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	<title>Commenti a: Napoli. Tra movimento e stasi.</title>
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	<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 16:04:56 +0000</pubDate>
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		<title>Di: Buzz</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-46102</link>
		<dc:creator>Buzz</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Sep 2006 06:29:51 +0000</pubDate>
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		<description>@NoNameGiven

21) C'è una sola farmacia, le altre sono ad alcuni chilometri;</description>
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<p>21) C&#8217;è una sola farmacia, le altre sono ad alcuni chilometri;</p>
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		<title>Di: CroolIntentions</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45504</link>
		<dc:creator>CroolIntentions</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2006 17:46:13 +0000</pubDate>
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		<description>Non ho visto tutta la trasmissione ma da persona che si occupa del casting avrei fatto di tutto per avere Saviano, anche al posto di Travaglio (o assieme). Possibile che nessuno si sia ricordato dell'autore di un best seller?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non ho visto tutta la trasmissione ma da persona che si occupa del casting avrei fatto di tutto per avere Saviano, anche al posto di Travaglio (o assieme). Possibile che nessuno si sia ricordato dell&#8217;autore di un best seller?</p>
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		<title>Di: Daniele Ventre</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45457</link>
		<dc:creator>Daniele Ventre</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2006 15:45:42 +0000</pubDate>
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		<description>Del resto, che aspettarsi dalla tv strappalacrime, se non retorica da romanzetto realistico di sest'ordine?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Del resto, che aspettarsi dalla tv strappalacrime, se non retorica da romanzetto realistico di sest&#8217;ordine?</p>
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		<title>Di: bruno esposito</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45360</link>
		<dc:creator>bruno esposito</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Sep 2006 10:09:06 +0000</pubDate>
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		<description>Non solo quel pezzo di trasmissione ma tutta l'impostazione è stata sbagliata. In Anno Zero si è discusso della criminalità dei disperati, quella che esiste in tutte le metropoli del mondo e in misura anche maggiore. E' un allarme sociale comune a tutto il mondo industrializzato. Mi aspettavo un'analisi del fenomeno camorristico che è diverso da quello mafioso. Mi aspettavo che le accuse alla gang di Bassolino ( che ho votato più volte per mancanza di alternativa ) non fossero così vaghe. Avrei voluto vedere con piacere una mappa dei clan, con tanto di nomi e cognomi, testimonianze da chi ci sta dentro. Avrei voluto sentire il prefetto, il questorie, il procuratore della Repubblica, il sindaco, il presidente della provincia, lo stesso Bassolino, il ministro dell'Interno, gli assessori regionali. Hanno parlato del senatore De Gregorio senza dire delle sue collusioni con i clan di Fuorigrotta ( Malventi, Baratto, Cavalcanti ), senza fare cenno ai suoi 70.000 euro di assegni protestati, l'ultimo ad Aprile di quest'anno. Avrei voluto sentire un'analisi sulle liste presentate dalla destra e dalla sinistra alle ultime elezioni, chi c'era dentro, come mai la figlia di un boss è stata eletta in Forza Italia, chi ha pagato campagne elettorali da capogiro, chi sono quelle facce sui manifesti. E avrei voluto sentir parlare di aziende campane che subappaltano la loro produzione ai clan, che a loro volta le passano ai cinesi o ai disperati che lavorano epr due euro all'ora. Avrei voluto sentire questo e tanto altro ancora ma invece ho sentito la vedova di una vittima dire che questo mondo fa schifo. E aveva ragione lei.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non solo quel pezzo di trasmissione ma tutta l&#8217;impostazione è stata sbagliata. In Anno Zero si è discusso della criminalità dei disperati, quella che esiste in tutte le metropoli del mondo e in misura anche maggiore. E&#8217; un allarme sociale comune a tutto il mondo industrializzato. Mi aspettavo un&#8217;analisi del fenomeno camorristico che è diverso da quello mafioso. Mi aspettavo che le accuse alla gang di Bassolino ( che ho votato più volte per mancanza di alternativa ) non fossero così vaghe. Avrei voluto vedere con piacere una mappa dei clan, con tanto di nomi e cognomi, testimonianze da chi ci sta dentro. Avrei voluto sentire il prefetto, il questorie, il procuratore della Repubblica, il sindaco, il presidente della provincia, lo stesso Bassolino, il ministro dell&#8217;Interno, gli assessori regionali. Hanno parlato del senatore De Gregorio senza dire delle sue collusioni con i clan di Fuorigrotta ( Malventi, Baratto, Cavalcanti ), senza fare cenno ai suoi 70.000 euro di assegni protestati, l&#8217;ultimo ad Aprile di quest&#8217;anno. Avrei voluto sentire un&#8217;analisi sulle liste presentate dalla destra e dalla sinistra alle ultime elezioni, chi c&#8217;era dentro, come mai la figlia di un boss è stata eletta in Forza Italia, chi ha pagato campagne elettorali da capogiro, chi sono quelle facce sui manifesti. E avrei voluto sentir parlare di aziende campane che subappaltano la loro produzione ai clan, che a loro volta le passano ai cinesi o ai disperati che lavorano epr due euro all&#8217;ora. Avrei voluto sentire questo e tanto altro ancora ma invece ho sentito la vedova di una vittima dire che questo mondo fa schifo. E aveva ragione lei.</p>
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		<title>Di: Luigi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45320</link>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 22:53:53 +0000</pubDate>
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		<description>P.S.
aggiungo un'ultima cosa, ho trovato la puntata di Anno Zero di Santoro vagamente aberrante. Le interviste al rapinatore, al fratello del presunto omicida, sono moralmente schifose</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>P.S.<br />
aggiungo un&#8217;ultima cosa, ho trovato la puntata di Anno Zero di Santoro vagamente aberrante. Le interviste al rapinatore, al fratello del presunto omicida, sono moralmente schifose</p>
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	<item>
		<title>Di: Daniele Ventre</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45319</link>
		<dc:creator>Daniele Ventre</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 22:41:31 +0000</pubDate>
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		<description>Ognuno agisca secondo coscienza, commisuratamente alle proprie forze.

In una città che è periferica e marginale fin nel suo centro, è ben difficile vivere.

L'unica cosa è che il Titapoli non affonda. 

Permane.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ognuno agisca secondo coscienza, commisuratamente alle proprie forze.</p>
<p>In una città che è periferica e marginale fin nel suo centro, è ben difficile vivere.</p>
<p>L&#8217;unica cosa è che il Titapoli non affonda. </p>
<p>Permane.</p>
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		<title>Di: amedeo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45311</link>
		<dc:creator>amedeo</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 21:12:16 +0000</pubDate>
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		<description>Casualmente leggo l'articolo il giorno dopo Annozero di Santoro. 
Una domanda, reale, senza retorica e dalla cui risposta potrebbero dipendere alcune scelte.
Qual'è il limite oltre cui è lecito scappare senza doversi sentire vigliacchi per aver abbandonato il Titapoli?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Casualmente leggo l&#8217;articolo il giorno dopo Annozero di Santoro.<br />
Una domanda, reale, senza retorica e dalla cui risposta potrebbero dipendere alcune scelte.<br />
Qual&#8217;è il limite oltre cui è lecito scappare senza doversi sentire vigliacchi per aver abbandonato il Titapoli?</p>
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	<item>
		<title>Di: Luigi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45181</link>
		<dc:creator>Luigi</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 16:37:38 +0000</pubDate>
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		<description>Approfitto per chiudere, probabilmente, lo spazio dei commenti. Ringrazio quanti stimolati dalle mie riflessioni hanno aggiunto le loro. Ho seguito e apprezzato molto l'intervento di Daniele Ventre, che nell'intrico lessicale ardito, offre una visione assai precisa e personale della città.
L'articolo nasceva come contrafforte emotivo ad una situazione di forte recrudescenza criminale che chiunque sia qui, in città, respira con la pelle. 
C'è chi si è voluto soffermare sullo specifico di una contrapposzione che in realtà io non proponevo in maniera così rigidamente manichea. Ma va bene così. Come va bene che Marco, Daniele e altri abbiano contribuito con una loro riflessione, ad indirizzare l'utilizzo e la comprensione della parola 'bellezza', che chissà perché sembra oggi una bestemmia reazionaria mentre è un valore fondante di ogni nostro agire. O dovrebbe.
Evidentemente tocca un nervo scoperto.
E ringrazio anche chi ha interpretato diversamente questo valore; lo dico senza ironia; l'alterità fa sempre bene. 
Mi colpisce che a un certo punto la discussione si sia focalizzata sul luogo-periferia. Mentre ribadisco che la specificità criminale di Napoli è nel suo centro, purtroppo. Siamo già alla fase del contagio, della diffusione virale di microceppi delinquenziali.
Ma sulle periferie, forse, è arrivato il momento di avviare una seria ricognizione.
Napoli, ad esempio, è una città che divora letteralmente il resto della regione. Paradossalmente si potrebbe pensare tutta la cinta campana che divide Napoli dagli altri capoluoghi come un'enorme periferia della prima. Sembra un paradosso, ma non lo è.
Le strade perdute di Napoli, lynchiane, sono ovunque, anche quando si ha la certezza di essere a Caserta. Castelvolturno, Villaggio Coppola (dove Garrone girò L'imbalsamatore), Mondragone, oppure nel territorio flegreo. È Napoli, Napoli che si sfilaccia e si distende...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Approfitto per chiudere, probabilmente, lo spazio dei commenti. Ringrazio quanti stimolati dalle mie riflessioni hanno aggiunto le loro. Ho seguito e apprezzato molto l&#8217;intervento di Daniele Ventre, che nell&#8217;intrico lessicale ardito, offre una visione assai precisa e personale della città.<br />
L&#8217;articolo nasceva come contrafforte emotivo ad una situazione di forte recrudescenza criminale che chiunque sia qui, in città, respira con la pelle.<br />
C&#8217;è chi si è voluto soffermare sullo specifico di una contrapposzione che in realtà io non proponevo in maniera così rigidamente manichea. Ma va bene così. Come va bene che Marco, Daniele e altri abbiano contribuito con una loro riflessione, ad indirizzare l&#8217;utilizzo e la comprensione della parola &#8216;bellezza&#8217;, che chissà perché sembra oggi una bestemmia reazionaria mentre è un valore fondante di ogni nostro agire. O dovrebbe.<br />
Evidentemente tocca un nervo scoperto.<br />
E ringrazio anche chi ha interpretato diversamente questo valore; lo dico senza ironia; l&#8217;alterità fa sempre bene.<br />
Mi colpisce che a un certo punto la discussione si sia focalizzata sul luogo-periferia. Mentre ribadisco che la specificità criminale di Napoli è nel suo centro, purtroppo. Siamo già alla fase del contagio, della diffusione virale di microceppi delinquenziali.<br />
Ma sulle periferie, forse, è arrivato il momento di avviare una seria ricognizione.<br />
Napoli, ad esempio, è una città che divora letteralmente il resto della regione. Paradossalmente si potrebbe pensare tutta la cinta campana che divide Napoli dagli altri capoluoghi come un&#8217;enorme periferia della prima. Sembra un paradosso, ma non lo è.<br />
Le strade perdute di Napoli, lynchiane, sono ovunque, anche quando si ha la certezza di essere a Caserta. Castelvolturno, Villaggio Coppola (dove Garrone girò L&#8217;imbalsamatore), Mondragone, oppure nel territorio flegreo. È Napoli, Napoli che si sfilaccia e si distende&#8230;</p>
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	<item>
		<title>Di: bruno esposito</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45180</link>
		<dc:creator>bruno esposito</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 16:37:32 +0000</pubDate>
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		<description>@daniele ventre
Analisi antropologica efficace e affascinante. Specie nella descrizione della città costruita per il comando. 
Sono parzialmente d'accordo. Napoli è lo specchio di diverse dominazioni, non ci leggo un disegno intenzionale.
Nel fare il parallelo con i clan familiari giapponesi non mi riferivo alla composizione della società ma alla nascita della società basata su ceppi familiari diversi fra loro e spesso in conflitto. A Napoli, questa forma tribale esiste ancora e definire "plebe" coloro che la compongono, mi sembra in linea col riferimento temporale/storico di Domenico Rea.
E nel parlare di sinistra e di borghesia non mi sembra di aver fatto ricorso all'ideologia. Sono fatti di carne e ossa, li puoi toccare.
Se poi il nodo non viene tagliato con l'accorrere delle legioni, questo non lo so. E' una via, un'ipotesi per il veloce recupero del territorio che è stato occupato militarmente.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@daniele ventre<br />
Analisi antropologica efficace e affascinante. Specie nella descrizione della città costruita per il comando.<br />
Sono parzialmente d&#8217;accordo. Napoli è lo specchio di diverse dominazioni, non ci leggo un disegno intenzionale.<br />
Nel fare il parallelo con i clan familiari giapponesi non mi riferivo alla composizione della società ma alla nascita della società basata su ceppi familiari diversi fra loro e spesso in conflitto. A Napoli, questa forma tribale esiste ancora e definire &#8220;plebe&#8221; coloro che la compongono, mi sembra in linea col riferimento temporale/storico di Domenico Rea.<br />
E nel parlare di sinistra e di borghesia non mi sembra di aver fatto ricorso all&#8217;ideologia. Sono fatti di carne e ossa, li puoi toccare.<br />
Se poi il nodo non viene tagliato con l&#8217;accorrere delle legioni, questo non lo so. E&#8217; una via, un&#8217;ipotesi per il veloce recupero del territorio che è stato occupato militarmente.</p>
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	<item>
		<title>Di: Daniele Ventre</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45139</link>
		<dc:creator>Daniele Ventre</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 13:55:46 +0000</pubDate>
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		<description>In realtà, appare sotteso all'intervento di Pingitore un dato essenziale: che Napoli mostra, nel suo degrado urbano ed estetico, un'integrale crisi sul piano assiologico. Molti, finora, hanno ribadito che il problema essenziale è economico. In verità il punto nodale è, da sempre, la concezione dell'uomo che si riflette nel modo in cui il potere (sia quello criminale, illegale, sia quello politico, sancito dalle istituzioni), si organizza nello spazio, in un agglomerato che oggi si dipana, ben oltre i confini comunali e provinciali, da Caserta a Salerno, quasi senza significative soluzioni di continuità (al più, qualche straccio verde sporco di campagna malata), in un filiforme ed angusto attorcersi di sinapsi periferiche, fra entroterra, vulcano e mare.

