R.V.P./ CENERE ALLA CENERE

14 giugno 2006
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Di Gaja Cenciarelli

Fuoco. S’infuoca. Si va a fuoco. Fuoco, acqua acqua fuocherello, acquazzone, incendio. Fuoco di paglia. Fuoco fatuo.
«Si va a fuoco». Dice la donna con le mani punteggiate da piccole chiazze marroni chiaro e l’orologio d’oro. E ciacola come a rincorrere le lancette dei secondi, come se il tempo non fosse mai abbastanza per chiarire i concetti. Li affastella, uno sull’altro, una pioggia torrenziale di affermazione del sé, la lingua come atto creativo di nonsense.
Il fuoco di fila delle sue parole.
La donna con le gambe nude fino alle cosce e le unghie smaltate di porpora risponde: «È un forno».
Lui è vecchio, di quella vecchiaia che ti divora da dentro, scarnifica le ossa e lascia solo il guscio, vuoto e raggrinzito dalla violenza del risucchio interno. Il suo esser vecchio non si può nemmeno barattare con la dolcezza, l’etereità della parola anziano. Ha una camicia di flanella a scacchi blu e verdi e delle donne non vede la faccia perché è curvo, la testa incassata tra le spalle, guarda in basso e si tira continuamente i polsini, finché i pollici non scompaiono sotto gli scacchi.
Alto è il sole a mezzogiorno, sarà cotto il bimbo al forno?
«Da restarci secchi» dice la donna con le chiazze marroni sulle mani e l’orologio d’oro.
Rogna rognetta, la bimba resta secca. Secca nel fornoLui oscilla avanti e indietro, rimanendo seduto. Il mantra delle filastrocche gli incorona la testa, gliela circonda come un serto di alloro, o di spine.
«Che abbiamo fatto di male per meritare questo?» ridacchia la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora.
Buongiorno, buongiorno, il bimbo è cotto al forno«È la natura che si ribella» dice, con voce grave, la donna con le chiazze marroni sulle mani e l’orologio d’oro. «L’uomo l’ha violentata, le ha fatto quel che gli è parso e piaciuto e ormai bisogna stare attenti anche a quello che si mangia».
Impasto il bimbo, lo metto al forno, che delizia il profumino intorno!
«Ogni estate è sempre peggio» dice la donna con le gambe nude.
Mentre lui oscilla avanti e indietro le due donne smettono di parlare. Sente il silenzio innaturale di chi parla senza voce, un silenzio che dura troppo a lungo per essere un respiro, e che non è assoluto perché inframmezzato dal suono umido della lingua contro il palato.
Mentre i bimbi vanno intorno li pregusta cotti al forno.«In metropolitana, poi… non ne parliamo. L’aria condizionata è segno di civiltà. E poi la gente… pare che d’estate smetta di lavarsi». La donna con le chiazze marroni sulle mani pronuncia quest’ultima frase a voce più alta. A lui sembra arrivare dritta nel padiglione auricolare e sgusciare nel condotto uditivo. Si ferma un attimo. Poi, noncurante, riprende la sua altalena, avanti e indietro, e mentre dondola continua a tirarsi i polsini sulle mani.
E i bambini per contorno, si riposan dentro al forno
«Menomale che a Termini scendono quasi tutti e la carrozza si svuota» dice la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora. «Almeno ci togliamo di torno questo odore mefitico e ricominciamo a respirare». Anche lei alza la voce a quest’ultima frase.
termini termina terminale terminati sterminati termine fine finiti finale
L’uomo si alza quando la voce metallica, nella carrozza nuova ma con l’aria condizionata già fuori uso, esordisce: «Stazione Termini. Prossima fermata: Vittorio Emanuele».
La metro frena bruscamente, lui alza il braccio di scatto per aggrapparsi al sostegno con dei riflessi sorprendentemente pronti. La donna con le chiazze marroni sulle mani e l’orologio d’oro al polso e la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora lo seguono con lo sguardo carico della speranza di vederlo scomparire, volatilizzarsi, incenerirsi.
Voglio cuocermi al forno per un nuovo contorno
Con lo scatto del braccio il polsino sulla mano destra è ricaduto indietro, scoprendo il pollice e parte dell’avambraccio.
La donna con le gambe nude riesce a vederli solo per un attimo. Rimarrà piacevolmente inorridita per ben sette minuti: tanto impiegherà a capire il senso dei numeri tatuati sull’avambraccio del vecchio con la camicia di flanella, che, sceso dalla carrozza, si tira di nuovo giù i polsini e scompare, si volatilizza, si incenerisce nel forno della canicola agostana.

80 Responses to R.V.P./ CENERE ALLA CENERE

  1. Ivan R. il 14 giugno 2006 alle 18:05

    Complimenti Gaja…(perfetta la doppia agnizione su UN personaggio)

  2. Gaja il 14 giugno 2006 alle 18:10

    Grazie, Ivan, troppo buono.

  3. cara polvere il 14 giugno 2006 alle 18:45

    i miei più cinerei;-) complimenti.
    pezzo bello. molto bello leggerti. qui.

    ps: vado a studiarmi la “doppia agnizione”, che non so cosa sia.
    paola

  4. Gaja il 14 giugno 2006 alle 21:11

    Carissima polvere,
    sono cinereamente;-) deliziata dalle tue parole! Per me è un piacere leggerti… ovunque!
    Grazie mille. Sei sempre gentilissima.
    Un bacio sepolcrale:-D

  5. Nunzio Festa il 14 giugno 2006 alle 21:31

    davvero interessante. Molto ma molto.
    come il meglio, ti fa veniere voglia di leggere altro

    b!

    Nunzio Festa

  6. Gaja il 14 giugno 2006 alle 21:54

    Nunzio, grazie mille anche a te. Sono parole che fanno bene, di incoraggiamenti non se ne hanno mai abbastanza:-)

  7. Ivan il 14 giugno 2006 alle 22:12

    @ Gaja: “Grazie, Ivan, troppo buono.”

    Non direi, forse troppo conciso.

    @ Cara Polvere: è solo un’espressione “sintetica” e sfortunata per dire che (ai miei occhi) il vecchio si rivela prima come un personaggio surreale e poi come persona “terribilmente” reale.

  8. maline il 14 giugno 2006 alle 22:17

    Poesia in prosa. Semplicemente. E scoppietta come un fuoco fuochino fuocherello. Bello.

    maline

  9. temperanza il 15 giugno 2006 alle 00:05

    @ Sergio Garufi

    Se mi leggi, vogliamo parlarne?

  10. cara polvere il 15 giugno 2006 alle 02:36

    @ a Ivan
    grazie molte della spiegazione.

  11. Gaja il 15 giugno 2006 alle 07:27

    Grazie mille a maline e, di nuovo, a Ivan. Per me è un esordio inaspettato questo su Nazione Indiana. Mi fa bene sentire le vostre parole. Un bacio

  12. tashtego il 15 giugno 2006 alle 08:14

    forse non occorre ringraziare in continuazione, gaja.

  13. Andrea Raos il 15 giugno 2006 alle 09:32

    Sante parole Tash. Grazie.

  14. francesco forlani il 15 giugno 2006 alle 10:08

    Grazie Andrea.
    effeffe

  15. Cato il 15 giugno 2006 alle 10:15

    Anche mio padre portava camicie rigorosamente a maniche lunghe in piena estate. Anche lui tirava giù i polsini. Avevo nove anni quando lessi per la prima volta quella sequenza di numeri sul suo avambraccio…

    Grz

  16. temperanza il 15 giugno 2006 alle 10:48

    Adesso mi sono fatta un quadro più chiaro. Di questo naturalmente un grazie di cuore a tutti.

  17. stefania nardini il 16 giugno 2006 alle 11:56

    Che bello Gaja !
    Ciao
    stefi

  18. sergio garufi il 16 giugno 2006 alle 22:25

    @temperanza
    ti leggo solo ora perché sono stato sconnesso per alcuni giorni. di cosa vuoi parlare?

  19. temperanza il 16 giugno 2006 alle 23:59

    @garufi

    In un commento a un post del 14 maggio scorso tu mi dicevi:

    “se ci sono delle poesie o dei pezzi che non ti piacciono, e con dei commenti a tuo avviso esageratamente positivi, perché non esprimere e argomentare la tua opinione?”

    Volevo farlo qui, per questo post e questi commenti, e con te che mi avevi esplicitamente invitata a farlo un mese fa.

    Sulle prime la mia irritazione era così grande che mi ha costretta al silenzio e avevo rinunciato, adesso che si è un po’ placata posso farlo.

    Comentare solo per dire a Gaja Cenciarelli che l’ha scritto e a Forlani che l’ha postato “non mi piace” non va bene, non serve. Anche perché non è vero che “non mi piace”, il discorso è molto diverso.

    Potrei dire quello che dico a Forlani, ma Forlani è una persona di troppa delicatezza e di troppo diffusi sentimenti amicali per farlo con lui. Tu sei abbastanza duro nei tuoi giudizi perché io abbia voglia di farlo con te, se ti va.

    Ma solo se si affrontano davvero alcune idee sulla letteratura e alcune contraddizioni vostre. Se non è possibile non ne vale la pena.

    Leggere l’intervista a Oe, per citare soltanto un post e non fare ingiustizie a nessuno, e poi questo pezzo è piuttosto spiazzante, come minimo.

  20. stefania nardini il 17 giugno 2006 alle 17:29

    C’è chi va in palestra per farsi i muscoli, c’è chi naviga in rete, come temperanza, per arrotare gli artigli di un’aggressività gratuita nei confronti di tutti. Ed è veramente fastidioso questo tono da santa inquisizione.
    Dai Gaja, le streghe son tornate !
    Francesco, ma sei veramente una mammola per sfuggire a tutto cio’

  21. sergio garufi il 17 giugno 2006 alle 19:18

    @temperanza
    non ho letto il racconto di gaja con l’attenzione dovuta per esprimere un giudizio, è un periodaccio per me questo. ad ogni modo ti rinnovo l’invito a dire la tua, anche se negativa, gaja e francesco nel caso ribatteranno coi loro argomenti.

  22. Cato il 18 giugno 2006 alle 00:19

    @ Stefania Nardini

    Credo, cara Stefania, che dire, come fai tu, che Temperanza “arrota gli artigli di un’aggressività gratuita”, sia quantomeno azzardato, per non dire che è un’emerita sciocchezza. Io chiamerei “onestà intellettuale”, l’atteggiamento di chi, nel rispetto di ciò che legge e di chi l’ha scritto, esprime un parere negativo non preconcetto (e non mi sembra, nel caso specifico, che vi sia stata una qualche stroncatura).

    Detto così, nel modo più cordiale possibile, da parte di chi, come me, ha apprezzato il racconto della Cenciarelli, anche, e soprattutto, per ragioni estraletterarie.

  23. emma il 18 giugno 2006 alle 10:25

    L’argomento è difficile.
    Difficile sfuggire al buonismo.
    Difficile sfuggire alla perfetta identificazione tra il “cattivo” e il “volgare” (o – se si preferisce – tra il “cattivo” e il “berlusconiano”).
    Troppo rassicurante per la massa dei sedicenti e sepensanti virtuosi.

