di Paul Celan
Psalm
Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
niemand bespricht unsern Staub.
Niemand.
Gelobt seist du, Niemand.
Dir zulieb wollen
wir blühn.
Dir
entgegen.
Ein Nichts
waren wir, sind wir, werden
wir bleiben, blühend:
die Nichts-, die
Niemandsrose.
Mit
dem Griffel seelenhell,
dem Staubfaden himmelswüst,
der Krone rot
vom Purpurwort, das wir sangen
über, o über
dem Dorn.
SALMO
Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno.
E’ per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.
Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.
Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.
Traduzione di Giuseppe Bevilacqua
Salmo
Nessuno ci impasta di nuovo da terra e da fango,
nessuno dà parola alla nostra polvere.
Nessuno.
Tu sia lodato, Nessuno.
Per amor tuo vogliamo
fiorire.
A Te
in-contro.
Un Nulla
eravamo, siamo, ancora
resteremo, fiorendo:
del Nulla la rosa
di Nessuno.
Con
lo stilo d’animo chiaro,
il filamento di un cielo desolato,
la corona rossa
della parola di porpora, che cantammo
sopra, oh quanto sopra
la spina.
Traduzione di Luigi Reitani
Salmo
Nessuno di nuovo ci impasta di terra e di fango,
nessuno parla alla nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno.
A te piacendo noi
fioriremo.
A te
incontro.
Un niente
eravamo, siamo, saremo
noi sempre, fiorenti:
La - niente, la
rosa nessuno.
Con
lo stilo chiaro d’anima,
il filamento cielo-deserto,
la corona rossa
per la parola purpurea che cantammo
sopra, oh sopra
la spina.
Traduzione di Helena Janeczek
Invitata da Camilla Miglio cui avevo mandato alcune mie traduzioni, ho tenuto l’autunno/inverno scorso un seminario all’Orientale di Napoli in cui abbiamo lavorato sul problema traduzione/ ermeneutica/ interpretazione di tre poesie di Celan.
Mi piacerebbe scrivere qualcosa su quest’esperienza, ma per ora non ce la faccio. Quindi alla fine ho pensato che presentare anche su N.I. una poesia in più versioni possa essere più interessante che proporre soltanto gli originali e le mie traduzioni.
Ps. Ogni contiguità con il sacramentario di Garufi è puramente casuale (ma il caso, a volte, signori miei….) h.j.
- 1.segue


749 commenti
Elena giusto tre domande a margine della poesia (decisamente un capolavoro)
E’ possibile avere l’anno delle tre traduzioni?
ovvero i traduttori erano presenti allo stesso seminario?
Nella prima traduzione c’è un a capo che fa torto alla prima prova (reste-remo)
In tedesco esiste una differenza tra niente e nulla? O c’è una sola parola (come in francese)?
non posso “capire”i tre punti di vista perchè il tedesco non é tra le mie lingue, devo pero’ confessarti che il verso da te tradotto con:
Un niente (nulla nelle altre)
eravamo, siamo, saremo
noi sempre, fiorenti:
La - niente, la
rosa nessuno.
mi è piaciuto moltissimo anche se avrà fatto storcere il naso ai puristi il la- niente, la rosa nessuno
Un Nulla
eravamo, siamo, ancora
resteremo, fiorendo:
del Nulla la rosa
di Nessuno.
noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.
effeffe
Da francofona quale sei come avresti integrato la traduzione francese (curata recentemente) di Martine Broda e che presenta molte dissonanze con la versione italiana?
PSAUME
Personne ne nous repétrira de terre ou de limon, (fango in italiano…ec ec)
personne ne bénira notre poussière.
Personne.
Loué sois-tu, Personne.
Pour l’amour de toi nous voulons
fleurir.
Contre
toi.
Un rien
nous étions, nous sommes, nous
resterons, en fleur;
la rose de rien, de
personne.
Avec le style clair d’âme,
l’étamine désert-des-cieux,
la couronne rouge
du mot de pourpre que nous chantions
au-dessus, au-dessus de
l’épine.
Caro effeffe,
stamattina ho ricevuto una bella telefonata da un più che carissimo amico francese, e la mia giornata si è illuminata. :-))))
Leggo ora il post della Helena e la luminosità investe anche il pc. :-))))
Poi, sempre dalla Francia (con tutte le mie scuse per la gentilissima Martine Broda), mi arriva un terrificante “la rose de rien” e, di colpo, mi sento mancare… .-)
La traduzione di Bevilacqua è presa dal Meridiano Mondadori uscito nel 1998.
Luigi Reitani- grandissimo traduttore di Hoelderlin- ha tradotto Salmo per una trasmissioni di “Uomini e Profeti” e la rivista “Anterem” credo nel 2005.
La mia idem.
In tedesco c’è una sola parola per niente/nulla. A differenza degli altri tradutto ho preferito la prima per varie ragioni.
- una questione di impasti e simbolismo sonoro (”niente” è più “piccola”, pi soffio di “nulla”) e di registro meno alto, più colloquiale. Per me era importante sottolineare che la poesia di Celan è intrinsicamente colloquio.
Quel “- niente” che ti piace, si ispira a una situazione linguistica in cui magari uno chiede “che hai?” e l’altro risponde “niente…”
-per togliere Celan da una tradizione interpretativa filosofica e/o metafisica (di una certa interpretazione della metafisica) di stampo soprattutto heideggeriano e postheideggeriano
-perché quel nichts/niente è il risultato della “Vernichtung”/”Annientamento” degli ebrei d’Europa.
“rosa nessuno” anzicché “rosa di nessuno”:
Sono assolutamente corrette, credo, entrambe le soluzioni. Il tedesco, come forse saprei, ama le parole composite e ne permette la creazione senza che questo appaia un procedimento particolarmente “sperimentale”. “Rosa di Nessuno” sarebbe, letteralmente” “Niemandes Rose” o “Die Rose von Niemand”. “Niemandsrose” è sospeso fra “rosa di nessuno” o “la rosa che è nessuno”. Se l’originale contiene più di una possibilità di lettura, il traduttore deve scegliere. E’ questo che rende utile la circolazione di più di una traduzione di poesie così ricche di possibilità interpretative
Con “reste-remo” Bevilacqua intende alludere a un resto.
“Entgegen” in tedesco ha la doppia valenza di “incontro a”/ “contro a” (vedi anche il francese).
Avrò dimenticato qualcosa, ma per adesso la chiudo qui…
Cato, perché…non ti piace “rrrien, rrien de rrrien, non, je ne regrette rien…”?
Ragazzi, scusate, sono un covo di refusi..altro che postheiggeriano!!!!
Oltre al titolo l’andamento è di una preghiera e viene reso nella lingua originale in modo irraggiungibile perché è il mezzo di codificazione utilizzato dal poeta. La traduzione di Helena J. è ineccepibile e trovo assolutamente interessante questo tipo di presentazione in più versioni.
Per quanto conosco io il tedesco, Nichts (sostantivo) è niente e nulla e non c’è altra parola.
Poesia e nulla si equivalgono l’uno nonostante l’altro.
Trovo invece una forzatura, sia in Bevilacqua -”insuffla vita”- che in Martine Broda -”bénira”-, non rendere il riferimento alla parola che genera la ri-creazione da parte di nessuno: “bespricht”, da “be-sprechen”, parlare, parlare addosso.
Se posso essere utile, la traduzione di Reitani è uscita sul numero 72 (giugno 2006) di “Anterem”, preceduto da un saggio sul’eresia dove, appunto, mette in relazione l’atto del tradurre con l’attività dell’eretico.
gugl
Nessuno ha mai imprecato contro il Nulla.
Sarà per questo che rimane intatta la sua sacralità.
scusa Helena
e il fango che diventa lemon?
effeffe
Helena, devi scusarmi, ma amo talmente quel “Niemandsrose” che ritengo ogni traduzione del termine, compresa quella italiana, per quanto bella, incapace di renderne la pienezza e la complessità simbolico-semantico-fonica.
E’ un po’ quello che succede, tanto per fare un esempio che non ha nessuna pretesa di accostamento o di parallelismo, con la “Douve” di Yves Bonnefoy.
Comunque le traduzioni sono tutte veramente validissime.
p.s.
Per quanto riguarda il tuo riferimento a Bevilacqua, credo che il termine scelto, “insuffla vita” per “bespricht”, sia sostenuto da una evidente volontà di agganciare i primi due versi al racconto del Genesi biblico (2,7).
*
Anche a me è sempre piaciuto, ad esempio, traducendo pro domo mea, rendere il “Gelobt sei du” con un “laudato sii” di francescana memoria, fedele al richiamo che questo verso mi suggerì la primissima volta che lo lessi: anche per l’effetto di straniamento, e di totale rovesciamento di prospettiva, che il successivo “Niemand” provoca rispetto alla “memoria” che il “gelobt” contiene.
L’unica finezza a me pare proprio questa di Reitani, proprio nel verso cruciale:
del Nulla la rosa
di Nessuno
Qui c’è del genio, che altrove, traduzione francese compresa, dice bene Cato, difficilmente si riesce a sentire consonante all’originale comunque inarrivabile.
La soluzione di Reitani è senz’altro molto elegante, forse troppo (troppo “italiana”, mi verrebbe da dire, con un retrogusto quasi da ermetismo anni 30). Non mi stupisce che Helena ne abbia cercata un’altra.
Dobbiamo comunque dire grazie a lei e a tutti i traduttori.
