di Roberto Saviano
William Langewiesche è uno scrittore capace di mettere le mani nel budello della realtà. Polpastrelli nel sangue dei fatti, dita nella vescica del vero. Il primo libro pubblicato in Italia uscì per Arcana Lo schianto dell’EgyptAir 990 nel 2002 tradotto da Stefania Cherchi. Non ebbe grande successo, eppure è un lavoro fondamentale. Il racconto dell’inabissamento nell’ottobre del 1999 di un aereo decollato dall’aeroporto Kennedy di New York e diretto al Cairo in Egitto con 217 persone a bordo. Langewiesche, ex pilota professionista, indaga, raccoglie, ascolta le voci, le indagini, le carte meccaniche dei periti, per comprendere come quell’EgiptAir sia potuto inabissarsi d’improvviso. Il libro centra l’attenzione sul pilota in seconda Gameel al Batouti che approfittando dell’assenza momentanea del pilota in prima disattiva il pilota automatico e mentre recita sure coraniche inabissa l’aereo. Letto oggi dopo la caduta delle torri gemelle sembra di assistere ad una ouverture di quello che sarebbe accaduto l’11 settembre. Una sorta di prove generali. Pare quasi che l’autore abbia redatto il suo libro intuendo sarebbe accaduto qualcosa per cui quel suo lavoro sarebbe diventato necessario, come un cacciavite o una lente, per decrittare il fenomeno futuro. Lo schianto dell’EgyptAir 990 non ha una scrittura da thriller realistico. Non interessa a Langewiesche creare momenti di curiosità o celare soluzioni nel finale. Un incidente del genere diventa nella sua scrittura un laboratorio raro per tracciare le conflittualità tra mondo islamico ed occidente americano. Emerge infatti un conflitto culturale tra la National Transportation Safety Board (NTSB) incaricata dagli USA di far luce sul fatto ed i detective egiziani. L’NTSB trova le prove che Batouti si era suicidato mentre i detective egiziani ricevono ordine dal presidente Mubarak di non pronunciare mai la parola suicidio e di trovare assolutamente cause tecniche all’inabissamento dell’aereo. I primi sanno che dal vero possono trarre vantaggio, i secondi credono che dal vero v’è solo da subire danno. L’indagine quindi non è più solo intorno ad un aereo ed un misterioso comportamento di un pilota, ma su come USA ed Egitto, come due mondi, osservano e cercano di scovare, provare la verità di un fatto o come tentano di mutarla, nasconderla, trasformarla. Langewiesche potrebbe ricordare Capote. Il Truman Capote di “A sangue freddo”. Ma la scrittura di quest’ultimo è chirurgica, Langewiesche invece non ha necessità di raggelare la sua prosa. Non vuole essere uno specchio in cui viene riflesso il mondo che decide di osservare senza la telecamera a spalla. I suoi scritti non sono reportage narrativi quanto piuttosto tendono ad una narrazione reportage. Non v’è un plusvalore di qualità ad un impianto giornalistico ma un rimodellamento della verità spurgata da tutti quei dati che affollano i video, passano dalle bocche dei cronisti, annebbiano lo sguardo di chi è costretto alla conoscenza attraverso la mediazione nel nostro tempo. Per Langewiesche l’unica forma di oggettività possibile è il racconto della realtà, non la sua cronaca. L’oggettività non è più universalismo, ma racconto d’un punto di vista, racconto tanto più oggettivo quanto passa attraverso gli occhi di un uomo che dichiara la sua parzialità; parzialità assai più preziosa della menzognera imparzialità delle notizie giornalistiche che orientano, condizionano, celano, mostrando un’impossibile asetticità ed un falso rigore. In American Ground (Adelphi 2003, traduzione di Roberto Serrai, pag. 255, 19 Euro.) il talento di William Langewiesche si articola in tutta la sua forza. Qui non si tratta di un reportage narrativo. Né di una costruzione realistica argomentata con il grimaldello della fiction, assumendone i ritmi e le scorrevolezze. La narrazione si fa reportage. Le storie divengono corteccia e fusto del racconto: una connessione di elementi che altrimenti verrebbero dispersi e che attraverso la sua voce, la sua sensazione, la sua analisi, vengono invece accorpati e posti in relazioni. Questa è la scrittura che intellige il vero in Langewiesche. Unico giornalista ammesso a Ground Zero, ha ottenuto l’autorizzazione a condizione che non scrivesse niente durante i lavori. Ha osservato e poi descritto con una chiarezza stilistica unica. Le prime parole di American Ground, l’attacco, l’esordio del libro, già mostrano le sue intenzioni. Le Torri Gemelle del World Trade Center sono crollate l’11 settembre 2001. Quel mattino il cielo era sereno e la temperatura mite. Gli abitanti dei diversi quartieri di New York hanno avvertito il fragore del crollo, a seconda dei casi, come un ruggito, un brontolio, o un tuono in lontananza. Langewische in American Ground è consapevole che le immagini dell’implosione sono marchiate sulle iridi di tutti i suoi lettori, non vuole descrivere il visibile. Ma vuole condividere le macerie o meglio il cumulo, come lo scrittore definisce la montagna di detriti che si è creata a Manhattan a causa del crollo delle Torri. Langewiesche ha partecipato allo sgombero del cemento armato, dei corpi, delle polveri. E qui vi ha trovato le storie e le vicende consustanziali alla tragedia dell’11 settembre, eppure dimenticate, sconosciute. L’evento più ripreso, raccontato, osservato, del millennio aveva lasciato l’essenza di sé sotto le macerie della propria implosione. Langewiesche si è messo sulle tracce di due sconosciuti funzionari comunali, Ken Holden e Mike Burton, i sovrintendenti alla manutenzione delle strade e dei marciapiedi di New York che nel caos successivo al crollo delle Torri si sono trovati, assolutamente per caso, alla guida delle operazioni. Non avevano i titoli, né erano stati nominati da nessuno. Ma fin dal primo momento, quando ci fu da prendere decisioni delicate e tutti avevano una soluzione ma nessuno era in grado di dare ordini né ordine, loro due sono stati i più freddi, dotati di carisma e competenti. “In un altro Paese - scrive Langewiesche - prima di prendere qualsiasi iniziativa, si sarebbero cercate risposte precise. Si sarebbero nominate commissioni di esperti e consultate le maggiori autorità in materia. Le rovine sarebbero state studiate con cura, e chi avesse dovuto avrebbe seguito un piano d’azione rigidamente preordinato. Per non parlare del fatto che l’esercito avrebbe assunto il controllo dell’area“. A New York non è successo niente di tutto questo, la perfetta organizzazione americana, l’efficienza dei mezzi che in tutti sembrava assoluta, era frutto di persone che hanno cercato di contenere il delirio, il caos, l’ansia, la più totale disorganizzazione.
Langewiesche non è un giornalista d’inchiesta che deve scoprire disciplinatamente i fatti. La forza della sua scrittura risiede nel fatto che non deve dimostrar nulla. L’unico modo per innestarsi nel reale è raccontarlo, non dimostrarlo. E’ uno scrittore che può congetturare, immaginare ciò che non vede. Ma la sua immaginazione e la sua congettura non sono salti logici ma solo cateteri che servono a drenare il sangue del vero che lui solo osserva. La forza di Langewiesche si basa su una scrittura di equilibri e disequilibri. Può contare su un universo foggiato. E quindi non deve creare per il lettore il mondo che narra ma al contempo questa conoscenza già data la deve smontare per poter aggiungere i suoi segmenti di lettura, le nuove ipotesi di senso, le possibili nuove realtà. Operazione inversa ha dovuto operare per il suo ultimo libro pubblicato ora in Italia, Terrore dal mare (Adelphi, 263 p, traduzione Matteo Codignola, € 18) poiché in questo caso ha deciso di narrare di un territorio incontrollato, malconosciuto, quasi del tutto assente dall’immaginario comune: il mare. Il mare come strada, come spazio commerciale. Il libro è apocalittico, la sensazione è la medesima degli arrembaggi di Salgari, un luogo per pionieri dove nessun diritto è realmente regola. Langewiesche racconta che su tutti i mari della terra ci sono oltre quarantamila grandi mercantili (oltre ad un numero impossibile da definire di navi di stazza minore) completamente al di fuori di qualsiasi controllo. Potrebbero portare derrate assolutamente legali ed essere perfettamente in regola ma anche essere utilizzati per commerci illegali e magari a fini terroristici. Questa impossibilità di controllo è il risultato principalmente della necessità del governo americano di aggirare le stesse proprie norme sulla neutralità all’inizio della seconda guerra mondiale con la creazione di “bandiere di comodo”: far battere alle proprie navi la bandiera panamense per commerciare con la Gran Bretagna avrebbe impedito che un loro attacco trascinasse in guerra gli Stati Uniti. Terminato il conflitto sono però diventati evidenti i vantaggi economici del sistema col risultato che esso è stato universalmente adottato con il risultato che oggi è praticamente impossibile controllare la provenienza reale di una nave e che il mare è l’unica reale zona franca da qualunque legge o regolamento. E anche ove non ci sono palesi violazioni di normative, le navi diventano una forma di reclutamento di mano d’opera priva di garanzie e di minimi contrattuali, abbandonata al più spietato caporalato. La dimostrazione sono i casi che Langewiesche riporta nel resto del libro: storie di naufragi e di disastri ambientali, causati da navi vecchie, malamente revisionate anche se in possesso di tutte le certificazioni necessarie a prendere il mare, sottoposte a ritmi massacranti dalla necessità di mantenere tempi di consegna strettissimi.
Piuttosto che il terrorismo però, il caos oceanico favorisce la criminalità. L’aumento esponenziale dei casi di pirateria che avvengono ai danni sia di mercantili che di navi passeggeri ne è l’emblema. E poi i cantieri pericolosi e terribili dove queste navi stanche e arciusate vengono smantellate, nei paesi del terzo mondo che, senza rispettare alcuna normativa ambientale, mettono a rischio tanto l’ambiente quanto le vite di chi vi lavora. Alla fine della lettura dei libri di Langewiesche si è come raggiunti da una consapevolezza. La realtà, l’unica realtà possibile è quella raccontata dagli scrittori. Non i media, non le foto, non i video. Langewiesche, William Vollmann, Ryszard Kapuscinski raccontano la loro verità, parziale, contaminata, minuscola e macroscopica, indisciplinata e rigorosa. Caotica, individuale, passionale. L’unica verità insomma che valga la pena di essere conosciuta.
