre che ottimo poeta egli stesso.
ho tenuto in casa per mesi il Cartesio on the rocks. quella che deteneva i diritti, una mia ex-allieva ora amica (l’unica volta che ho incontrato Biondillo c’era pure lei) blingue traduttrice per Adelphi e Feltrinelli schifata dal “sistema” di entrambe e ora in posizione di boss internazionale me l’aveva passato dicendomi: se ti convince, voglio che lo traduca tu. non mi ha convinto, e io sono nella posizione ideale per fare solo cose che mi convincono al 100%. L’intervista qui sopra mi conferma nella mia impressione. l’equivoco più grande (ce n’è di minori, tipo non cogliere al volo la novità del dressage cartesiano rispetto alla tradizione stoica) è negare l’utopia quando invece il fare poesia si situa per definizione in un non-luogo che ha tutte le caratteristiche dell’utopia, beatitudine compresa.
Com’è strutturata, NI invece è un non-luogo alla Augé. un esempio? il post sul bacio verteva su un’utopia concreta alla portata di tutti, mentre per la poesia ci vuole la patente - e invece di portare frammenti di esperienze e/o di teorie, la ggente ha optato per il cazzeggio. Il discrimine passa cioè non tra serietà e scherzo, ma tra scherzo intelligente o no. L’unico blog che costruisce davvero (intendo blog aperto, gli altri sono riviste) è a mia conoscenza ubicue, cui mi onoro di appartenere.
anch’io un mese fa alla festa delle mamme del Trotter ho fatto la battutina: perché ci sono solo le cubiste? e io, che ero cubista fin dalle medie, quando per guadagnare due soldi ero in catena e facevo piatti su piatti di Picasso & c.? Le mamme assatanate non vedevano l’ora, e così dopo un’ora mi hanno schiaffato sopra un tavolo in mezzo alla pista col complessino live che sparava Light my fire dei Doors (mai sentita la versione anglo-sicula di Zappa, col ritornello: Tengo ‘na minchia tanta? Se qualcuno dicesse: che scherzo di cattivo gusto, db - io per amor di verità gli direi: ignorante vai su google, ma senza disprezzo) e ho VISTO il roveto ardente: mentre i pantaloni andavano giù la mia voce andava su: Moisé! Moisé! al trimonoteismo - ma era solo bruciore di stomaco che mi son fatto passare dopo con un negroni (m’è passata pure la botta all’anca perché all’assolo dalla contentezza ero caduto a terra - mentre una pizza cubista fatico a immaginarla, anche 4 stagioni). Vedi bambina, noi abbiamo perso nel ‘36 ma ora possiamo dire anarchia a testa alta, mentre voi siete allo sfascio e vi vergognate della parola comunismo e chiamate democrazia un meccanismo strano che soddisfa le vostre frustrazioni perpetuandole. Su, che si vive una volta sola! (e la rete non è una casa del popolo)
@andrea
la notte porta normalmente consiglio, e spero anche nel caso del nick qui sopra (spero cioé abbia postato sotto un effetto-choc televisivo subito dopo il testa a testa/testa o croce BP. io non avevo stanotte il problema in quanto reduce dalla prima gratis al Piccolo di Paolino Rossi - bello, sublime quando racconta la messa in scena di Godot anni ‘70 con lui, Andreasi, Iannacci e Gaber. ero con Monica + 1/2 brainstorming, l’emisfero destro-ragionante, e a casa mia abbiamo discusso del “destino” di NI, confermato in pieno da margy cui ho risposto con gli altri dietro ghignanti).
In una parola, proprio quando dovrebbe/potrebbe approfondire, Gruenbein banalizza: l’incipit sulla “trappola hegeliana” è emblematico, lui cavalca un luogo comune-manualistico, una topia che si dissolve appena si cominci a leggere le Lezioni di estetica. Idem su Benjamin. Temo che G risenta negativamente dell’ex-cattività nell’ex-DDR. Che sia stato tradotto da Einaudi (in tedesco ha la sua bella copertina rigida ed è grande il doppio dei bianchini, insomma potevano trattare meglio l’ospite) l’ho saputo ieri googlando, e per dire non so ancora chi l’ha tradotto, e non me ne può fregaddemeno in quanto l’ho già letto).
Il centro dell’intervista a G. è: che senso ha “utopia”? Forlani a mia insaputa ha messo a post un collage che avevo tratto da internet e inviato sotto il post-Chiantelassa. così ho occupato il primo commento sotto il post con un pezzetto mio, tratto sempre da lì, il cui senso era: se siamo ancora compagni, un dibattito sul bacio come momento u-topico concreto (=ossimoro) ecc. ecc. Se la ggente cazzeggia, usa lo spazio del dibattito esattamente come uno spazio di risulta à l’Augé. In questo spazio cioè non si costruisce qualcosa, si deposita solo, e trattandosi di scorie dimmi tu a cosa potrebbe somigliare. Posto che l’obiettivo-principe sia il costruirci qualcosa (= mera ipotesi), i problemi di NI (porto le conclusioni della nostra discussione di ieri notte) sono:
1- accavallamento dei post che “costringono” i dibattenti a migrare-sciamare, e a pizzicare l’argomento invece che sviscerarlo (=l’accavallamento induce al cazzeggio)
2- democraticismo = democrazia fuori-luogo = catatopia, per cui si “deve” lasciar commentare tutti se non in caso di infrazioni estreme (come in parlamento, per intenderci)
3- il problema nick - il problema qui è che il nick non è un problema, e invece lo si intende spesso addirittura come IL problema.
Questo terzo si risolve togliendolo; il primo ponendo delle regole, ad es. un numero massimo di post al giorno, un numero massimo di post per postante, il raggruppamento per temi, come una casa, in cui c’è uno spazio per mangiare (ad es. post-racconti/poesie), uno per chiacchierare (ad es. post-critica), uno per cagare ecc.; il terzo lasciando ad es. al postante la facoltà di eliminare commenti ritenuti incongrui.
Sono affari della redazione. ribadisco che, da quel che ho visto (bazzico da 2 mesi NI, da 2 settimane gironzolo parcamente tra i blog), ubicue è l’unico davvero costruttivo, e cioé costruttivo in senso vero e proprio = che mira all’espressione o all’attuazione pratica, concreta ed efficiente di qualcosa (Devoto-Oli). Mi onoro di farne parte per questo e insieme perché è anarchico.
Qui sopra ho detto a margy “bambina”, eppure non ne conosco l’età né il sesso. Chiamandola bambina, sottintendo 2 cose: che ragiona poco e che può crescere (non ho detto cioé né stupidina né arteriosclerotica). Subito dopo, in progressione sono passato al “voi” che significa univocamente: tu bambina + le bambine come te. Siccome ritengo (tutti di ubicue riteniamo) che il comunismo sia una malattia infantile dell’ubarchismo, ho sviolinato sulla vergogna comunista (che non significa tacere, ma arzigogolare/cavillare sul comunismo al punto che ci si scorda di cosa si sta parlando - mentre un Gruenbein ad es. se lo ricorda, forse troppo).
Non posso dire : bacio le mani, perché il post sul bacio l’ha titolato così Forlani. bacio il culo nemmeno, bacio dove cammini peggio ancora per la postura prona ecc. ecc., e quindi ti dirò, sincero come sempre
bcc. bcc.
d
109 righe per dire: l’intervista è scadente; Grunbein è un poeta mediocre.
