Gli scrittori sintomatici, compreso me

di Christian Raimo

Ho sempre odiato qualsiasi forma di nostalgia paternalista… ah, la letteratura di trent’anni fa, la scuola di quando eravamo giovani, la passione politica degli anni ’70. Avendo vissuto la mia infanzia e giovinezza – e con estrema lucidità – in decenni di aridità sentimentale e ideale come gli anni ’80 e ’90, ho sempre comunque diffidato di chi cercava di liquidare con snobismo le derive post-ideologiche o quello che nonno Pasolini bollava come genocidio culturale. Sono cresciuto guardando tra sei e otto ore al giorno di televisione, e questo ho voluto/dovuto affermarlo come valore, non potendo a un certo punto della mia vita fare un’epurazione del mio immaginario, o una cura Ludovico per cambiare le mie abitudini di perfetto consumatore culturale. Dico questo come attestato di mediocrità appunto; autoammissione che per me è il presupposto però di qualsiasi discorso critico.
A premessa fatta mi interessava dire invece come l’articolo di Giulio Mozzi sia significativo perché tenta di smontare – in modo esemplare – la fallacia argomentativa, logica di uno dei modi tipici del giornalismo culturale italiano: parlo di te, non dico niente di troppo rilevante, ti faccio conoscere, la tua bella faccetta nella foto che ho fatto realizzare apposta dall’agenzia pagata da me giornale, il tuo ufficio stampa mi ringrazierà. Il tuo portato culturale, qualunque sia, viene così reso oggetto di merce per vendere il giornale (la sua pubblicità), ora che è depurato di qualsiasi sua capacità critica. Questa settimana si è parlato di te, la prossima settimana di un altro: non c’è gerarchia, non c’è dialettica, e soprattutto nulla è capace di cambiare lo schema ideologico del luogo dove tutto questo avviene: niente esonda dagli argini della terza pagina – spot, che è lo spazio che questo giornale dedica alla fenomenologia della cultura. La potenza di questa pratica si basa sulla compulsione alla curiosità che è la base del consumismo culturale. La letteratura viene risucchiata dai meccanismi editoriali (promozione/ufficio stampa/vendita) e l’editoria a sua volta plasmata secondo i modelli di questo che non so come chiamare meglio se non consumismo culturale (anticipazioni!/gossippetti e polemichine sulla mondanità di quarto grado che è il mondo della cultura/libri e dvd allegati…). È significativo come questo meccanismo possa diventare strutturale se non endemico.
Ragionavo proprio qualche giorno fa su un caso da manuale in questo senso: mi è capitato tra i libri che avevo in casa Chiedilo agli angeli – i libri e la vita di J. T. Leroy, edito da Arcana pop e scritto da Valentina Pigmei. È un libro con un intento promozionale esplicito: far conoscere il personaggio/scrittore che ha pubblicato per la stessa casa editrice i suoi tre romanzi (Fazi e Arcana erano dello stesso gruppo proprietario). Ma è al tempo stesso un prodotto molto onesto: un libro curato, ben scritto, documentato. Con un nucleo di interesse principale fortissimo proprio nell’ambito del mondo del consumismo culturale. Chi è JT? Come è possibile che un ragazzino dal volto angelico e dai modi liminali all’autismo riesca in maniera così scoperta e al tempo stesso fiabesca a raccontare esperienze di violenza pura di cui è stato vittima nella sua infanzia? JT è stato per qualche anno l’ipostasi dell’autenticità. Come Rimbaud, come Sarah Kane. Per i suoi amici scrittori mentori come Dennis Cooper o Dave Eggers, per registi come Gus Van Sant e Asia Argento, per i suoi referenti italiani, il suo editor Simone Caltabellota, la sua traduttrice Martina Testa, la sua biografa Valentina Pigmei, per tutti i suoi lettori, JT era uno strano monstrum di sincerità, la dimostrazione che in un mondo culturale dove molto è costruito e indotto dalle regole di mercato, un ragazzino di diciott’anni, ingenuo e genialoide, potesse trovare lo spazio e le attenzioni che meritasse: un puro.
(Tra parentesi: è indicativo come questa proiezione del proprio desiderio nella ricerca dell’autenticità, della purezza sia aumentata nella fruizione artistica oggi a tal punto da aver generato come reazioni: o una sorta di up-grading nella ricerca dell’autenticità, della non-artificiosità, oppure una meta-ricerca. Sospettiamo sempre che ci sia il bluff, ma speriamo sempre che in fondo all’Arno ci siano teste grezze di Modigliani, o vogliamo almeno vedere come si fanno col black&decker nel giardino di casa. Nell’ultimo romanzo di Walter Siti, Troppi paradisi, si parla del mondo occidentale come mondo informato dal senso di fiction televisivo, una sorta di scenario perennemente pornografico: ossia un universo dove qualsiasi espressione impulsiva è generata ad arte. Ma - è questa una delle intuizioni più felici di Siti - siccome abbiamo metabolizzato questo disincanto, siccome sappiamo ad esempio che “le storie vere” che la “tv verità” ci propina sono delle panzane confezionatissime, cerchiamo il buco che smascheri questa confezione, lo scoop di Striscia la notizia che smerdi le Wanna Marchi e le D’Eusanio, in un inseguimento spasmodico del “senso del reale”. C’è una immagine che mi è rimasta di Siti: il protagonista che guarda i film porno, cercando di vedere se le dita dei piedi di quelli che stanno scopando si arricciano o meno nel momento dell’orgasmo: forse avranno veramente goduto?).
La realtà è che purtroppo che Pantani e Armstrong si dopavano e che JT Leroy non esisteva: i libri li scriveva Laura Albert, una decisamente abile scrittrice di quarant’anni e per le foto si prestava Savannah Knoop, una ragazzetta ventenne vestita con abiti larghi da uomo e sempre abbigliata con un parrucca bionda e occhiali da sole, che nelle interviste dal vivo farfugliava bizzarrie. La truffa l’ha scoperta il New York Times l’anno scorso, e il libro di Valentina Pigmei fa un effetto strano. Perché appunto è un libro onesto. Conosco lei personalmente e mi ricordo la dedizione con cui l’ha scritto, ogni tanto sì turbata e irritata per le bizze di JT nelle interviste telefoniche. Ma la morale della vicenda è veramente lapalissiana, proprio per come mette a nudo i meccanismi perfetti della confezione editoriale: introiettati addirittura a livello inconscio. Il marito di Laura Albert, la (ghost)writer, anche lui complice della truffa, sosteneva che lei veramente si sentiva, era JT.
Ho parlato di questo caso perché mi sembra che JT sia l’esempio più alto, più cristallino di come l’industria culturale abbia trovato il suo funzionamento compiuto: nella Dialettica dell’illuminismo (mezzo secolo fa, anni ’50) Adorno e Horkheimer già analizzavano i meccanismi pubblicitari e facevano vedere come “il ribelle con il ciuffo” era del tutto funzionale al sistema conformistico che lo inglobava: una dialettica interna, ergo sterile. JT, con la sua meravigliosa mitologia post-romantica, vale in questo senso come il migliore di quella folla di scrittori che fanno gridare poi ai critici imbolsiti: “Ah, quando c’era Pasolini…” (formalmente la versione nazional-veltroniana di “Ah, quando i treni arrivavano in orario…”). Ossia, JT funziona come uno scrittore sintomatico. Uno scrittore che esprime quello che gli è capitato addosso, sulla sua pelle, che incarna la sua scrittura.
Di questa folla di scrittori sintomatici ne son piene le librerie, questa è la verità. Il mercato editoriale richiede uno scrittore ventiduenne alle prese con i traumi di un mondo del lavoro allo sbando? Eccone uno pronto all’uso. Un’adolescente sessualmente inquieta? Arriva. Una vittima del precariato sentimentale? Et voilà. Al secondo o terzo libro, questi scrittori segnano il passo. E dispiace sinceramente. Il terzo libro di Melissa P., In nome dell’amore, la sua lettera-pamphlet al cardinal Ruini, è passata quasi inosservata. Sembra che Melissa non serva più al meccanismo editoriale-culturale. La sua sintomatologia, “quello che esprime” non è più immediatamente smerciabile. Ma questo non è neanche colpa sua, in fondo. Se la consapevolezza, l’analisi, l’invenzione, la capacità critica, l’interpretazione del mondo, quello che insomma costituisce nel tempo l’identità di un autore, il suo stile, è un surplus non necessario, anzi molto spesso ingombrante. Pensate a come hanno dovuto emanciparsi dall’etichettatura cannibalesca scrittori veri quali Aldo Nove o Tiziano Scarpa (neanche tra l’altro incluso nell’antologia, se non per fanfaronaggine giornalistica). L’articolo di Belpoliti sulla Stampa non so se contiene una mezza verità, ma un decimo importante sì. Non è vero che gli scrittori italiani non sanno parlare del mondo, ma è vero che il mercato editoriale – nella sua struttura cellulare, beninteso – privilegia gli scrittori sintomatici perché sono perfettamente assimilabili a un’ideologia di Sistema. Degli scrittori giovani si presume che siano narcisi interessati a vedere la propria foto sul Venerdì in posa da pensatore o la loro firma in calce a un pezzo sull’I-pod. L’abilità allora sta molto spesso nel sabotare o nell’evitare. Rimanere fedeli a un se stessi che ancora non si è, e che non si ha la possibilità di diventare rimanendo bloccati nella mancanza di riconoscimento, professionale mi viene da dire.
Per scrivere queste 4 cartelle per nazioneindiana ho speso un paio d’ore a gratis. Se proponessi a un Marie Claire un pezzo su che ne so “uno scrittore a passeggio un pomeriggio per il festival di letteratura di Mantova” o un’estate noiosa passata a Roma “raccontata da scrittore” mi darebbero mille euro. Voi che fareste?

299 commenti

  1. effeffe
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 11:37 | Permalink

    una cena a trastevere
    effeffe

  2. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 12:11 | Permalink

    accetterei christian…di corsa!

  3. gianni biondillo
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 12:18 | Permalink

    MILLE EURO???
    Cazzo, mi propongo subito a Marie Claire!!!!
    ;-)

  4. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 12:21 | Permalink

    @Christian, piaciuto il tuo articolo e piaciuta la chiosa finale. Sulla scelta che farebbero, nella realtà e non nei commenti, il 99% degli scrittori/scriventi non ho alcun dubbio: ideali a tutto spiano e ottimo articolo gratis per Nazione Indiana :-)

    A parte le battute, o battutacce fai tu, credo che sia possibile e doveroso, per i “professionisti dell’intelletto” (e ci infilo ovviamente ed è scontato anche scrittori, critici, etc…), trovare una via di mezzo: non si può morire di fame per gli ideali, ma nemmeno svenderli solo per fare soldi.
    Da assoluto profano ho spesso l’impressisone che questo equilibrio non esista, nel mondo letterario, oppure che sopravviva, in larga parte, solo il tempo di una copertina e una recensione. La grande rivincita e poi puff: svanito.