(p.s. il casuale accostamento con il post di Garufi è il tipico esempio di ciò che, a volte, mi fa letteralmente adorare Nazione Indiana).
Mi accorgo solo adesso che, per la fretta (una mano sulla tastiera e una sulle chiavi di casa), mi era sfuggito un refuso, quindi “seist du”, e pace. Anzi, amen.
@ Andrea Raos
“Adorabile” il tuo post scriptum. ;-)
@ Helena
Visti i temi toccati nel seminario a cui fai riferimento, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi del commento di H. G. Gadamer a “Atemkristall” e se le questioni da lui sollevate sono emerse nel corso dei lavori.
Spero di non aver chiesto troppo, o di essere andato OT.
Non sono un traduttore, non conosco il francese, ma grazie ad Helena, tutti insieme, avete fatto un bel lavoro.
Grazie, Helena, per questo inusuale ma ottimo esercizio di confronto di punti di vista sullo stesso testo, già di suo molto forte. Sono maniacalmente per la traduzione più letterale possibile, compatibilmente con lingua e contesto. Per questo preferisco il ‘resteremo’ di Reitani al tuo ’saremo sempre’, così come prefersico molto il tuo ’sopra, oh sopra’ al ’sopra, oh quanto sopra’ di Reitani o al ‘ben al di sopra’di Bevilaqua. Un punto di difficile resa è il ‘bespricht’. Anche qui trovo migliore il tuo ‘parla alla’ che gli altri. Anche perché non trovo traccia del senso di insufflare che Cato attribuisce alla ricercata analogia con Genesi 2.7.
Comunque una gioia per la pelle. A.
Grazie a Guglielmin che segnala il numero di Anterem sul quale sono uscite le traduzioni di Reitani!
E grazie a tutti…Mi fa molto piacere che apprezziate la proposta.
Proprio perché l’originale è inarrivabile, più di una traduzione aiutano ad avvicinarsi alla sua pienezza.
@ Cato “Laudato sii” è splendido ma su tutt’altro registro di quello che avevo scelto. Ti hai fatto una traduzione di Psalm? Ti andrebbe di condividerla con noi altri? Senza impegno…
“Atemkristall” l’ho letto un bel po’ di anni fa e non lo ricordo benissimo ora. Solo che “gadamerizzasse” molto Celan, lo rendesse più filosofico e meno doloroso di quanto pare a me…
@Antonello “saremo noi sempre” voleva a) emulare la compresenza secca di passato, presente e futuro in un verso solo (waren wir, sind wir, werden)
(eravamo, siamo, saremo)
b) creare un tessuto di assonanze forti SAremo SEmpRE fioRENTI simile a WErden Wir BLEiben BLuehend…
Con Reitani avevamo parlato delle nostre rispettive traduzioni ed eravamo d’accordo che la parola (il verbo, il logos) all’inizio ci doveva stare…
Ogni lettura/interpretazione, di fronte ad opere di questa altezza, quando è supportata dalla passione, dalla dedizione e dallo studio, non fa che aprire orizzonti nuovi all’intelligenza del testo, soprattutto quando il testo si fa esso stesso sostanza e veicolo di sensi indicibili.
Fermo restando il valore di tutte le traduzioni proposte da Helena, io penso che, in riferimento al “bespricht unsern Staub”, la traduzione fortemente e volutamente analogica di Bevilacqua sia comunque affascinante e convincente, non solo perché riporta immediatamente l’autore nel cuore della sua “cultura” di riferimento e delle sue radici (sia pure sul piano sottilmente o esplicitamente conflittuale che sappiamo), ma anche perché allarga a dismisura le maglie del simbolico, precipitando nel nulla-di-storia una trascendenza altrimenti inavvicinabile, inconcepibile.
Provo a ragionare. “Erde und Lehm” sono terra e fango, “la polvere della terra” con cui dio plasma l’uomo, e poi vi alita, come Logos/parola/respiro, la vita (Genesi): l’atto della parola (la prima nominazione) e l’inizio della vita coincidono. Se per Celan il “wieder” rende chiara l’idea/intenzione di una nuova creazione, ciò significa che l’uomo della prima è stato cancellato, annientato, trascinando nel suo nulla lo stesso dio che, adesso, come un indefinito/indefinibile “Niemand”, è incapace di ogni “bespricht”, cioè dell’atto che, attraverso la parola, dà vita, dà alla vita. “Nessuno” esiste proprio perché l’irrimediabile cancellazione dell’umano (sul piano storico e sul piano ontologico) è frutto del nulla-di-parola: il percorso e la metamorfosi di Jahve in Niemand, è lo stesso percorso di progressiva, inarrestabile nullificazione della parola (ossia della vita).
*
Mi piacerebbe sapere se esiste una traduzione di questo testo da parte di un altro grande cultore di lunga data dell’opera di Celan: Michele Ranchetti. Sarebbe bello, e interessante, aggiungerlo alla lista, allargando, con l’apporto di ulteriori confronti, il ventaglio dei “sensi possibili”.
possibile che il salmo sia un controcanto consapevole all’iscrizione che Rilke volle sulla sua tomba a Raron
Rose, oh reiner Widerspruch, Lust,
Niemandes Schlaf zu sein unter soviel
Lidern.
Ho scritto di fretta, dopo aver letto l’intervento di Antonio Sparzani. Siate buoni, nel caso qualcuno volesse “menarmi”: guardate l’ora!
Helena, domani, al ritorno dal lavoro, vedo se posso rispondere a quanto chiedi: sappi, comunque, che, per me, “tra-durre” e “tra-dire”, sono sinonimi (o quasi).
Buona notte.
chiedo umilmente scusa per l’intrusione e per questo (imperdonabile) ot, davvero.
@ db
leggi, per cortesia, nella casella di posta elettronica. se puoi, rispondi. grazie.
p.s.
scusate di nuovo.
Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
nessuno scongiura la nostra polvere.
Nessuno.
Lodato tu sia, Nessuno.
Per te noi vogliamo
fiorire.
Contro
te.
Un Nulla
eravamo e siamo e
resteremo, fiorendo:
la rosa di Nulla e
di Nessuno.
Lo stigma chiaro-anima,
lo stame grigio-cielo,
rossa la corolla
della parola purpurea che noi cantammo
sopra la spina,
oltre.
Anin anin a noolis
cumò cal duar il loof
lu cjaparin pe code
lu menarin tal cjoot
Sempre nell’ultimo numero di Anterem ci sono alcune traduzioni di Celan a Mandel’stam, a loro volta tradotte in italiano da Camilla Miglio, la quale, in un breve saggio successivo, commenta Celan traduttore.
Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
nessuno scongiura la nostra polvere.
Nessuno.
Lodato tu sia, Nessuno.
Per te noi vogliamo
fiorire.
Contro
te.
Un nulla
eravamo e siamo e
resteremo, fiorendo:
la rosa di nulla e
di nessuno.
Lo stigma chiaro-anima,
lo stame grigio-cielo,
rossa la corolla
della parola purpurea che cantammo
sopra la spina,
oltre.
@ Helena
Continuo ad intromettermi ma vi sento tutti così tolleranti ed amabili - oltre che molto competenti - che non riesco ad eclissarmi.
Si può fare poesia dopo Auschwitz,
aber Psalm ist ein Loblied.
Ich in der
Ich bin da
und wo war Gott als sein Volk in den Konzentrationslagern litt?
La rosa è l’umanità e rosso è il colore del sangue umano che scorreva copioso - e che continua a scorrere - ci sono concessi solo brevi momenti di tregua (Primo Levi).
Ma rosso è anche il colore della vita.
Il Niemand del primo verso ed il Niemandrose dell’ultimo, dico una bestialità con “li preferirei lasciare intradotti” ?
E’ per questo, Mayfly, che ho preferito “niente”. Lì per me non c’è letteralmente più niente e nessuno. Niente di intatto e di sacrale (per parafrasare Magda): non nel senso di una teologia negativa come la si poteva concepire anche prima della, mi ripeto, “Vernichtung”. Per questo ho cercato un registro che fosse sì di Salmo, di Loblied (ah, quanto amaro, sopra la spina), ma secco, privo di riempitivi, di mosse appartenenti alla tradizione lirica alta italiana.
Questa è una dichiarazione pro domo mea, d’accordo, anche se la traduzione di Reitani l’apprezzo moltissimo. Ripeto: il punto non è quale sia la più bella…
Credo di capire quel che vuoi dire con quel “li preferei lasciare intradotti”…
Entschuldigen Sie mir bitte! Mi perdo le lettere oltre che me stessa, infatti :
Ich bin der
Ich bin da
Se capisco bene non è un’ontologia del nulla, ne una teologia negativa, ma ancora di più, di più essenzialmente semplice, qualcosa che anticipa l’ontologia, vanificandola, e sostituisce la necessità del sacro.
E’ cio’ che sta *invece* della costruzione, qualsiasi costruzione.
per Heidegger piu’ che teologia negativa,(interpretazione successiva) parlerei di mistica sottrazione ontologica, che per quanto susciti l’avversione come per una metafisicheria, ha un suo fascino profondo.
@ Helena
Quando verrà il momento e troverai il tempo per raccontare del seminario all’orientale, io ci sarò.
Beste Gruessen.
