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	<title>Commenti a: Gli anni di piombo, Berlusconi, la lingua</title>
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	<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 17:29:26 +0000</pubDate>
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		<title>Di: r.r.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26175</link>
		<dc:creator>r.r.</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Apr 2006 08:11:24 +0000</pubDate>
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		<description>leggo e fedelmente riporto (nel tono tutto di sintesi, ma utile, e SISTEMATICO, e implacabile per gli addentellati con l'oggi.... - per chi li voglia vedere):

"accanto a questa ipotesi disseminata e aproblematica di testualità [il rilancio dell'io, dalla 'parola innamorata' in poi...], coinvolgente poeti, filosofi e critici (divenuti a loro volta mezzo poeti e mezzo filosofi in un clima che esclude a priori la CRITICA [ieri come oggi, mi pare, tendenzialmente...], vive e prospera il parallelo rapporto con il mercato editoriale, nel quale sono coinvolti soprattutto i narratori (con l'esclusione di quelli sperimentali, ridotti alla condizione iniziatica - per addetti ai lavori - dei poeti) [ieri come oggi, mutatis mutandis: cfr i 'letterati' alla wu ming, eccetera, nei RISCHI del loro sperimentalismo iniziatico e sostanzialmente rifondativo del 'ruolo' dello scrittore...]. Per questi può valere la pena di tentare la strada del bestseller dosando gli ingredienti opportuni, compresi quelli, indispensabili, extraletterari (da guadagnarsi con i giornali o meglio con la TV) [e con il web, oggi...]. Il romanzo intellettualmente impegnativo - al passo con il clima culturale (....) e leggibile (...) o quello tradizionale  e'ben fatto' (...) o quello minimalista con presunzione microfilosofica. (...) Sulla beata innocenza della STRAGRANDE produzione narrativa, ai suoi buoni livelli di decoro [di genere, o, all'opposto, ma specularmente, di ultrasperimentazione formale], si riflette intera l'ombra della passività (culturale e FORMALE)" - P. Cataldi, Le idee della letteratura,'94.

trattasi di uno spaccato della situazione letteraria (narrativa, poetica e della critica: e quindi della dimensione LINGUISTICA tout court ), della nostra cultura tra fine anni '70 e '80. se non si parte da questa (rigorosa) descrizione della realtà letteraria (dagli anni '70, appunto), da questo severo approccio nell'affrontare il nostro passato letterario fino ad oggi (la sua PASSIVITà), è difficile, sinceramente, proseguire. mi sembra che si abbia qualche difficoltà ad affrontare per primo questo snodo. propedeutico agli elenchi di chi c'era e di chi c'è, a riflessioni sul piano linguistico degli eventi letterari...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>leggo e fedelmente riporto (nel tono tutto di sintesi, ma utile, e SISTEMATICO, e implacabile per gli addentellati con l&#8217;oggi&#8230;. - per chi li voglia vedere):</p>
<p>&#8220;accanto a questa ipotesi disseminata e aproblematica di testualità [il rilancio dell'io, dalla 'parola innamorata' in poi...], coinvolgente poeti, filosofi e critici (divenuti a loro volta mezzo poeti e mezzo filosofi in un clima che esclude a priori la CRITICA [ieri come oggi, mi pare, tendenzialmente...], vive e prospera il parallelo rapporto con il mercato editoriale, nel quale sono coinvolti soprattutto i narratori (con l&#8217;esclusione di quelli sperimentali, ridotti alla condizione iniziatica - per addetti ai lavori - dei poeti) [ieri come oggi, mutatis mutandis: cfr i 'letterati' alla wu ming, eccetera, nei RISCHI del loro sperimentalismo iniziatico e sostanzialmente rifondativo del 'ruolo' dello scrittore...]. Per questi può valere la pena di tentare la strada del bestseller dosando gli ingredienti opportuni, compresi quelli, indispensabili, extraletterari (da guadagnarsi con i giornali o meglio con la TV) [e con il web, oggi...]. Il romanzo intellettualmente impegnativo - al passo con il clima culturale (&#8230;.) e leggibile (&#8230;) o quello tradizionale  e&#8217;ben fatto&#8217; (&#8230;) o quello minimalista con presunzione microfilosofica. (&#8230;) Sulla beata innocenza della STRAGRANDE produzione narrativa, ai suoi buoni livelli di decoro [di genere, o, all'opposto, ma specularmente, di ultrasperimentazione formale], si riflette intera l&#8217;ombra della passività (culturale e FORMALE)&#8221; - P. Cataldi, Le idee della letteratura,&#8217;94.</p>
<p>trattasi di uno spaccato della situazione letteraria (narrativa, poetica e della critica: e quindi della dimensione LINGUISTICA tout court ), della nostra cultura tra fine anni &#8216;70 e &#8216;80. se non si parte da questa (rigorosa) descrizione della realtà letteraria (dagli anni &#8216;70, appunto), da questo severo approccio nell&#8217;affrontare il nostro passato letterario fino ad oggi (la sua PASSIVITà), è difficile, sinceramente, proseguire. mi sembra che si abbia qualche difficoltà ad affrontare per primo questo snodo. propedeutico agli elenchi di chi c&#8217;era e di chi c&#8217;è, a riflessioni sul piano linguistico degli eventi letterari&#8230;</p>
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		<title>Di: Alessandro Canzian</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26122</link>
		<dc:creator>Alessandro Canzian</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2006 20:36:08 +0000</pubDate>
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		<description>Soverchiato dagli spunti, mi ritiro ufficialmente a rimuginare :-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Soverchiato dagli spunti, mi ritiro ufficialmente a rimuginare :-)</p>
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		<title>Di: Giacomo S.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26115</link>
		<dc:creator>Giacomo S.</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2006 11:29:12 +0000</pubDate>
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		<description>naturalmente "il Fuggitivo", di Carlotto, sta in realtà per "il Fuggiasco" (proustiano lapsus serale)!;

@Baldrati, che mi chiede di chiarire il punto 10) delle mie precisazioni:
come dire, a un critico si chiede che, prima di parlare, abbia letto TUTTI i testi che hanno a che fare con il tema di cui si parla, visto che è il suo mestiere, e visto che è il suo metodo deve essere rigoroso; con gli scrittori invece si può invece benissimo, secondo me, tollerare anche qualche buco, perchè il loro approccio è diverso, più pragmatico (centrato sulla propria scrittura, appunto) e spesso più labirintico, più "intuitivo";
gs</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>naturalmente &#8220;il Fuggitivo&#8221;, di Carlotto, sta in realtà per &#8220;il Fuggiasco&#8221; (proustiano lapsus serale)!;</p>
<p>@Baldrati, che mi chiede di chiarire il punto 10) delle mie precisazioni:<br />
come dire, a un critico si chiede che, prima di parlare, abbia letto TUTTI i testi che hanno a che fare con il tema di cui si parla, visto che è il suo mestiere, e visto che è il suo metodo deve essere rigoroso; con gli scrittori invece si può invece benissimo, secondo me, tollerare anche qualche buco, perchè il loro approccio è diverso, più pragmatico (centrato sulla propria scrittura, appunto) e spesso più labirintico, più &#8220;intuitivo&#8221;;<br />
gs</p>
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		<title>Di: Giacomo S.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26108</link>
		<dc:creator>Giacomo S.</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2006 00:00:56 +0000</pubDate>
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		<description>@ alessandro c.: 
in realtà capisco benissimo le tue perplessità, e per certi versi le condivido. Ogni raggruppamento di autori, ogni ipotesi cronologica o di altro tipo, ogni tentativo di esplicitare delle dinamiche generali, è in realtà - tanto più trattandosi di "materiali" così vicini a noi - una mostruosa e per certi versi inammissibile forzatura. Andando a vedere da vicino i casi particolari, i singoli testi, si scopre che le cose sono molto meno semplici di quello che si ipotizzava, che, come dici tu, le "eccezioni possono essere più numerose della regola". Senza contare che, trattandosi di narrativa, i "singoli testi" sono poi al fondo, e anche qui siamo d'accordo, la sola cosa che conta. E quindi andrebbero analizzati con calma e approfonditamente uno per uno.
Resta il fatto che, con tutti i limiti, le ipotesi, se non altro come strumento (provvisorio) di lavoro, possono essere utili. Sarà che io, che ho una formazione scientifica, lavoro in un campo dove per l'appunto le tassonomie e i modelli, pur essendo naturalmente utilizzati - perchè non se ne può fare a meno - sostanzialmente non funzionano, in quanto per l'appunto le eccezioni sono sempre più numerose dei casi che "rientrano" nelle regole. E quindi sono abituato a non dare poi eccessivo peso ai modelli stessi, a considerarli dei semplici strumenti, in continuo divenire.

Nel caso presente la mia ipotesi si poteva riassumere così: per più di 25 anni pochissimi testi narrativi (tu continui a non essere d'accordo, ma i nomi che sono saltati fuori a me sembrano pur sempre pochi) hanno avuto come tema centrale gli anni del terrorismo, e questo può essere ritenuto sintomatico di qualcosa, nella fattispecie una difficoltà a affrontate certi temi/registri, che dipende forse da una incapacità a prendere le distanze, a trovare in altre parola una lingua che consenta di tenere questa distanza, cosa che la lingua comune non consente di fare. Da questa ipotesi certo grezza, è venuta fuori una discussione che a me non sembra affatto disprezzabile. E' saltata fuori in particolare la persona (cosa non da poco!) che ha dedicato del tempo ai non pochi scrittori che dal 2003 hanno parlato di terrorismo. La quale ha confermato che anche in questi testi osserva una tendenza a "sfuggire" dal registro tragico. Io in questo vedo una conferma della mia ipotesi. Perchè appunto ritengo che uno dei registri dove la lingua "comune" italiana attuale si rivela tendenzialmente inadeguata è per l'appunto quello grave/tragico (senza sconfinare nel "tragicismo" verista e neorealista e/o nel melodramma, dove invece - anche proprio per il peso della tradizione - la lingua ritrova la propria baldanza, e non pochi, anche negli scrittori di adesso, adepti).  