Pubblicato su “Pulp”, Nr.56, Luglio/Agosto 2005









177 commenti
Gulp
Mi sorprende che questo scritto (anche se gia’ edito) non riceva commenti. E dire che mi sembra piuttosto pertinente alla disquisizione “Gomorra: saggistica o narrativa?”
no riceve commenti perché è stato messo apposta per dar man forte a saviano visto che l’autore di cui lui parla gli è stato accostato e subito dopo trattato come un carneade da g p serino che attacava saviano … mi pare semplice
@zardoz (se avrai un po’ di pazienza…)
Saviano ripubblica un pezzo del 2005. L’impressione è che l’autore non abbia verificato fino in fondo alcune delle affermazioni presenti nel testo. La recensione all’opera di Langewiesche, insomma, tradisce il bastione del lavoro redazionale e giornalistico: il ‘riscontro’ delle fonti.
Stephen Glass si è giocato la carriera per questa sua geniale capacità di ‘narrare’ le notizie. Ma Glass era un reporter, Saviano è uno scrittore. E’ opportuno comprendere, allora, se i reportage di Saviano vogliono essere una ‘denuncia’ della realtà (il giornalismo “cane da guardia” del potere), oppure un’opera letteraria, discorso immaginario, piacere della fiction, anche di quella ‘realistica’ tipo il new journalism.
L’identificazione quasi assoluta con il reporter Langewiesche, uno dei pezzi da novanta della rivista americana The Atlantic Monthly, è un mezzo che Saviano usa per legittimare il suo metodo di lavoro: “la narrazione-reportage”. Questo “racconto” della realtà, o “rimodellamento della verità”, coincide con il “punto di vista” di chi scrive, ed è un “racconto tanto più oggettivo quanto passa attraverso gli occhi di un uomo che dichiara la sua parzialità”. La ricetta? Raccontare il reale con “passione”, nella sua evidenza “minuscola e microscopica”, per “dimostrarlo”.
Già, ma che tipo di ‘rappresentazione’ è quella offerta dal narratore? In che modo Langewiesche costituisce il suo punto di vista? Quanto è libero di farlo e quanto, invece, la sua dimostrazione è ‘indotta’ (magari inconsapevolmente)? ‘Chi’ gli ha permesso di raccontare la sua storia e cos’è la rivista Atlantic Monthly? Più in generale, c’è una differenza tra romanzo e reportage, o Saviano crede che il new journalism sia una rappresentazione ‘verosimimile’ della realtà?
Proviamo a riscontrare le affermazioni della recensione di Saviano, concentrando l’attenzione sul libro di Langwwieshe dedicato a Ground Zero. Senza offrire altri riferimenti utili al lettore, Saviano scrive che Langewiesche fu “l’unico giornalista ammesso a Ground Zero”. Da chi, e perché proprio lui? Saviano sorvola su questo punto e aggiunge che, a ridosso dell’11 settembre, Langewiesche si sarebbe messo sulle tracce di “due sconosciuti funzionari comunali, Ken Holden e Mike Burton, i sovrintendenti alla manutenzione delle strade e dei marciapiedi di New York”. Chi sono Ken Holden e il suo braccio destro Burton? “Nel caos successivo al crollo delle Torri, i due si sono trovati, assolutamente per caso, alla guida delle operazioni. Non avevano i titoli, né erano stati nominati da nessuno”. Stop. Le informazioni sui ‘committenti’ di Langewiesche si fermano qui. Quello che interessa a Saviano, evidentemente, è mostrare la tecnica del “narratore-reporter”, non la rete di relazioni in cui è immerso.
Confuso nella folla di vigili del fuoco, operai, poliziotti, che lavoravano tra le macerie delle Torri, Langewiesche è riuscito a raccontare dal di dentro (insider) i drammatici avvenimenti dei mesi successivi all’attacco islamista. La sua, secondo Saviano, è “l’unica verità che valga la pena di essere conosciuta”. La verità di chi vede le cose con ‘i propri occhi’. La verità limitata del reporter che scende in strada, si sporca le mani, per ‘capire’ chi sono, cosa fanno, come vivono, i suoi personaggi. Un metodo che ha avuto successo: Saviano ha trovato un editore che ha pubblicato le sue storie di Camorra, su Nazione Indiana torna spesso l’idea che questo ‘metodo’ potrebbe essere discusso ed esportato, magari ‘condiviso’, un po’ come ha fatto Langewiesche dopo l’11 Settembre, raccontando in una serie di incontri e seminari la verità scomoda sulle operazioni di demolizione e ‘ripulitura’ di Ground Zero.
Per quanto si dichiarino preventivamente obiettivi, attaccati al cuore del ‘vero’, i reporter-narratori alla fine assumono sempre un preciso punto di vista, che molto spesso si traduce in una ‘denuncia’ di quello che vedono (ne abbiamo parlato con Rovelli). Langewiesche, per esempio, ha ‘smitizzato’ l’eroismo dei pompieri newyorkesi, il loro atteggiarsi a ‘vittime’ di guerra, e ha scoperchiato le speculazioni, le lotte intestine per gli appalti, e gli episodi di sciacallaggio avvenuti dopo l’11/9.
Bene. A questo punto è arrivato il momento di rovesciare anche noi le carte in tavola, per andare a vedere il punto di Saviano e capire se sta bluffando oppure no.
Iniziamo dai pompieri. Saviano conoscerà Rhonda Roland Shearer, artista newyorkese, allieva di Marcel Duchamp, direttrice e fondatrice del Founder of Art Research di New York. Anche Rhonda era tra i volontari che nei giorni dopo l’attentato si aggiravano tra le macerie di New York cercando di essere utili in qualche modo. Lei lo è stata più di altri, visto che ha donato due milioni di dollari, oltre a creare una Fondazione che raccoglie documenti orali su come andarono le cose l’11/9. Un archivio, dunque, senza filtri giornalistici o narrativi che, come ammette Rhonda, non ha presunzioni di ‘verità’.
Il metodo di scrittura di Langewiesche, secondo Rhonda, è una forma di “impressionismo”. Quando il reporter parla di “tribalismo”, a proposito delle rivalità scoppiate tra pompieri e polizia, Rhonda annota che la descrizione di Langewiesche è piena di “generalizzazioni sui lavoratori Afro-Americani”, che appaiono come degli ignoranti, nerboruti, primitivi, ‘jungle bunnies’. Rhonda ha trascorso gli ultimi anni a smontare pezzo per pezzo le tre puntate del reportage su Ground Zero scritto da Langewiesche per l’Atlantic Monthly. Si è schierata dalla parte dei pompieri, con le famiglie delle vittime, senza timore di apparire ‘retorica’, ed è andata giù pesante con Langewiesche, accusandolo di “denigrare” le divise dei Firemen con la scusa dell’io-sono-un-insider, del punto di vista individuale e privilegiato sulle cose che, a quanto pare, sarebbe meno stupido e banale del giornalismo radiotelevisivo.
Langewiesche si è limitato a controbattere di non avere mai incontrato mrs. Rhonda e che tutte le parole scritte nel suo reportage sono “fatti verificati”. Il problema, appunto, è di interpretare questi fatti. Non di giudicare le ‘parole’, lo stile, le storie, e nemmeno il metodo usato dal giornalista. Ma di forzare l’interpretazione, costringere un autore ad ammettere quello che non può o non vuole dire apertamente. Tirare in ballo la rete di poteri che ha permesso a Langewiesche di essere “l’unico reporter” ammesso a Ground Zero, di pubblicare il suo reportage sulla Atlantic Monthly e poi di essere accolto nel catalogo di Farrar, Strauss and Giroux. Con un successo e una serie di riconoscimenti tali che l’erede di Tom Wolfe stava per guadagnarsi il premio Pulitzer, se non avesse incontrato una rompiballe come Rhonda in questa ascesa verso il Pireo.
I poteri, dunque. “Langewiesche si sarebbe messo sulle tracce di due sconosciuti funzionari comunali, Ken Holden e Mike Burton”, scrive Saviano. Non è andata proprio così. Fu Cullen Murphy, all’epoca direttore della Atlantic Monthly, a contattare Ken Holden, e a proporgli di mandare Langewiesche sul posto, a raccontare la tragedia senza troppe lacrime e vittimismi (sic).
Il sovrintendente Holden apparve subito entusiasta dell’idea, rispose a Murphy di essere un accanito lettore di Langewiesche e di apprezzare il suo lavoro. Holden in persona telefonò al sindaco di New York, Rudolph Giuliani, per assicurarsi la presenza del reporter sulle ceneri delle Torri.
Ecco i protagonisti del ’salon’: il direttore di Atlantic Monthly, il sovrintendente Holden, il sindaco Giuliani. Langewiesche ha scritto il suo ‘racconto’ anche grazie a loro. Senza dimenticare che quel ‘racconto’ si è trasformato nello ‘scoop’ di una vita.
Il direttore, Murphy, rimase ‘sorpreso’ (parole sue) dalla velocità con cui Holden accettò la presenza di Langewiesche sul campo. Perché questa sorpresa? Come si intrecciano le vite e i destini degli uomini, e dei poteri che incarnano?
Ken Holden non era proprio un tipo capitato lì per caso, come sembra suggerire Saviano. Holden era a capo del Department of Design and Construction di New York (DDC), la struttura che si ‘aggiudicò’ il controllo delle operazioni di scavo a Ground Zero. La DDC, sempre secondo quella guastafeste di Rhonda, “odiava” i pompieri newyorkesi e avrebbe accolto favorevolmente qualsiasi notizia utile a ‘sminuire’ il ruolo dei Firemen durante le operazioni di scavo.
Ma la notizia più interessante è un’altra. E non c’è bisogno di andare a cercarla nei bassifondi, di ‘sporcarsi’ le mani come fanno i narratori-reporter. Basta un giro su internet per scoprire che la DDC è stata creata nel 1996 dal sindaco Giuliani, con un organico di 1.300 dipendenti e un budget di 3,7 milioni di dollari. Le rivalità della DDA con i pompieri? Dopo i tributi di rito, dopo aver esaltato i Firemen come eroi nazionali, a un mese di distanza dall’attentato, Giuliani fece manganellare i pompieri dalla polizia, durante una manifestazioni sindacale. Da allora, i pompieri disertano le commemorazioni a Ground Zero.
Tutto questo non impedisce a Claudio Sabelli Fioretti di risolvere la giornata che ha cambiato la storia dell’Occidente con una frase sprezzante come questa: “ma se non vanno i pompieri a spegnere un incendio, chi ci deve andare? Esagero nel cinismo, o stanno esagerando con la retorica?”. Dipende da chi la fa, la retorica, e se è propaganda bianca o nera.
Durante la sua ‘discesa nella realtà’, Langewiesche si è mai chiesto perché Giuliani lo avesse scelto per questo ingrato compito? Aggiungiamo che il sindaco, “Uomo dell’anno 2001”, il 14 novembre dello stesso anno ha visitato Ground Zero a fianco di Rumsfeld.
Il “punto di vista” di Langewiesche è davvero ‘obiettivo’ oppure è stato influenzato dalle ‘proiezioni’ della DDC, in quella (facile) anti-retorica a stampo disinformativo sul (pompato) eroismo dei vigili del fuoco? E chi sono i mandanti di quella anti-retorica?