    E’ una questione, quella che poni con la chiosa finale, già dibattuta altre volte anche qui e qualche tempo fa posi una domanda che rimase senza risposta. Da “professionista dell’intelletto” (mi occupo per lavoro di crittografia) so benissimo che potrei spremere molto più denaro accettando proposte di lavoro non sempre limpide.
    Però so benissimo che, al di là del denaro, esiste anche un’etica che ti IMPONE di evitare, come la peste, alcuni lavori molto ben pagati. Difficile a volte, lo ammetto, specialmente se a fine mese devi pure pagare gli stipendi ai collaboratori, ma si deve fare: agire diversamente aprirebbe una via senza ritorno.

    Potrei citare i casi di molti altri “professionisti dell’intelletto” (fisici, matematici, ingegneri, chimici, etc…) che ragionano con la stessa logica. Funziona, pur con tutte le pecche del caso e le eccezioni, spesso rimaneggiate malamente e sbandierate da giornalisti moraleggianti.

    Ora la domanda è: questo comportamento “etico” è e deve essere valido solo per i “professionisti dell’intelletto” che non sono letterati?
    Interessa seriamente a qualcuno?

    A volte ho l’impressione che sia solo un argomento forte per incolonnare parole e richiamare sicuro interesse.

    Buona giornata. Trespolo.

  5. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 12:21 | Permalink

    E’ vero, Raimo, è così. ognuno deve fare i conti col mondo che si ritrova.
    Per questo le piccole indignazioni, o anche grandi, che si leggono nei commenti a volte fanno venire il latte alle ginocchia.
    E’ però anche vero che del mondo che uno si ritrova quel che conta è cosa se ne può e se ne sa fare, cioè scrivere.
    Cosa è stato fatto qui da noi di questa materia forse ignobile?

    Di una materia altrettanto ignobile, la decomposizione dell’impero asburgico e la decadenza del mondo alla svolta di secolo, alcuni hanno fatto grandissimi libri che hanno segnato moltissimi decenni a venire. Dietro a quei grandissimi libri c’era moltissimo e grandissimo pensiero.
    E il pensiero è faticoso.

    Ho appena finito di leggere Walter Siti.
    L’ho preso e mollato per qualche giorno, personaggi irritanti, nessun Hans Kastorp, nessun K., i protagonisti si chiamano reciprocamente “muso” e “coniglio”, spuntano la Laura Betti, la D’Eusanio, piccole depressioni, digressioni che sembrano sfilacciate, discorsi sulla televisione e sul mondo che sembrano il fallimento di ogni progetto narrativo, culi a sfare.

    Eh no, mi son detta, che palle. Ma qualcosa mi spingeva a non mollarlo e alla fine, con fatica anch’io, ho visto il disegno di Siti e mi sono accorta che è un grande libro sgradevole, che di nuovo si può parlare dell’Italia e del mondo fuori dai cliché piacevoli e omogeneizzati dell’industria editoriale, che forse Einaudi l’ha fatto uscire a ridosso dell’estate perché non ci credeva, o temeva che fosse un fallimento, o forse per caso, non so. Non mi interessa fare dietrologia editoriale.

    Ma è certo che il modo in cui Siti racconta la sua materia è, per chi saprà vederlo, un modo nuovo, una nuova porta finalmente aperta. E’ di nuovo grande - e certamente sgradevole - letteratura.

    Il fatto che sia sgradevole naturalmente è un guaio, non avrà trecentomila lettori, è ponderoso, faticoso, irritante, ci sono tanti bei libri piacevoli in giro, facili, “riusciti”.

    Ma un libro che si pone con tanta serietà, disperazione, sisifiana fatica e sconforto di fronte al mondo e agli inferni privati e al tempo stesso comuni a tutti noi io da anni non lo leggevo.

    Qui c’è una grande e dolorosa analisi del mondo in cui viviamo, e di che cosa vuol dire scriverne, senza modelli americani, senza vezzi ideologici che sono sempre pappa già masticata, facile.

    Coraggio, giovani scrittori, sudate sangue, qualcosa ne uscirà.

  6. christian raimo
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 12:30 | Permalink

    commento soltanto una cosa per temperanza. ho avuto la stessa reazione con siti, duecentocinquanta pagine di gossip spacciato per analisi del mondo mi facevano solamente incazzare, difese della televisione o della pedofilia da popular-chic, narcisimo fallocentrico spacciato per lirismo. ma è come se effettivamente ce ne fosse bisogno, di questa discesa all’infernetto per arrivare alla seconda parte del libro che è toccante. un gran libro, veramente.

  7. andrea barbieri
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 12:35 | Permalink

    Secondo me Raimo una delle tue premesse è completamente falsa: “JT è stato per qualche anno l’ipostasi dell’autenticità”.
    Leggendo il primo libro ho pensato esattamente il contrario, cioè che le sue parole in nessun modo (vissuto o immaginato) potessero correre parallele alla vita e dare qualche parola di verità al lettore. Non mi sono mai posto il problema dell’esistenza di JT perché il libro firmato da lui era sicuramente brutta fiction. E te lo dico da persona sicuramente meno colta di te e di tutti i critici e giornalisti immaginabili. Da persona ignorante e terra terra avevo l’impressione di aver buttato i miei soldi, nonostante una persona - né critico né giornalista - mi avesse avvertito che il libro non andava alla radice di nulla.
    Poi possiamo interrogarci sul perché critici, giornalisti e successivamente il pubblico abbiano costruito “l’ipostasi dell’autenticità”. Ma penso che la risposta sia semplice, no?

  8. andrea barbieri
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 12:37 | Permalink

    …e successivamente PARTE del pubblico…

  9. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 12:46 | Permalink

    Castorp con la C ovviamente, non Kastorp come Kossiga:-)

  10. andrea barbieri
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 12:47 | Permalink

    Aggiungo anche che quando a me è capitato di parlare di letteratura dell’io non lo facevo certo per dire che bisogna scrivere “io” o scrivere di esperienza, ma che in qualche modo, qualsiasi modo, si deve tentare di scrivere parole di verità, che non potrà che essere verità sulla vita di ognuno di noi, sull’”io” appunto. Il metodo è apertissimo, anche l’astrattista Rothko “scriveva” parole di verità, basterebbe leggere i suoi scritti per capire quanta ricerca sull’uomo facesse e traducesse nei suoi rettangoli.
    Il fatto che JT sia stato per me e per altri l’ipostasi dell’inautenticità significa proprio quello che ho appena scritto.

  11. sergio garufi
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 13:03 | Permalink

    totalamente d’accordo. “lo scrittore sintomatico” come JT, colui “che esprime quello che gli è capitato addosso, sulla sua pelle, che incarna la sua scrittura”, è figlio del capzioso mito dell’autenticità. mi ricorda quel piccolo attore nero di sit-com americane, arnold, che era perfetto nel suo ruolo di bambino arguto perché rimase piccolo anche qualche anno dopo, e in realtà, poverino, soffriva di nanismo. l’ideologia di sistema esige una totale identità fra il corpo e la parola, il verosimile spacciato per vero. diceva bene il personaggio di agrado, il trans che nel finale di un film di almodovar raccontava al pubblico di un teatro (cioè nel luogo elettivo della finzione) le tante operazioni di chirurgia estetica cui si era sottoposto: “uno è tanto più autentico quanto più assomiglia all’idea che ha di se stesso”.

  12. Il magnate
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 13:04 | Permalink

    e’ proprio come dice il titolo: anche lei, Raimo, è uno scrittore sintomatico, nel senso che ha inteso dare a tale espressione.

  13. zoe
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 13:13 | Permalink

    Quando è comparso il biondino JT Leroy non ho pensato neanche per un attimo che fosse lui l’autore.
    Mi sembrava più plausibile l’ipotesi che girava da tempo di Dennis Cooper.

  14. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 13:47 | Permalink

    i mille euro guadagnati cosi, probabilmente li spenderesti a puttane, dato che nel frattempo la tua capacità critica si orienterebbe alla parola consumo.

  15. Impiegatuccio
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 13:58 | Permalink

    Ah, ecco come campano gli scrittori.
    Lo dico senza polemica. Raimo è molto molto bravo, ma la narrativa non dà da mangiare. L’indotto, invece…
    (O forse i mille euro sono una somma messa lì ad esempio? Tipo andiamo a fare due passi.)

  16. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 13:59 | Permalink

    Quindi, siccome la ricchezza vera non è il tempo inteso come denaro, ma come contenitore di desiderata, è ricco chi fa ciò che gli piace.

  17. bruno esposito
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 14:21 | Permalink

    La casa editrice Fazi sta facendo soldi a palate con delle bufale colossali. Dai famigerati “100 colpi” al fraudolento “Ingannevole…”. A me hanno respinto tre ( dicasi tre ) manoscritti con argomentazioni assai opinabili. Due di questi tre manoscritti li ho pubblicati con piccoli editori, alla faccia loro e dei loro autori fasulli. Aggiungo, chiosando, che sono invidioso da morire.

  18. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 14:42 | Permalink

    Caspita, che commenti interessanti!

  19. Ugolino Conte
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 14:50 | Permalink

    Temp, qui più che omerica sei edipica. Quel punto esclamativo (!) spalanca abissi, o li colma? Il dubbio mi strazia. ;)

  20. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 15:09 | Permalink

    Spero che tu mi abbia presa alla lettera, sto facendo uno studio sull’intelligenza collettiva del consumatore di prodotti editoriali nella sua modalità di commentatore. Ne verrà fuori un saggetto che pubblicherò, con il finanziamento del ministero alle politiche giovanili, per i tipi Lasciate ogni speranza.
    Sarei felice se me lo presentassi, magari a Pavia, tu e anche gli altri amici qui;-))

  21. sergio garufi
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 15:23 | Permalink

    @temperanza
    “Caspita, che commenti interessanti! ”

    già. è curioso notare come anche fra noi amish siano state introiettate le stesse modalità di pensiero dell’esterno. quel che colpisce di più sono i mille euro, o le dichiarazioni “io l’avevo sgamato subito che non era jt leroy l’autore!”. l’accento sul fatto che il mercato editoriale incoraggia e premia quel tipo di scrittori (jt, melissa) e scritti (”la passeggiata dello scrittore a mantova durante il festival della letteratura”) “sintomatici” passa invece in second’ordine, o lo si ignora bellamente, come se il pezzo di christian non s’inserisse nella polemica sullo scritto di mozzi e l’obiezione di belpoliti, secondo la quale i giovani scrittori italiani non sanno parlare del mondo; quella sì, vera e propria “nostalgia paternalista” (”ogni tanto una generazione salta”, sentenziava con consolatoria rassegnazione mitterand).

  22. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 15:43 | Permalink

    Bel pezzo! ;-)

  23. zoe
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 15:47 | Permalink

    Che ci vuoi fare, Garufi, noi figli degli anni ottanta, cresciuti ascoltando ‘Material Girl’, leggendo ‘Le mille luci di New York’, e’Less than zero’abbiamo introiettato tutti i germi del disimpegno, e i commenti ci vengono cosi’.