La mia ipotesi, per restare a quella, non implica necessariamente che (approfitto per rispondere a francesco f., che mi chiedeva: ma tu allora che lingua che useresti?) per parlare di quegli anni la soluzione sarebbe quella di sfornare un uniforme registro cupo/tragico, per carità (come dice tashtego in quegli stessi anni non c'era solo il terrorismo, e proprio questa articolazione sarebbe interessante da cogliere), ma pur sempre una paletta capace di inglobare anche il tragico [tuttociò naturalmente è puro delirio - già mi vedo tashtego che si soffoca dall'indignazione causata dalla mia sconfinata dabbenaggine - perchè una lingua non preesiste a un testo, ma è proprio in un testo determinato che trova se stessa]. Secondo me, tanto per intenderci il Fuggitivo (che è pur sempre un testo con una sua sobrietà e "necessità", a differenza degli altri di Carlotto) semplicemente "elude" la gravità che si intuisce sullo sfondo, non tanto perchè la fa diventare solo un affare personale (i problemi di sopravvivenza del latitante), ma perchè questo affare personale si materializza più in "una lezione" al lettore, a tratti autocompiaciuta, dove la sofferenza è detta (proprio per il tono/lingua impiegati), per dirla con James, più che mostrata; proprio per questo, anche per questo, è un testo che, a mio modesto parere, non ci insegna nulla e si dimentica in fondo abbastanza in fretta. [curioso che una non dissimilissima tendenza a "mostrarsi", dove aleggia sempre un che di autompiacimento, seppure in lui "le storie" siano molto più vivide, si ritrovi anche in uno scrittore peraltro molto diverso, Battisti] Ma mi scuso dell'accenno così rapido. Il problema è che per parlare dei singoli testi ci vuole tempo e concentrazione (e andrebbero tirati fuori, riletti...), perchè non c'è nulla di peggio delle scomuniche sentenziose.

Tu dici che le lingue del movimento erano anche molto vive/creative. Questa non è la mia esperienza. Certo, c'è stato anche il 77 e Radio Alice e i cantautori (pochissimo in rapporto per es. alla Francia, dove l'ondata più propriamente ideologica del 68 ha convissuto e si è innestata su delle solidissime tradizioni surrealiste/patafisiche/oulipiane/esistenzialiste/debordiane/artaudiane...). Senza togliere niente all'importanza storica e antropologica di quegli anni (la democratizzazione, il divorzio...), resto convinto (ne avevo parlato in un colloquio su NI con Andra Raos) della incredibile povertà culturale e linguistica, non solo dalla parte del potere, ma anche da quella del movimento.  Basta prendere in mano - senza addentrarsi nell'ulteriore chiusura culturale e linguistica dei terroristi - Lotta Continua o un qualsiasi altro giornale/documento dell'epoca. La forza dirompente di Ecce Bombo, si basava proprio su questo. Il problema è che di Moretti ce n'è uno solo, o insomma pochi (certo si potrebbe tirare fuori Boccalone di Palandri, appunto dei cantantautori...).