Saviano ha ben chiara la collocazione della Atlantic Monthly all’interno del panorama editoriale americano? Michael Kelly, direttore della rivista dal 1992, è morto in Iraq nel 2002, embedded al seguito dei Marine. Era un neoconservatore, ed è stato un acerrimo avversario dei critici dell’amministrazione Bush, a destra e a sinistra. Il suo editore, David Bradley, che nel 1999 ha rilevato e resuscitato la Atlantic Monthly al motto di pane e new journalism (scegliendo Langewiesche tra i suoi araldi d’assalto), è a capo del National Journal Group, un network che controlla anche il New York Observer. La rivista dei narratori-reporter, negli ultimi anni, ha abbandonato la storica sede bostoniana per flirtare con Washington e lavorare in tandem con la New American Foundation.
Le domande che rivolgo a Saviano sono due. La prima. Il direttore Murphy rimase davvero “sorpreso” dalla disponibilità del sovrintendente Holden, o magari se l’aspettava quella mielina della DDC sulla ‘competenza’ di Langewiesche?
La seconda: oltre al metodo del “narratore-reporter” vale ancora il metodo del romanzo-romanzo, quello che ti fai seduto a casa scoprendo nomi, date e dati, e volti (s)conosciuti, e collegandoli per creare una storia?
La mission di Langewiesche è: “Sono un reporter. Sono interessato a quello che la gente crede veramente”. Ma si può - a mio parere si deve - scoprire chi sono i ‘direttori’ e gli ‘editori’ interessati a farti dire quello che “la gente crede veramente”.
Questi direttori ed editori sono parte di una battaglia idelogica, ‘battaglia di idee’ (altro che cospirazioni), sempre più virtuale, che scorre un metro e mezzo sopra le nostre teste, come ha detto una volta Don DeLillo. Per avvicinarsi a questo ’sapere’, i mocassini bisunti dei reporter potrebbero rivelarsi anacronistici.
@ Roberto, questo delle 18 e 54
Chapeau chapeau chapeau!
Bravo, lucido, informatissimo, chiaro.
@temperanza
L’importante è che le domande non restino tali.
secondo me questo pezzo dell’ultimo roberto va pubblicato in home page e gli va dato il risalto che merita - questo pezzo sì che aprirrebbe una discussione sull’opera di Saviano, una discussione vera, intendo, scevra sia di attacchi stupidi e infondati che di apologie da tifosi. invito i radattori di ni a prendere in considerazione questa mia proposta.
Il Bello si voltò verso il Cattivo e sbottò: “E questo qui da dove c…o salta fuori?”
Alla seconda possiamo rispondere in tanti, alla prima solo Saviano.
Appassionante, complimenti davvero a Roberto.
@ roberto delle 18.54
gran pezzo.
complimenti, davvero.
p.s. “in questa ascesa verso il Pireo”
… ti è rimasto un “Em” tra le dita? ;-)
Wow!!!E’ partito l’assalto della tribù dei Penna Rossa!!!
scusate, forse non ho capito bene, ma dopo aver letto la spataffiata di roberto ‘delle 18.54′ mi sembra di aver capito che la questione sarebbe: “il reporter-narratore ha un punto di vista, più o meno coscientemente inquinato da battaglie ideologiche che volano alto sopra di lui e l’esigenza di raccontare dal vero”. Ma la risposta di Saviano, la maedicina, non è appunto quella letteratura, quel romanzo, quel raccontare e non cronacare di cui parla..?..non si fa Gomorra solo coi mocassini, ma con un linguaggio magmatico, magnetico, che apre le prospettive e impara da se stesso scoprendo qualcosa che è più vero del vero, che è al di là dei fatti. O no?
Al di là delle considerazioni su Langewiesche, di cui segnalo anche il recente La virata, Adelphi, qui si maneggia molto disinvoltamente il concetto di verità.
Il Vero, il più Vero del Vero.
Il Fottutamente Vero, il Verissimo.
Come se ci fosse una qualche porta, che se non riesci ad aprirla allora nisba, resti al di qua, nel Non-Vero.
Tutto naturalmente è narrazione, anche la cronaca - amo la cronaca che vuole solo essere tale, che non aspira ad intrattenere, a farsi scrittura, o addirittura, licealisticamente, Letteratura, ma diventa di giorno in giorno sempre più rara.
La real fiction è solo una scelta strategica che uno scrivente può compiere o no, ma che perciò stesso non dà accesso a verità superiori.
Lo stesso può dirsi della pura fiction.
Realtà e verità si narrano più precisamente, qualora esistano, attraverso mezzi di altro tipo, equazioni, paradigmi scientifici, teorie.
Il rapporto tra scrittura e verità e realtà è cruciale, naturalmente è il dilemma centrale, non eludibile, che non ammette scorciatoie.
Forse è un po’ presto per scrivere di queste cose, per me.
Un po’ presto nel senso dell’ora (del mattino).
S1> “l’unica forma di oggettività possibile è il racconto della realtà, non la sua cronaca”
S2> “La realtà, l’unica realtà possibile è quella raccontata dagli scrittori.”
se S1 allora S2 ma - evidentemente - non S2 quindi non S1
Non dico che si debbano togliere le mani dal “budello della realtà”, ma mi pare evidente l’esagerazione della S2, probabilmente analoga a certe “linee di costruzione” in un disegno, sostegni “psicologici” che ad opera compiuta si potrebbero anche rimuovere (a meno che non ci si innamori talmente dell’opera da considerare essenziali anche quelle).
L’opposizione S1, tra una mera “elencazione” di fatti o descrizioni (la cronaca) ed una costruzione che connetta logicamente questi fatti, può essere posta anche a livello scientifico senza fare intervenire per forza gli effetti incontrollabili della narrazione estetizzata ed il grumo ineffabile del “vissuto”. Per esempio Bateson, in “Mente e Natura” pone il problema in maniera affascinante considerando la “spiegazione” come la proiezione di una descrizione su una tautologia.
Ora fatta salva l’ovvietà che l’essere vicini ai fatti da descrivere e spiegare comporti dei vantaggi, la problematizzazione posta in atto da Roberto2 mostra secondo me magistralmente in quale ginepraio cognitivo possa condurre uno sdoganamento affrettato dei processi di mitologizzazione (Saviano su Langewiesche, e se stesso, noi su Saviano) moneta corrente del campo letterario.
ottimo wovoka
Il problema per me infatti - ammetto inedito dopo aver letto Saviano - è che la chisura “La realtà, l’unica realtà possibile è quella raccontata dagli scrittori. Non i media, non le foto, non i video. Langewiesche, William Vollmann, Ryszard Kapuscinski raccontano la loro verità, parziale, contaminata, minuscola e macroscopica, indisciplinata e rigorosa. Caotica, individuale, passionale. L’unica verità insomma che valga la pena di essere conosciuta”… mi pare, come dire, tranchant.
@marco v
Sarà anche una spataffiata, ma è una spataffiata spaziata e si vede chiaro il percorso logico che fa, attraverso le informazioni che ha e che ha ben cercato, ripeto, chapeau.
Questo qui sopra di Saviano non è letteratura, ma un “pezzo”, come dice Roberto 18.54. Non è neppure una recensione (non solo il lavoro giornalistico, anche la recensione ha i suoi bastioni) ma un puntello alla propria idea di narrazione, via Langewiesche, per così dire.
18.45 mette molto lucidamente in evidenza come quelle mancate verifiche di Saviano tradiscano “il bastione del lavoro redazionale e giornalistico: il ‘riscontro’ delle fonti.’ ” Dopotutto Saviano prima di Gomorra faceva il giornalista e mi par giusto che glielo ricordi. Ma lascio a 18.15 la risposta sulla questione che gli poni.
Io vorrei far notare un’altra cosa. Se ti racconto una storia, sia pure di un altro, e non verifico, e dunque non do modo neppure a te di verificare le fonti, vuol dire che ho un altro obiettivo rispetto a quello di un’informazione onesta. Ho un obiettivo retorico, o anche letterario (ma mi duole chiamarlo così). Mi pare evidente che è questo il caso di Saviano. Anche qui però, a mio modo di vedere, ci sono bastioni, uno dei quali è non confondere la letteratura con quello che tu chiami
“qualcosa che è più vero del vero, che è al di là dei fatti”
Questo, nello stile di saviano e anche nella tua invocazione al suo stile salvifico, o anche maedicinale, in effetti c’è, ma mi mette a disagio, questa cosa di cui parli una volta si chiedeva ai profeti, o agli aruspici, nel genere: credetemi, poiché io vi parlo, e vi parlo di una verità più vera del vero, dunque più che umana e magari anche più che divina, perché se la verità sta in cristo, la verità più vera della verità dove mai starà? No, grazie.
Naturalmente si potrebbe anche vedere un’altra cosa, una certa ingenuità intellettuale, un’incapacità di governare e strutturare il discorso, un candido afflato, non so. A scelta.
@tash
Naturalmente sono d’accordo con te.
Questo relativismo sul concetto di verità è un po’ ridicolo. Pare che ognuno abbia la sua, come nei cerotti new-age.
E’ anche vero che la parcellizzazione del discorso (non a caso lo stile di Saviano è molto parcellizzato e fatto praticamente di istantanee) oltre a comportare che non lo si possa più governare logicamente, o almeno che lo si faccia con fatica, porta anche ad avere una serie di tessere di puzzle in cui vero e non vero son mischiati, come in TV.
Saviano è frutto dell’età televisiva molto più di quanto lui non creda, e anche se ne ha vista poca, perchè la morale narrativa televisiva è dilagata fuori dallo schermo raggiungendo tutti, anche i non vedenti.
Quando viene a mancare la forza del discorso, anche quello narrativo, non resta altro che la retorica, i pianti dei parenti ricongiunti, ecc. la vita in diretta, cosa c’è più vero della vita in diretta? Quasi non val più la pena raccontarla.
Di nuovo, Siti ha scritto un gran libro.
Chi l’ha detto che bisogna essere dentro i fatti per scrivere la verità? Chi l’ha detto che gli scrittori e solo loro hanno la verità in tasca? Ci sono verità che vengono fuori da un linguaggio magmatico, dal pathos, dalle mani grondanti di esperienza sul campo… E ci sono verità che nascono dall’allontanamento, dal distacco rispetto all’oggetto narrato, dal soffocamento dell’IO molesto che inquina e batte come un basso fragoroso, dalla costruzione di artifici estetici, ecc. Insomma, mi pare che ogni pretesa di avere in mano la Verità, calda o fredda, si risolva in un atto velleitario, che esclude altri canoni, altre viste, altri percorsi, altre verità.
Anche con @wowo sono d’accordo, ovviamente.