Dalle antiche degradate insulae, retroterra maleolente delle stupende facciate di chiese barocche e regge neoclassiche, alle contemporanee scatole di cemento delle periferie (veri e propri "omili", per riesumare l'efficacissimo termine coniato da un oppositore degli aspetti deteriori e massificanti dell'industrialismo, qual era Danilo Dolci), eserciti di terracotta prefabbricati che accerchiano e soffocano i relitti sparsi di un liberty fin de siècle, il volto della città appare continuamente atteggiato a crudele ironizzazione di se stesso, come in un'improbabile opera patchwork risultante dalla cumulazione casuale degli strati. Sembra quasi che la lamiera contorta e mal attata su reticoli di tubi, il relitto del caseggiato sventrato, il casermone delle vele che non ci vuole, non ci sa morire, perché a dispetto della sua bruttura costruito per resistere, stiano lì a prendere in giro l'ultimo residuale di forme armoniche ancora sopravviventi all'assedio, in un accavallarsi di vocii e gridii che fa vibrare in note di triste sberleffo perfino le corde intime del dialetto.

Vendetta della plebe, ha detto qualcuno. Mancata formazione di un proletariato. In realtà, organizzazione secolare dello spazio in modo che la città del comando, ammantata di fregi, svettante, chiusa, si imponga con autoreferenziale tracotanza in mezzo a grovigli di catapecchie, intrecciate in un indecidibile logico di strade senza uscita, dove la massa è meno che proletariato, meno che plebe, meno che nucleo tribale, ed è appunto ridotta a puro aggregato conflittuale di istintualità ferina; lo stesso iperfamilismo non è altro che un ultimo, debole precipitato di collante di socialità animale, quale emerge là dove non esiste, e non si vuol far esistere, alcuna normatività (etica come estetica) da condividere; là dove il linguaggio stesso, sia esso lingua ufficiale o dialetto, pare decomposto; in una parola, là dove l'uomo è, come uomo, totalmente nullificato. Ricordiamoci infatti, al di là di materialismi più o meno volgari, che l'uomo è uomo per la sua natura di animal culturale, e che non si dà mai, nella storia, modo di produzione o rapporto di potere che non si esprima in un simbolo condiviso. La disgregazione estetica è frutto dell'imposizione di un contesto in cui si vuole uccidere, nel delicatissimo cronotopo dello spazio urbano, che fa dell'uomo un cittadino, la dimensione normativa della cultura (intesa nell'amplissimo senso socio-antropologico del termine), che fa dell'uomo stesso un uomo. 

Altrove, città altrettanto elitarie od oligarchiche, si sono date, in tutte le epoche, strutture che, nella loro pervasiva viabilità, esprimevano la volontà di controllo del potere e la sua capacità di farsi anche matrice generativa di norme (e in qualche modo di normalità), sia sul piano del diritto, sia sul piano dell'organizzazione estetica dello spazio percepito. Napoli è l'espressione di un altro tipo di potere -da dominanti di capobranco-, che nel suo localismo e nella sua marginalità si esaurisce, pago di esercitare, a partire dalla condizione originaria di eccezionalità che lo fonda, non altro che il brutale diritto all'eccesso, finché dura. Si è evocato il paragone con il Giappone medievale. Sarebbe stata più efficace, come chiave di lettura della socialità, della struttura urbana, dell'economia di Napoli, evocare il doppio circolo economico-culturale che per Dos Santos caratterizza, benché su scale infinitamente più grandi di invivibilità e di Apbau, città come Calcutta, Rio de Janeiro o Nairobi: un salotto di colletti bianchi al piano attico, una calca di perifericità sociale al pianoterra, un potere eterodiretto senza coscienza, un prisma di grattacieli rampollato da una biomassa di scatole di cartone e lamiere.

Si capisce bene, allora, come il paletto piantato dal commerciante a stabilire la sua giurisdizione privata, là dove esisteva un tempo un parcheggio invalidi, e la città che straborda dal suo Lebensraum, tracimando con alluvione cementizia di palazzine fin oltre il crinale inquieto del doppio recinto lavico del Vesuvio, non meno  dell'appartenenza ai capizona e l'aderenza in alto loco, non siano che due aspetti della stessa medaglia: una sorta di singolarità urbana, in cui lo spazio e il tempo degli individui e della comunità sono ingolfati nella frenesia e nella bruttura emananti dall'arbitrio di pochi.

E il velleitarismo delle ideologie, o il proclama tardo-imperiale dell'accorrere delle legioni, non ci aiutano a tagliare il nodo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In realtà, appare sotteso all&#8217;intervento di Pingitore un dato essenziale: che Napoli mostra, nel suo degrado urbano ed estetico, un&#8217;integrale crisi sul piano assiologico. Molti, finora, hanno ribadito che il problema essenziale è economico. In verità il punto nodale è, da sempre, la concezione dell&#8217;uomo che si riflette nel modo in cui il potere (sia quello criminale, illegale, sia quello politico, sancito dalle istituzioni), si organizza nello spazio, in un agglomerato che oggi si dipana, ben oltre i confini comunali e provinciali, da Caserta a Salerno, quasi senza significative soluzioni di continuità (al più, qualche straccio verde sporco di campagna malata), in un filiforme ed angusto attorcersi di sinapsi periferiche, fra entroterra, vulcano e mare.</p>
<p>Dalle antiche degradate insulae, retroterra maleolente delle stupende facciate di chiese barocche e regge neoclassiche, alle contemporanee scatole di cemento delle periferie (veri e propri &#8220;omili&#8221;, per riesumare l&#8217;efficacissimo termine coniato da un oppositore degli aspetti deteriori e massificanti dell&#8217;industrialismo, qual era Danilo Dolci), eserciti di terracotta prefabbricati che accerchiano e soffocano i relitti sparsi di un liberty fin de siècle, il volto della città appare continuamente atteggiato a crudele ironizzazione di se stesso, come in un&#8217;improbabile opera patchwork risultante dalla cumulazione casuale degli strati. Sembra quasi che la lamiera contorta e mal attata su reticoli di tubi, il relitto del caseggiato sventrato, il casermone delle vele che non ci vuole, non ci sa morire, perché a dispetto della sua bruttura costruito per resistere, stiano lì a prendere in giro l&#8217;ultimo residuale di forme armoniche ancora sopravviventi all&#8217;assedio, in un accavallarsi di vocii e gridii che fa vibrare in note di triste sberleffo perfino le corde intime del dialetto.</p>
<p>Vendetta della plebe, ha detto qualcuno. Mancata formazione di un proletariato. In realtà, organizzazione secolare dello spazio in modo che la città del comando, ammantata di fregi, svettante, chiusa, si imponga con autoreferenziale tracotanza in mezzo a grovigli di catapecchie, intrecciate in un indecidibile logico di strade senza uscita, dove la massa è meno che proletariato, meno che plebe, meno che nucleo tribale, ed è appunto ridotta a puro aggregato conflittuale di istintualità ferina; lo stesso iperfamilismo non è altro che un ultimo, debole precipitato di collante di socialità animale, quale emerge là dove non esiste, e non si vuol far esistere, alcuna normatività (etica come estetica) da condividere; là dove il linguaggio stesso, sia esso lingua ufficiale o dialetto, pare decomposto; in una parola, là dove l&#8217;uomo è, come uomo, totalmente nullificato. Ricordiamoci infatti, al di là di materialismi più o meno volgari, che l&#8217;uomo è uomo per la sua natura di animal culturale, e che non si dà mai, nella storia, modo di produzione o rapporto di potere che non si esprima in un simbolo condiviso. La disgregazione estetica è frutto dell&#8217;imposizione di un contesto in cui si vuole uccidere, nel delicatissimo cronotopo dello spazio urbano, che fa dell&#8217;uomo un cittadino, la dimensione normativa della cultura (intesa nell&#8217;amplissimo senso socio-antropologico del termine), che fa dell&#8217;uomo stesso un uomo. </p>
<p>Altrove, città altrettanto elitarie od oligarchiche, si sono date, in tutte le epoche, strutture che, nella loro pervasiva viabilità, esprimevano la volontà di controllo del potere e la sua capacità di farsi anche matrice generativa di norme (e in qualche modo di normalità), sia sul piano del diritto, sia sul piano dell&#8217;organizzazione estetica dello spazio percepito. Napoli è l&#8217;espressione di un altro tipo di potere -da dominanti di capobranco-, che nel suo localismo e nella sua marginalità si esaurisce, pago di esercitare, a partire dalla condizione originaria di eccezionalità che lo fonda, non altro che il brutale diritto all&#8217;eccesso, finché dura. Si è evocato il paragone con il Giappone medievale. Sarebbe stata più efficace, come chiave di lettura della socialità, della struttura urbana, dell&#8217;economia di Napoli, evocare il doppio circolo economico-culturale che per Dos Santos caratterizza, benché su scale infinitamente più grandi di invivibilità e di Apbau, città come Calcutta, Rio de Janeiro o Nairobi: un salotto di colletti bianchi al piano attico, una calca di perifericità sociale al pianoterra, un potere eterodiretto senza coscienza, un prisma di grattacieli rampollato da una biomassa di scatole di cartone e lamiere.</p>
<p>Si capisce bene, allora, come il paletto piantato dal commerciante a stabilire la sua giurisdizione privata, là dove esisteva un tempo un parcheggio invalidi, e la città che straborda dal suo Lebensraum, tracimando con alluvione cementizia di palazzine fin oltre il crinale inquieto del doppio recinto lavico del Vesuvio, non meno  dell&#8217;appartenenza ai capizona e l&#8217;aderenza in alto loco, non siano che due aspetti della stessa medaglia: una sorta di singolarità urbana, in cui lo spazio e il tempo degli individui e della comunità sono ingolfati nella frenesia e nella bruttura emananti dall&#8217;arbitrio di pochi.</p>
<p>E il velleitarismo delle ideologie, o il proclama tardo-imperiale dell&#8217;accorrere delle legioni, non ci aiutano a tagliare il nodo.</p>
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	<item>
		<title>Di: gerardo carotenuto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45136</link>
		<dc:creator>gerardo carotenuto</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 13:00:45 +0000</pubDate>
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		<description>@dottor biondillo.
la trovo irresistibile. ma è possibile che lei sia sempre di fretta? scusate non posso approfondire perchè devo scappare, devo andare, ecc. pensi lei che io sto commentando mentre un mio vecchio paziente dorme. per scrivere questo commento, caro dottore, ho dovuto ipnotizzare un paziente. capisce?
se vuole, le prescrivo 50 mg di krematon e 60 gocce di alprazolam al dia.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@dottor biondillo.<br />
la trovo irresistibile. ma è possibile che lei sia sempre di fretta? scusate non posso approfondire perchè devo scappare, devo andare, ecc. pensi lei che io sto commentando mentre un mio vecchio paziente dorme. per scrivere questo commento, caro dottore, ho dovuto ipnotizzare un paziente. capisce?<br />
se vuole, le prescrivo 50 mg di krematon e 60 gocce di alprazolam al dia.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Marco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-45060</link>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2006 09:59:00 +0000</pubDate>
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		<description>"estetica" ha a che vedere con percezione, costruzione di senso, prassi. in accezione ampia. dunque luoghi e situazioni dove l'emersione di senso è continuamente compromessa, e la violenza sostituisce e costituisce ogni legge e comportamento, non possono che creare disagio e scale discendenti. il negativo che supera l'energia messa in campo dalla gente per vivere. 
credo che l'accezione data da Pingitore a "bellezza" sia questa</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;estetica&#8221; ha a che vedere con percezione, costruzione di senso, prassi. in accezione ampia. dunque luoghi e situazioni dove l&#8217;emersione di senso è continuamente compromessa, e la violenza sostituisce e costituisce ogni legge e comportamento, non possono che creare disagio e scale discendenti. il negativo che supera l&#8217;energia messa in campo dalla gente per vivere.<br />
credo che l&#8217;accezione data da Pingitore a &#8220;bellezza&#8221; sia questa</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Daniele</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44811</link>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2006 17:31:22 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44811</guid>
		<description>ho conosciuto questa pagina nel newsgroup italia.napoli.discussioni