Come se Celan si riappropiasse della realtà semplice, attraverso la negazione delle superflue costruzioni, e Heidegger toccasse verità per sottrazione metafisica e ontologica del già noto, della sua storia. in comune c’è il flatus mistico(filamento di cielo deserto) e anche la devozione alla parola( purpurea). Altra analogia è l’aspetto catartico della tabula rasa esistenziale. Pero’ dovrei leggere meglio….
alcuni appunti sulla ‘essenzialità’ (sempre risonante, però), sul ‘togliere’, sulla spoliazione della parola come (vertiginosa) tensione etica intrinseca alla forma di questa scrittura, così come ci viene restituita dalle precise scelte traduttorie di helena.
p. levi-celan. si sa del giudizio negativo espresso da levi sulla oscurità della poesia di celan, specchio formale buio, vertigine espressiva intorno al caos che il trauma biografico della shoah consegna al soggetto fino a trascinarlo al suicidio nella senna.
eppure, come diceva lo stesso bevilacqua nella esegesi complicata del senso riposto in Sprachgitter: “celan si richiama, da un lato, alla precarietà di ogni dire, dall’altro alla perfetta geometria che rende perspicua la struttura dei cristalli e vorrebbe trovare riscontro nella struttura del testo poetico”.
è in questa tensione che va ricercata la natura di questa ‘oscura essenzialità’. una tensione etica, che in modi diversi ma complementari (come per levi e celan) arriva a coinvolgere la mathesis della scrittura tout court, l’indicazione preziosa e vitale di una ‘tradizione’ cui richiamarsi - se s’intende la parola (poetica e non) come strumento ‘impuro’. la scrittura compromessa con la sua radice e ragione d’essere fondativa, che è quella di ‘conquistare tacendo’ e di esprimere, infine, la parola che viene dai morti (e dall’attesa inevasa, dalla promessa di futuro).
helena: davvero belle e convincenti le tue scelte, f.
La strofetta di prima l’avevo messa pensando di essere in quell’altro thread, quello delle bestemmie (tengo sempre aperte troppe finestre sul desktop, da qui l’errore) per vedere se otteneva un piccolo effetto “straniante”. Nessun intento ironico su questi argomenti. Magari non serviva, ma ci tenevo a specificarlo. Ciao
@ elena
mi sembra che quanto dice C. ne “Il meridiano” del poetare si può applicare al tradurre: come il poeta tenta una topografia della vita, così il traduttore tenta una topografia del testo poetico. I traduttori come poeti/cartografi di seconda mano. Con relativi strumenti: lessico innanzitutto, usw. O detto altrimenti, viaggio verso l’altro, per decifrarlo. In questo senso i diversi traduttori navigano verso la stessa isola, ognuno convinto che la sua sia la rotta giusta. Non è già il paradigma della democrazia?
Vabbe’, ho già fatto 2 tentativi estemporanei (mi manca il Grimm usw.), e mi riservo casomai il terzo ed ultimo, come per i saltatori.
Il titolo è da prendere serissimo, nel rif. al libro dei Salmi: e programmatico, se al v. 1 c’è riferimento categorico a Gn 2, 7. |Qui un primo problema: Lehm è argilla, a far dunque endiadi con Erde, mentre il fango è Schlamm: o no?)|
Il v. 2 insiste sulla polvere, evocando Gn. 3, 19, ossia la maledizione: “Polvere sei, e in polvere ritornerai”: il quale passo poi richiama potentemente l’Ecclesiaste (vanitas vanitatum) e Giobbe (nudo uscii e nudo ritornerò), ossia i 2 libri biblici che fanno da corona ai Salmi. Perciò con estrema conseguenza al v. 4 c’è la lode in II persona singolare, come nei salmi di Davide. C. insomma fa i conti con la tradizione, e con i suoi stilemi. |Qui un secondo problema: bespricht è da contestualizzare in Gn 2, 7 o in Gn 3, 19 + Giobbe? Tutti voi propendete per la uno, e quindi variate sul tema dell’insufflare la vita al primo golem. Io invece no: “NOSTRA polvere” significa che noi siamo già stati creati, e siamo attualmente polvere stante la maledizione. Forse pensando a questo la Brode traduce “benedice” come l’opposto appunto della maledizione. Ma besprechen non ha quest’accezione, mentre ha quella di beschwören, ossia esorcizzare, fare gli scongiuri, insomma redimere in qualche modo, rianimare, risanare. O no?|
continua (spero)
@ db
“Esorcizzare”/”scongiurare” la polvere, come tu traduci, è esatto, letteralmente: equivale ad allontanare ciò che ha reso la polvere tale, quindi a ri-animare, cioè a ripristinare il circuito della creazione”da terra e argilla”: in questo modo, dire nessuno ci riplasma, perché nessuno può impedire che, quanto uscì dalle mani del creatore, sia ridotto in polvere, significa attestare, insieme all’inesorabilità della polvere, l’impossibilità della parola a dire, cioè a creare. Se, dunque, il possibile esorcismo avviene attraverso la parola, ed equivale alla parola che “diede” vita (Genesi), mi chiedo perché, secondo te, la seconda opzione non sia altrettanto valida, per traslazione analogica, inglobante, oltretutto, anche il dettato biblico che giustamente richiami. Tieni presente, come ben sai, che in Celan benedizione/maledizione (cioè preghiera/bestemmia) sono un tutt’uno in una miriade di testi e, molto spesso, proprio l’aderenza alla lettera, si rovescia in un ulteriore, inesorabile sovraccarico di senso/i. Dico questo perché mi piacerebbe seguire fino in fondo il tuo discorso, e anche perché, immagino, non mancheranno altri “luoghi” controversi del testo: ad iniziare proprio dalla coppia simmetrica “nulla/nessuno”. Ma non prenderti nessun impegno, non vorrei fare la figura di quello che “istiga” e poi scompare, visto che per alcuni giorni non mi sarà assolutamente possibile usufruire del mezzo. Un’ultima considerazione: il lavoro di assemblaggio operato da Celan nella compilazione e nella cura delle sue raccolte segue una logica profonda, che rappresenta un ulteriore elemento caratterizzante il disegno complessivo dei suoi testi; niente avviene a caso, a partire dalla successione delle liriche, fino ai continui e sotterranei rimandi e collegamenti a/con testi di altre raccolte. Qui si aprirebbe un capitolo ancora più sorprendente, per certi versi, e forse è meglio soprassedere: voglio solo dire che l’autore semina tracce e indizi, affinché il lettore ne segua il sentiero, nella silenziosa cancellazione che di essi avviene al loro primo apparire. Personalmente, non sono mai riuscito ad avvicinare “Psalm” senza ripercorrere i testi che lo precedono, soprattutto il primo, “Es war Erde in ihnen”, a partire dal quale il processo di osservazione della “riduzione alla polvere” va di pari passo con la “riduzione al silenzio, al nulla-di-suono” della parola. “Es war Erde” / “Es kam eine Stille” / “O einer, o keiner, o niemand”.
@ Helena
Sono assolutamente d’accordo su quanto dici a proposito della lettura gadameriana. La “mia” tra-duzione, per le ragioni accennate sopra, provvederò a fartela avere: inutile postarla, se poi sono costretto a sottrami alle inevitabili “martellate”. Ti dico solo che sono persuaso della profonda radice “religiosa” del testo; “Dir entgegen” lo interpreto come una sorta di “sia fatta la tua volontà”; “die Nichts-, die / Niemandsrose” lo rendo con “un nulla in forma di rosa / la rosa di nessuno”; “seelenhell” è “anima-trasparente”, con evidente allusione alla sua “fragilità”; “himmelswust” con vuoto-di-cielo; in “der Krone rot” / vom Purpurwort”, leggo una chiara allusione al sangue sacrificale.
Buon proseguimento. Questo thread è bellissimo (in tutte le declinazioni semantiche del termine).
Accolgo con piacere il ragggionamento di Cato, con dispiacere la sua imminente assenza: lodato tu sia, o Cato!
Dev’essere chiaro che i vv. 1-2 non si riferiscono entrambi al momento della creazione divina (che sarebbe poi una ripetizione fiacchina), ma il v. 1 alla creazione, il v. 2 allo stato dell’uomo dopo il peccato e la maledizione. “Rianima” sarebbe bello, ma andrebbe a cozzare con l’anima del v. 15 . Perciò fino a nuovo ordine, io metterei “redime”.
Il v. 4, che inaugura la II strofa, è il perno di tutto. E’ reiner Widerspruch, per dirla con Rainer, contraddizione pura. Innanzitutto contraddizione con la I strofa: che lodiamo a fare, se nessuno ci salva? Dovremmo casomai imprecare, ossia fare il contrario puro! E poi: lodare è connotare positivamente, porre cioè qualcosa, e invece qui è un nessuno. La situazione è di un’ironia sublime, che richiama la negatività infinita di Socrate (Ad es. il “Protagora” platonico, che si conclude non senza un risultato, ma con un risultato nullo – qui si potrebbe dire: C. ateo, non agnostico): tanto più che quel nullo è una persona (la seconda appunto), che conseguentemente assume in C. l’iniziale maiuscola (che nella I strofa manca, o c’è solo in funzione del punto che la precede). Viene in mente anche l’astuzia ironica di Ulisse-Nemo con Polifemo (ma chi è astuto qui? Ai postumi l’ardua sentenza).
NB Solo con l’apostrofe del v. 4 il negativo si personalizza-maiuscolizza. Il Nichts del v. 9 è maiuscolo solo in quanto sostantivo, e perciò va tradotto minuscolo, esattamente come i sostantivi seguenti Nichtsrose e Niemandsrose (brave Helena e Martine, e una tiratina d’orecchi a Bevilaqua e Reitani).