  24. Ugolino Conte
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 15:49 | Permalink

    @ Sergio Garufi

    Bravo! L’attenzione alla chiusa (volutamente) retorica del pezzo di Raimo, fa passare in secondo piano la sostanza di una riflessione seria, pacata e distesa, di ottimo livello, che il testo contiene: nel momento in cui svela non tanto le dinamiche di funzionamento del “sistema” in esame, ma la sostanziale trasformazione di quelle dinamiche (che una volta si sarebbero dette “storicamente determinate”) nella struttura “ontologica” del sistema stesso. Qualcuno dirà che si tratta di un discorso già fatto, risaputo. Ah, sì? E allora perché lo diciamo “solo” quando sono gli altri a sbattercelo, giustamente, sotto il naso?

    @ Temperanza

    Io ho preso alla lettera la tua esclamazione, quell’inter - esse così intrigante nella sua solo apparente univocità e solidità semantica. Ma ciò non toglie (sarà in forza del punto esclamativo, forse) che mi sia rimasto tra i pensieri un retrogusto di tipo, se non figuralmente auerbachiano, almeno vagamente e latamente allegorico. Potenza dell’inter-pun(i)zione, direi. ;-)

    A Pavia ci sarò sicuramente e terrò una dotta prolusione, alla quale sto già lavorando, dal titolo: “I siti della melissa: per una ermeneutica del principio delle catarsi castranti”. Sono certo che anche Garufi e Raimo saranno della partita.

  25. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 15:56 | Permalink

    @ Garufi

    Infatti, dopo il tuo commento ho deciso di cambiare editore.
    Non più “Lasciate ogni speranza”, editore inutilmente catastrofista, a favore di “Non giratevi mai a guardare” editore più scafato, consapevole che ormai il collegamento neuronale e la memoria decadono dopo meno di ventiquattr’ore e invita a guardare solo avanti. Tra l’altro offre come gadget paraocchi artigianali per cavalli in cuoio nero ribattuti a mano degli anni ‘50, rivendibili.

  26. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 15:58 | Permalink

    @ cato

    Grazie, ci conto, lavorerò sentendomi meno sola:-)

  27. Ugolino Conte
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 16:08 | Permalink

    Grazie Temp, che bella gratitudine!!!
    Io lavoro come un matto per la prolusione dotta, tralasciando ben altre e più gratificanti attività, e tu, per “giusta” ricompensa, mi scambi anche con un altro (senza sapere, poi, se il sunnominato e sullodato accetterebbe mai il baratto(lo) con me). :(

  28. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 16:11 | Permalink

    Chri, trovo retoriche alcune tue affermazioni, e forzate alcune conclusioni, e proprio per la stima che nutro nei tuoi confronti mi permetto di.

    A mio avviso, eviti di dire una cosa fondamentale su LeRoy, ciò che per me ne ha determinato il vero successo; forse non la dici perché non la pensi, ma secondo me andrebbe messa agli atti. COME SONO SCRITTI I SUOI LIBRI. Sono scritti da Dio, questo era quello che com-muoveva molti lettori, compresa me. La capacità di trasformare vile metallo (l’esperienza della violenza che tra l’altro fanno migliaia e migliaia e migliaia di figli di tossici, la gente potrebbe scoprirlo guardandosi intorno più che leggendo libri, e avallando questa errata prospettiva intellettualistica per cui il libro ti dovrebbe rivelare Verità, privata, sociale, politica, ma Verità, come se la realtà, l’elemento fondante della cosiddetta “Verità”, non ci circondasse e soffocasse continuamente, a me almeno sì), la capacità di trasformare, dicevo, il vile metallo di una vita di merda - riassumendo - in oro. Oro letterario. Tutto, in quei romanzi, era perfezione assoluta. Erano in ogni senso, e prima di tutto letterario, un miracolo. Questo faceva e farà la differenza con qualunque altro romanzo di adolescenza inquieta scritto con la reliquia del corpo dello scrittore o della scrittrice ancora sporco di liquidi spermatici o sudore umido di vita vera e che, sono d’accordo con te, è ciò che la gente oggi, inconsapevolmente o meno, vuole, brama dall’arte. E che la porta a rifiutarla, parimenti, per lo stesso motivo. La necessità di immedesimazione. Che è sempre la stessa, dai tempi di Aristotele. Sarebbe a dire che io lettore (e critico) amo o odio Melissa p. perché compatisco (in senso etimologico) oppure no ciò che mi racconta delle adolescenti contemporanee. Melissa p. (come LeRoy) può essere soltanto una santa o strega, e non m’importa come scrive ma cosa scrive. E’ l’analisi del contenuto che piace tanto agli intellettuali soprattutto di sinistra, ma al contrario, è l’esproprio popolare del contenuto, la “massa” sta rivoltando ora contro gli intellettuali il suo stesso valore principale, appropriandosene secondo le proprie esigenze. Alcuni dei libri che vendono sono libri che vendono un contenuto “vero”. (Per spiegarsi perché Dan Brown vende tanto le ragioni sono ovviamente diverse). Libri in cui la gente si rispecchia, si sente raccontata o sente raccontato con “verità” un mondo che non conosce ma sa che esiste.
    “In nome dell’amore” era prevedibile che non vendesse come il primo o il secondo di Melissa, trattandosi di un pamphlet, scritto da una Melissa che fa quasi l’intellettuale e per questo inizia a dar fastidio, agli intellettuali prima di tutto. Ma il terzo libro di Melissa quanto venderà? La terza puntata della vita di Melissa Panarello quanto venderà? Non credo, per niente, molto poco. E personalmente spero che lei riesca a scriverla con la stessa capacità con cui ha scritto la prima e la seconda, capacità privata di intellettualismi, urgenza di scrivere e capacità di organizzare un contenuto fortemente comunicativo in cui “Mi chiamo Melissa P. come tutte” non è dichiarato come fa Siti, tra l’altro omettendo la fonte (l’aveva già scritto Erik Satie decenni fa, “Je m’appelle Érik Satie comme tout le monde”)… Tornando a LeRoy, se esiste o meno non è importante, e non è questo l’argomento di delegittimazione di tre libri perfetti. Non può esserlo per un intellettuale che dovrebbe sapere che la verità e la stessa realtà sono concetti molto complessi. O sbaglio? La certificazione di esistenza in vita era un sovrappiù. Ma LeRoy, paradossalmente, è ancora più vero e sintomatico non esistendo, perché sintomatico dei tempi, di questi tempi, che più che mai, come scriveva anche Sergio Garufi nel pezzo sul rapporto tra fan e scrittori, vogliono leggere pagine fatte con pezzi di te. Pezzi di carne. La Albert in questo senso è stata un genio inconsapevole, quindi soltanto una grande sognatrice (non truffatrice), perché ha venduto un clamoroso sogno, suo e nostro. Che la letteratura avesse di fatto salvato qualcuno, cambiato il destino di una vita predestinata alla distruzione. Che i libri fossero gli scacciaincubi di un ragazzetto con una vita che definire difficile voleva dire usare un eufemismo. La letteratura, la scrittura, che salva, che aiuta a sopravvivere, che cambia, nell’infinitamente piccolo che è una vita, il mondo. Tra Melissa LeRoy e Roberto Saviano ci sono molti punti in comune. La notizia aggiuntiva che lui rischi la vita raccontando la camorra l’ha reso appetibile prima a Mondadori e poi a molti lettori, soprattutto intellettuali, che chiedono Verità sociale e non personale nei libri che, il loro sogno, possono e devono cambiare il mondo. Se ci pensassero bene, gli intellettuali, capirebbero che è lo stesso meccanismo che tanto disprezzano, quello di chi per entrare in contatto con un padre che non vede da 30 anni invece che prendere su il telefono e chiamarlo chiama la redazione di “C’è posta per te”. E’ la messa in scena della (presunta) Verità, a cui assistere, possibilmente, in pubblico. E’ la necessità dell’eroe, come ogni rivoluzione richiede.
    Quanto al discorso sull’inglobamento snaturante dell’intellettuale (ciò che anche per te, come per Mozzi, pare abbia fatto quell’articolo sul Venerdì nei confronti di Nazione Indiana), non sono d’accordo nemmeno qui. La virtualità non sostituirà mai la carta stampata, ciò che è vero per il libro è vero per i giornali. Lo specchio reale di un’esistenza è la carta stampata. Lo strumento di diffusione medio è la carta stampata. Che quindi la carta stampata abbia parlato di Nazione Indiana, forzando un po’ le cose nell’ottica della notizia e dell’analisi del “fenomeno” (anch’io per dire sono stata letta su Nazione Indiana dall’editor Fazi che mi ha contattata, e non nei commenti, si trattava di un poemetto postato da Tiziano Scarpa, ma io ho venduto 2000 copie e dunque lì, nel “fenomeno”, non ci sono), a me pare comunque positivo. Le persone che da quell’articolo sono arrivate qui scopriranno un mondo che non conoscevano e finora non avevano sospettato che esistesse. Questo, è così negativo?

    Scusa la lunghezza, ma il tuo è un pezzo che stimola molte riflessioni.

  29. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 16:29 | Permalink

    @Conte

    La mi scusi!! E come mai avrò fatto questo? Misteri della mente umanoide.

    @ Alcuni

    Ragazzi, non abbiatevene a male, vi prego, a volte restare col naso attaccato al dettaglio fa perdere di vista il quadro. Il pezzo di Raimo si serve di tutti gli esempi che fa, compreso Le Roy per fare un discorso un po’ più complesso che non una semplice mappatura dell’esistente. Non pensate che varrebbe la pena fare qualcosa di più della povera capra che bruca solo l’erba intorno al paletto al quale è legata?

  30. roberto
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 16:37 | Permalink

    (questo commento non è ironico e non è scritto bene)

    Ora che abbiamo stabilito che:

    1) qui si scrive per passione;

    2) che esiste una redazione che quando deve parlare al plurale parla ma chissà se riuscirà a mettere in pratica i suoi propositi calendareschi;

    3) che bisogna scrivere “bene” se no Nostra Senora dei Temperini non capisce, e sfodera la sua caratteristica linguina al dente, e ci viene a dire che se non leggi Siti sei un cretino (certo non una cretina) (Siti non scrive romanzi, fa autobiografia. Questo lo dico io. E dico pure che il suo pescar nel torbido dell’inconscio collettivo è un po’ mollo rispetto ai brividi che ti mette, tanto per pestare i calli, il razionalista Scruton, che sto rileggendo voglioso da stamattina presto. E aggiungo che per il sottoscritto Siti se lo vai a solleticare per bene nella sua casa romana ti dirà pure lui che Mammuccari è un guappo, che schifo le cosce di fuori, preferisco Alda D’Ausanio o come cripton si chiama);

    ora che, finalmente, conclusa la fase propositiva, propostazionista, fabbricazionista, ‘prodiana’ in senso buono (vedi Piano Cris), possiamo tornare al nostro caro nonchè insano nichilismo autodistruttivo;

    vorrei chiedere a Christian due cose:

    1) se ha letto cosa gli abbiamo scritto negli ultimi giorni, e cioè che è vero, ci sono le Melisse, ci sono i sintomatici (preferisco gli schizzati), che sono tutti vendibili, ma è vero anche che non è tutto inedito quel che luccica, e che quindi andrebbe fatta più attenzione alle scritture italiane, mentre ormai ci troviamo a fare i conti quasi esclusivamente con le americane, e d’altra parte, aggiungo, se la cultura americana uno la ama davvero se la deve prendere in blocco (che non significa prendersela in quel posto, solo discuterla in tutti i suoi aspetti), non vale che prendi gli scrittori (qualche icona e tanti epigoni) e molli Cheney perché ti sta sul cazzo (io preferisco il CFR al PNAC, per esempio), cioè a dire che non si dovrebbe mai staccare la cultura dalla politica, la Frontiera dai suoi fronzoli intellettuali (qui, effettivamente, non si capisce proprio una renga! evviva!);