Complimenti.
grazie per la pubblicità di unicub, dario, adesso pero’ non ti fissare su quella (c’è già stato in passato uno che ossessivamente faceva i commenti per pubblicizzare il suo blog)
se poi fossi più breve, più in tono, meno compiaciuto, ti leggerei anche volentieri (non trasformarti pero’ in trivella logicogrammatica perché non ti potro’ seguire)
quanto, al Grunbein, detto infretta, mi sembra confermare nell’intervista quanto già si intuisce dalle poesie: un modernista conservatore, con uno scetticismo di taglio metafisico… D’altra parte, se bisogna misurarsi con chi rifugge le utopie, preferisco farlo con un Grunbein, che almeno è coerente nel suo discorso, piuttosto che con un sostenitore del neoliberalismo, che non sapendolo affossa un’utopia per difende un’altra
quanto al fatto che la poesia sia sempre utopica… non credo; una certa poetica del genere lirico moderno la vuole o la interpreta come utopica (cenni su questioni/voragini); per certi versi, come diceva Fortini, la poesia è sempre “conservatrice”
non la poesia, ma il poetare si svolge sempre in un luogo u-topico, che ha le sue soddisfazioni utopiche anche se stai piangendoti addosso: chiedi al Conte quando gli entrava a Silvia o il passero. sveglia!
in 5 righe fm ha detto che sono bravi/gli piacciono intervistato+intervistatore
delle 19 righe mie totali, io ne ho impiegate 12 per dire che
1. conosco bene il Cartesio sull’originale
2. che c’è un “sistema” nella case editrici (ad es. la Colorni voleva lo stile Adelphi - non lo stile dell’autore)
3. che il Cartesio non mi convince al 100%
4. che l’intervista idem = non mi convince
5. per vari motivi minori, uno instar omnium schiacciare Cartesio sullo stoicismo=bufala
6. ma soprattutto perché equivoca sull’utopia dimenticando che il poetare, compreso il suo, è per definizione u-topico
e le restanti 7 per dire che
1. il dibattito sul bacio u-topico è deludente a causa dell’impianto di NI
2. NI per ora è un non-luogo non u-topico dove prevale il cazzeggio
3. che Ubicue è invece un blog costruttivo
Adesso il postante prende un discorso ragionevole per logicogrammaticismo, un esempio concreto per ossessione. e invece tace sui “mi piace” secchi (che come peso equivalgono a “un mi prude”) e non elimina d’imperio i “fatti una bella trombata”.
Vedi Andrea, sul breve ti direi “chi si contenta gode”, ma sul medio e più sinceramente ti dirò “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.
e più sinceramente ancora: sii degno di quello che sei, ma altrove.
DB
quanto alla pubblicità, è come se ti dicessi che tu qui fai il marchettaro. discorsi del cazzo. pensa a NI invece, e alla sua agonia.
caro dario, visto che ti reputo un savio interlocutore, ti ho anche spiegato cosa non apprezzo dei tuoi intereventi (vedi sopra); perché menarla a me del dibattito sul bacio, come tu lo vorresti? questo non c’entra nulla con la moderazione; (infine, io non vengo su ubicue a dire che ni è un vero sito distruttivo, mentre voi di ubicue sapete solo costruire…)
e torniamo alla differenza tra poesis e praxis, le due forme del fare. Però mi sembra strano che G. ascriva alla prassi che si è rovesciata in utopia negativa il fallimento dell’idea stessa di utopia, che come dice db vive sempre nell’esperienza del poetare, cioè nell’attività di G. Io mi chiedo se possa darsi anche una prassi, e non solo una poesis, u-topica, vale a dire an-archica o anche ubarchica. Esiste una prassi senza luogo e senza principio o con infiniti? E’ solo quella della rete?
(come A.M. Carpi) professore ordinario di lingua / letteratura / traduzione tedesca, aver tradotto Rilke / Benn / Enzensberger, aver scritto saggi sul barocco tedesco / su Nietzsche / Kleist / Thomas Mann / Benn / Celan
Fortini dice che la poesia è “conservatrice” perché non s’è visto mai un poeta cambiare il mondo. Ma il poeta conserva il sogno, e lo pratica poetando. “La bocca che si apre per dire no” (alle utopie, alla speranza) “si smentisce da sé” ecc. ecc.
emma e dario, quel che dovevate dirvi ve lo siete detto; ho distillato quanto c’entra con Grunbein
Non è in stretta relazione con l’intervista a Grünbein, e per di più mi sembra un indirizzo già presente su NI. Tuttavia:
http://www.emsf.rai.it/scripts/frameset.asp?tabella=interviste&id=299
Dove si possono evidenziare:
- le riflessioni su “lirica”, “io”, “tu”…
- i richiami a Adorno e Leopardi
- la capacità di Fortini di fare divulgazione “alta”
- eccetera.
(Pace e bene, db)
1. Io faccio lo storico della filosofia, e in più sono “portato” per tradurre. L’affaire Descartes mi è passato sottomano semplicemente perché in questa triplice veste (la terza è l’amicizia) la detentrice dei diritti mi aveva interpellato. Ma ’sto Gruenbein manco sapevo chi era, mentre di più ne so about René.
2. Nel thread (si dice così?) di Mozzi, mentre commentavo IT il racconto, temp mi butta in pasto un pistolotto di Benn chiedendomi di tradurlo (pensavo a sete sua di sapere, o a una sfida di verità, ora penserei più a un détournement, tipo un boccone al cane perché non morda un cristiano [?]). A me Benn stimola l’orticaria, in più il pistolotto mi sono accorto che già stava tradotto, ma un piacere non lo nego a nessuno, e girando in rete ho trovato una poesiola giovanile che mi sembrava ad hoc (avevo cominciato anche a tradurla, in veneto: *El visù del creato: el mas-cio, l’omo!* [dove visù è comune chez nous per bijou, a rendere il tedesco Kronung] look at the endecasillabo). Poi la temp s’era “dimenticata”, e non ne ho fatto niente.
3. Ieri sono passato da Aquila e ho barattato le “Distillazioni” di Benn con un libro mio. E ho visto quel che non dovevo vedere i.e. il BECCANOTTO, come diciamo noi. Io ’sta Carpi non l’avevo mai sentita nominare: per il mestiere che faccio, è una lacuna grave? E Guerra e pace allora, che l’ho cominciato a 14 anni e non l’ho ancora finito?
4. 10 minuti fa ho letto post + commenti di Gruenbein con 4 sue poesie, e ho visto che la Carpi è anche poetessa ecc. ecc. Dovevo leggere prima quel post? siamo sui banchi di scuola, che ho fatto solo mezzo compito? non eri tu Andrea che giustamente dicevi che c’è altro da fare che stare attaccati al pc?
5. “A morte Tayllerand!” della Carpi ho visto che parla della Stazione centrale: io ci abito attacato ergo lo leggerò. E così capirò anche il titolo, perché sono affezionato a T., o meglio alla frase che ripeteva sempre: *Vulgus vult decipi: decipiatur ergo!* Ecco, allo stato attuale, manderei a morte il volgo, prima di T.
Ecco, se Emma posta un indirizzo come quello, il discorso si fa serio, assolutamente serio (tra l’altro, io lo vedo come un suggerimento indiretto al dibattito in corso sotto un altro post sullo scrivere romanzi: per capire come si fa un film, meglio studiare Antonioni che Salvatores).
Io non conosco molto della produzione fortiniana, ma presumo di saperne quanto basta, i.e. il nocciolo. In più, c’è una corda in me scoperta, personale, che ho cara come un voto o una reliquia. Se col cazzeggio mi si dovesse toccare quella, so già che diventerò una belva.
Questo come premessa, che si conclude con: scrivendo *Pace e bene, db*, emma ironizza o fa sul serio? Tolto il dubbio, sono disposto a dialogare fino allo stremo.
DB
PS. Se ad es. io concludo con *Baci e pene, emma*, ciò è inequivocabilmente ironico (per quanto scurrile)
“Pace e bene” significa “pace e bene”.
db, finiamola.
Altrimenti ti chiamo “dario borsa”. O, se lo preferisci, “borsa d’aria”.
Non sono in grado di fare discorsi complessi su Fortini o su Grünbein. E poi non ho tempo.
Di Fortini ho letto soprattutto poesie. Come poeta Fortini mi piace molto. E anche come traduttore di poeti (anche traduttore di poeti tedeschi) (diciamo la resa in italiano, ché di tedesco non so una parola).
“A metà partita” l’ho appena cominciato. Può darsi che mi faccia venire voglia di leggere “Della neve” (ovvero Cartesio in Germania). Può darsi.
Sul Cartesio ho trovato questa intervista, che mi sembra interessante:
http://www.ilportoritrovato.net/html/bibliogrunbein.html
Della Carpi traduttrice di Grünbein ho trovato questa testimonianza:
http://www.provincia.padova.it/Comuni/Monselice/traduzione/28-30%20pdf/carpi.pdf
D. Dottor Grünbein, lei ha scritto molto su Cartesio. Per lui la natura aiuta a ragionare, oppure la ragione è una facoltà naturale?