Ho detto ironia, potevo dire paradosso. Ora, una situazione paradossale del genere, e anche diffusa, è il parlare coi morti (l’”Ah! Sugli estinti / non sorge fiore ove non sia d’umane / lodi onorato e d’amoroso pianto” del Basetta): al cimitero gente che parla da sola, e se chiedi risponde: “Stavo parlando con nessuno”. Dietro C. ovviamente c’è lo Hölderlin degli dèi fuggiti e l’ultimo Rilke del colloquio oltretombale.
Invece la faccenda del “niente” o “nulla” è un po’ caprina. Ossia, come nordico capisco Helena che trova niente più basso di nulla, ma già in Toscana la distinzione non regge: ad es. da me dicono “bon da gnente” e là invece “buonannulla”. E siccome vivaddio (sic!) siamo italiani…
Sono d’accordo con Cato: questo thread ecc. ecc.
Saluti.
@ Cato, in memoriam
Essenziale quello che disse, ossia che un componimento singolo riceve luce dall’architettonica, dal luogo in cui è collocato dall’autore (vale sempre: ad es. gli LP dei Beatles). Del resto Cato è colui che nel suo De Agricoltura raccomandò di snocciolare le olive prima di frangerle: non so se mi spiego…
Dir zulieb /Dir entgegen, vv. 5 e 8-9. “L’ho fatto per amor tuo!”, “L’ho fatto per te!”, singhiozza la mamma accennando ai soldi per l‘ero passati al figlio ecc. ecc. Lo scoglio è entgegen: verso te o contro te? La tentazione è grande: come i girasoli che fioriscono e si girano verso il sole… Ma in coppia con zulieb, l’entgegen/verso sarebbe una mera diminuzione, mentre l’entgegen/contro estremizza la contraddizione: ti lodiamo, Nessuno, per la tua funzione… di sembiante direbbe Diola Can, di pattumiera vuota su cui noi scarichiamo amore e odio (e soldi, se il dott. Nemo è uno psicanalista). Boh… |ma non” in-contro”: già c’è Cacciari in prosa…|
vv. qui siamo in pieno Eccl. 12, 9-10: “prima che la polvere torni alla terra com’era prima, e lo spirito torni a Dio che l’ha dato. Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Passaggio cioè dalla polvere al nulla/vano, dalla metafora al cosa – ma ecco in C., subito raddoppiato in direzione opposta, dal cosa alla metafora, dal nulla/vano al fiore.
NB Bluhend di v. 11 è tanto riferito/riferibile a “noi” quanto a “nulla” (forse più a questo): perciò “fiorendo” o “in fiore” vanno bene, “fiorenti” al plurale è compromettente.
OT mo’ vado al concerto di mio figlio 16nne (più che per sentirlo, per riportarli a casa con gli strumenti). Sono in 4, suonano emopunk, si chiamano “Thee Dust”, cioè alla shakespeariana (ma sono ignoranti come capre, non so come abbiano scovato il nome) “Tu, polvere”… il posto, gratuito, è lo Zoe (vita), in piazza Anita Garibaldi (e la nonna paterna si chiama Anita, garibaldinissima, se sua sorella unica fu chiamata Rosita come la figlia morta presto dell’eroina).
PENSATE UN PO’ MENO , E GUARDATEVI JACKASS CON Johnny Knoxville E Bam Margera , VI RINFRESCHERA’ LE CERVELLA… E MAGARI DOPO CI VEDRETE PIu’ CHIARO.
SECCHIONIIIIIIIIIIIIIIIIIII
Caro Steve a forma di MTV
io Jackass lo vedo e me lo rivedo
ma poi mi leggo anche chi studia a chi lavora.
Quindi sciaquati la bocca e prova
con il milione e mezzo di euro
di unanimous, che magari riesci meglio.
Un saluto alle tue, di cervella.
LE MIE CERVELLA RICAMBIANO
BLABLABLAalcuni appunti sulla ‘essenzialità’ (sempre risonante, però), BLABLABLA sul ‘togliere’, sulla spoliazione della parola come (vertiginosa) tensione etica intrinseca BLABLABLA alla forma di questa scrittura, così come ci viene restituita dalle precise BLABLABLA.
MA CHE STRANO RUMORE CHE FANNO LE TUE!
CI VUOLE PIU’ JACKASS APOCRIFO!
Caro Steve
Volevo dirti che non sono l’Apocrifo dell’essenzialità, ma un altro apocrifo non meglio identificato. Mi scuso con l’Apocrifo precedente e con gli altri per il disturbo.
Avete sentito rairadio3 stamattina? A Uomini e profeti, la Caramore ha intervistato Reitani proprio a proposito di questa poesia. Non so se fosse una registrazione estiva o una diretta, io l’ho ascoltata per la prima volta. Ma quello che l’ha resa preziosa era la messa in onda della voce di Celan stesso che recitava questo suo salmo. Mi sono emozionata, ovvio. Soprattutto avvertendo come ha pronunciato il terzo Niemand. Diversamente che per gli altri che compaiono nel testo, l’ha pronunciato accentuando e staccando Nie da mand e il tutto suonava come Nie Mann. Con quel Nie assoluto, isolato, quel Mai affermato con una disperazione asciutta e totale. L’interpretazione, come la traduzione, è interminabile.
So che esistono (anche in cd) diverse registrazioni di Celan che legge le sue poesie. Su amazon o simili penso che si trovino.
Questa è la prima puntata di Uomini e profeti (a quanto pare la prima messa in onda è del 9/1/2005).
A me (conosco poco Celan e ignoro il tedesco) sembra interessantissima e perfettamente in tema con il post e con la discussione. Anche qui c’è Reitani. Anche qui ci sono letture di Celan.
Penso che la seconda puntata - quella di oggi di cui parla Caracaterina - possa essere reperita in rete domani.
http://www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=178673
(cliccare su riascolta la puntata)
No one kneads us again out of earth and clay,
no one incants our dust. No one.
Blessèd art thou, No One.
In thy sight would
we bloom.
In thy
spite.
A Nothing
we were, are now, and ever
shall be, blooming:
the Nothing-, the
No-One’s-Rose.
With
our pistil soul-bright,
our stamen heaven-waste,
our corona red
from the purpleword we sang
over, O over
the thorn.
Translation © 2001 by John Felstiner.
l’ho trovata adesso su google, dove ho sentito più letture di Celan (ma non trovo Psalm). L’enfasi sul terzo Niemand me la figuro così: “Al concerto di Bob Geldof non c’era nessuno, ma proprio NE-SSU-NO”. NIE-MAND.
Ero un fanatico di Jackhass (soprattutto Marghera che faceva gli scherzi ai genitori). Mi sono tenuto in vasca da bagno un coccodrillino, fin che una volta, mentre lo facevo anch’io, mi ha troncato di netto gli attributi. Così ho letto l’Uomo senza attributi (Eigenschaften) di Musil, e mi sono avvicinato alla poesia (nihilista in particolare). Ieri sera l”entrata dello Zoe era incuneata tra una banca con sportello e un’agenzia ippica: ci sono entrato e… ma questa è un’altra storia, per cui ho 3 opzioni
1- raccontarla
2- proseguire l’indagine del salmo
3- tacere del tutto
db, io voto per la 2.
Interessante.
Io avrei tradotto “besprechen” con *interpellare*. Risulterebbe più chiaro il senso del *be*, con la sua connotazione transitiva.
Non capisco dove nasca quel “insuffla la vita” di Bevilacqua, se non attribuendolo a un accostamento inconsapevole con l’immagine biblica del verso precedente. Riportarlo a “incantare” e da “incantare” passare a “dar vita” (Grimm 5) mi sembra un azzardo.
Reitani sta nel mezzo, ma anche qui non vedo come “besprechen” possa essere tradotto con “dare la parola”. Sempre Grimm alla mano. Mi piacerebbe che potesse rispondere lui. I passaggi che portano agli sconfinamenti di senso sono sempre interessanti.
La soluzione di Janeczek mi sembra la più corretta, salvo che “parlare a” perde non solo quella proprietà transitiva, ma scivola verso un molto terrestre “parlar con qualcuno”.
La riflessione che mi viene da fare riguarda le traduzioni dei germanisti (in generale), che virano sempre un po’ troppo verso la lingua letteraria, cioè verso la loro conoscenza “scolastica” della lingua italiana. Non vale per tutti, ovviamente, ma è vero che i germanisti, per ragioni di specializzazione e competenza, hanno della lingua poetica italiana una conoscenza che risale quasi sempre ai loro studi di letteratura italiana all’università e si ferma più o meno a Montale. Quel che è successo nella lingua della poesia negli ultimi cinquant’anni è loro estraneo. E questo porta a schiacciare il pedale e mandare il lessico come un razzo verso la “nobilitazione lirica”.
E questo è curioso, perchè conoscono bene la poesia ben poco liricizzante della letteratura tedesca contemporanea. C’è troppo Leopardi, nella loro lingua poetica, e poco Heidegger:-)
Questo dovrebbe farmi apprezzare anche la soluzione di “niente” rispetto a “nulla”, e in effetti è così, però la ripresa del genitivo
die Nichts-, die
Niemandsrose
qui c’è, e allora la traduzione di Bevilacqua
(la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.)
Mi sembra la più riuscita.