Ma tu, che non sei soddisfatto dalla mia ipotesi di partenza, puoi sfornare un'ipotesi più valida, e hai forse adesso qualche elemento in più per farlo. Certo che in discussioni come questa, che di per sè lasciano il tempo che trovano, sono d'accordo, ed è proprio a questo che volevo arrivare, quello che sarebbe interessante sarebbe riferirsi continuamente ai testi. O almeno, visto che nessuno di noi può dedicarsi più di tanto a questo (ma la tua iniziativa dei florilegi secondo me e mi sembra anche secondo altri è molto interessante, e quindi andrebbe assolutamente continuata/potenziata, non scoraggiarti), almeno riuscire a coinvolgere delle persone che hanno lavorato e lavorano sui testi con più sistematicità. Questa volta, mi sembra, un po' è successo. Mi pare già molto, non condivido il tuo giudizio così negativo.
[ho provato a contattarti diverse volte, ma i messaggi tornano indietro; la mia mail: sartori@wanadoo.fr]
gs</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ alessandro c.:<br />
in realtà capisco benissimo le tue perplessità, e per certi versi le condivido. Ogni raggruppamento di autori, ogni ipotesi cronologica o di altro tipo, ogni tentativo di esplicitare delle dinamiche generali, è in realtà - tanto più trattandosi di &#8220;materiali&#8221; così vicini a noi - una mostruosa e per certi versi inammissibile forzatura. Andando a vedere da vicino i casi particolari, i singoli testi, si scopre che le cose sono molto meno semplici di quello che si ipotizzava, che, come dici tu, le &#8220;eccezioni possono essere più numerose della regola&#8221;. Senza contare che, trattandosi di narrativa, i &#8220;singoli testi&#8221; sono poi al fondo, e anche qui siamo d&#8217;accordo, la sola cosa che conta. E quindi andrebbero analizzati con calma e approfonditamente uno per uno.<br />
Resta il fatto che, con tutti i limiti, le ipotesi, se non altro come strumento (provvisorio) di lavoro, possono essere utili. Sarà che io, che ho una formazione scientifica, lavoro in un campo dove per l&#8217;appunto le tassonomie e i modelli, pur essendo naturalmente utilizzati - perchè non se ne può fare a meno - sostanzialmente non funzionano, in quanto per l&#8217;appunto le eccezioni sono sempre più numerose dei casi che &#8220;rientrano&#8221; nelle regole. E quindi sono abituato a non dare poi eccessivo peso ai modelli stessi, a considerarli dei semplici strumenti, in continuo divenire.</p>
<p>Nel caso presente la mia ipotesi si poteva riassumere così: per più di 25 anni pochissimi testi narrativi (tu continui a non essere d&#8217;accordo, ma i nomi che sono saltati fuori a me sembrano pur sempre pochi) hanno avuto come tema centrale gli anni del terrorismo, e questo può essere ritenuto sintomatico di qualcosa, nella fattispecie una difficoltà a affrontate certi temi/registri, che dipende forse da una incapacità a prendere le distanze, a trovare in altre parola una lingua che consenta di tenere questa distanza, cosa che la lingua comune non consente di fare. Da questa ipotesi certo grezza, è venuta fuori una discussione che a me non sembra affatto disprezzabile. E&#8217; saltata fuori in particolare la persona (cosa non da poco!) che ha dedicato del tempo ai non pochi scrittori che dal 2003 hanno parlato di terrorismo. La quale ha confermato che anche in questi testi osserva una tendenza a &#8220;sfuggire&#8221; dal registro tragico. Io in questo vedo una conferma della mia ipotesi. Perchè appunto ritengo che uno dei registri dove la lingua &#8220;comune&#8221; italiana attuale si rivela tendenzialmente inadeguata è per l&#8217;appunto quello grave/tragico (senza sconfinare nel &#8220;tragicismo&#8221; verista e neorealista e/o nel melodramma, dove invece - anche proprio per il peso della tradizione - la lingua ritrova la propria baldanza, e non pochi, anche negli scrittori di adesso, adepti).  </p>
<p>La mia ipotesi, per restare a quella, non implica necessariamente che (approfitto per rispondere a francesco f., che mi chiedeva: ma tu allora che lingua che useresti?) per parlare di quegli anni la soluzione sarebbe quella di sfornare un uniforme registro cupo/tragico, per carità (come dice tashtego in quegli stessi anni non c&#8217;era solo il terrorismo, e proprio questa articolazione sarebbe interessante da cogliere), ma pur sempre una paletta capace di inglobare anche il tragico [tuttociò naturalmente è puro delirio - già mi vedo tashtego che si soffoca dall'indignazione causata dalla mia sconfinata dabbenaggine - perchè una lingua non preesiste a un testo, ma è proprio in un testo determinato che trova se stessa]. Secondo me, tanto per intenderci il Fuggitivo (che è pur sempre un testo con una sua sobrietà e &#8220;necessità&#8221;, a differenza degli altri di Carlotto) semplicemente &#8220;elude&#8221; la gravità che si intuisce sullo sfondo, non tanto perchè la fa diventare solo un affare personale (i problemi di sopravvivenza del latitante), ma perchè questo affare personale si materializza più in &#8220;una lezione&#8221; al lettore, a tratti autocompiaciuta, dove la sofferenza è detta (proprio per il tono/lingua impiegati), per dirla con James, più che mostrata; proprio per questo, anche per questo, è un testo che, a mio modesto parere, non ci insegna nulla e si dimentica in fondo abbastanza in fretta. [curioso che una non dissimilissima tendenza a "mostrarsi", dove aleggia sempre un che di autompiacimento, seppure in lui "le storie" siano molto più vivide, si ritrovi anche in uno scrittore peraltro molto diverso, Battisti] Ma mi scuso dell&#8217;accenno così rapido. Il problema è che per parlare dei singoli testi ci vuole tempo e concentrazione (e andrebbero tirati fuori, riletti&#8230;), perchè non c&#8217;è nulla di peggio delle scomuniche sentenziose.</p>
<p>Tu dici che le lingue del movimento erano anche molto vive/creative. Questa non è la mia esperienza. Certo, c&#8217;è stato anche il 77 e Radio Alice e i cantautori (pochissimo in rapporto per es. alla Francia, dove l&#8217;ondata più propriamente ideologica del 68 ha convissuto e si è innestata su delle solidissime tradizioni surrealiste/patafisiche/oulipiane/esistenzialiste/debordiane/artaudiane&#8230;). Senza togliere niente all&#8217;importanza storica e antropologica di quegli anni (la democratizzazione, il divorzio&#8230;), resto convinto (ne avevo parlato in un colloquio su NI con Andra Raos) della incredibile povertà culturale e linguistica, non solo dalla parte del potere, ma anche da quella del movimento.  Basta prendere in mano - senza addentrarsi nell&#8217;ulteriore chiusura culturale e linguistica dei terroristi - Lotta Continua o un qualsiasi altro giornale/documento dell&#8217;epoca. La forza dirompente di Ecce Bombo, si basava proprio su questo. Il problema è che di Moretti ce n&#8217;è uno solo, o insomma pochi (certo si potrebbe tirare fuori Boccalone di Palandri, appunto dei cantantautori&#8230;).</p>
<p>Ma tu, che non sei soddisfatto dalla mia ipotesi di partenza, puoi sfornare un&#8217;ipotesi più valida, e hai forse adesso qualche elemento in più per farlo. Certo che in discussioni come questa, che di per sè lasciano il tempo che trovano, sono d&#8217;accordo, ed è proprio a questo che volevo arrivare, quello che sarebbe interessante sarebbe riferirsi continuamente ai testi. O almeno, visto che nessuno di noi può dedicarsi più di tanto a questo (ma la tua iniziativa dei florilegi secondo me e mi sembra anche secondo altri è molto interessante, e quindi andrebbe assolutamente continuata/potenziata, non scoraggiarti), almeno riuscire a coinvolgere delle persone che hanno lavorato e lavorano sui testi con più sistematicità. Questa volta, mi sembra, un po&#8217; è successo. Mi pare già molto, non condivido il tuo giudizio così negativo.<br />
[ho provato a contattarti diverse volte, ma i messaggi tornano indietro; la mia mail: <a href="mailto:sartori@wanadoo.fr">sartori@wanadoo.fr</a>]<br />
gs</p>
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	<item>
		<title>Di: gianni biondillo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26097</link>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 16:55:07 +0000</pubDate>
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		<description>cazz'èvvero!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>cazz&#8217;èvvero!</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: "Aldo Biscardi"</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26096</link>
		<dc:creator>"Aldo Biscardi"</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 16:03:26 +0000</pubDate>
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		<description>il discorso tutto, a partire dall'articolo di sartori, mi sembra, in qualche modo, collimare a un dibattito che tempo fa (uno, due anni) passò qui per nazione indiana, riguardo alla maggiore o minore "mitopoieticità" (emh... dio mi perdoni), della narrativa italiana: recuperatelo!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>il discorso tutto, a partire dall&#8217;articolo di sartori, mi sembra, in qualche modo, collimare a un dibattito che tempo fa (uno, due anni) passò qui per nazione indiana, riguardo alla maggiore o minore &#8220;mitopoieticità&#8221; (emh&#8230; dio mi perdoni), della narrativa italiana: recuperatelo!</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: pippo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26094</link>
		<dc:creator>pippo</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 15:15:31 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26094</guid>
		<description>se io fossi uno scrittore racconterei gli anni settanta (ma anche la realtà odierna) tramite gli occhi di una persona semplice e onesta, un lavoratore, un emarginato, uno/una che si fatica dignitosamente la giornata ma allo stesso tempo non vuole rinunciare a capire quello che sta capitando intorno a lui e perché le cose vanno in un certo modo, perché si accorge che ogni volta che ha a che fare col potere deve subire delle umiliazioni, e ogni volta che capita a contatto con quelli che lo contestano si trova disorientato e perplesso. eccetera. questa persona semplice poi potrebbe trovare sulla sua strada un dotto, qualcuno che ha studiato ma che discende anche lui da persone semplici e oneste e anche se le cose le sa e ne capisce a fondo la complessità non ha perso la sua semplicità e la sua umanità. tanto per fare un esempio. il problema degli scrittori odierni è che non si pongono più, l'hanno rimosso, il problema delle origini, dei nostri nonni contadini ed emigranti. bisogna in qualche modo superare questo stereotipo della precarietà per denunciare il riemergere di un senso di nostalgia per l'antico patriarcato distrutto, anche se rimosso. ed è questo che rende insicure le giovani generazioni. si sentono abbandonate anche perché inconsciamente vorrebbero qualcuno che li comanda, che li indirizza in modo autorevole-autoritario, ma allo stesso tempo a livello conscio e razionale rifiutano questa prospettiva. anche il rapporto con il padre-padrone Berlusconi è più complesso di quello che sembra. tanti suoi detrattori lavorano, hanno il pane, magari non direttamente ma attraverso le sue imprese e specialmente nelle sue case editrici lavorano molte persone di sinistra, che hanno studiato nei licei di provincia eccetera. conosco molti dirigenti e ex dirigenti diessini che hanno lavorato per Mondadori o per Einaudi o per la Fininvest. non voglio naturalmente criminalizzarli, ci mancherebbe, anche perché queste imprese sono state estorte anche con l'inganno dall'attuale venditore di dentiere, ma non raccontatemi che si può volere veramente male, nel profondo, a chi ti ha dato il pane per tanti anni. come la sinistra profonda ha rimosso il problema Geronzi, tanto per dire, perché ha salvato e tenuto nella sua mano il manifesto, il partito diessino schiantato dai debiti e tanti tanti altri. bisognerebbe semplicemente raccontare le cose come stanno veramente, senza rimozioni di comodo. ma non vi da' fastidio che sia l'avvocato-parlamentare dei Ds Guido Calvi a difendere maninpasta Geronzi? la sinistra che si porta gli avvocati in parlamento esattamente come B. non è un tema da scrittori per le relazioni di potere che evoca, anzi che scoperchia? lo iato scandaloso tra le parole e l'immoralità corrente della sinistra non è un tema da scrittori? eppure è una cosa che dovrebbe farvi incazzare ben più delle dentate sempre molto scontate del capo delle dentiere. visto che siamo a una settimana dal voto preciso: il capo delle dentiere mandiamolo a casa  ma poi occupiamoci della realtà delle cose che riguarda anche e soprattutto noi per favore.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>se io fossi uno scrittore racconterei gli anni settanta (ma anche la realtà odierna) tramite gli occhi di una persona semplice e onesta, un lavoratore, un emarginato, uno/una che si fatica dignitosamente la giornata ma allo stesso tempo non vuole rinunciare a capire quello che sta capitando intorno a lui e perché le cose vanno in un certo modo, perché si accorge che ogni volta che ha a che fare col potere deve subire delle umiliazioni, e ogni volta che capita a contatto con quelli che lo contestano si trova disorientato e perplesso. eccetera. questa persona semplice poi potrebbe trovare sulla sua strada un dotto, qualcuno che ha studiato ma che discende anche lui da persone semplici e oneste e anche se le cose le sa e ne capisce a fondo la complessità non ha perso la sua semplicità e la sua umanità. tanto per fare un esempio. il problema degli scrittori odierni è che non si pongono più, l&#8217;hanno rimosso, il problema delle origini, dei nostri nonni contadini ed emigranti. bisogna in qualche modo superare questo stereotipo della precarietà per denunciare il riemergere di un senso di nostalgia per l&#8217;antico patriarcato distrutto, anche se rimosso. ed è questo che rende insicure le giovani generazioni. si sentono abbandonate anche perché inconsciamente vorrebbero qualcuno che li comanda, che li indirizza in modo autorevole-autoritario, ma allo stesso tempo a livello conscio e razionale rifiutano questa prospettiva. anche il rapporto con il padre-padrone Berlusconi è più complesso di quello che sembra. tanti suoi detrattori lavorano, hanno il pane, magari non direttamente ma attraverso le sue imprese e specialmente nelle sue case editrici lavorano molte persone di sinistra, che hanno studiato nei licei di provincia eccetera. conosco molti dirigenti e ex dirigenti diessini che hanno lavorato per Mondadori o per Einaudi o per la Fininvest. non voglio naturalmente criminalizzarli, ci mancherebbe, anche perché queste imprese sono state estorte anche con l&#8217;inganno dall&#8217;attuale venditore di dentiere, ma non raccontatemi che si può volere veramente male, nel profondo, a chi ti ha dato il pane per tanti anni. come la sinistra profonda ha rimosso il problema Geronzi, tanto per dire, perché ha salvato e tenuto nella sua mano il manifesto, il partito diessino schiantato dai debiti e tanti tanti altri. bisognerebbe semplicemente raccontare le cose come stanno veramente, senza rimozioni di comodo. ma non vi da&#8217; fastidio che sia l&#8217;avvocato-parlamentare dei Ds Guido Calvi a difendere maninpasta Geronzi? la sinistra che si porta gli avvocati in parlamento esattamente come B. non è un tema da scrittori per le relazioni di potere che evoca, anzi che scoperchia? lo iato scandaloso tra le parole e l&#8217;immoralità corrente della sinistra non è un tema da scrittori? eppure è una cosa che dovrebbe farvi incazzare ben più delle dentate sempre molto scontate del capo delle dentiere. visto che siamo a una settimana dal voto preciso: il capo delle dentiere mandiamolo a casa  ma poi occupiamoci della realtà delle cose che riguarda anche e soprattutto noi per favore.</p>
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		<title>Di: christian raimo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26088</link>
		<dc:creator>christian raimo</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 07:31:36 +0000</pubDate>
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		<description>un paio di anni fa avrei scritto lo stesso identico articolo che ha scritto sartori, rintracciavo pochissimi testi di quegli scrittori degli anni '80 che parlassero di quello che era appena accaduto. "il bambino scettico" di albinati, "la via del ritorno" di palandri. busi, tondelli, lodoli, veronesi, de carlo... è vero andavano altrove parlavano di viaggi di europa, di città vuote, di ripiegamenti personali, di perdigiorno. e tutto questo è poi sempre un discorso generico. 
