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	<title>Commenti a: Un discorso architettato peggio</title>
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	<pubDate>Tue, 07 Oct 2008 13:19:12 +0000</pubDate>
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		<title>Di: ness1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35416</link>
		<dc:creator>ness1</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Aug 2006 17:51:07 +0000</pubDate>
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		<description>A mike-l'è

Fa#9</description>
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<p>Fa#9</p>
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		<title>Di: Pietro Pane</title>
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		<dc:creator>Pietro Pane</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Aug 2006 19:26:51 +0000</pubDate>
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		<description>E se invitassimo Lucy Van Pelt? Non ci avevate pensato?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E se invitassimo Lucy Van Pelt? Non ci avevate pensato?</p>
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		<title>Di: michele</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35319</link>
		<dc:creator>michele</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Aug 2006 17:41:59 +0000</pubDate>
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		<description>A ness-una

 % ?</description>
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<p> % ?</p>
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		<title>Di: ness1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35295</link>
		<dc:creator>ness1</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Aug 2006 10:47:34 +0000</pubDate>
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		<description>A michela

(...!)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>A michela</p>
<p>(&#8230;!)</p>
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		<title>Di: michele</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35273</link>
		<dc:creator>michele</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Aug 2006 19:35:06 +0000</pubDate>
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		<description>A ness 1
 
  (?)</description>
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<p>  (?)</p>
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		<title>Di: ness1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35246</link>
		<dc:creator>ness1</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Aug 2006 21:41:15 +0000</pubDate>
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		<description>@ giuliomozzo (e basta con 'sta pantomima delle minuscole!): smemorato?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ giuliomozzo (e basta con &#8217;sta pantomima delle minuscole!): smemorato?</p>
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		<title>Di: ness1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35238</link>
		<dc:creator>ness1</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Aug 2006 13:53:10 +0000</pubDate>
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		<description>@michele: mah beh bhi boh buh io scrivo senza pensare o magari pure no.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@michele: mah beh bhi boh buh io scrivo senza pensare o magari pure no.</p>
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		<title>Di: michele</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35179</link>
		<dc:creator>michele</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Aug 2006 08:05:24 +0000</pubDate>
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		<description>a ness, mi spiace scrivo veloce e non rileggo.  Scrivo pensando ad altro.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a ness, mi spiace scrivo veloce e non rileggo.  Scrivo pensando ad altro.</p>
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		<title>Di: Zack Ball</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35050</link>
		<dc:creator>Zack Ball</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Aug 2006 15:20:51 +0000</pubDate>
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		<description>Ho dimenticato di augurare a Mozzi e a Gialli Biondillo buon Ferragus!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho dimenticato di augurare a Mozzi e a Gialli Biondillo buon Ferragus!</p>
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		<title>Di: ness1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35007</link>
		<dc:creator>ness1</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Aug 2006 20:39:43 +0000</pubDate>
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		<description>@ michele: "qui Kafka l'asino" (come disse una volta un saggio anonimo...)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ michele: &#8220;qui Kafka l&#8217;asino&#8221; (come disse una volta un saggio anonimo&#8230;)</p>
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		<title>Di: ness1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35006</link>
		<dc:creator>ness1</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Aug 2006 20:35:15 +0000</pubDate>
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		<description>Fotografia è scrittura della luce. Orientarsi in oriente-origine-sorgente-sole.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Fotografia è scrittura della luce. Orientarsi in oriente-origine-sorgente-sole.</p>
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	<item>
		<title>Di: michele</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-35002</link>
		<dc:creator>michele</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Aug 2006 17:13:44 +0000</pubDate>
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		<description>Tempo fa qui un'autrice, un poeta ha tracciato con precisione un percorso da seguire (orientamento?).  Scriveva con molta precisione su kafKa (era un commento). Ma la verità è difficile da comprendere. Mia moglie è di religione ebraica. (un poco di pazienza) In America, nel romanzo di K. il protagonista, arrivato (forse nella terra promessa?) scende con la sua valigia. E' tutto quello che ha. D'un tratto si ricorda di aver perso l'ombrello, di aver lasciato l'ombrello in nave. Lascia la valigia e ritorna in cerca del suo ombrello. Perde la valigia e perde l'ombrello.  Mia moglie è in mare (l'acqua è profonda) con se ha nostro figlio di tre anni avvolto in una ciambella per galleggiare, vicino ha mio figlio un altro bambino di sei anni (sa nuoticchiare). Per mano mia moglie ha un canottino per bambini. Una folata di vento teso e il canotto si allontana. 
Mia moglie lascia i due bambini e d'istinto va dietro il canotto, si capisce che non può raggiungerlo, lei stessa  ne è consapevole.  I bambini rimangono soli, la barca dove sono io è distante da mio figlio e dall'altro bambino.  Tutto sembrava irreale ma vi assicuro era tutto come copione Kafkiano.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa qui un&#8217;autrice, un poeta ha tracciato con precisione un percorso da seguire (orientamento?).  Scriveva con molta precisione su kafKa (era un commento). Ma la verità è difficile da comprendere. Mia moglie è di religione ebraica. (un poco di pazienza) In America, nel romanzo di K. il protagonista, arrivato (forse nella terra promessa?) scende con la sua valigia. E&#8217; tutto quello che ha. D&#8217;un tratto si ricorda di aver perso l&#8217;ombrello, di aver lasciato l&#8217;ombrello in nave. Lascia la valigia e ritorna in cerca del suo ombrello. Perde la valigia e perde l&#8217;ombrello.  Mia moglie è in mare (l&#8217;acqua è profonda) con se ha nostro figlio di tre anni avvolto in una ciambella per galleggiare, vicino ha mio figlio un altro bambino di sei anni (sa nuoticchiare). Per mano mia moglie ha un canottino per bambini. Una folata di vento teso e il canotto si allontana.<br />
Mia moglie lascia i due bambini e d&#8217;istinto va dietro il canotto, si capisce che non può raggiungerlo, lei stessa  ne è consapevole.  I bambini rimangono soli, la barca dove sono io è distante da mio figlio e dall&#8217;altro bambino.  Tutto sembrava irreale ma vi assicuro era tutto come copione Kafkiano.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: sandro dell'orco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34994</link>
		<dc:creator>sandro dell'orco</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Aug 2006 07:40:24 +0000</pubDate>
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		<description>Per chiarire ulteriormente il mio concetto di "orientamento" all'interno di un romanzo o di un racconto di soggetto non realistico, tema proposto alla discussione da Giulio Mozzi,  riporto qui la mia recensione - pubblicata sul n. 3 - 2006 della rivista "Libri e riviste d'Italia" .