Cato se n’è ito, ma tempestiva Temp! da quel che lascia trapelare dalla consultazione del Grimm (ma domani consulterò finalmente anch’io), c’è poco fa fare: ho ragione io, e nella mia versione primitiva:
nessuno scongiura la nostra polvere
(altro che parlare, dare la parola ecc.) dove scongiurare è lett. Allontanare forze malefiche da una persona (Devoto-Oli). Normalmente si scongiurano gli spiriti maligni, ma essendo qui polvere=maledizione, allora si scongiura la polvere: nessuno riscatta la nostra polvere, casomai, nessuno cioè ci riscatta dal nostro destino di esser polvere, con riferimento a Gn 3, non già a Gen 1. (il besprechen ha dentro lo sprechen/parlare in quanto è dire la parola magica: nessun esorcista dunque – al massimo esorciccio).
Dunque Iddio onnipotente non può nulla: ma un dio che non può nulla è una contraddizione in termini. Dio non esiste – ateismo pieno. Quindi salmo come lode a dio non si può dare: (ecco l’ironia che sa di beffa) la lode resta, ma a… Nessuno (che beffardamente di dio tiene solo la vuota insegna, ovvero la maiuscola dell’iniziale).
Niente dio dunque, ma intanto resta che noi siamo polvere e solo vana polvere, e quindi un niente/nulla. Ma
questa polvere sempiterna (passata presente e futura / eravamo, siamo ecc.), questo nulla fiorisce.
Aristotele distingueva vari tipi di dynamis, il più noto dei quali è il movimento fisico. ma c’è anche il crescere degli animali, e il fiorire/sbocciare dei vegetali. Fiorire è il passaggio all’atto, dalla potenza (energheia). ma qui a fiorire è il nulla, ovvero l’impotenza (per i greci non si dà creazione dal nulla). Quello che afferma Celan dunque è assordo, o è un miracolo. Questo miracolo è il fiorire della Nichtsrose/Niemandsrose. I miracoli dunque (o gli esorcismi) li fanno gli uomini, non l’Iddiota. Resta da vedere come.
lo zio Martin:
” arriviamo troppo tardi pee gli Dei e troppo presto per l’Essere”
che in questo lasso, limbo d’assenza temporale, abiti l’eternità del nostro nulla o niente come preferite ?
Nessuno ci impasta di nuovo di terra e fango,
nessuno scongiura la nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno.
Per te vogliamo
fiorire.
Te
incontro.
Un niente
fummo, siamo,
resteremo, fiorenti:
la rosa del niente, la
rosa di nessuno.
Con
lo stilo chiaro d’anima,
il filo di polvere deserto di cielo,
la rossa corona
della parola porpora che cantammo
sopra, o sopra
la spina.
( … da dove viene questa misteriosa Niemandsrose…. forse è un lontano saluto a Rilke il cui epitafio dice : Rose, o reiner Widerspruch, Lust niemandes Schlaf zu sein unter so vielen Lidern…)
@db
Eppure a me sembra molto tirato.
Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
niemand bespricht unsern Staub.
Niemand.
tu traduci:
Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
nessuno scongiura la nostra polvere.
Nessuno.
Dallo scongiuro al riscatto vedo parecchia strada da fare. Perchè è vero che il tuo “ragionamento” tiene, ma come c’è un’autonomia (un po’ temibile) dell’interpetazione, c’è anche una tenuta complessiva del testo che è discorsiva (spero di essere chiara perché ammetto di non avere un lessico specialistico a cui far ricorso). I due primi versi sono compatti e il secondo riprende e rafforza il primo, nella tua versione ci sarebbe una divaricazione del senso.
Non so, sono perplessa.
Se “nessuno ci plasma più” la negazione è rivolta a un gesto positivo, e allora anche il secondo verso, per come è costruito, dovrebbe negare una positività.
Continuo a non vedere il passaggio dallo scongiuro al riscatto. O meglio, lo vedo nel tuo commento ai versi, ma non lo ritrovo di fronte al testo.
Grimm 5) besprechen, mit feierlichen worten, incantare.
Poi rimanda a verprechen, zaubern, e potresti aver ragione, ma nel senso del miracolo della creazione, e in questo caso avrebbe ragione Bevilacqua e torto tutti gli altri. Anche in questo caso sarebbe interessante chiedergli se la strada è stata questa.
Vedo adesso il commento di @ Raos sull’eleganza della versione di Reitani, anche la mia osservazione sui germanisti va in quel senso.
@db
Il toscano ha perso. A favore della lingua delle grandi case editrici, nordiche quasi tutte:-) Anche di questo si deve tener conto. A meno che non si scriva in falso antico.
@ cato (se torna)
“sappi, comunque, che, per me, “tra-durre” e “tra-dire”, sono sinonimi (o quasi).”
Non dirmi questo!!!
@per Cato
“… Molti (poeti moderni) – non tutti, non i più integri – si sono creduti autorizzati a libertà che hanno giustificato con le “leggi” del dialogo fra i poeti, “leggi” che li dispensavano dai doveri ordinari dei traduttori. Ne sono risultate (…) traduzioni che non sono in fondo che “ricreazioni” libere. Si tratta di forme ipertestuali poetiche, che non si ha diritto di confondere con delle traduzioni. Poiché, come Voltaire o Vialatte, esse trascurano il *contratto* fondamentale che lega una traduzione al suo originale. Questo contratto – certo draconiano – interdice *ogni superamento della tessitura dell’originale*. Esso stipula che la creatività richiesta dalla traduzione deve mettersi per intero al servizio della ri-scrittura dell’originale nell’altra lingua, e mai produrre una sovra-traduzione determinata dalla poetica personale del traducente. E’ tutta la differenza tra Shakespeare tradotto da Jouve e Shakespearee tradotto da Leyris o Bonnefoy. Nel primo caso si ha l’arbitrio capriccioso di un poeta che si annette tutto ciò che tocca; nel secondo, l’obiettivo poetico è legato all’obiettivo etico della traduzione: portare sulle rive della lingua traducente l’opera straniera nella sua pura estraneità, sacrificando deliberatamente la “poetica”propria. ”
E dice ancora:
“… ponendo l’atto di tradurre come una captazione di senso, qualcosa viene a negare l’evidenza e la legittimità di questa operazione: l’aderenza ostinata del senso alla sua lettera. Circostanza che i traduttori, gli autori e i lettori hanno sempre avvertito. Questa operazione conquistatrice ed esaltante, questa dimostrazione dell’unità delle lingue e dello spirito, è macchiata da un sentimento di violenza, di insufficienza, di tradimento. Steiner parla a buon diritto della tristezza che accompagna da sempre l’atto di tradurre. Anzi: in questa esperienza vi è una *sofferenza*. Non solo quella del traduttore. Anche quella del testo tradotto. Quella del senso privato della sua lettera. La traduzione se la prende con la loro intimità. Jacques Derrida lo ha spiegato in modo superbo:
‘Un corpo verbale non si lascia tradurre o trasportare in un’altra lingua. E’ proprio quello che la traduzione lascia cadere. Lasciar cadere il corpo, è questa l’energia essenziale della traduzione…’ ”
:–)))
da Antoine Berman, La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza, Quodlibet, 2003, pp.34-5
Affrettatissima e sbagliata la mia conclusione: se il miracolo non lo fa dio, non è detto infatti che lo facciano gli uomini. Dio non esiste, dio è Nessuno, ma intanto è per/contro lui che ci muoviamo (dynamis). Mi viene in mente il discorso di Socrate sull’amore come mancanza, poros e penia, ossia povertà estrema ed espediente (ironico in quanto tale). Comunque
a) siamo polvere
b) vogliamo fiorire
qui il miracolo è il passaggio dal regno minerale al regno vegetale. Il “vogliamo” indica la direzione, l’intenzione, ma:
c) siamo un nulla
e da noi nulli non possiamo cavare qualcosa/rosa. eppure
d) la rosa c’è, esiste
La domanda ora è duplice: chi l’ha fatta? di cosa è fatta?
Viene utile il rimando alle 4 cause di Aristotele: la prima domanda riguarda le cause agente e finale (per quale motivo e a quale scopo?), la seconda le cause materiale e formale.
Non l’ha fatta dio, non l’hanno fatta gli uomini nulli: ergo, non l’ha fatta nessuno. E’ la rosa di nessuno (Niemands è genitivo di specificazione soggettivo: la rosa di nessuno, sua di nessuno)
di cosa/come è fatta? di nulla (complemento di materia: Nichts può essere genitivo ma anche nominativo, come in Purpurwort, la faccenda non cambia). Rosa di nulla, come c’è la rosa di latta. Se traduco La rosa del nulla, torno invece al compl. di specificazione, come La rosa del deserto (ma io dico La parola di porpora, non della porpora). Traducendo La rosa di nulla e di nessuno, velocizzo come nel testo tedesco ed enfatizzo meno. Bevilacqua e Reitani pompano alla grande con “del nulla”, con la ripetizione di “rosa” e con le maiuscole Nulla e Nessuno (errore palese, quest’ultimo). “nulla e nessuno potrà fermarmi”…
Spirito pienamente bermaniano:-))
Che io sia d’accordo o meno sul risultato, sono pienamente d’accordo con questo modo di porsi di fronte al tradurre.
parole sante, temp, e quasi tue!
la rosa del Nulla a me mi ricorda la regina delle Tenebre…
non ho difficoltà a barattare nulla con niente, a patto che questo “niente” sia la parola magica che farà tornare Helena.