ma poi effettivamente c'è stata un'impennata nella fuoriuscita dei titoli sugli anni di piombo. anzi, almeno nel genere noir pareva a un certo punto che fosse IL tema. come oggi pare che questo tema venda, in nome credo della morbosità per il sangue, e perché - leggendo - si amano i conflitti e le contrapposizioni invece della noia. "cuori neri" di telese è un libro che va in questa tendenza, per dire. e se uno guarda il catalogo stile libero, veramente sembra lo sdoganamento del terrorismo come fonte narrativa. 
qui non si è trovata la lingua? dice sartori. il punto - e provo ad abbozzare - una discussione, e che le grandi sperimentazioni sulla lingua cadono nel vuoto molto spesso. scrittori come aldo busi o michele mari quanto sono letti? ci si mette allora a cercare un italiano ibrido, che sia medio e accessibile pur non essendo televisivo. in questo senso se fino a qualche anno fa reputavo sciatteria gli ultimi libri di de carlo o di baricco o di ammaniti, oggi è vero devo riconoscergli la capacità di aver trovato una lingua che va verso la comprensione, un italiano finto artificiale ma comprensibile.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>un paio di anni fa avrei scritto lo stesso identico articolo che ha scritto sartori, rintracciavo pochissimi testi di quegli scrittori degli anni &#8216;80 che parlassero di quello che era appena accaduto. &#8220;il bambino scettico&#8221; di albinati, &#8220;la via del ritorno&#8221; di palandri. busi, tondelli, lodoli, veronesi, de carlo&#8230; è vero andavano altrove parlavano di viaggi di europa, di città vuote, di ripiegamenti personali, di perdigiorno. e tutto questo è poi sempre un discorso generico.<br />
ma poi effettivamente c&#8217;è stata un&#8217;impennata nella fuoriuscita dei titoli sugli anni di piombo. anzi, almeno nel genere noir pareva a un certo punto che fosse IL tema. come oggi pare che questo tema venda, in nome credo della morbosità per il sangue, e perché - leggendo - si amano i conflitti e le contrapposizioni invece della noia. &#8220;cuori neri&#8221; di telese è un libro che va in questa tendenza, per dire. e se uno guarda il catalogo stile libero, veramente sembra lo sdoganamento del terrorismo come fonte narrativa.<br />
qui non si è trovata la lingua? dice sartori. il punto - e provo ad abbozzare - una discussione, e che le grandi sperimentazioni sulla lingua cadono nel vuoto molto spesso. scrittori come aldo busi o michele mari quanto sono letti? ci si mette allora a cercare un italiano ibrido, che sia medio e accessibile pur non essendo televisivo. in questo senso se fino a qualche anno fa reputavo sciatteria gli ultimi libri di de carlo o di baricco o di ammaniti, oggi è vero devo riconoscergli la capacità di aver trovato una lingua che va verso la comprensione, un italiano finto artificiale ma comprensibile.</p>
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		<title>Di: Paolo S</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26078</link>
		<dc:creator>Paolo S</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 14:59:27 +0000</pubDate>
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		<description>r. r., sottoscrivo abbastanza.Credo che il delicato equilibrio tra radici, materia e linguaggio nel romanzo non abbia ancora dato i frutti migliori. Nel cinema, direi che siamo lontani.
Con speranza e interesse guardo ai narratori a teatro, Paolini, Celestini, Enia (che non sono solo narratori a teatro).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>r. r., sottoscrivo abbastanza.Credo che il delicato equilibrio tra radici, materia e linguaggio nel romanzo non abbia ancora dato i frutti migliori. Nel cinema, direi che siamo lontani.<br />
Con speranza e interesse guardo ai narratori a teatro, Paolini, Celestini, Enia (che non sono solo narratori a teatro).</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: r.r.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26071</link>
		<dc:creator>r.r.</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 13:25:40 +0000</pubDate>
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		<description>proponevo di inserire il problema linguistico del romanzo (o di altre fome artistiche come il cinema) italiano dentro uno scenario più ampio. da non trascurare. da investigare. Canzian, quando dice: "Purtroppo la stereotipizzazione ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto", dà per scontato uno scenario complesso che sta dietro aquella 'stereotipizzazione'. a questi processi non meglio indagati, non meglio nominati se non, appunto, ricorrendo ad uno stereotipo. perchè non affrontare questo scenario complesso - cosa accade, alla radice, nella cultura italiana dagli anni Settanta ad oggi? - , o almeno sfiorarlo, quando si parla  del problema del linguaggio nel romanzo italiano e nella sua nuova (presunta: ma la quantità è garanzia di "qualità"?) ondata? Per questo credo che il lavoro di  demetrio sia interessante, promettente e fertile. Perchè affronta il problema da punti di vista non restrittivi (come gli elenchi potenzialmente infiniti di nomi), e non tendenzialmente, pericolosamente specialistici (il mero dato linguistico).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>proponevo di inserire il problema linguistico del romanzo (o di altre fome artistiche come il cinema) italiano dentro uno scenario più ampio. da non trascurare. da investigare. Canzian, quando dice: &#8220;Purtroppo la stereotipizzazione ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto&#8221;, dà per scontato uno scenario complesso che sta dietro aquella &#8217;stereotipizzazione&#8217;. a questi processi non meglio indagati, non meglio nominati se non, appunto, ricorrendo ad uno stereotipo. perchè non affrontare questo scenario complesso - cosa accade, alla radice, nella cultura italiana dagli anni Settanta ad oggi? - , o almeno sfiorarlo, quando si parla  del problema del linguaggio nel romanzo italiano e nella sua nuova (presunta: ma la quantità è garanzia di &#8220;qualità&#8221;?) ondata? Per questo credo che il lavoro di  demetrio sia interessante, promettente e fertile. Perchè affronta il problema da punti di vista non restrittivi (come gli elenchi potenzialmente infiniti di nomi), e non tendenzialmente, pericolosamente specialistici (il mero dato linguistico).</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Alessandro Canzian</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26069</link>
		<dc:creator>Alessandro Canzian</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 13:14:39 +0000</pubDate>
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		<description>Paolo: io in Italia vedo molti vuoti culturali, ma onestamente non questo. E non mi sembra affatto che la romanzesca realtà attuale non venga romanzata. E qui vale il discorso di cui sopra. Strano che siano in corso due polemiche che in teoria dovrebbero elidersi a vicenda: quella contro l'egemonia del "realismo" (soprattutto thrilleristico) e questa qui :-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Paolo: io in Italia vedo molti vuoti culturali, ma onestamente non questo. E non mi sembra affatto che la romanzesca realtà attuale non venga romanzata. E qui vale il discorso di cui sopra. Strano che siano in corso due polemiche che in teoria dovrebbero elidersi a vicenda: quella contro l&#8217;egemonia del &#8220;realismo&#8221; (soprattutto thrilleristico) e questa qui :-)</p>
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		<title>Di: Alessandro Canzian</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26068</link>
		<dc:creator>Alessandro Canzian</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 13:12:13 +0000</pubDate>
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		<description>Evidentemente per scrivere di quel periodo era necessaria una distanza, che col tempo è maturata. Occorreva superare almeno in parte lo shock, il senso di sconfitta, il peso della lingua del potere, la demonizzazione ecc. Però, anche in questo caso, l'assunto non è poi così vero: "Campo di battaglia" è di venticinque anni fa, "Gli invisibili" più o meno anche, "A mano armata" di Bianconi è di quindici anni fa, "Travestito da uomo" è di quindici anni fa, "L'ultimo sparo" è di dieci anni fa, "Q" è di sette anni fa. Insomma, gradualmente il rubinetto ha cominciato a gocciolare, poi la guarnizione si è allentata e alla fine è saltata.
Sul tragico, ci rifletterò, tornerò a leggere il tuo saggio in tre parti. Onestamente, però, non so se tutti questi romanzi siano così simili tra loro.
Dimenticavo un'altra riflessione. Ci sono voluti 27 messaggi per dire una verità molto semplice: la lingua dei movimenti (ma io direi le lingue dei movimenti) non coincideva con la lingua del Potere di cui parlava Sartori. Finalmente! 
Sicuramente ci è pervenuta (nei racconti e sulle pagine ingiallite delle riviste) una lingua della "nuova sinistra" e movimentista fatta di stereotipi reiterati (repetita non iuvant sempre e comunque), ma i movimenti ne produssero anche la critica in tempo reale: quella lingua veniva parodiata nel momento stesso in cui si affermava: nelle radio libere, negli slogan, nelle scritte sui muri, nelle canzoni di Gianfranco Manfredi, nell'esplosione del Settantasette (ahi, ecco un altro cliché). Ad esempio, parlare di "linguaggio morto del quotidiano" a proposito di Franco Berardi "Bifo" mi sembra abbastanza surreale, prima di tutto perché Bifo esercita(va) una critica dei linguaggi della militanza, e poi perché sfido chiunque a dire che nel quotidiano si parla(va) come Bifo!
Purtroppo la stereotipizzazione ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto: la lingua del "Corsera" (su cui fece un'interessante operazione proprio Balestrini, nel suo "La violenza illustrata") e quella delle BR, la lingua di Radio Alice e quella delle femministe, la lingua di Andrea Pazienza e quella (raggelantemente brutta) di "Servire il Popolo", la lingua introspettivo-incazzosa delle lettere a "Linus" e quella dei comizi...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Evidentemente per scrivere di quel periodo era necessaria una distanza, che col tempo è maturata. Occorreva superare almeno in parte lo shock, il senso di sconfitta, il peso della lingua del potere, la demonizzazione ecc. Però, anche in questo caso, l&#8217;assunto non è poi così vero: &#8220;Campo di battaglia&#8221; è di venticinque anni fa, &#8220;Gli invisibili&#8221; più o meno anche, &#8220;A mano armata&#8221; di Bianconi è di quindici anni fa, &#8220;Travestito da uomo&#8221; è di quindici anni fa, &#8220;L&#8217;ultimo sparo&#8221; è di dieci anni fa, &#8220;Q&#8221; è di sette anni fa. Insomma, gradualmente il rubinetto ha cominciato a gocciolare, poi la guarnizione si è allentata e alla fine è saltata.<br />
Sul tragico, ci rifletterò, tornerò a leggere il tuo saggio in tre parti. Onestamente, però, non so se tutti questi romanzi siano così simili tra loro.<br />
Dimenticavo un&#8217;altra riflessione. Ci sono voluti 27 messaggi per dire una verità molto semplice: la lingua dei movimenti (ma io direi le lingue dei movimenti) non coincideva con la lingua del Potere di cui parlava Sartori. Finalmente!<br />
Sicuramente ci è pervenuta (nei racconti e sulle pagine ingiallite delle riviste) una lingua della &#8220;nuova sinistra&#8221; e movimentista fatta di stereotipi reiterati (repetita non iuvant sempre e comunque), ma i movimenti ne produssero anche la critica in tempo reale: quella lingua veniva parodiata nel momento stesso in cui si affermava: nelle radio libere, negli slogan, nelle scritte sui muri, nelle canzoni di Gianfranco Manfredi, nell&#8217;esplosione del Settantasette (ahi, ecco un altro cliché). Ad esempio, parlare di &#8220;linguaggio morto del quotidiano&#8221; a proposito di Franco Berardi &#8220;Bifo&#8221; mi sembra abbastanza surreale, prima di tutto perché Bifo esercita(va) una critica dei linguaggi della militanza, e poi perché sfido chiunque a dire che nel quotidiano si parla(va) come Bifo!<br />
Purtroppo la stereotipizzazione ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto: la lingua del &#8220;Corsera&#8221; (su cui fece un&#8217;interessante operazione proprio Balestrini, nel suo &#8220;La violenza illustrata&#8221;) e quella delle BR, la lingua di Radio Alice e quella delle femministe, la lingua di Andrea Pazienza e quella (raggelantemente brutta) di &#8220;Servire il Popolo&#8221;, la lingua introspettivo-incazzosa delle lettere a &#8220;Linus&#8221; e quella dei comizi&#8230;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Paolo S</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26067</link>
		<dc:creator>Paolo S</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 13:08:12 +0000</pubDate>
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		<description>(1)
Propongo una virata: siamo sicuri che il romanzo sia la forma migliore per colmare questo vuoto culturale? Non potrebbe essere che sia un fumetto, un film, uno spettacolo teatrale (e metteteci quante virgolette volete a ciascuno di questi medium) a poter raccontare una stagione diversa a un pubblico diverso?
(2)
La riflessione di Sartori partiva dal romanzesco e dal romanzabile, e mostrava il paradosso di una realtà italiana attuale romanzesca, ma non romanzata. E dava anche un'interessante risposta alla domanda "chi fa la lingua nuova", ricca di spunti su cui riflettere e lavorare. Grazie GS!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>(1)<br />
Propongo una virata: siamo sicuri che il romanzo sia la forma migliore per colmare questo vuoto culturale? Non potrebbe essere che sia un fumetto, un film, uno spettacolo teatrale (e metteteci quante virgolette volete a ciascuno di questi medium) a poter raccontare una stagione diversa a un pubblico diverso?<br />
(2)<br />
La riflessione di Sartori partiva dal romanzesco e dal romanzabile, e mostrava il paradosso di una realtà italiana attuale romanzesca, ma non romanzata. E dava anche un&#8217;interessante risposta alla domanda &#8220;chi fa la lingua nuova&#8221;, ricca di spunti su cui riflettere e lavorare. Grazie GS!</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: francesco forlani</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26066</link>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 13:04:43 +0000</pubDate>
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		<description>"l’esclusione del tragico" scrivi tu come se ai nostri giorni fosse ancora possibile un'esperienza del tragico, non il tragico in sè. E se la questione chiave fosse proprio quella dell'esperienza? E l'esperienza come linguaggio? E se gli anni di piombo non ci fossero mai stati? Ad un incontro Erri de Luca disse una cosa secondo me importante. Solo quando quella storia uscirà dai tribunali e dalle prigioni forse troveremo le parole per raccontarla. cito a memoria, naturalmente.
effeffe</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;l’esclusione del tragico&#8221; scrivi tu come se ai nostri giorni fosse ancora possibile un&#8217;esperienza del tragico, non il tragico in sè. E se la questione chiave fosse proprio quella dell&#8217;esperienza? E l&#8217;esperienza come linguaggio? E se gli anni di piombo non ci fossero mai stati? Ad un incontro Erri de Luca disse una cosa secondo me importante. Solo quando quella storia uscirà dai tribunali e dalle prigioni forse troveremo le parole per raccontarla. cito a memoria, naturalmente.<br />
effeffe</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: demetrio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26063</link>
		<dc:creator>demetrio</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 12:53:33 +0000</pubDate>
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		<description>alessandro ma hai notato che la maggior parte di quei testi, da te citati, "“Io non scordo” di Marconi, “Tornavamo dal mare” di Doninelli, “Amici e nemici” di Spinato, “L’amore degli insorti” di Tassinari, “La guerra di Nora” della Tavassi La Greca, “Avene selvatiche” di Preiser", a cui puoi aggiungere Tuo Figlio di Villalta, Il paese delle Meraviglie di Culicchia etc etc, sono stati pubblicati tutti nell'arco degli ultimi 3 anni? questo vuol dire qualcosa? credo.
E vuol dire qualcosa anche il fatto che questi testi hanno diverse cose in comune? come stile, scrittura, tematiche, scelte di orizzonte e di lingua?