Per me un inizio di soluzione potrebbe essere quello di distribuire gli uffici, pubblici e privati, e le varie attività commerciali e professionali su tutto il territorio della Regione Campania. Attualmente vi è una eccessiva concentrazione sulla zona costiera (Napoli e Salerno). Vi siete mai trovati la mattina per via S Teresa? è un fiume di automobili. Altrettanto per la tangenziale, dalle 7 alle 10. La naturale furbizia delle persone viene aumentata dalle difficili condizioni di vita. Il sindaco Nicola Amore, nel 1884, sventrò il centro di Napoli per il colera, speriamo che i nostri amministratori facciano passi più forti verso una distribuzione su tutto il territorio di persone ed imprese.

L'articolo dell'Espresso, sinceramente, non mi è piaciuto. Mi è sembrato che facesse solo una cronaca limitandosi a criticare i nostri amministratori.
Questa sera, 21 settembre, su RAIdue vi dovrebbe essere la trasmissione di Santoro, "annozero", dedicata a Napoli. Speriamo sia un po' più intelligente.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ho conosciuto questa pagina nel newsgroup italia.napoli.discussioni</p>
<p>Per me un inizio di soluzione potrebbe essere quello di distribuire gli uffici, pubblici e privati, e le varie attività commerciali e professionali su tutto il territorio della Regione Campania. Attualmente vi è una eccessiva concentrazione sulla zona costiera (Napoli e Salerno). Vi siete mai trovati la mattina per via S Teresa? è un fiume di automobili. Altrettanto per la tangenziale, dalle 7 alle 10. La naturale furbizia delle persone viene aumentata dalle difficili condizioni di vita. Il sindaco Nicola Amore, nel 1884, sventrò il centro di Napoli per il colera, speriamo che i nostri amministratori facciano passi più forti verso una distribuzione su tutto il territorio di persone ed imprese.</p>
<p>L&#8217;articolo dell&#8217;Espresso, sinceramente, non mi è piaciuto. Mi è sembrato che facesse solo una cronaca limitandosi a criticare i nostri amministratori.<br />
Questa sera, 21 settembre, su RAIdue vi dovrebbe essere la trasmissione di Santoro, &#8220;annozero&#8221;, dedicata a Napoli. Speriamo sia un po&#8217; più intelligente.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Daniele Ventre</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44790</link>
		<dc:creator>Daniele Ventre</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2006 16:57:39 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44790</guid>
		<description>Ritorna spesso, negli interventi a margine dell'analisi di Pingitore, una latente dialettica oppositiva fra la dimensione estetica (architettonica), o lato sensu culturale (linguistica), e quella economica (materiale) della città. In realtà Napoli è, in sé per sé, un monumento a quanto sia equivoco categorizzare il reale per dialettiche oppositive e unidirezionali. Si potrebbe già cominciare col dire che essa, nella sua compagine urbanistica, è di fatto la materializzazione in porfido polvere marmo asfalto cemento plastica liquame, di categorie cognitive che escludono ogni forma di interpretazione a senso unico del roesso mondo -anche nella gestione pubblica e privata della viabilità, si potrebbe aggiungere con piratesca ironia... Il centro antico della città, gomitolo di strade e gliommero gaddiano, quipu e labirinto di case e di direzioni, coalesce davvero in una spirale di passi perduti, in cui può diventare vano indagare le cause: un universo a sé in cui, ad esempio, la logica binaria del legale e dell'illegale, è soppiantata da una logica fuzzy dell'aleatorio, dell'opportuno al momento, del còlto a fior d'occhiata o nell'improvvisa, totale sospensione dell'atmosfera di quasi-normalità che, nella superficie delle vie principali, il restauro bassoliniano ha parzialmente ripristinato. Della recente politica di intervento di ripristino del decoro architettonico o della vivibilità in alcuni luoghi cardine dello spazio urbano, qualcuno ha poi polemicamente affermato, spesso in modo alquanto strumentale, che si trattava di un'operazione limitata ad una dimensione tutta esteriore. Sospendiamo il giudizio su tali esternazioni. Resta vero però che, a un livello più profondo, e remoto dalle generiche (e spesso vane del gioco vano di un'alternanza senza alternative) considerazioni sulle diverse proposte politiche in campo, in realtà l'impressione che si ricava dal tessuto urbano, sociale, culturale di Napoli, per come esso si presenta a un occhio disincantato, è che la città si sottragga agli imput lineari dell'agire politico usuale, figlio di un'idea essenzialmente cartesiana del mondo, che nel concreto, nello gliommero viario, perde di efficacia. Spesso, a livello di interventi architettonici di riqualificazione territoriale, o di azioni di raccordo fra aree "scollate" della città e centro cittadino, si ragiona in termini di categorie sociospaziali: la dualità centro - periferia è solo una delle tipiche formule antitetiche in uso. In effetti, la scollatura sociospaziale fra dimensione elitaria e marginalità si attua, senza mediazione, e con durissimo sfrigolio contrastivo, nel giro di pochi metri, non necessariamente sempre addentrandosi fra la penombra dei vicoli. L'intera città evoca, nel suo avvicendarsi perpetuo e insoluto di strutture in conflitto patente, l'immagine di una continua alter-giunzione di stili (e non stili), che si rivela spiazzante. Nel frattempo, dal retrobottega cittadino, fitto di circonvoluzioni, come da un inconscio intrecciato di fantasmi e di archetipi (quanti i miti, gli spettri e i relitti di sacro incistati in luoghi nascosti e inclusi nella città e nel territorio come mosche nell'ambra...), il rimosso continua a tornare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ritorna spesso, negli interventi a margine dell&#8217;analisi di Pingitore, una latente dialettica oppositiva fra la dimensione estetica (architettonica), o lato sensu culturale (linguistica), e quella economica (materiale) della città. In realtà Napoli è, in sé per sé, un monumento a quanto sia equivoco categorizzare il reale per dialettiche oppositive e unidirezionali. Si potrebbe già cominciare col dire che essa, nella sua compagine urbanistica, è di fatto la materializzazione in porfido polvere marmo asfalto cemento plastica liquame, di categorie cognitive che escludono ogni forma di interpretazione a senso unico del roesso mondo -anche nella gestione pubblica e privata della viabilità, si potrebbe aggiungere con piratesca ironia&#8230; Il centro antico della città, gomitolo di strade e gliommero gaddiano, quipu e labirinto di case e di direzioni, coalesce davvero in una spirale di passi perduti, in cui può diventare vano indagare le cause: un universo a sé in cui, ad esempio, la logica binaria del legale e dell&#8217;illegale, è soppiantata da una logica fuzzy dell&#8217;aleatorio, dell&#8217;opportuno al momento, del còlto a fior d&#8217;occhiata o nell&#8217;improvvisa, totale sospensione dell&#8217;atmosfera di quasi-normalità che, nella superficie delle vie principali, il restauro bassoliniano ha parzialmente ripristinato. Della recente politica di intervento di ripristino del decoro architettonico o della vivibilità in alcuni luoghi cardine dello spazio urbano, qualcuno ha poi polemicamente affermato, spesso in modo alquanto strumentale, che si trattava di un&#8217;operazione limitata ad una dimensione tutta esteriore. Sospendiamo il giudizio su tali esternazioni. Resta vero però che, a un livello più profondo, e remoto dalle generiche (e spesso vane del gioco vano di un&#8217;alternanza senza alternative) considerazioni sulle diverse proposte politiche in campo, in realtà l&#8217;impressione che si ricava dal tessuto urbano, sociale, culturale di Napoli, per come esso si presenta a un occhio disincantato, è che la città si sottragga agli imput lineari dell&#8217;agire politico usuale, figlio di un&#8217;idea essenzialmente cartesiana del mondo, che nel concreto, nello gliommero viario, perde di efficacia. Spesso, a livello di interventi architettonici di riqualificazione territoriale, o di azioni di raccordo fra aree &#8220;scollate&#8221; della città e centro cittadino, si ragiona in termini di categorie sociospaziali: la dualità centro - periferia è solo una delle tipiche formule antitetiche in uso. In effetti, la scollatura sociospaziale fra dimensione elitaria e marginalità si attua, senza mediazione, e con durissimo sfrigolio contrastivo, nel giro di pochi metri, non necessariamente sempre addentrandosi fra la penombra dei vicoli. L&#8217;intera città evoca, nel suo avvicendarsi perpetuo e insoluto di strutture in conflitto patente, l&#8217;immagine di una continua alter-giunzione di stili (e non stili), che si rivela spiazzante. Nel frattempo, dal retrobottega cittadino, fitto di circonvoluzioni, come da un inconscio intrecciato di fantasmi e di archetipi (quanti i miti, gli spettri e i relitti di sacro incistati in luoghi nascosti e inclusi nella città e nel territorio come mosche nell&#8217;ambra&#8230;), il rimosso continua a tornare.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: maria luisa venuta</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44745</link>
		<dc:creator>maria luisa venuta</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2006 14:18:59 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44745</guid>
		<description>Alcune note brevi. Poi spero di poterci scrivere con più calma. 
Ogni volta che leggo descrizioni di Scampia mi sembra di leggere qualcosa a che fare con una realtà parallela a quella oggetto delle politiche di governo del territorio, locali o nazionali che siano. Una realtà che, in una logica totalmente perversa, funziona secondo regole di rete e di presenza diretta degli "amministratori" che ne gestiscono lo sviluppo e le funzionalità. Perfettamente innovativo si direbbe, se non fosse frutto e in mano alle forze di uno Stato nello Stato.
Una logica agghiacciante, malavitosa, ma sicuramente più efficiente ed efficace delle amministrazioni locali, deboli e con scarsi mezzi di intervento. Una specie di luogo sperimentale di innovazione, di globalizzazione. Scampia diventa visibile quando gli equilibri si rompono, quando il controllo del territorio viene rimesso in discussione, quando qualcuno ne esce e va nei territori di caccia cittadina. Altrimenti vive nei propri equilibri temporanei, nelle relazioni tra i rapporti di forze interni, che funzionano in assenza di altro.