Nazione Indiana con questi commentatori sfigati sta diventando un salottino per pippaioli. Guardano tutti il dito e non la luna. Che palle!! E cosa pensa lui e cosa pensate voi. Langewiesche è un genio…il resto nani da giardino. La storia della rivista su cui scrive Langewiesche? Terribile mediocrità di sinistra. Credo che Langewiesche racconta la sua verità ovviamente ricordate noh? “Il posto della verità c’è solo che è sempre vuoto”. Anche se fosse un agente della CIA la sua verità mi interessa quando è raccontata argomentata come la sua. I reporter al fianco dei soldati nazisti, i reporter nazisti embedded hanno raccontato cose interessantissime e anch’esse vere. Meno pippe ragazzi…e meno blog. Uscite, respirate, altro che mocassini!!! Basta con i porno!!!
Ma chi minchia è sto roberto santoro?
@dino crocetti
Se vieni dove dico io te lo faccio assaggiare. E’ molto saporito. Più di un mocassino.
@in-temperanza
Uno che aspetta ancora delle risposte.
Vorrei solo sapere dal Dean Martin qui sopra da ove ha tratto la proposizione “Il posto della verità c’è, solo che è sempre vuoto”.
Non la conoscevo e mi piace molto, mi piace nel senso che sintetizza efficacemente ogni considerazione sul rapporto che ciascuno di noi, scriventi o meno, ha con la verità.
Qui si usano i termini “verità” e “realtà” come fossero sinonimi, ma non lo sono: in linea di massima e brutalmente, “verità” attiene al linguaggio, mentre “realtà” atterrebbe alla percezione.
Se infatti la proposizione di Dean può valere per “verità”, dire che “il posto della realtà c’è, me è sempre vuoto”, ha molto meno senso.
Nei corsi di geometria descrittiva che un tempo frequentai si insegnava che per impostare in modo scientifico una qualsiasi restituzione prospettica di un pezzo di realtà fisica, sia che fosse ipotetica o reale, occorre scegliere un punto di vista.
Cioè, in altre parole, occorre scegliere la posizione dell’osservatore.
In base alla suddetta posizione alcuni oggetti risulteranno, coperti, o deformati, o appena visibili.
Il narratore è costretto sempre a scegliere il punto O dal quale osservare la vicenda.
Il giornalista pretende che lo si consideri come il più possibile “obbiettivo”, come se lui avesse la facoltà (divina?), di poter osservare e descrivere gli oggetti di cui narra in “vera forma”.
Nel libro di Saviano, che pure sto molto apprezzando, resta indefinito e non risolto il punto di vista, che a volte è “prospettico”, mentre altre volte si propone come “ortogonale”, cioè capace di vedere la “vera forma” di ciò che osserva e narra.
La differenza col narratore puro è che il narratore puro è costretto a scegliersi il punto di vista (Capote in A sangue freddo lo fà), a trovarselo, mentre in un libro come Gomorra ciò non avviene, non sempre.
Non sono mai stato del tutto convinto che quello che guarda il dito che indica la luna e non la luna stessa sia sempre e solo stolto. Confesso pero’, a costo di apparire un esegeta molto sprovveduto, che avverto anch’io una certa tendenza a esaminare il perche’ e il come ha scritto prima del cosa. Mi riferisco a Gomorra, mi riferisco al pezzo in cui lamenta come le analisi sul fenomeno siano le stesse da anni. Mi riferisco al fatto che chi appartiene a un clan dice di appartenere al Sistema, o addirittura si considera semplicemente un imprenditore. Camorra e’ una parola da sbirri. Lo scollamento tra i fatti e la loro analisi e’ a volte talmente ampio da apparire incolmabile. Di fronte a tutto questo, scusatemi, ma sento maggiore l’urgenza di discutere i primi, cercando di non indulgere ne’ a divismi ne’ a critiche sterili. Forse sono io ad essere off-topic, ma allora si trovi un posto dove poter discutere di questo.
Leggevo di recente che uno uomo-medicina di un qualche paese animista diceva sconfortato, non riesco più a guarire i giovani della mia tribù, però stranamente riesco a guarire gli occidentali che vengono a trovarmi.
Gli credo.
Resta il fatto che se IO mi prendo la polmonite, so che prendendo gli antibiotici la febbre mi passerà. Non penso che dietro all’antibiotico ci sia la verità, ma una certa obiettività di riscontri e di osservazioni scientifiche sì.
La verità è la caratteristica di ciò che è vero. Il vero è ciò che è conforme ai fatti, oppure autentico, genuino, oppure reale, veramente esistente, oppure effettivo, che possiede le proprietà espresse dal sostantivo che accompagna.
Mi scuso se faccio bassa cucina e mi limito al dizionario, ma leggendo che qualcosa è più vero del vero penso che qui si cerchi lo sciamano, la salvezza dai nostri codici, un “nuovo modo” di raccontare, una “nuova” emozione.
Saviano ha intercettato questa richiesta e Mondadori ha acutamente capito che avrebbe funzionato. C’è stata intelligenza da entrambe le parti, in questo. Anch’io ho apprezzato il libro, ma, forse per ragioni generazionali e cultura, dopo le prime cinquanta pagine in cui l’energia della voce narrante ha portato anche me, ho cominciato a distrarmi.
Come lettrice di reportage o comunque come lettrice che vuole avere più informazioni, ho sentito la mancanza di quel bastione che è il riscontro delle fonti. O la generosità di volermele mettere a disposizione.
Non mi basta sentirmi dire che nessuna informazione è davvero vera. Quel che conta ai miei occhi è sempre la strada che si fa per avvicinarsi alla maggiore obiettività possibile, anche se so che non posso né devo fidarmi di averla raggiunta.
Come lettrice di letteratura, che è la mia vera specializzazione:-) (non come lettrice editoriale, che è un’altra cosa e che non sono) ho visto debolezze che forse sono irrilevanti per un libro che ha come obiettivo l’emozione pura e semplice del lettore.
Ma di questo, che forse interessa soltanto me, magari più avanti.
temperanza says: “[...]ho visto debolezze che forse sono irrilevanti per un libro che ha come obiettivo l’emozione pura e semplice del lettore.”
Quindi Gomorra avrebbe questo come obiettivo? Non capisco.
perfettamente daccordo con zardoz
@zardoz
Ai miei occhi sì, o almeno prevalentemente. Forse è un giudizio viziato da quello che io mi aspetto da un libro che mi parla di camorra.
Non voglio svilire l’importanza dell’emozione, ma se dopo la lettura di Gomorra io, per come sono stata allevata a fare, avessi voluto saperne di più non avrei avuto nessuna indicazione di dove e come andare a cercare.
Ho iniziato a leggerlo come un libro da cui trarre informazioni che non ho, e mi sono trovata in mano un libro che mi dava soprattutto un “sentimento” della camorra.
Da questo del resto è nata anche una parte della discussione intorno al libro, se ho letto bene. E per questo è stato pubblicato in una collana di narrativa, credo.
Del resto tu stesso nel tuo primo intervento ti chiedi se è saggistica o narrativa, la saggistica dà principalmente emozioni che possono essere elaborate intellettualmente, penso, tanto per fare un’esempio, all’ultimo Seebald. Non mi pare che Saviano miri a questo. Nel libro io ho sentito prevalentemente energia. Più che elaborazione.
Forse mi ero spiegato male: a me interessa circa per nulla se e’ saggio o racconto o altro. Potremmo far partire un discorso lungo sulle definizioni e sui generi nella letteratura, ma non mi sembra il caso. Personalmente ho trovato tantissima energia nel libro e tantissima elaborazione. E ne ho ricavato molti spunti di riflessione. Ho cambiato le domande che mi pongo, ho cambiato il modo stesso di farmele. In questo processo neanch’io voglio sminuire il contributo della parte emotiva (sono napoletano, non potrei), ma vorrei soprattutto che l’attenzione si spostasse ai fatti. Al capire.
Allora non ho capito la tua domanda.
Se voglio capire i fatti, cioè perchè accadono, cosa li determina, quali potrebbero essere, anche in astratto, per pura passione civica e amore del fare politico, le soluzioni, non leggo Gomorra. IO non leggo Gomorra per questo, perché non mi risponde. Ciò non toglie che per te possa essere diverso, ci mancherebbe.
io dico che temp ha detto una cosa sulla quale occorerbbe riflettere, ha fatto riferimento cioè alla scrittura di saviano come a una scrittura che tende solo a “emozionare puramente e semplicemente” il lettore. un tale modo di scrivere potrebbe far venire in mente altri autori (il céline cantato perfino da capossela: “l’emozione è tutto nella vita…”), ma nel caso di saviano secondo me ha ben altro senso. ha un senso semplicemente televisivo, un senso prettamente “emotivo” - la scrittura di saviano è “emotiva” sia nella elaborazione che nell’apporccio con il lettore - un po’ come tanta letteratura affine, da moresco a scarpa, per fare esempi noti a tutti, autori di libri che cercano sempre il “massimo”, cercano sempre di spostare qualsiasi faccenda sull’emotività (non sull’EMOZIONE, che è altra cosa - e di questo bisognerebbe parlare, di questa EMOZIONE, che ha a che fare con la vita, laddove l’emotività è solo roba per gatti morti annoiati dalla tv, dal blog e da quant’altro). ecco, poi magari approfondisco.
Premessa: qualsiasi riferimento a fatti o persone contenuti nel pezzo che segue non è riconducibile a Roberto Saviano.
@temp
@zardoz
Se parliamo di cinema, l’opposizione tra ‘narrativa’ e ‘giornalismo’ è quella che corre tra il protagonista e l’antagonista de “L’inventore di favole”. Da una parte c’è Glass, il narratore-reporter, dall’altra Charles Lane, il direttore scassacazzi di New Republic.
E’ interessante notare che in questo schema narrativo - nonostante il rovesciamento finale, la scoperta delle ‘invenzioni’ di Glass -, il protagonista conservi comunque agli occhi dello spettatore un’aura di ’simpatia’ e di ‘eroismo’ che a ben vedere dovrebbe essergli negata.
E’ l’”energia” dello scrittore, quello ‘bravo’, che siccome ci ha fatto ‘immaginare’ qualcosa (qualsiasi cosa) siamo disposti a perdonare. Penso alla stima che Glass si era guadagnato tra i suoi colleghi quando li aiutava a finire un pezzo, lui, lo ’scrittore’, a cui viene più facile maneggiare parole e le frasi, manipolando i fatti. A New Republic, le giornaliste continueranno ad avere nostalgia di quelle riunioni di redazione in cui Glass intratteneva la truppa con il suo show. Adesso invece si passa tutta la giornata a correggere le bozze. Finita la libertà di penna, è ritornata la tirannia della penna rossa.