Gunter Anders, Kafka. Pro e contro, Quodlibet, 2006, p. 200, Euro 14,50



Com’è noto, l’ermetismo kafkiano, cioè la compatta, logica e inattaccabile chiusura al senso delle opere del grande scrittore praghese, ha prodotto, durante tutto il Novecento, una sterminata letteratura critico – interpretativa. Sono state avanzate spiegazioni di ogni genere: teologiche, filosofiche, sociologiche, antropologiche, psicologiche; tutte plausibili e interessanti, che colgono ora questo ora quell’aspetto dell’opera dello scrittore praghese, ma nessuna veramente risolutiva. Che cosa voleva dire Kafka è rimasto e rimane oscuro. Questo libro di Gunter Anders, filosofo tedesco allievo di Heidegger e di Husserl, emigrato negli Stati uniti durante il nazismo e morto a Vienna nel 1992, al di là di molti e interessanti spunti chiarificatori sullo stile di Kafka, rimbalza anch’esso contro la rotonda e durissima superficie del corpus kafkiano e ricade malinconicamente tra gli inutili testi degli altri esegeti. La sua interpretazione – concepita nel 1934, e pubblicata nel 1951 – è, in pochissime parole, la seguente: che Kafka abbia adeguatamente rappresentato l’uomo moderno alienato e oppresso dalla nascente società industriale burocratizzata, ma ne abbia al contempo proposto e promosso l’uniformazione e la cieca obbedienza ai poteri sociali dominanti. Ciò lo renderebbe un precursore dell’atteggiamento e della mentalità fascista e quindi un modello morale e letterario da combattere. A questa tesi cerca di ribattere, nell’Appendice del libro, Max Brod, opponendovi la sua ben nota tesi di Kafka quale homo religiosus.
Il senso di  datato, superato e superfluo che emana - nonostante i pregi sopra notati - dal testo, non ha, a ben vedere, una ragione cronologica, ma deriva tutto dalla stanchezza per un dibattito che dura da quasi un secolo senza alcun costrutto, per una spiegazione che, come tutte le altre, si lega al perno della ragione discorsiva girandovi  intorno ciecamente e inutilmente. E’ quello che tra l’altro sta succedendo con Beckett. Viene quasi da chiedersi se l’ermetismo di Kafka non sia semplicemente  da accettare, così come si accetta un quadro non figurativo, o una composizione musicale, senza cercare una spiegazione concettuale che non può essere assolutamente trovata. Da questo punto di vista, i lettori e gli esegeti di Kafka dovrebbero forse cominciare a regolare il proprio approccio alla sua opera riflettendo sulle parole di Matisse, che rispondendo alle critiche di scarsa verosimiglianza di un suo viso di donna, disse: “Signore, io non creo una donna, io faccio un quadro.”</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Per chiarire ulteriormente il mio concetto di &#8220;orientamento&#8221; all&#8217;interno di un romanzo o di un racconto di soggetto non realistico, tema proposto alla discussione da Giulio Mozzi,  riporto qui la mia recensione - pubblicata sul n. 3 - 2006 della rivista &#8220;Libri e riviste d&#8217;Italia&#8221; .</p>
<p>Gunter Anders, Kafka. Pro e contro, Quodlibet, 2006, p. 200, Euro 14,50</p>
<p>Com’è noto, l’ermetismo kafkiano, cioè la compatta, logica e inattaccabile chiusura al senso delle opere del grande scrittore praghese, ha prodotto, durante tutto il Novecento, una sterminata letteratura critico – interpretativa. Sono state avanzate spiegazioni di ogni genere: teologiche, filosofiche, sociologiche, antropologiche, psicologiche; tutte plausibili e interessanti, che colgono ora questo ora quell’aspetto dell’opera dello scrittore praghese, ma nessuna veramente risolutiva. Che cosa voleva dire Kafka è rimasto e rimane oscuro. Questo libro di Gunter Anders, filosofo tedesco allievo di Heidegger e di Husserl, emigrato negli Stati uniti durante il nazismo e morto a Vienna nel 1992, al di là di molti e interessanti spunti chiarificatori sullo stile di Kafka, rimbalza anch’esso contro la rotonda e durissima superficie del corpus kafkiano e ricade malinconicamente tra gli inutili testi degli altri esegeti. La sua interpretazione – concepita nel 1934, e pubblicata nel 1951 – è, in pochissime parole, la seguente: che Kafka abbia adeguatamente rappresentato l’uomo moderno alienato e oppresso dalla nascente società industriale burocratizzata, ma ne abbia al contempo proposto e promosso l’uniformazione e la cieca obbedienza ai poteri sociali dominanti. Ciò lo renderebbe un precursore dell’atteggiamento e della mentalità fascista e quindi un modello morale e letterario da combattere. A questa tesi cerca di ribattere, nell’Appendice del libro, Max Brod, opponendovi la sua ben nota tesi di Kafka quale homo religiosus.<br />
Il senso di  datato, superato e superfluo che emana - nonostante i pregi sopra notati - dal testo, non ha, a ben vedere, una ragione cronologica, ma deriva tutto dalla stanchezza per un dibattito che dura da quasi un secolo senza alcun costrutto, per una spiegazione che, come tutte le altre, si lega al perno della ragione discorsiva girandovi  intorno ciecamente e inutilmente. E’ quello che tra l’altro sta succedendo con Beckett. Viene quasi da chiedersi se l’ermetismo di Kafka non sia semplicemente  da accettare, così come si accetta un quadro non figurativo, o una composizione musicale, senza cercare una spiegazione concettuale che non può essere assolutamente trovata. Da questo punto di vista, i lettori e gli esegeti di Kafka dovrebbero forse cominciare a regolare il proprio approccio alla sua opera riflettendo sulle parole di Matisse, che rispondendo alle critiche di scarsa verosimiglianza di un suo viso di donna, disse: “Signore, io non creo una donna, io faccio un quadro.”</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: ness1</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34993</link>
		<dc:creator>ness1</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Aug 2006 20:50:55 +0000</pubDate>
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		<description>"L'epoca sulle ruote noi, scalzi, non raggiunge." - Josif Brodskij.

Chi conosce/vive un posto, non necessita di mappe e cartelli d'indicazione.

Nella mia esperienza: dove siamo, e nello stesso tempo continuamente andiamo, è un incontro e un appuntamento - insieme.

"domandammo: 'Dove siamo?', e lui rispose: 'Dove dovete andare?'." - non c'è nessun luogo (conoscenza orientata/consapevolezza di esso, per la verità/precisione), prima: poi, è un incontro che 'genera' l'esistenza di noi e del mondo/altro e insieme dello spazio (il qui e il là) e del tempo (da dove/chi arriviamo = passato; dove/chi siamo = presente; dove/chi stiamo andando/diventando = futuro): questo l'ha 'scoperto' abbastanza di recente anche la fisica post-einsteniana (con evidente tempestività, visti i tempi!).

L'incontro genera anche la parola/domanda/risposta.
E l'incontro è generato da uno smarrirsi...
Chi perde cosa e chi trova dove?

Un libro è un veicolo: con/in esso, si va insieme a qualcuno (noi stessi/io è un altro, l'autore/Autore, nessuno/chiunque?)...

