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	<title>Commenti a: Le narrazioni della paura. Un anticorpo.</title>
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	<pubDate>Sun, 07 Sep 2008 18:10:31 +0000</pubDate>
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		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/12/le-narrazioni-della-paura/#comment-51394</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Nov 2006 08:43:03 +0000</pubDate>
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		<description>@tesen
@matteo
Sul Corriere della Sera di ieri c’è un’intervista a Vincent Cannistraro, il capo dell’antiterrorismo della Cia tra la fine degli ’80 e i primi ‘90, che oggi campa di consulenze politiche. L’intervista è una critica severissima all’amministrazione Bush. Cannistraro dice che Cheney avrebbe pianificato una ritorsione contro l’Iran per la primavera del 2007. La notizia si guadagna subito una terrificante didascalia: “il blitz progettato nel caso in cui le sanzioni non dovessero sortire effetto”. Quando finisci di leggere, ti senti perlomeno rinfrancato nei tuoi convincimenti sulle bugie del governo americano. Dopo gli scandali sulle armi di distruzione di massa di Saddam, adesso ci riprovano con le centrali di Ahmadinejad. Ma questa storia della ritorsione contro l’Iran circola già da un bel pezzo. E Cannistraro non è un “ex” al di sopra delle parti, fa parte della dissidenza dei servizi americani ostili al Pentagono e alla Casa Bianca. Quelle eroiche spie celebrate dalla Gilda hollywoodiana in film come “Syriana”. Si presentano come ‘esperti’ super partes ma in realtà lavorano politicamente nei meandri della disinformazione. Sono pedine mobilissime di un network complesso e contraddittorio, ma sempre più compiacente quando si tratta di prendere a calci la “cricca neocon”. Usano la tv, pubblicano riviste, viaggiano su internet, partecipano a convegni di tutti i tipi. Negli ultimi anni hanno infilato uno scoop dopo l’altro, dal Nigergate alle “extraordinary rendition”. Il piano contro l’Iran, ma Cannistraro non lo dice, mi permetto di aggiungerlo io, sarebbe stato architettato dagli Usa con la complicità di Israele. E allora chi la diffonde l’insicurezza globale? Qual è l’effetto di questa intervista? Semplicemente di agitare il babau del terrorismo di stato, a cui però non sembra credere più neanche il giornalista del Corriere. Costui, leggermente stupito dalla granitica sicurezza dell’interlocutore, domanda: “Non è inverosimile che il presidente meditasse un’altra guerra in aggiunta a quella dell’Iraq e dell’Afghanistan?”. Certo che è possibile. Tutto è possibile nelle palle sparate da Cannistraro. E non è detto che sia una “narrazione della paura” condotta all’insegna della “povertà semantica”.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@tesen<br />
@matteo<br />
Sul Corriere della Sera di ieri c’è un’intervista a Vincent Cannistraro, il capo dell’antiterrorismo della Cia tra la fine degli ’80 e i primi ‘90, che oggi campa di consulenze politiche. L’intervista è una critica severissima all’amministrazione Bush. Cannistraro dice che Cheney avrebbe pianificato una ritorsione contro l’Iran per la primavera del 2007. La notizia si guadagna subito una terrificante didascalia: “il blitz progettato nel caso in cui le sanzioni non dovessero sortire effetto”. Quando finisci di leggere, ti senti perlomeno rinfrancato nei tuoi convincimenti sulle bugie del governo americano. Dopo gli scandali sulle armi di distruzione di massa di Saddam, adesso ci riprovano con le centrali di Ahmadinejad. Ma questa storia della ritorsione contro l’Iran circola già da un bel pezzo. E Cannistraro non è un “ex” al di sopra delle parti, fa parte della dissidenza dei servizi americani ostili al Pentagono e alla Casa Bianca. Quelle eroiche spie celebrate dalla Gilda hollywoodiana in film come “Syriana”. Si presentano come ‘esperti’ super partes ma in realtà lavorano politicamente nei meandri della disinformazione. Sono pedine mobilissime di un network complesso e contraddittorio, ma sempre più compiacente quando