R. La ragione cartesiana in ogni caso dev’esser stata stimolata dall’astrazione delle forme coperte dal manto di neve. Il mondo appare allora al filosofo come pura costruzione geometrica: ecco perché il metodo cartesiano è come inscritto nella purezza della nave.
D: Lei naviga?
Grünbein si allontana, piangendo a dirotto.
dunque emma abbandona, o come ama dire lei, ha fatto le valige (senza la seconda i, che poi ci vuole anche il puntino, uffa). E pensare che sfruculiando in biblioteca avevo trovato l’ultimo testo di Benn, un frammento che non avrebbe sfigurato tra le “Distillazioni” e dovi trovi tutto l’uomo: la trappola (da cui Gruenbein attinge sin il titolo delle sue Fallen), il superomismo, l’omosessualità, le omeomerie, il nazismo…
Si chiama Die andere Seite, e ne do una prima versione senza troppe pretese (ho dovuto rinunciare alla rima per mantenere l’incalzare del ritmo):
L’ALTRA SPONDA
Guarda quanti segni
un atlante il corpo mio
Qui è passato il mondo
riconosco il marchio suo
Spavaldo ed insolente
delicato non direi
Credi a lui
e non a me…
come puoi gente…
Mai nessun lamento
fermo e zitto lì
Incassando e pazientando
vedi è tutto scritto qui…
Tanto accanimento
un giorno speri finirà
Non conosci il mondo… o non ti ami…
L’altra sponda
non passarci mai
Stanne fuori
fidati di noi!!
Una landa
dove tutto irreale è
Non c’è luce non c’è pace
Affonda
ogni dignità
l’altra sponda
uomini a metà e Dio… che fa…
Trappole e serpenti
da qui non si esce più
Pensieri delinquenti
errori di una gioventù
Stanchi professori
avete vinto voi
Noi restiamo ai margini del cuore…
L’altra sponda
per non chiedere
Alla gogna
chi vuol vivere
Se mi senti
non pensare che hai vinto tu
Un sussulto e passi
all’altra sponda
Terra d’incerti eroi
Che vergogna
Se ti salvi tu è perché gli mentirai…
L’altra sponda..
una macchia che non va via
Un sospetto e sei…
dell’altra sponda
Un gioco ignobile
Chi ti manda
ha morbosità da vendere…
Dai grandi uomini s’impara sempre, e proprio nei frangenti cruciali. Sono alla prima pagina dell’introduzione della Carpi ai distillati di Benn, dove la curatrice difende con fior di documenti il poeta dalle accuse infamanti di essere stato nazista. Intanto il coccolone è durato solo un anno, e aveva origine epidemica perché colpì nello stesso periodo anche Heidegger e altri (senza contare i parenti stretti e lontani). Ma soprattutto fu tutto un equivoco. Alle elezioni del ‘33 c’erano infatti 25 partiti che litigavano fra loro e dicevano tutto e il contrario di tutto. I programmi poi erano un coacervo di punti, comma ecc. Così, come si faceva a scovare il codicillo in cui il Partei se la prendeva con gli ebrei? Bisognava essere dei fissati, o aver tempo da perdere. E Benn sbagliò scheda.
Stiamo dunque attenti tutti il 9 aprile, che se per sbaglio diamo il voto a Prodi, poi chiuderà NI.
La copertina reca la terza e ultima strofa di “Amarilli”: la riporto, perché parla di cervelli bevuti (temp era contenta quando mi chiese di tradurle qualcosa di Benn: spero lo sarà anche adesso, che come suol dirsi sto gettando le basi - anzi, se mi ha promesso Hoelderlin, lo baratterei con una traduzione sua della strofetta qui sotto)
Was wäre noch Stunde dauernd In meinem zerstörten Sinn,
es bricht sich alles schauernd in Augenblicken hin. Cosa sarebbe un’ora che dura
nella mia mente distrutta, tutto va in pezzi, in attimi
si frange rabbrividendo.
@DB
Dario, tu ce l’hai uno stipendio? E anche, se ho capito bene, un sacco di tempo libero? Beh, io no. E in questo momento ho da lavorare. Intervengo solo lì dove ho pensato le cose così a lungo che già le so e mi costano poco tempo o quando mi prendo cinqie minuti di pausa. Tradurre porta via tempo ed energie mentali, almeno a me, e per ora non le ho. Te la faccio la trad. di Hölderlin, ci ho già lavorato ma non è pronta, se avrai deciso di lasciare NI te la metterò su ubique o al tuo indirizzo che hai messo qui da qualche parte. Dammi tregua.
Ne “L’irreparable” di J. Répert, una poesia assai nota in Francia perché venne musicata nel 1965, il refrain fa: *E di notte, e di notte per non sentirti solo ricorderai i tuoi giorni infelici, e capirai in un solo momento cosa vuol dire un anno d’onore. Lo so non servirà* etc. Il refrain mi fa da sottofondo/Stimmung (Stemning direbbe SK), o da basso continuo perché “introduce” sia all’Amarilli (anno/momento = ora/attimo) sia alla prima pagina dell’intr. della Carpi a “Distillazioni”. In essa la Carpi figura non come traduttrice e nemmeno come critica letteraria, bensì come storica tout court. Nel link segnalato da emma, “Una tentazione irresistibile”, la Carpi racconta di sé: * entrata nell’area del tedesco, appena sono stata in grado ho messo non autorizzata le mani su quel divino cinico di Gottfried Benn, che non ho mai più abbandonato.* Diciamo che se ne occupa da almeno 20 anni, quindi conoscerà a menadito la produzione di Benn (intendo anche solo i testi pubblicati in vita, che poi non sono molta roba). Ora, nella prima pagina dell’intr. la Carpi cita abbondantemente un testo del ’51 in cui Benn raccontava la fola della scheda sbagliata, avalla totalmente e passa ad altro. Io, che non conosco affatto Benn, prima su internet ho trovato: *”L’eccezionale istinto biologico per il perfezionamento razziale che aleggia su tutto il movimento non consente di perdere di vista un solo momento quest’unico pensiero” scriveva in incipit a “L’Espressionismo” (1933).* Dunque nel ’51 Benn sostiene che nel ’33 aveva perso di vista il razzismo racchiuso in un punto del programma del Partito nazionalsocialista, ma proprio nel ’33 sosteneva che non era consentito (a chi? a tutti meno lui? c’è qualche fesso che non sente l’arroganza intimidatoria del passo?) perdere di vista il razzismo ecc. ecc. Ciliegina: la Carpi, che dice di aver dedicato la sua vita di studiosa a Benn, perde di vista un testo famoso come “L’espressionismo” del ’33. Deve farsi un’esame della vista, della coscienza, di neanche una o di tutt’e due?
@emma: capirsi è come tradurre = difficile, ma si può. Le cose, lo sai bennissimo con 2 n, stanno così:
1. nel dibattito su Mozzi mi hai chiesto di tradurti un pistolotto di Benn OT.
2. per farti un piacere, mi sono messo, ma poco dopo ho visto che era già tradotto, e mi sono offerto di tradurti una poesiola di Benn, sull’uomo-maiale.
3. tu hai risposto: *Vada per la poesia*
4. per gli incroci della rete, qui ora stiamo parlando di Gruenbein tradotto dalla Carpi che traduce Benn.
5. casualmente trovo “Distillazioni” di Benn, leggo la quartina riportata sulla copertina, inorridisco e mi propongo di tradurla, ossia di rispettare la parola data a te sostituendo l’amarilli al maiale.
6. nel frattempo, sempre su NI tu mi avevi promesso di dare su NI una tua versione di “La veduta” di Hoelderlin, 2 quartine da rompersi la testa.
7. siccome ho visto che su questo thread non intervenivi, dato che Benn l’avevi proposto tu per motivi insondabili in quanto OT, ti volevo agevolare il mantenimento della parola data proponendoti di sostituire Hoelderlin con la quartina di Amarilli. Così entravi in un dibattito che in qualche modo era partito da te e risparmiavi un sacco di tempo (ribadisco: non c’è confronto, quanto a difficoltà di traduzione, tra quell’H e questo B).