Questo straniante ‘rovesciamento nel rovesciamento’, non saprei come altro definirlo, impedisce al “cattivo” (Lane) di diventare “buono”, cioè di assumere fino in fondo il ruolo che gli spetta di diritto all’interno della storia. Come dire, lo scassacazzi è stato premiato, d’ora in poi New Republic avrà un timore reverenziale verso le Fonti, ma tutto questo non trasforma Lane in un beniamino del pubblico, anzi, continuiamo a vederlo come una specie di stronzetto rampante e mediocre, un burocrate che si è guadagnato lo scatto di carriera facendo lo sgambetto a un collega più giovane e più bravo di lui.
Il ’semplice’ giornalista, insomma, non sarà mai in grado di regalare (vendere) emozioni, idee e sentimenti, come sanno fare i ‘narratori-reporter’. La ‘genialità’ dello scrittore (Autore, Stile, Firma), nonostante e proprio grazie alla mutevolezza della ‘realtà’, continua a rappresentare il meccanismo di fidelizzazione privilegiato che il Network utilizza per conservare la sua fetta di pubblico, dirigendo le opinioni e i desideri dei lettori attraverso la fiction spacciata per colpo grosso. Ve lo ricordate il Fante Atlantico?
Una ‘fiducia’, questa dei lettori verso l’Autore, che se ne frega del lavoro oscuro e sotterraneo dei non-protagonisti, anche dei più graduati e dei più adatti che dovrebbero, de iure, capitanare una redazione (e che per questo appaiono più ‘antipatici’ e antieroici).
L’impressione è che Lane si sia fatto il culo per niente. De facto, Glass continua a sognare a occhi aperti. Nonostante il licenziamento, dopo lo ’scandalo’, il reporter immagina tranquillamente di essere davanti a una classe di prosperose liceali che fremono e pendono dalla sua lingua.
Non è importante che le studentesse ci siano oppure no. Non è importante che la sua testimonianza sia la confessione di un metodo truffaldino. Al contrario, quella testimonianza ‘legittima’ la truffa, cioè il metodo narrativo.
E non lo dico io. Lo dice Gianni Celati ricordando le introduzioni che servivano agli scrittori di romanzi settecenteschi per ‘prendere le distanze’ dalle ‘bugie’ contenute nella loro narrazione. Bugie che secondo i critici di allora erano in grado di fare il lavaggio del cervello a donne e ragazzini. Come Julien che ‘perde tempo’ con i romanzi, inseguito dal padre che vuol mettergli un forcone in mano e mandarlo a zappare.
La ‘fantasia’, l’arma del romanzesco, è anche l’arma del conseso. Glass ‘vede’ davvero le groupies che sbavano e questo gli consente di perpetuare la sua storia. E’ la potenza del Suo punto di vista. Lo sciamano che ti fa credere di essere guarito senza aspirina, come vorrebbe farci credere quel buontempone di Jodorowsky.
L’emozione funziona come super-conduttore per la trasmissione della nozione.
Cioè del dato informativo.
Saviano usa l’emozione quasi sempre correttamente, cioè per trasmetterci i dati essenziali di un mondo altrimenti convenzionalmente chiuso nel suo bravo carapace di luoghi comuni.
Quasi sempre, dico, perché in effetti, qui e là cede alla tentazione della cattiva scrittura e aggiunge colore non dove non serve, mani su mani di aggettivi, stese sul sostanzialmente già detto, cioè sul già trasmesso, cioè inutili.
Ma complessivamente mi pare si tratti di un ottimo lavoro.
Quanto poi alla questione dei riscontri e delle fonti, devo dire che una nota informativa iniziale sulla provenienza dei dati e una bibliografia ragionata alla fine, avrebbero conferito al libro un’attendibilità maggiore di quanto non possieda già.
Concordo sull’opportunità di riflettere sull’emozione come mezzo e/o fine della scrittura, anche in relazione di un vecchio post di Raimo sui racconti di Means.
Lì si parlava di “commozione”.
Mi sto accorgendo di una cosa : chi è “contro” Gomorra non è quasi mai napoletano. Comincio a capire il loro punto di vista. Noi napoletani siamo così dentro a questo fenomeno, ne siamo così vittime, ci coinvolge a tal punto da farci perdere il senso critico della questione. Sì, perchè davanti a quello che ha scritto Saviano e la realtà che descrive ( con certosina precisione ) della critica non ce ne può fregare di meno. Erano più di venti anni che nessuno scriveva cose così, dai tempi di Giò Marrazzo. E il considerare che i fatti scritti sono abbastanza noti a tutti, non sminuisce il valore informativo dell’opera, anzi, a mio avviso, lo esalta.
Molti parlano di analisi, approfondimento, proposte di soluzioni e non si rendono conto che sono argomenti che non necessitano di alcun dibattito poichè arcinoti, non meno dei fatti di cronaca riportati nel libro.
Saviano ha espresso a nome di tutti i napoletani ancora liberi ( diventano sempre meno ) l’odio profondo che li muove e per farlo ha solo raccontato quello che tutti sapevano. Facile, dite ? Provateci voi.
Ho solo un sogno : leggere un giorno uno striscione allo stadio, una grande scritta su un muro o tante piccole scritte su tanti piccoli muri, ascoltare un refrain quotidiano, una suoneria di cellulare, una frase di saluto fra giovani studenti che dica “maledetti bastardi, sono ancora vivo”.
sia l’ultimo commento di roberto, che quello qui sopra di esposito meriterebbero ulteriori interventi.
da non-napoletano, le domande che faccio ad esposito, forse ingenue o banali, sono le seguenti: perché quest’odio non si manifesta? perché non è capace di farsi politica? quanti sono i napoletani “ancora liberi”? perché non è possibile nemmeno concepire che Napoli riesca da sé ad espellere la camorra?
E’ dai tempi di Sciascia che la letteratura non parla più delle connessioni potere politico - potere mafioso. Dobbiamo rassegnarci a leggere soltanto le epopee di eroi che lottano nella o contro l’apparato militare delle mafie? Ma sul serio non capiamo che le mafie sono soltanto una delle tante leve del potere (insieme all’errata equazione libere elezioni=libertà, insieme alla cultura catodica, insieme al circus che tappa la bocca più dei salari di una volta, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc.)?! Focalizzare l’attenzione sull’apparato militare delle mafie fa comodo alle classi dirigenti. Non vogliono altro che questo. E intanto si varano l’indulto per reati di scambio politico mafioso. Mentre i vari Ballarò catodici e di carta ci ossessionano con Provenzano, Secondigliano, i cartelli colombiani.
Un giretto qui? http://www.narcomafie.it/articoli_2005/art1_03_2005.htm
Via, un altro giro http://www.partinico.info/?q=node/473
E perché no qui? http://www.leinchieste.com/segesta_parco_mistico.htm
Tutti manipoliamo, anche noi qui, me compresa. Anche nel commento più rapido e sciatto mettiamo in atto micro-strategie retoriche per arrivare allo scopo. Anche quando il commento sembra un’osservazione senza interlocutore apparente, quando il commentatore dice: qui sto, e nient’altro, vuole consenso. Consenso personale, alla sua strategia narrativa, alla sua opinione, alla sua versione dei fatti. E non usa solo la ragione, ma tutta una serie di meccanismi che mirano alla psicologia del lettore, alla sua fantasia, emotività ecc.
E’ una vecchia storia, @Roberto ha ragione.
Qualcosa però è cambiato.
La retorica argomentativa che punta alla riflessione ha avuto in passato una forza altrettanto grande della retorica che mira alla reazione emotiva. Ma per costruire quella forza aveva bisogno di tempo continuo, non di tempo frammentato.
Quello che mi sembra stia venendo meno è questa forza. Si è ritirata e ha lasciato in braghe di tela specialisti inascoltati a meno che non sappiano mettere in atto anche loro strategie comunicative dotate di una forza retorica abbastanza grande da convincere non più basandosi sulla bontà dell’idea, ma sulla sua appetibilità immaginaria, sulla sua capacità evocativa. Se non ne sono capaci ciccia, e l’idea più salvifica resterà un progetto fallito.
Ai miei tempi all’università c’erano corsi monografici che iniziavano a ottobre e finivano a giugno, tre ore alla settimana su un unico autore. Adesso ci sono i moduli. Venticinque ore su un argomento. Il frammento, il frazionamento, il rapido passaggio da un canale del sapere all’altro non richiede più quel tipo di intelligenza che era richiesta a noi, e non la sviluppa, ma richiede un intelletto più duttile e isterico. Più emotivo.
La prima a rendersi conto che l’emozione rendeva e che la brevità, il flash, non la danneggiava, anzi, che più flash emotivi in rapida successione fidelizzavano lo spettatore è stata la TV.
Subito dopo è arrivata la letteratura, dalla beat generation in poi. E’ vero che nella letteratura ha resistito più a lungo, parallelamente, la forma lenta e con una retorica meno gridata e più sofisticata, meno evidente.
Ma la scrittura che si rivolge ai lettori più giovani, quelli che sono stati allenati alla velocità e all’emotività sopra le righe che la TV ha diffuso per prima e ha fatto dilagare ovunque, non solo grazie alla vita in diretta, ma anche grazie alla pubblicità, altrettanto rapida ed emotiva, sarà quella vincente. Accanto a prodotti più lenti per il pubblico più lento, così come ci sono pubblicità tanto sofisticate che a volte non si capisce qual’è il prodotto, e pubblicità di biscotti e detersivi lentissime per le massaie lente e non scolarizzate.
Brevità, rapidità, ripetitività, emotività, leggibilità. Dico questo con una certa flemma. Prendo atto.
Io non sono contro Saviano. Quest’ottica dell’amico nemico mi è estranea.
Credo che pressoché tutti qui abbiano la più alta considerazione per Saviano, me compreso. Se poi capita di rimacinare “argomenti che non necessitano di alcun dibattito poichè arcinoti” non lo si fa certo apposta. Poiché è ormai assodato che questi thread sopportano bene l’intersecarsi di diverse linee di discorso, ognuno proponga la sua, senza costernarsi troppo di ciò che dicono gli altri. “Dio saprà riconoscere i suoi” ;-)
@esposito
Visto che dobbiamo esibire il tesserino, bene, mi accodo alla lista di chi non ce l’ha con Roberto Saviano (?), che non conosco e al quale auguro tutto il bene possibile. Chiedo venia se ieri ho citato di sfuggita Gomorra, ma il mio intervento, se ne sarà accorto anche lei, caro Esposito, era dedicato a mr. Premio Pulitzer, e solo di riflesso alla recensione pulpeggiante del suddetto Saviano. Tanto che chiudevo con due domande (rimaste tali), mica con la Santa Inquisizione.