    2) se ha letto, sempre nelle ultime settimane, che non si tratta di riesumare nessuno, ma che se parliamo di Pasolini parliamo del Tempo di Pasolini, dell’Epoca di Pasolini, e quindi, di riflesso, della nostra epoca, del nostro tempo; ed è per questo che l’anno scorso ho fatto un corso alla Sapienza che si intitolava proprio così, “Perché dobbiamo riscrivere Pasolini”, e da questo corso che ho fatto ho capito due cose, e cioè che:

    1) Tondelli, che credevo un maestro, rileggendolo meglio con gli occhiali di Ragazzi di Vita non ha fatto altro che un ottimo esercizio di riscrittura bolognese (dico Altri Libertini), reinterpretando emotivamente l’originale in romanesco (fattoni al posto di guaglioni), e infatti poi si è visto che altre strade ha preso; e che se è vera la tesi per cui il tondellismo è degenerato nel generazionismo (la sua nemesi), allora dimmi tu se serve o meno rileggerselo, oggi, Pasolini (cioè fare una sintesi degli ultimi cinquant’anni);

    2) se fai riscrivere l’incipit di un capitolo di ragazzi di vita a un campione di mettiamo di 250 studenti i risultati (qualcuno già freme, sentendo odore di voti) sono che l’80%, grosso modo, prende la cosa per quello che è, cioè un compitino su un tipo strano che pare fosse frocio ed è finito male, e quindi come voto oscilla tra il 18 e il 22; un 15% che se la sfanga perché ha più familiarità con la scrittura e magari ci mette dell’ironia (voto under 26); un 4% che prova davvero a reinterpretare quello che ha letto, ma non ci riesce fino in fondo (voto 28), e 4 ragazzi e ragazze che invece ce la fanno a dire quello che pensano, di cui uno con lode;

    vuol dire che non stiamo messi così male, quaggiù, che una Nazionale la riusciamo a fare, si tratta solo di stare a sentirli un po’ di più, quei ‘ragazzi’. Invece di mandarli in miniera a sudare lacrime, pagine e sangue, come vorrebbero certi maniaci della lettura gratis a oltranza (e i diari degli idioti e dei folli? dei vecchi che hanno fatto la terza media? qui potrebbe venirmi in aiuto Gina, ma purtroppo me la sono giocata con il filo-papismo).

    Christian, scusa, volevo chiederti delle cose ma non le ho scritte per bene. Corro a salmodiare Lezioni di Nudo, per allenarmi al calendario autunno/inverno.

  31. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 16:43 | Permalink

    Dev’esser bello avere un nemico. Io però li voglio solo di stazza, quindi passo.

  32. roberto
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 16:48 | Permalink

    il solito menefreghismo liberal.

  33. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 17:06 | Permalink

    Farei il pezzo per Marieclaire assicurandomi l’ossigeno necessario a scrivere 40 cartelle su NI, Carmilla, Vibrisse, AltaINfedeltà. Se fossi Raimo, s’intende. Ma siccome sono un nessuno, uno che non è nemmeno sintomatico e che non ha neppure il tempo (o l’energia creativa) per diventarlo, mi limito a farlo sul web. E facendolo, settimana dopo settimana, scopro questo universo parallelo, dove i gusti dei lettori spesso non si allineano ai “canoni” definiti da certe case editrici occupate a rincorrere modelli consolidati, convinte di dover perseguire un certo gusto, piuttosto che reinventarlo. Navigando mi capita di imbattermi in giudizi e commenti di elogio nei confronti di prove letterarie a cui difficilmente verrebbe dato spazio dall’editoria tradizionale (quella non a pagamento, s’intende). E allora mi chiedo se davvero la carta stampata debba essere il contenitore di tutto quanto c’è di buono in giro. Il web ha il vantaggio della più ampia accessibilità, ma il limite della rarefazione. Vien naturale pensare che in assenza di selezione editoriale aumenterà considerevolmente il volume della spazzatura in circolazione, ma qual è d’altra parte il livello medio di quanto viene pubblicato ogni anno dalle case editrici? E poi è attuale o superata la convinzione che esista una gerarchia tra la carta stampata e il virtuale della rete? Le pagine culturali del Corriere hanno davvero maggiore autorevolezza di Nazione Indiana? In giro per blog occorre cercare, infilarsi tra le montagne di mediocrità e dilettantismo, schivare le architetture pericolanti, ma alla fine qualcosa si trova, di scoperte interessanti se ne fanno. E quante volte abbiamo comprato delle emerite porcherie in libreria solo perché la quarta e l’incipit apparivano decorosi? C’è più verità nella miriade di blog autogestiti o negli uffici stampa delle case editrici?
    Certo, il blog non ti dà da mangiare, non ti permettere di dedicare tutte le tue energie alla creatività, di mecenatismo in favore dei bloggers ancora se ne è sentito parlare. E allora prevale (e prevarrà) ancora la pubblicità, il prezzo di copertina, il numero di copie vendute, il circuito delle librerie con le vetrine straripanti di banalità standardizzate. Così, se fossi Christian Raimo, intascherei l’assegno di Marieclaire e mi occuperei di quello che più mi piace per il resto della settimana (non ho idea di quanta autonomia possano dare 1000 euro lordi all’autore di questo post :-)
    Passando al personale mi limito a dire che ho inviato manoscritti, qualche volta, sempre con il dubbio che venissero effettivamente letti, chiedendomi se almeno alle prime dieci righe qualcuno avrebbe dedicato un po’ di attenzione, dopo aver dato un’occhiata al mio curriculum poco sintomatico, banale, non clamoroso. Ma le risposte sono arrivate solo da editori a pagamento. Forse è solo una questione di talento che non c’è, su questo non discuto. Fortuna che esiste il web, questo posso dirlo, fortuna che esiste un mezzo per esporsi, per ricevere un feedback, fuori dalla dittatura del mercato.

  34. Ugolino Conte
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 17:34 | Permalink

    “Menefreghismo liberal” o da “patriziato liberal”? La differenza non è da poco, se permetti.

    *

    Come non è da poco la constatazione che la maggior parte degli “intellettuali” trentenni (le lodevoli eccezioni non fanno altro che confermare una regola che si dispiega in prassi quotidiana sotto gli occhi di tutti, in rete e fuori), scrittori o poeti che siano, sono afflitti da tremori di onnipotenza (i primi sintomi di un vero e proprio delirio, immediatamente manifesto laddove qualcuno di loro riesce a “saltare il fosso”). Mentre alcuni pongono le loro riflessioni sempre su un piano problematico e dubitativo, loro, invece, di dubbi e perplessità non ne hanno mai, nemmeno quando sparano castronate su decenni che non hanno mai vissuto e di cui hanno letto solo nei libri dei loro “maestri”: la letteratura, l’arte, il giornalismo sono esattamente quelle realtà che traspaiono attraverso le loro parole, e le loro scelte, anche di vita o di appartenenza culturale, diventano paradigma interpretativo della realtà tutta, soprattutto di quella che non hanno mai frequentato o che aspirano a frequentare. Mai, o solo raramente, uno che dica: “Sì, tu hai dato questo giudizio su questo autore, però considera anche che potrebbe valere quest’altra opzione”. No! “Tu hai detto la tale cosa su questo libro? Allora non capisci un cazzo, vieni qui che ti “imparo” io cos’è la critica, come si fa, cos’è un vero libro oggi, etc. etc.”. Tu hai detto che tutte le melissate italiote stanno alla letteratura come la verginità alla monaca di Monza? Apriti cielo.”Siete dei sorpassati, portate sulla pelle le stimmate degli intellettuali di sinistra mummificati e sorpassati, incapaci di intendere il nuovo che avanza a colpi di spazzola e di clisteri”. Via la falce, via il martello: la rivoluzione del XXI secolo si fa all’insegna del simbolo “pettine&pompetta”: a partire dalle redazioni dei giornali, dalle pagine culturali, dai seminari universitari, dai cataloghi patinati dei soliti noti, tra le sillabe e gli accenti di un verso, tra le righe virate a seppia della nuova prosa”. Basta saper bussare alle porte giuste. E se non si aprono? Impossibile, se bussate più forte e con la modulazione giuste delle nocche, si aprono, si aprono. Si sono aperte…

  35. roberto
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 17:42 | Permalink

    @ugolino
    Ieri notavamo appunto un certo declino delle pompinare gallinacee. Mi chiedo però quale sia il piano problematico-dubitativo a cui allude il conte.

    Frate Cristoforo

  36. Ugolino Conte
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 17:52 | Permalink

    Se mi prometti che fai di tutto per contenere, almeno per qualche minuto, il tremore, te lo spiego con un esempio. E ti prometto pure che non vado oltre le cinque righe. Non vorrei rubarti segmenti di spazio vitale.

    Perpetua(m)

  37. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 18:01 | Permalink

    ragazzi frequento da qualche giorno il blog e vedo sempre le stesse facce, anzi le stesse firme. Non amo nè chattare, nè scrivere email agli amici, ne navigare su Internet e cose del genere. Figurarsi un blog! Un’altra moda pensavo dalla quale non ci si può sottrarre, un po’ come gli sms. Poi mi sonolasciate tentare, capirete, ho letto Gomorra di Saviano, scrittore su Nazioneindiana, blogger, poi l’articolo di Venerdì di Repubblica…alla fine mi sono lasciata tentare. Ho anche scritto qualcosa. Ma devo dire che trovo stucchevoli, passatemi il termine, la gran parte delle vostre argomentazioni, di certi pseudo-dibattiti e contorsioni mentali. Come suggeriva Okkam, rasoio alla mano, la via più semplice è la più vera (sempre che ciò non snaturi il concetto, parte spesso dimenticata!). Allora, dico io, non si fa prima a scrivere, piuttosto che stare lì a dirsi e a dire agli altri come dovrebbe essere uno scrittore, come dovrebbe porsi, come dovrebbe pensare e altre fregnacce simili!!!Pensateci e fatemi sapere. Sono stata troppo rude eh? lo so, non faccio la simil-itellettuale a comando come tante di quelle che poi vendono porcheria confezionata prima sui blog poi in libreria…purtroppo!!!
    scusate i refusi non ho voglia di rileggere quello che ho scritto di getto

  38. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 18:04 | Permalink

    Cio’ che dice Raimo ricorda la dissidenza pacifica di Victor Pelevin.

  39. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 18:12 | Permalink

    @teresa

    Ecco fatto, ci sei dentro. Il nucleo vero dei commenti è “quello che dici tu è stucchevole e sbagliato, io invece, sono di un’altra pasta e non parlo a vanvera”.

    Sei stata battezzata (qui vige l’autobattesimo). Adesso qualcuno lo dirà a te, e che tu gli risponda o meno, hai reagito con la classica reazione da essere umano che passa dal mondo “reale” (reale?) al mondo retico.