si tratta di prendere a calci la “cricca neocon”. Usano la tv, pubblicano riviste, viaggiano su internet, partecipano a convegni di tutti i tipi. Negli ultimi anni hanno infilato uno scoop dopo l’altro, dal Nigergate alle “extraordinary rendition”. Il piano contro l’Iran, ma Cannistraro non lo dice, mi permetto di aggiungerlo io, sarebbe stato architettato dagli Usa con la complicità di Israele. E allora chi la diffonde l’insicurezza globale? Qual è l’effetto di questa intervista? Semplicemente di agitare il babau del terrorismo di stato, a cui però non sembra credere più neanche il giornalista del Corriere. Costui, leggermente stupito dalla granitica sicurezza dell’interlocutore, domanda: “Non è inverosimile che il presidente meditasse un’altra guerra in aggiunta a quella dell’Iraq e dell’Afghanistan?”. Certo che è possibile. Tutto è possibile nelle palle sparate da Cannistraro. E non è detto che sia una “narrazione della paura” condotta all’insegna della “povertà semantica”.</p>
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		<title>Di: maria (valente)</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/12/le-narrazioni-della-paura/#comment-51334</link>
		<dc:creator>maria (valente)</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Nov 2006 10:43:30 +0000</pubDate>
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		<description>A me sul concetto di Bene e Male è piaciuto di più The Departed con il grande Jack che dice: "Poliziotto o mafioso: che differenza fa quando hai in mano una pistola?"</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>A me sul concetto di Bene e Male è piaciuto di più The Departed con il grande Jack che dice: &#8220;Poliziotto o mafioso: che differenza fa quando hai in mano una pistola?&#8221;</p>
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		<title>Di: Cristoforo Prodan</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/12/le-narrazioni-della-paura/#comment-51322</link>
		<dc:creator>Cristoforo Prodan</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Nov 2006 01:35:08 +0000</pubDate>
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		<description>Interessante la tua chiave di lettura del film, Christian. Quando l'ho visto, insieme ad altre persone, la cosa strana che ho notato è la babele appunto di interpretazioni diverse che ne sono scaturite nel commento postcinema e presaluti. Chi ne ha tratto delle conclusioni moralistiche, tipo la stupidità, il non pensare alle conseguenze delle proprie azioni, chi delle conclusioni fantastiche, tipo che se il giapponese non avesse regalato il suo fucile al marocchino allora eccetera, chi ha messo in evidenza i problemi comunicativi che sono all'origine dei drammi delle storie intrecciate, chi gli aspetti fantasmagorici legati alla varietà paesistica dei luoghi descritti. Alla fine rimane un senso di confusione, di rimescolamento di piani, forzatamente tenuti insieme dal fil rouge legato all'improbabile catena di eventi causata da quel fucile. Storie che si intrecciano nello spazio e nel tempo e che alla fine sembrano risolversi bene solo per il giapponese che dalle conseguenze della vicenda del fucile, riesce a ritrovare un dialogo con la figlia sorda, sorretto da null'altro che da un abbracciarsi in un ambiente iper-opulento, il Giappone supertecnologico straricco, in una situazione conclusiva francamente stridente con le storie di sofferenza dei bambini marocchini o dei migranti messicani. Lo stesso dicasi per Brad Pitt e il suo pseudodramma, dove la sofferenza della moglie morente sembra voler assolvere gli americani che fanno i padroni del mondo anche quando sono turisti. E anche la crisi della coppia americana si risolve e assolve tra lacrime, abbracci.

Mi sembra che gli autori del film non avessero le idee molto chiare su cosa volessero dire. E mi sembra anche che, nella sproporzione del confronto che salta fuori tra i livelli di sofferenza dei protagonisti nei vari ambienti (Marocco, Stati Uniti/Messico, Giappone), ne venga fuori uno scivolone ozpetekiano, alla cuore sacro, della serie "anche i ricchi piangono".