io ad esempio sto cercando di riflettere su questo: e mi sembra che "l'esclusione del tragico", inteso come registro narrativo, sia forse la caratteristica comune più visibile.

d.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>alessandro ma hai notato che la maggior parte di quei testi, da te citati, &#8220;“Io non scordo” di Marconi, “Tornavamo dal mare” di Doninelli, “Amici e nemici” di Spinato, “L’amore degli insorti” di Tassinari, “La guerra di Nora” della Tavassi La Greca, “Avene selvatiche” di Preiser&#8221;, a cui puoi aggiungere Tuo Figlio di Villalta, Il paese delle Meraviglie di Culicchia etc etc, sono stati pubblicati tutti nell&#8217;arco degli ultimi 3 anni? questo vuol dire qualcosa? credo.<br />
E vuol dire qualcosa anche il fatto che questi testi hanno diverse cose in comune? come stile, scrittura, tematiche, scelte di orizzonte e di lingua?</p>
<p>io ad esempio sto cercando di riflettere su questo: e mi sembra che &#8220;l&#8217;esclusione del tragico&#8221;, inteso come registro narrativo, sia forse la caratteristica comune più visibile.</p>
<p>d.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Alessandro Canzian</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26059</link>
		<dc:creator>Alessandro Canzian</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 12:18:22 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26059</guid>
		<description>Errata corrige: "di eccezioni NE hanno parecchie".</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Errata corrige: &#8220;di eccezioni NE hanno parecchie&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Alessandro Canzian</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26058</link>
		<dc:creator>Alessandro Canzian</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 12:17:51 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26058</guid>
		<description>Nemmeno io ho visto alcuna distruzione del pezzo di Sartori, anzi. La mia, ad esempio, era solo una puntualizzazione su uno dei diversi punti toccati nel testo. 
Colgo però l'occasione per dire che, qui su Nazione Indiana, c'è una certa tendenza a riflettere su "regole" che - si scopre poi - di "eccezioni" che hanno parecchie. Una regola con tante eccezioni è ancora una regola? Qui mi pare ci sia la tendenza a confermarla come regola, costi quel che costi, anche se la discussione diventa surreale. 
Un esempio: si discute dando per scontato che gli autori italiani dell'ultima ondata non riflettano sulla lingua che usano e su come la usano. Poi le eccezioni saltano fuori a dozzine. Quel che si dava per scontato è ancora scontato? 
Nel caso più specifico: si discute su letteratura e anni di piombo partendo dalla premessa comune che su quel periodo non si sia scritto granché. Pochi romanzi, soprattutto, e pochi romanzi storici. Nel frattempo però, senza nemmeno impegnarsi, saltano fuori una quindicina di titoli, e chissà quanti non sono venuti alla mente: non abbiamo nominato "Travestito da uomo" di Battisti, "Io non scordo" di Marconi, "Tornavamo dal mare" di Doninelli, "Amici e nemici" di Spinato, "L'amore degli insorti" di Tassinari, "La guerra di Nora" della Tavassi La Greca, "Avene selvatiche" di Preiser, "Le piste dell'attentato" di Machiavelli... 
Poi oltre alla fiction c'è la letteratura di non-fiction (un titolo su tutti: "A mano armata" di Bianconi, che non è soltanto saggistica, proprio come gli articoli di Saviano non sono solo giornalismo), e c'è l'autobiografia. 
Ma anche rimanendo alla fiction pura, secondo me se ci pensiamo un momento, e anche escludendo quelli di Balestrini (non c'è solo "Gli invisibili", c'è anche "L'editore") siamo in grado di menzionare una quarantina abbondante di romanzi. E se ci pensiamo ancora un po', ce ne ricorderemo molti di più. Davvero si pensa che siano pochi... quaranta romanzi? Non è già un numero significativo di "eccezioni", tale da indurre a ripensare la regola? Secondo me sì, secondo me la premessa è sbagliata e se si dice che i romanzi non ci sono è perché non li si è letti. E quindi si sta parlando di niente. E non mi sembra nemmeno la prima volta :-(</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Nemmeno io ho visto alcuna distruzione del pezzo di Sartori, anzi. La mia, ad esempio, era solo una puntualizzazione su uno dei diversi punti toccati nel testo.<br />
Colgo però l&#8217;occasione per dire che, qui su Nazione Indiana, c&#8217;è una certa tendenza a riflettere su &#8220;regole&#8221; che - si scopre poi - di &#8220;eccezioni&#8221; che hanno parecchie. Una regola con tante eccezioni è ancora una regola? Qui mi pare ci sia la tendenza a confermarla come regola, costi quel che costi, anche se la discussione diventa surreale.<br />
Un esempio: si discute dando per scontato che gli autori italiani dell&#8217;ultima ondata non riflettano sulla lingua che usano e su come la usano. Poi le eccezioni saltano fuori a dozzine. Quel che si dava per scontato è ancora scontato?<br />
Nel caso più specifico: si discute su letteratura e anni di piombo partendo dalla premessa comune che su quel periodo non si sia scritto granché. Pochi romanzi, soprattutto, e pochi romanzi storici. Nel frattempo però, senza nemmeno impegnarsi, saltano fuori una quindicina di titoli, e chissà quanti non sono venuti alla mente: non abbiamo nominato &#8220;Travestito da uomo&#8221; di Battisti, &#8220;Io non scordo&#8221; di Marconi, &#8220;Tornavamo dal mare&#8221; di Doninelli, &#8220;Amici e nemici&#8221; di Spinato, &#8220;L&#8217;amore degli insorti&#8221; di Tassinari, &#8220;La guerra di Nora&#8221; della Tavassi La Greca, &#8220;Avene selvatiche&#8221; di Preiser, &#8220;Le piste dell&#8217;attentato&#8221; di Machiavelli&#8230;<br />
Poi oltre alla fiction c&#8217;è la letteratura di non-fiction (un titolo su tutti: &#8220;A mano armata&#8221; di Bianconi, che non è soltanto saggistica, proprio come gli articoli di Saviano non sono solo giornalismo), e c&#8217;è l&#8217;autobiografia.<br />
Ma anche rimanendo alla fiction pura, secondo me se ci pensiamo un momento, e anche escludendo quelli di Balestrini (non c&#8217;è solo &#8220;Gli invisibili&#8221;, c&#8217;è anche &#8220;L&#8217;editore&#8221;) siamo in grado di menzionare una quarantina abbondante di romanzi. E se ci pensiamo ancora un po&#8217;, ce ne ricorderemo molti di più. Davvero si pensa che siano pochi&#8230; quaranta romanzi? Non è già un numero significativo di &#8220;eccezioni&#8221;, tale da indurre a ripensare la regola? Secondo me sì, secondo me la premessa è sbagliata e se si dice che i romanzi non ci sono è perché non li si è letti. E quindi si sta parlando di niente. E non mi sembra nemmeno la prima volta :-(</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: r.r.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26054</link>
		<dc:creator>r.r.</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 11:06:41 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26054</guid>
		<description>a sartori:
quello del dibattito, del dibattito su NI (sui blog lett.), è un problema che tu sollevi giustamente. 

mi permetto di rinviare al mio intervento a proposito dell'articolo di raimo sulla 'generazione disincantata' e i temi della precarietà.  ci sono miei appunti su desiati ma, in verità, sulla questione più vasta della narrativa italiana promossa e sponsorizzata dalla nuova critica, sugli esiti di un romanzo nuovo italiano che intende addentrarsi tra le pieghe di questo presente. 

niente seguito al dibattito, o solo risposte / commenti 'selvaggi' e personalizzati. ora, a parte il valore in sè, lo spessore o l'organicità di un intervento, c'è da dire banalmente che chi partecipa ad un blog lo fa per comunicare delle idee, non per stroncare con superficialità e quindi essere stroncato avendo in cambio (in risposta) la stessa moneta della superficialità (o, all'opposto, come dici tu, ricevendo solo commenti ispirati al lavoro capzioso e sterile sui particolari, benchè sempre importanti,senza affrontare IL tema) . 

in quell'abbozzo di discussione forse ci sono addentellati con il tuo post. e cioè stiamo parlando, senza indulgere nell'annosa quaestio delle apocalissi postume alla ferroni o della militanza estrema della benedetti, della sostanziale sterilità del 'nuovo' romanzo italiano (e della critica che lo accampagna: ma questo, evidentemente, è un punto che non interessa.Invece...).

 e gli anni di piombo, allora, sono non solo un esempio di un tema mancato (del tragico impossibile, come dice dimitri, come dato insito nella nostra letteratura: novecentesca? solo contemporanea? solo secondonovecentesca? della sola narrativa? anche della poesia? e della critica?......). 

nella loro dimensione cronologica (seconda metà '70), quegli anni costituiscono, come è noto,  lo snodo di un cambiamento epocale, culturale, che coinvolge (e da quel momento affossa) la capacità ermeneutica, 'forte', del nostro romanzo. E' senz'altro la questione del postmoderismo e ldella sua penetrazione in italia proprio a partire da quegli anni (le risposte in letteratura eteree e autoreferenziali, per semplificare, a fronte del massimo picco di 'violenza' e di tragico del reale in Italia). Ultimamente su quello snodo insistono, per fare solo due esempi, in modi diversi, con passaggi esemplari, i saggi di Belpoliti, "Settanta" , e di Tricomi su Pasolini.

Ora, ha senso estrarre dalle proprie tasche, come quando giocavamo alle figurine, questo o un altro autore, questo o un altro romanzo,  per smentire la tesi dell'assenza organica di una svolta culturale in Italia, della mancanza organica delle nostre 'lettere' di fronte al tentativo di affresco - storico - della realtà di questi anni, dagli anni '70 all'epoca berlusconiana? 

Quegli autori, quei NOMI, con un registro tranchant, mi rendo conto, sono 'particolari', quisquiglie, che potrebbero arrivare fino ad oggi (ecco che torna il caso di Desiati, come emblema, spia...), in una proliferazione di esempi che mancano però il bersaglio.Come tessere disperse, anche di ottima qualità, di un mosaico che al suo centro ha, implacabile, un vuoto.