  24. furlen il 18 giugno 2006 alle 11:20

    Carissima Temperanza, carissimi tutti, oltre all’invito che faccio a Temperanza di dire la sua(e intanto la ringrazio della delicatezza a me e solo a me rivolta) vorrei proporre qualche spunto di riflessione. Di tanto in tanto ci si interroga su due segmenti propri ai blog.Da una parte sulla differenza dei post (inegalitè) che nel caso specifico di nazione indiana blog collettivo) si da naturalmente. Dall’altra sulla coesistenza, specularità, complementarietà esistente nei blog tra testo e commenti.Fermo restando che sulla qualità dei post non si discute (nel senso che l’autore del post possiede necessariamente degli strumenti che argomentino la sua difendibilità)si può aderire o meno a quella qualità. Ammettere che un testo ha le sue ragioni di esistere non significa sottoscriverne l’estetica che lo governa.
    Vero è che come accade in ogni fenomeno dell’esistenza, ci si può sbagliare. E capita di aver postato per esempio un pezzo che grazie ai commenti, a una rilettura, o al suo essere bloggato, si scopre debole. Mi è capitato di credere in un articolo che letto in una rivista cartacea aveva una sua ragione d’esistere e una volta estrapolato e pubblicato nel blog perdere la sua efficacia. Dico questo per sfatare il mito del’infallibilità del postante e rendere, spero, più sincero il discorso che riguarda il post in questione di Gaja. Questo racconto, che è arrivato in redazione, mi è piaciuto per una serie di ragioni. la prima è nella sua rapidità. Il plot- per nulla telefonato- si dipana su tre piani. Descrizione, parlato delle donne, recitativo descrizione del’uomo, e il luogo mezzo, trasporto comune (questo poteva essere un buon titolo.) Gaja, che evidentemente possiede la soluzione dell’enigma, non lo rivela attraverso un enunciato ma una posizione di mani. Si attarda nella descrizione di quelle e personalmente avendo vissuto molto a lungo nel sottosuolo parigino, mi ha sempre affascinato questo universo racchiuso nelle mani appoggiate ai paletti sostegni che sono nei vagoni. L’argomento del racconto non pretende aggiungere alcuna verità a quei fatti. A me sembra trattare- con estrema delicatezza- qualcosa che appartiene all’immaginario collettivo e che è di tutti. Quello che nei commenti può aver debordato è stato il rituale dei commentatori, che si conoscono probabilmente, anzi sicuramente, che si vogliono bene, e che in qualche modo danno una pacca sulla spalla al’autrice. Bene. Nulla di male. Credo che le cose vadano prese per quello che sono. A volte la vita si manifesta attraverso un complesso betisier. E tutto sommato quella leggerezza non guasta. Comunque sia anche a me piacerebbe “discutere” criticamente del testo, questo in assoluto. Del resto è la cosa che mi auguro accada con Gomorra. Dove tanti nei modi a loro congeniali hanno gridato al capolavoro ma dove pochi sono entrati veramente nel merito. Che è poi l’unico modo di rendere un servizio a un capolavoro. Abbracci.
    effeffe
    ps
    @Stefania, con tutte le gambe tese (e quelle le sottoscrivo tutte) presenti su NI credo tutto si possa dire di me tranne quello di essere un buonista
    :-)

  25. temperanza il 18 giugno 2006 alle 11:54

    Dirò quello che penso.

    Da quale necessità nasce questo testo? Mostra due donne che viaggiano in metropolitana contemporaneamente a un ex-deportato. Perché?
    Per mettere la realtà “futile” delle due donne a confronto con la realtà di un ex-deportato chiuso nella sua memoria? Ma qual è davvero la realtà delle due donne? Per poterla mettere utilmente dalla parte del futile bisognerebbe conoscerla un po’ meglio, non solo attraverso i motivi ricorrenti e ripetuti di identificazione fisica, cioè non solo attraverso un procedimento descrittivo e reiterato. Non sappiamo nulla di loro se non che una ha delle macchie sulle mani e un’altra le cosce nude. Oltre a questo, poco altro. Qual è dunque lo scopo del confronto? Una contrapposizione drammatica tra un mondo vuoto perché non è caratterizzato che dalla chiacchiera e il mondo deprivato e ossessivo di un sopravvissuto?
    Nulla nel testo ce lo fa capire. Non succede niente che richiami la nostra attenzione a parte lo sguardo “piacevolmente inorridito” di una di queste donne senza carattere né identità quando vede il numero tatuato. In questo “piacevolmente” dovrebbe risiedere il senso del testo, la contrapposizione?

    Sta in quel “Rimarrà piacevolmente inorridita per ben sette minuti” lo scopo del racconto? Vuol dirci che dobbiamo inorridire “non” piacevolmente? O che dobbiamo inorridire sempre? O che non inorridendo non sentiamo la colpa? per essere più chiara, è un racconto morale, questo?

    Credo di no. Per un racconto morale su un argomento come questo non bastano gli artifici retorici e narrativi. Anzi, indeboliscono fortemente il senso e lo confinano alla decorazione (Sto leggendo Loos, come ho detto altrove, e il concetto di ornamento mi è molto presente in questo momento).Tutti sappiamo che la consapevolezza etica non può vivere sempre nell’emergenza e nell’acme dell’indignazione, nell’emotività, perché l’emotività dura un secondo. Per dire qualcosa di sensato su questo argomento si dovrebbe dire di più, vedi Seebald, o di meno, vedi Celan, oppure tacere.

    Penso che se l’autrice ha scelto di mettere al centro del palcoscenico un ex-deportato lo sappia, abbia letto, ci abbia pensato. Dunque è evidente che questo pezzo non è una riflessione sul nazismo, sull’olocausto, sulla colpa.

    Dunque la natura di questo pezzo è estetica.

    L’uomo col tatuaggio viene usato a scopo di scrittura. Come a scopo di scrittura viene usato il motivo del fuoco e del forno che fa da cardine tra il piano delle donne e quello dell’uomo. Come a scopo di scrittura viene usata la ripetizione continua dei motivi.

    Lasciamo perdere se si tratti di scrittura buona o cattiva, anche se per me la ridondanza di artifici retorici che coprono un buon terzo del testo e una frase come “una pioggia torrenziale di affermazione del sé, la lingua come atto creativo di nonsense” la mettono dalla parte di quella anche esteticamente cattiva, ma consideriamo questa mia affermazione una mera questione di gusto.

    Quello che trovo intollerabile è l’uso del braccio tatuato di un ex-deportato a scopo estetico. Il numero del deportato non è un’agnizione, è una trovata. Non è un brandello di senso, è uno strumento nella ricerca dell’effetto retorico. (Ai miei occhi naturalmente, e pare che io sia l’unica a pensarla così)

    Il disagio è stato fortissimo, ho provato un vero senso di ripulsa. La ricerca dell’effetto retorico applicata a un argomento come questo rende automaticamente la scrittura poco etica (poco etica nella sua specifica forma di eticità letteraria, ovvio) e trasforma l’idea stessa di letteratura in qualcosa di dozzinale.

    Ero già stata urtata da La vita è bella di Benigni, qui molto di più.
    Ho letto con stupore i commenti, nel complesso li ho trovati stucchevoli e ciechi.
    Mi sono chiesta che scopo ha un blog come questo con i suoi bei discorsi critici se poi un testo del genere passa nel silenzio.

  26. temperanza il 18 giugno 2006 alle 11:56

    @Forlani

    Io ti ho letto qua e là, mi sono fatta l’idea che tu sia una persona gentile e delicata, penso anche che a volte questa tua delicatezza ti metta in situazioni difficili. Hai già provato a mediare tra me e la mia durezza, di cui mi pareva che tu condividessi almeno in parte il giudizio, e altri. Lo ho apprezzato.

  27. temperanza il 18 giugno 2006 alle 11:57

    @cato

    Ho capito la tua reazione. E’ stata emotiva. E ne hai ben ragione. E’ proprio per questo che io al contrario dico quello che dico.

    Potrebbe essere che anche l’autrice avesse un nonno ex-deportato. Ai miei occhi non cambierebbe le cose.

  28. Cato il 18 giugno 2006 alle 12:24

    @ Temperanza

    Ed è proprio per questo che ti ho sempre apprezzata e stimata, e continuo a farlo, con grande piacere, etico e intellettuale.

  29. stefania nardini il 18 giugno 2006 alle 13:09

    Furlen, era solo una battuta. Ti conosco abbastanza.

  30. Gaja il 18 giugno 2006 alle 21:19

    Salve a tutt*,
    son tornata dopo qualche giorno di assenza, e ho letto con interesse la discussione che si è andata sviluppando.
    innanzi tutto vorrei dire che apprezzo molto l’attenzione con la quale è stato letto il mio racconto e la dovizia di particolari che hanno accompagnato le osservazioni di chi ha avuto la bontà di ragionarci un po’ su. Ho apprezzato sia i commenti positivi che i commenti negativi: ciascun parere letterario motivato con rispetto – lo stesso rispetto con cui mi rivolgo sempre a chiunque e che, di conseguenza, mi aspetto dagli altri – ed educazione ha diritto di cittadinanza, a mio avviso, in una comunità civile.
    Vorrei precisare un paio di cose, per amor di verità: di tutti coloro che hanno espresso il proprio gradimento nei confronti del mio racconto conosco personalmente solo una persona. Di alcuni altri mi è familiare il “nick”, essendoci incrociati qualche volta su Vibrisse. Mi auguro – e non ho motivo di dubitare del contrario – che i loro commenti fossero dettati dalla buona fede e da un sincero apprezzamento, così come il commento di Temperanza, naturalmente, sia pure di segno contrario. Ciascun parere è legittimo, ai miei occhi, allo stesso modo.
    “Cenere alla cenere” è un racconto pensato per un’antologia che ha come leitmotiv la metropolitana di Roma e il clima, a dir poco surriscaldato, che vi si respira d’estate.

    @Temperanza

    Ti sei posta più di un interrogativo sul mio racconto ai quali hai dato una risposta esprimendo un tuo parere. Se me lo permetti, vorrei dire anche io la mia: la mia intenzione, nel raccontare questo viaggio in metropolitana, era di sottolineare quanto a volte si riesce a essere superficiali di fronte a una persona “diversa”, a una persona che “puzza”. Le due donne che parlano tra loro sono la personificazione di alcuni luoghi comuni, di alcune reazioni che la maggior parte di noi ha di fronte a individui che non si riescono a codificare o ad accettare. Il loro chiacchiericcio è il chiacchiericcio che si può sentire ovunque, che a me è capitato di sentire ovunque. Il vecchio ex deportato non è – almeno a mio avviso, almeno per ciò che erano le mie intenzioni – un artificio retorico per strappare il finale a effetto. Questo presupporrebbe una buona dose di calcolo da parte mia. E non è questo il caso. È logico che ho letto, è logico che ho scritto, è logico che ho pensato. Il vecchio ex deportato è la tragedia che vive accanto a ciascuno di noi, è l’altro di cui non ci si accorge, è una memoria che si sta perdendo. Le due donne sono la nostra zona oscura, non l’identificazione del “male” o del “volgare” con una determinata categoria di persone. I numeri sul polso dell’ex deportato sono una rivelazione che fa “piacevolmente inorridire” perché quella donna è la parte meschina di noi, e inorridisce piacevolmente perché, a suo avviso, quell’orrore è parte di una notizia da potersi rivendere, non l’occasione per riflettere. Temperanza, non sei l’unica ad aver reagito in questo modo. E io, credimi, faccio tesoro dei consigli e dei punti di vista diversi dai miei. Detto questo, prendo atto del tuo parere e non cambio il mio, come giustamente fai anche tu. Non ho un nonno ex deportato e anche se l’avessi questo non c’entrerebbe con il giudizio che si dà di un racconto. Lo hai ricordato a Cato anche tu. Non ho voluto trattare l’argomento approfittando della tragedia, servendomi di uno strumento del genere. Nulla di più lontano dalle mie intenzioni. Se non è così che tu e altri lo avete percepito, ripeto, per me va bene, ne faccio tesoro, è più che legittimo. La ripulsa che hai provato, il disagio sono, anche le tue, reazioni emotive – opposte a quelle di Cato, ovvio – ma allo stesso modo comprensibili e motivate. Grazie per l’attenzione, comunque, e te lo dico sinceramente. Un parere disinteressato è la cosa più preziosa che si possa trovare.

  31. Gaja il 18 giugno 2006 alle 21:27

    Errata Corrige: “e hai risposto, esprimendo un tuo parere”. scusate. non so quando sarò di nuovo on line. approfitto per salutare tutt*.