Quali le reazioni possibili, quale la via d’uscita? Se io vivessi lì, probabilmente avrei la sensazione  che il degrado dei trasporti, l’assenza di fognature etc e tutte le assenze statali siano norma; che l’assenza del ruolo di gestore dello Stato sia una scelta.

La forma urbana insieme alle funzioni, alla qualità e all’accessibilità delle connessioni, a mio avviso, ha un ruolo fondamentale nel definire l’approccio individuale degli abitanti alla vita della collettività, al senso di appartenenza rispetto all’ambiente in cui si vive. Certo non è solo una questione estetica, ma è anche pianificazione delle funzioni socio-economiche e delle infrastrutture, forma urbana e dell’abitare, elementi strutturali di un’unica realtà. Quando qualcuno dice che “è brutto” un quartiere, a mio parere esprime un giudizio circa la non possibilità di viverci, di crescervi i figli, di sentirsi parte di quell'ambiente.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Alcune note brevi. Poi spero di poterci scrivere con più calma.<br />
Ogni volta che leggo descrizioni di Scampia mi sembra di leggere qualcosa a che fare con una realtà parallela a quella oggetto delle politiche di governo del territorio, locali o nazionali che siano. Una realtà che, in una logica totalmente perversa, funziona secondo regole di rete e di presenza diretta degli &#8220;amministratori&#8221; che ne gestiscono lo sviluppo e le funzionalità. Perfettamente innovativo si direbbe, se non fosse frutto e in mano alle forze di uno Stato nello Stato.<br />
Una logica agghiacciante, malavitosa, ma sicuramente più efficiente ed efficace delle amministrazioni locali, deboli e con scarsi mezzi di intervento. Una specie di luogo sperimentale di innovazione, di globalizzazione. Scampia diventa visibile quando gli equilibri si rompono, quando il controllo del territorio viene rimesso in discussione, quando qualcuno ne esce e va nei territori di caccia cittadina. Altrimenti vive nei propri equilibri temporanei, nelle relazioni tra i rapporti di forze interni, che funzionano in assenza di altro.</p>
<p>Quali le reazioni possibili, quale la via d’uscita? Se io vivessi lì, probabilmente avrei la sensazione  che il degrado dei trasporti, l’assenza di fognature etc e tutte le assenze statali siano norma; che l’assenza del ruolo di gestore dello Stato sia una scelta.</p>
<p>La forma urbana insieme alle funzioni, alla qualità e all’accessibilità delle connessioni, a mio avviso, ha un ruolo fondamentale nel definire l’approccio individuale degli abitanti alla vita della collettività, al senso di appartenenza rispetto all’ambiente in cui si vive. Certo non è solo una questione estetica, ma è anche pianificazione delle funzioni socio-economiche e delle infrastrutture, forma urbana e dell’abitare, elementi strutturali di un’unica realtà. Quando qualcuno dice che “è brutto” un quartiere, a mio parere esprime un giudizio circa la non possibilità di viverci, di crescervi i figli, di sentirsi parte di quell&#8217;ambiente.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: NoNameGiven</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44644</link>
		<dc:creator>NoNameGiven</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2006 08:02:07 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44644</guid>
		<description>TITOLO: Cosa giustifica il prezzo degli affitti a Lago Patria?
Sottotitolo: la Provincia di Napoli nell'Era della TAV

1) in caso lavoriate a Napoli, c'è un autobus, M1, che da Mondragone (provincia di Caserta) arriva a Napoli: all'altezza di Lago Patria è già stracarico di persone, tanto che, almeno fino alle 2 del pomeriggio, è spesso impossibile salirvi e, se si riesce, è poi impossibile sedersi (sono comunque poche le persone che vanno a lavorare alle 2 del pomeriggio e/o i datori di lavoro disposti a farvi prendere servizio a quell'ora). L'autobus impiega, alle 7 del mattino, anche 2 ore per arrivare a Napoli (Piazza Garibaldi), che si trova a meno di 30km. Prendere lo stesso autobus al ritorno significa arrivare a Lago Patria come sardine in scatola. Prendere questo bus all'andata e al ritorno tutti i giorni e aggiungendo a questo gli ulteriori tempi di spostamento verso il proprio luogo di lavoro significa "donare" mediamente 5 ore del proprio tempo agli spostamenti, buona parte delle quali regalate al blocco delle auto nella zona Vomero-Arenella al mattino;

2) la prima stazione delle Ferrovie dello Stato si trova a circa 10km (Giugliano-Qualiano). Facendo una breve ricerca su Trenitalia.com (cioè, consultando gli orari), vi renderete conto di quanto questa fermata sia in fin dei conti inutile per raggiungere Napoli. Da vedere anche questo link: http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=2288 ;

3) la prima stazione della ferrovia Cumana si trova a Licola "Borgo" (km 7): si può arrivare qui con il bus di cui al punto 1 (!) e non sarete condotti a Piazza Garibaldi, bensì a Montesanto: da lì dovrete capire come potete raggiungere il vostro luogo di lavoro (altra metropolitana? Altro bus? Altro traffico?), a patto che non si trovi dalle parti della fermata (ma immaginate se lavorate al Centro Direzionale, ad esempio). Se date un'occhiata ad una mappa della zona, scoprirete che Lago Patria viene letteralmente schivata dalla Cumana che all'altezza di Licola Mare procede poi all'interno: http://www.viamichelin.it/viamichelin/ita/dyn/controller/mapPerformPage?pim=true&#38;act=RefineToMap&#38;rnd=1158820060140&#38;E_mg=210506265kS3J506264082738168536MAPB2C1a103ita542000130u1103612000bcG96enVvbGk00001100&#38;stat=ambiguous_map&#38;strChoice=0
Questa stessa situazione fa sì che d'estate, quando i bagnanti decidono di andare al mare, si crei una fila di 2km su una delle due strade che portano alla Domitiana: di fatto, se il binario procedesse lungo il litorale (come capita spesso nelle zone "di mare"), alcuni potrebbero tranquillamente evitare di prendere l'auto;

4) c'è un altro bus, il P19N: vi porta a Fuorigrotta in 40 minuti ma da lì dovrete entrare poi nella stazione di Campi Flegrei e prendere almeno un altro mezzo (metropolitana);

5) ho citato mezzi più veloci: non mi sono soffermato sul P19R e sul bus M1NB-che-non-prende-la-Tangenziale. Con l'ultimo di questi due in estate (luglio) la sera è possibile raggiungere Lago Patria da Napoli in sole 3 ore di viaggio. Se sfortuna vuole che a Lago Patria sul bus già stracarico vogliano salire altre persone - che giustamente desiderano andare a casa loro a Mondragone dopo una giornata di lavoro - è possibile che il bus vi fermi alla fermata successiva (Ischitella, provincia di Caserta), per cui ve la dovrete fare a piedi per arrivare a casa vostra sulla Domitiana praticamente al buio, senza marciapiede, a vostro rischio e pericolo. A me è capitato una sola volta: mi auguro sia stato un caso.
Sono comunque diversi gli extracomunitari che vestono con il giubbotto arancione in dotazione agli automobilisti: nella notte non li si distingue e rischiano di finire sotto un'automobile;

6) sempre via M1 è possibile che riusciate a fermarvi a Pozzuoli e da lì a prendere una metropolitana;

7) si lamentano numerosi disservizi postali, ma non è colpa degli impiegati: questi ultimi sono troppo pochi e gli uffici sono troppo piccoli per contenere l'ingente numero di utenti;

8) non c'è il gas di città: si cucina e ci si riscalda grazie a bombole piccole e "bomboloni" esterni che si ricaricano di tanto in tanto a spese del condominio;

9) c'è un solo sportello Bancomat, a volte fuori uso. Per trovarne un altro si devono fare non meno di 10km in qualunque direzione. Non tutti gli esercizi della zona accettano carte di credito. Morale della favola: se vi trovate a piedi, senza soldi e dovete comprare il pane, dovete farvi fare credito;

10) non c'è un vero sistema fognario funzionante al 100%: esiste il sistema dello spurgo, sempre a carico del "condominio". Poiché alcune vasche sono vecchie, a volte "esplodono" il loro contenuto all'esterno;

11) spesso al mattino aprendo le finestre sarete sommersi da un tanfo acido di cui ignorate la provenienza: non si sa cosa possa essere (immondizia incendiata?). Qui un link sui rifiuti nelle zone circostanti: http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_17127.html ;

12) quando piove, all'altezza dell'incrocio della Domitiana, si formano pozzanghere gigantesche: le automobili, prima di annegare, innaffiano ulteriormente gli sfortunati passanti (che hanno comunque già i polpacci nell'acqua). Via Staffetta, una delle due strade di Lago Patria, ha rattoppi ovunque, e per svariati chilometri;

13) l'arredo urbano (!) è a volte distrutto (panchine e aiuole versano in condizioni non dignitose). Il cartello autostradale dell'entrata a Lago Patria è stato divelto mesi orsono e mai rimpiazzato: sta di fatto che per chi viene da fuori per la prima volta è piuttosto facile non imboccare l'entrata e che si perda.
Praticamente solo d'estate si palesano un paio di vigili urbani;

14) le zanzare, probabilmente provenienti dal lago, d'estate ti mangiano vivo: se credi di difenderti con le piastrine ti sbagli, a patto di non metterne una per ogni stanza;

15) ci sono due piccoli ecomostri in bella vista a poche centinaia di metri l'uno dall'altro: uno dei due è quasi agganciato alle rovine della Tomba di Scipione. Le zone circostanti, specie a nord, appaiono in generale fortemente degradate;

16) la zona era evidentemente pensata per residenza estiva: alcune case non sembrerebbero attrezzate per l'inverno;

17) non ci sono molti luoghi di ritrovo, ma in generale non sembra esservi l'abitudine di ritrovarsi, se non privatamente (feste casalinghe e simili). D'inverno c'è un silenzio notevole. Sarebbe stata un'idea intelligente quella di costruire gli alloggi per gli universitari a Lago Patria ma si è pensato di scegliere Pozzuoli. In compenso, stanno costruendo una base della NATO (che servizi si potranno offrire a quelli che verranno?). Non sono moltissimi anche i servizi "a misura di bambino".

18) se qualche figlio di papà alle 2 di notte si sente allegro e decide di sparare dei botti non devi prendertela: magari crescendo andrà a spararli altrove. Sarai però roso da un dubbio: ma quanti compleanni festeggia in un anno 'sto ragazzo?

19) il primo ospedale potrebbe essere "La Schiana" a Pozzuoli (20km);

20) l'acqua del mare non ha bandierine di golette verdi da mostrare: vi si mischia, oltretutto, l'acqua in uscita dal lago;

Ora: una soluzione di casa in affitto "decente" in cui possano vivere un papà, una mamma e due bambini costa mediamente 550 Euro, prezzo del condominio escluso. In sostanza: cosa giustifica il prezzo degli affitti a Lago Patria? Se questo è considerato un posto "elitario", questa élite vive senza servizi: le élite hanno, però, notoriamente dei servizi, altrimenti non sono élite. Sorrento costa ma dispone di servizi, oltre che di bellezze note a tutta l'umanità. Salerno costa ma dispone di servizi ed è agganciata alla Costiera Amalfitana.