Facendomi forte del vecchio Humboldt che dice: “…una traduzione è tanto più deviante quanto più faticosamente tenta di essere fedele”, ci ho provato anch’io
Nessuno più ci plasma con terra e limo
Nessuno chiama la nostra polvere.
Nessuno.
Sia lode a te, Nessuno.
Per amor tuo
fioriremo.
Incontro
a te.
Niente
eravamo, siamo.
resteremo, fiorendo:
la rosa-niente, la
rosa di nessuno.
Con
chiaro stilo d’anima
con desolato filamento di cielo,
rossa la corona
per la parola purpurea che cantammo
sopra, oh sopra
la spina.
Die Menschen = die Niemandsrose
i.e. ein Oxymoron
S. Rete da Cascia mi ha insufflato questo:
La preghiera delle “18 benedizioni” è divisa in 3 parti. La prima comprende 3 benedizioni di esaltazione (ricordo del merito dei Patriarchi; prodigi divini e resurrezione dei morti; proclamazione della regalità divina); dalla 4a alla 16a seguono una serie di richieste collettive: il perdono e la misericordia per i giusti, la fine delle sofferenze e la redenzione, la salute, la pioggia e la rugiada, la ricostruzione di Gerusalemme e il ritorno del regno di David; le ultime tre benedizioni sono di ringraziamento finale, ed esprimono la speranza nel ritorno divino a Sion. Le “18 benedizioni” si recitano in ognuna delle 3 preghiere quotidiane, in piedi, in silenzio, a piedi uniti, “con gli occhi aperti rivolti verso la terra e con il cuore rivolto al cielo”. Durante la recitazione personale e silenziosa, prima della 17a benedizione, il fedele ha l’occasione per inserire nella preghiera le sue richieste personali e i suoi desideri di colloquio diretto con il divino. La 1a in tedesco suona: Gelobt seist du, Ewiger, unser Gott und Gott unserer Väter, Gott Abrahams, Gott Isaaks und Gott Jakobs, großer starker und furchtbarer Gott, der du beglückende Wohltaten erweisest und Eigner des Alls bist, der du der Frömmigkeit der Väter gedenkst und einen Erlöser bringst ihren Kindeskindern um deines Namens willen in Liebe. König, Helfer, Retter und Schild! Gelobt seist du, Ewiger, Schild Abrahams! Le rimanenti tutte chiudono con Gelobt seist du ecc. La lezione rispecchia quella di Lutero, Salmi 119, 12 (che riprende il Davide di 1 Cronache 29, 10).
@ db
Pass mal auf!
Le preghiere di Santa Rita funzionano, cioè sono ascoltate visto che arrivò a pregare Dio per la morte dei figli, piuttosto che saperli macchiati del sangue fraterno: entrambi morirono di malattia in giovane età, a meno di un anno di distanza dalla morte del padre.
S. Rete mi ha insufflato che il suo amichetto d’Assisi è stato tradotto in tedesco: Gelobt seist, Herr. Poi che in Lutero
Gn 2, 7 Da machte Gott der HERR den Menschen aus Erde vom Acker (terra di campo)
Gn 3, 19 bis du wieder zu Erde werdest, davon du genommen bist. Denn du bist Erde und sollst zu Erde werden (la nostra pulvis)
Lehm compare solo in Giobbe 10, 9: Gedenke doch, daß du mich aus Lehm gemacht hast; und wirst mich wieder zu Erde machen? Pensa però che mi hai fatto di argilla: e mi ritrasformerai in terra?
C. ha presente dunque lessicalmente il libro di Giobbe. Lutero ha invece Staub/polvere solo in Ezechiele (e in Isaia, dove ha significato di cenere).
Io so che i tedeschi chiamano l’argilla comune Lehm (per terrecotte, mattoni e tegole), e Ton l’argilla fine/creta per la ceramica. Ma mai limo, fango ecc.
Infine mi ha chiesto una prestazione (andare a parlare con la cavalla di Mastrolindo Ferretti, “che poi ci pensa lei”): avendo letto le cose di myfly, mi sono irrigidito, e non ha più soffiato.
Insomma, il v. 4 è ironico/sarcastico/beffardo/blasfemo: una pro-vocazione, come da amante deluso davanti alla porta chiusa dell’amante (alla Caproni?). Lodata sia tu, gran figa, grazie tante di non avermi aperto ecc. Insomma un doppio legame di amore/odio. Perciò insisto su “Per te”/”Contro te”.
“La rosa-niente, la rosa di nessuno”: mollo la mia e prendo la temp.
@db
Giusto.
Giusto anche che *lehm* viene da lutum e che *limo* viene invece da limus.
Ma se cerchi *lehm* nel Palazzi Folena (ebbene sì!) troverai che *lehm* vuol dire limo glaciale. E così mi sono sentita autorizzata:–)
Non bisogna solo ereditare, bisogna anche produrre, (doppio :–))
E poi, più banalmente, Battaglia 2. Limo. Materia terrosa con la quale, secondo il linguaggio immaginoso e antropomorfico della Bibbia, Dio formò il corpo del primo uomo insufflandovi poi lo spirito vitale; ecc. con le sue citazioni al seguito, da Giamboni a Fogazzaro, passando per Dante.
@ db
“Lehm compare solo in Giobbe 10, 9: Gedenke doch, daß du mich aus Lehm gemacht hast; und wirst mich wieder zu Erde machen?”
Forse allora, se è Giobbe, hai fatto bingo, lascia stare che originariamente siano in semi-opposizione, è secondario, le connessioni poetiche non sono fatte di pura filologia e razionalità.
Giobbe, il gran bestemmiatore!
rosa-niente dunque: niente, ossia meno di polvere; e rosa, ossia più di polvere (perché ha vita, vegetale). un niente-qualcosa? Tenendo la coppia materia/forma, si potrebbe dire una rosa senza materia. O tenendo la coppia sostanza/accidenti, una rosa senza sostanza. forma pura, puro accidente – quanto basta per descriverla, come fa C. nell’ultima strofa. Dove è da rendere onore a Vera Blau, che ha notato il persistere dello Staub/polvere nello Staubfaden/filamento.
La strofa più densa, “intraducibile” di tutte: meglio lasciarla per domani, no?
Vi passo un appunto di C. indirizzato a db (a questo punto credo possa interessare anche tutti gli altri, in particolare modo Temperanza).
@ db
* Prova a consultare il saggio “Ledig allen Gebets” di Franco Camera (in particolare il paragrafo 5, “Il “Salmo” di lode e la preghiera di Dio”), in AA.VV., Preghiera e Filosofia, a cura di Giovanni Moretto, Brescia, Editrice Morcelliana, 1991. Il saggio contiene anche numerosissimi riferimenti bibliografici di grande valore.
** In “The German Quarterly”, 43, 1970, si può leggere un saggio fondamentale, a opera di W.H. Rey (citatissimo da studiosi e traduttori) sul concetto di “nulla” in Celan.
*** “Poetica”, 3, 1970, contiene un bellissimo saggio di J. Schulze, “Mystische Motive in Paul Celans Gedichte”, tutto dedicato al simbolo della rosa nella lirica celaniana.
**** I testi di “Die Niemandsrose” furono composti tra il 1959 e 1963, anni in cui cade l’incontro e la vicinanza con la persona e l’opera di Nelly Sachs. L’incontro non è di poco conto, visto che porta entrambi i poeti a rivedere alcuni loro testi alla luce delle reciproche suggestioni. Alcune poesie della Sachs di quegli anni contengono più o meno velati riferimenti alla “Nichtsrose” celaniana.
Saluti
Da “Fahrt ins Staublose”, 1961, di Nelly Sachs
Wer
von der Erde kommt
Mond zu berühren
oder
anderes Himmelsmineral das blüht –
angeschossen
von Erinnerung
wird er hoch springen
vom explodierenden Sehnsuchtsstoff
denn
aus bemalter Erdennacht
aufgeflügelt sind seine Gebete
aus täglichen Vernichtungen
suchend die inneren Augenstraßen.
No one moulds us again out of earth and clay,
no one conjures our dust.
No one.
Praised be your name, no one.
For your sake
we shall flower.
Towards
you,
A nothing
we were, are, shall
remain, flowering:
the nothing-, the
no one’s rose.
With
our pistil soul-bright,
with our stamen heaven-ravaged,
our corolla red
with the crimson word which we sang
over, O over
the thorn.
(trasl. by M. Hamburger)
a me mgd mi tolse le parole di bocca.
dunque le ri-badisco e ri-propongo:
“Come se Celan si riappropiasse della realtà semplice, attraverso la negazione delle superflue costruzioni, e Heidegger toccasse verità per sottrazione metafisica e ontologica del già noto, della sua storia. in comune c’è il flatus mistico(filamento di cielo deserto) e anche la devozione alla parola( purpurea). Altra analogia è l’aspetto catartico della tabula rasa esistenziale. Pero’ dovrei leggere meglio…. “
come mai nessuno ha pensato a tradurre Krone con corolla invece che corona, dato il riferimento a parti del fiore dei due versi precedenti? E’ vero che sia Griffel sia Staubfaden, oltre ad essere definizioni botaniche hanno altri significati, ma se si sceglie il dignificato botanico allora lo si dovrebbe scegliere anche per Krone.
non so.
stando alle traduzioni che avete fornito, mi sembra ci sia un rapporto ermetico (nel senso di volutamente chiuso, o forse dischiuso) tra le parole che compongono i versi di Psalm.
immagino che questa sensazione sia ovvia.
tuttavia alcune delle traduzioni che si leggono sopra (non conosco il tedesco) è come se cercassero, magari senza volerlo, di scioglierne pienamente il senso, di dipanarlo: già che devo tradurla, questa poesia, tanto vale che te la spieghi.
non so voi, ma per me la sfida principale che deve affrontare la poesia è quella che gli dichiara il senso.
il senso che è nel lettore, che il lettore istintivamente cerca, ma che l’autore contemporaneo più o meno regolarmente elude, o comunque non soddisfa mai pienamente e fino in fondo: la poesia contemporanea ha paura del senso, cioè ha paura di sciogliersi nel senso se questo diventa intelligibile.
tuttavia il traduttore talvolta si comporta da lettore, cercando ed ottenendo, un surplus di senso che magari nell’originale non c’è.
in questo modo, talvolta, scopre le carte del testo originale, ne svela i trucchi, le reticenze, i sotterfugi.
lo sbugiarda, talvolta lo uccide: ma un testo che si fa sciogliere in traduzione è già morto nell’originale.
credo.