  32. Ivan il 18 giugno 2006 alle 21:40

    @ Temp: non credo che la separazione di etica ed estetica si possa compiere così facilmente, perché se anche i nonni sapevano che i giudizi di gusto possono differire di molto, e che è difficile discuterne, gli stessi nonni sapevano anche che il giudizio morale è altrettanto soggettivo (non c’è ironia nei “nonni”, mi disgustano “i padri”, perciò uso i nonni). C’è poco da dire se esprimi un giudizio estetico, ma passi un paio di volte da un piano soggettivo a un piano di pretesa universalizzabilità (un po’ alla Kant): il disgusto etico-estetico (torni comunque all’etica, e io rileggo il racconto secondo i suggerimenti impliciti), o meglio ancora il disagio, sono esperienze soggettive, è un po’ dura definire i commenti altrui “ciechi” (nulla di strano in “stucchevoli”, la quantità di melassa che posso sopportare è limitata, per cui quando qualcuno ne vede troppa sono costretto a non dire nulla, se non altro per coerenza, e a cercare di capire, anche nel caso in cui abbia contribuito con la mia “razione”; però mi dico che qui nessuno si è messo d’accordo, è non è un fatto accidentale…).

    Vengo al punto, tu dici: “Dunque la natura di questo pezzo è estetica.”

    Non sono d’accordo, anche se è stato il mio primo pensiero. La natura di questo pezzo è sia etica che estetica, solo che l’etica non si è determinata in un pensiero morale ben definito, non c’è un “deve”, per usare “Hume”. Questo è normale, ossia usuale, spesso ovvio in un racconto molto breve.

    Dici anche: “Il numero del deportato non è un’agnizione, è una trovata.”

    Temp, ma l’agnizione è di per sé una trovata, dal punto di vista di chi scrive, per esempio (sebbene non ogni trovata sia un’agnizione, sarebbe ridicolo). Ci sarebbe da capire se chi scrive sia “in buona fede” o in “cattiva fede”, ossia se intenda cavarsela con un effettismo a buon mercato. Io parto dal presupposto della buona fede, altrimenti non scriverei un rigo.

    “Quello che trovo intollerabile è l’uso del braccio tatuato di un ex-deportato a scopo estetico.”

    Capisco e non capisco…perché? L’estetica si determina davvero nelle intenzioni di chi scrive, in maniera infallibile? E’ un racconto, probabilmente un “abuso” di qualcosa a cui riconosco un valore etico che considero fondamentale (mi sto esprimendo in maniera imprecisa ma spero di farmi comprendere) mi darebbe fastidio, ma per fare ipotesi sulle intenzioni dell’autore e infine giudicare avrei bisogno di molte pagine e di ben più di un indizio, che nella sua solitudine non differisce da una coincidenza (per coincidenza, in questo caso, intendo il conflitto con la morale di “qualcuno” e “nel caso in cui…”, ma appunto “nel caso in cui…”).

    Sul resto: non penso che il disappunto debba mai passare sotto silenzio, penso che se ne debba sempre discutere.

  33. francesco forlani il 19 giugno 2006 alle 08:56

    Carissima Temp, visto che conosci la lingua francese sai che quando si dice di qualcuno o qualcosa, ah c’est gentil (vd canzone di Alain Souchon) in trad italiana equivarrebbe un pò a scemo. :-)
    Detto questo sai benissimo che il comunismo dandy di cui sono portavoce è lontano anni luce da un certo cattocomunismo che vorrebbe tutti gentils et bons e che alla fine della fiera siamo tutti d’accordo. Io questo non lo penso proprio, anzi. Più vado avanti e più mi rendo conto che il vero modo di procedere, in letteratura come nella vita sia per scossoni, smottamenti vertigini. Poi magari in altra sede (ci sono dei bellissimi post di Antonello Sparzani a proposito) discuteremo del potere dell’inerzia. Il tuo acharnement contro questo testo è sulla questione dell’olocausto. E non è un caso che tu l’abbia associato, sbagliando se permetti, a Benigni. Come se quella tragedia avesse bisogno di un luogo e di un tempo “consoni”, rifiutandone la “normalità”. Seppure su un altro registro, questo racconto mi sembra più in linea con il bellissimo racconto di Tabucchi (credo si intitolasse i treni che vanno a Madras). Questo portare dappertutto (su di sè) i segni di una tragedia o della sopravvivenza alla tragedia. Quello che voglio dire è che la scena immaginata da Gaja è assolutamente verosimile. Come del resto la follia, riferita alla clochardisation, del personaggio, anche quella verosimile. E’ un racconto sulla banalità ma non mi sento di dire che sia un racconto banale. E nemmeno che non abbia posto qui, che non sia degno, come sembra tu voglia dire, del “livello” del sito. Deve essere per forza a livello, visto che l’ho postato io e che contribuisco a tenerlo alto, il livello. Come del resto anche i tuoi commenti, anche quando non li condivido.
    effeffe

  34. francesco forlani il 19 giugno 2006 alle 09:17

    @Ivan
    la tua analisi conforta le mie impressioni (e anche l’animo)
    effeffe

  35. temperanza il 19 giugno 2006 alle 10:52

    Cara Gaja, caro Ivan, caro Forlani,

    ognuno di voi ha preso – legittimamente – un pezzo di quello che ho scritto e a quello risponde. Ma così il senso di quello che ho scritto, il suo perché, va a farsi benedire.

    Una sola cosa: il mio acharnement, come tu Forlani lo chiami, (ma ogni critica è un acharnement SU, non CONTRO) su questo testo NON è sulla questione dell’olocausto. Se non è chiaro questo è inutile essere intervenuta.

    Non so, per rispondervi dovrei ricominciare da zero. Onestamente, non credo sia interessante, né per me, né per voi, né per altri eventuali passanti. Credo di essere stata chiara (mi sono riletta), esserlo per la seconda volta mi porterebbe a essere soltanto noiosa.

    Certo, mi verrebbe da dire a Forlani che il verosimile in quanto tale non ha valore, è neutro, bisogna vedere che cosa se ne fa.

    O a Ivan che una frase come questa

    “non credo che la separazione di etica ed estetica si possa compiere così facilmente, perché se anche i nonni sapevano che i giudizi di gusto possono differire di molto, e che è difficile discuterne, gli stessi nonni sapevano anche che il giudizio morale è altrettanto soggettivo”

    meriterebbe, ai miei occhi, un acharnemente molto più radicale di quello a cui ho sottoposto il racconto di gaja.

    O a Gaja che la sua frase

    “La ripulsa che hai provato, il disagio sono, anche le tue, reazioni emotive”

    è una definizione inesatta perché la mia emotività va di pari passo con gli strumenti di analisi di cui dispongo.

    Ma dove andremmo a finire? E soprattutto, caveremmo dal buco quel ragno che solo mi interessa? Credo proprio di no.

  36. francesco forlani il 19 giugno 2006 alle 11:38

    Cara Temp, anch’io m’ero riletto e volevo precisare quanto scritto. Troppo tardi – scrivo a mozzichi e pizzichi, i tuoi- faute de cause majeure, – però non vorrei “rinunciare” a capirti

    e dirò quello che penso. Cercherò di ragionare su ognuno dei passaggi non per acharnement rispetto alla tua critica ma per apertura del gioco su dei temi necessariamente letterari.
    effeffe

    Tu chiedi: Da quale necessità nasce questo testo?

    Faccio parte di quegli scriba che prima di cominciare a scrivere si pongono la domanda:in che lingua lo scriverò? E alla domanda che feci a un amico anche lui sospeso tra francese e lingua madre spagnola, rispose : “semplice, nella lingua del mio committente”. La necessità di un testo può sorgere anche da una banale committenza, une pure commande. gaja risponde che è stata invitata a scrivere di qualcosa, su qualcosa, per qualcosa. Il problema è chiuso. Almeno apparentemente. La questione è perchè aver scritto il testo in quel modo. Forse Gaja potrà meglio di me raccontare il dispositivo narrativo. Il perchè abbia identificato nel vagone metropolitano una sorta di no man’s land, in cui si esperisce più che altrove l’altro. Perchè Gaja identifica l’altro in un sopravvissuto ai campi?
    Mostra due donne che viaggiano in metropolitana contemporaneamente a un ex-deportato. Perché?

    a questo punto mi piacerebbe che Gaja intervenisse.
    effeffe
    à suivre
    ohps dimenticavo. Un giorno il mio direttore di ricerca Jean Greisch, mi raccontò di un convegno non so bene dove sull’ermeneutica ed erano in metropolitana lui, Levinas, Derrida. A un certo punto qualcuno cercò di scippare la borsa a Levinas e ci fu per qualche minuto una sorta di tiro alla fune tra i tre ermeneutici e lo scippatore. Un’immagine straordinaria del rapporto del moderno al postmoderno!!! A Gaya. Levinas ha scritto le più belle pagine mai scritte sull’alterità.

  37. francesco forlani il 19 giugno 2006 alle 13:56

    Carissimo Artemisia, se fosse solo il fastidio che provi, ciò non toglierebbe nulla al valore letterario. C’è un discorso dell’esperienza, questo è vero e dell’unicum delle tragedie. Eppure, nonostante quell’unicità propria al destino del popolo ebraico- e devo dire che condivido certe posizioni ebraiche che chiedono di non banalizzare quell’evento facendone un fatto universale, presente nel resto nel linguaggio e nell’uso improprio che si fa del termine Olocausto- non posso attaccare un testo solo perchè mette in scena l’osceno. La mostrusosità del normale- per forza borghese?- con la mostruosità del male subito. Quando , a lettura avvenuta del testo della Arendt mi andai a vedere il processo Eichmann al cinema, in Francia, ricordo di aver provato un vero fastidio rispetto ai tic contabili dell’accusato, eppure. E mentre scrivo queste note mi rendo conto che entrare “nei fatti” sminuisce sopravvalutandone le intenzioni, il valore di questo testo. comunque prendo tempo per pensarci.
    effeffe

  38. temperanza il 19 giugno 2006 alle 14:44

    @Forlani.

    Quando parlo di necessità di un testo non parlo della committenza. Parlo di necessità interiore, che a volte può anche coincidere con la committenza, per caso, perché la necessità c’era già e si sono incrociate. Più lo scrittore è ricco e pieno di cose da dire più questo (difficile e raro) incontro è possibile.

    Mi va bene anche la metropolitana, perché non dovrebbe?

    Ma resta la domanda che anche tu fai a Gaja: perché un deportato? Lei ha risposto, debolmente a mio avviso.

    Io non credo sia un tabù parlare anche di questo, e neppure da parte di chi non ne abbia esperienza diretta, personale e privata.

    Ma usarlo no. E secondo me qui è stato usato. A scopo estetico, di scrittura. Forse al di là delle intenzioni. Dunque la sproporzione tra la tragedia e lo scopo dell’uso è grande.

    Gaja dice di averlo fatto in buona fede, senza calcolo. Di aver scritto dunque seriamente e onestamente.

    Ma allora io posso solo pensare che abbia riflettuto poco e le auguro in futuro di meditare di più. Senza offesa.

    Quanto al valore letterario (ho letto nel frattempo anche la tua risposta ad Arte_misia) mi pare che fosse chiaro che io nego valore letterario a ogni scrittura non radicata nel senso, che l’ornamento fine a se stesso, l’effetto fine alla riuscita della bella pagina è proprio ciò che ai miei occhi non ha valore letterario.

    Un po’ di talento verbale e di capacità di creare effetti sono a disposizione di molti, ma tanto per dire la solita banalità, a fronte di uno Svevo che scriveva male e che con la sua scrittura poco brillante è diventato un pilastro della letteratura del ’900 ci sono persino troppi frutti malati delle scuole di scrittura che sanno usare la retorica e dare un buon taglio a un racconto inutile.