(Ah: i miei cieli per il tuo blog aspettano ancora una tua risposta, grazie.)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;L&#8217;epoca sulle ruote noi, scalzi, non raggiunge.&#8221; - Josif Brodskij.</p>
<p>Chi conosce/vive un posto, non necessita di mappe e cartelli d&#8217;indicazione.</p>
<p>Nella mia esperienza: dove siamo, e nello stesso tempo continuamente andiamo, è un incontro e un appuntamento - insieme.</p>
<p>&#8220;domandammo: &#8216;Dove siamo?&#8217;, e lui rispose: &#8216;Dove dovete andare?&#8217;.&#8221; - non c&#8217;è nessun luogo (conoscenza orientata/consapevolezza di esso, per la verità/precisione), prima: poi, è un incontro che &#8216;genera&#8217; l&#8217;esistenza di noi e del mondo/altro e insieme dello spazio (il qui e il là) e del tempo (da dove/chi arriviamo = passato; dove/chi siamo = presente; dove/chi stiamo andando/diventando = futuro): questo l&#8217;ha &#8217;scoperto&#8217; abbastanza di recente anche la fisica post-einsteniana (con evidente tempestività, visti i tempi!).</p>
<p>L&#8217;incontro genera anche la parola/domanda/risposta.<br />
E l&#8217;incontro è generato da uno smarrirsi&#8230;<br />
Chi perde cosa e chi trova dove?</p>
<p>Un libro è un veicolo: con/in esso, si va insieme a qualcuno (noi stessi/io è un altro, l&#8217;autore/Autore, nessuno/chiunque?)&#8230;</p>
<p>(Ah: i miei cieli per il tuo blog aspettano ancora una tua risposta, grazie.)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: tashtego</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34967</link>
		<dc:creator>tashtego</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Aug 2006 11:42:49 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34967</guid>
		<description>le foto del cielo fanno venire in mente le foto del cielo di Ghirri.
per dire.
365 foto del cielo, una per ciascun giorno dell'anno (quale?).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>le foto del cielo fanno venire in mente le foto del cielo di Ghirri.<br />
per dire.<br />
365 foto del cielo, una per ciascun giorno dell&#8217;anno (quale?).</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: cara polvere</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34897</link>
		<dc:creator>cara polvere</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Aug 2006 17:28:14 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34897</guid>
		<description>ricambio e grazie per la risposta.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ricambio e grazie per la risposta.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: sandro dell'orco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34883</link>
		<dc:creator>sandro dell'orco</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Aug 2006 13:35:57 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34883</guid>
		<description>cara polvere,
non ho risposto con un boh. Ho semplicemente terminato il discorso che verteva sulla possibilità o meno del soggetto realistico in letteratura, domanda posta da Giulio Mozzi. Quanto alla infinita produttività  del soggetto interiore, autoprodotto, fantastico, ho citato Cervantes, ma potrei aggiungere Dante, Goethe, Gogol, Turghenief, Poe, Kafka, Beckett e tantissimi altri: come vede può stare tranquilla, anche abbandonando la realtà, rimane all'autore un mondo immenso e ricchissimo  dentro di sé, molto più sorprendente di quello esterno. Addentrarmi sui meccanismi di produzione di questo mondo, sarebbe molto appassionante, ma esula dal tema del blog e quindi mi fermo qui. Grazie comunque per il suo intervento. Un caro saluto. Sandro</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>cara polvere,<br />
non ho risposto con un boh. Ho semplicemente terminato il discorso che verteva sulla possibilità o meno del soggetto realistico in letteratura, domanda posta da Giulio Mozzi. Quanto alla infinita produttività  del soggetto interiore, autoprodotto, fantastico, ho citato Cervantes, ma potrei aggiungere Dante, Goethe, Gogol, Turghenief, Poe, Kafka, Beckett e tantissimi altri: come vede può stare tranquilla, anche abbandonando la realtà, rimane all&#8217;autore un mondo immenso e ricchissimo  dentro di sé, molto più sorprendente di quello esterno. Addentrarmi sui meccanismi di produzione di questo mondo, sarebbe molto appassionante, ma esula dal tema del blog e quindi mi fermo qui. Grazie comunque per il suo intervento. Un caro saluto. Sandro</p>
]]></content:encoded>
	</item>
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		<title>Di: cara polvere</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34880</link>
		<dc:creator>cara polvere</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Aug 2006 12:47:47 +0000</pubDate>
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		<description>@signor dell'orco.

leggendo il suo pezzo mi è venuta una sana e  realistica voglia d' accasare la mia gola dentro un tubo del gas...
un bel momento d'eccitazione di cui le sono grata.

a)lei dice:  "Il fatto è che la realtà empirica, quella quotidiana, di tutti, è diventata impoetica..."

forse la sua metropolitana sarà impoetica. la mia, ai miei occhi, ancora non lo è-
mettiamola così : basterebbe realizzarci, ognuno di noi, come "soggetto in oggetto e viceversa" per avere una visione poetica globale.
forse gli uomini antichi si sentivano ancora parte di questa terra perchè questa terra era tutta da conoscere, in cui integrarsi, da cui difendersi: era il   l u o g o  e per quello sapevano ancora orientarsi  per abitarci le passioni, il diritto, l'etica, la coscienza.
oggi il luogo è sempre più virtuale (anche il loculo a dire il vero, certi cimiteri visrtuali da fare paura) si fumano sigari da 3500 euro, e si arrostiscono bambini. forse non è cambiato niente nel fumo, certo è si è ridotto enormemente lo spazio dell'uomo poetico (evviva autoreferenziale!amo l'autoreferenzialità.) per via di quella castrazione egoistica delle passione di cui lei parla o solo perchè c'è troppo competizione e poca aria.