Bellissima traduzione. Sempre su Paul Celan segnalo indegnamente la mia tesi di laurea (disponibile qui http://www.asterione.org/monografie.php?id=9 e una personalissima e discutibile lettura del ciclo Atemkristall (è presente pure l’intero ciclo)
http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2006/06/paul_celan_atem.html)
E l’ultimo capitolo del libro di Salvatore Tedesco, disponibile qui:
http://www.unipa.it/~estetica/download/Tedesco_IMELS.pdf
Grazie per aver condiviso questa traduzione.
Bellissima traduzione. Sempre su Paul Celan segnalo indegnamente la mia tesi di laurea (c’è pure una personalissima lettura del ciclo Atemkristall (è presente pure l’intero ciclo tradotto da Bevilacqua)
E l’ultimo capitolo del libro di Salvatore Tedesco, disponibile qui:
Grazie per aver condiviso questa traduzione.
@Marlene
Giusto. E: corollario: che casino…
@Temperanza
Soluzione sereniana, ma poco irenica?:
die Nichts-, die
Niemandsrose
la rosa nulla
nessuno
@ marlene
già, è evidente che è corolla (e così l’ho tradotto da subito). Poi vedi svariate traduzioni, e tutti traducono corona, e tu ti senti un pirla. Ma siccome la c’è, la verità:
corona, in botanica è il giro superiore di rami in un albero. Krone ha anche l’accezione di corolla, ergo: (per fortuna ieri notte ho pescato la tr. di Bigmac Hamburger, che riporta corolla e mi consola: come del resto te)
Uhm, a me sembra evidente che in Celan i due sensi (corolla e corona) coesistono, e che quindi il traduttore italiano sia in qualche modo obbligato a scegliere.
Più in generale: ragazzi, state parlando di una delle poesie più famose (e commentate) del Novecento. Mi sembra come minimo imprudente dare per scontato che i traduttori “non ci abbiano pensato”.
@ andrea. è la prudenza che ti fa sentire un pirla: siccome tutti dicono corona, e ci hanno pensato (se fossero solo sbadati, tu ti sentiresti un dio).
Ma: questa rosa-niente è pur qualcosa, e si lascia descrivere nei suoi accidenti (estetica appunto, che ha a che fare con l’apparenza sensibile, su fondamento nullo). Difatti l’ultima strofa attacca con Mit, staccato dal resto e reggitore degli accidenti descritti. Addirittura io l’ho tagliato, come quando si descrive: “un uomo strano: i capelli radi, due cicatrici”, senza dire: coi capelli ecc. Come ha notato Marlene, alcuni sostantivi adottati hanno più sensi (sarà da vedere). L’ultimo no: è la spina della rosa (e NB pure i tedeschi dicono: non c’è rosa senza spina). Insomma, se è un elenco di attributi (e cos’altro sarebbe?), il senso maior sarà quello botanico: in italiano magari così perderai altre sfumature, ma l’impianto regge. Se invece accanto a a stilo/stigma, stame e spina metti corona, beh, è una balordaggine. o no?
Ya nadie nos moldea con tierra y con arcilla,
ya nadie con su hálito despierta nuestro polvo.
Nadie.
Alabado seas, Nadie.
Queremos por tu amor
florecer
contra
ti.
Una nada
fuimos, somos, seremos,
floreciendo:
rosa de
nada, de nadie.
Con
el pistilo almalúcido,
cielo desierto el estambre,
la corola roja
de la palabra purpúrea que cantamos
sobre, o sobre
la espina.
Versión de José Ángel Valente
a db
Capisco il tuo punto di vista, ma il problema è che non credo che “corona” sia una semplice sfumatura di senso rispetto a “corolla”.
Questo Krone a me sembra fungere da vera e propria cerniera fra la prima metà della strofe e la seconda (esattamente tre versi da una parte e tre dall’altra). Sicché la parola si trova in una posizione ambivalente, in cui significa “corolla” rispetto ai primi tre versi e “corona” rispetto agli ultimi tre - dove mi sembra innegabile che predomini l’immagine della “corona di spine”:
Mit
dem Griffel seelenhell,
dem Staubfaden himmelswüst,
der Krone rot
vom Purpurwort, das wir sangen
über, o über
dem Dorn.
E in questi casi al traduttore tocca arrangiarsi. È un problema che conosco bene, perché si tratta un procedimento molto comune nella poesia giapponese classica (mentre è ovviamente un tratto di “modernità” in Celan, per cui sia ben chiaro che non sto facendo paralleli di alcun genere - né so cosa sapesse Celan di poesia giapponese).
Per tradurre questo tipo di parole-cerniera diverse strade sono percorribili; la tua e di Hamburger (seguita anche dal traduttore spagnolo, a quanto vedo) è senz’altro una delle due o tre più accettabili.
Ma è bellissimo!!!! Si sta lontani dal computer per due giorni e mezzo e ci sono 82 commenti a Salmo! Versioni in quattro lingue, traduzioni e ritraduzioni….
La versione di Temperanza mi pare poi davvero riuscita: bella e fedele. E in genere mi trovo d’accordo con quel che scrive nei commenti.
Provo ora a dire la mia su alcuni punti.
Corona/corolla: sono d’accordo con Andrea: bisogna scegliere, perdere un pezzo di senso, o così o cosà.
Niente/nulla: nella mia scelta non conta il fatto, da solo, che “niente” suoni più basso e colloquiale per buona parte degli italiani contemporanei, toscani e umbri esclusi (approssimativamente). Conta soprattutto il desiderio di togliere quel termine da una precomprensione di matrice filosofica (accentuata dalla maiuscola, per chi la usa). Che non significa ritenere “sbagliate” le letture di matrice heideggeriana, Gadamer e altri, ma dire: va bene, voi l’avete letto così, ve ne siete appropriato dal vostro punto di vista, è legittimo, ma adesso io sento il bisogno di strappare il testo a quella codificazione.
Wollen wir bluehen: vedo che sono d’accordo con Temperanza e col grande Michael Hamburger nel non tradurre quel “wollen” con “volere”.
Mi pare che il valore di quel “wollen” è in effetti simile al “shall/will” inglese: come in una frase rivolta al futuro vicinissimo sullo stile di “wollen wir die Hausaufgaben machen?” che tradurrei con “Ci mettiamo a fare i compiti?” “Vogliamo fiorire”, in italiano, intende una volontà forte e attiva che secondo me in tedesco non è presente. (Temp, se riesci a spiegare meglio, sarò grata e ammirata).
Entgegen: sono contaria a “contro”, perché nelle frasi di moto (ich komme, laufe, gehe dir entgegen ecc.) “entgegen” è sempre “incontro”. E’ anche il contesto che circoscrive il senso di un termine…
Alla prossima e grazie a tutti!
ho incontrato Treccani per strada… e così, dopo aver sciacquato i panni in Lambro su invito di temp, mi sono tuffato nella botanica. Con risultati inequivocabili.
Griffel è lo stilo che sorregge lo stigma/Narbe, a formare il pistillo/Stempel.
Staubfaden è il filamento compreso nello stame/Staubblatt.
Quindi, se vogliamo essere seri, dobbiamo tradurre stilo e filamento, come Helena e Reitani.
Dai primi due attributi della rosa, capiamo che la descrizione è scientifica, precisa fino all’acribia: non pistillo e stame, ma parti precise di esse.
Poi arriva la corolla, che in tedesco si può dire Korolle o Krone. Scrivendo Krone, C si può riservare altri rimandi metaforici (la corona di spine - ma qui è il contrario, la corolla rossa è la parola poetica oltre la spina / la corona come pecunia ecc.), MA sulla base del riferimento empirico alla parte del fiore. Se cade questo, cade tutto e la strofa, da descrizione esatta come vuole essere innanzitutto, diventa un minestrone. E perciò, fino a prova contraria, corolla è l’unica versione giusta.
Ninguém nos molda de novo com terra e barro,
ninguém evoca o nosso pó.
Ninguém.
Louvado sejas, Ninguém.
Por ti queremos
florescer.
Ao teu
encontro.
Um nada
éramos nós, somos, continuaremos
sendo, florescendo:
a rosa-de-nada, a
rosa-de-ninguém.
Com
o estilete claralma,
o estame alto-céu,
a coroa rubra
da palavra púrpura, que cantamos
sobre, oh, sobre
o espinho.
Tradução de Claudia Cavalcanti
Adesso che vi siete sfogati, posso operare un leggero contropelo?