    Cioè, inutile al lettore, sull’utilità per l’autore non metto bocca.

  39. Gaja il 19 giugno 2006 alle 15:00

    Cara Temp, caro Francesco, cara arte_misia,
    mi collego di sfuggita, ma accolgo senz’altro l’invito di Francesco a dare una spiegazione alle mie scelte.

    Il vagone metropolitano come no man’s land.
    È una scelta che deriva dalla mia esperienza quotidiana. Quando sono in metropolitana mi trovo – io stessa – a osservare con più attenzione il mio prossimo, forse perché costretta dalla vicinanza, forse per la curiosità, forse per il desiderio di stare attenta che chi mi si avvicina non sia un balordo. Ecco, è quest’ultima reazione che ho isolato e cui ho tentato di dar vita descrivendo le due donne. È una reazione che spesso mi lascia senza parole, che mi fa dubitare della mia correttezza, che mi fa chiedere: ma sono razzista anche io, allora?
    perché guardo – poniamo – un povero disgraziato sporco e maleodorante e temo che mi si avvicini? perché invece non provo a pensare a chi potrebbe essere, a cosa potrebbe aver passato per ridursi così, a quali tragedie si porta dietro.
    E ho pensato al crimine più orribile che sia mai stato commesso, quello contro l’umanità nei campi di concentramento. Mi sono chiesta: perché? E mi sono risposta che gli uomini, qualsiasi uomo, può portare su di sé i segni di una tragedia incommensurabile e che chi guarda queste persone dall’esterno può magari limitarsi a giudicare un’apparenza “scomoda” senza sapere perché l’uomo si è ridotto così. La mia scelta dell’ex deportato non è – e lo ribadisco, sebbene da alcuni sia stata legittimamente percepita in questo modo – un espediente. Non è un mezzo, non è uno strumento per strappare il finale a effetto. È il fine. È un voler ricordare (a me stessa, prima che agli altri: quelle donne non sono “altre”, sono parti me, e magari anche di molte persone) senza alcuna pretesa di assurgere a maestrina, che accanto a noi possono viaggiare delle tragedie, forse anche la tragedia peggiore di tutti i tempi.
    Le filastrocche infantili – che poi tanto infantili non sono – che fanno da leitmotiv al racconto sono tutto ciò che è rimasto nella mente sconvolta dell’uomo. E che permea dall’inizio alla fine il racconto perché il suo dolore aleggia ossessivo anche quando gli altri, il “prossimo” non se ne accorge.
    Perché le due donne?
    Non sono due donne “berlusconiane”, mi ricollego al commento di Emma, almeno nelle mie intenzioni. Non sono persone diverse da noi, che invece saremmo “i giusti”. No, loro sono noi. Sono le donne che siamo noi, che sono io, o che potrei essere. Sono il “banale”, il “normale”. Donne qualsiasi. Perché certe reazioni di fastidio davanti a un uomo sporco e maleodorante possono essere di tutti.
    Forse nel mio post precedente non avevo spiegato bene le mie scelte.
    Ciò non toglie che il brano possa piacere, o infastidire, o provocare disagio e ripulsa oppure reazioni puramente emotive. Ciò non toglie affatto che lo si possa giudicare inutile, vuoto, generatore di un pathos fittizio. È giusto che lo si definisca anche così.
    Temp (mi permetti di chiamarti così? Rinuncio al Tempy troppo americano di vibrisse che forse non ti piaceva :-)) io non metto in dubbio che, insieme all’emotività, tu disponga degli strumenti per analizzare un testo. So che è così. Ma voglio sperare che di questi strumenti siano dotati anche altri che magari non la pensano come te. Come ho detto nel mio post precedente, do sempre per scontati la buona fede e il rispetto degli altri nei miei confronti. Detto questo: non pretendo di piacere o di convincere, mi sono permessa di entrare nella discussione perché Francesco mi ha chiamata in causa. Ribadisco che farò tesoro – e non scherzo – di tutti i vostri pareri.
    E sono d’accordo con Temperanza su una cosa: credo di aver detto tutto ciò che potevo su questo racconto. Chiedo scusa per la prolissità.
    Un saluto

  40. fabio il 19 giugno 2006 alle 15:23

    mi viene in mente, per non parlare di ‘fatti’ ma di come quei ‘fatti’ vengono ‘usati’ da un racconto, di come si ‘fanno’ racconto e letteratura, una poesia di v. sereni, credo ‘la pietà ingiusta’ (gli strumenti umani).

    è ‘sbrogliabile’ come un racconto anche perchè insieme a un’altra poesia che la precede e a una che la segue forma un trittico omogeneo, un blocco ‘narrativo’.

    lui è a francoforte per la fiera del libro. passeggia per le strade germaniche, illuminate di tutta la loro normalità e ‘volgarità’. pasteggia, chiacchiera coi suoi colleghi nella babele tecnocratica delle agenzie letterarie europee. tutto è banale, comune, normale (il chiacchiericcio, la ciarla). improvvisamente, come spinta da irruzioni stranianti che spezzano il racconto e la falsa continuità del tempo (quella garantita dall’oblio, dalla dimenticanza o dalla distrazione), la poesia e il linguaggio devono rinunciare a linearità e a medietà lessicale, figurativa. linguaggio e struttura della poesia sono travolti dalle epifanie (dalle visioni) del soggetto che (ri)porta sulla scena, strappandoli all’oblio, brandelli di immagini di quel passato (nazista), in cortocircuito con la ‘normalità’ o la ‘banalità’ del presente.

    è un modo per non ‘banalizzare’ la memoria, riportare il ricordo alla sua dimensione etica e civile: quella di mettere in discussione e di incrinare lo stato di cose presenti (e l’uso che si fa di quel passato, dell’uso pubblico e privato del passato). è un modo ‘utile’, oltre che esteticamente riuscito, vivido, di ‘usare’ quei fatti.

    è un po’ questo lo schema del racconto del post, il succo della sua funzione etica e della sua costruzione formale (le due cose, per un racconto che si presenta così, non possono disgiungersi).

    nella cornice, però, dello stereotipo: il non-luogo della metro, il deportato (l’altro) come icona vuota, inerte, le due donne (sicuramente giocatrici di burraco) simbolo (stereotipo) della banalità del quotidiano e del ‘marcio’ del presente. poi, va notato come qui le ‘irruzioni’ stranianti di quel passato, forse per mancanza di mezzi, si facciano evidenti addirittura ricorrendo al corsivo (uno stereotipo grafico che più non ce n’è)… un po’ poco, quanto a complessità formale e a condensazione estetica (per non parlare degli ‘effetti’ sul lettore).

    al centro c’è bisogno sempre di un’immagine, un’ambientazione banale e quotidiana, scontata (per lo ‘straniamento’): qui la metro, nella poesia di sereni una tavola imbandita a francoforte, nel ‘racconto’ su germania-polonia una partita di calcio, per l’iraq raccontato dalla stampa o dalla Tv occidentali quell’ammasso di scarpe dopo la strage del 1 settembre 2005. ex post, ma anche accanto ad altri post (freghiamocene per un momento dei ‘generi’: poesia racconto ‘inchiesta’…), il risultato è schiacciante. questo racconto, per me, è troppo geometrico e studiato, troppo artificioso e leggero per essere valorizzato da un giudizio estetico o ‘ideologico’. forse, e sarebbe più grave, è ‘furbo’, pretenzioso.

    si è detto però che è ‘scrittura di ricerca’ da seguire, di ‘valore, di ‘livello’.

    secondo me, nel rispetto consueto, è una ‘scheggia’ spuntata. c’era un ‘editor’, c’è stato? l’editor poteva essere la ‘redazione’, preventivamente? chissà.

  41. temperanza il 19 giugno 2006 alle 15:28

    ah, sei quella Gaja lì? Non avevo capito, o meglio, non avevo collegato:–)

    Spero anch’io che di strumenti siano dotati anche altri che non la pensano come me, anzi, sono sicura. E vorrei poterli leggere qui. Aspettiamo.

  42. Gaja il 19 giugno 2006 alle 15:34

    @Temp
    ho letto solo ora il tuo intervento.
    Spero che tu legga il mio. La mia motivazione, a tuo avviso, è debole. L’uso di tragedia e scopo dell’uso crea una sproporzione immensa.
    Non la penso così, ho provato a rispiegarmi nel post precedente. Ma non pretendo che tu la pensi come me, ci mancherebbe, né che trovi convincenti le mie spiegazioni.
    Fatto salvo che ho ben compreso che non hai apprezzato nemmeno la mia scrittura, opinione che, come ho già detto, rispetto profondamente.
    Ripeto. Ho letto e pensato e riflettuto. E non smetterò di farlo. Continuerò a riflettere e a pensare e non prendo il tuo invito come un’offesa, nient’affatto. Tutti dovrebbero seguire un consiglio del genere.
    Quanto alle scuole di scrittura, non ne ho mai frequentate (qualcuno potrebbe dire: dovresti!:-)), ma non generalizzerei:-)
    Un saluto

  43. Gaja il 19 giugno 2006 alle 15:48

    Sì, Temp, sono io!:-)))
    A presto! Ora proprio devo salutarvi!
    @fabio
    di editor ce ne sono stati tre, però, come nel caso degli altri interventi, rifletterò anche sul tuo, davvero. Ma furbo no, questa è l’unica critica su cui mi sento di dover ribattere e che non mi riconosco. No, non c’è stato calcolo, non c’è stata pretesa. Non so più come dirlo. Certo, se è così che è stato percepito da alcuni sarà anche per causa mia, è innegabile. Ma sulle mie intenzioni e su ciò che c’era dentro di me mentre scrivevo, posso garantire la massima sincerità. Apprezzo molto il tuo interessamento e la tua analisi. Un saluto

  44. emma il 19 giugno 2006 alle 15:58

    @Gaja
    “Non sono due donne “berlusconiane”, mi ricollego al commento di Emma, almeno nelle mie intenzioni. Non sono persone diverse da noi, che invece saremmo “i giusti”. No, loro sono noi. Sono le donne che siamo noi, che sono io, o che potrei essere. Sono il “banale”, il “normale”. Donne qualsiasi. Perché certe reazioni di fastidio davanti a un uomo sporco e maleodorante possono essere di tutti.”

    Non voglio insistere troppo, Gaja.
    Ma mi riesce difficile pensare che l’autore del testo si senta accomunato alle due donne.
    Che comunanza ci può essere, se nel testo compaiono frasi come queste?

    …la donna con le mani punteggiate da piccole chiazze marroni… E ciacola come a rincorrere le lancette dei secondi, come se il tempo non fosse mai abbastanza per chiarire i concetti. Li affastella, uno sull’altro, una pioggia torrenziale di affermazione del sé, la lingua come atto creativo di nonsense.

    «Che abbiamo fatto di male per meritare questo?» ridacchia la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora.

    «Menomale che a Termini scendono quasi tutti e la carrozza si svuota» dice la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora. «Almeno ci togliamo di torno questo odore mefitico e ricominciamo a respirare». Anche lei alza la voce a quest’ultima frase.

    Chi legge – di fronte a frasi di questo tipo e ai “tipi umani” che l’autore chiama in scena – si sente rassicurato, autorizzato a immaginarsi comunque diverso, migliore.