Si figuri un po’, caro Esposito, da una Gomorra provengo io stesso. E mi stanno benissimo i manifesti e gli sms, quando e se appariranno negli stadi o sul mio cellulare. Ma a differenza sua, mi sembra di intuire, se parliamo di Klan la pensiamo diversamente. Prima dei giovani martiri gambizzati, prima della primavera napoletana, barese e palermitana, prima della riqualificazione urbanistica e architettonica delle periferie, prima della Notte Bianca, per me ci vuole l’Esercito. Disarmare la mafia, altro che Hezbollah. E lei, caro Esposito, lei che a quanto pare capisce di cosa sto parlando, che mi dirà? Che c’è il terzo livello, i mandanti occulti e le solite tiritere sul magnamagna democrazia=tirannia? O che sono un fascista venuto a provocare? Disarmare i boss e i loro affiliati, prima di Nasrallah. A furia di puntalizzare, mi avete fatto diventare peggio di Granzotto e Facci messi insieme. Vabbe, va.
Solo un’ultima considerazione sul “genio”, mi riferisco naturalmente a mr. Premio Pulitzer. Dico io, ma è possibile che a nessuno sia venuta voglia di fare il pelo al mio contropelo? Il riscontro del mio riscontro? Si poteva scoprire perché Rhonda ce l’ha con la DDC e sta con i pompieri, per esempio. Oppure perché Atlantic Monthly che questa settimana chiede il ritiro delle truppe americane dall’Iraq fino all’altro ieri era diretta da un neocon. Insomma, sviluppare insieme la trama, le trame. Ma capisco, come mi è stato rimproverato, che non sono nessuno per ambire a tanto (lavorare in equipe).
Quindi chapeau al reportage di denuncia. Chapeau a chi ci mette la faccia, in quarta di copertina. Però quando si parla, e si difende, la “letterarietà” della propria opera, be’, mi permetta, caro Esposito, la faccenda si complica un po’. Ed era di questo che chiedevo lumi a Saviano. Che idea di letteratura è la sua? Non gli chiedevo certo il patentino dell’impegno, non sono abituato a far esibire alcunché, se mai in passato ho esibito. Rischiando pure di finire colluso e rinchiuso. Quindi, per cortesia, adesso lasciatemi divertire. Capito? Divertire. In senso etimologico.
Che bellezza se tutti i libri fossero anonimi, o pseudonimi, se ne potrebbe parlare, dei libri, senza tutto il contorno di verdure.
Qualcuno ha detto che l’autore non c’è più, forse sognava, o aveva bevuto.
@tashtego dice:
(…) da non-napoletano, le domande che faccio ad esposito, forse ingenue o banali, sono le seguenti: perché quest’odio non si manifesta? perché non è capace di farsi politica? quanti sono i napoletani “ancora liberi”? perché non è possibile nemmeno concepire che Napoli riesca da sé ad espellere la camorra? (…)
Da non-napoletano che ha vissuto a Napoli per quattro anni (tanti anni fa) tento di darti delle risposte, viziate dalla certezza della “lettura personale, condita dalla mia esperienza in quella città. Consapevole che le esperienze personali questo sono. Non scienza esatta.
L’odio si manifesta ma non trova “forma” congrua in fatti, aspetti evidentemente intelleggibili a chi non ha fatto “esperienza su campo” a Napoli. Banale, lo so, ma vero.
La quotidianità di ognuno è frastornata dalla consistenza troppo alta- rispetto ad altre metropoli- di aree di puro “disagio”.
Cerco di spiegarmi meglio: ancora negli anni 70/80 vivevano nei “bassi” centinaia di migliaia di persone. In condizioni terribili.Nonostante questo, i vicoli del centro storico (non solo i “quartieri spagnoli”) hanno conservato un eccessivo afflato “pittoresco” nella visione “nazionale” di Napoli. Pensa, tra l’altro, a quanto è stato visto e letto Eduardo De Filippo e considera che le sue opere migliori sono tutte antedecedenti alla profonda crisi della città e allo scollamento culturale tra la borghesia “più evoluta” e la città nel suo complesso (Eduardo dice “iatavenn!” da Napoli, a chi sa fare qualcosa). Anche questo, col tempo, ha reso difficile “leggere” Napoli a chi stava fuori da quella città.
Pensa, ancora banalmente, a come il personaggio di Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”, dopo essersi sentito chiedere per l’ennesima volta “emigrante?” (ed aver prima sempre risposto “no. perché un napoletano nun po’ viaggià?”), alla fine per stanchezza dice “sì!”, facendo una smorfia…
Per troppo tempo i vicoli (e le aree degradate) sono stati considerati da alcuni una sorta di microcosmo a sé: c’è chi ha parlato di “economia del vicolo”, quando inserendo uno stipendio nel “contesto” si dava olio ad un meccanismo semplice, dal consumo auto-controllato (il ragioniere del catasto che spende dal verduraio che spende dal calzolaio che spende dal sarto ecc.). Tutto questo poteva avere un minimo senso nell’800 o in periodo pre-bellico o immediatamente post-bellico (Napoli Milionaria), poi è tornato ad essere evidentemente (come, in realtà, sempre stata), appunto, solo una lettura “pittoresca” (vedi N.Moe: Un paradiso abitato da diavoli, L’ancora del Mediterraneo).
Dopo il laurismo (sono gli anni dell’ambasciatrice Luce in Italia…) forse non si è capito (voluto capire) che Napoli era e doveva essere intesa come una metropoli in forte disagio tout court, con aree industriali in continuo degrado e una relazione numero degli abitanti-bisogni reali (case, scuole, ospedali, servizi: ai sostantivi aggiungi l’aggettivo “funzionanti”) che stava andando semplicemente fuori controllo.
L’odio si manifesta spesso in comportamenti generalizzati apparentemente auto-punitivi, mancanti della visione della “comunità” intesa come “noi” che puoi trovare- banalissimamente- a Parigi. Si potrebbero fare mille esempi su comportamenti quotidiani “negativi” non sanzionati(/bili) (rifiuti, traffico,inquinamento acustico). Si potrebbe parlare di dispersione scolastica e così via.
Ecco, a mio modestissimo avviso, certi comportamenti non sono “autopunitivi” ma semplicemente “contestuali” e per questo non parametrabili.
Perché l’odio non si fa politica?
La politica, in Italia meridionale, vive di fiammate folgoranti e di lento, lentissimo fluire delle acque eterne. La politica è gestita e presentata dalla TV.
Non per niente in Sicilia è stato rieletto Cuffaro…
I meccanismi che regolano “la nomenclatura” sono ferrei…: Rosa Russo Iervolino ha governato male e si aveva l’impressione che non volesse neanche fare più il sindaco ma, forse, è stata “liberamente” costretta a ripresentarsi dal blocco di centro-sinistra. Se tutto un blocco “nazionale” concentra le sue necessità su quel nome e non si sostiene quel nome, come fare a fronteggiare altri blocchi?
Rossi-Doria - che rappresentava un’alternativa, secondo me insperata, che il centro-sinistra avrebbe dovuto considerare- ha preso quattro voti… Cosa poteva rappresentare per l’”odio” di quella gente uno che non aveva dietro un apparato potente, in grado di promettere innanzitutto un forte impatto per un tentativo di futuro diverso?
Come può “l’odio” interpretare la democrazia e il senso della “rappresentatività”?
Ecco perché, a mio avviso, i napoletani, pur “odiando”, non potevano non votare Russo Iervolino o il rappresentante del centro-destra. O non votare…
Quanti sono i napoletani “ancora liberi”?
Sarebbe facile e apparentemente sensato dire “molti”. Ma liberi da cosa e di fare cosa?
Qui si è parlato di scrittura ed “emozione”: come può non essere la scrittura e la lettura forte di “emozione” quando si scrivono e leggono gli argomenti trattati in Gomorra? L’emozione è sentimento ineludibile per dire il risentimento. Anche per elaborare analisi che partono da dati economici e statistici. Perché anche questo è quello che ha fatto Saviano. E… massimo rispetto per qualsiasi critica sullo stile e, a volte, sulla non immediata “elencazione” delle fonti, ma la sostanza resta.
Molti napoletani “ancora liberi” non hanno semplicemente gli strumenti e le possibilità di Roberto di “vedere” le cose. Altri napoletani possono anche pensare che sia opportuno conservare alla città la sua fama e il refrain sulla famosa “arte di arrangiarsi” (economicamente, culturalmente, politicamente), che ha fatto comodo per tanto tempo a molti fuori e a pochi “dentro” la città; altri ancora forse chiedono qualcosa di superiore, un fatto, qualsiasi cosa che possa diluire l’entropia del vivere in quella città.
Essere “ancora liberi”, in questo momento e in questa condizione storica, potrebbe significare acquisire e conservare consapevolezza, magari per riprendere fiducia e vedere un futuro diverso. Ammesso che possa servire…
Non è possibile nemmeno concepire che Napoli riesca da sé ad espellere la camorra…, perché la camorra che “vedi” è qualcosa di diverso dalla Camorra che è. E il libro di Saviano lo spiega bene, ritengo. Perché a mio avviso, banalmente, i serbatoi di manovalanza criminale si riducono riducendo le condizioni che li creano. E quelle condizioni al momento non sono messe neanche a rischio dalla politica e tantomeno dalla macroeconomia
(prima che dalla micro).
Ho scritto molto e di getto. E’ tardi e non riesco neanche a rileggere per tentare di valutare se ho scritto solo un mucchio di banalità…
ciao
diego
Quello che mi chiedo io, da non napoletana, è questo: una volta che quest’odio ha trovato espressione, che succede?
Lo chiedo ai napoletani, non a Saviano.
Lui ha scritto il libro, la sua parte l’ha fatta. Gli altri, dopo che lui ha dato espressione al loro odio, cosa pensano di fare?
E se di questo non si può parlare perché non faranno niente di più di quanto hanno sempre fatto e faranno nei secoli dei secoli, visto che a sentir loro la città si muove solo in moto circoscritto e non da loro determinabile, allora non resta che parlare del libro.
E del libro si può parlare solo in quanto libro e cioè chiedendosi com’è fatto, a cosa mirava, con che strumenti, se c’è riuscito, se è innovativo rispetto ai libri che si pubblicano e se sì perché sì e se no perché no eccetera eccetera eccetera.
Come sempre si parla dei libri, non ci sono altri modi.
Grazie Diego per le tue argomentate risposte, che generano altre domande, ovviamente.
La sequenza di rigetto della criminalità organizzata in un regime democratico non può che essere democratica: si manda al potere una forza politica col preciso mandato di operare in tal senso.
Che poi, in pratica, significa restituire allo Stato il pieno monopolio della forza del quale, nelle zone infette, è stato parzialmente espropriato.
Il che ulteriormente significa dargli un mandato teso all’esercizio della violenza, in nome di tutti.
La “presa di coscienza” democratica del dover fare qualcosa, non può che agire in senso repressivo, non può che rafforzare le strutture dello Stato che hanno questo compito, in genere e giustamente, considerato odioso a sinistra.