Sì può fare del male per noncuranza, per distrazione, per mancanza di comunicazione? Dal film sembrerebbe di sì. La banalità del male appunto, e cioè che il male esiste indipendentemente dalle scelte delle persone che ne sono coinvolte, che possono solo innescarlo per superficialità. Una tesi molto vicina a quella della Arendt sul caso Eichmann (nel suo libro La banalità del male, appunto), ma che ha il grosso limite di prescindere dalle responsabilità personali. Il male esiste invece nella misura in cui le persone che ci sono in mezzo se ne rendono complici e dunque responsabili.

Babel è comunque un film interessante, ingenuo nelle sue conclusioni, anche se francamente penso che sia un po' sopravvalutato. 

Cristoforo

P.S.: Ehi, Christian, fatti dare la mia email dagli amministratori di NI e scrivimi, se ti va. In effetti quando ci siamo visti, tu eri con Lagioia, ti avevo promesso che ti avrei contattato via email alla casa editrice. Ma forse è più semplice così.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Interessante la tua chiave di lettura del film, Christian. Quando l&#8217;ho visto, insieme ad altre persone, la cosa strana che ho notato è la babele appunto di interpretazioni diverse che ne sono scaturite nel commento postcinema e presaluti. Chi ne ha tratto delle conclusioni moralistiche, tipo la stupidità, il non pensare alle conseguenze delle proprie azioni, chi delle conclusioni fantastiche, tipo che se il giapponese non avesse regalato il suo fucile al marocchino allora eccetera, chi ha messo in evidenza i problemi comunicativi che sono all&#8217;origine dei drammi delle storie intrecciate, chi gli aspetti fantasmagorici legati alla varietà paesistica dei luoghi descritti. Alla fine rimane un senso di confusione, di rimescolamento di piani, forzatamente tenuti insieme dal fil rouge legato all&#8217;improbabile catena di eventi causata da quel fucile. Storie che si intrecciano nello spazio e nel tempo e che alla fine sembrano risolversi bene solo per il giapponese che dalle conseguenze della vicenda del fucile, riesce a ritrovare un dialogo con la figlia sorda, sorretto da null&#8217;altro che da un abbracciarsi in un ambiente iper-opulento, il Giappone supertecnologico straricco, in una situazione conclusiva francamente stridente con le storie di sofferenza dei bambini marocchini o dei migranti messicani. Lo stesso dicasi per Brad Pitt e il suo pseudodramma, dove la sofferenza della moglie morente sembra voler assolvere gli americani che fanno i padroni del mondo anche quando sono turisti. E anche la crisi della coppia americana si risolve e assolve tra lacrime, abbracci.</p>
<p>Mi sembra che gli autori del film non avessero le idee molto chiare su cosa volessero dire. E mi sembra anche che, nella sproporzione del confronto che salta fuori tra i livelli di sofferenza dei protagonisti nei vari ambienti (Marocco, Stati Uniti/Messico, Giappone), ne venga fuori uno scivolone ozpetekiano, alla cuore sacro, della serie &#8220;anche i ricchi piangono&#8221;.</p>
<p>Sì può fare del male per noncuranza, per distrazione, per mancanza di comunicazione? Dal film sembrerebbe di sì. La banalità del male appunto, e cioè che il male esiste indipendentemente dalle scelte delle persone che ne sono coinvolte, che possono solo innescarlo per superficialità. Una tesi molto vicina a quella della Arendt sul caso Eichmann (nel suo libro La banalità del male, appunto), ma che ha il grosso limite di prescindere dalle responsabilità personali. Il male esiste invece nella misura in cui le persone che ci sono in mezzo se ne rendono complici e dunque responsabili.</p>
<p>Babel è comunque un film interessante, ingenuo nelle sue conclusioni, anche se francamente penso che sia un po&#8217; sopravvalutato. </p>
<p>Cristoforo</p>
<p>P.S.: Ehi, Christian, fatti dare la mia email dagli amministratori di NI e scrivimi, se ti va. In effetti quando ci siamo visti, tu eri con Lagioia, ti avevo promesso che ti avrei contattato via email alla casa editrice. Ma forse è più semplice così.</p>
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		<title>Di: lu</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/12/le-narrazioni-della-paura/#comment-51299</link>