b) cosa ci resta di abitabile? l'isola dei famosi? 
quale il punto dell'est che possa ancora dirsi nostro? il libro. il libro? 
e che ci scriviamo in quel libro che ci faccia sentire a casa? 
lei dice quasi un boh. lo dice? 
con cosa lo scriviamo il libro perchè si faccia sentire casa? deserto su deserto. deserto du deserto? dovremmo farci l'abitudine. dovremmo farci l'abitudine?
un saluto
paola</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@signor dell&#8217;orco.</p>
<p>leggendo il suo pezzo mi è venuta una sana e  realistica voglia d&#8217; accasare la mia gola dentro un tubo del gas&#8230;<br />
un bel momento d&#8217;eccitazione di cui le sono grata.</p>
<p>a)lei dice:  &#8220;Il fatto è che la realtà empirica, quella quotidiana, di tutti, è diventata impoetica&#8230;&#8221;</p>
<p>forse la sua metropolitana sarà impoetica. la mia, ai miei occhi, ancora non lo è-<br />
mettiamola così : basterebbe realizzarci, ognuno di noi, come &#8220;soggetto in oggetto e viceversa&#8221; per avere una visione poetica globale.<br />
forse gli uomini antichi si sentivano ancora parte di questa terra perchè questa terra era tutta da conoscere, in cui integrarsi, da cui difendersi: era il   l u o g o  e per quello sapevano ancora orientarsi  per abitarci le passioni, il diritto, l&#8217;etica, la coscienza.<br />
oggi il luogo è sempre più virtuale (anche il loculo a dire il vero, certi cimiteri visrtuali da fare paura) si fumano sigari da 3500 euro, e si arrostiscono bambini. forse non è cambiato niente nel fumo, certo è si è ridotto enormemente lo spazio dell&#8217;uomo poetico (evviva autoreferenziale!amo l&#8217;autoreferenzialità.) per via di quella castrazione egoistica delle passione di cui lei parla o solo perchè c&#8217;è troppo competizione e poca aria.</p>
<p>b) cosa ci resta di abitabile? l&#8217;isola dei famosi?<br />
quale il punto dell&#8217;est che possa ancora dirsi nostro? il libro. il libro?<br />
e che ci scriviamo in quel libro che ci faccia sentire a casa?<br />
lei dice quasi un boh. lo dice?<br />
con cosa lo scriviamo il libro perchè si faccia sentire casa? deserto su deserto. deserto du deserto? dovremmo farci l&#8217;abitudine. dovremmo farci l&#8217;abitudine?<br />
un saluto<br />
paola</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: sandro dell'orco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34875</link>
		<dc:creator>sandro dell'orco</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Aug 2006 10:37:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34875</guid>
		<description>Ancòra sul soggetto del racconto o del romanzo. Il tema è troppo importante per lasciarlo al punto di ieri. Si trattava nientedimeno di giudicare se è possibile avere un soggetto preso dalla realtà esterna all'autore oppure (e a questo proposito facevo l'esempio dell'ultimo romanzo di Bregola) se si è costretti ad avere come soggetto solo se stessi, e magari la propria esperienza (ciò che si è effettivamente fatto e pensato). Mi sono accorto, tra l'altro, che da un lato avevo dato una risposta limitata al quesito (avevo fatto coincidere l'impossibilità di assumere un tema esterno con l'impossibilità ad identificarsi con un altro essere umano di diversa cultura, formazione, ecc.), e dall'altro avevo concluso in forma interrogativa la questione, senza indicare una risposta convincente. Se non che, tornando a casa, nella metro, mi è balzata alla mente la risposta - il cervello aveva lavorato da solo nel frattempo - , una risposta lì per lì confusa, tutta da articolare, ma la risposta. Proverò a riferirla qui. Il fatto è che la realtà empirica, quella quotidiana, di tutti, è diventata impoetica. Detto così sembra una banalità. Ma vediamo meglio. Non è che la realtà, lei, sia cambiata, che so, da Omero o da Eschilo in avanti. No lei è rimasta quella che era, magari modellata dalla mano umana e anche deteriorata, ma è  la stessa, sempre obbediente alle sue leggi naturali che la governano. No, chi è cambiato siamo noi, noi uomini in rapporto a lei. Siamo noi ad esser diventati impoetici nella realtà, mentre prima, per esempio ai tempi in cui Aristotele scriveva, avevamo ancora un atteggiamento poetico nei suoi confronti. "Poetico" qui significa un atteggiamento passionale nei confronti del non - Io, nei confronti degli altri uomini e della natura, un atteggiamento per il quale di fronte ad un richiamo naturale - per esempio la particolare bellezza di una donna - non possiamo far altro che seguirlo, senza avere la forza e la capacità di frenarci, neanche se tale nostra dipendenza dovesse causarci danno, o addirittura la morte. Ulisse è morso dalla nostalgia, ma per il resto non se la passa male, divide il letto con una dea, inoltre sa che il viaggio per Itaca sarà terribile e forse mortale; eppure la nostalgia lo travolge, lo prende per la collottola e lo butta sulla malsicura zattera; Achille è agganciato e travolto da un'altra passione, contro la quale non ha scampo, l'ira: egli non ha la forza interiore di frenarla e di frenarsi; Ippolito è afferrato dal fascino sottile della purezza, la segue a tal punto che aborre ogni contatto erotico, e ciò lo perderà. Ecco, l'uomo antico, ma possiamo dire con grande approssimazione, l'uomo precedente l'industrializzazione, l'avvento della borghesia, aveva questo tratto generale di "poeticità", di debolezza dell'Io, che da un lato lo manteneva in condizioni di vita miserabili, e dall'altro lo avvicinava al regno naturale, nel senso che obbediva ai suoi comandi senza potersene affrancare. Dove prima e dove poi - in Italia dobbiamo aspettare il secondo dopoguerra - questo atteggiamento "poetico" scompare: l'Io diviene padrone delle pulsioni che lo legano alla natura e lo fanno animale tra gli animali. A ciò provvede il pensiero scientifico, la tecnologia, l'uso della ragione in ogni campo del sapere, insomma l'Illuminismo. Operativamente, le esigenze della produzione inducono le agenzie sociali della formazione: famiglia, scuola, media, ecc. a "rafforzare" l'Io fin dalla più tenera infanzia, relegando nell'inconscio, come assolutamente proibito, l'atteggiamento di abbandono verso il non - Io, che deve essere controllato, calcolato, al fine di garantire l'autoconservazione. Bene. Oggi, con il trionfo planetario della borghesia, la struttura individuale che la sostiene - l'atteggiamento calcolante in rapporto al non- io - tende a diventare universale:  in Italia ciò si colloca intorno agli anni settanta. Se le cose stanno così, l'autore è costretto a disertare la realtà. La letteratura con la L maiuscola, infatti, da sempre, è anche sempre estrinsecazione di una passione, di un'azione irresistibile (Aristotele), che avviene - è vero - "in verbis", ma che l'autore sente  in sé e negli altri come possibile "in factis". Ma se ogni angolo della realtà empirica, ogni altro essere umano, è visto a priori come un oggetto privo di richiami passionali, e buono solo per i nostri egoistici interessi, allora la letteratura realistica non è più possibile. Qualunque soggetto realistico io scelga, quando mi ci vado a mettere dentro per vivere la mia passione "in verbis", mi trovo castrato: perché io sono come tutti, la realtà è ormai spenta per me, i suoi raggi luminosi, che filtrano ancora dalla grande poesia greca, vengono fermati dalla corazza che si è formata attorno alla mia anima, o al mio cuore, alla mia interiorità. In qualsiasi situazione realistica mi vado a mettere con la fantasia, io non mi abbandono alla passione, la cui libera estrinsecazione è uno dei fini dell'arte, ma, come nella realtà vera, non posso far altro che fare ciò che mi conviene, che conviene al mio successo, alla mia sopravvivenza. Al limite potrei anche abbandonarmi ad una passione, ma solo se essa è stata calcolata nei vantaggi che può darmi. Io non sarei mai preda della passione, libero cioè, completamente libero, tutt'uno con la mia passione. Il mondo diventa così un unico deserto poetico. Io lo debbo lasciare per dirigermi verso me stesso (questo può esser stato il percorso di Cervantes, ad esempio). Sperando che la mia fantasia appresti uno scenario tale che permetta  alla libera passione di esprimersi e di realizzarsi "in verbis". Sembrerebbe  a prima vista possibile l'autobiografia più o meno mascherata.  Ma essa ha lo stesso inconveniente dell'assumere un soggetto esterno: solo chi ha conservato in sé la capacità  di vivere "passionalmente", "poeticamente" , potrà narrare poeticamente la propria vita. Io non ci riesco.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ancòra sul soggetto del racconto o del romanzo. Il tema è troppo importante per lasciarlo al punto di ieri. Si trattava nientedimeno di giudicare se è possibile avere un soggetto preso dalla realtà esterna all&#8217;autore oppure (e a questo proposito facevo l&#8217;esempio dell&#8217;ultimo romanzo di Bregola) se si è costretti ad avere come soggetto solo se stessi, e magari la propria esperienza (ciò che si è effettivamente fatto e pensato). Mi sono accorto, tra l&#8217;altro, che da un lato avevo dato una risposta limitata al quesito (avevo fatto coincidere l&#8217;impossibilità di assumere un tema esterno con l&#8217;impossibilità ad identificarsi con un altro essere umano di diversa cultura, formazione, ecc.), e dall&#8217;altro avevo concluso in forma interrogativa la questione, senza indicare una risposta convincente. Se non che, tornando a casa, nella metro, mi è balzata alla mente la risposta - il cervello aveva lavorato da solo nel frattempo - , una risposta lì per lì confusa, tutta da articolare, ma la risposta. Proverò a riferirla qui. Il fatto è che la realtà empirica, quella quotidiana, di tutti, è diventata impoetica. Detto così sembra una banalità. Ma vediamo meglio. Non è che la realtà, lei, sia cambiata, che so, da Omero o da Eschilo in avanti. No lei è rimasta quella che era, magari modellata dalla mano umana e anche deteriorata, ma è  la stessa, sempre obbediente alle sue leggi naturali che la governano. No, chi è cambiato siamo noi, noi uomini in rapporto a lei. Siamo noi ad esser diventati impoetici nella realtà, mentre prima, per esempio ai tempi in cui Aristotele scriveva, avevamo ancora un atteggiamento poetico nei suoi confronti. &#8220;Poetico&#8221; qui significa un atteggiamento passionale nei confronti del non - Io, nei confronti degli altri uomini e della natura, un atteggiamento per il quale di fronte ad un richiamo naturale - per esempio la particolare bellezza di una donna - non possiamo far altro che seguirlo, senza avere la forza e la capacità di frenarci, neanche se tale nostra dipendenza dovesse causarci danno, o addirittura la morte. Ulisse è morso dalla nostalgia, ma per il resto non se la passa male, divide il letto con una dea, inoltre sa che il viaggio per Itaca sarà terribile e forse mortale; eppure la nostalgia lo travolge, lo prende per la collottola e lo butta sulla malsicura zattera; Achille è agganciato e travolto da un&#8217;altra passione, contro la quale non ha scampo, l&#8217;ira: egli non ha la forza interiore di frenarla e di frenarsi; Ippolito è afferrato dal fascino sottile della purezza, la segue a tal punto che aborre ogni contatto erotico, e ciò lo perderà. Ecco, l&#8217;uomo antico, ma possiamo dire con grande approssimazione, l&#8217;uomo precedente l&#8217;industrializzazione, l&#8217;avvento della borghesia, aveva questo tratto generale di &#8220;poeticità&#8221;, di debolezza dell&#8217;Io, che da un lato lo manteneva in condizioni di vita miserabili, e dall&#8217;altro lo avvicinava al regno naturale, nel senso che obbediva ai suoi comandi senza potersene affrancare. Dove prima e dove poi - in Italia dobbiamo aspettare il secondo dopoguerra - questo atteggiamento &#8220;poetico&#8221; scompare: l&#8217;Io diviene padrone delle pulsioni che lo legano alla natura e lo fanno animale tra gli animali. A ciò provvede il pensiero scientifico, la tecnologia, l&#8217;uso della ragione in ogni campo del sapere, insomma l&#8217;Illuminismo. Operativamente, le esigenze della produzione inducono le agenzie sociali della formazione: famiglia, scuola, media, ecc. a &#8220;rafforzare&#8221; l&#8217;Io fin dalla più tenera infanzia, relegando nell&#8217;inconscio, come assolutamente proibito, l&#8217;atteggiamento di abbandono verso il non - Io, che deve essere controllato, calcolato, al fine di garantire l&#8217;autoconservazione. Bene. Oggi, con il trionfo planetario della borghesia, la struttura individuale che la sostiene - l&#8217;atteggiamento calcolante in rapporto al non- io - tende a diventare universale:  in Italia ciò si colloca intorno agli anni settanta. Se le cose stanno così, l&#8217;autore è costretto a disertare la realtà. La letteratura con la L maiuscola, infatti, da sempre, è anche sempre estrinsecazione di una passione, di un&#8217;azione irresistibile (Aristotele), che avviene - è vero - &#8220;in verbis&#8221;, ma che l&#8217;autore sente  in sé e negli altri come possibile &#8220;in factis&#8221;. Ma se ogni angolo della realtà empirica, ogni altro essere umano, è visto a priori come un oggetto privo di richiami passionali, e buono solo per i nostri egoistici interessi, allora la letteratura realistica non è più possibile. Qualunque soggetto realistico io scelga, quando mi ci vado a mettere dentro per vivere la mia passione &#8220;in verbis&#8221;, mi trovo castrato: perché io sono come tutti, la realtà è ormai spenta per me, i suoi raggi luminosi, che filtrano ancora dalla grande poesia greca, vengono fermati dalla corazza che si è formata attorno alla mia anima, o al mio cuore, alla mia interiorità. In qualsiasi situazione realistica mi vado a mettere con la fantasia, io non mi abbandono alla passione, la cui libera estrinsecazione è uno dei fini dell&#8217;arte, ma, come nella realtà vera, non posso far altro che fare ciò che mi conviene, che conviene al mio successo, alla mia sopravvivenza. Al limite potrei anche abbandonarmi ad una passione, ma solo se essa è stata calcolata nei vantaggi che può darmi. Io non sarei mai preda della passione, libero cioè, completamente libero, tutt&#8217;uno con la mia passione. Il mondo diventa così un unico deserto poetico. Io lo debbo lasciare per dirigermi verso me stesso (questo può esser stato il percorso di Cervantes, ad esempio). Sperando che la mia fantasia appresti uno scenario tale che permetta  alla libera passione di esprimersi e di realizzarsi &#8220;in verbis&#8221;. Sembrerebbe  a prima vista possibile l&#8217;autobiografia più o meno mascherata.  Ma essa ha lo stesso inconveniente dell&#8217;assumere un soggetto esterno: solo chi ha conservato in sé la capacità  di vivere &#8220;passionalmente&#8221;, &#8220;poeticamente&#8221; , potrà narrare poeticamente la propria vita. Io non ci riesco.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: cf05103025</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34851</link>
		<dc:creator>cf05103025</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 17:40:55 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34851</guid>
		<description>"la letteratura contemporanea a quale modulo costruttivo(o distruttivo) potremmo paragonarla?" dice mag.