Il vuoto della nostra situazione culturale, nella quale è mancata e manca la STAGIONE di un nuovo romanzo, che io immagino, ben inteso, capillare, fatto di tanti nomi (che appunto vadano a formare una, non so come meglio chiamarla, STAGIONE, o linea riconoscibile, benchè molteplice ecc), e che ci consenta di dire, per parafrasare H. Arendt, "Ecco il mondo".. In Italia, dagli anni di piombo alla precarietà...

  Mi rendo conto dell'ampiezza della problematica, che a mio parere riguarderebbe, se si volesse affrontare IL tema, anche (o soprattutto?) il ruolo in questo contesto della critica (in senso lato). Il centro del problema (del dibattito?), insomma - ed è forse IL problema dei problemi - è nell'affrontare un'inchiesta (ah, grande genere - narrativo - negletto...), sulle cause della  'anemia' strutturale che ha coinvolto e coinvolge il nostro romanzo italiano. Forse si dovrebbe andare più lontano da una discussione sui  singoli autori. Forse tutto ciò riguarda ben altro. 

Mi permetto di sollevare allora la mia questione che riguarda il 'nuovo' romanzo italiano di fronte al tema scomodo, persino in storiografia, come è noto, degli anni di piombo e via via fino ad oggi (il conflitto, la precarietà, ecc.). 
- Come lavora la critica a ridosso di questo tema, su questi autori, di ieri e di oggi? 
- Si può dire che esercita un buon servizio al prospettarsi di una Stagione diversa del nostro romanzo? 
- Se ci fosse, insomma, questa stagione, la critica se ne accorgerebbe?
- E come si comporta di fronte alla 'crisi' del nostro romanzo odierno?
 

Mi riferisco in prima battuta alla critica militante, ai quotidiani, ai blog (e non basta parlare facilmente del Corsera Citati La repubblica ecc ):diamo anche uno sguardo alle pagine culturali de 'il manifesto', ad esempio, o a NI ecc... Nisticò, qualche anno fa, sulla Rivista dei libri, parlava ad esempio delle pagine di cultura del quotidiano comunista italiano come di un' 'accademia vicaria'....  E io parlavo a proposito di Desiati di una (giovane) critica tutta amichevole verso (certi) giovani autori: praticamente asservita, anch'essa, ai meccanismi editoriali e a logiche tutte, e soltanto, (auto)promozionali.... C'è una terza via all'orizzonte? Rientra questa domanda nel tema del romanzo italiano e delle sue mancanze, dagli anni di piombo ad oggi?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a sartori:<br />
quello del dibattito, del dibattito su NI (sui blog lett.), è un problema che tu sollevi giustamente. </p>
<p>mi permetto di rinviare al mio intervento a proposito dell&#8217;articolo di raimo sulla &#8216;generazione disincantata&#8217; e i temi della precarietà.  ci sono miei appunti su desiati ma, in verità, sulla questione più vasta della narrativa italiana promossa e sponsorizzata dalla nuova critica, sugli esiti di un romanzo nuovo italiano che intende addentrarsi tra le pieghe di questo presente. </p>
<p>niente seguito al dibattito, o solo risposte / commenti &#8217;selvaggi&#8217; e personalizzati. ora, a parte il valore in sè, lo spessore o l&#8217;organicità di un intervento, c&#8217;è da dire banalmente che chi partecipa ad un blog lo fa per comunicare delle idee, non per stroncare con superficialità e quindi essere stroncato avendo in cambio (in risposta) la stessa moneta della superficialità (o, all&#8217;opposto, come dici tu, ricevendo solo commenti ispirati al lavoro capzioso e sterile sui particolari, benchè sempre importanti,senza affrontare IL tema) . </p>
<p>in quell&#8217;abbozzo di discussione forse ci sono addentellati con il tuo post. e cioè stiamo parlando, senza indulgere nell&#8217;annosa quaestio delle apocalissi postume alla ferroni o della militanza estrema della benedetti, della sostanziale sterilità del &#8216;nuovo&#8217; romanzo italiano (e della critica che lo accampagna: ma questo, evidentemente, è un punto che non interessa.Invece&#8230;).</p>
<p> e gli anni di piombo, allora, sono non solo un esempio di un tema mancato (del tragico impossibile, come dice dimitri, come dato insito nella nostra letteratura: novecentesca? solo contemporanea? solo secondonovecentesca? della sola narrativa? anche della poesia? e della critica?&#8230;&#8230;). </p>
<p>nella loro dimensione cronologica (seconda metà &#8216;70), quegli anni costituiscono, come è noto,  lo snodo di un cambiamento epocale, culturale, che coinvolge (e da quel momento affossa) la capacità ermeneutica, &#8216;forte&#8217;, del nostro romanzo. E&#8217; senz&#8217;altro la questione del postmoderismo e ldella sua penetrazione in italia proprio a partire da quegli anni (le risposte in letteratura eteree e autoreferenziali, per semplificare, a fronte del massimo picco di &#8216;violenza&#8217; e di tragico del reale in Italia). Ultimamente su quello snodo insistono, per fare solo due esempi, in modi diversi, con passaggi esemplari, i saggi di Belpoliti, &#8220;Settanta&#8221; , e di Tricomi su Pasolini.</p>
<p>Ora, ha senso estrarre dalle proprie tasche, come quando giocavamo alle figurine, questo o un altro autore, questo o un altro romanzo,  per smentire la tesi dell&#8217;assenza organica di una svolta culturale in Italia, della mancanza organica delle nostre &#8216;lettere&#8217; di fronte al tentativo di affresco - storico - della realtà di questi anni, dagli anni &#8216;70 all&#8217;epoca berlusconiana? </p>
<p>Quegli autori, quei NOMI, con un registro tranchant, mi rendo conto, sono &#8216;particolari&#8217;, quisquiglie, che potrebbero arrivare fino ad oggi (ecco che torna il caso di Desiati, come emblema, spia&#8230;), in una proliferazione di esempi che mancano però il bersaglio.Come tessere disperse, anche di ottima qualità, di un mosaico che al suo centro ha, implacabile, un vuoto.</p>
<p>Il vuoto della nostra situazione culturale, nella quale è mancata e manca la STAGIONE di un nuovo romanzo, che io immagino, ben inteso, capillare, fatto di tanti nomi (che appunto vadano a formare una, non so come meglio chiamarla, STAGIONE, o linea riconoscibile, benchè molteplice ecc), e che ci consenta di dire, per parafrasare H. Arendt, &#8220;Ecco il mondo&#8221;.. In Italia, dagli anni di piombo alla precarietà&#8230;</p>
<p>  Mi rendo conto dell&#8217;ampiezza della problematica, che a mio parere riguarderebbe, se si volesse affrontare IL tema, anche (o soprattutto?) il ruolo in questo contesto della critica (in senso lato). Il centro del problema (del dibattito?), insomma - ed è forse IL problema dei problemi - è nell&#8217;affrontare un&#8217;inchiesta (ah, grande genere - narrativo - negletto&#8230;), sulle cause della  &#8216;anemia&#8217; strutturale che ha coinvolto e coinvolge il nostro romanzo italiano. Forse si dovrebbe andare più lontano da una discussione sui  singoli autori. Forse tutto ciò riguarda ben altro. </p>
<p>Mi permetto di sollevare allora la mia questione che riguarda il &#8216;nuovo&#8217; romanzo italiano di fronte al tema scomodo, persino in storiografia, come è noto, degli anni di piombo e via via fino ad oggi (il conflitto, la precarietà, ecc.).<br />
- Come lavora la critica a ridosso di questo tema, su questi autori, di ieri e di oggi?<br />
- Si può dire che esercita un buon servizio al prospettarsi di una Stagione diversa del nostro romanzo?<br />
- Se ci fosse, insomma, questa stagione, la critica se ne accorgerebbe?<br />
- E come si comporta di fronte alla &#8216;crisi&#8217; del nostro romanzo odierno?</p>
<p>Mi riferisco in prima battuta alla critica militante, ai quotidiani, ai blog (e non basta parlare facilmente del Corsera Citati La repubblica ecc ):diamo anche uno sguardo alle pagine culturali de &#8216;il manifesto&#8217;, ad esempio, o a NI ecc&#8230; Nisticò, qualche anno fa, sulla Rivista dei libri, parlava ad esempio delle pagine di cultura del quotidiano comunista italiano come di un&#8217; &#8216;accademia vicaria&#8217;&#8230;.  E io parlavo a proposito di Desiati di una (giovane) critica tutta amichevole verso (certi) giovani autori: praticamente asservita, anch&#8217;essa, ai meccanismi editoriali e a logiche tutte, e soltanto, (auto)promozionali&#8230;. C&#8217;è una terza via all&#8217;orizzonte? Rientra questa domanda nel tema del romanzo italiano e delle sue mancanze, dagli anni di piombo ad oggi?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Giacomo S.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26052</link>
		<dc:creator>Giacomo S.</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 10:33:17 +0000</pubDate>
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		<description>(non avevo ancora visto l'intervento di D. Paolin)

11) non vi sembra che questo (relativo) silenzio sugli anni del terrorismo sia da mettere in relazione con "l'evacuazione del tragico", tipico di molta narrativa italiana, di cui parla Demetrio? non vi sembra che, per rimanere in tema, ci sia un rapporto molto stretto tra questa reticenza e la difficoltà che si nota in molti scrittori a costruirsi una lingua che gli smarchi dalla lingua "ufficiale", dalle lingue insomma più convenzionali, con il problema della lingua?

gs</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>(non avevo ancora visto l&#8217;intervento di D. Paolin)</p>
<p>11) non vi sembra che questo (relativo) silenzio sugli anni del terrorismo sia da mettere in relazione con &#8220;l&#8217;evacuazione del tragico&#8221;, tipico di molta narrativa italiana, di cui parla Demetrio? non vi sembra che, per rimanere in tema, ci sia un rapporto molto stretto tra questa reticenza e la difficoltà che si nota in molti scrittori a costruirsi una lingua che gli smarchi dalla lingua &#8220;ufficiale&#8221;, dalle lingue insomma più convenzionali, con il problema della lingua?</p>
<p>gs</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Baldrus</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26049</link>
		<dc:creator>Baldrus</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 10:08:41 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26049</guid>
		<description>Giacomo, io qui non ho letto nessuna distruzione del tuo pezzo. Anzi, ha stimolato una discussione molto interessante. Io sarei contento. Le critiche non mancheranno mai, ma proprio mai, specialmente su questo sito, qualunque cosa scriverai.