  40. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 18:13 | Permalink

    @teresa

    perché dubito che tu non torni a vedere se qualcuno ti ha risposto:-)

  41. roberto
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 18:16 | Permalink

    @ugolino
    hai capito?! non si spreca, il conte.

  42. christian raimo
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 18:17 | Permalink

    @gemma
    ho evitato esplicitamente di parlare di come i libri di leroy sono scritti. non mi hanno entusiasmato, ma gli riconosco un valore. capisco che ci si possa commuovere, e ho seguito da vicino martina testa quando li traduceva. facevo parte di elliot narrazioni, 1998 credo, quando per la prima volta simone caltabellota mi fece leggere un qualcosa scritto di suo, e decidemmo di pubblicarlo. la cosa che mi interessava era un’altra. è il meccanismo per cui una scrittrice di 30/40 anni, di talento, possa aver compreso a tal punto le richieste del mercato editoriale da creare un personaggio, con una biografia inventata, e con la figliastra a impersonare la sua vita, al fine di pubblicare. e che questo personaggio sia il simbolo dell’autenticità. della “vita vera”. non faccio discorsi etici né critica letteraria, ma mi chiedo: cosa spinge una così vasta gamma di persone a proiettare a tal punto i propri desideri su un personaggio così, vittima di un disastro famigliare, pensandolo reale? è un patto tra scrittore e lettore così forte, che si rovescia d’improvviso.

    c’è della sintomatologia in chiunque scrive, o canta, o scolpisce, o semplicemente parla e respira. siamo figli dei tempi, ma è l’anticiparlo, l’organizzarlo così perfettamente, l’avertrovato un modo che di questi tempi sia sintomo che mi lascia da pensare-

  43. roberto
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 18:21 | Permalink

    “piuttosto che stare lì a dirsi e a dire agli altri come dovrebbe essere uno scrittore, come dovrebbe porsi, come dovrebbe pensare e altre fregnacce simili!!!”. Dico, “fregnacce simili”.

  44. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 18:21 | Permalink

    Non so perchè voi frequentiati NI, io ci sono perchè da quando opero letture sintomali di qualsiasi segno si sposti all’altezza delle mie percezioni, ho bisogno di confrontarmi con persone intelligenti che muovano ingranaggi kuhnianamente anomali, quindi innovativi.

  45. sergio garufi
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 18:36 | Permalink

    Credo che l’inestirpabile mito dell’autenticità, perseguito e stanato anche nelle sue strumentali mistificazioni, affondi le proprie radici nella superstizione biografica, nell’idea cioè che l’opera sia sempre il frutto di un’esperienza di vita più che di un’immaginazione; che è poi quello che cercava di confutare Genette rifacendosi all’utopia tloniana. Questa considerazione, unita a vaghe assonanze con la truffa dei falsi Modigliani cui accennava Christian, mi hanno rammentato un episodio curioso che si verificò poco dopo la morte di Borges. Anni fa uno sconosciuto, stanco di vedersi rifiutare i suoi scritti dalla illustre rivista “Nuovi Argomenti”, decise di vendicarsi inviandogli un falso racconto di Borges intitolato “Il mistero della croce”. Millantando la traduzione di Lucentini e la licenza editoriale di Franco Maria Ricci, il testo fu incautamente e sollecitamente pubblicato, e in seguito il vero autore partecipò a un programma televisivo svelando l’inganno e screditando la rivista. Oggi questo episodio assume i tratti di un formidabile apologo. Nella vicenda del protagonista, misconosciuto autore di decine di prove narrative costantemente rifiutate dagli editori, che si riduce infine ad abdicare a se stesso pur di vedere pubblicato il proprio lavoro, è in gioco la titolarità stessa dell’opera come problema metafisico. L’impossibilità di sposare il proprio nominativo al destino pubblico dell’opera è il segno della radicale inappartenenza di quest’ultima all’artefice; il quale, nell’istante del suo compiersi, ne ha già esaurito ogni diritto di paternità, anche puramente formale. Prelevata dal cassetto e consegnata al mondo, l’opera è anzitutto apocrifa. E in verità lo è costitutivamente e da sempre, perfino nel segreto di una sua mancata divulgazione. A questo episodio si riallaccia pure l’autentico racconto dell’argentino intitolato “Borges e io” (incluso nella raccolta “L’artefice”). Nell’incontro dell’autore famoso con lo sconosciuto che gli presta il nome, dai più interpretato come la rappresentazione della scissione fra l’io pubblico e quello privato, l’eterna e inconciliabile dicotomia della maschera e il volto, c’è tutta l’incapacità dell’artista di convivere con la sua prosaica incarnazione terrena; e non perché mediocre in assoluto, ma perché, pur nello sfoggio di ogni virtù, irrimediabilmente estranea. Eppure è ad essa che il mondo attribuirà (anche nel senso di “rendere tributo”) l’opera. Niente può mitigare il trauma dello spossessamento, come sembra dirci Francesco Burdin nel finale dello splendido racconto omonimo di “Manes” (edito da Vallecchi nell’88), in cui il protagonista, ghost writer di un capolavoro acclamato, finisce per uccidere il personaggio pubblico; quasi a farci capire che l’unica alternativa alla condizione apocrifa di ogni opera è quella postuma.

  46. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 18:58 | Permalink

    Beh, Chri, però diventa un’argomentazione parziale, sul successo di LeRoy, non parlarne. Perché così si alimenta quel falso mito del “lo schifo vende”, e non è così secondo me, in quel caso. Tra l’altro parliamo di notizie, appunto. La Albert ha mai ammesso pubblicamente che è così? Quando scoppiò il caso, mesi fa, ascoltai un’intervista a Simone Caltabellota su Radio3, in cui diceva di aver ospitato JT per una settimana in casa, a Roma. E che era indubbiamente un uomo. Ora, mentiva Simone? Aveva visto male ciò che gli pareva testimoniare la mascolinità oggettiva di JT (prova che Savannah non sarebbe di certo colei che impersona JT). Il blog di JT che continua ad essere aggiornato, con tanto di appuntamenti futuri per letture eccetera, chi lo aggiorna? Tu le prove che lui non esista ce le hai? Ma il punto non è nemmeno questo, non cambia nulla che lui esista o meno. Il punto è, come dici tu, perché la presunta verità esistenziale della storia raccontata da un romanzo dovrebbe diventare discrimine per il suo valore o, peggio che mai, del suo disvalore, nel momento in cui si scopre che non è tutto “vero”? Perché siamo arrivati a questo? Ed è così lontano da quanto si richiedeva alla tragedia greca? Oggi lo stesso autore impersona se stesso. Si chiama col suo nome e cognome come tutti, e rappresenta molti. La televisione, come dici tu, ci ha nutriti. Ci ha fornito l’idea di una realtà da guardare, dell’immagine della realtà, di cui la figura dell’autore-feticcio è figlio. Ora assistiamo al momento in cui le immagini ci rivelano che sono quanto di più falso possa esistere, spesso, molto spesso. Che sono la messa in scena della realtà, nel bene e nel male. Lo stesso avviene a voi di NI che non vi sentite esattamente rappresentati dall’articolo del Venerdì, che non sentite quell’immagine corrispondente alla vostra “verità”. Che sentite quella “presentazione” come una falsa rappresentazione.

  47. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 19:01 | Permalink

    @ garufi

    Stiamo attenti però che “’inestirpabile mito dell’autenticità” è mito per i fruitori, non certo per gli autori e tanto meno per la critica. E per l’industria dello spettacolo (anche editoriale) è strumento di lavoro. E’ un bel po’, mi pare, che domina il mito dell’inautentico spacciato per autentico, che è un’altra cosa.

    Qua diamo troppo poco peso alla TV, non se ne parla quasi mai.

  48. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 19:06 | Permalink

    @ Temperanza

    Adesso mi appari troppo ottimista! :) Credo che Emilio Fede e Bruno Vespa sappiano bene cosa può fare l’”inestirpabile mito dell’autenticità”, e lo sollecitino proprio in quanto autori… Io non dimenticherò mai la Franzoni che fuori onda chiede se ha pianto troppo, se è andata bene, alla fine di una puntata di Porta a porta…

  49. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 19:06 | Permalink

    Non avevo letto gemma gaetani, sulla TV sono ovviamente d’accordo con leri.
    E non perché ce la mostra, quella realtà lontana e che sappiamo che è lontana e non fa male, ma perché ha deciso di manipolarla “in chiaro” dicendo, guarda, è vero, ma è un vero di seconda categoria che manipoliamo insieme, credici, e però non crederci troppo.
    Siamo nel bel mezzo di un mondo mutante, e a una velocità addirittura impensabile vent’anni fa.

  50. Ugolino Conte
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 19:07 | Permalink

    Roberto, non è questione di sprecarsi o meno, sei troppo intelligente per non accorgerti che l’esempio che volevo farti ce l’hai lì, a portata di cursore, basta spostarlo verso l’alto di qualche post e avrai la risposta che cerchi.

    La persona a cui alludo, che si sia o meno d’accordo con lei, porta nella discussione un carico esperienziale notevole, di letture, di studi, di memoria storica, di rigore, di rapporto etico con la parola, che mi stimola l’intelletto, soprattutto quando non condivido per niente quello che dice: e lo stimolo è pari alla percezione netta, che avverto sempre distintamente, del rispetto verso le posizioni altrui, quando sono criticamente fondate: non condividere non significa per forza non rispettare, quando le posizioni che si confrontano nascono da un pensiero in atto, non sono fragili come battute estemporanee e, soprattutto, sono improntate a quel rigore che non esclude, anzi presuppone, l’arricchimento attraverso il contributo dell’altro.

    Su dieci suoi interventi, almeno otto sono iscrivibili in questa logica, che non vuole essere il richiamo, la voce di una presunta sapienza intoccabile, ma il monito a volare bassi, a tenere i piedi per terra, a studiare, a sudare, a essere capaci (e qui ci vogliono davvero le palle) di spendere la propria esistenza nell’ombra producendo segni che lasciano una traccia, piuttosto che rincorrere l’effimera gloria che si consuma nello spazio di un blog o di un thread.

    E allora, mio caro, quale dialogo vuoi che ci sia, che possa mai esistere, quando chi mi sta di fronte è pieno di certezze, ha tutta la verità con sé, solo perché ha seguito i corsi o i consigli di questo e di quello; quale dialogo può mai darsi quando uno nato nel 1977 (è un esempio a caso) viene a dirmi quale musica dovevo ascoltare in quell’anno, perché le mie letture di allora non hanno più valore, perché la cultura accumulata in qualche decennio di vita in più, e spesa concretamente nella realtà di tutti i giorni, non serve più a niente, perché le mie scelte politiche sono diventate incapaci di leggere “il migliore dei mondi possibili”, mentre io preferisco chiamarlo col suo nome di sempre.