Lago Patria costa quasi quanto questi due posti ma non ha questi servizi, né chissà quali bellezze. 

Perché costa tanto?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>TITOLO: Cosa giustifica il prezzo degli affitti a Lago Patria?<br />
Sottotitolo: la Provincia di Napoli nell&#8217;Era della TAV</p>
<p>1) in caso lavoriate a Napoli, c&#8217;è un autobus, M1, che da Mondragone (provincia di Caserta) arriva a Napoli: all&#8217;altezza di Lago Patria è già stracarico di persone, tanto che, almeno fino alle 2 del pomeriggio, è spesso impossibile salirvi e, se si riesce, è poi impossibile sedersi (sono comunque poche le persone che vanno a lavorare alle 2 del pomeriggio e/o i datori di lavoro disposti a farvi prendere servizio a quell&#8217;ora). L&#8217;autobus impiega, alle 7 del mattino, anche 2 ore per arrivare a Napoli (Piazza Garibaldi), che si trova a meno di 30km. Prendere lo stesso autobus al ritorno significa arrivare a Lago Patria come sardine in scatola. Prendere questo bus all&#8217;andata e al ritorno tutti i giorni e aggiungendo a questo gli ulteriori tempi di spostamento verso il proprio luogo di lavoro significa &#8220;donare&#8221; mediamente 5 ore del proprio tempo agli spostamenti, buona parte delle quali regalate al blocco delle auto nella zona Vomero-Arenella al mattino;</p>
<p>2) la prima stazione delle Ferrovie dello Stato si trova a circa 10km (Giugliano-Qualiano). Facendo una breve ricerca su Trenitalia.com (cioè, consultando gli orari), vi renderete conto di quanto questa fermata sia in fin dei conti inutile per raggiungere Napoli. Da vedere anche questo link: <a href="http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=2288" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/www.internapoli.it');" rel="nofollow">http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=2288</a> ;</p>
<p>3) la prima stazione della ferrovia Cumana si trova a Licola &#8220;Borgo&#8221; (km 7): si può arrivare qui con il bus di cui al punto 1 (!) e non sarete condotti a Piazza Garibaldi, bensì a Montesanto: da lì dovrete capire come potete raggiungere il vostro luogo di lavoro (altra metropolitana? Altro bus? Altro traffico?), a patto che non si trovi dalle parti della fermata (ma immaginate se lavorate al Centro Direzionale, ad esempio). Se date un&#8217;occhiata ad una mappa della zona, scoprirete che Lago Patria viene letteralmente schivata dalla Cumana che all&#8217;altezza di Licola Mare procede poi all&#8217;interno: <a href="http://www.viamichelin.it/viamichelin/ita/dyn/controller/mapPerformPage?pim=true&amp;act=RefineToMap&amp;rnd=1158820060140&amp;E_mg=210506265kS3J506264082738168536MAPB2C1a103ita542000130u1103612000bcG96enVvbGk00001100&amp;stat=ambiguous_map&amp;strChoice=0" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/www.viamichelin.it');" rel="nofollow">http://www.viamichelin.it/viamichelin/ita/dyn/controller/mapPerformPage?pim=true&amp;act=RefineToMap&amp;rnd=1158820060140&amp;E_mg=210506265kS3J506264082738168536MAPB2C1a103ita542000130u1103612000bcG96enVvbGk00001100&amp;stat=ambiguous_map&amp;strChoice=0</a><br />
Questa stessa situazione fa sì che d&#8217;estate, quando i bagnanti decidono di andare al mare, si crei una fila di 2km su una delle due strade che portano alla Domitiana: di fatto, se il binario procedesse lungo il litorale (come capita spesso nelle zone &#8220;di mare&#8221;), alcuni potrebbero tranquillamente evitare di prendere l&#8217;auto;</p>
<p>4) c&#8217;è un altro bus, il P19N: vi porta a Fuorigrotta in 40 minuti ma da lì dovrete entrare poi nella stazione di Campi Flegrei e prendere almeno un altro mezzo (metropolitana);</p>
<p>5) ho citato mezzi più veloci: non mi sono soffermato sul P19R e sul bus M1NB-che-non-prende-la-Tangenziale. Con l&#8217;ultimo di questi due in estate (luglio) la sera è possibile raggiungere Lago Patria da Napoli in sole 3 ore di viaggio. Se sfortuna vuole che a Lago Patria sul bus già stracarico vogliano salire altre persone - che giustamente desiderano andare a casa loro a Mondragone dopo una giornata di lavoro - è possibile che il bus vi fermi alla fermata successiva (Ischitella, provincia di Caserta), per cui ve la dovrete fare a piedi per arrivare a casa vostra sulla Domitiana praticamente al buio, senza marciapiede, a vostro rischio e pericolo. A me è capitato una sola volta: mi auguro sia stato un caso.<br />
Sono comunque diversi gli extracomunitari che vestono con il giubbotto arancione in dotazione agli automobilisti: nella notte non li si distingue e rischiano di finire sotto un&#8217;automobile;</p>
<p>6) sempre via M1 è possibile che riusciate a fermarvi a Pozzuoli e da lì a prendere una metropolitana;</p>
<p>7) si lamentano numerosi disservizi postali, ma non è colpa degli impiegati: questi ultimi sono troppo pochi e gli uffici sono troppo piccoli per contenere l&#8217;ingente numero di utenti;</p>
<p>8) non c&#8217;è il gas di città: si cucina e ci si riscalda grazie a bombole piccole e &#8220;bomboloni&#8221; esterni che si ricaricano di tanto in tanto a spese del condominio;</p>
<p>9) c&#8217;è un solo sportello Bancomat, a volte fuori uso. Per trovarne un altro si devono fare non meno di 10km in qualunque direzione. Non tutti gli esercizi della zona accettano carte di credito. Morale della favola: se vi trovate a piedi, senza soldi e dovete comprare il pane, dovete farvi fare credito;</p>
<p>10) non c&#8217;è un vero sistema fognario funzionante al 100%: esiste il sistema dello spurgo, sempre a carico del &#8220;condominio&#8221;. Poiché alcune vasche sono vecchie, a volte &#8220;esplodono&#8221; il loro contenuto all&#8217;esterno;</p>
<p>11) spesso al mattino aprendo le finestre sarete sommersi da un tanfo acido di cui ignorate la provenienza: non si sa cosa possa essere (immondizia incendiata?). Qui un link sui rifiuti nelle zone circostanti: <a href="http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_17127.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/italy.peacelink.org');" rel="nofollow">http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_17127.html</a> ;</p>
<p>12) quando piove, all&#8217;altezza dell&#8217;incrocio della Domitiana, si formano pozzanghere gigantesche: le automobili, prima di annegare, innaffiano ulteriormente gli sfortunati passanti (che hanno comunque già i polpacci nell&#8217;acqua). Via Staffetta, una delle due strade di Lago Patria, ha rattoppi ovunque, e per svariati chilometri;</p>
<p>13) l&#8217;arredo urbano (!) è a volte distrutto (panchine e aiuole versano in condizioni non dignitose). Il cartello autostradale dell&#8217;entrata a Lago Patria è stato divelto mesi orsono e mai rimpiazzato: sta di fatto che per chi viene da fuori per la prima volta è piuttosto facile non imboccare l&#8217;entrata e che si perda.<br />
Praticamente solo d&#8217;estate si palesano un paio di vigili urbani;</p>
<p>14) le zanzare, probabilmente provenienti dal lago, d&#8217;estate ti mangiano vivo: se credi di difenderti con le piastrine ti sbagli, a patto di non metterne una per ogni stanza;</p>
<p>15) ci sono due piccoli ecomostri in bella vista a poche centinaia di metri l&#8217;uno dall&#8217;altro: uno dei due è quasi agganciato alle rovine della Tomba di Scipione. Le zone circostanti, specie a nord, appaiono in generale fortemente degradate;</p>
<p>16) la zona era evidentemente pensata per residenza estiva: alcune case non sembrerebbero attrezzate per l&#8217;inverno;</p>
<p>17) non ci sono molti luoghi di ritrovo, ma in generale non sembra esservi l&#8217;abitudine di ritrovarsi, se non privatamente (feste casalinghe e simili). D&#8217;inverno c&#8217;è un silenzio notevole. Sarebbe stata un&#8217;idea intelligente quella di costruire gli alloggi per gli universitari a Lago Patria ma si è pensato di scegliere Pozzuoli. In compenso, stanno costruendo una base della NATO (che servizi si potranno offrire a quelli che verranno?). Non sono moltissimi anche i servizi &#8220;a misura di bambino&#8221;.</p>
<p>18) se qualche figlio di papà alle 2 di notte si sente allegro e decide di sparare dei botti non devi prendertela: magari crescendo andrà a spararli altrove. Sarai però roso da un dubbio: ma quanti compleanni festeggia in un anno &#8217;sto ragazzo?</p>
<p>19) il primo ospedale potrebbe essere &#8220;La Schiana&#8221; a Pozzuoli (20km);</p>
<p>20) l&#8217;acqua del mare non ha bandierine di golette verdi da mostrare: vi si mischia, oltretutto, l&#8217;acqua in uscita dal lago;</p>
<p>Ora: una soluzione di casa in affitto &#8220;decente&#8221; in cui possano vivere un papà, una mamma e due bambini costa mediamente 550 Euro, prezzo del condominio escluso. In sostanza: cosa giustifica il prezzo degli affitti a Lago Patria? Se questo è considerato un posto &#8220;elitario&#8221;, questa élite vive senza servizi: le élite hanno, però, notoriamente dei servizi, altrimenti non sono élite. Sorrento costa ma dispone di servizi, oltre che di bellezze note a tutta l&#8217;umanità. Salerno costa ma dispone di servizi ed è agganciata alla Costiera Amalfitana.</p>
<p>Lago Patria costa quasi quanto questi due posti ma non ha questi servizi, né chissà quali bellezze. </p>
<p>Perché costa tanto?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: melpunk</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44421</link>
		<dc:creator>melpunk</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2006 21:34:57 +0000</pubDate>
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		<description>Mi unisco a chi considera il dato estetico-architettonico secondario nella creazione di premesse "delinquenziali". Se è vero che quartieri come Scampia a Napoli o Quarto Oggiaro a MIlano sono orrendi, è anche vero che una parte della popolazione di milano e di Napoli è stata "dirottata" in quegli orrendi quartieri. Come dice Saviano la questione è economica: se non esistono alternative all'economia della camorra e dell'universo collegato la strada è del tutto sbarrata. Senza dimenticare che camorra significa ricchezza: Scampia è anche un quartiere ricchissimo, una delle zone d'Italia più ricche, che attira mi pare 500 mila euro al giorno. Dunque la via a una economia "sana" non esiste. da napoletano in esilio però mi viene da pensare alla questione dell' "esempio" che potrebbe venire dalla classe cultural-dirigenziale per fare da traino a un "recupero" delle masse creolizzate camorristiche e svantaggiate. Dato per scontato che si tratta di un'operazione "disperata", ma mi chiedo anche se la calsse cultural-dirigenziale napoletana abbia in mente questo obiettivo e, soprattutto, se abbia una qualche idea di come raggiungerlo. saluti
melpunk</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi unisco a chi considera il dato estetico-architettonico secondario nella creazione di premesse &#8220;delinquenziali&#8221;. Se è vero che quartieri come Scampia a Napoli o Quarto Oggiaro a MIlano sono orrendi, è anche vero che una parte della popolazione di milano e di Napoli è stata &#8220;dirottata&#8221; in quegli orrendi quartieri. Come dice Saviano la questione è economica: se non esistono alternative all&#8217;economia della camorra e dell&#8217;universo collegato la strada è del tutto sbarrata. Senza dimenticare che camorra significa ricchezza: Scampia è anche un quartiere ricchissimo, una delle zone d&#8217;Italia più ricche, che attira mi pare 500 mila euro al giorno. Dunque la via a una economia &#8220;sana&#8221; non esiste. da napoletano in esilio però mi viene da pensare alla questione dell&#8217; &#8220;esempio&#8221; che potrebbe venire dalla classe cultural-dirigenziale per fare da traino a un &#8220;recupero&#8221; delle masse creolizzate camorristiche e svantaggiate. Dato per scontato che si tratta di un&#8217;operazione &#8220;disperata&#8221;, ma mi chiedo anche se la calsse cultural-dirigenziale napoletana abbia in mente questo obiettivo e, soprattutto, se abbia una qualche idea di come raggiungerlo. saluti<br />
melpunk</p>
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		<title>Di: carlo cumenda</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44379</link>
		<dc:creator>carlo cumenda</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2006 18:08:10 +0000</pubDate>
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		<description>dotur, mi saluti suo fratello pierfrancesco, vedo tutte le puntate del bagaglino, complimenti a tutta la famiglia!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>dotur, mi saluti suo fratello pierfrancesco, vedo tutte le puntate del bagaglino, complimenti a tutta la famiglia!</p>
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	</item>
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		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44343</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2006 16:26:52 +0000</pubDate>
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		<description>@bruno esposito
Per me la colletta va bene. E anche l'elenco che fai. 
L'importante è che non ci metta lo zampino Rovati.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@bruno esposito<br />
Per me la colletta va bene. E anche l&#8217;elenco che fai.<br />
L&#8217;importante è che non ci metta lo zampino Rovati.</p>
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	<item>
		<title>Di: bruno esposito</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44331</link>
		<dc:creator>bruno esposito</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2006 15:28:45 +0000</pubDate>
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		<description>Ho risposto a questo interessante articolo in maniera frettolosa. L’argomento mi sta a cuore e vorrei approfondirlo.