Poi non capisco il punto 10.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Giacomo, io qui non ho letto nessuna distruzione del tuo pezzo. Anzi, ha stimolato una discussione molto interessante. Io sarei contento. Le critiche non mancheranno mai, ma proprio mai, specialmente su questo sito, qualunque cosa scriverai.</p>
<p>Poi non capisco il punto 10.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: francesco forlani</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26048</link>
		<dc:creator>francesco forlani</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 10:06:04 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26048</guid>
		<description>Carissimo Giacomo, 
condivido la tua replica e per quanto mi riguarda vorrei solo precisare una cosa.
Quando parlo della questione emigrazione l'associo all'altra degli anni di piombo perchè penso che ci sia uno stesso grado di dificoltà a raccontare. Un amico Angelo Castrovilli che lavora da anni sull'emigrazione a Torino mi raccontava qualche gorno fa di come trovasse durante le interviste un vero dolore del raccontare da parte dei suoi intervistati, un sentimento di pudore, vergogna, astio, a distanza di cinquant'anni ancora vivo.  il fatto di cronaca, per esempio dell'impiccagione suicidio di Ciriaco Saldutto (cantato da Ivan Della Mea nella ballata omonima) bocciato alle medie perchè parlava in dialetto (barese) è una tessera minuscola di quel gigantesco puzzle. Personalmente sono stato a Metz a più riprese e quello che ho visto e sentito è veramente una massa di nodi. 
Domanda per te Giacomo. Quale lingua usare per raccontare tutto quello?
effeffe</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Carissimo Giacomo,<br />
condivido la tua replica e per quanto mi riguarda vorrei solo precisare una cosa.<br />
Quando parlo della questione emigrazione l&#8217;associo all&#8217;altra degli anni di piombo perchè penso che ci sia uno stesso grado di dificoltà a raccontare. Un amico Angelo Castrovilli che lavora da anni sull&#8217;emigrazione a Torino mi raccontava qualche gorno fa di come trovasse durante le interviste un vero dolore del raccontare da parte dei suoi intervistati, un sentimento di pudore, vergogna, astio, a distanza di cinquant&#8217;anni ancora vivo.  il fatto di cronaca, per esempio dell&#8217;impiccagione suicidio di Ciriaco Saldutto (cantato da Ivan Della Mea nella ballata omonima) bocciato alle medie perchè parlava in dialetto (barese) è una tessera minuscola di quel gigantesco puzzle. Personalmente sono stato a Metz a più riprese e quello che ho visto e sentito è veramente una massa di nodi.<br />
Domanda per te Giacomo. Quale lingua usare per raccontare tutto quello?<br />
effeffe</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Giacomo S.</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26047</link>
		<dc:creator>Giacomo S.</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 09:51:32 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26047</guid>
		<description>alcune domande che mi vengono spontanee leggendo i commenti qui sopra: 

1) vi sembra davvero che il mio intervento fosse incentrato sulla narrativa riguardante gli anni di piombo (sono d'accordissimo con chi ha criticato questa espressione, l'ho usata solo per comodità!), e non piuttosto la citasse come un esempio?

2) vi sembra davvero che abbia sostenuto che, fino agli ultimissimi anni, l'unico romanzo sugli anni di piombo sia Gli invisibili? Non ho piuttosto detto piuttosto "quello che è pressoché unanimemente considerato"? Certo c'è anche Leonetti! Certo si potrebbe citare anche qualcun'altro!

3) non vi sembra che, anche aggiungendo Leonetti e gli altri che si potrebbero aggiungere, si tratta pur sempre, se escludiamo appunto gli ultissimi anni (in particolare dopo il 2003) di pochissimi testi, a fronte delle centinaia di romanzi che trattano altri temi?; questo quasi assoluto silenzio di quasi un quarto si secolo non vi sembra che possa essere sintomatico di qualcosa? è solo casuale? non vi sembra che possa essere uno stimolanete argomento di discussione, se si parla della narrativa italiana?

4) vi sembra che abbia davvero svalutato in qualche modo i romanzi che negli ultissimi anni sono stati scritti sugli anni del terrorismo? non vi sembra che il mio esempio si limitasse ai 25 anni precedenti? non ho forse detto "sebbene negli ultimissimi anni un certo numero di testi (ho in mente un saggio di D. Paolin) si siano cimentati"? 
certo sui romanzi che sono stati citati, ai quali se ne potrebbero aggiungere altri, più o meno riusciti, e più o meno vicini a una visione molto convenzionale, ci sarebbe moltissimo da dire! 

4) non vi sembra che, anche aggiungendo i romanzi recenti che sono stati citati, ai quali se ne potrebbero appunto aggiungere altri, il numero complessivo sia pur sempre infinitamente basso, rispetto alle centinaia e centinaia del totale di romanzi prodotti? questo fatto vi sembra casuale? come lo giustificate?

5) vi sembra che abbia detto che quello degli anni di piombo sia l'unico tema che sia ignorato (con i puntini sugli i di cui sopra) dalla narrativa italiana?
certo c'è anche l'emigrazione italiana (della quale paradossalmente si è scritto più in altre lingue, che in italiano; un esempio per la Francia: Tonino Benacquista), certo si potrebbero citare altri temi!

6) vi sembra davvero che le condizioni materiali, il tempo che lo scrittore impiega per ricercare e informarsi, pur sempre importantissime (aihmé!), possa essere ritenuto il motivo principale che spiega quanti pochi romanzi ci sono stati sul periodo del terrorismo per 25 anni? che spiega quanti pochi romanzi, anche se includiamo i non pochi che sono apparsi in questi ultimissimi anni, che sono stati scritti sul terrorismo? che, più in generale, spiega perchè determinati temi siano ignorati, o comunque poco battuti?

7) non vi sembra che il fatto che la grande massa dei romanzi prodotti evitino certi temi molto importanti, "scottanti", sia una specificità (intendo: le proporzioni che raggiunge da noi in Italia) della narrativa italiana?
vi sembra che porre questa domanda implichi per forza prendere sottogamba e/o non considerare i relativamente non numerosi (anche se importanti!) - come quelli citati - che invece non esitano a dare l'affondo? vi sembra che questa tendenza generale italiana sia presente anche in altri paesi? quali? vedete negli altri paesi dei silenzi su alcuni temi determinati? quali? vedete delle analogie con la situazione italiana?

8) non vi sembra che il mio intervento fosse una replica a Mancassola, che se non sbaglio nessuno ha citato? che vada letto in questo contesto? 

9) non vi sembra una buona cosa che su NI ci siano anche dei dibattiti, dove sulla stessa questione si confrontano più scrittori? non vi sembra che sia importante che vengano espresse e argomentate - con tutte le inesattezze e approssimazioni del caso - tesi diverse? non vi sembra che sarebbe molto interessante sentire anche cosa ne pensa anche qualche altro scrittore? o qualche critico? non avvertite anche voi un'assenza di dibattito cu certi temi di fondo, un accanirsi - volta a volta molto rivelatore, se è per quello - sui dettagli? 

10) non vi sembra che le affermazioni di uno scrittore vadano prese in maniera un po' diversa da quelle di un critico, badando più allo sostanza che al rigore del ragionamento, che al puntiglio della precisione?


Vi assicuro che non sono domande polemiche. Come dire, non intervengo certo per difendere il mio pezzo, non è questo. Distruggetelo pure, la vostra distruzione è molto stimolante. Alle cose che ho scritto sono arrivato, anche, ascoltandovi. Altrimenti non sarei qui. Ma appunto, non dimenticate, per partito preso, per i tanti partiti presi che esprimete, spesso più che legittimi, il nucleo del problema

gs</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>alcune domande che mi vengono spontanee leggendo i commenti qui sopra: </p>
<p>1) vi sembra davvero che il mio intervento fosse incentrato sulla narrativa riguardante gli anni di piombo (sono d&#8217;accordissimo con chi ha criticato questa espressione, l&#8217;ho usata solo per comodità!), e non piuttosto la citasse come un esempio?</p>
<p>2) vi sembra davvero che abbia sostenuto che, fino agli ultimissimi anni, l&#8217;unico romanzo sugli anni di piombo sia Gli invisibili? Non ho piuttosto detto piuttosto &#8220;quello che è pressoché unanimemente considerato&#8221;? Certo c&#8217;è anche Leonetti! Certo si potrebbe citare anche qualcun&#8217;altro!</p>
<p>3) non vi sembra che, anche aggiungendo Leonetti e gli altri che si potrebbero aggiungere, si tratta pur sempre, se escludiamo appunto gli ultissimi anni (in particolare dopo il 2003) di pochissimi testi, a fronte delle centinaia di romanzi che trattano altri temi?; questo quasi assoluto silenzio di quasi un quarto si secolo non vi sembra che possa essere sintomatico di qualcosa? è solo casuale? non vi sembra che possa essere uno stimolanete argomento di discussione, se si parla della narrativa italiana?</p>
<p>4) vi sembra che abbia davvero svalutato in qualche modo i romanzi che negli ultissimi anni sono stati scritti sugli anni del terrorismo? non vi sembra che il mio esempio si limitasse ai 25 anni precedenti? non ho forse detto &#8220;sebbene negli ultimissimi anni un certo numero di testi (ho in mente un saggio di D. Paolin) si siano cimentati&#8221;?<br />
certo sui romanzi che sono stati citati, ai quali se ne potrebbero aggiungere altri, più o meno riusciti, e più o meno vicini a una visione molto convenzionale, ci sarebbe moltissimo da dire! </p>
<p>4) non vi sembra che, anche aggiungendo i romanzi recenti che sono stati citati, ai quali se ne potrebbero appunto aggiungere altri, il numero complessivo sia pur sempre infinitamente basso, rispetto alle centinaia e centinaia del totale di romanzi prodotti? questo fatto vi sembra casuale? come lo giustificate?</p>
<p>5) vi sembra che abbia detto che quello degli anni di piombo sia l&#8217;unico tema che sia ignorato (con i puntini sugli i di cui sopra) dalla narrativa italiana?<br />
certo c&#8217;è anche l&#8217;emigrazione italiana (della quale paradossalmente si è scritto più in altre lingue, che in italiano; un esempio per la Francia: Tonino Benacquista), certo si potrebbero citare altri temi!</p>
<p>6) vi sembra davvero che le condizioni materiali, il tempo che lo scrittore impiega per ricercare e informarsi, pur sempre importantissime (aihmé!), possa essere ritenuto il motivo principale che spiega quanti pochi romanzi ci sono stati sul periodo del terrorismo per 25 anni? che spiega quanti pochi romanzi, anche se includiamo i non pochi che sono apparsi in questi ultimissimi anni, che sono stati scritti sul terrorismo? che, più in generale, spiega perchè determinati temi siano ignorati, o comunque poco battuti?</p>
<p>7) non vi sembra che il fatto che la grande massa dei romanzi prodotti evitino certi temi molto importanti, &#8220;scottanti&#8221;, sia una specificità (intendo: le proporzioni che raggiunge da noi in Italia) della narrativa italiana?<br />
vi sembra che porre questa domanda implichi per forza prendere sottogamba e/o non considerare i relativamente non numerosi (anche se importanti!) - come quelli citati - che invece non esitano a dare l&#8217;affondo? vi sembra che questa tendenza generale italiana sia presente anche in altri paesi? quali? vedete negli altri paesi dei silenzi su alcuni temi determinati? quali? vedete delle analogie con la situazione italiana?</p>
<p>8) non vi sembra che il mio intervento fosse una replica a Mancassola, che se non sbaglio nessuno ha citato? che vada letto in questo contesto? </p>
<p>9) non vi sembra una buona cosa che su NI ci siano anche dei dibattiti, dove sulla stessa questione si confrontano più scrittori? non vi sembra che sia importante che vengano espresse e argomentate - con tutte le inesattezze e approssimazioni del caso - tesi diverse? non vi sembra che sarebbe molto interessante sentire anche cosa ne pensa anche qualche altro scrittore? o qualche critico? non avvertite anche voi un&#8217;assenza di dibattito cu certi temi di fondo, un accanirsi - volta a volta molto rivelatore, se è per quello - sui dettagli? </p>
<p>10) non vi sembra che le affermazioni di uno scrittore vadano prese in maniera un po&#8217; diversa da quelle di un critico, badando più allo sostanza che al rigore del ragionamento, che al puntiglio della precisione?</p>
<p>Vi assicuro che non sono domande polemiche. Come dire, non intervengo certo per difendere il mio pezzo, non è questo. Distruggetelo pure, la vostra distruzione è molto stimolante. Alle cose che ho scritto sono arrivato, anche, ascoltandovi. Altrimenti non sarei qui. Ma appunto, non dimenticate, per partito preso, per i tanti partiti presi che esprimete, spesso più che legittimi, il nucleo del problema</p>
<p>gs</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: demetrio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26043</link>
		<dc:creator>demetrio</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 08:48:25 +0000</pubDate>
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		<description>io credo che gli anni di piombo possiedano in sé qualcosa di tragico, ma la letteratura italiana sfugge al "tragico", preferendo scelte più tranquillizzanti. Mi viene in mente Baliani in "Corpo di Stato".
Lo stesso Baliani  racconta di aver pensato ad Antigone, figura tragica per eccellenza, per iniziare il racconto su Moro, ma nel corso della stesura del testo l'autore cambia idea: a imporsi non è più Antigone, ma i ricordi del dove eravamo, del cosa facevamo durante i giorni dell'affaire Moro.
Si passa, quindi, dalla tragedia al racconto di una generazione, che è sicuramente interessante, ma - secondo me - abolisce dall'orizzonte il tragico.