    Quale dialogo e confronto, quando uno (è sempre un esempio a caso) che ha scritto quattro versi in un blog viene a dare lezioni a chi, magari, nella poesia ha consumato parte della sua vita e delle sue energie, e solo perché costui ha appena letto l’ultimo trattato di retorica e stilistica disponibile; quale scambio di esperienze, quale interazione nel rispetto reciproco, quando uno che ha appena memorizzato e introiettato il commento a pie’ di pagina a un canto di Leopardi, viene a dare lezioni a chi studia Leopardi da trent’anni…Quando il primo fenomeno letterario (sic!) da baraccone o da studio televisvo o da blog (fa lo stesso) viene proposto, dopo un paio di libercoli insulsi, a volte prima ancora di pubblicare, come pietra di paragone di tutta quanta la geografia letteraria.

    Ma dài Renzo, smettiamola, lasciamoci scivolare sul piano della battuta e dell’ironia e coltiviamo i nostri veri interessi culturali, se ne abbiamo, nell’ombra alla quale siamo usi.

    Frate Cristoforo

    La persona di cui parlo non ha “tremori”, soprattutto non li ha quando qualcuno, proprio perché già sulla via del delirio, le rimprovera di averli.

  51. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 19:08 | Permalink

    @gemma

    appunto, quello che usi non è mito, puoi al massimo dire “mitico!” :-)

  52. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 19:14 | Permalink

    Scusa @gemma, tra la fretta e i refusi non si capisce niente, son d’accordo con “te” non con “leri”

    E lo sono quando dici che la televisione ci ha nutriti. Cioè, voi, me meno, per ragioni anagrafiche, ma io non mi lascio sfuggire nessun reality, non sono mica scema, me ne guardo almeno qualche puntata ciascuno, se qualcuno di voi non ha mai visto una puntata della talpa o dell ‘isola non riuscirà mai a “fare” qualcosa, sarà sempre “fatto”. :-)

    Vado, non se so torno.

  53. Ugolino Conte
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 19:21 | Permalink

    Avevo iniziato a scrivere prima che comparisse l’ultimo commento di Garufi. Non so se è In o OFF TOPIC (e non me ne può fregare di meno), ma credo che una delle (molte o poche, che importa) ragioni per cui continuo a percorrere le vie della riserva indiana è anche legata alla speranza di imbattermi, sempre più spesso, in testi come quello.

  54. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 19:50 | Permalink

    @Ugolino, dopo un’iniziale insofferenza nei tuoi confronti, nata da alcuni tuoi commenti che non mi erano piaciuti punto, ho iniziato, leggendoti e pensando, almeno per quel poco che mi riesce, ad apprezzarti. Non è una presa in giro, sia chiaro, sto solo preparando un’osservazione relativa alla seconda parte del tuo penultimo commento.

    Eccola: premetto che trovo comprensibili le argomentazioni che porti quando, prendo un pezzetto a caso, scrivi: “quale dialogo può mai darsi quando uno nato nel 1977 (è un esempio a caso) viene a dirmi quale musica dovevo ascoltare in quell’anno,”.

    Beh, infastidisce sicuramente trovarsi di fronte uno sbarbatello/a che spadella ciò che hai visto e vissuto come fosse cosa sua. Infastidisce anche trovarsi di fronte un Perelman che, lavorando da solo e senza l’aiuto di nessuno ti risolve, in barba a tutti i super cervelloni strapagati, la congettura di Poincare e per giunta rifiuta le pubbliche onoreficenze e manda tutti a quel tal paese (scusa l’esempio, ma utilizzo argomenti che conosco meglio).
    Dove voglio andare a parare? Semplice direi e sono convinto che l’hai già compreso: l’età, gli anni di studio, l’esperienza e tutto il resto non sono elementi sufficienti. Purtroppo o per fortuna.
    Lo sbarbatello/a potrebbe anche avere ragione e, numeri alla mano, sono veramente pochi (ma pochi pochi) gli ultra quarantenni che hanno veramente inventato qualcosa (senza averlo fregato magari al loro studente brillante).
    Perché questo dato di fatto (ovvero che il nostro cervello esaurisce buona parte della sua capacità innovativa mano a mano che si avvicina ai 40) non deve essere vero anche per la scrittura?

    So benissimo che, da profondo conoscitore della letteratura (quale io non sono), potresti smontare questa mia affermazione in un amen, ma sono altrettanto convinto che, volendo, potresti fare anche il lavoro inverso.

    Insomma, tu ti “arrabbi”, ma potrebbe essere altrettanto arrabbiato lo sbarbatello/a. E l’importanza dell’arrabbiatura non è misurabile…

    Buona serata. Trespolo.

    PS: non sai quanto pesa pure a me questa menata del cervello che esaurisce una delle sue caratteristiche più divertenti prima dei 40; sarà perché ne ho 47…

  55. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 19:51 | Permalink

    C’è Gemma che ha detto:
    “la gente oggi, inconsapevolmente o meno, vuole, brama dell’arte.”
    E io ‘sta cosa qui me la tengo sul piloro, mi sembra ‘na frase di Berlusca & comp. il cui motivo conduttore della gente e gente e gente che vuol così e colà e lui l’accontenta ha rotto gli ammenicoli, io di ‘sta parola gente non ne posso più.
    Ma chi è la strafamosa & ultra/innominata gente, quale campione si ha? Cosa cazzo?
    Ma chi sono le persone che bramano dell’Arte?
    Io vedo delle persone, cioè bambini portati in colonna, come orfanelli poverini, al Castello di Rivoli a vedere quattro cacatielle di Arte Contemporanea: li portano a vedere l’Arte, le lor maestrine o i mentori, e io sono sicuro che dopo la visita l’Arte non la brameranno più.
    Per di più essendo in questi anni decaduti completamente i canoni di bellezza perché sormontati dai can(n)oni di mercato mi si dice chessia l’Arte che la gente brama?
    Io vedo molti bramosi di continuare a leggere porcheriole su sepolcreti oscuri ove celansi manoscritti orribili ove consumansi complotti bestiali orditi da cardinali da pezzenti travestiti da gaudenti che si tromberanno una monaca trans che partorirà poi l’Anticristo o suo cognato. Il brutto è che molti miei amici mica tanto sciocchi leggono le suddette porcheriole. Si divertono: chettidevodì’?
    Si potrebbe banfare allor che la gente brama delle porcheriole, per dire e generalizzare
    Però ancora dirò per far paragone con il detto JT che sempre al Castello di Rivoli, alcuni anni fa, salta fuori gigantografia enorme con madama brunazza cappelluta assai con occhiale oscuro, tipo darkissimo che ti fa presumere profondità di mente di dolori di elucubrazioni pazzesche ad hoc: risulta essere nuovissima artista mai vista, subito supervalutata, dopo due mostre: espone due video del cazzo ove una palla va ed una viene in un salottino.
    Credo che questa donna non esista, nessuno l’ha mai vista: le cose le fa qualcuno pagato tre lire o giudilì.
    Siamo all’epoca dei ghost, quelli sì che il mercato li brama.

    E poi
    “l’analisi del contenuto che piace tanto agli intellettuali soprattutto di sinistra”
    N’altra cosa che mi ottunde e disturba, porcamiseria!!!
    L’intellettuale di sinistra!
    E’ ‘na vita che sento ‘sto turpiloquio, ‘na cosa trita, consunta: l’intellettuale di sinistra.
    Sono un vecchio bacucco e quest’espressione, questo connubio laido mi perseguita dal 1960 circa.
    Non ho mai saputo chessia un intellettuale, mai.
    Anzi mi farebbero venire la barba quando decidessero di esistere
    Cos’è? E’ uno che vive coi prodotti del suo intelletto? E poi li/si colloca a sinistra?
    Cioè è gente che scrive e vive di scrittura anche giornalistica o saggistica?
    Questa roba qui?
    Uno scultore un architetto un designer un regista un ceramista un decoratore di insegne non è un intellettuale, allora, no.
    Gli intellettuali sono un extracorpus speciale.
    Io credo che bisognerebbe scrivere: scrittore giornalista saggista prof.
    Io credo che se uno dicesse a Monicelli Mario che è un intellettuale di sinistra lui gli tirerebbe una scarpa
    Pure la sinistra non si sa più dov’è, povero me.
    Scusate l’orribile incazzio.

    MarioB.

  56. kristian
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:06 | Permalink

    @sergio garufi: il trans di almodovar citava cervantes: nel capitolo XXV della prima parte del suo capolavoro, chisciotte spiega a panza che compito dell’arte è dipingere le cose non come sono ma come devono essere.
    ergo, tu sei il cavaliere dalla trista figura.

  57. roberto
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:07 | Permalink

    @ugolino

    ‘Ammazzate, ma perché non scrivi sempre così? Mi sono trovato spesso nelle condizioni di capire che il consiglio di un amico, amico maggiore, più grande, più ‘esperto’, amico fraterno, è un ‘regalo’ prezioso che ti fa saltare a passi da gigante nell’evoluzione interiore, intendo proprio in termini di umanità. Senza voler arrivare ai cowboys che s’inchiappettano, ringrazio ancora chi mi ha dato tanto. E non so se sarei capace di fare lo stesso. Il tuo discorso va bene, allora. Fino a un certo punto. Cioè fino quando non mi dicono quello che devo o non devo fare, leggere o pensare. Con l’aria sbrigativa di chi ha già mille dubbi in tasca. Sinceramente ne ho abbastanza dei dubbi e della relatività acquisita e disquisita, le decostruzioni mi hanno un po’ rotto i cojoni, ed è per questo che me la prendo tanto con il fondamentalismo da acqua panna (liberal). Servono riforme radicali, altro che correttezza, altro che spiegazioni. Voglio provare a costruire, a farmi qualche certezza (tu non ne avevi alla mia età? è sempre stato così? Non credo. Vedi Pasolini. Vedi Parco Lambro. Altro che “paternalismo”). A un certo punto, poi, l’età non conta più nemmeno tanto, e siamo pari, uno di fronte all’altro. E se vuoi insegnarmi qualcosa devi accettare anche quello che ti dico io, se no da grande amico fraterno diventi uno perfetto pezzo di merda sconosciuto. Per me un dialogo funziona così, con dei diritti (ascoltami perché ne so più di te), ma anche con dei doveri (ti ascolto anche se dici una stronzate su due). Magari potrebbe essere utile, a una veneranda età, quando pensi di averle viste tutte, incontrare qualcuno che ti manda in tilt. Almeno a me è successo così. Altri, invece, sanno già che la Franzoni ‘mente’ e che va sbattuta in galera immantinente. Ma ti ricordo, caro conte, quella cretineria che scrissi a proposito di chi è che ha mosso la mano franzonesca, in quella placida villetta d’ispirazione goebbelesca. Allora non trovai grandi amici disposti a darmi credito. Oggi sento di nuovo puzza travagliesca e manettesca e psichiatresca, ovvero compromessi di natura pilatesca (colpa della tv, colpa di Fede, colpa di Vespa?) e allora di nuovo mi taccio e mi riaffondo in Scruton prima di godermi la Giuliana in diretta (ore 20.30). Grazie per le belle parole, prima di un altro match.

    @raimo
    “in decenni di aridità sentimentale e ideale come gli anni ’80 e ’90″. Non so di dove sei tu, ma a Terronia le cose funzionavano diversamente.

  58. andrea barbieri
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:09 | Permalink

    Una precisazione su una cosa di Garufi, il tizio che millantò il testo di Borges sì, era in tv, ma il poveretto raccontava la sua vita in una vecchissima trasmissione guardona di rai tre, inventata dal critico a griglia A. Guglielmi, nel buio e con la voce alterata: nemmeno lì possedeva un’identità quella persona che se ricordo bene frequentava ambienti universitari in cui per divertimento spacciava di cocaina.