@dario
Ma ti rivolgi a Emma o a me?
Mi pare che tu ti rivolga a me. Ora: io non leggo tutti i commenti, e neppure tutti i pezzi, questo non l’avevo scorso fino a questa mattina, e in fretta, e non ho tempo, e poiché però ti ho promesso una traduzione di Hölderlin da confrontare con la tua, che molto ho apprezzato, o Dario Borso, vuoi darmi il tempo? Solo per questo ho lasciato una mia traccia qui, per dirti che arriverà e che mantengo le promesse.
Mi dici:
“Così entravi in un dibattito che in qualche modo era partito da te e risparmiavi un sacco di tempo (ribadisco: non c’è confronto, quanto a difficoltà di traduzione, tra quell’H e questo B)”
Sarò ben io a decidere se voglio entrare in un dibattito, o no? E sarò ben io che decido se e quando e come voglio ridsparmiare tempo, o no?
Emoticon svariati:–)))) ;–))))
Adesso chiudo e fino a questa notte non riapro.
A. Berardinelli, Stili dell’estremismo, Ed. Riuniti 2001, diviso in 3 capp: 1- Stili dell’estremismo: Fortini, Zolla, Tronti, Calasso 2- I rumori dell’essere: Heidegger, Derrida, Severino 3- Il piú pessimista: Cioran. [per me c’è qualcosa che non va: a) un allotrio: Tronti b) due fuori-quota: Fortini e Derrida]
Premessa generale: *l’estremismo è diventato a un certo punto del ‘900 rigidità e cifra stilistica, forma estetica, linguaggio che paralizza e svuota il pensiero dei suoi oggetti e contenuti reali. Non si trattava più di un modo per essere coerentemente fedeli a se stessi o alla realtà rischiando l’ostracismo e l’insuccesso: si trattava ormai del modo più sicuro di attirare l’attenzione distratta dei mass media e farsi rapidamente accettare.*
Fortini: *ha elevato in tutta la sua opera un altare di lugubre e tormentosa devozione barocca alle idee di guerra, guerra di classe, antagonismo, conflitto, contraddizione. La sua aspirazione è sempre stata di mostrarsi, di fronte ai sacerdoti e ai tribunali dell’ortodossia marxista, più fedele ancora di loro, più inventivamente e culturalmente dotato per assolvere il compito, molto delicato e impegnativo, di tenere in vita la lettera e lo spirito della dottrina… con ripetuti rituali retorici nel cielo dell’indiscutibile… un gesto pseudo- discorsivo, il calco vuoto di un discorso impossibile, l’inarcatura retorica che aspetta l’avvento di un avvento reale… Nel suo immaginario culturale sovreccitato, da studente in gara, che ragiona per epoche e per grandi strategie, dentro l’enciclopedismo diligentemente aggiornato del suo sistema di allusioni, Fortini è un pensatore settario… Come in Hegel, la teologia si travasa in politica. Dio è storia, la storia è storia sacra. E quando la rivoluzione si allontana fino a sparire oltre il limite dell’orizzonte, allora è lo spirito stesso dell’Utopia, sono le categorie religiose e spirituali, i versi dei poeti e gli aforismi dei mistici a prendere possesso di un pensiero che si ostina a definirsi politico in assenza di un’attività politica corrispondente che sia visibile o immaginabile.*
Calasso: *Ha un eccellente sistema nervoso, ha sempre voluto essere terribilmente forte e impassibile. Ma questo stato di salute e di efficienza energetica quasi divina, ha un prezzo. Chi non accetta di farsi contagiare, chi non vuole cadere, perdersi, ammalarsi, soffrire dolori e incertezze, è difficile che arrivi a capire gli autori eccellenti. Lui, la sola cosa che voglia e abbia sempre voluto è questo: essere eccellente, essere uno che visibilmente eccelle, che vince.*
Heidegger&c.: *Ci deve pur essere qualcosa negli ex-nazisti non pentiti che affascina tanto gli intellettuali di sinistra italiani. Questo qualcosa è lo Stile: la stilizzazione altamente parodistica dell’intelligenza, l’esibizione coerente, apatica, senza flessioni e senza ripensamenti del proprio pensiero come prodotto di un’intelligenza superiore.*
Conclusione generale: *Le menomazioni degli spiriti eletti e degli specialisti: non ridono e non piangono, non si rallegrano né si disperano. Ma chi è incapace di riso e di pianto è al di qua, non al di là, del bene e del male. La saggezza degli impassibili è solo un’amputazione… L’ammirazione e l’invidia che, a volte, chi è dotato di tutte le proprie facoltà prova nei confronti di chi ne è amputato.*
1- Da un certo punto di vista, Fortini dice sempre la stessa cosa (v. l’intervista linkata da emma): tutto dipende se è giusta o sbagliata.
2- I passi di B. li ho copiaincollati (non ho il libro intero).
3- Le idee non nascono come i funghi: se B. ha fatto il salto, sarà per…
4- La critica dello stile “impassibile” può essere condivisa, ma l’insistenza sul “vincente” lascia trapelare un disagio, una frustrazione da “perd…
5-L’asta per fare il salto (non l’unica credo) è http://72.14.203.104/search?q=cache:YkElsJNGJzgJ:www.ragionpolitica.it/testo.1942.perch_non_amo_opere_franco_fortini.html+stili+dell%27estremismo+berardinelli&hl=it&ct=clnk&cd=10&client=safari del 2004, interessante perché si riferisce a un libro che taglierebbe la testa al toro.
anatomia dell’io: egolatria di borso;
ti faccio il conto: hai scritto 12 commenti, più quelli che ti ho tolto;
dopo di te quello che ha fatto il numero di commenti maggiori sono io: 4 commenti; oscilli dalle 30 alle 70 righe (vedi ultimo commento);
dici anche cosa interessanti, ma con chi parli? cosi è un monologo
io t’invito all’astinenza, a un esercizio di riduzione dell’ego; cinque commenti max, quando il soggetto ti appassiona, non più di 10 righe a commento; (è un po’ come scrivere un sonetto: non più di 14 righe; non più di undici sillabe a riga)
Non capisco dove vuoi arrivare, db, però ho trovato molto interessanti la citazione di Berardinelli e il link a “Ragionpolitica”.
Non sapevo che Forza Italia avesse una politica (diciamo così) cultural-poetica, con tanto di Fortini all’inferno e Pasolini in paradiso. :-)
Mi sono letta l’intervento di Raffaele Iannuzzi.
Mettere a confronto 19 versi di Fortini con 9 versi di Pasolini – spettegolando / sbavando, senza contestualizzare alcunché ma strizzando l’occhio all’improbabile lettore (nonché militante / quadro forzitaliota “in formazione”) – e concludere senz’altro che “l’abisso lirico ed espressivo fra i due è incolmabile e va a tutto vantaggio di Pasolini” dimostra un acume critico stupefacente.
Che ci si debba rivolgere a Forza Italia per risolvere la crisi della critica? :-)
Ringrazio emma, in generale per l’apertura dimostrata qui sopra a un dialogo, e in particolare per i link illuminanti che ha postato.
L’intervista a Gruenbein che siglata (1) promette un seguito (e comunque ha un antecedente nel post di sue poesie) ha a suo centro dialogicità/utopia, con un corteo di riferimenti poetici/filosofici. Il riferimento a Fortini, “dettato” da Inglese, per noi italiani è decisivo (Fortini conosceva bene il corteo). Attorno a questo centro, che potremmo chiamare Gruenbein/Fortini, nel thread si sono formati due nuclei: Benn “predecessore” di Gruenbein (tradotti entrambi dalla Carpi) e Berardinelli “critico” di Fortini. Mi sembra che siamo davanti a veri nodi (tra l’altro la polemica tra B. e Inglese/Raos sarebbe stata su un piano diverso e più profondo coi documenti sopra riportati), e che valga la pena andare avanti. Certo, quando Jannuzzi dice di preferire X, ti vien voglia di dire Y, ma è una trappola. E difatti quel libro meraviglioso che è “Attraverso Pasolini” è un dialogo da cima a fondo.
a me sarebbe piaciuto riflettere sull’asse Grunbein/Fortini intorno alla questione del rapporto poesia/utopia: il modernista conservatore e il (quasi) classicista rivoluzionario…
Ma ho trovato interessanti le due testimonianze su F. postate da db; quello di jannuzzi come curiosità, quello di Berardinelli, perché qui mostra un vero talento nell’”abbassare”. Ed è vero che, con talento, si puo’ abbassare (ridicolizzare, diminuire) tutti quanti, con quello sguardo da valletto da camera di Napoleone, pero’ ben istruito e scaltro. Solo che il tipo di operazione alla Berardinelli mi sembra simmetrica alla beatificazione. Del beatificato non resta nulla di discutibile, del ridicolizzato (abbassato) non resta nulla di cui valga la pena di discutere.