E già questa è una prima contraddizione che spacca il campo dei “giusti” e dei “civili”.
sempre su Rhonda:
http://www.wtclivinghistory.org/groundzerocorrection1.htm
naturalm. sull’ultim. num. della riv. Pulp Rob. Sav. dic. cos. molt. inter. in tem. di camorr. che val. la pen. di legger.
Era da molto che volevo parlare con Saviano, dirgli che stimo molto il suo lavoro, che con il suo libro ha dato un bel colpo per il risveglio dell’opinione pubblica su Napoli e dintorni…ma, nello stesso tempo, mi sento di dirgli che, per quanto si sia addentrato, resta ancora sul fronte letteratura, cioè, è paradossale per uno che ha fatto esperienza sulla propria pelle, ma è così, forse semplicemente perché sta dall’altra parte, non so come spiegarlo, ma è così.
Anche una semplice, poverissima testimonianza di vita come la mia, lo sente ancora lontano sotto molti aspetti: per esempio quando parli dei dati che vogliono il consumo di cocaina schizzato alle stelle e dell’eroina come una droga al collasso, io non capisco di quale mondo tu stia parlando…i paesi che frequento io: Bellona, Vitulazio, Camigliano, Pastorano, Pignataro…ma la stessa Capua, in fondo, hanno vissuto negli ultimi anni una crescita enorme del consumo dell’eroina anche tra i più giovani, solo che adesso i ragazzi sono più furbi, pochi si bucano, molti semplicemente la fumano e non sono affatto i “visitors” che descrivi tu, ma gente “normale” che durante la settimana lavora, in nero, non c’è da sottolinearlo, muratori, pittori, ma anche neo- assunti e già cassintegrati a Cassino, addirittura operai, insomma e tutti, ti dico tutti vanno a rifornirsi a Secondigliano. Non c’è quasi nessun mercato in zona, neanche quello dell’hashish da quando non ci sono più gli extracomunitari che contrabbandano sigarette. Gli spostamenti sono diventati rapidissimi da quando è entrata in funzione la superstrada-corridoio assassina che con due gocce d’acqua diventa una piscina con tanto di testa-coda, quindi, sicuramente fuori da ogni norma di sicurezza, ma che sbuca esattamente a casa loro e con tanto di piazzole di sosta “obbligata” per il ritorno, hanno pensato a tutti i confort, insomma. Cioè, volevo dirti, ci siamo anche noi, c’è tutto il “popolare - casertano” che ruota sempre più attorno a Secondigliano, che sembrava che tu avessi sorvolato con troppa leggerezza per arrivare subito a Mondragone.
Capire.
Ho riletto il j’accuse di Saviano pubblicato su “Nuovi Argomenti” del 2005. “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché…”. Erano parole dure, vere. Qualche mese fa è venuto giù Punta Perotti, che per anni è stato uno zombie del potere, l’icona del cemento armato, la mano scarnificata dei Matarrese sulla città di Bari. Pare che adesso la giunta comunale e la regione Puglia vogliano ridare ai cittadini quello spazio che per così tanto tempo gli è stato tolto. Vedremo.
Passa un anno. “Gomorra” si guadagna il “Premio Viareggio”. Il 1 luglio 2006, al Cinema Teatro Eden, un manipolo di scrittori e professori s’incontra per ricordare Enzo Siciliano, allievo di Ugo Spirito e Giacomo Debenedetti, di Pasolini e di Moravia, amico di Bertolucci (che oggi porta Pasolini a Venezia).
Protagonista della Dolce Vita e grand-commis della Rai all’epoca dei “Professori”, Siciliano è stato nella “resistenza” contro il governo Berlusconi e ha diretto “Nuovi Argomenti”. Molti redattori di NI, sotto la sua dirigenza, hanno scritto per la rivista di Moravia e Carrocci. Siciliano in persona, prima di lasciarci, ha ricordato a quali rischi si è esposto Saviano scrivendo di appalti, edilizia e camorre.
Quella sera, al Teatro Eden, ci sono Marisa Volpi, storica dell’arte e autrice Mondadori; la scrittrice Elisabetta Rasy, attiva nelle “Notti Bianche” romane che, qualche mese prima, a Villa Borghese, ha presentato il libro “La Scienza degli addii”, presenti il sindaco Veltroni e l’assessore alle politiche culturali Gianni Borgna; c’è il professor Giorgio Ficara; presiede Giorgio Van Straten; ci sono Saviano e Desiati, un’altra giovane promessa della letteratura meridionale. Saviano e Desiati leggono estratti del Diario pubblicato da Siciliano su Nuovi Argomenti.
Ma tra i giurati del Viareggio, sempre quella sera, c’è qualcuno che la sa più lunga di tutti gli altri messi insieme. L’attuale ministro degli Interni. Giuliano Amato. Il “Dottor Sottile”. L’americano del PSI. L’intellettuale di Mondoperaio. Il sottosegretario di Bettino Craxi sopravvissuto al craxismo. Fino a diventare lui stesso Presidente del Consiglio. Politicissimo tra i tecnici. In odor di statista tecnocratico.
Amato. L’uomo della Finanziaria che, per risollevarla, mise in ginocchio l’Italia. Amato, Ciampi, Dini, Carli. I privatizzatori. Amato in persona si è occupato dell’Alfa Romeo, quando, per ‘salvare’ il più nobile dei marchi automobilistici italiani, mio padre è stato sbattuto in cassa-integrazione e poi espulso dalla produzione. A meno che, gli dissero, al padre, non lasciate Gomorra ed emigrate a Milano6. Niet, rispose il genitore. Te lo scordi che lascio l’Adriatico per essere rinchiuso al Nord. Per questo lo hanno licenziato. Io so. E ho pure le prove. Nel tinello di casa.
Amato. Che per “gettare le basi della nostra ripresa” s’inventò la finanziaria “lacrime e sangue”. Era necessaria, come no. E “un altro grande risultato”, come apprendo dalla sua biografia ‘non-autorizzata’ (sic), è stato quello di “sospendere la scala mobile”. Certo, le riforme non sono popolari. Le privatizzazioni erano il patentino del postcomunismo. L’Euro era fondamentale per farci rispettare dalla comunità internazionale. Ma io so. E ho pure le prove. Personali. Che dopo il “risanamento” ho dovuto fare le valigie, mollare la casa in affitto, vendermi il vespino e continuare (a piedi) a fare il cretino.
“So che sarà difficile sopravvivere”, dissero i becchini della lira. Si riferivano al loro governo che stava per cadere, mica al mio affitto. “Per la prima volta qualcuno sta provando a raddrizzare le cose” gli fece eco il defunto Avvocato Agnelli. Si riferiva ad Amato. Ma mi faccia il piacere, mr. Banca d’Affari. Hai salvato l’Italia dalla Bancarotta. Hai introdotto il federalismo. “Tu sei grande/ e potente/ e io eroe di mamma mia solamente”.
Amato e Mediobanca. Che il 15 ottobre 2005 pubblica un’indagine sulla edilizia. Tra il 2001 e il 2004 il giro d’affari del settore è salito del 46,5%. Nei cantieri c’è piena occupazione. Il Dottor Sottile. Che insieme alle dirigenze diessine sussurra al colpo di mano rutelliano quando deflagra l’affaire Consorte. Nonostante la dichiarazione dell’ex ministro Bassanini sulla bontà dell’OPA di Unipol. Perché ci sono speculazioni buone e speculazioni cattive. Quella del Britannia si vede che era una speculazione buona. Quella dell’Unipol, a parte i fondi neri di Consorte, pure. Da collaboratore di “Diario”, credo che Roberto queste cose le sappia già. Per chi fosse interessato, rimando ai bei pezzi di Barbacetto.
Il Dottor Sottile. Che insieme a Fazio se l’è presa con il gruppo siciliano Franza per questioni poco chiare sull’affare del secolo, il Ponte sullo Stretto. Il gruppo Franza che nel 2001 ha scalato il 14% di Mediobanca. Ma secondo l’onorevole Antonio Mangiacavallo, già sottosegretario del governo Amato: “Il maggior pericolo, nel caso della realizzazione del Ponte, non appare legato né alla natura dell’opera né alla sua unitarietà (…) A rendere più rischiosa tale soluzione sembra solo essere la sua maggiore dimensione finanziaria rispetto alla multimodalità, ma se le risorse pubbliche liberate dalla scelta dello scenario multimodale venissero impiegate per rendere tale stesso scenario più robusto, costruendo ponti, aeroporti e strade (…), l’impatto sulla sicurezza dei due scenari diverrebbe simile”. Già, la Multimodalità. Ma la parola mafia dov’è?
Hai ragione Roberto, i morti nei cantieri non finiscono mai. I soldi dei cantieri non si contano più. E adesso partirà anche il nuovo piano di edilizia popolare. Adesso sulle ceneri di Punta Perotti faranno un bel giardino, vedrai, ci metteranno piante, fiori e frutti. Scivoli e giostre per i più piccoli. Un bel parco letterario per i più grandi. Ci andremo insieme, magari, a rileggere Pasolini. Nel frattempo anche Laterza ha ristrutturato.
Tutto volge al meglio, no?
Ma mi chiedo perché, quel giorno, al Teatro Eden, oltre a leggere i diari di Siciliano, non hai chiuso i pugni davanti ai sepolcri imbiancati. La prossima volta, se ti capita, pensa a quello che è successo a mio padre. Io me la caverò da solo, non preoccuparti. Qualche idea per tirare a campare ce l’ho già. Ma ci sono migliaia di quadri e operai, colletti bianchi e colletti blu, che dopo le lacrime e il sangue sono passati a destra. Dalla padella delle sottigliezze nella brace della sofferenza. Quella quotidiana. Quella cravattara. Delle Banche e di chi ne fa le feci.
Pensa a Michael Jackson, Roberto. Pensa a tutti i napoletani, a tutti i meridionali. E che la speranza torni a vivere. For Italy.