Ieri hanno arrestato l’autore dell’agguato di camorra in cui è stato ferito, leggermente per fortuna, un turista canadese. L’hanno immortalato manette ai polsi, mentre sorrideva alla gente del suo clan, come una star che sta andando a ritirare un premio. E’ un ragazzo di 19 anni, bellissimo, dalla faccia pulita. Era stato già arrestato per un reato simile ma era minorenne e ha beneficiato degli sconti previsti. A 19 anni si sentiva già un boss, ha cercato di uccidere un suo rivale poiché questi aveva osato schiaffeggiare in pubblico un suo conoscente.
L’altro giorno hanno messo dentro una piccola gang di giovani criminali, quelli che hanno ucciso l’edicolante del quartiere Arenella. Il più anziano ha 23 anni,. Fra loro un minorenne e tre fratelli di giovane età. Il capo, Pippotto, è noto in città per aver cominciato la sua carriera criminale a 9 anni. Dei suoi 23 anni ne ha passati quasi la metà tra carcere e riformatori. Non sa leggere e scrivere, ha una figlia di 4 anni che vede saltuariamente, fa uso smodato di cocaina, vive per strada.
Due casi molto comuni a Napoli. E’ la plebe che si sta vendicando.

Lo studio sociologico e antropologico della plebe stava a cuore allo scrittore Domenico Rea il quale riteneva che questa fascia di popolazione, ultimo residuo in tutto l’occidente di un’arcaica composizione sociale, non fosse diversamente  classificabile. Rea Faceva parte di quel manipolo di intellettuali che si riferivano al rotocalco culturale “La voce”, notissimo negli anni cinquanta. Erano gli anni del dopoguerra e della ritrovata voce, appunto, dell’antifascismo e della libertà di pensiero. Un piccolo esercito di intellettuali composto da Rea, Compagnone, Ghirelli, Ortese, Prunas, Prisco, Incoronato, La Capria e tanti altri ancora. Un gruppo di persone che rappresentarono un’epoca in cui sembrava rinascere il pensiero, la cultura propria di una società libera e civile dopo gli anni bui della guerra e della dittatura. Rea parlava di plebe e non c’era classismo nella sua affermazione ma solo constatazione che le trasformazioni sociali, in vaste aree di Napoli, non erano mai arrivate. Aveva ragione, a mio avviso. La plebe napoletana deriva dalla genesi tribale della comunità, molto simile alla società medievale giapponese ( ma anche europea in genere ), tanto per intenderci. Quelle comunità erano formate da gruppi di consanguinei, perennemente in conflitto con altri gruppi simili, che si ingrandivano fino a formare veri e propri eserciti. Perché il legame di sangue è alla base della composizione di un clan, a prescindere dalle epoche. Un clan nasce da un nucleo familiare che si estende nel corso del tempo attraverso le affiliazioni. Questa del legame è forse l’unica regola che si è tramandata. Il resto si è adattato ai tempi. 

La sinistra napoletana non ha saputo analizzare questo fenomeno, non hai mai tentato di pensare un disegno che prevedesse la trasformazione della plebe in proletariato, non ha capito in tempo le conseguenze della scomparsa della cultura operaia in città. La chiusura dell’Italsider, della Cirio, della Redaelli, dello stabilimento Motta, insieme al resto, ha cancellato interamente la classe operaia napoletana e l’assenza di un riferimento è oggi evidente. La sinistra ha, anzi, avallato alcuni comportamenti pericolosi sfociati poi nel reddito di cittadinanza e l’appoggio incondizionato alle liste dei senza lavoro, nonostante  si sappiano gestite dai clan. Persino la Jervolino ( e ho detto tutto ) ha preso le distanze da questo tipo di politica assistenzialista che favorisce la criminalità a svantaggio di chi vive ai margini. Perché essere poveri non significa appartenere alla plebe, tutt’altro. La plebe di oggi odia la povertà e la combatte non annullandola ma isolandola dal contesto. La distribuzione del reddito viene fatta con modalità esclusivamente meritocratiche e la figura del capoclan secondo il modello proposto da Raffaele Cutolo, criminale e benefattore degli anni ottanta, è scomparsa poiché anacronistica e di immagine potenzialmente debole. L’assenza di approfondimento a sinistra tocca finanche l’ultimo strenuo residuo di lotta rappresentato dai centri sociali che sembrano ignorare questo fenomeno. Non ho mai visto un benché minimo tentativo di analisi da parte dei vari gruppi di disobbedienza. E’ un problema che si aggiunge al problema poiché ritengo i giovani dei centri sociali l’unica e ultima fonte di controinformazione e di possibilità di cambiamento esistente. Con tutti i loro difetti e le loro contraddizioni, ovviamente. 

Dal canto suo la borghesia non ha saputo fare di meglio che cercare alleanze con in nuovi padroni e ne sopporta oggi con sacrificio ben remunerato il predominio. Molte attività produttive, un tempo in mano a famiglie borghesi, oggi sono passate di mano mantenendo i marchi originali. Dietro c’è il riciclaggio, la malavita, davanti la rispettabile faccia degli antichi mercanti partenopei. Anzi, a ben vedere, la borghesia napoletana non disdegna il processo di osmosi in atto fra queste classi così diverse. L’imbarbarimento della borghesia è evidente anche nei comportamenti comuni, oltre che alla condivisione dei profitti. La perdita di ogni sobrietà, l’assunzione della ricchezza ostentata come valore unico, l’abbandono quasi definitivo del legame con il clero, sono segnali incontestabili.

La plebe, in assenza di proposte culturali a cui riferirsi per rinnovarsi e sopravvivere, si è organizzata da sola e ha preso a modello il consumo. Napoli è la città italiana con il maggior numero di motocicli venduti. Il motorino è oggi un segnale di riconoscimento, oltre che un valido mezzo di trasporto per le incursioni criminali. I clan contano su un parco moto praticamente illimitato. Non sono riuscito a sapere perché non è più stata applicata la legge del senatore di Alleanza Nazionale, Luigi Bobbio, che prevedeva la confisca immediata dei mezzi irregolari o guidati in contravvenzione al codice. Alcuni mi dicono sia incostituzionale, altri che le forze dell’ordine non hanno i mezzi idonei per applicarla, altri ancora che i clan hanno esercitato il loro potere economico per bloccare questa misura. Ma andiamo oltre. 
I clan hanno mutuato, trasformandone le regole, l’organizzazione gerarchica delle società criminali di fine ottocento, figlie del brigantaggio post unificazione italiana, e hanno creato un modello alternativo di stato, basato sulla sopraffazione e sul disprezzo di qualunque tipo di regola che non preveda l’arricchimento veloce. Hanno saputo rapidamente eliminare l’onore dallo statuto criminale, in quanto rallentava il cammino verso il profitto, che deve essere veloce e in continua trasformazione, hanno impedito che i patti e le alleanze potessero in qualche modo vincolare l’attività, hanno saputo insinuarsi nel corpo ( già malato di suo ) di una società in disfacimento e trarne vita come un parassita divora un cadavere, hanno saputo superare brillantemente il legame con la politica. Nel frattempo non si sono preoccupati di migliorare il proprio tenore di vita, contrariamente a quanto si potrebbe credere. Sono pochi i capi che lasciano il loro territorio, normalmente fatiscente, per cercare dimore altrove. Sono capaci di costruire vere e proprie regge in zone in cui la bellezza è assente in qualunque forma. Perché il controllo del territorio è il primo vero passo verso la ricchezza. Non mandano i propri figli a scuola, non serve, loro hanno i professionisti a libro paga, come un’azienda che appalta alcune proprie funzioni ai Service. Chi parla di insospettabili, di colletti bianchi non sa di sbagliare. Un camorrista rimane un uomo rozzo, ignorante, violento, arrogante ma, nel contempo, in grado di capire come si arriva alla sopravvivenza prima e alla ricchezza poi. E poco importa se la loro vita è breve ed estremamente travagliata. Un solo giorno al sole vale tutta una vita da passare da perdente senza speranza in un appartamento malsano di un rione popolare.

Ed ecco che la plebe raccontata da Mastriani ( I vermi ), Serao ( Il ventre di Napoli ), Ortese ( Il mare non bagna Napoli, un capolavoro ), Rea ( Gesù, fate luce ), Compagnone ( Cronaca di Napoli ) e altri, vince, si riscatta, domina.

Quella bonifica sociale che la sinistra non è riuscita a fare, a partire dalle giunte Valenzi fino agli intrallazzi dell’affarista Bassolino, troppo preso dal mantenimento della fetta di potere faticosamente conquistata, ha generato questo fenomeno criminale che ha indiscutibilmente vinto, rifacendosi a modelli ritenuti funzionali allo scopo. Ed ha vinto sconfiggendo anche ciò che non le interessava, maciullando sul suo cammino di morte anche ciò che in apparenza poteva non nuocerle. A Napoli è morta la capacità di fare cultura che ci ha distinto nei secoli. Gli ultimi rappresentati della cultura napoletana sono tutti in età da pensione e hanno perso ogni capacità di contributo. Voci importanti come quella di Massimo Troisi, Annibale Ruccello, Bruno Cirino sono state spente prematuramente dal destino, altre si sono perse per strada. Il piccolo plotone di scrittori emergenti fa ben poco e nessuno, tranne forse il potente talento dell’ancora giovanissima Valeria Parrella, sembra in grado di catalizzare su di sé l’attenzione della pubblica opinione. Tutta l’arte e la cultura che questa fottutissima città ha saputo produrre sembra destinata ormai a musei che nessuno frequenta più.