  59. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:14 | Permalink

    @Christianraimo
    “Sono cresciuto guardando tra sei e otto ore al giorno di televisione,
    […]
    Dico questo come attestato di mediocrità appunto; autoammissione che per me è il presupposto però di qualsiasi discorso critico.
    […]
    Per scrivere queste 4 cartelle per nazioneindiana ho speso un paio d’ore a gratis. Se proponessi a un Marie Claire un pezzo su che ne so “uno scrittore a passeggio un pomeriggio per il festival di letteratura di Mantova” o un’estate noiosa passata a Roma “raccontata da scrittore” mi darebbero mille euro. Voi che fareste?”
    Niente, Christian, vai bene così…

    @Gemmagaetani
    Sono uno dei 2000. Ho comprato un sacco di tempo fa il tuo libro, ma non ho avuto ancora il tempo di leggerlo. Mi perdoni?
    Ma che fai? Batti i pezzi a Christian? :-)

    @William of Ockham
    Th.W. Adorno da giovane si è arruolato volontario nelle SS, insieme a Horkheimer e Marcuse.

    @Trespolo
    “Perché questo dato di fatto (ovvero che il nostro cervello esaurisce buona parte della sua capacità innovativa mano a mano che si avvicina ai 40) non deve essere vero anche per la scrittura?”

    Ogni giorno perdiamo circa 300.000 neuroni. E i neuroni non si riformano. Nel mio caso credo che i migliori se ne siano andati per primi.

    @cf05103025
    “La ggente e i ggiovani vonno ride, solo questo se vende”. Me lo ha detto poco tempo fa “er canaro della Magliana”, quando siamo andati a cena cor Califfo e tre belle gnocche…
    “Ma chi sono le persone che bramano dell’Arte?” Semplice: quelle che apprezzano le opere del Bramarte.

    cp

    p.s.:
    JT per una settimana in casa di Simone Caltabellota, a Roma? Mmmmh… Certo, se JT è un gran pezzo di fica mica è scemo ad andarlo a dire in giro! ;-)

  60. tremori
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:17 | Permalink

    io davvero non capisco come si possa leggere e magari prestarsi a commentare un pezzo firmato, come quello di raimo (ad esempio), senza chiedersi allo stesso tempo, e magari preventivamente, CHi mi sta parlando, da quale esperienza proviene, quale la sua collocazione (o anche la sua funzione) nel mercato editoriale e all’interno delle dinamiche del ‘consumismo culturale’ che egli DESCRIVE. è così inessenziale? Descrive: come in una schizofrenica presa di distanza da sè medesimo, come in una gigantesca paraculata (così potrebbe sembrare). senza metterci ’sangue’, ‘tremori’, grovigli anche solo sul piano formale, che almeno denuncerebbero un fatto. il fatto che qui, da mozzi a garufi a raimo (e magari questo vale pure per gli pseudonimi ’sintomatici’, come me), a firmarsi, o meno, a ragionare e a constatare sono figure, se non mi sbaglio, che gratuitamente scrivono 4 cartelle per un blog, ma che sono, in qualche modo, figure ‘dentro’ il sistema editoriale (culturale) di cui si (s)parla: scrivono pubblicano sono critici o autori più o meno ‘riconosciuti’ fanno corsi fanno ‘lavoro editoriale’ eccetera. è un ‘conflitto’, mi pare. da squadernare, se si vuole andar lontano. il conflitto tra fatti e parole, libertà e poteri, pagnotta e coerenza, ‘entrismo’ e ombra, interesse personale e disinteresse, compromessi e autocoscienza, eccetera. forse, in qualche modo, è un conflitto che aduggia anche nell’esperienza esistenziale e intelettuale tanto longeva del buon ugolino (cato?), esemplare, quando vuole, di una patologia riconducibile al virus ‘vincenzo mollica’ (che bello, che brava, che maestra/o!!). e proprio per scartare da tali patologie sterili, la domanda è: l’autore e la firma di questo post (ad esempio) come ha vissuto e come vive la SUA esperienza di lavoratore culturale? è, la sua, vita agra o integrazione culturale?

  61. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:24 | Permalink

    Ai senatori Temperanza e Ugolino:
    Si avverte coerenza, impegno, eleganza, sobrietà che parlano del vostro criterio nel vivere e probabilmente produrre cultura.
    Quali scenari prospettate per il futuro della stessa? quali auspichereste per voi, quali si potrebbero ragionevolmente realizzare per pochi, quali invece probabilmente si realizzaranno per tutti.

  62. sergio garufi
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:29 | Permalink

    @andrea
    dici bene, la tramissione era “io confesso”, e della beffa ne parlò pure nico orengo su tuttolibri (’89)
    @temperanza
    farei attenzione a separare troppo nettamente le due categorie: lettori gonzi vs. critici e autori scafati, e non solo perché questi ultimi sono a loro volta lettori, oltre che spesso e volentieri gonzi. corollari del mito dell’autenticità io li scorgo pure nelle gare delle stigmate (vedi la querelle su gomorra), in quella totale identificazione col “mestiere”, per cui chi scrive viene pagato (retribuito) per questo ma deve anche pagare di persona (subire querele, minacce ecc.), al fine di poter rivendicare la sua coerenza, ossia la sua “autenticità”. e poi la superstizione biografica è qualcosa di innegabilmente attraente. quanta parte del fascino maledetto di céline o caravaggio è dovuta alla loro vita spericolata?
    @ugolino
    i complimenti, detti da una persona che stimo molto, sono doppiamente lusinghieri e imbarazzanti. ma ciò che scrivo non mi appartiene, ergo non posso accettarli :-)
    @kristian
    il debito di almodovar con cervantes mi pare un po’ forzato, almeno a giudicare da come viene esplicitato. in ogni caso la definizione di “triste figura” mi si addice (cavaliere no però), per cui me la tengo.

  63. wovoka
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:31 | Permalink

    Il filosofo Daniel Dennett chiama “basi razionali liberamente fluttuanti” quelle ragioni, principi strategici, che non sono rappresentati, codificati esplicitamente da nessuna parte, ma sono impliciti “nell’organizzazione più vasta degli aspetti programmati”: “è sconvolgente osservare”, dice portando l’esempio del cuculo, “la feroce perseveranza e la quantità di risorse con cui il giovane uccello supera qualunque ostacolo si frapponga fra lui e l’obiettivo di disfarsi delle altre uova. Perché lo fa? [..] Naturalmente agisce in modo inconsapevole; non ha la minima idea della base razionale del suo atto spietato, ciò nondimeno la base razionale è lì, ed è indubbiamente lei ad aver plasmato, nel corso di eoni, questo comportamento innato”.
    Il tema della scalata alle gerarchie, dell’accesso alle posizioni dalle quali si raggiungono “milioni di persone”, smuove sempre, in questi ambienti, una libido enorme. Mozzi ha dato una nuova rimestata alla vecchia questione, questa volta in senso apparentemente inverso rispetto alla volta della “restaurazione”, quando appariva quasi come il capo dei moderati, dei semi-integrati. Anche in questo frangente, sono state esposte molte ragioni - basi razionali - pertinenti ed importanti. Però, esattamente come quella volta, mi rimane l’impressione di una mancanza, di una stonatura, come se non si tenesse abbastanza presente la differenza fondamentale tra il rapporto “uno-molti”, che struttura quei mezzi (cioè l’industria culturale) ed il rapporto “uno a uno” che caratterizza Internet. Mi immagino di chiedere, ai miei apprezzati autori, ma come? Avete qui decine di interlocutori e con la coda dell’occhio guardate (sbavate) sempre verso di là, verso le centinaia di migliaia - numero inconcepibile - di “semplici lettori”? D’accordo, sono ottime ragioni, ma non dovrebbero venire DOPO, magari ALTROVE queste basse (sulla piramide di Maslow :) questioni? Lo rinfacciavo anche (aihmè, senza il tatto e l’abilità necessaria) a Scarpa e Benedetti: ma come? Ci svelate così bene le “macchine di ottundimento delle menti” e poi ce le replicate qui nel piccolo, facendo leva sui carismi, tirando fuori la lagna dell’ “io sono uno e voi siete tanti”, rispondendo solo ai “riconosciuti”, rinnegando la pariteticità di Internet? Non riuscivo proprio a conciliare la loro esibizione di una critica lucida, spietata, radicale - ma purtroppo sempre orientata, come un laser, verso precise direzioni del campo - con la contemporanea riproposizione (forse inconscia, forse dettata “dall’organizzazione più vasta degli aspetti programmati”, cioè semplicemente dall’adesione al campo letterario) di pose e mitologie assurde, da trickster - da “bricconi” che non possiamo più riconoscere come “divini”, anche perché, adesso che in certo modo “viviamo” con loro, vediamo direttamente il respiro dei loro pensieri, e li sappiamo totalmente umani. Li accusavo di saper oggettivare tutto all’infuori di loro stessi, ma se ne sono andati prima di potermi rispondere, lasciandomi nel mio “double bind”. Adesso leggo le parole di Gemma: la frase “sono scritti da dio” mi ha colpito moltissimo. Mostra un’adesione al gioco, una fede nella Scrittura e nei suoi poteri, che mi fa quasi vergognare dell’aridità connaturata al mio scetticismo. Allora comprendo di essere ancora molto lontano dall’avere una rappresentazione adeguata di tutte queste cose, intuisco l’esistenza di “ragioni liberamente fluttuanti” che mi sono ancora completamente invisibili.

  64. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:31 | Permalink

    @ Mario B.

    Ho scritto testualmente che “la necessità di immedesimazione” è “ciò che la gente oggi, inconsapevolmente o meno, vuole, brama dall’arte. E che la porta a rifiutarla, parimenti, per lo stesso motivo”. Se metti una E cambia tutto il senso.

    L’intellettuale di sinistra. Mi riferivo a molti che sono stati miei professori dell’università, ma più in generale intendevo coloro che spiegano e interpretano il mondo in chiave sistemico-marxista, anche se sono studenti invece che professori, lettori invece che scrittori, eccetera.

    @ Roberto

    Io non so che la Franzoni mente, mi preme precisare per evitare altri equivoci. Io so che la Franzoni è consapevole del fatto che la tv è un mezzo di costituzione dell’opinione pubblica. Tanto che si chiede, innocente o colpevole io non lo so, com’è andata. Se ha pianto troppo. Questo per me rappresenta il passaggio dalla realtà-oggetto (Alfredino Rampi) alla “realtà”-soggetto (la Franzoni, i reality show).

  65. roberto
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:43 | Permalink

    @realtà-soggetto
    quella che si vuol ammanettare, of course.
    Ma niente di personale.

  66. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:47 | Permalink

    @ Cristoforo

    No, non batto i pezzi a Christian, almeno non credo, forse dovrei prendere appuntamento con lo psich di NI, Carotenuto, per capire. :) E’ certo che però lo stimo molto.