Secondo me potremmo paragonarla ai vari modi di lavorare di molti architetti i quali scelgono stili diversi che convivono più o meno bene/male/così così. 
Da Frank O.Ghery con le sue multiple direzioni,  piante asimmetriche, nuovi materiali fino a Botta o ai postmodernisti che continuano con le loro finestre quadre e qualche pilastrone che ricorda, dico io, il ritorno all'ordine. 
Come nelle "arti figurative": girando per le mostre, nelle rassegne internazionali si vedono pitture (neoespressioniste, neorealiste, neoneo...) con tutte le giustificaziono concettuali possibili, installazioni, scatole vuote, telefoni rotti, cumuli di spazzatura, robe di marmo, cubi di gesso, lumini ad olio, gabbie per uccelli e ratti morti, uomini in gabbia, una palestinese che piange di poliuretano...
E' il momento massimo della convivenza di tutte le tendenze; basta un giustificazione ampia di qualche critico/mercante insigne, una sede importante reclamizzata dai media e magari si vende qualcosa.
MarioB.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;la letteratura contemporanea a quale modulo costruttivo(o distruttivo) potremmo paragonarla?&#8221; dice mag.</p>
<p>Secondo me potremmo paragonarla ai vari modi di lavorare di molti architetti i quali scelgono stili diversi che convivono più o meno bene/male/così così.<br />
Da Frank O.Ghery con le sue multiple direzioni,  piante asimmetriche, nuovi materiali fino a Botta o ai postmodernisti che continuano con le loro finestre quadre e qualche pilastrone che ricorda, dico io, il ritorno all&#8217;ordine.<br />
Come nelle &#8220;arti figurative&#8221;: girando per le mostre, nelle rassegne internazionali si vedono pitture (neoespressioniste, neorealiste, neoneo&#8230;) con tutte le giustificaziono concettuali possibili, installazioni, scatole vuote, telefoni rotti, cumuli di spazzatura, robe di marmo, cubi di gesso, lumini ad olio, gabbie per uccelli e ratti morti, uomini in gabbia, una palestinese che piange di poliuretano&#8230;<br />
E&#8217; il momento massimo della convivenza di tutte le tendenze; basta un giustificazione ampia di qualche critico/mercante insigne, una sede importante reclamizzata dai media e magari si vende qualcosa.<br />
MarioB.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Michele</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34848</link>
		<dc:creator>Michele</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 14:26:56 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34848</guid>
		<description>Un purosangue è un purosangue. Non può farci nulla, malgrado i "vari tentativi",  le proiezioni e i rincorrere. Continuo con la tua poesia.  Ogni mille anni (so che tu non vuoi saperlo) nasce un poeta.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Un purosangue è un purosangue. Non può farci nulla, malgrado i &#8220;vari tentativi&#8221;,  le proiezioni e i rincorrere. Continuo con la tua poesia.  Ogni mille anni (so che tu non vuoi saperlo) nasce un poeta.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: mag</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34847</link>
		<dc:creator>mag</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 14:21:36 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34847</guid>
		<description>Ma se nel medioevo, il genere letterario delle summae era paragonato al genere architettonico delle cattedrali gotiche, la letteratura contemporanea a quale modulo costruttivo(o distruttivo) potremmo paragonarla?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ma se nel medioevo, il genere letterario delle summae era paragonato al genere architettonico delle cattedrali gotiche, la letteratura contemporanea a quale modulo costruttivo(o distruttivo) potremmo paragonarla?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: caracaterina</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34846</link>
		<dc:creator>caracaterina</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 14:14:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34846</guid>
		<description>Il tuo incipit, giuliomozzi, mi ricorda un'amica mia carissima che ha uno sbalorditivo senso d'orientamento nel tempo. Sa sempre che ora è e, naturalmente, non porta MAI l'orologio. Non bara, non guarda di sottecchi.  E' provato. Non so un'acca di fisica ma che spazio e tempo siano strettamente correlati credo che sia acquisito. Che poi le correlazioni diventino problematiche dopo la fisica classica forse non è poi così importante per gente che, come noi, continua a dire che il sole "sorge" e "tramonta".  Penso a magda che, in uno dei suoi primi commenti qui, parlava dell'orientamento (la radice è "oriente", già) parlando dell'esperienza del caffè al MATTINO. E che giuliomozzi riconosca nelle foto i cieli di "dove" non avrà nulla a che fare con i cieli di "quando"?  Usare prevalentemente destra e sinistra o sopra e sotto quando si determina l'orientamento è puramente spaziale, geografico, e penso anche alle osservazioni di garufi su Barcellona e New York, ma oriente e occidente, levante e ponente, invece, implicano anche l'idea di un'agire e di un tempo. E la narrazione è tempo.  La "pianta", l'intreccio, è tempo concluso, è un libro finito, è un inizio che ha già la sua fine. Per me, in un libro nuovo, come in un posto (città) nuovo, la pianta è qualcosa che viene dopo (ecco, ancora, il tempo) che ho un po' girato, annusato, sleggiucchiato. E' una curiosità posteriore. Ancora una cosa, prima di scappare a fare una mousse al cioccolato che mi scade il latte, (time is running), dal saggio di Calvino sull'arte dell'orientamento:" E' chiaro che per descrivere la forma del mondo la prima cosa è fissare in quale posizione mi trovo, non dico il posto ma il modo in cui mi trovo orientato ... in quanto ogni orientamento comincia per me da quell'orientamento iniziale, che implica sempre l'avere sulla sinistra il levante e sulla destra il ponente e solo a partire di lì posso situarmi in rapporto allo spazio, e verificare le proprietà dello spazio e delle sue dimensioni".</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il tuo incipit, giuliomozzi, mi ricorda un&#8217;amica mia carissima che ha uno sbalorditivo senso d&#8217;orientamento nel tempo. Sa sempre che ora è e, naturalmente, non porta MAI l&#8217;orologio. Non bara, non guarda di sottecchi.  E&#8217; provato. Non so un&#8217;acca di fisica ma che spazio e tempo siano strettamente correlati credo che sia acquisito. Che poi le correlazioni diventino problematiche dopo la fisica classica forse non è poi così importante per gente che, come noi, continua a dire che il sole &#8220;sorge&#8221; e &#8220;tramonta&#8221;.  Penso a magda che, in uno dei suoi primi commenti qui, parlava dell&#8217;orientamento (la radice è &#8220;oriente&#8221;, già) parlando dell&#8217;esperienza del caffè al MATTINO. E che giuliomozzi riconosca nelle foto i cieli di &#8220;dove&#8221; non avrà nulla a che fare con i cieli di &#8220;quando&#8221;?  Usare prevalentemente destra e sinistra o sopra e sotto quando si determina l&#8217;orientamento è puramente spaziale, geografico, e penso anche alle osservazioni di garufi su Barcellona e New York, ma oriente e occidente, levante e ponente, invece, implicano anche l&#8217;idea di un&#8217;agire e di un tempo. E la narrazione è tempo.  La &#8220;pianta&#8221;, l&#8217;intreccio, è tempo concluso, è un libro finito, è un inizio che ha già la sua fine. Per me, in un libro nuovo, come in un posto (città) nuovo, la pianta è qualcosa che viene dopo (ecco, ancora, il tempo) che ho un po&#8217; girato, annusato, sleggiucchiato. E&#8217; una curiosità posteriore. Ancora una cosa, prima di scappare a fare una mousse al cioccolato che mi scade il latte, (time is running), dal saggio di Calvino sull&#8217;arte dell&#8217;orientamento:&#8221; E&#8217; chiaro che per descrivere la forma del mondo la prima cosa è fissare in quale posizione mi trovo, non dico il posto ma il modo in cui mi trovo orientato &#8230; in quanto ogni orientamento comincia per me da quell&#8217;orientamento iniziale, che implica sempre l&#8217;avere sulla sinistra il levante e sulla destra il ponente e solo a partire di lì posso situarmi in rapporto allo spazio, e verificare le proprietà dello spazio e delle sue dimensioni&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Marco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34831</link>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 07:22:07 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34831</guid>
		<description>"Così, mentre leggo certi libri, magari con la responsabilità di decidere se impegnarmi o no per una loro pubblicazione, tendo a non accorgermi dell’intreccio. Non riesco a farmi un’immagine “in pianta” del libro."