Hai ragione, Inglese, anch’io ho trovato quel libro troppo facile, ma credo nasca dalla pancia di Berardinelli, dalla sua umoralità, dalle sue private idiosincrasie. Mettere assieme Fortini, Zolla, Tronti, Calasso è a mio avviso un “trucco di obiettività”, una mossa retorica. Tra i due conservatori la categoria potrebbe forse valere per Zolla, ma per Calasso? Forse vale per il solo Fortini. E non capisco cosa ci faccia lì Tronti.
In fondo, senza saperlo, anche B. è un estremista.
Per “facile” volevo dire schematico.
In effetti, anche se si presenta come dato interessante, l’insofferenza di Berardinelli per gli “stili dell’estremismo” (insofferenza non solo intellettuale, si direbbe anche psicologica e caratteriale) mi sembra c’entri poco con Grünbein.
Quanto al possibile nesso Fortini/Grünbein: sì, certe riflessioni sembrano richiamarsi l’un l’altra, ma credo sia perché affrontano argomenti simili e anche perché il nesso lo decidiamo noi.
Mi chiedo però (da non addetta ai lavori, e di fatto senza aver letto Grünbein) se un possibile legame tra Fortini e Grünbein non possa essere rappresentato da Brecht (Fortini ha tradotto le poesie di Brecht, anzi c’è una poesia di Fortini che si intitola “Traducendo Brecht”; Grünbein, leggo, ha studiato Storia del teatro a Berlino…).
L’intervista (1) pone problemi grossi: e se fosse uno solo, enorme? Berardinelli è candido nel finale, e guai a soprassedere:
a) La saggezza degli impassibili è solo un’amputazione.
b) Chi è dotato di tutte le proprie facoltà prova invidia nei confronti di chi ne è amputato.
B. nel corso del saggio ha unificato tutti e 8 gli estremisti sotto la categoria di “impassibilità”, con 2 varianti: gli impassibili impenitenti (i nazi) e gli impassibili vincenti (gli altri) [Al bar si direbbe: comunque spocchia (= imperterrito e borioso sussiego, Devoto-Oli)]. Si può sindacare se tutti gli 8 sono spocchiosi, ma B. ha ragione a collegare impassibilità ad amputazione di facoltà. Anzi, si può dire di più, e nel senso prospettato da B. stesso contro Calasso: le varie facoltà amputate si riducono a una sola, ma decisiva sul piano del pensiero: l’empatia.
Ora, quel “chi è dotato…” è, tra gli altri, B. stesso (senza tale coincidenza non avremmo il libro), ed è dal piano basso dei sentimenti (basso per gli impassibili - ecco lo stoicismo, ecco Gruenbein) che B sferra l’attacco. Tutto bene, solo, c’è un però: cosa c’entra “invidia”? Se io sono convinto di aver ragione, dovrei invidiare chi spocchiosamente pensa di averla lui? Socrate fu per caso invidioso dei sofisti?
Kierkegaard scrisse un libriccino (Due epoche, ed. Millelire, amato da Wittgenstein e Kafka), in cui poneva l’invidia come motore unico e totale della società contemporanea,i.e. dei suoi mali. Io dico solo questo: se da destra guardo cosa succede nella sinistra e individuo un invidioso, gli offro un posto e lo lascio lavorare. Jannuzzi ha individuato B., l’ha adulato quel po’ che basta e passato in spolvero a Ferrara: la dialettica di questo minilluminismo è che davvero B. sul Foglio può scrivere ciò che vuole.
Infine: degli 8 l’unico che non deride impassibilmente l’utopia come fola da ingenui è Fortini, il quale invece viene deriso da B. Eppure B. non è degli 8, non è un impassibile… Certo, ma è cinico, ed è cinico qua invidioso.
a) La saggezza degli impassibili è solo un’amputazione.
Questa convinzione, e non mi interessa in questo momento di chi sia, è molto “nostra”, molto occidentale.
L’impassibilità in altre culture non è amputazione, è superamento.
Era amputazione, nel caso di Zolla? Chissà.
A me Zolla, per quel che ne ho letto, ha dato l’impressione di essere un grande passionale. Non un grande impassibile. Non un appassionato di uomini, magari, ma un appassionato di “vette”. E dunque anche un uomo sprezzante (cercare le vette senza essere santi può anche portare a strani risultati). Cercando di essere caritatevole (in quanto occidentale;–) anche nei confrotni di Zolla, da dove viene il suo essere sprezzante, da un cammino?
Ma certo, la ricerca delle “vette” può essere nei risultati poco empatica, e sembrare poco caritatevole.
E poi, B. “deride” F.? Non credo. La derisione nasce spesso da ferite profonde, da percorsi sotterranei anche tortuosi.
E non definirei B. né cinico né invidioso, in B. parla a mio avviso sempre un sognatore deluso.
Io sono late comer e quindi ingenuo e disinformato. Però a me non convince proprio il metodo di B. Raggruppare l’estremismo sotto categorie stilistiche significa avere già dato per presupposto che ciò che conta è lo stile e non ciò che attraverso lo stile viene detto. Porre l’estremismo sotto la categoria di impassibilità significa riduzione ad uno degli estremismi, ovvero mettere in non cale la differenza tra le visioni del mondo. E’ strano, visto che alcuni degli autori citati hanno lavorato molto sull’ideologia (Tronti e Fortini per quel che ne so, e Calasso da un altro punto di vista) Per me è un’operazione che puzza. Ma dov’è l’estremismo di Tronti? Nello stile? Non stò alla contrapposizione forma/contenuto (ingenuo sì ma non fino a questo punto) ma al presupposto post-ideologico dell’operazione. Chiunque abbia letto Tronti sa che il suo recupero di Schmitt, ossia l’intellettuale più organico al nazismo, molto più di Heidegger, non dipende da una fascinazione per l’impassibilità dello stile, ma per pensare l’autonomia del politico etc. e si riferisce quindi a un tentativo di intervenire nel momento politico, cioè è quanto di più lontanto dall’impassibilità perché se intervengo vuol dire che I care come direbbe Quelo. E poi l’impassibilità. Nec ridere nec lugere…per Spinoza era un metodo non uno stile. Ecco, sono confuso
andrea: *a me sarebbe piaciuto riflettere sull’asse Grunbein/Fortini intorno alla questione del rapporto poesia/utopia* perché non “piacerebbe”, o “piace” o “voglio”? i post scadono come il latte?
* Berardinelli qui mostra un vero talento nell’”abbassare”* talento = capacità intellettuale non comune , associata a a genialità o estro vivace (Devoto-Oli); se poi si rafforza con “vero” = capacità intellettuale esimia, associata a genialità. Comunque sia, se la capacità è tale, tu supponi che in atto i.e. nel libro B. sia riuscito ad abbassare. Neanche per sogno: degli 8, i 4 filosofi neanche li sfiora, i 3 saggisti forse li solletica, e Fortini… Il bello è che lo sa B. stesso, e lo rivela dicendo invidia (chi abbassa realmente il nemico, non può invidiare un morto).
temp. (che ha letto in fretta il collage di B., altrimenti avrebbe colto che di impassibilità come amputazione parla B., mentre io una cosa del genere non mi sognerei di dirla) nega che nel libro di B. ci sia derisione, cinismo e invidia. Riprendo il passo conclusivo di B.