Purtroppo, è triste doverlo ammettere, la guerra a questo fenomeno che sembra ormai endemico va combattuto con armi che un tempo appartenevano alla faccia peggiore della repressione. Il controllo del territorio va riacquistato militarmente, non è possibile pensare che la presenza di scuole, uffici, lo Stato in genere, possa arginare lo strapotere dei clan. Senza un’azione militare, efficace e rapida, non si riconquistano i territori occupati. Che, per non essere temporaneo, deve essere accompagnato da un nuovo pensiero di città, un nuovo progetto urbanistico, economico, culturale. Questo non vuol dire assistenzialismo, non vuol dire che da queste parti non potremmo essere capaci di fare da soli. Il recupero immediato del controllo della città, la restituzione di un accettabile livello di vivibilità alla parte sana, che non è poca cosa, ai napoletani che amo definire “liberi”, potrebbe portare uno spirito nuovo, spinto da quella voglia di riscatto, figlia della rabbia, che, vi assicuro, ci divora.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho risposto a questo interessante articolo in maniera frettolosa. L’argomento mi sta a cuore e vorrei approfondirlo.</p>
<p>Ieri hanno arrestato l’autore dell’agguato di camorra in cui è stato ferito, leggermente per fortuna, un turista canadese. L’hanno immortalato manette ai polsi, mentre sorrideva alla gente del suo clan, come una star che sta andando a ritirare un premio. E’ un ragazzo di 19 anni, bellissimo, dalla faccia pulita. Era stato già arrestato per un reato simile ma era minorenne e ha beneficiato degli sconti previsti. A 19 anni si sentiva già un boss, ha cercato di uccidere un suo rivale poiché questi aveva osato schiaffeggiare in pubblico un suo conoscente.<br />
L’altro giorno hanno messo dentro una piccola gang di giovani criminali, quelli che hanno ucciso l’edicolante del quartiere Arenella. Il più anziano ha 23 anni,. Fra loro un minorenne e tre fratelli di giovane età. Il capo, Pippotto, è noto in città per aver cominciato la sua carriera criminale a 9 anni. Dei suoi 23 anni ne ha passati quasi la metà tra carcere e riformatori. Non sa leggere e scrivere, ha una figlia di 4 anni che vede saltuariamente, fa uso smodato di cocaina, vive per strada.<br />
Due casi molto comuni a Napoli. E’ la plebe che si sta vendicando.</p>
<p>Lo studio sociologico e antropologico della plebe stava a cuore allo scrittore Domenico Rea il quale riteneva che questa fascia di popolazione, ultimo residuo in tutto l’occidente di un’arcaica composizione sociale, non fosse diversamente  classificabile. Rea Faceva parte di quel manipolo di intellettuali che si riferivano al rotocalco culturale “La voce”, notissimo negli anni cinquanta. Erano gli anni del dopoguerra e della ritrovata voce, appunto, dell’antifascismo e della libertà di pensiero. Un piccolo esercito di intellettuali composto da Rea, Compagnone, Ghirelli, Ortese, Prunas, Prisco, Incoronato, La Capria e tanti altri ancora. Un gruppo di persone che rappresentarono un’epoca in cui sembrava rinascere il pensiero, la cultura propria di una società libera e civile dopo gli anni bui della guerra e della dittatura. Rea parlava di plebe e non c’era classismo nella sua affermazione ma solo constatazione che le trasformazioni sociali, in vaste aree di Napoli, non erano mai arrivate. Aveva ragione, a mio avviso. La plebe napoletana deriva dalla genesi tribale della comunità, molto simile alla società medievale giapponese ( ma anche europea in genere ), tanto per intenderci. Quelle comunità erano formate da gruppi di consanguinei, perennemente in conflitto con altri gruppi simili, che si ingrandivano fino a formare veri e propri eserciti. Perché il legame di sangue è alla base della composizione di un clan, a prescindere dalle epoche. Un clan nasce da un nucleo familiare che si estende nel corso del tempo attraverso le affiliazioni. Questa del legame è forse l’unica regola che si è tramandata. Il resto si è adattato ai tempi. </p>
<p>La sinistra napoletana non ha saputo analizzare questo fenomeno, non hai mai tentato di pensare un disegno che prevedesse la trasformazione della plebe in proletariato, non ha capito in tempo le conseguenze della scomparsa della cultura operaia in città. La chiusura dell’Italsider, della Cirio, della Redaelli, dello stabilimento Motta, insieme al resto, ha cancellato interamente la classe operaia napoletana e l’assenza di un riferimento è oggi evidente. La sinistra ha, anzi, avallato alcuni comportamenti pericolosi sfociati poi nel reddito di cittadinanza e l’appoggio incondizionato alle liste dei senza lavoro, nonostante  si sappiano gestite dai clan. Persino la Jervolino ( e ho detto tutto ) ha preso le distanze da questo tipo di politica assistenzialista che favorisce la criminalità a svantaggio di chi vive ai margini. Perché essere poveri non significa appartenere alla plebe, tutt’altro. La plebe di oggi odia la povertà e la combatte non annullandola ma isolandola dal contesto. La distribuzione del reddito viene fatta con modalità esclusivamente meritocratiche e la figura del capoclan secondo il modello proposto da Raffaele Cutolo, criminale e benefattore degli anni ottanta, è scomparsa poiché anacronistica e di immagine potenzialmente debole. L’assenza di approfondimento a sinistra tocca finanche l’ultimo strenuo residuo di lotta rappresentato dai centri sociali che sembrano ignorare questo fenomeno. Non ho mai visto un benché minimo tentativo di analisi da parte dei vari gruppi di disobbedienza. E’ un problema che si aggiunge al problema poiché ritengo i giovani dei centri sociali l’unica e ultima fonte di controinformazione e di possibilità di cambiamento esistente. Con tutti i loro difetti e le loro contraddizioni, ovviamente. </p>
<p>Dal canto suo la borghesia non ha saputo fare di meglio che cercare alleanze con in nuovi padroni e ne sopporta oggi con sacrificio ben remunerato il predominio. Molte attività produttive, un tempo in mano a famiglie borghesi, oggi sono passate di mano mantenendo i marchi originali. Dietro c’è il riciclaggio, la malavita, davanti la rispettabile faccia degli antichi mercanti partenopei. Anzi, a ben vedere, la borghesia napoletana non disdegna il processo di osmosi in atto fra queste classi così diverse. L’imbarbarimento della borghesia è evidente anche nei comportamenti comuni, oltre che alla condivisione dei profitti. La perdita di ogni sobrietà, l’assunzione della ricchezza ostentata come valore unico, l’abbandono quasi definitivo del legame con il clero, sono segnali incontestabili.</p>
<p>La plebe, in assenza di proposte culturali a cui riferirsi per rinnovarsi e sopravvivere, si è organizzata da sola e ha preso a modello il consumo. Napoli è la città italiana con il maggior numero di motocicli venduti. Il motorino è oggi un segnale di riconoscimento, oltre che un valido mezzo di trasporto per le incursioni criminali. I clan contano su un parco moto praticamente illimitato. Non sono riuscito a sapere perché non è più stata applicata la legge del senatore di Alleanza Nazionale, Luigi Bobbio, che prevedeva la confisca immediata dei mezzi irregolari o guidati in contravvenzione al codice. Alcuni mi dicono sia incostituzionale, altri che le forze dell’ordine non hanno i mezzi idonei per applicarla, altri ancora che i clan hanno esercitato il loro potere economico per bloccare questa misura. Ma andiamo oltre.<br />
I clan hanno mutuato, trasformandone le regole, l’organizzazione gerarchica delle società criminali di fine ottocento, figlie del brigantaggio post unificazione italiana, e hanno creato un modello alternativo di stato, basato sulla sopraffazione e sul disprezzo di qualunque tipo di regola che non preveda l’arricchimento veloce. Hanno saputo rapidamente eliminare l’onore dallo statuto criminale, in quanto rallentava il cammino verso il profitto, che deve essere veloce e in continua trasformazione, hanno impedito che i patti e le alleanze potessero in qualche modo vincolare l’attività, hanno saputo insinuarsi nel corpo ( già malato di suo ) di una società in disfacimento e trarne vita come un parassita divora un cadavere, hanno saputo superare brillantemente il legame con la politica. Nel frattempo non si sono preoccupati di migliorare il proprio tenore di vita, contrariamente a quanto si potrebbe credere. Sono pochi i capi che lasciano il loro territorio, normalmente fatiscente, per cercare dimore altrove. Sono capaci di costruire vere e proprie regge in zone in cui la bellezza è assente in qualunque forma. Perché il controllo del territorio è il primo vero passo verso la ricchezza. Non mandano i propri figli a scuola, non serve, loro hanno i professionisti a libro paga, come un’azienda che appalta alcune proprie funzioni ai Service. Chi parla di insospettabili, di colletti bianchi non sa di sbagliare. Un camorrista rimane un uomo rozzo, ignorante, violento, arrogante ma, nel contempo, in grado di capire come si arriva alla sopravvivenza prima e alla ricchezza poi. E poco importa se la loro vita è breve ed estremamente travagliata. Un solo giorno al sole vale tutta una vita da passare da perdente senza speranza in un appartamento malsano di un rione popolare.</p>
<p>Ed ecco che la plebe raccontata da Mastriani ( I vermi ), Serao ( Il ventre di Napoli ), Ortese ( Il mare non bagna Napoli, un capolavoro ), Rea ( Gesù, fate luce ), Compagnone ( Cronaca di Napoli ) e altri, vince, si riscatta, domina.</p>
<p>Quella bonifica sociale che la sinistra non è riuscita a fare, a partire dalle giunte Valenzi fino agli intrallazzi dell’affarista Bassolino, troppo preso dal mantenimento della fetta di potere faticosamente conquistata, ha generato questo fenomeno criminale che ha indiscutibilmente vinto, rifacendosi a modelli ritenuti funzionali allo scopo. Ed ha vinto sconfiggendo anche ciò che non le interessava, maciullando sul suo cammino di morte anche ciò che in apparenza poteva non nuocerle. A Napoli è morta la capacità di fare cultura che ci ha distinto nei secoli. Gli ultimi rappresentati della cultura napoletana sono tutti in età da pensione e hanno perso ogni capacità di contributo. Voci importanti come quella di Massimo Troisi, Annibale Ruccello, Bruno Cirino sono state spente prematuramente dal destino, altre si sono perse per strada. Il piccolo plotone di scrittori emergenti fa ben poco e nessuno, tranne forse il potente talento dell’ancora giovanissima Valeria Parrella, sembra in grado di catalizzare su di sé l’attenzione della pubblica opinione. Tutta l’arte e la cultura che questa fottutissima città ha saputo produrre sembra destinata ormai a musei che nessuno frequenta più.</p>
<p>Purtroppo, è triste doverlo ammettere, la guerra a questo fenomeno che sembra ormai endemico va combattuto con armi che un tempo appartenevano alla faccia peggiore della repressione. Il controllo del territorio va riacquistato militarmente, non è possibile pensare che la presenza di scuole, uffici, lo Stato in genere, possa arginare lo strapotere dei clan. Senza un’azione militare, efficace e rapida, non si riconquistano i territori occupati. Che, per non essere temporaneo, deve essere accompagnato da un nuovo pensiero di città, un nuovo progetto urbanistico, economico, culturale. Questo non vuol dire assistenzialismo, non vuol dire che da queste parti non potremmo essere capaci di fare da soli. Il recupero immediato del controllo della città, la restituzione di un accettabile livello di vivibilità alla parte sana, che non è poca cosa, ai napoletani che amo definire “liberi”, potrebbe portare uno spirito nuovo, spinto da quella voglia di riscatto, figlia della rabbia, che, vi assicuro, ci divora.</p>
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		<title>Di: Carlo Capone</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44310</link>
		<dc:creator>Carlo Capone</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2006 14:16:19 +0000</pubDate>