Il titolo di questo pezzo è: "Un discorso architettato peggio". Ora, in questo titolo di accostano i due termini "discorso" e "architettare". Mi chiedo, allora, se un "discorso" si possa realmente "architettare". Visto che si usa la parola "discorso" e non la parola "testo" oppure "brano" ("brano" significa "pezzo" e "pezzo" mi ha l'aria di riferirsi a qualcosa di scritto con la caretteristica di essere "avulso", "svolazzante", "informe" addirittura), allora forse si è autorizzati a pensare che si è di fronte a un "testo" (ossia una pagina dove le parole hanno una certa collocazione) che segue le regole classiche della composizione di un "discorso". Le regole classiche per la composizione di un discorso sono: l'inventio, la dispositio e l'elocutio (actio e memoria non attengono le operazioni che si mettono in atto per collocare le parole sulla pagina). Poi però c'è la parola "architettura". Se voglio architettare una colonna in stile dorico, non c'è scampo, lo dovrò fare utilizzando i canoni classici. Se voglio architettare qualcosa di classico (cioè qualcosa che segua regole di composizione classiche) dovrò seguire regole di composizione classica. Quali sono queste regole? Sono l'ordinatio, la dispositio, l'eurythmia, la symmetria, il decor e la distributio. A questo punto mi chiedo: se voglio "archiettare" un "discorso" ("male" o "peggio", "brutto" o "ancora più brutto" che sia), quali regole dovrò seguire? L'ordinatio, la dispositio, l'eurythmia, la symmetria, il decor e la distributio oppure l'inventio, la dispositio e l'elocutio? Non credo che queste regole siano assimilabili, anzi mi pare del tutto evidente che non lo siano confrontandole.