*l’ammirazione e l’invidia che, a volte, chi è dotato di tutte le proprie facoltà prova nei confronti di chi ne è amputato*
strano: chi è dotato di tutte le facoltà a volte prova ammirazione e invidia nei confronti di chi ne è amputato. Se la mettessimo sul fisico, non reggerebbe. Sulle facoltà spirituali regge solo ponendo che l’amputazione di una facoltà abbia portato all’affinamento dell’altra (ecco i talenti, Andrea). E questo è il caso nostro: empatia calda e analisi fredda, coinvolgimento e distacco, vista corta e vista lunga (le vette di Zolla). Impassibilità (stoica – atarassia) = anestesia della passione empatia/amputazione. B. sa che quelli “ragionano” meglio di lui anche se manca loro qualcosa che lui ha: da ciò la palese ammirazione e la malcelata invidia (B. scrive ammirazione E invidia, non ammirazione O invidia).
L’invidia insomma c’è, nel testo.
temp. carta cinismo e derisione perché non crede a *ferite profonde, percorsi sotterranei anche tortuosi* Dovrebbe mettersi d’accordo con se stessa, o almeno col suo commento precedente, dove parla di *pancia, umoralità, private idiosincrasie* (tutta roba profonda, sotterranea e tortuosa, come fa notare emma: *insofferenza non solo intellettuale, si direbbe anche psicologica e caratteriale*). Ma sto all’ultima temp, che sintetizza tutto con *sognatore deluso*.
Sognatore = persona che segue un proprio mondo di aspirazioni illusorie (Devoto-Oli, unica accezione)
Deluso = dolorosamente contrariato o avvilito per la frustrazione delle proprie speranze (accezione unica)
Temp dice “sempre”, e non regge: la delusione non è sempre, ma dopo l’illusione. Ed eccolo il berardinello, che ha tirato per la gonna la mamma nella speranza che lo prendesse in braccio, e invece lei impassibile manco lo caga. L’istinto materno porterebbe a consolarlo, l’amore per la verità a dirgli che ormai è grande, e a dargli casomai una mano.
Con la Carpi invece siamo in braccio agli impassibili, in braccio a Benn/ King-Kong: lei sta bene, ma da nana.
@db
Avevo letto in fretta ma benissimo;–) so che lo sostiene B. e infatti non ho attribuito l’affermazione a te, io il libro l’ho letto, quando è uscito. Ma conosco anche gli altri libri di B., e per questo sostengo che in B. (in generale) non ci sia tutto questo che tu vedi, ma molte altre e più sofferte cose.
di questa frase che tu citi:
*l’ammirazione e l’invidia che, a volte, chi è dotato di tutte le proprie facoltà prova nei confronti di chi ne è amputato*
io condivido l’analisi che ne fai sotto, son d’accordo.
ma dici anche:
“B. sa che quelli “ragionano” meglio di lui anche se manca loro qualcosa che lui ha: da ciò la palese ammirazione e la malcelata invidia (B. scrive ammirazione E invidia, non ammirazione O invidia)”
Ora, B. non invidia quelli che ragionano meglio di lui, non li ama, ma non li invidia, anzi, trova che inquinino e minaccino un universo etico-poetico che lui sente come suo e che è alla frutta, o forse alla buccia.
Ci sono alcuni dei sentimenti che tu dici, ma non per le ragioni che tu dici.
Il pensiero astratto, l’analisi spietata del testo non sono nell’orizzonte di B.
Le sue categorie sono altre.
Io non lo difendo, sono di rado d’accordo con lui, ma lo conosco bene e qui per qualche ragione (forse le “tue” categorie), stai prendendo un granchio.
Se non mi credi vai a vedere quali sono i poeti che “da sempre” Berardinelli sostiene.
Perché pensi che chi non ragiona bene invidi chi ragiona bene? C’è chi della ragione di cui tu dici diffida profondamente, perché la vede come distruttrice di mondi. B. a mio avviso è tra questi.
P.S. a quanto sopra.
Un critico conservatore non è necessariamente un critico invidioso.
E poi B. è un letterato e i letterati, scusa, spesso pensano male, passando dalla testa alla pancia e viceversa. I ragionatori sono scarsi tra le loro schiere.
Ricordo di lui sul Sole una recensione a Heidegger penosa, quando a ragionamento, ma estremamente indicativa di dove B. stia. E certo non provava invidia per Heidegger.
non ho letto questo libro di B., ma la partenza è accativante: mi sembra che voglia individuare la dimensione estetizzante di un estremismo filosofico o politico. E quindi ricondurre l’esplicito concettuale all’implicita posa stilistica: dove stile conduce, poi, velocemente a psicologia, quindi a psico/critica. Chi non vorrebbe fare o leggere psico/critica di gente come Derrida o Heidegger? O di Fortini stesso?
E per quanto riguarda il brano su Fortini che hai messo (dario), il ritratto di B. ha qualcosa di verosimile, ed a mio parere è ben fatto. Ma in definitiva come dice Temp è schematico, e io direi anche facile (è facile “abbassare”) e fuorviante, perché evita di entrare nel merito del discorso fortiniano. E’ sempre più facile fare una caricatura di Heidegger e delle sue pose, piuttosto che smontare teoricamente le sue posizioni. Per fare cio’ bisogna avere un tutt’altro talento, speculativo, e poi competenza filosofica (il lato tecnico). E’ chiaro che Berardinelli non è un teorico e nemmeno ha seria competenza filosofica. Eppure ribadisco, ha un talento ma a livello di dibattito di idee (doxa) e nel dipingere “caractères”, come un moralista seicentesco. (Dei suoi moventi, pero’, m’importa poco. Non faccio psico/critica di B.)
vorrei parlare di poesia e utopia: se avessi tempo, se l’argomento coinvolgesse altri, ecc. ecc. Il condizionale è d’obbligo.
ps il partito preso di Berardinelli: il senso comune o il buon senso (voluta ambiguità).
“è facile abbassare”, soprattutto quando “abbassati” sono i filosofi (gli stravaganti) da parte del senso comune.
“è facile abbassare”, sopratutto quando “abbassati” sono artisti, che lavorano nell’ambito della ricerca (eredità modernista, o avanguardista o altro ancora); le loro opere, agli occhi del senso comune, sono “prive” di senso, senza regole, e facili da fare;
ma il senso comune ha anche le sue ragioni: sopratutto perché filosofi e artisti “impostori” sono sempre esistiti
Derrida non è certo tenero col senso comune, eppure ha detto la cosa più sensata in assoluto su Heidegger nazi, i.e. + o -: il problema non è se si compromise, ma quanto quella compromissione è dentro le fibre del suo pensiero: dopodiché, all’opera! (non alla B.).
Onestamente, collageando B. e dantoti il link di Iannuzzi pensavo di farti un favore, giusto per sapere com’era fatto il tir che vi è venuto addosso: ma fa niente (una battuta filosofica di P. Rossi che potrebbe fare da esergo al dibattito in corso sotto il post Primumvivere: il problema non è se va via Berlusconi, il problema è quanto di lui sarà rimasto in noi dopo che se ne andrà). Tieni presente che in rete c’è tutta la parte di B. riguardante Fortini, e che il link di Fortini postato da emma contiene in nuce tutto F. (a proposito di sana divulgazione e/o trash).
Ti do una dritta: puoi fare qualsiasi tipo di analisi sui testi letterari, ma un discorso sugli intellettuali senza psicocritica è tempo perso.
Un’ultima cosa: tu forse hai tempo e forse no, temp non ha tempo e emma va e viene. Sarei scemo a impegnarmi se stiamo noi 4: io penserei che almeno a leggere sono in molti (per me, quello che faccio è politica pura), ma tu che sai comìè la faccenda, c’è o no sta gente?
@db
mi sa che gli unici a casa il sabato sera siamo io e te. Io odio uscire, ma tu?
Adesso ho mezz’ora e mi leggo tutti i link.
temp 6 1 tesoro!
my program dalle 22 alle 24 al Rolling Stone (suona anche mio figlio Guido di 15 anni col gruppo punk Thee Dust (Thee shakespeariano: Tu polvere /Pulvis es, et in pulvem reverteris). poi subito da te, anche coricata;-)
Temp, db, A.I.,
forse la conoscete già o l’avete comunque trovata, ma se non è così vi faccio presente che l’intervista a Fortini su “Che cos’è la poesia” esiste anche in versione audiovideo.