    @ Wovoka

    “Scritti da Dio” forse, già, in senso più letterale di quanto avevo scritto consapevolmente, se sono stati scritti da un essere che non c’è. A me infastidiva molto il pregiudizio sulla sua figura, che ha evitato a molti di leggere quei libri. Che denotano una consapevolezza, anche dell’intelaiatura dell’”io” reale nella scrittura autobiografica che è da maestri. LeRoy, o chi per lui, è colui che ha detto che una volta aveva letto un libro di uno che aveva avuto una vita orribile, ma era scritto così male che non gliene fregava niente, di quella vita raccontata così. LeRoy, insomma, non era (non è, se esiste) un fantoccio che ha scritto intingendo il pennino nelle lacrime. Ma è un grande scrittore. Di certo quei libri sono grandi libri. Il mondo del sottobosco disgraziato che esiste sotto e accanto al “nostro”, massacrato dall’eroina e da tutte le sue conseguenze, interiori, familiari, sociali, è scolpito, mostrato, non “raccontato”, lì.

  67. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 20:53 | Permalink

    Realtà-oggetto vs. realtà-soggetto.

    Anche nel caso del famoso “derby del bambino morto” (Lazio-Roma, 21 marzo 2004) la televisione ha cercato di “costituire un’opinione pubblica”. Il bambino morto non c’era ma, come ha scritto il (compianto) Valerio Marchi: «[…] la presa di posizione del pubblico - “non si gioca di fronte alla morte” - mi è sembrata e continua a sembrarmi l’ennesima conferma di come nelle curve e nelle altre gradinate risieda l’ormai unica componente del sistema-calcio ancora dotata di senso etico e morale». (Rif.: Valerio Marchi, Il derby del bambino morto, Derive e approdi)

    cp

  68. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 21:18 | Permalink

    Semplicemente grazie.

  69. roberto
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 21:19 | Permalink

    “squadernare, se si vuole andar lontano. il conflitto tra fatti e parole, libertà e poteri, pagnotta e coerenza, ‘entrismo’ e ombra, interesse personale e disinteresse, compromessi e autocoscienza”.

    “nelle curve e nelle altre gradinate risiede l’ormai unica componente del sistema-calcio ancora dotata di senso etico e morale”.

    “Hannah Arendt parla di banalizzazione del male. Ma sarebbe meglio ‘depersonalizzazione’. Il sistema totalitario, di cui il campo di sterminio è l’espressione sublime animata da un antispirito, incarna la convinzione che niente è sacro. Lenin, Stalin e Hitler giustificarono le loro azioni in termini utilitaristici. Una società sinceramente utilitaristica non commette mai qualcosa di ‘ingiusto’, ma solo ‘errori’. E l’uomo presume di essere in vendita. E’ facile allora distruggere gli essere umani, perché la vita umana entra nel mondo pubblico già distrutta. Rudolf Hess, delfino di Hitler, diceva che “il nazionalsocialismo non è altro che biologia applicata” (…) “Lo scopo della filosofia contemporanea è la resurrezione del concetto di persona. E’ sostituire il sarcarsmo per cui siamo solo animali con l’ironia che non siamo solo questo. (…) La pietà è il riconoscimento della nostra fragilità, la disposizione a ringraziare per la nostra vita e il senso di mistero che circonda la nostra venuta e partenza. La pietà è razionale, è la fonte delle nostre emozioni sociali. E’ la pietà, non la ragione, che ci conduce al rispetto del passato e del futuro”. (Scruton)

  70. temperanza
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 21:23 | Permalink

    @garufi

    Mi sa un po’ troppo di politicamente corretto questo equiparare i lettori gonzi a teorici e critici anch’essi potenzialmente gonzi:-)
    Il critico (se è ben scafato) ha qualche strumento in più. Certo, a volte tutti i suoi strumenti gli fanno ombra, ma insomma, se la cava, almeno nella resa verbale.
    La querelle su Gomorra (se intendi reportage vs fiction) non l’ho seguita bene, un po’ mi stuccava. E mi stucca sempre quella specie di autocensura per cui gli si era creata intorno una specie di zona di rispetto che impediva ogni critica. E invece, querelle a parte, il libro, che ho letto con simpatia e inizialmente con ammirazione, di difetti ne ha, e non piccoli, a mio avviso. Se ne potrà mai parlare con calma? Boh.
    Del resto non è detto che a lui interessi un parere critico, comincio a pensare, e non scherzo, che facciano davvero bene solo le lodi.

    Quanto a Céline a Caravaggio e a innumeri altri hai ragione, il personaggio gioca sempre un ruolo, guarda Kafka, ne hanno fatto un santo.

    @Magda

    Senatrice! spero sempre che questo sogno si avveri, che qualche potente mi incontri e mi dica, ma lei, mia cara, è un leader naturale, e mi permetta di incassare una ventina di mila euri al mese. Saprei cosa farne. Forse scriverei un romanzo anch’io.

    Nel futuro vedo solo le valigie che devo preparare, spero di rifare una capatina qui, l’argomento mi interessava, sennò, a presto.

  71. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 21:39 | Permalink

    Beh! è convincente quanto dice, caro Raimo. Anche i commenti attizzano (quasi tutti). Così di sfuggita, mi va di segnalare che quanto è definito “consumismo culturale”, e che stigmatizza i meccanismi editoriali di promozione/ufficio stampa/vendita che trovano una solida base in una una compulsione alla curiosità, ebbene questi “meccanismi editoriali” e questa “compulsione” sono a tutta posta promossi e fatti propri anche dall’autonoma proposta letteraria che troviamo in rete, dove anche singoli soggetti ci ammanniscono pura “reclame”. Un esempio? Fate un giro sul blog/sito/bancarella di Giuseppe Genna. Mi sbaglio?

  72. tremori
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 22:15 | Permalink

    ”Allora comprendo di essere ancora molto lontano dall’avere una rappresentazione adeguata di tutte queste cose, intuisco l’esistenza di ‘ragioni liberamente fluttuanti’ che mi sono ancora completamente invisibili”.

    a parer mio non si dovrebbero scambiare quest’ultima ‘tirata’ di turco e quella più filosoficamente attrezzata di wowoka per

    1. invidie personalistiche (corsa frustrata al successo, disturbo compulsivo di repressi in ombra, ipocrisia malcelata, mascherata da critica radicale);

    2. attacchi ad personam, più semplicemente;

    3. indice di manicheismo stucchevole e sterile;

    4. cupio dissolvi o spirito apocalittico di chi vuole far saltare il tavolo, e basta.

    c’è, ci sarebbe da fare un discorso sui ‘poteri’ (ci sarebbe da fare un discorso serio soprattutto sui rapporti che per primi si intrattiene con i ‘poteri’). così per il post di mozzi, per la ripresa di raimo. i poteri:

    1. delle ‘generazioni’: nel dibattito emergono mille e più riferimenti astiosi o sarcastici sui matusalemme, i nonni, i critici-cariatide che sempre voltano le spalle al presente, al presente di cui ciclicamente sembrano accorgersi ogni tanto, e solo per scolorarlo indebitamente ricorrendo all’illo tempore di ciascuno. ma poi, tra un commento e l’altro, si celebra e pavoneggia un’idea (apocrifa) e postuma di letteratura: le fondamenta, mi pare, di quella ‘critica’ che si ‘critica’. è, allora, solo un discorso di ‘gruppi’, ‘generazioni’, ’schieramenti’ che lottano ciascuno per conquistare una fetta di ‘campo’? che lo si dica, infine, non c’è niente di male (le cose, direbbero i saggi o i senatori, vanno così)…

    2. i ‘poteri’ della stampa, o dell’editoria. come se a parlarne (male) fosse davvero, radicalmente, estraneo ai suoi meccanismi. come se chi ne parla (male) abbia fatto davvero i conti con la SUA condizione di conflitto, o con il suo rapporto (dialettico?) con quei meccanismi.

    non è il discorso su celine fascista. o su grass giovane ss. ci mancherebbe. sarebbe un discorso da fare per superare, anche solo in teoria, nella retorica o nella logica del ragionamento, questa stucchevole e sterile sensazione di double-bind. insomma, di stallo (nella teoria come nella prassi, nelle parole e nei fatti).

  73. Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 22:42 | Permalink

    Guido Turco, oltre ad avere prodotto una definizione sinceramente divertente, “blog/sito/bancarella”, mi sembra cogliere nel segno.
    Qual è la differenza tra il consumo culturale di cui sono oggetto e soggetti in realtà e giustamente desideranti quelli che non sbancano al botteghino e i loro lettori e il consumismo di cui questi accusano tutti gli altri di essere gli sporchi rappresentanti?
    In cosa la pubblicità di “Gomorra” su Repubblica è diversa da quella dell’ultimo romanzo di Baricco?
    E’ più eroico un intellettuale che scriva senza essere retribuito per NI o quello che riesce a entrare a Marie Claire e scrivere gli stessi pezzi che scriverebbe per NI?
    Quanto, presso alcuni, fa curriculum questa certificazione d.o.c. di disprezzo del mercato per entrare (prima o) poi negli stessi gangli del mercato fino a poco prima condannati?
    Perché c’è come un olezzo di moralismo colpevolizzante simil-cattolico che è la prima caratteristica di quegli intelletti o quelle opinioni che io trovo insopportabili. Appartiene alla categoria di pensiero che ha scritto che Fazi ha rifiutato tre manoscritti con opinabili motivi ma non sarebbero stati opinabili i motivi dell’accettazione di almeno uno dei manoscritti. Appartiene alla categoria di pensiero di coloro che si chiedono dove sono i nuovi Pasolini e rimprovera(va)no a Pasolini di scrivere sul Corriere. Storia vecchia, vecchissima, più del cucco, empasse da cui non si uscirà mai se non ammettendo che il mercato è un mezzo. La coerenza, l’onestà, l’impegno, stanno nel modo in cui si esiste nel mercato se ci si arriva, non altrove. Perché altrove, purtroppo, non si esiste. Stanno nei pezzi che si scrivono, non dove si scrivono. Schiffrin, il suo ultimo libro contro - riassumendo - il mercato editoriale “capitalistico”, l’ha stampato, diffuso, presentato. Non l’ha messo su Internet perché tutti potessero scaricarlo gratis, perché non ne sarebbero venute a conoscenza altrettante persone. Molti scrittori per le loro presentazioni vengono pagati. S’intenda, non condanno Schiffrin o “Gomorra” o Pasolini che scriveva sul Corriere o gli scrittori che vengono pagati per presentare i loro libri. E nemmeno condanno quelli che condannano questi. Mi chiedo solo, forzando la mano, dove sarebbe, secondo chi è convinto che esista, questa purezza assoluta e oggettivamente verificabile? Quali sono gli eventuali indicatori reali. Reali.

  74. Ugolino Conte
    Pubblicato 23 Agosto 2006 alle 23:35 | Permalink

    @ Trespolo

    Quando una persona, chiunque sia, si espone con la franchezza e l’onestà intellettuale che hai messo nel tuo intervento delle 19.50, il mio atteggiamento è, e per me non potrebbe essere altrimenti, di stima: che rimane sempre, per la persona in sé, indipendentemente dal fatto che dopo pochi minuti ci si possa scontrare, anche duramente (sempre dialetticamente, però, perché da non violento mi fa schifo ogni altro t