Il mio contributo, diviso in due parti, che, con troppa bontà, Giacomo Sartori cita lo potete trovare qui:
http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/11/romanzi_sugli_a_1.html

in questo periodo sto scrivendo una terza puntata, spero di metterla on line al più presto.

grazie.
d.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>io credo che gli anni di piombo possiedano in sé qualcosa di tragico, ma la letteratura italiana sfugge al &#8220;tragico&#8221;, preferendo scelte più tranquillizzanti. Mi viene in mente Baliani in &#8220;Corpo di Stato&#8221;.<br />
Lo stesso Baliani  racconta di aver pensato ad Antigone, figura tragica per eccellenza, per iniziare il racconto su Moro, ma nel corso della stesura del testo l&#8217;autore cambia idea: a imporsi non è più Antigone, ma i ricordi del dove eravamo, del cosa facevamo durante i giorni dell&#8217;affaire Moro.<br />
Si passa, quindi, dalla tragedia al racconto di una generazione, che è sicuramente interessante, ma - secondo me - abolisce dall&#8217;orizzonte il tragico.</p>
<p>Il mio contributo, diviso in due parti, che, con troppa bontà, Giacomo Sartori cita lo potete trovare qui:<br />
<a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/11/romanzi_sugli_a_1.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/www.vibrissebollettino.net');" rel="nofollow">http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/11/romanzi_sugli_a_1.html</a></p>
<p>in questo periodo sto scrivendo una terza puntata, spero di metterla on line al più presto.</p>
<p>grazie.<br />
d.</p>
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	<item>
		<title>Di: "Tullio De Mauro"</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26042</link>
		<dc:creator>"Tullio De Mauro"</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 08:30:58 +0000</pubDate>
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		<description>Ci sono voluti 27 messaggi per dire una verità molto semplice: la lingua dei movimenti (ma io direi le lingue dei movimenti) non coincideva con la lingua del Potere di cui parlava Sartori. Finalmente! 
Esisteva sì una lingua della nuova sinistra e movimentista fatta di stereotipi legnosi reiterati (nell'illusione che repetita iuvant sempre e comunque), ma i movimenti ne produssero anche la critica in tempo reale: era una lingua che veniva irrisa nel momento stesso in cui si affermava, nelle radio libere, negli slogan, nelle scritte sui muri, nelle canzoni di Gianfranco Manfredi, nell'esplosione del Settantasette (ahi, ecco un altro cliché). Ad esempio, parlare di "linguaggio morto del quotidiano" a proposito di Bifo mi sembra abbastanza surreale, prima di tutto perché Bifo esercitava una critica dei linguaggi della militanza, e poi perché sfido chiunque a dire che nel quotidiano si parlava come Bifo.
Purtroppo la narrazione/ricostruzione dominante ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto: la lingua del Corsera e quella delle BR, la lingua di Radio Alice e quella delle femministe, la lingua di Andrea Pazienza e quella di Servire il Popolo...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono voluti 27 messaggi per dire una verità molto semplice: la lingua dei movimenti (ma io direi le lingue dei movimenti) non coincideva con la lingua del Potere di cui parlava Sartori. Finalmente!<br />
Esisteva sì una lingua della nuova sinistra e movimentista fatta di stereotipi legnosi reiterati (nell&#8217;illusione che repetita iuvant sempre e comunque), ma i movimenti ne produssero anche la critica in tempo reale: era una lingua che veniva irrisa nel momento stesso in cui si affermava, nelle radio libere, negli slogan, nelle scritte sui muri, nelle canzoni di Gianfranco Manfredi, nell&#8217;esplosione del Settantasette (ahi, ecco un altro cliché). Ad esempio, parlare di &#8220;linguaggio morto del quotidiano&#8221; a proposito di Bifo mi sembra abbastanza surreale, prima di tutto perché Bifo esercitava una critica dei linguaggi della militanza, e poi perché sfido chiunque a dire che nel quotidiano si parlava come Bifo.<br />
Purtroppo la narrazione/ricostruzione dominante ha appiattito lo scenario e sembra che tutto fosse uguale a tutto: la lingua del Corsera e quella delle BR, la lingua di Radio Alice e quella delle femministe, la lingua di Andrea Pazienza e quella di Servire il Popolo&#8230;</p>
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	<item>
		<title>Di: Baldrus</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/03/30/gli-anni-di-piombo-berlusconi-la-lingua/#comment-26041</link>
		<dc:creator>Baldrus</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2006 08:00:05 +0000</pubDate>
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		<description>Si sa che gli scrittori industriali americani hanno a disposizione delle piccole redazioni, dove i collaboratori (che un tempo erano chiamati “negri”) fanno ricerche d’archivio, leggono gli atti di processi, fanno sopralluoghi in città o quartieri che poi compariranno nel libro. In Italia non so. Si diceva di Maurizio Costanzo, che viveva in televisione, scriveva su una quantità di giornali e sfornava pure dei libri. Ora, vediamo alcuni lavori di ricerca sui movimenti giovanili, lavori di ricerca storica, non romanzesca: c’è una storia delle nuove sinistre, in due volumi, scritta da Massimo Teodori (l’ex radicale ora in Forza Italia se non sbaglio), molto precisa, ma Teodori è un prof, e fa lavorare gli studenti; poi l’Orda d’Oro, bellissimo, che va da 68 al 77, ma è scritto da due autori, Nanni Balestrini e Primo Moroni, che si sono fatti un mazzo così. Poi un grandissimo romanzo storico, il più grande: Rinascimento Privato di Maria Bellonci, che ha passato gran parte della vita chiusa in biblioteche a leggere documenti, lettere, memoriali dell’epoca, e ha scritto un libro dove ci sono i Gonzaga, gli Sforza, i Papi, Lucrezia Borgia, il sacco di Roma, e al contempo le emozioni e gli sfarzi e le tragedie personali di Isabella d’Este. Ecco, tutto questo dovrebbe essere il libro sugli anni di piombo, dove ci sono i movimenti del Settantasette, la loro creatività, forse la loro ingenuità, la loro lingua (che non è quella del Potere di cui parla Sartori), e la deriva successiva della lotta armata, che nella fase iniziale si intreccia coi movimenti, li avvelena, li distrugge, e i misteri dell’Italia, i servizi, la mafia ecc. Non un saggio, non una storia “ambientata”, ma un romanzo storico, proprio come Rinascimento Privato. Davvero c’è qualcuno che l’ha scritto? Davvero c’è qualcuno che riuscirebbe a scriverlo?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Si sa che gli scrittori industriali americani hanno a disposizione delle piccole redazioni, dove i collaboratori (che un tempo erano chiamati “negri”) fanno ricerche d’archivio, leggono gli atti di processi, fanno sopralluoghi in città o quartieri che poi compariranno nel libro. In Italia non so. Si diceva di Maurizio Costanzo, che viveva in televisione, scriveva su una quantità di giornali e sfornava pure dei libri. Ora, vediamo alcuni lavori di ricerca sui movimenti giovanili, lavori di ricerca storica, non romanzesca: c’è una storia delle nuove sinistre, in due volumi, scritta da Massimo Teodori (l’ex radicale ora in Forza Italia se non sbaglio), molto precisa, ma Teodori è un prof, e fa lavorare gli studenti; poi l’Orda d’Oro, bellissimo, che va da 68 al 77, ma è scritto da due autori, Nanni Balestrini e Primo Moroni, che si sono fatti un mazzo così. Poi un grandissimo romanzo storico, il più grande: Rinascimento Privato di Maria Bellonci, che ha passato gran parte della vita chiusa in biblioteche a leggere documenti, lettere, memoriali dell’epoca, e ha scritto un libro dove ci sono i Gonzaga, gli Sforza, i Papi, Lucrezia Borgia, il sacco di Roma, e al contempo le emozioni e gli sfarzi e le tragedie personali di Isabella d’Este. Ecco, tutto questo dovrebbe essere il libro sugli anni di piombo, dove ci sono i movimenti del Settantasette, la loro creatività, forse la loro ingenuità, la loro lingua (che non è quella del Potere di cui parla Sartori), e la deriva successiva della lotta armata, che nella fase iniziale si intreccia coi movimenti, li avvelena, li distrugge, e i misteri dell’Italia, i servizi, la mafia ecc. Non un saggio, non una storia “ambientata”, ma un romanzo storico, proprio come Rinascimento Privato. Davvero c’è qualcuno che l’ha scritto? Davvero c’è qualcuno che riuscirebbe a scriverlo?</p>
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