Qui:
http://www.educational.rai.it/railibro/interviste.asp?id=22
E c’è anche questa, sul tradurre poesie:
http://www.educational.rai.it/railibro/interviste.asp?id=44
NB: è vietato usare i materiali di cui sopra per formulare psicocritiche negative (peraltro obiettivamente impossibili e ingiustificate)
http://www.educational.rai.it/railibro/interviste.asp?id=21
un compagno della scuola
(≠ un segaiolo della rete)
@Tutti
grazie dei link vari, meno l’ultimo di Compagno li ho letti e ascloltati tutti e non mi ci ritrovo ma non ho tempo di dire perché, un’unica cosa, parlando della traduzione Fortini dice che si preparava leggendo autori italiani che potessero dargli una lingua da usare poii nella traduzione di Kafka, ad esempio.
Trovo questo sistema peggio che criticabile, mostruoso. Kafka non è simile a nessuno, o ti metti in ascolto della lingua di Kafka e cerchi con tutta la tua bastarda esperienza linguistica di trasportare Kafka in italiano o partorirai un mulo, sterile come tutti i muli. Adesso io le traduzioni di Kafka fatte da Fortini non so se le ho, ma certamente prima o poi me le guarderò.
Kafka non è gelido, ma come si può dir questo!?! La scrittura di Kafka ha un tasso di precizione ed emotività tanto intrecciate da rasentar l’abisso.
E’ un OT, si, ma venuto dal cuore.
Franco Fortini
Traducendo Brecht
Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
“Una volta per sempre” - 1963
*
Franco Fortini
Sopra questa pietra
Sopra questa pietra
posso ora fermarmi. Dico alcune parole
nello spazio vuoto preciso.
Le grandi storie
tentennano in sonno, vacillano
nelle teche i crani
dei poeti sovrani.
L’enigma verde ride la sua promessa.
Olmi e oh vetrate di Trinity illuminatevi!
Ecco il fulmine di giugno.
Batte l’acquata gronde e guglie.
Lo spazio dei dilemmi è verde e vuoto.
Non può vedermi più nessuno qui, nessuno
mi farà male mai più.
“Composita solvantur” – 1994
*****
Durs Grünbein
Vita brevis
A farla breve, io son cresciuto nello squallore, nei disastri che incombono
su ogni cosa si misconosca. Fra passeri e spie ero un temerario
quando la piazza degli appelli era vuota, zitto invece dietro una massa silenziosa.
Clown con sette lingue e ragazzo del coro con il gusto delle storielle ciniche.
Parlando non richiesto, così come altri sputano, per conto mio
ho rinnegato con macabre battute tutti gli shock dell’impotenza.
Poiché la Storia, scacco dell’uomo, era a mio svantaggio.
Là dov’io crebbi s’incontrava grandezza solo nelle leggende.
Ho appreso insieme a leggere e a dissimulare, in precoci esercizi
fra i bigotti ho fatto il San Tommaso, il San Pietro fra gli eretici.
Vidi gli zeri ricoperti di onori e i giganti estenuarsi tra i nani.
Il disertore nato: meglio morto che mirare al cuore di qualcuno.
Ho vomitato dai panzer, in caserma ho preso sonno piangendo,
al campo mi radevo la ghigna storta curvo sopra un mastello.
Al calcio ebbi scassata l’anima prima che i ginocchi:
Quante volte tornavo a casa spergiurando che “va tutto bene, non è niente”.
Ho timbrato pratiche davanti al mangiacarte, pitturato alberi di verde,
fantasticato su tutto, di cose che non esistono nemmeno in sogno.
Utopia per esempio… Che dopo Moro abita isole deserte.
(…)
“Dopo le satire“ – 1999
*
Durs Grünbein
Ostrakon Dresda 1284
Sono sveglio, nel letto, e la notte
abbuia ciò che di me fino all’ultimo
era chiaro, quest’epidermide.
Dai materassi azzurri, fra le stecche
filtra l’acqua, in gocce salate –
o se fosse invece la carne?
Varcando le ore, da orecchio a orecchio
migra il respiro, il polso remoto
esposto dietro la parete.
Corpo mortale, espulso dalla gravità,
una stella spenta mi cuce al letto
con la sua luce residua.
Tutto là fuori è per me troppo violento.
Persino dall’occhio composito di un moscerino
viene la distruzione.
“Dopo le satire“ – 1999
@temp (ma anche a emma).
siccome sento di aver tradito una parola data (anche se una parolina: che ieri notte mi sarei fatto vivo), ho scritto la giustifica su http://www.ubicue.splinder.com
ho un problema sul link Fortini/traduzione: leggo solo le domande, e invece delle risposte una frase zen, sempre la stessa *guarda e ascolta*. E’ zen perché fa morire dalla voglia finché muore la voglia, ma io da buon (?) occidentale voglio/devo leggerlo. Se clicco su guarda e ascolta, non mi esce niente: c’è un altro link? emma, ti supplico! Grazie davvero poi per le 4 poesie: secondo me “dicono” tutto, ma cosa?
Intanto leggerle mi ha tolto il cerchio alla testa. Ed è già un bene.
buona domenica!
@db
ma tutti quei geroglifici molto eleganti, anche se incomprensibili, che io vedo su ubique, sono una crisi grafica parossistica, l’essenza del blog o una carenza tecnica del mio amat.mo comp?
A ce soir
Mi spiace, db, non ho trovato la versione scritta delle risposte di Fortini sulla traduzione.
Dopo aver cliccato su “Guarda e ascolta”, dopo aver aspettato un po’, sul mio PC si apre la finestra di Real player. Poi tutto procede, salvo qualche momentaneo blocco, probabilmente evitabile scaricando il file prima (tasto destro del mouse su “Guarda e ascolta” - cliccare su “salva oggetto con nome” - salvare, per es. sul desktop - cliccare sull’icona del programma per avviare il programma).
Se non hai Real player (ma allora avrai un programma analogo), puoi scaricare il lettore Real player (VERSIONE GRATUITA) qui:
http://italy.real.com/player/?&src=ZG.it.idx,ZG.it.rp.rp.hd.def
db: “…le 4 poesie: secondo me “dicono” tutto, ma cosa?”
Secondo me (ma è troppo poco) dicono/dichiarano:
- una comune fede (una fede forte, fortissima) nella poesia;
- il riconoscimento, nonostante tutto, di radici e di tradizioni;
- la possibilità (della poesia) di dire e di comunicare (non una comunicazione banale), anche con forme mutuate dalla tradizione;
- una propensione per il sarcastico e le sue forme (in Fortini qui si vede poco, ma ci sono poesie di Fortini che non possono essere definite diversamente);
- un fondo di tragico, che deriva dall’azione (stratificata, storica) degli uomini e da quanto di inesorabile c’è nella natura (più speranza nella possibilità di mutare l’azione e la condizione degli uomini in Fortini; speranza ridotta a quasi nulla in Grünbein).
a db
“Sarei scemo a impegnarmi se stiamo noi 4: io penserei che almeno a leggere sono in molti (per me, quello che faccio è politica pura), ma tu che sai comìè la faccenda, c’è o no sta gente?”
Non so se altri seguono una discussione come questa, lunga e a ramificazione. Sono d’accordo pero’ con quanto dici: “quello che faccio è politica pura”. E questo vale ovviamente per Emma e Temp. Ma proprio per questo, e tu pure hai contribuito a farmelo capire, sobrietà negli interventi e fedeltà ai temi, sono aspetti importanti della questione. Oggi si confonde volentieri la tendenza ad approfondire (con strumenti idonei) con la tendenza ad esibirsi: e siccome gli strumenti scarseggiano, si denuncia appena si puo’ l’esibizionismo. “Politica” credo sia proprio la voglia di mostrare che l’approfondimento e l’uso di strumenti idonei (anche sofisticati) non siano semplice e “liquidabile” esibizionismo. Ma riuscire in questo comporta una “misura” non immediatamente evidente: misura del discorso. Che non c’entra niente con il “marketing” del discorso (ossia come rendere /qualsiasi/discorso accativante per tutti, falsamente alla portata di tutti).