Quando diciamo "questa narrazione non sta in piedi", mi chiedo, stiamo poi dicendo qualcosa che ha un senso? Non lo so. No, non credo. Una narrazione è un luogo? La pagina è un luogo (un luogo è uno spazio, in fondo); ma: una narrazione è un luogo? Forse c'è un po' di confusione anche qui. Una narrazione è quel che il luogo (la pagina) contiene. Il "bosco" è un luogo, ma gli "alberi" del "bosco", non sono un luogo.

Allora: si può "costruire" un discorso così come si può "costruire" una casa o pianificare un luogo? No, non lo si può fare, perché la materia è diversa. Si può usare una metafora, ma la si può usare con un certo fondo di ironia, non la si può usare prendendola "completamente per quel che è", credendoci fino in fondo. Credere fino in fondo in una metafora è un errore, e impegnarsi seriamente in un errore è una perdita di tempo. L'espressione "archittettare un discorso" è un'espressione sbagliata. Non è in senso proprio che si usa; ma in senso figurato. "Senso proprio" può significare "senso che aderisce di più alla reatà". Ora, proporre una visione di una narrazione (di un romanzo, di un racconto, ecc.) a partire da un'espressione sbagliata (perché mette assieme e tenta di far coesistere parole che pertengono a universi incompatibili) significa proporre una visione sbagliata di una narrazione. 

Mi rendo conto che ci sono centinaia di libri che propongono la visione di luoghi come narrazioni e narrazioni come luoghi, ma io ho come l'imnpressione che tutti questi libri si siano innamorati di una bella metafora e abbiano cercato di darle uno statuto scientifico.

Detto questo, per rimanere al tema: e se si provasse a dire, come in parte è stato già detto (in Opere mondo di quel tal professore, ad esempio), che ci sono narrazioni che pur non conservando le caratteristiche di una narrazione (un inizio e una fine credo sia la caratteristica principale di una narrazione, o meglio ancora una "convincente impressione" di inizio, e una "convincente impressione" di fine; l'individuazione di un sistema di regole generale, come dire una Regola Generale, che presiede e rende possibile la scelta di quelle parole, di quelle forme e di quella disposizione di parole e di forme - e molto altro ancora - per comporre la narrazione; e poi altro) si sono comunque imposte forse perché hanno creato occasioni di discussioni e approfondimenti? Se una "narrazione archittetta male" è riuscita a "essere abitata" da un numero impressionante di persone per moltissimo tempo, (e faccio appena notare che di solito una casa architetta male crolla e fa morire i suoi abitanti), forse non è il caso di cominciare a pensare che le narrazioni "non" si abitano, che le narrazioni "non" sono "case", "castelli", "città", "luoghi"? Non è il caso di cominciare a pensare che la letteratura è una disciplina con sue proprie caratteristiche e leggi, che si possono adattare e trovare punti di contatto solo sporadicamente, e sottolineo: solo sporadicamente, e in modo utilitaristico, e non una disciplina che "si nutre" di altre discipline (architettura, biologia, medicina, diritto, filosofia eccetera).