Io cercavo un audiofile se potevo mettere su un audiofile di Celan che legge “Psalm”, ma ora mi sorge il desiderio- ammetto un po’ frivolo- di sentirlo con la voce di Cesaria Evora..
bisognerebbe trovare qualcuno capace di rimissare, senza sovrapporle ma alternandole, o lasciandole interagire e sfumare le une nelle altre, le parti strumentali di “Sodade”, per i versi lunghi, più volte ripetuti, con quelle, più cadenzate e struggenti, di “Miss Perfumado”
Sono stata fuori tutto il giorno e anche adesso ho solo cinque minuti.
@helena, grazie, e domani cerco di motivare.
Per ora solo una cosa su *corona*:
il Battaglia dà per *corona* - oltre a un ventaglio semantico amplissimo -
*corolla dei fiori*, dunque l’obiezione botanica cade:–)
Salmo
Nessuno ci plasmerà più di terra e fango,
nessuno scongiura la nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno.
Per amor tuo
fioriremo.
Incontro
a te.
Un niente
eravamo, siamo,
resteremo, fiorendo:
la rosa di Niente,
la rosa di Nessuno.
Con
lo stilo chiaro d’anima,
il filamento scevro di cielo,
la corolla rossa
per la purpurea parola che cantammo
sopra, oh sopra
la spina.
vai, temp! il 3cani è ancora più preciso: corona è la parte della corolla che pende dalle fauci (sic!). Se vai nei dizionari “normali”, quest’accezione però non c’è (mentre c’è filamento, stilo). Ora, il lettore tedesco legge Krone e pensa subito alla corolla: solo forse in seconda battuta alla corona in senso nostro normale.
Purtroppo in questa strofa i termini hanno una complessità semantica che non si può rendere in italiano:
Griffel è anche il lapis, e quando vedi un Griffel hell, pensi anche alla matita chiara
Staubfaden-filamento in seconda istanza si può collegare al filo di cenere, ai grafemi tracciati con la matita
Krone-corolla in seconda istanza fa pensare alla corona, in terza alla corona di spine ecc. (mi sono sciroppato un mattone in rete sul rapporto Sachs-Celan: pare che nel contesto la rosa sia quella cristiana, che sorge dalla croce, quella dei rosacroce insomma - per dire l’interpretazione infinita!)
Ma cosa diresti se uno traducesse:
la matita chiara d’anima
il filamento bla bla
la corona rossa?
Bisogna scegliere, ma non tra equipollenti: si deve scegliere il senso primario, quello che supporta tutto, nella descrizione di una rosa (non di una croce)
La descrizione va a cascata e in parallelo
STILO ………… lapis
FILAMENTO grafema
COROLLA ….. parola
a legare corolla a parola è rosso-porpora
il passaggio dal rosso alla porpora è passaggio dal minerale/vegetale all’animale, poiché la porpora si ricava dai molluschi
la descrizione della rosa è quindi in controluce la descrizione della scrittura/parola/canto, in una parola del poetare. La rosa-niente è la poesia.
una poesia che si canta sopra la spina, oltre il dolore, ma anche una poesia che canta il dolore (über compl. di argomento, sopra una conchiglia fossile)
@ db
Finalmente: grande, sublime metafora della poesia che solo in quanto polvere, e destinata alla polvere, può rifiorire dalla polvere e darle voce: contro il suo stesso destino di polvere.
(niente più che una mia idea, sia ben chiaro: senza nessun’altra pretesa che dirsi in quanto idea)
Non ho potuto seguire Cato nella bibliografia, ma nel contestualizzare il Salmo sì. Sta nella prima della 4 sezioni di cui si compone Die Niemandsrose, uscito nel ‘63.
La poesia di apertura è l’altra faccia del Salmo: “C’era terra in loro, e scavavano… E non lodavano Dio che, così udirono, voleva tutto ciò… Scavarono e non udirono più niente… non inventarono un solo canto… Oh uno, oh nullo, oh nessuno, oh tu: dove si andava se non si andava da nessuna parte?”
La quarta poesia narra l’incontro di C con la Sachs a Zurigo (estate ‘60): “Parlammo… di ciò che è ebreo, del tuo dio… Si discusse del tuo dio, io parlai contro lui, lasciai sperare il cuore che avevo: nella sua parola estrema, rissosa e rantolante.” (in un appunto registra l’incontro: “replico dicendo che io spero di poter bestemmiare fino all’ultimo”).
La quattordicesima è Salmo.
Una poesia della seconda sezione attacca: “Voi coltelli del mio silenzio, taglienti di preghiera e bestemmia e preghiera.”
Insomma, il salmo è un fiorire per e contro Nessuno (è preghiera e bestemmia).
Celan è un Giobbe senza Dio e senza teodicea.
Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
nessuno scongiura la nostra polvere.
Nessuno.
Lodato tu sia, Nessuno.
Per te noi vogliamo
fiorire.
Contro
te.
Un niente
eravamo, siamo e
resteremo, fiorendo:
la rosa di niente e
di nessuno.
Lo stilo chiaro d’anima,
il filamento grigio da cielo desolato,
rossa la corolla
della parola purpurea che cantammo
sopra la spina,
oltre.
Eccomi qua, dir entgegen @db, eh eh, anche nel senso da te indicato:-))
La tua lettura è affascinante, e al suo interno il richiamo al “lettore tedesco (che) legge Krone e pensa subito alla corolla” lo accetterei con slancio, anche in onore al senso comune, e all’uomo comune, che stiamo abbandonando, ma che Celan, nonostante la sua oscurità non abbandona affatto, ma comprende e iscrive, come nudo essere umano nella sua poesia.
C’è però un’obiezione: tutto il tuo ragionamento terrebbe se questa poesia fosse l’unica che Celan ha scritto, chiusa in sé e perfettamente autonoma, simbolicamente autoreferenziale. In questo caso l’immagine botanica, il prevalere della rosa come simbolo della poesia, mi convincerebbe. Ma la poesia è in colloquio con tutte le altre, e non solo con quelle che citi tu (giustamente). Qua ci vorrebbe forse padre Pozzi.
Leggerla così come tu fai rischia di ridurla, a mio avviso di non specialista, a un semplice congegno simbolico, o meglio, perché *semplice*, vista l’acutezza della tua lettura è improprio, a un congegno barocco. O anche a un rebus, impoverendola. Io temo.
Se io leggo questa poesia di Celan in rapporto alle altre non posso dimenticare le suggestioni e le simbologie cristologiche, tu le escludi, ma io non me la sento.
v. Tenebrae, vv 14/ 15:
Es war Blut, es war,
was du vergossen, Herr
(Era sangue, era
ciò che hai versato, Signore)
E anche “Stille”
Stille! Io treibe den Dorn in dein Herz
denn di Rose, die Rose
steht mit den Schatten im Spiegel, sie blutet
(Silenzio! Io pianto la spina nel tuo cuore,
poiché la rosa, la rosa
sta con le ombre nello specchio, e sanguina!)
e i riferimenti alla poesia religiosa tedesca, non ebraica, anche se biblica:
v. Die feste Burg (La salda rocca)
e vedi anche, magari, per far colloquiare la scelta italiana di *corona* con tutto il corpus, la poesia “Corona”.
Dunque se la scelta è *corolla*, cade il rigerimento alla *corona di spine* che per esempio Bevilacqua (non so gli altri traduttori) richiama esplicitamente nel suo commento (pag. LXXIV), e al sangue legato, via *corona* alla spina e alle spine, non visibili qui, ma presenti nel corpus.
@ Helena
Sul *wollen wir* sono d’accordo con te, per questo anch’io ho tradotto con il futuro. Wollen, in una poesia dove il Nichts è centrale, non mi convince, il wollen come atto di volontà lo sento improprio, mentre il wollen nella sua accezione di futuro no.
@Lilia
Grazie; Del suo rapporto, e del rapporto della sua poesia con quella della Sachs so, mi hanno incuriosito le altre indicazioni, chissà se sono utili per questo caso.
Sono stata forse un po’ troppo rapida e sintetica, ma devo prendere un treno.
Solo un’ultima cosa. Per chi non lo sapesse o non lo avesse ricordo che la corrispondenza Celan-Sachs è stata pubblicata qui da noi dal Melangolo qualche anno fa (parecchi?) purtroppo non lo trovo e non posso darvi indicazioni più precise, ma la rete lo sa di certo.
”
…
Il giorno del giudizio era arrivato, e per escogitare la peggiore delle infamie, la croce fu inchiodata al Cristo.
Sotterra il fiore e su questa tomba deponi l’uomo.
… ”
da “Controluce” , in Paul Celan, La verità della poesia, Einaudi, 1993
@ Temperanza
Grazie a lei, anche perché vedo che arriva alle stesse conclusioni che si potevano intravvedere in una osservazione di Cato di qualche giorno fa:
“…il lavoro di assemblaggio operato da Celan nella compilazione e nella cura delle sue raccolte segue una logica profonda, che rappresenta un ulteriore elemento caratterizzante il disegno complessivo dei suoi testi; niente avviene a caso, a partire dalla successione delle liriche, fino ai continui e sotterranei rimandi e collegamenti a/con testi di altre raccolte. Qui si aprirebbe un capitolo ancora più sorprendente, per certi versi, e forse è meglio soprassedere: voglio solo dire che l’autore semina tracce e indizi, affinché il lettore ne segua il sentiero, nella consapevolezza della silenziosa cancellazione che di essi avviene già al loro primo