		<dc:creator>lu</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2006 17:12:15 +0000</pubDate>
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		<description>"Le narrazioni della paura si sbriciolano se si ha il coraggio di guardare i male per quello che è"... O la produzione emotiva o il coraggio dell' "arido vero"... Sì, ma qui inizia il problema. Non si tratta semplicemente di sollevare il velo di maya e scoprire che non bisogna lasciare soli i bambini (non ho visto il film, ma, come è chiaro, non importa). Forse il male, come i vampiri, ha paura della luce e prospera se non viene conosciuto e seguito nelle sue pieghe oscure. Le narrazioni della paura non solo sono la versione commerciale di quelle del male, ma rischiano di essere suoi strumenti. O no?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Le narrazioni della paura si sbriciolano se si ha il coraggio di guardare i male per quello che è&#8221;&#8230; O la produzione emotiva o il coraggio dell&#8217; &#8220;arido vero&#8221;&#8230; Sì, ma qui inizia il problema. Non si tratta semplicemente di sollevare il velo di maya e scoprire che non bisogna lasciare soli i bambini (non ho visto il film, ma, come è chiaro, non importa). Forse il male, come i vampiri, ha paura della luce e prospera se non viene conosciuto e seguito nelle sue pieghe oscure. Le narrazioni della paura non solo sono la versione commerciale di quelle del male, ma rischiano di essere suoi strumenti. O no?</p>
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		<title>Di: alice</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/12/le-narrazioni-della-paura/#comment-51298</link>
		<dc:creator>alice</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2006 16:58:38 +0000</pubDate>
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		<description>sì, proprio un bel pezzo. Svolto su un'idea che condivido in pieno.  Non mi resta che vedere il film.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>sì, proprio un bel pezzo. Svolto su un&#8217;idea che condivido in pieno.  Non mi resta che vedere il film.</p>
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		<title>Di: matteo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/12/le-narrazioni-della-paura/#comment-51293</link>
		<dc:creator>matteo</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2006 14:17:25 +0000</pubDate>
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		<description>Mi è parso che con "narrazioni della paura", Raimo si riferisca alla narrazione giornalistica, su carta stampata e video. Almeno, mi è parso che la riflessione sul film e sul ribaltamento estetico prenda le mosse da una presa d'atto sullo stato dell'informazione. Le narrazioni poste al ruolo d'informare compiono oggi effettivamente un'operazione estetica già più volte definita "della paura". Mi trovo piuttosto d'accordo con Raimo su questo. Sul film non lo so, perché non l'ho visto. 
Rocco Smitherson si è già espresso in proposito?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi è parso che con &#8220;narrazioni della paura&#8221;, Raimo si riferisca alla narrazione giornalistica, su carta stampata e video. Almeno, mi è parso che la riflessione sul film e sul ribaltamento estetico prenda le mosse da una presa d&#8217;atto sullo stato dell&#8217;informazione. Le narrazioni poste al ruolo d&#8217;informare compiono oggi effettivamente un&#8217;operazione estetica già più volte definita &#8220;della paura&#8221;. Mi trovo piuttosto d&#8217;accordo con Raimo su questo. Sul film non lo so, perché non l&#8217;ho visto.<br />
Rocco Smitherson si è già espresso in proposito?</p>
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	<item>
		<title>Di: tashtego</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/12/le-narrazioni-della-paura/#comment-51292</link>
		<dc:creator>tashtego</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2006 14:14:43 +0000</pubDate>
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		<description>“Le narrazioni della paura sostituiscono, surclassano, invadono, succhiano lo spazio delle narrazioni del male.”