  45. Gaja il 19 giugno 2006 alle 16:16

    @emma
    no, invece fai bene a insistere. è giusto. mi da’ modo di riflettere, come ho già detto, e di spiegare (a me stessa?).
    il fatto che una donna abbia le gambe nude o lo smalto rosso, e che chiacchieri senza sosta, o che parli di cose qualsiasi, come il clima, non mi pare di ostacolo all’identificazione dell’autore (o di qualsiasi altra persona) con la donna in questione. Io sono partita dall’intenzione, come ho già scritto, di isolare una mia reazione personale alla vista di persone “sgradevoli” sulla metro (o sul bus). questa reazione l’ho proiettata su due personaggi che, per certi versi, mi rispecchiano. Le chiacchiere stupide, l’insofferenza al caldo, i luoghi comuni che escono fuori quando si soffoca (e non solo allora:-)) e non si sa che altro dire… credo di averlo fatto un miliardo di volte. Così come tante altre volte ho sperato che la persona “sgradevole” di turno scendesse, si allontanasse da me. Insomma, io non credo che nessuno di noi si possa sentire immune da certe reazioni. Io non lo sono di certo e la cosa mi sconvolge. È la parte più meschina, più menefreghista, più superficiale delle persone (o forse solo di me, non so) che ho voluto rappresentare. Un saluto:-)

  46. emma il 19 giugno 2006 alle 17:44

    @Gaja
    Il fatto è che il racconto mi fa avvertire come “sgradevoli” innanzitutto le due donne, tutte prese come sono a marcare il proprio territorio e a rivendicarlo grossolanamente, con le unghie (rosse) e con i denti (la lingua tagliente).
    Il credo sembra questo: difendere / rivendicare il proprio territorio nei confronti di chiunque, senza mezzi termini, con particolare forza e soddisfazione quando c’è di mezzo una evidente vittima.
    Ci sono altre strategie, più sottili e meno rumorose (più “buone”) per liberarsi di chi puzza…
    Ecco, forse uno studio più accurato del linguaggio dei corpi sarebbe stato utile.

  47. Ivan il 19 giugno 2006 alle 20:54

    @ chi legge: ciao, un po’ OT e un po’ in ritardo sui tempi della discussione (chiedo scusa anche per i refusi…rileggendomi)

    @ Francesco: letto, capito.
    (comunista dandy? Sono curioso, OT numero 2)

    @ Temp, non ho quotato a caso, è probabile che non sia stato in grado di spiegarmi. Sia come sia, a questo punto, quando dici: “Ma dove andremmo a finire? E soprattutto, caveremmo dal buco quel ragno che solo mi interessa? Credo proprio di no.”

    Ecco, il punto è che il ragno è interessante.
    Sulla separazione di estetica e morale credo si possa discutere, e non a vanvera.

    La distanza tra me e te, in questi commenti, non è segnata dalla “banalità del male”, in ogni caso (spero di non essere stato di nuovo troppo criptico)

  48. fabio il 19 giugno 2006 alle 21:41

    @ivan
    @ff
    @temp
    @gaia

    “Nei suoi limiti, mi pare che l’episodio illustri bene la spaccatura che esiste, e che si va allargando di anno in anno, fra le cose com’erano “laggiù” e le cose quali vengono rappresentate dalla immaginazione corrente, alimentata da libri, film e miti approssimativi.

    Essa, fatalmente, slitta verso la semplificazione e lo stereotipo; vorrei porre qui un argine contro questa deriva. In pari tempo, vorrei però ricordare che non si tratta di un fenomeno ristretto alla percezione del passato prossimo né alle tragedie storiche: è assai più generale, fa parte della nostra difficoltà o incapacità di percepire le esperienze altrui, che è tanto più pronunciata quanto più queste sono lontane dalle nostre nel tempo, nello spazio o nelle qualità.

    Tendiamo ad assimilarle a quelle “viciniori”, come se la fame di Auschwitz fosse quella di chi ha saltato un pasto, o come se la fuga da Treblinka fosse assimilabile alla fuga da Regina Coeli”.

    [P. Levi]

    secondo me questo racconto, in un’ottica ‘antagonistica’ del pensiero (critico), andava postato come esempio discutibile dei rapporti che si instaurano, in letteratura e oggi, qualche volta, tra scrittura e passato storico, tra la scrittura e ‘gli Altri’ (a proposito di Levinas, che secondo me, insieme a Levi, si è rivoltato nella tomba per il solo fatto di essere stato ‘citato’…).

    (anche) sul piano della riuscita formale. è discutibile, perchè se ne discuta, certo. ma forse tanto discutibile da non postarlo proprio, eventualmente. stiamo leggendo brillanti ‘inchieste’, tra ‘saggismo’ e taglio ‘narrativo’, sulla ‘percezione’ dell’Altro. questo discreto raccontino che ci azzecca? (vado oltre il pezzo in sè, ben inteso).

    bisogna arrivare a pensare che, se resta nelle coordinate tutte e solo ‘letterarie’ (senza sconfinamenti, cioè, tra altri generi e pratiche di discorso), sia la scrittura narrativa (o poetica) a fallire, oggi, qualche volta, di fronte alla possibilità di ‘raccontare’ l’Altro? che bisogno c’era?

    saluti, f.

  49. stefania nardini il 20 giugno 2006 alle 02:22

    Ma… io non capisco questo voler discutere su questioni che mi fanno paura.
    Si,paura.
    Perchè ho riletto il racconto di Gaja, e l’ho riletto con tutte le migliori intenzioni. Chiedendomi che c’è di male?
    Si, chiedendomi perché certe reazioni. Chiedendomi perché tanta disquisizione su l’ “argomento”.
    L’”argomento”, ci piacciao o no è l’argomento e non vorrei metterci più le virgolette.Come un piccolo libro edito da Einaudi, di cui non ricordo l”autore perché ce l’ho a casa mia in Francia, che racconta, con semplicità come avvenne il rastrellamento al ghetto. “Lo disse per prima una cameriera demente del ghetto!”. Detto cio’, scusatemi, Roma, la città di Roma, ha vissuto questa storia in maniera “romana”. Mio nonno nascose gli ebrei, e tante altre famiglie fecero la loro,parte. E non voglio banalizzare ma per noi che siamo l’ultimo brandello di quella Roma, che siamo nate dal ventre di quella Roma, tutto questo è stato normale. E chi ha le radici romane sà bene cosa significa questo.
    E’ non é un uomo che un giorno che fa caldo, con i suoi numeri scolpiti sulla pelle a fare scandalo!
    Non è estetica, è l’orrore che ci ha raccontato Gaja.
    Io , con tutto il rispetto per gli altri, la difendo non sterilmente, ma dicendo che mi ricorda il film “La finestra di fronte”.
    E non capisco chi si scandalizza. Con tutta questa storia dell’elaborazione, della distanza etc.
    Mi ricorda il ghetto dove mio nonno salvo’ i suoi amici, e dichiarandosi antifascista non salvo’ il suo patrimonio. Mi ricorda una Roma disperata, la Roma che racconta Gaja, senza pudore, e senza vergogna;
    Perché la vergogna, il dolore, la disperazione fu forte. E quella città, Roma, diede il megio di sé. Si il meglio, perché la solidarietà che si sprigiono’ fu incredibile.
    E perchè non dovremmo parlare di questo come Gaja ha fatto? Sia pure in un percorso al contrario
    Io mi domando: abbiamo ancora un dovere storico?Tra un imbarazzo e l’altro e, scusatemi, in cui respiro un po’ di ipocrisia, perché non palare dei crimini dei lager staliniani?
    Fa male.
    E’ vero fa male.
    Ma prima di continuarea d avere imbrazzo per gli Ebrei dovremmo ricordarci di tutto questo e anche degli Armeni. Ho la sensazione che c’è paura a trattare queste storie. O solo qulla storia?

  50. francesco forlani il 20 giugno 2006 alle 08:42

    “a proposito di Levinas, che secondo me, insieme a Levi, si è rivoltato nella tomba per il solo fatto di essere stato ‘citato’…). ”

    carissimo fabio a me basta una frase del genere per metterti tra parentesi. Leggiti bene Levinas e poi ne riparliamo, magari in privato.

    effeffe

  51. fabio il 20 giugno 2006 alle 09:30

    francesco f.,

    levinas letto (non quanto te, immagino), magari accostandolo alla lettura di celan (tu, primo levi? anche solo ‘i sommersi e i salvati’, per bene, scavando?: immagino di sì).

    era una provocazione (se vedi bene parlavo anche di burraco), per dire semplicemente che mi sembrava un richiamo e un accostamento azzardato, qui. ma certamente non quando si ‘scava’, in letteratura, per affrontare il ‘problema’ dell’Altro (anche con la minuscola).

    qui si ‘scava’? secondo te, mi pare di si. ok.

    tutto qui. così facendo riscatti questa nomea di ‘intellettuale gentile’, lo fai con me, incazz…, e un po’ me ne dispiace. ciao

  52. temperanza il 20 giugno 2006 alle 10:37

    @Arte_misia e tutti

    ” Tutto questo detto non solo per criticare il racconto, ma come riflessione sul mestiere di scrivere”

    Ecco, finalmente.

    E questo, caro @Fabio, è il problema per cui NON si possono separare etica ed estetica. Certo, l’etica propria dello scrivere. Io non ho titoli per parlar d’altro.

  53. temperanza il 20 giugno 2006 alle 11:07

    Intendevo dire @Ivan, non fabio:–)

  54. francesco forlani il 20 giugno 2006 alle 11:34

    Carissimo fabio mettere tra parentesi significa sospendere un giudizio. Dopodichè ti invitavo a discutere in privato non certo come si fa tra ragazzi un pò bulli che si danno appuntamento fuori (generalmente nei bagni). Nei miei interventi citavo due piani ben distinti. Dire che Levinas abbia scritto dell’altro nel modo migliore tra modi ugualmente geniali, non mi è sembrato ingiurioso nei confronti di un autore purtroppo da noi qui in Italia relegato ai circoli filosofici, e non aperto a tutti. L’aneddoto metropolitano mi è sempre piaciuto per la sua “mise en abyme” di ogni rappresentazione intellettuale. Citare Eichman, o Spiegelman (non l’ho fatto perchè ci addentravamo in una profondità che ripeto, trovo che gaja non volesse affrontare) era come un clin d’oeil. affermare, guardate che secondo me nè Gaja scrivendolo, nè io postandolo, abbiamo voluto aggiungere un tastello alla questione dell’olocausto. Ieri parlando con alcuni amici scriba della cosa mi sono detto e se un autore descrivesse quello stesso movimento , del braccio che si alza, del polsino che scende, del numero che appare, in una farmacia per comprare dei preservativi, o per mollare uno schiaffo a un nipote insopportabilmente capriccioso una domanda sorgerebbe, sicuramente. Sarebbe inopportuno? irriverente? fastidioso? Certo. però pensate un pò alla storia di primo levi. al suo suicidio. ma come può un uomo sopravvissuto ai campi permettersi il lusso di una depressione!! Certo anche un sopravvissuto ai campi può voltare le spalle alla fortuna, ne ha tutto il diritto. Comunque sia, Fabio, quando si scrive sui blog manca tutto l’apparato extralinguistico, quello che ti fa decodificare una boutade come boutade e non come attacco cazzimmoso. La facilità della frase “rivoltarsi nella tomba” ha fatto il resto. Comunque sia torno a ripetere che quanto stiamo facendo in questa parte del post è essenziale. Cerchiamo di capirci e anche di dare per scontate alcune cose. Come per esempio Artemisia che sai di sfondare con me delle porte aperte (il rifiuto dell’idea di letteratura come packaging ci accomuna) ma è giustamente quello che non ho sentito in questo testo quando l’ho letto. La fase di composizione è elegante, non chiusa e per lo stile gaja ha fatto delle scelte azzardate ma secondo me valide. Non vorrei che ci si accostasse a un testo con un determinismo di base. altrimenti dovremmo dire che Gaja, con un nome così non avrebbe diritto a parlare di cose triti come un vero imbecille disse di me che con un nome così, Forlani, non potevo scrivere abbastanza a sinistra. Cosa questa veramente sinistra e che per fortuna non traspare da alcuno degli interventi qui presenti.
    OT
    Stefania, sono a Marseille dal dodici al quindici luglio, ci sei?
    effeffe

  55. fabio il 20 giugno 2006 alle 12:13

    e sia. ma non rispondo su levi.