(Ho scritto una mezza cosa sulla letteratura, a partire da un’idea di Fortini. Spero prima o poi di postarla.)
io spero che tu emma e temp. abbiate capito giusto e al volo: se siamo in 4 tanto vale chiudere qui e proseguire per e-mail (io non ho mai mollato un dialogo “teorico” in vita mia, anzi a volte ho proseguito da solo col muro), e ti ho chiesto la tua idea/opinione in quanto redattore.
L’ho già detto: se si scherza scherzo, se si fa sul serio faccio sul serio. Guardiamo questo thread: sono partito su Gruenbein dicendo che conosco bene il suo Cartesio (esibizionismo o verità?), ho avanzato prime, tenui perplessità (non: mi piace/non mi piace, che non è né scherzo né serio, è nulla) e avvertito che NI mostra carenze strutturali a reggere un dibattito serio. Questo mio primo commento è stato commentato da uno così: “fatti una bella trombata ecc”. Allora andrea, aut-aut: o tu postante lo tagli, o io allo scherzo (da preti) rispondo con lo scherzo (da mangiapreti) - NB non reagisco né me la prendo: semplicemente mi piace anche scherzare. Idem con Marzullo: se lui appronta un teatrino-intervista, mi ci butto e mi diverto. A meno che tu non tagli Marzullo (avrai capito come la penso io: il blog è una casa e in una casa ci entra chi vuole l’ospitante: la rete è il mondo e ci entra chi vuole). Detto questo:
1- io faccio qui (bene o male) solo critica testuale:ad es., a me non me ne frega niente se Berardinelli nella vita è invidioso, gentile ecc. : io vedo solo il termine “invidia” nel suo testo. In questo senso ho sbagliato a seguirti sulla “psicocritica”, che se non erro si aggancia a una metafisica psicanalitica. Niente di tutto ciò, però: se uno analizza non lo scritto ma lo scrivere, non l’opera ma l’operare, diventa importante l’atto, o l’acting out che è la scrittura. L’analisi ovviamente avviene ancora e solo sul prodotto, ma con un occhio particolare al produrre. Un esempio? Il lapsus: per uno che guarda il prodotto, non è importante, sì invece nell’altro caso. NB il lapsus calami è nato prima della psicanalisi e morirà dopo - per dire che analizzare un lapsus non vuol dire fare psicanalisi della letteratura (un inciso che nasce e muore qui: B. mette come titolo “Stili dell’estremismo”, ma poi non fa critica stilistica o dello stile: dice che sono supponenti, come al bar, e difatti quello caro Andrea è un libro trash = libello velenoso di bassa fattura)
2- nel settore umanistico, ogni discorso è riducibile a un livello di comprensione universale, Wittgenstein compreso: io cioè posso/devo spiegarne il nocciolo a mia madre, un’ex-ostessa con la V elementare).
Perciò ti inviterei a prendere la tua mezza cosa, ridurla magari col copiaincolla a 1/4 di cosa, e postarla qui. E’ importante, se questo dialogo è importante (c’è un seguito (2) dell’intervista a Gruenbein?).
Ti ripeto, non so se siamo in quattro e basta, oppure in quattro col morto, oppure in quattro con molti morti; ma a questo punto email o comments, non cambia granché…
mi piace/non mi piace: in NI ho parlato una volta di critica “esclamativa” o qualcosa del genere. Sulla quale non ho nessuna perplessità. E’ un primo grado di risposta, e ha una sua legittimità. Le rotture di palle non nascono mai a questo livello, ma dai discorsi che pretendono di legittimre concettualmente la critica esclamativa.
Secondo me quella che fai su B. è psico/critica, che ha una versione forse più metafisica e una versione più “testuale” (io per altro amo certe opere di psico/critica tra cui metterei lo starobinski su Rousseau) ma il discorso sull’invidia rimane comunque ambiguo, considerando che si tratta di un saggio e non di un romanzo (dove l’atto invidioso è riconducibile al personaggio e stop); ma dico, più dell’analisi testuale, perché non tiri una somma sulla “strategia” di Berardinelli saggista (visto che hai letto il suo libello)… Dove vuole andare a parare? (Io me lo sono chiesto, nella polemica sulla poesia francese… )
“dice che sono supponenti come al bar”; appunto: ci siamo. B. decide di portare filosofi e poeti (certi filosofi e certi poeti) davanti non al tribunale della ragione, ma a un tribunale del bar = tu dici= io direi del “senso comune”, e siamo d’accordo. Solo che, in libri vecchi, B. ha fatto funzionare anche bene questo suo tribunale: contro certi atteggiamenti della nuova sinistra, dei circoli poetici, ecc. Ma anche allora il dubbio grosso era: ma dove, alla fine, vuole andare a parare? Secondo me ad una posizione conservatrici, sia in politica che in poesia. Ma attraverso un classico percorso da amante deluso.
dici: “nel settore umanistico, ogni discorso è riducibile a un livello di comprensione universale, Wittgenstein compreso: io cioè posso/devo spiegarne il nocciolo a mia madre, un’ex-ostessa con la V elementare”
d’accordissimo
Io ci sono, non nel pieno delle mie facoltà ma pur sempre presente.
E neppure a me interessa se si è in quattro o in due. Non mi interessano i grandi numeri, ma i molto colloqui e qui (su NI intendo), checcé se ne dica, con qualche slalom ne ho avuti.
@db non puoi pensare che questo sia un luogo compatto, è poroso, e c’è di tutto, ma anche in piazza ci sono i capannelli, no? alcuni più interessanti di altri.
Se vuoi un certo ordine non resta che l’aula, ma non è un colloquio alla pari, è per forza di cose gerarchico, qui no, e lo trovo un vantaggio.
Quanto a B., come si fa a prescindere, nel giudizio su un suo testo, dalla forte carica di idiosincrasia personale che lui ci mette? Questa è letteratura, non filosofia, dove la temperatura emotiva è tenuta bassa.
A. Berardinelli, Fortini, La Nuova Italia, Firenze 1974 (potrebbe essere il primo libro di B. in assoluto). Qualcuno ce l’ha sottomano? In rete ho visto che Composita solvantur è stato tradotto in tedesco nel 2002. Il libretto uscì nel febbraio 1994, e Fortini morì in novembre. Quindi scelse lui la poesia da mettere in copertina, come la Carpi con Benn.
E’ l’ultima del testo, poiché quella che in effetti chiude è in corsivo e Fortini nelle note ne dice: “più che che una sequenza di versi mi pare una epitome autobiografica”. Quella postata da emma fa parte pur essa della sezione ultima, titolata come il libro.
Adesso una scoperta dell’utima ora (o dell’acqua calda?). Un epigramma in appendice a Composita suona:
A UN CRITICO
Del mio prossimo gelo allegro araldo
già freddi proclamavi i versi miei?
Lo so e da quanto! Ma tu no. Tu sei
da poco estinto, ancora caldo.
(non mi è andata bene col link di Fortini: lo leggerò domani a scuola)
Non so se può interessare, ma non siete soli: conosco almeno altre sei persone (me compreso) che stanno seguendo il dibattito fin dall’inizio, raccogliendo parecchi spunti e informazioni utili (e non solo sui link postati).
Penso che, a volte, intervenire solo per dire che si è d’accordo con un commento, con una critica o con qualsivoglia considerazione, è un esercizio di pura calligrafia: inutile.
Grazie a tutti per il contributo che state dando.
Anch’io sto seguendo, e con molto interesse.
La mia impressione è che Berardinelli fatichi ad accogliere linee di ricerca poetica troppo distanti da una certa tradizione lirica novecentesca e dalle strutture formali (soprattutto dalle sonorità) proprie di questa tradizione lirica.
Che dunque i suoi rifiuti siano il risultato (quasi un riflesso condizionato) di un gusto educato e assuefatto in maniera unidirezionale.
È un atteggiamento che si riscontra anche in altri nomi di rilievo, magari coinvolti in passioni e percorsi poetici di altro tipo, ma ugualmente interessati solo ai *propri* percorsi.
Critici o poeti-critici aperti a una m