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		<description>Ma siamo proprio certi che Napoli sia un corpo estraneo, antropologicamente mutante, di questo Paese? leggendo il bellissimo pezzo di Pingitore e i relativi commenti, interessanti e complementari, ho percepito e accusato  il disagio - in quanto napoletano di nascita  e cittadino italiano - che  i ragionamenti e le analisi accorate sulla città pecchino di un vizio, di valutarne cioè gli  accadimenti come estranei, quasi non appartenessero a quella che con sufficiente oggettività   denominiamo koinè italiana. A mio avviso questo non è l'approccio più corretto, o meglio, rischia di crare punti singolari,   di avviare  una sorta di lavacro di coscienze,  di spingere a una rimozione degli aspetti generali e più ampi del male (non cioè circoscritti alla specificiatà geografica del luogo) ), addirittura - o forse- a indulgere  in  tentazioni manichee, quasi che  individuata la piaga  ignorassimo  la cancrena  che  sgretola l'Italia. Se questa è l'impostazione -  la  buona fede è salva, si capisce - io credo che si rischi di sbagliare: Napoli non è qualcosa di posticcio, Napoli  non è appendice in via di peritonite,  oppure  il nostro peggio  alienato in un dio del male. Napoli è soltanto e purtroppo la lente illustrativa di ciò che altrove si nasconde e marcisce sotto una vernice  di ipocrisia.
Non è il caso - l'ho fatto io stesso su queste pagine mesi fa, in buona fede e commettendo medesimi errori analitici e intepretativi  - non è più tempo, dicevo, di accanirsi sulla terapia del sintomo    ignorando   il male, è venuto il tempo, per tale male, di descriverne l'etiologia, con un'anamnesi difficile da  gestire   senza che si inquadri Napoli in un contesto, il quale, piaccia o meno,  ne indirizza le sorti. Essa stessa ponendosi   disponibile e servile.
 Ma come possiamo ritenere che gli avvenimenti di Napoli, le dinamiche sociali, lo strapotere di una mafia che non è più neanche se stessa, nel senso che ha imparato a globalizzarsi, stringere legami di avventura  con chi addivenga ai suoi specifici fini,  come possiamo affermare dopo tutto questo che il mutamento antropolgico di Napoli e dei napoletani - mutazione che c'è, io non scuso nè perdono un bel nessuno, cittadini e autorità  compresi - non dipenda 'anche' da un'evoluzione  del nostro vivere, del sentire e sentirci italiani? 
 Napoli siamo noi, titolava un libro  riuscito solo nel titolo  di Giorgio Bocca. Napoli è questa,  interviene Saviano, è il disvelamento del nuovo homo italicus, è  lo strato profondo e animalesco, quello appunto del rettile, della cipolla che è la cerebralità umana.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ma siamo proprio certi che Napoli sia un corpo estraneo, antropologicamente mutante, di questo Paese? leggendo il bellissimo pezzo di Pingitore e i relativi commenti, interessanti e complementari, ho percepito e accusato  il disagio - in quanto napoletano di nascita  e cittadino italiano - che  i ragionamenti e le analisi accorate sulla città pecchino di un vizio, di valutarne cioè gli  accadimenti come estranei, quasi non appartenessero a quella che con sufficiente oggettività   denominiamo koinè italiana. A mio avviso questo non è l&#8217;approccio più corretto, o meglio, rischia di crare punti singolari,   di avviare  una sorta di lavacro di coscienze,  di spingere a una rimozione degli aspetti generali e più ampi del male (non cioè circoscritti alla specificiatà geografica del luogo) ), addirittura - o forse- a indulgere  in  tentazioni manichee, quasi che  individuata la piaga  ignorassimo  la cancrena  che  sgretola l&#8217;Italia. Se questa è l&#8217;impostazione -  la  buona fede è salva, si capisce - io credo che si rischi di sbagliare: Napoli non è qualcosa di posticcio, Napoli  non è appendice in via di peritonite,  oppure  il nostro peggio  alienato in un dio del male. Napoli è soltanto e purtroppo la lente illustrativa di ciò che altrove si nasconde e marcisce sotto una vernice  di ipocrisia.<br />
Non è il caso - l&#8217;ho fatto io stesso su queste pagine mesi fa, in buona fede e commettendo medesimi errori analitici e intepretativi  - non è più tempo, dicevo, di accanirsi sulla terapia del sintomo    ignorando   il male, è venuto il tempo, per tale male, di descriverne l&#8217;etiologia, con un&#8217;anamnesi difficile da  gestire   senza che si inquadri Napoli in un contesto, il quale, piaccia o meno,  ne indirizza le sorti. Essa stessa ponendosi   disponibile e servile.<br />
 Ma come possiamo ritenere che gli avvenimenti di Napoli, le dinamiche sociali, lo strapotere di una mafia che non è più neanche se stessa, nel senso che ha imparato a globalizzarsi, stringere legami di avventura  con chi addivenga ai suoi specifici fini,  come possiamo affermare dopo tutto questo che il mutamento antropolgico di Napoli e dei napoletani - mutazione che c&#8217;è, io non scuso nè perdono un bel nessuno, cittadini e autorità  compresi - non dipenda &#8216;anche&#8217; da un&#8217;evoluzione  del nostro vivere, del sentire e sentirci italiani?<br />
 Napoli siamo noi, titolava un libro  riuscito solo nel titolo  di Giorgio Bocca. Napoli è questa,  interviene Saviano, è il disvelamento del nuovo homo italicus, è  lo strato profondo e animalesco, quello appunto del rettile, della cipolla che è la cerebralità umana.</p>
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		<title>Di: gianni biondillo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44259</link>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2006 08:38:43 +0000</pubDate>
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		<description>Aggiungo, a postilla delle cose ottime scritte da Tash, che oggi il Bronx (quello vero, a NY) è un quartierino proprio chic, amato da artisti e manager. Lo stesso "orribile" Bronx della mitologia filmica del degrado di 30 anni fa.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Aggiungo, a postilla delle cose ottime scritte da Tash, che oggi il Bronx (quello vero, a NY) è un quartierino proprio chic, amato da artisti e manager. Lo stesso &#8220;orribile&#8221; Bronx della mitologia filmica del degrado di 30 anni fa.</p>
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		<title>Di: tashtego</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44258</link>
		<dc:creator>tashtego</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2006 08:15:57 +0000</pubDate>
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		<description>Appoggio Biondillo su ogni parola dei suoi commenti qui sopra.
L’idea che sia l’architettura, o l’urbanistica, o tutt’e due, a produrre da sola degrado, è tenace e radicata. E sbagliata.
Esistono infiniti esempi che provano il contrario, vale a dire che è la subordinazione e l’emarginazione e la “ghettizzazione” (orribile parola, come “bronx”) degli abitanti che produce il degrado dell’ambiente in cui vivono.
Se scampia fosse strutturato a villini uni-famigliari con giardino e steccato de legno (modello sub-urbano, anglo-sassone e piccolo-borghese, che piasce tanto anche all’intellettuale), i suoi abitanti sarebbero per ciò stesso più virtuosi?
La logica è la stessa che ha portato veltroni a demolire un “ponte” al quartiere Laurentino, invece di bonificarlo e restaurarlo, per consumare l’atto simbolico – pre-elettorale – di eliminare il “tessuto infetto” (stessa cosa si fece per Le vele a Napoli): sono atti politico-narrativi, è fiction che soddisfa l’immaginario, ma non ha nulla a che vedere con le cause del degrado.
Er discorzo è complesso, come al solito.
Chi poi crede che esista un potere in grado davvero di pianificare e determinare assetti urbani, si sbaglia di grosso.
La città è un fenomeno in gran parte spontaneo, spesso abusivo e fuori norma, non un manufatto pensato e gestito da qualcuno, la città è fonte di profitto, è prodotto della comunità insediata, in ogni suo aspetto, anche quello criminale.
Il crimine è un grosso produttore, oltre che un abitatore, di città.
Il crimine produce case e quartieri, spesso più “vivibili” di quelli da cui proviene.
All’interno del fenomeno esistono momenti di pianificazione, razionalità, progettazione, più o meno riusciti, ma mai capaci, da soli, di produrre degrado, o al contrario, di contrastarlo.
Al massimo può trattarsi di concorso di colpa.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Appoggio Biondillo su ogni parola dei suoi commenti qui sopra.<br />
L’idea che sia l’architettura, o l’urbanistica, o tutt’e due, a produrre da sola degrado, è tenace e radicata. E sbagliata.<br />
Esistono infiniti esempi che provano il contrario, vale a dire che è la subordinazione e l’emarginazione e la “ghettizzazione” (orribile parola, come “bronx”) degli abitanti che produce il degrado dell’ambiente in cui vivono.<br />
Se scampia fosse strutturato a villini uni-famigliari con giardino e steccato de legno (modello sub-urbano, anglo-sassone e piccolo-borghese, che piasce tanto anche all’intellettuale), i suoi abitanti sarebbero per ciò stesso più virtuosi?<br />
La logica è la stessa che ha portato veltroni a demolire un “ponte” al quartiere Laurentino, invece di bonificarlo e restaurarlo, per consumare l’atto simbolico – pre-elettorale – di eliminare il “tessuto infetto” (stessa cosa si fece per Le vele a Napoli): sono atti politico-narrativi, è fiction che soddisfa l’immaginario, ma non ha nulla a che vedere con le cause del degrado.<br />
Er discorzo è complesso, come al solito.<br />
Chi poi crede che esista un potere in grado davvero di pianificare e determinare assetti urbani, si sbaglia di grosso.<br />
La città è un fenomeno in gran parte spontaneo, spesso abusivo e fuori norma, non un manufatto pensato e gestito da qualcuno, la città è fonte di profitto, è prodotto della comunità insediata, in ogni suo aspetto, anche quello criminale.<br />
Il crimine è un grosso produttore, oltre che un abitatore, di città.<br />
Il crimine produce case e quartieri, spesso più “vivibili” di quelli da cui proviene.<br />
All’interno del fenomeno esistono momenti di pianificazione, razionalità, progettazione, più o meno riusciti, ma mai capaci, da soli, di produrre degrado, o al contrario, di contrastarlo.<br />
Al massimo può trattarsi di concorso di colpa.</p>
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		<title>Di: marisa</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44042</link>
		<dc:creator>marisa</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Sep 2006 20:46:33 +0000</pubDate>
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		<description>Mi congratulo con la lungimiranza che hanno dimostrato i miei politici, scegliendo, come facoltà da dislocare a Scampia, la facoltà di medicina.
E' da un pò che mi faccio una domanda, ma è legale sparare fuochi di artifici ogni momento? non ci sono leggi di ordine pubblico? anni fa ero in America a fine anno e un nostalgico che osò sparare un mortaretto fece arrivare la polizia. Mah!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi congratulo con la lungimiranza che hanno dimostrato i miei politici, scegliendo, come facoltà da dislocare a Scampia, la facoltà di medicina.<br />
E&#8217; da un pò che mi faccio una domanda, ma è legale sparare fuochi di artifici ogni momento? non ci sono leggi di ordine pubblico? anni fa ero in America a fine anno e un nostalgico che osò sparare un mortaretto fece arrivare la polizia. Mah!</p>
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		<title>Di: gianni biondillo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/09/19/napoli-tra-movimento-e-stasi/#comment-44026</link>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Sep 2006 19:25:09 +0000</pubDate>
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		<description>Bruno: "Il piccone risanatore" (quello degli sventramenti di inizio '900) fu innanzitutto una grossa operazione di speculazione edilizia che, pagata dagli italiani, fece diventare più ricco chi già lo era e più povero chi già lo era.

Dal punto di vista grettamente edilizio ci vorrebbe un programma di manutenzione straordinaria globale e una qualificazione delle infrastrutturie di comunicazione.
E ci vorrebbe, ça va sans dire, legalità e Stato. Ma forse, ho paura, ad un certo Stato una certa soglia di illegalità conviene...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bruno: &#8220;Il piccone risanatore&#8221; (quello degli sventramenti di inizio &#8216;900) fu innanzitutto una grossa operazione di speculazione edilizia che, pagata dagli italiani, fece diventare più ricco chi già lo era e più povero chi già lo era.</p>
<p>Dal punto di vista grettamente edilizio ci vorrebbe un programma di manutenzione straordinaria globale e una qualificazione delle infrastrutturie di comunicazione.<br />
E ci vorrebbe, ça va sans dire, legalità e Stato. Ma forse, ho paura, ad un certo Stato una certa soglia di illegalità conviene&#8230;</p>
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