    però ancora non si sbrogliano dei nodi. (dal racconto al racconto, ma preso come esempio per riflettere ‘sul mestiere di scrivere’, con il dono della sintesi, beata lei, di artemisia – &temp…).

    perchè diavolo un racconto incentrato sulla percezione soggettiva, sull’esperienza comune di una scrittrice in metro, a contatto con la ‘puzza’ degli altri, va a urtarsi o a trasfigurarsi con la presenza di un deportato? e quindi, anche a prescindere dalla volontà dell’autrice, richiama (male, secondo me, banalmente…) ‘quel’ pezzo di storia e come noi lo affronteremmo (in metro o in farmacia o in un giardino pubblico)?

    qui non c’è la difesa arroccata di un territorio sacro, tra storiografia e letteratura, per cui la shoah va raccontata secondo qualche regola ‘ufficiale’ espressa da qualche lobby di ex-deportati o di storici ‘istituzionali’ (che poi, come luogo comune, andrebbe anch’esso da indagare…). non è così, secondo me. è lo stesso discorso che confusamente ha fatto di recente sergio luzzatto sulla ‘storiografia’-lobby-di sinistra che custodirebbe le chiavi e la licenza per parlare, solo lei, di resistenza e di antifascismo.

    certo, d’altra parte, va pure indagato il rincorrere, da parte dell’arte, di temi legati alla memoria della shoah (l’industria dell’olocausto: e ci vedo benigni, non spiegelmann, per intenderci…). quasi per valorizzarsi eticamente, in maniera posticcia, introiettando in qualche modo ‘quel’ pezzo di storia. senza grandi ‘innovazioni’ sul piano formale…

    dicevo sereni. ma chi ha visto (non ho letto il libro di foer) il film ‘ogni cosa è illuminata’, forse capisce a cosa mi vorrei riferire.

    lì, per esempio, il ‘fruitore’ ringrazia perchè allarga lo sguardo dalla vicenda privata di un personaggio che ha scampato la shoah a temi come i turbamenti della memoria, la storia dello shtetl, o l’ucraina oggi…

    anche in un racconto, ripeto, geometrico come una scheggia, ci sarebbe il ‘dovere’, se proprio si vuole ‘asumere’ un pezzo di storia nel testo (per gli zingari come per un barbone di molfetta come per un deportato), di farlo più ‘allegoricamente’, più ‘seriamente’. per consentire al lettore di ‘allargare’ lo sguardo, trascendere la ‘visione’ dal personaggio e dalla sua ‘storia’ a roma, all’ italia, al lavorìo della memoria o alle leggi dell’oblio, oggi, chessò… la trasfigurazione è fallita, insomma.

    dicevo roma, oggi. a metà tra la boutade e una facile, triviale sociologia del letterario, credo che possa contare che, da quello che ho capito, l’autrice vive a roma. non sarà la veltroniana politica culturale (come sintomo), per esempio quella legata anche ai temi della ‘memoria’ come marketing e come ridondanza che si fa merce e spettacolo, a contare?…(c’è un ‘assessorato alla memoria’, se non sbaglio…).

    veltroni e benigni, e pace è fatta (boutade). è questa (anche nel racconto) la memoria come ‘patto tra persone e generazioni’ che ci sta bene, oggi?

    ‘il ricordo.. è oggetto e strumento… strappa al magma dei paradisi e degli inferni solo interiori’. mi pare dicesse così, qualcuno.

  56. Cato il 20 giugno 2006 alle 12:53

    La “scelta etica” che sottende alla scrittura sta tutta nella paradossale comparazione tra le devastazioni e l’orrore “familiare” del quotidiano e gli abissi sedimentati dietro un “numero”, “quel” numero, avvolto in una serie di gesti ripetitivi (tirare giù il polsino fino a coprire il pollice) con lo stesso “pudore” e la stessa grazia stravolta che la cantilena lascia intravvedere tra le pieghe di una ecolalìa demente: il pudore di chi cerca di preservare a tutti i costi l’ultimo lembo di verità che anima i suoi giorni. Lo slittamento dall’etico all’estetico, la vera frattura, si dà nel momento in cui non si considera che il fine ultimo di quel testo era, secondo me, far scattare la molla che porta a considerare l’orrore quotidiano come prodotto, anche e soprattutto, della rimozione storica che il presente opera su quel numero e sulla sua sanguinante, dolente memoria. Nonostante qualche passaggio un po’ “ingenuo” in un paio di raccordi narrativi, a me questo racconto piace sempre di più. Sarà perché leggendolo, e leggendo anche la totalità dei commenti, non ho potuto fare a meno, per chi sa quale meccanismo inconscio, di riandare a un “racconto” di Giulio Mozzi di qualche tempo fa, che diede vita a una sequela di quattrocento commenti. Anche allora etica ed estetica tenevano banco, e qualcuno dei commentatori di oggi aveva ben altra posizione rispetto a quella espressa qui. Evoluzione del pensiero? Diversità della materia trattata? Boh!

  57. temperanza il 20 giugno 2006 alle 14:18

    Arrivati a questo punto vorrei che si potesse lasciar fuori gaja perché finisce per essere, e mi pare davvero troppo, l’agnello sacrificale di ogni discorso sull’etica, sulla scrittura, sul mestiere di scrivere, anche di scrivere film (vi ricordate, vero, che era il titolo del diario di pavese? uno che ci ha lasciato le penne, non certo solo per la scrittura, ma sicuramente uno che non faceva le cose tanto per scrivere una cosetta carina).

    Proviamo.

    @fabio

    su molte cose che dici qui sono d’accordo, questa per esempio, mi pare a proposito di Benigni (e quel che penso sul buonismo veltroniano l’ho già detto altrove):

    l’uso di certi temi “alti”

    “quasi per valorizzarsi eticamente, in maniera posticcia, introiettando in qualche modo ‘quel’ pezzo di storia. senza grandi ‘innovazioni’ sul piano formale…”

    Quando uscì il film molti si schierarono, le persone bonarie dissero, ma no, ma sì, ma perché, Benigni è un grande, bel film, ti fa chiagnere, chiagnere è sempre giusto, fa capire che hai sentimenti, che non sei uno stronzo, sei buono, soffri.

    Altri, più cattivi, si chiesero quale fosse lo scopo di quel film. Dare un momento di gioia, un lieve sorriso ai figli e nipoti di deportati, perché si sentissero meglio? Lanciare un messaggio di ottimismo, tipo: anche nei lager si può sorridere, la vita è bella?

    Io ho solo pensato che voleva fare un film, voleva avere successo, voleva forse anche far soldi, forse ‘doveva’ far soldi, perché ha una casa di produzione, credo, e ci vuole un certo ritmo di uscite, immagino, forse non aveva altre idee e voleva intercettare un mood, e si fidava del fatto che lo sceneggiatore (qui vado a memoria se dico cose inesatte vi prego di correggermi), Cerami, fosse ebreo e dunque desse di fatto una specie di imprimatur al film.

    E questa cosa che Cerami fosse ebreo, se ricordo bene, venne fuori appunto sventolata, come per dire, ma se era d’accordo anche lui…

    Ora, io, l’ho già detto, non ritengo che ci sia un imprimatur su NIENTE, che chiunque possa affrontare qualsiasi argomento, quello che mi piacerebbe, visto che non considero la scrittura pura fiction e entertainment è che quando qualcuno scrive, dipinge, fa un film, una musica, avesse l’onestà, volesse fare la fatica di pensare a fondo l’argomento che ha deciso di affrontare, andasse in profondità anche in se stesso, chiedendosi magari perché ha scelto quel tema e non un altroe non agisse in fretta, accontendandosi quando quello che ha fatto suona bene, ha un bell’aspetto.

    Persino Baricco, che difende l’inautentico, lavora sodo perché non ci siano contraddizioni, debolezze, disimmetrie nei suoi libri, azzardi che non risce a difendere.

    Vi ricordate il film Un violinista sul tetto? Bene, era anche divertente, provate a guardare Un violinista sul tetto e La vita è bella. Non posso credere che non vediate la differenza tra il fasullo, pensato a tavolino della Vita è bella e la partecipazione intensa, drammatica, ritmica e anche ridanciana di un Violinista sul tetto.

    @Cato

    “Anche allora etica ed estetica tenevano banco, e qualcuno dei commentatori di oggi aveva ben altra posizione rispetto a quella espressa qui. Evoluzione del pensiero?”

    Non so a chi ti riferisci, ma c’è una differenza, il “racconto” di Mozzi era estremamente articolato, non era una cosetta breve che può funzionare come uno spot, abbagliare e spegnersi. Di fronte a un testo articolato (io non intervennii neppure, o forse solo con un commento, mi sembrava un delirio) con due personaggi che vengono fatti parlare, agire e rapportarsi (anche in qul modo era pur sempre un rapporto), le cose sono più complicate. Quel racconto poteva anche essere malato, mettiamo, ma non era decorativo, era evidente che aveva toccato qualcosa o almeno nasceva da qualcosa dentro a Mozzi, forse qualcosa persino di oscuro, visto che anche la falsa obiettività delle carte processuali ha un suo buio.

  58. Crameli il 20 giugno 2006 alle 14:44

    Irritante questo racconto. Fuoco fuochino fuocherello….maddai!!!

  59. Cato il 20 giugno 2006 alle 14:48

    Temp, io non credo che il racconto della Cenciarelli sia uno spot decorativo, pensato e scritto in tutta fretta per chi sa quale urgenza di strabiliare: l’avrei avvertito subito, per le ragioni che puoi ben immaginare, e che sicuramente avverti. Così come ho avvertito tutta l’artificialità commerciale dell’operazione Benigni, tenendomene ben lontano. Che sia un racconto ancora acerbo sul piano letterario, può essere argomento di discussione e, per taluni aspetti, sono anche d’accordo; ma ciò non mi impedisce, comunque, di pensare, anche, che possa trattarsi di una precisa scelta stilistica dell’autrice, che posso condividere o meno, ma che rimane comunque la sua cifra, almeno quella attuale della sua scrittura.

    Sul richiamo al racconto di Mozzi che il mio inconscio mi suggeriva, non c’era nessun intento polemico (ci mancherebbe: ognuno, scrittore o commentatore che sia, si esprime secondo quello che è e sente). Era solo una considerazione, l’affiorare di un dato. Il fatto poi che Mozzi padroneggi “meglio” tutti gli strumenti che non possono mancare nell’officina di uno scrittore, beh, questo può benissimo essere frutto della maggiore o minore familiarità (di anni di esercizio) con la pagina. Ma ti invito a riflettere su un elemento che emerge da tanti commenti, cioè la mancanza di quei raccordi dialogici che darebbero più spessore ai personaggi del racconto (soprattutto le due donne) strappandole alla loro rappresentazione per certi aspetti parodistica. Bene. E se questa mancanza fosse proprio voluta dall’autrice, per rimarcare ancora di più la distanza incolmabile tra l’orrore quotidiano e la solitudine della memoria? Quale dialogo può mai esserci tra chi vede nell’altro nient’altro che una proiezione delle sue paure, un attentato permanente al suo “decoro” e chi di quell’alterità è portatore, in quanto vecchio, in quanto sporco, in quanto sopravvissuto?

    Saluti.

  60. Temperino il 20 giugno 2006 alle 14:49

    Irritante questa temperanza, ma chi cazzo è?