Stop (un arresto arbitrario; anche se mi chiedo se possano esistere in un testo arresti che non siano arbitrari).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Così, mentre leggo certi libri, magari con la responsabilità di decidere se impegnarmi o no per una loro pubblicazione, tendo a non accorgermi dell’intreccio. Non riesco a farmi un’immagine “in pianta” del libro.&#8221;</p>
<p>Il titolo di questo pezzo è: &#8220;Un discorso architettato peggio&#8221;. Ora, in questo titolo di accostano i due termini &#8220;discorso&#8221; e &#8220;architettare&#8221;. Mi chiedo, allora, se un &#8220;discorso&#8221; si possa realmente &#8220;architettare&#8221;. Visto che si usa la parola &#8220;discorso&#8221; e non la parola &#8220;testo&#8221; oppure &#8220;brano&#8221; (&#8221;brano&#8221; significa &#8220;pezzo&#8221; e &#8220;pezzo&#8221; mi ha l&#8217;aria di riferirsi a qualcosa di scritto con la caretteristica di essere &#8220;avulso&#8221;, &#8220;svolazzante&#8221;, &#8220;informe&#8221; addirittura), allora forse si è autorizzati a pensare che si è di fronte a un &#8220;testo&#8221; (ossia una pagina dove le parole hanno una certa collocazione) che segue le regole classiche della composizione di un &#8220;discorso&#8221;. Le regole classiche per la composizione di un discorso sono: l&#8217;inventio, la dispositio e l&#8217;elocutio (actio e memoria non attengono le operazioni che si mettono in atto per collocare le parole sulla pagina). Poi però c&#8217;è la parola &#8220;architettura&#8221;. Se voglio architettare una colonna in stile dorico, non c&#8217;è scampo, lo dovrò fare utilizzando i canoni classici. Se voglio architettare qualcosa di classico (cioè qualcosa che segua regole di composizione classiche) dovrò seguire regole di composizione classica. Quali sono queste regole? Sono l&#8217;ordinatio, la dispositio, l&#8217;eurythmia, la symmetria, il decor e la distributio. A questo punto mi chiedo: se voglio &#8220;archiettare&#8221; un &#8220;discorso&#8221; (&#8221;male&#8221; o &#8220;peggio&#8221;, &#8220;brutto&#8221; o &#8220;ancora più brutto&#8221; che sia), quali regole dovrò seguire? L&#8217;ordinatio, la dispositio, l&#8217;eurythmia, la symmetria, il decor e la distributio oppure l&#8217;inventio, la dispositio e l&#8217;elocutio? Non credo che queste regole siano assimilabili, anzi mi pare del tutto evidente che non lo siano confrontandole.</p>
<p>Quando diciamo &#8220;questa narrazione non sta in piedi&#8221;, mi chiedo, stiamo poi dicendo qualcosa che ha un senso? Non lo so. No, non credo. Una narrazione è un luogo? La pagina è un luogo (un luogo è uno spazio, in fondo); ma: una narrazione è un luogo? Forse c&#8217;è un po&#8217; di confusione anche qui. Una narrazione è quel che il luogo (la pagina) contiene. Il &#8220;bosco&#8221; è un luogo, ma gli &#8220;alberi&#8221; del &#8220;bosco&#8221;, non sono un luogo.</p>
<p>Allora: si può &#8220;costruire&#8221; un discorso così come si può &#8220;costruire&#8221; una casa o pianificare un luogo? No, non lo si può fare, perché la materia è diversa. Si può usare una metafora, ma la si può usare con un certo fondo di ironia, non la si può usare prendendola &#8220;completamente per quel che è&#8221;, credendoci fino in fondo. Credere fino in fondo in una metafora è un errore, e impegnarsi seriamente in un errore è una perdita di tempo. L&#8217;espressione &#8220;archittettare un discorso&#8221; è un&#8217;espressione sbagliata. Non è in senso proprio che si usa; ma in senso figurato. &#8220;Senso proprio&#8221; può significare &#8220;senso che aderisce di più alla reatà&#8221;. Ora, proporre una visione di una narrazione (di un romanzo, di un racconto, ecc.) a partire da un&#8217;espressione sbagliata (perché mette assieme e tenta di far coesistere parole che pertengono a universi incompatibili) significa proporre una visione sbagliata di una narrazione. </p>
<p>Mi rendo conto che ci sono centinaia di libri che propongono la visione di luoghi come narrazioni e narrazioni come luoghi, ma io ho come l&#8217;imnpressione che tutti questi libri si siano innamorati di una bella metafora e abbiano cercato di darle uno statuto scientifico.</p>
<p>Detto questo, per rimanere al tema: e se si provasse a dire, come in parte è stato già detto (in Opere mondo di quel tal professore, ad esempio), che ci sono narrazioni che pur non conservando le caratteristiche di una narrazione (un inizio e una fine credo sia la caratteristica principale di una narrazione, o meglio ancora una &#8220;convincente impressione&#8221; di inizio, e una &#8220;convincente impressione&#8221; di fine; l&#8217;individuazione di un sistema di regole generale, come dire una Regola Generale, che presiede e rende possibile la scelta di quelle parole, di quelle forme e di quella disposizione di parole e di forme - e molto altro ancora - per comporre la narrazione; e poi altro) si sono comunque imposte forse perché hanno creato occasioni di discussioni e approfondimenti? Se una &#8220;narrazione archittetta male&#8221; è riuscita a &#8220;essere abitata&#8221; da un numero impressionante di persone per moltissimo tempo, (e faccio appena notare che di solito una casa architetta male crolla e fa morire i suoi abitanti), forse non è il caso di cominciare a pensare che le narrazioni &#8220;non&#8221; si abitano, che le narrazioni &#8220;non&#8221; sono &#8220;case&#8221;, &#8220;castelli&#8221;, &#8220;città&#8221;, &#8220;luoghi&#8221;? Non è il caso di cominciare a pensare che la letteratura è una disciplina con sue proprie caratteristiche e leggi, che si possono adattare e trovare punti di contatto solo sporadicamente, e sottolineo: solo sporadicamente, e in modo utilitaristico, e non una disciplina che &#8220;si nutre&#8221; di altre discipline (architettura, biologia, medicina, diritto, filosofia eccetera).</p>
<p>Stop (un arresto arbitrario; anche se mi chiedo se possano esistere in un testo arresti che non siano arbitrari).</p>
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	<item>
		<title>Di: furlen</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/08/07/un-discorso-architettato-peggio/#comment-34830</link>
		<dc:creator>furlen</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Aug 2006 07:16:35 +0000</pubDate>
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		<description>gran bel pezzo ô Iulius!
a proposito del doppio a me è capitato qualcosa che ha prodotto un'esperienza per certi versi simile a quella evocata da Gemma.
Lavoravo qualche anno fa sulle poethiquettes, (piccole etiche poetiche) per immaginarie bottiglie e il caso volle che proprio allora mio padre comincio' a stare male. le poethiquettes diventavano allora in una corrispondenza con Biagio Cepollaro le tappe dell'elaborazione di un lutto (come cronica di una morte annunciata). Poco prima che morisse trovai una vecchia fotografia e la prima cosa che vidi non era quella mescla di volti di ragazzi d'inizio anni settanta ma esattamente gli occhi di colui che scattava la fotografia, in quel caso mio padre. Quella foto la porto sempre con me e quello sguardo in me.
effeffe

http://www.manuscrit.com/msites/morphoses/bt/poethiquett30campet.jpg</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>gran bel pezzo ô Iulius!<br />
a proposito del doppio a me è capitato qualcosa che ha prodotto un&#8217;esperienza per certi versi simile a quella evocata da Gemma.<br />
Lavoravo qualche anno fa sulle poethiquettes, (piccole etiche poetiche) per immaginarie bottiglie e il caso volle che proprio allora mio padre comincio&#8217; a stare male. le poethiquettes diventavano allora in una corrispondenza con Biagio Cepollaro le tappe dell&#8217;elaborazione di un lutto (come cronica di una morte annunciata). Poco prima che morisse trovai una vecchia fotografia e la prima cosa che vidi non era quella mescla di volti di ragazzi d&#8217;inizio anni settanta ma esattamente gli occhi di colui che scattava la fotografia, in quel caso mio padre. Quella foto la porto sempre con me e quello sguardo in me.<br />
effeffe</p>
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