Davvero molto interessante questa discussione, specie, almeno per me, gli interventi di roberto (6 settembre alle 18:54, 7 settembre alle 18:21 e 22:15) e il discorso secondo cui «Il ‘semplice’ giornalista [...] non sarà mai in grado di regalare (vendere) emozioni, idee e sentimenti, come sanno fare i ‘narratori-reporter’». Credo che al riguardo l’inglese David Randall (autore di Il giornalista quasi perfetto, Laterza 2004) avrebbe sicuramente qualcosa da (ri)dire, tant’è che il suo The Great Reporters (Pluto Press 2005) nel presentare quelli che a suo avviso sono i 13 più grandi cronisti di sempre non fa che ribadire l’idea che il miglior giornalismo non ha nulla da invidiare alla narrativa, anche quanto a capacità di «regalare (vendere) emozioni, idee e sentimenti». È un punto su cui Randall insiste soprattutto nel capitolo che dedica ad A.J. Liebling (1904-1963), e che inizia così (propongo – sperando di fare cosa gradita e di non commettere troppe infrazioni – la mia imperfetta traduzione, non ancora rivista. Il libro dovrebbe uscire in Italia la prossima primavera):
[...] È luogo comune che in un cassetto della scrivania di ogni cronista ci sia un romanzo incompiuto. La maggior parte non vengono mai finiti, e se ne stanno nella scrivania (e nella mente del cronista) come un vecchio rimprovero. Diversi sono pubblicati, e qualcuno raggiunge una sorta di immortalità [...]. Ma che questi manoscritti a metà siano alla fine completati o meno, ciò che si nasconde dietro i cronisti che si affannano per raggiungere anche solo le vette inferiori della letteratura non è tanto il pensiero di far soldi ma l’idea che la narrativa sia una forma di scrittura superiore al giornalismo. Chi può, scrive; chi non può, si limita a riferire. In Gran Bretagna una vita passata a redigere articoli è considerata quasi un’ammissione che, in fatto di parole, proprio non sei riuscito a farti il fiato per arrivare a scrivere qualcosa della lunghezza di un libro. E persino in America, dove almeno è possibile ottenere un certo profilo intellettuale anche con opere non di narrativa, persiste l’idea che inventare qualcosa sia più elegante che non cercare di catturare la realtà.
È strano che le democrazie continuino così insistentemente ad abbracciare questa idea, e ancor di più per chi di noi ha sempre preferito cercare di capire la vita come viene realmente vissuta anziché la vita come potrebbe essere immaginata. Inoltre, è un’idea priva di ogni fondamento intellettuale, visto che la difficoltà di cercare di esaminare e descrivere l’attualità è almeno pari a quella di riordinare i «fatti» o i «personaggi» che lo scrittore ha inventato. I romanzieri, dopotutto, devono conformarsi solo alle loro verità personali e di rado sono chiamati a correggersi. Chiunque osi sostenere che il talento letterario in mostra nel romanzo medio è superiore a quello nell’articolo di giornale medio, è chiaro che di recente non è mai stato nella libreria di un aeroporto, né ha letto le decine e decine di cronisti che ogni giorno dimostrano una bravura con le parole che la maggior parte dei romanzieri troverebbe di estrema difficoltà.
Eppure molti giornalisti perseverano nel loro complesso di inferiorità. Si prenda l’esempio che segue, dove Saul Steinberg, del «New Yorker», descrisse un collega di talento eccezionale, ma che evitava la narrativa: «È come una ballerina che decide di camminare». In altre parole, quel collega aveva scelto la strada facile; non si metteva alla prova; passeggiava anziché imparare tutti quei passi difficili. Sciocchezze, naturalmente, specie perché l’uomo di cui Steinberg stava parlando era A.J. Liebling, non lungi dall’essere la penna migliore nella storia della carta stampata. «Perché non scrive un romanzo?», gli domandavano. E Liebling rispondeva: «Che? Inventare le cose?». E una volta, alla richiesta di un giudizio sull’amico Albert Camus, scosse la testa e disse: «Ha dissipato le sue energie nella scrittura creativa e abbiamo perso un grande giornalista». [...]
I miei complimenti, Roberto (dei commenti), per la lucidità dei tuoi interventi.
So di espormi alle frecce come un novello san Sebastiano, ma quel
“d’aria, di terra, di mare”
del titolo, così soldatesco, così da discorso alle truppe, continua a prudermi nell’orecchio e vuol dirmi qualcosa.
Non so se Saviano l’ha preso da qualche parte, se sì sarei curiosa di sapere da dove e perché (tra l’altro sarebbe gentile da parte sua emergere dallo spazio siderale della rete, ma pazienza).
Mi sembrerebbe interessante legare questa scelta del titolo al discorso sull’emozione e anche sul vitalismo, che mi pare di leggere come un’esigenza assai forte in molti interventi, o stili, o suggestioni di una certa scrittura dell’ultima generazione.
(Torno sempre lì, lo so.)
Mi sono state poste domande alle quali non ho risposta. Se l’avessi io l’avrebbero in molti e il problema potrebbe dirsi risolto.
Mi piacerebbe girare la frittata e chiedere come mai al nord non riescono a liberarsi della Lega, che in fatto di ciminalità ( almeno ideologica ) non fa meno vittime della camorra o della mafia ( a volte i morti camminano e respirano ). Ma sarebbe una provocazione inutile e dispersiva.
Quello che so è che il sig. roberto ( se mi dà del lei io la chiamo sig., dispiace ? ) ha ragione. Senza mezzi termini : truppe d’assalto per disarmare questa gente, poi parliamo del resto ( però non ho capito il parallelo con gli Hezbollah ).
Le giustificazioni del fenomeno camorristico le conosciamo tutti ma, come dice Saviano nel suo libro, oggi si tratta di una forma molto simile alla lotta di classe di un tempo. Il capitalismo delinquenziale della criminalità organizzata è un espressione di paleocapitalismo armato e va combattuto con le armi, visto che le altre strade non sono più percorribili. Non possiamo risalire all’unificazione dell’Italia per cercare le motivazioni del fenomeno, che ha assunto carattere di pericolosità sociale oltre ogni limite. A latere l’opera di risanamento e bonifica sociale.
Per quanto attiene al discorso letterario sull’opera di Saviano, non sono in grado di esprimere un giudizio, non disponendo di mezzi culturali sufficienti ad argomentare. Però sono un lettore e la scrittura di Saviano mi è piaciuta. Per me, dal punto di vista della forma, basta e avanza.
Il resto non mi interessa.
A Roberto Saviano consiglio questo:
http://www.bol.it/libri/scheda/ea978880450473.html
Temperanza, credo che il titolo sia un’allusione a Salgari.
Ah, le differenze di educazione fra maschietti e femminucce; una criptocitazione di Piccole donne sono sicuro che l’avresti colta subito! :-)
@raos
Mai sono stata offesa così ferocemente, darmi dell’ignorante su Salgari, sul latte che ha nutrito la mia giovinezza, Andrea tu corri rischi:–)
Ma proprio per questo mi pare molto strano che l’abbia preso da Salgari, sii gentile, indaga, e fammi sapere.
Aveva ragione Sciascia, quando diceva che per incontrare una persona intelligente bisogna passare attraverso sette cretini. Sono quindi grata al sig.Bruno Esposito per avermi permesso di incontrare quel suo primo commento così intelligentemente accorato, e in particolare quel “provateci voi”, in difesa di un documento reale qual è “Gomorra”. Perché quando la realtà te la vedi morire sotto gli occhi in carne e ossa, le fonti non hai bisogno di andarle a cercare. Invece si, che ringrazi di avere un Saviano accanto a testimoniare con il coraggio delle parole giuste una morte altrimenti inutile.
Certo che l’offesa qui è endemica. Non si potrebbe dare dell’intelligente all’uno senza dare dei cretini agli altri? Troppo difficile?
“documento reale”, “testimoniare”, “coraggio”, “parole giuste”.
grazie roma che stanotte ti imbianchi come in un romanzo di Dostoevskij, grazie roma per le tue luci e i tuoi suoni, le tradizioni e le contaminazioni, grazie roma che ci fai sentire amici anche se non ci conosciamo, grazie roma per la Feltrinelli aperta 24 ore su 24, per le danzatrici del ventre al centro commerciale anagnina, per il gasometro illuminato, per il concerto all’alba sul gianicolo, grazie roma che ci fai piangere abbracciati ancora, grazie roma per le centinaia di eventi che tutta la stampa canta, grazie roma per i cinema e i musei gratis, grazie roma per i ministeri e i monumenti eccezionalmente aperti anzi spalancati, grazie roma per i banchetti degli ex-detenuti a largo argentina, per gli stand contro la fame nel mondo a piazza campitelli, per i diritti dei bambini a piazza euclide, grazie roma che ci fai sentire importanti anche se non contiamo niente, grazie roma per margherita buy a palazzo braschi e per caparezza a san lorenzo, grazie roma per il corteo delle giraffe a via cavour, per gli alchimisti a ponte sant’angelo, per i mangiafuoco ai fori imperiali, grazie roma e grazie sindaco in collaborazione con la camera di commercio, la regione lazio e il ministero dei beni culturali, donate al mondo poesia, meraviglia, festa, gioco, mistero, grazie Roma (…)
Complimenti a Roberto e al suo articolo d’apertura sull’Espresso!
Chiede @ Bruno Esposito:
“Mi piacerebbe girare la frittata e chiedere come mai al nord non riescono a liberarsi della Lega, che in fatto di ciminalità ( almeno ideologica ) non fa meno vittime della camorra o della mafia ( a volte i morti camminano e respirano ). Ma sarebbe una provocazione inutile e dispersiva.”
La trovo OT, ma non inutile e dispersiva e cerco di rispondere.
Per quanto addolori qualcuno di noi, la Lega è una forza politica liberamente eletta. Esercita il suo potere alla luce del sole. A alla luce del sole viene contrastata con le armi della politica dalle forze che le sono avverse.
Lascio perdere il paradosso sul fatto che non fa meno vittime della camorra perché dovrei rispondere con un altro paradosso, o fare un discorso lunghissimo e l’OT diventerebbe eccessivo per questo thread.
Entrambe però, lega e camorra, ed è per questo che pur non essendo un’esperta né dell’una né dell’altra tento di rispondere, hanno qualcosa in comune, sono radicate nel territorio.
La differenza, (una delle) è che la camorra è un fenomeno secolare, diventato nella sua storia strumento di molti, e a quanto pare inestirpabile, pervasiva, dilagante, fondata sul denaro e mantenuta in vita dalla consapevolezza che contrastarla può costare la vita, oltre che dal fatto che conviene.
La lega è, ai miei occhi, al tempo stesso un fenomeno di sottocultura e di cecità cuturale delle vecchie classi dirigenti. E’ la risposta alla modernità da parte di un elettorato che si è visto scippare l’ identità, l’unica cosa che le rimaneva, non da singoli soggetti politici, ma da uno stare nel mondo che delegittimava quelle che riteneva le sue radici, la sua cultura di paese, le sue tradizioni, la polenta e osei, il lavoro testardo, l’emigrazione. Non dimenticatevi la canottiera di Bossi.
La lega non odia l’Italia in quanto tale, odia la modernità, e stranamente non tutta la modernità, perché il nord-est è modernissimo, lavora col mondo, ma la modernità culturale, la strategia retorica della modernità. Parlo dell’elettorato. Per questo la lega parla dialetto, anche quando potrebbe non farlo, fa le sagre, i mercatini, il vino. E cerca di buttare a mare gli immigrati perché inquinano la Razza Piave, che è una razza di mucche.
Il Nord non riesce a liberarsi della Lega perché non vuole, perché in parte il Nord è Lega, la Lega ha nel Nord le sue vere radici, linguistiche e sentimentali.
E’ così anche per la Camorra?
Onore al Saviano giornalista. Un articolo che merita di essere letto.
Resta