  61. francesco forlani il 20 giugno 2006 alle 14:52

    @fabio

    Ogni cosa illuminata, è con Me and You and Everyone We Know, il più bel film che abbia visto negli ultimi anni – la colonna sonora che imprime a tutta la narrazione una potenza quasi onirica me la sono procurata qualche giorno fa. Permettimi però di ribadire una cosa. Il piano di riferimento di questo racconto non è lo stesso. Non si può, per usare un’equivalenza, cenere alla cenere sta a Se questo è un uomo, come la vita è bella a Train de vie(film straordinario seppure oscurato dalla vita è bella), o Benigni a Spiegelmann . Quello che a me non piacque de la vita è bella era l’uso non incolpevole del lirismo (lo stesso, Temp, che ne fa Baricco), per cui una buona padronanza delle tecniche di narrazione ti fa organizzare un racconto secondo dei tempi, segmenti precisi di riso, pianto, spazi pubblicitari ecc. A proposito dell’inenarrabilità, perchè sulla palette di uno scrittore può anche esserci la scelta di non raccontare, oltre al gigantesco Cervntes che torna dalla Bttaglia di lepanto e invece di scrivere su quell’esperienza crea il don Quichote, ho scoperto grazie a un amico masimo Rizzante, una pagina di Malaparte dedicata a Pavese che vorrei riportare qui.

    È un’edizione del 54, di Fughe in prigione. Il libro è dedicato all’affettuosa memoria di Cesare Pavese.

    Scrive Malaparte:

    ” Ho conosciuto un solo scrittore,in Italia che della prigione e del confino non abbia fatto materia di speculazione politica: Cesare Pavese. E lo stimo, lo rispetto, lo amo, anche per questo. ”

    @Cato
    del racconto di Giulio se ne parlava ieri con Helena. Sottoscrivo quanto detto da temp e lo feci anche all’epoca beccandomi un sacco di mazzate. Ne abbiamo parlato anche insieme. Ecco una cosa cui non si dovrebbe rinunciare anche quando si hanno esperienze differenti di uno stesso testo

    effeffe

  62. fabio il 20 giugno 2006 alle 15:06

    con un po’ di imbarazzo, forse alcuni sanno perchè, con un senso di disagio (sperando cioè di fare una cosa giusta in questo contesto), allego una stringente analisi dei rapporti possibili tra poesia (letteratura) e shoah. visto che dal racconto siamo arrivati al tema:

    http://www.storicamente.org/bonavita_shoa.htm

  63. Gaja il 20 giugno 2006 alle 15:35

    @Temp
    rimango fuori volentieri dalla piega che ha preso il discorso:-), non prima però di aver ribadito una cosa che mi sta a cuore.
    Per una volta, Temp, permettimi, visto che le mie “vere intenzioni” (“furbizia”, ricerca dell’effetto retorico) vengono chiamate in causa spesso, di interpretare in modo personale alcune delle frasi che tu hai scritto. Mi prendo questa libertà, se posso, perché mi danno l’opportunità di chiarire alcune cose che a quanto pare non sono stata in grado di argomentare con la dovuta convinzione.
    Vorrei precisare che ciò che mi spinge a scrivere non è certo il desiderio di fare cose “carine” tanto per farle. Ho un’idea molto alta della scrittura, e se questo non è stato compreso, ne prendo atto. Dipenderà anche da me (soprattutto da me, dirai tu).
    Tu scrivi “non era una cosetta breve che può funzionare come uno spot, abbagliare e spegnersi” in relazione al racconto di giulio.
    Ripeto, anche qui: la *tua* percezione e quella di centinaia di altre persone è stata questa. Benissimo, non la discuto, non mi sogno di farlo, e anzi, ci rifletto.
    Ma visto che più giù sostieni che il racconto di giulio “nasceva da qualcosa dentro”, ti chiedo: solo perché la *tua percezione e quella di altre cento persone (o centomila)* del mio racconto è stata negativa, vuoi negare la possibilità che anche io dentro possa aver avuto qualcosa di profondo, di oscuro, da cui il mio racconto è scaturito (sia pure – secondo te – in modo grezzo, freddo, vuoto, retorico)? Perché non presupporre la stessa cosa di me? Il racconto può esser venuto male, può esser vuoto, retorico, furbo, cucinato con tutti gli ingredienti pesati al millilitro, può far pensare al calcolo, ma perché non credere che le intenzioni erano oneste?
    non mi paragono a mozzi, per le ottime ragione che ha enunciato Cato. E ci mancherebbe pure. Parlo solo di “intenzioni”, non di valore letterario.
    Che poi io, a tuo parere, a parere di altre centinaia di persone, non sia riuscita a comunicarle, non lo discuto.
    Ma non sono una che intende la scrittura solo per ricercare l’effetto, malgrado il mio racconto possa averti dato questa sensazione. Di certo non scrivo per “abbagliare e spegnermi”. Questo mi premeva chiarire, Temp, e mi premeva perché ti leggo da un po’ e più di una volta mi sono trovata d’accordo con te (anche su Vibrisse).
    Ho “approfittato” di un paio di tue frasi, lo ripeto, perché sentivo che era importante sgombrare il campo da alcune ipotesi sulla “genesi” di questo racconto che non fanno parte della mia natura. Certo, non posso convincere chi legge della mia onestà, ma ci tenevo a dirlo.

    @ Cato
    Mi pare che tu sia riuscito a esprimere molto meglio di me ciò che intendevo. E forse questo testimonia in maniera incontrovertibile il bisogno che ho di lavorare di più sul linguaggio, visto che per dire la stessa cosa ho scritto tre post (mi scuso di nuovo con tutti per non aver saputo far chiarezza da subito)!:-))) Apprezzo molto le tue parole.

  64. Cato il 20 giugno 2006 alle 16:32

    @ Temperino

    Non so tu, ma io spero, da qui alla fine dei miei giorni, di avere la fortuna di potermi confrontare sempre con persone come Temperanza.

    @ effeffe

    Io, come te, non ci rinuncerò mai: meglio il confronto, anche aspro, che affonda le sue radici nel rispetto e fa germogliare legami e volontà di capire, che il sepolcrale e sterile unanimismo di facciata. ;-)

    @ Gaja

    Grazie a te.

  65. temperanza il 20 giugno 2006 alle 17:54

    @Cato, Gaja

    Dicevo sul serio quando ho scritto:

    “Arrivati a questo punto vorrei che si potesse lasciar fuori gaja perché finisce per essere, e mi pare davvero troppo, l’agnello sacrificale di ogni discorso sull’etica, sulla scrittura, sul mestiere di scrivere, anche di scrivere film.”

    Ma per un effetto di trascinamento per quanto avevo detto prima avete entrambi pensato che anch’io mi riferissi ancora a Gaja.

    Quando ho scritto “spot” intendevo proprio spot nel senso di punto, cosa breve, non ho detto decorativo, non nell’ultimo post, ho detto che uno spot non ha articolazione di personaggi, i personaggi nel racconto di Mozzi si parlavano, c’era un rapporto esplicito di potere. Non vorrei più, almeno io, parlare del post perché, e l’ho detto fin dall’inizio, il post mi interessava solo per fare un discorso più largo.

    Però giustamente Gaja mi dice alcune cose e voglio risponderle. Intanto per sgombrare il campo dall’ipotesi che giudicando un testo io giudichi la persona che l’ha scritto. Non ne ho nessun titolo e neppure la capacità, e a parte questo mi sembrerebbe veramente fuori posto.
    A me interessa solo la scrittura.

    Riferendomi alla parte profonda di Mozzi non la negavo automaticamente a te, ricordavo solo quel dibattito defatigante.
    Vorrei anche aggiungere che non facevo un complimento a Mozzi, non so proprio se quella parte, sempre che ci sia, mi piaccia, anzi, direi di no.
    Ci vedo molto cattolicesimo (parlo della pagina!! di Mozzi non so niente) molta perversione da malinteso senso del peccato, molta infelicità della carne, molta infelicità della mente e dello spirito.

    Tornando a te, Gaja.
    Tu difendi le tue buone intenzioni e io non le metto in dubbio. Anche se di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno (questa però è solo una stupida battuta:–)).
    Ma sul fatto che non ricercavi l’effetto, non sono d’accordo.

    Forse non lo cercavi consapevolmente, però hai costruito quel pezzo con tanti di quegli espedienti retorici (non c’è niente di male in questa parola:–), che non posso credere che ti siano venuti senza che tu li abbia cercati.
    Uno scrittore li cerca sempre, se vuole usarli, non si scrivono da soli sulla pagina, fanno parte dell’armamentario. Usarli o meno fa parte invece delle scelte.
    Forse ti sono piaciuti, ti hanno dato soddisfazione e non hai avuto il coraggio di rinunciare e cercare più a fondo.

    Se si potesse scrivere a colori in un commento mi farebbe piacere ricopiarti il tuo racconto segnalando con colori diversi tutte le riprese con cui definisci i personaggi. Lo fai con abilità, ma è proprio questo che non mi è piaciuto, il rapporto tra abilità e “peso” del tema, o peso che il tema “avrebbe potuto avere” se invece di fermarti al risultato al quale sei arrivata, fossi andata avanti, rinunciando all’effetto (lascia che la dica questa parola, perché un effetto c’è, ed è anche la ragione per cui EFFEFFE te lo ha postato e a Cato è piaciuto, un effetto di solito ottiene un effetto, altrimenti che effetto è?) e approfondendo.

    Io continuo a pensare che ti sei accontentata. Forse, se tu non sapessi scrivere per niente, io non ti avrei neppure letta. E’ stata proprio la sproporzione tra effetto e soggetto che mi ha irritata. Ma non irritata di te, irritata del pezzo. Un altro tuo pezzo potrebbe piacermi moltissimo. Parliamo qui SOLO di questo pezzo.

    Il fatto è che più grandi sono gli scrittori, meno si vede l’armamentario perché serve solo ad andare più a fondo e a mostrare poi cosa c’era sul fondo.
    E “grandi” non vuol dire solo dotati di talento. Qualcuno prima citava Malaparte, si potrebbe citare anche D’Annunzio.
    Entrambi dotati di grandissimo talento, più talentosi di Svevo, più talentosi di Pavese, più talentosi di Volponi. Ma questo grandissimo talento li ha fatti grandi?

    Io penso sempre che ogni scrittore o poeta, anche se piccolo, debba avere come modello i “grandi”. E infatti di solito, se parli con scrittori anche di genere, scopri che spesso i loro modelli sono altissimi e l’averli altissimi li fa essere ottimi scrittori di genere. Io scrittori di genere ignoranti, o in generale, buoni scrittori ignoranti, da questo punto di vista, non ne ho ancora incontrati.

    Non so se ho peggiorato o migliorato la situazione dicendo quello che ho detto, spero migliorata:–)

    Io prendo sempre le cose sul serio, e sul serio ho preso anche te.

    @Temperino
    Sono temperanza, e tu sei temperino. Così va la vita.

  66. Gaja il 20 giugno 2006 alle 18:19

    @Temp

    sono molto felice che tu mi abbia presa sul serio. anche io ho preso sul serio te.
    Il tuo post di poc’anzi non può mai, proprio mai, peggiorare la situazione (anche perché nemmeno prima era poi così orribile:-)), semmai chiarire le posizioni.
    Ti ho letto con piacere e con interesse. Però ribadisco quanto ha detto Cato sul mio racconto (le sue parole sono più efficaci delle mie in questa sede… e forse non solo in questa:-)): il modo in cui ho scritto è la mia cifra stilistica, è ciò che mi rispecchia meglio e mi consente – o quantomeno in questa occasione mi ha consentito – di mettere su “carta” le mie emozioni. È stata, nel caso di “cenere alla cenere”, la mia lingua letteraria.
    Nella mia mente sono nati *prima* i personaggi (devo ammettere che nascono sempre *prima* i personaggi), e poi il modo di renderli reali. L’effetto finale non è stato pensato, appunto, come effetto fine a se stesso. È stata la volontà di rappresentare l’orrore, l’orrore massimo, accanto a noi, nel quotidiano, dove meno ce lo aspettiamo, sia pure per un attimo, in modo fugace. Un orrore che rimane inafferrabile alle due donne che non comprendono l’immensità della tragedia vissuta da quell’uomo. Due donne che, a mio avviso, rappresentanto quel pizzico di morbosità che c’è in buona parte di noi.
    Poi, naturalmente, hai tutti i diritti di non essere convinta dalla mia resa.
    Mi piacerebbe sapere cosa pensi di un altro paio di racconti che ho scritto…:-)
    Rientro nell’antro:-)) (mamma, che allitterazione!) un saluto a tutt*

  67. fabio il 20 giugno 2006 alle 18:37

    “È stata la volontà di rappresentare l’orrore, l’orrore massimo”

    l’ ‘orrore massimo’, come dire ‘il male assoluto’…. che è stereotipo dei più nocivi e sterili.

    non per opprimerti, gaia (e cato) ma il punto, per me, come lettore magari ‘sensibile’ (culturalmente) al tema dei rapporti tra scrittura (arte) e memoria (della shoa), è questo.

    la ‘fruizione’ solo emotiva di una testimomianza o di un racconto che dentro abbia anche solo l’eco della deportazione (come esempio), è vicina, ahimè, all’uso commerciale che se ne fa (vedi spielberg-benigni, eccetera). è consustanziale.

    ‘sentire’ la storia, l’effetto emotivo che ne deriva, è solo il primo passo. se ci si ferma qui, è esercizio di stile ‘esecrabile’ (discutibile).

    gli ‘effetti’ che proviamo intimamente andrebbero, dopo, ‘condivisi’. grazie alla ‘tenuta’ e alla stratificazione di un racconto, ad esempio (che il tuo sia scritto ‘bene’ è vero. ma, alla fine, non basta. anzi, come dice la sempre più lucida e chiara temp, fa per peggiorare le cose…).

    saluti

  68. Gaja il 20 giugno 2006 alle 18:45

    @fabio

    non mi opprimi. perché dovresti?
    ogni parere è lecito, legittimo, sacrosanto.

  69. Gaja il 20 giugno 2006 alle 19:00

    @fabio

    scusami, è partito il post prima che potessi fermarlo.:-)

    è vero, l’accenno alla deportazione è stato un lampo, un attimo. Non ha avuto seguito, nel racconto. Non doveva averne. Era un accenno all’immensità del male, del dolore. Era l’accenno alla tragedia che ci viaggia accanto. Un accenno che, a mio avviso, è già abbastanza, perché dopo i numeri si spalanca (o dovrebbe spalancarsi) il passato e la riflessione che ci fa (o dovrebbe farci) sentire il presente, tutti noi, la realtà di quel momento e il cattivo odore del vecchio come insignificanti rispetto al suo vissuto. Non credo – o quantomeno io non lo percepisco così – che il solo accennare a una tragedia riduca, nel racconto, la tragedia stessa a un mero espediente. Quanto allo stile, ti rimando al post che ho scritto a Temp. Sono contenta comunque di potermi confrontare con opinioni differenti. Scusami, non riscrivo altrimenti rischio di farvi lacrimare gli occhi (per la fatica… e non per altro, spero:-))

  70. stefania nardini il 20 giugno 2006 alle 23:51

    Scusatemi, ma perchè parlate di uso commerciale?Premesso che Benigni, Spielberg possano piacere o no, premesso che tutti coloro che “fanno” arte possano anche guadagnare e entrare nel sistema, premesso che parliamo ancora di questa cosa come il cadavere nell’armadio, premesso che certi lavori hanno consentito al grande pubblico di prendere coscienza della storia, perchè se no mi domando se sono le vostre opere, le mie, quelle di Gaja, o di Francesco o di Giulio a fare opinione? Ragazzi se non fosse stato per il diario di Annaz Frank, datato quanto volete, io da ragazzina non avrei saputo una serie di cose. Poi non mi piace questo atteggiamento ovattato. I nazisti hanno massacrato milioni di ebrei.
    Questo è il dato.
    E’ una storia orribile di sofferenza che Gaja non ha raccontato come un dato che fa parte della sofferenza, piuttosto di lasciarlo passare come un fatto della storia.
    Ragazzi, tu Francesco, voi tutti gli altri, vi invito a soffermarvi sul contemporaneo. Bambini abbandonati vicino a un cassonetto etc., questi, in più non hanno un proggetto politico. Hitler aveva un progetto, per noi abberrante ma lo aveva. Noi viviamo in una società che consuma crimini senza progetti!
    Voi pensate se è ancora meglio Benigni o un altro. Io penso che la storia degli ebrei, e chiamiamola col suo nome, ci ha toccati, scioccati. E non conosciamo, insisto, i lager, dove finivano tutti bruciati durante Stalin, massacrati. Non entro nei parrticolari ma questo modo di trattare la vicenda ebrei mi sembra a dir poco piena di paranoie; che significa non abbiamo capito, parlato, discusso, detto. Guardatevi intorno la shoah è sui marciapiedi delle nostre strade, nella gente che trova la morte uccidendosi con un giorno che nasce. Il crimine non è finito; Il tarlo ha fatto proseliti. Gli ebrei di cui parla Gaja, tra l’latro sono rari. E’ questa la bellezza della letteratura. Perchè gli ebrei oggi sono Israele sono il grande capitalismo. Dovremmo chiedere loro come hanno trasformato l’esperienza della TRAGEDIA.
    Nessuno è perfetto. tanto meno io che continuo a incazzarmi su un aspetto che non trova post, non trova risposte. E poi mi sembra la storia del ’68 del terrorismo. Tutti ne parlano nessuno ne esce con un’elaborazione. Dunque una sinistra a dir poco di merda.
    Non amo i cadaveri negli armadi.
    grazie Gaja checi hai offertol’occasione per discutere;
    baci a tutti

  71. stefania nardini il 21 giugno 2006 alle 00:01

    Scusate c’è un nin di troppo dunqueè “Gaja ha raccontato”

  72. stefania nardini il 21 giugno 2006 alle 00:02

    Vabbé siamo tutti stanchi:c’è un non di troppo.Scusatemi

  73. Ivan il 21 giugno 2006 alle 13:04

    @ Temp: non ho capito…(e ammetto di non seguire bene la discussione); guarda che io ho scritto che NON si possono separare etica ed estetica (pure molto chiaramente). Le mie ragioni non sono semplici: a cominciare dall’osservazione che del mondo non abbiamo che rappresentazioni; ovviamente anche di noi stessi non abbiamo che rappresentazioni; e i giudizi morali sono tali in un contesto linguistico che si deve determinare come “comunità”, o non si determina affatto: in questa comunità, delle “rappresentazioni” offrono giudizi intorno ad altre rappresentazioni, et cetera; la rappresentazione è già qualcosa che presuma l’occhio dell’altro (o l’orecchio, non cambia nulla), e vedere è già giudicare…(è solo un accenno, ma chi separa etica ed estetica separa qualcosa che non è mai stato separato, se non per alcuni periodi, per alcuni filosofi e per esigenze trattatistiche).

    @ Fabio: ho seguito ma mi sfugge ancora cosa c’entri l’alterità di Levinas…

  74. temperanza il 21 giugno 2006 alle 14:03

    @Ivan, scusami, avevo capito il contrario, che tu ammettessi che si può discutere e dunque che è separabile, sono andata a rileggere il tuo primo intervento e ho visto invece che non lo dici. Non so per voi, ma per me sullo schermo i caratteri dei commenti sono piccolissimi e non riesco a ingrandirli, dovrei copiarli e incollarli fuori, e francamente…
    Comunque adesso ho capito.

  75. fabio il 21 giugno 2006 alle 16:15

    @ivan

    ‘lo scrittore non mantiene, nel passaggio all’altro, la sua sovranità orgogliosa di creatore. singolare de-sostanziazione dell’io!… basta con le smorfie gloriose di creatore! … segno fatto all’altro, stretta di mano… importanti per la loro inclinazione, per il loro interpellare.. recettività estrema, ma estrema donazione – modi di coscienza senza distrazione, cioè senza potere d’evasione per oscuri sotterranei; piena luce proiettata non per vedere le idee, ma per impedire la fuga…. rettitudine della responsabilità, prima ancora di ogni apparizione di forme, di immagini, di cose’

    (e.levinas)

  76. Ivan il 21 giugno 2006 alle 19:41

    @ Temp…capito (OT: prova con Mozilla, potrai regolare la dimensione del testo anche su NI)

    @ Fabio: la citazione non spiega nulla riguardo ciò che hai sostenuto. Tra l’altro, postare una citazione equivale ad appellarsi all’autoevidenza di ciò che non è non è autoevidente, nel caso in cui io abbia letto (studiato, etc.) Levinas (altrimenti non avrei chiesto). Rileggo tutto, magari mi è sfuggita la tua argomentazione.

  77. fabio il 21 giugno 2006 alle 20:21

    @ivan

    mi pare che sia stato francesco forlani a tirare in ballo il levinas. mi pare che io sia intervenuto solo per chiedere a forlani, anche con boutade infelici, di precisare meglio il richiamo. levinas come puntello per praticare (nella REALTA’ e in letteratura) un autentico pensiero dell’alterità. non va bene, lo so. è sbrigativo. mi dispiace ma tanto la citazione quanto questa sortita devo spicciarle così, oggi. se vedi la citazione si parlava di ‘responsabilità’: c’è un io, un altro (uno scomparso o un’alterità che reca tracce di memoria, di passato, per sua vece parla la ‘comunità degli scomparsi’), e c’è il linguaggio (poetico, ad esempio). questo il quadro. c’entrava col racconto? (la ‘responsabilità’, intendo). saluti.

  78. francesco forlani il 22 giugno 2006 alle 09:11

    “Toutefois Lévinas a quelque peu atténué la droiture du face à face. Rappelant le récit de Vassili Grossmann, Vie et Destin, où la théorie des misérables fait la queue devant la Loubianka, il assimile à la vision du visage le regard de chaque suivant posé sur la nuque du précédent dans la file d’attente, y lisant la détresse et l’espoir de son semblable. Rien ici qui rappelle l’affrontement, ou la lutte à mort des consciences, bien plutôt l’anonymat du compagnonnage et de la fraternité, la solidarité des misérables. Les nuques expressives appartiennent à un moment ultérieur de l’analyse du visage, elles sont les runes ou les hiéroglyphes de la fraternité” (E.Levinas, Totalitè Infini 188)

    e ancora

    L’épiphanie du visage comme visage ouvre l’humanité. Le visage dans sa nudité de visage me présente le dénuement du pauvre et de l’étranger, mais cette pauvreté et cet exil . me visent. Le pauvre, l’étranger, se présente comme égal. Son égalité dans cette pauvreté essentielle consiste à se référer au tiers.»(E.Levinas , Entre nous. Essais sur le penser à l’autre. 242 244. )

    Scusate ragazzi per le due citazioni ma era giusto per spiegare meglio il mio accostamento a Levinas. Ovvero. Nel racconto di Gaja l’alterità non si comunica, resta, scusate la ridondanza, altra, se non nella sovrapposizione del lettore. Del resto dei volti non si fa menzione. Si resta nonostante tutto su una percezione visiva bassa (a testa bassa). Scrive del resto Gaja:

    “Ha una camicia di flanella a scacchi blu e verdi e delle donne non vede la faccia perché è curvo, la testa incassata tra le spalle, guarda in basso e si tira continuamente i polsini, finché i pollici non scompaiono sotto gli scacchi”

    un abbrazio a todos
    effeffe

  79. Ivan il 22 giugno 2006 alle 15:44

    @ Fabio: grazie, capito (sono d’accordo con Forlani, commento successivo, soprattutto perché “Del resto dei volti non si fa menzione”).

    “levinas come puntello per praticare (nella REALTA’ e in letteratura) un autentico pensiero dell’alterità. non va bene, lo so. ”

    Non so se vada bene, Fabio, bisogna condividere il pensiero di Levinas (personalmente: il suo tentativo di fondare una responsabilità universale – termine improprio – mi convince come intenzione, non mi convince affatto nei risultati)