Devo ancora vedere il film e quindi, quando ho capito che Raimo ne dice parecchio, non mi sono inoltrato ulteriormente nel suo resoconto per non rovinarmene il gusto.
Tuttavia trovo interessante questa sua affermazione di apertura, dove per narrazione, immagino, si intende anche ogni tipo d’informazione, oltre che ogni tipo di fiction. 
In pratica ogni tipo di “discorso”, anche politico, anche ideologico.
Leggo questa formulazione in questo modo: la paura è sempre paura del male [di un tipo di male, dato che Il Male, come lo chiama metti Cacciari (“il male esiste”), si riferisce ad un concetto cui non si può laicamente conferire un senso], il male ha delle cause, per comprendere ed eventualmente rimuovere le quali occorre superare, appunto, la coltre di paura che le ricopre.
Se politica, informazione e fiction si limitano a narrare la nostra paura senza riuscire a darcene conto come effetto di un agente che avrà anch’esso, come tutto il resto, le sue brave causa, lo fanno esclusivamente nel loro interesse, non nel nostro.
Perché la paura compatta, la paura produce potere, denaro.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>“Le narrazioni della paura sostituiscono, surclassano, invadono, succhiano lo spazio delle narrazioni del male.”<br />
Devo ancora vedere il film e quindi, quando ho capito che Raimo ne dice parecchio, non mi sono inoltrato ulteriormente nel suo resoconto per non rovinarmene il gusto.<br />
Tuttavia trovo interessante questa sua affermazione di apertura, dove per narrazione, immagino, si intende anche ogni tipo d’informazione, oltre che ogni tipo di fiction.<br />
In pratica ogni tipo di “discorso”, anche politico, anche ideologico.<br />
Leggo questa formulazione in questo modo: la paura è sempre paura del male [di un tipo di male, dato che Il Male, come lo chiama metti Cacciari (“il male esiste”), si riferisce ad un concetto cui non si può laicamente conferire un senso], il male ha delle cause, per comprendere ed eventualmente rimuovere le quali occorre superare, appunto, la coltre di paura che le ricopre.<br />
Se politica, informazione e fiction si limitano a narrare la nostra paura senza riuscire a darcene conto come effetto di un agente che avrà anch’esso, come tutto il resto, le sue brave causa, lo fanno esclusivamente nel loro interesse, non nel nostro.<br />
Perché la paura compatta, la paura produce potere, denaro.</p>
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		<title>Di: Alcor</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/12/le-narrazioni-della-paura/#comment-51288</link>
		<dc:creator>Alcor</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2006 11:22:43 +0000</pubDate>
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		<description>Non so, qualcosa non mi convince. Forse la definizione: narrazioni della paura.
Sto leggendo Neve, di Pahmuk (lo trovo un polpettone, ma mi interessa la descrizione dell'anima islamica). Il sentimento della paura e la sua potenza emotiva non gli sono certo estranei, eppure non credo, per quanti limiti il libro abbia, che la paura qui sia un meccanismo di riduzione estetica. Di quali narrazioni parla allora Raimo?
Qualcosa mi ha fatto pensare che parlasse di pagina scritta, oltre che di cinema.
Pensava ad autori come Ammanniti?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non so, qualcosa non mi convince. Forse la definizione: narrazioni della paura.<br />
Sto leggendo Neve, di Pahmuk (lo trovo un polpettone, ma mi interessa la descrizione dell&#8217;anima islamica). Il sentimento della paura e la sua potenza emotiva non gli sono certo estranei, eppure non credo, per quanti limiti il libro abbia, che la paura qui sia un meccanismo di riduzione estetica. Di quali narrazioni parla allora Raimo?<br />
Qualcosa mi ha fatto pensare che parlasse di pagina scritta, oltre che di cinema.<br />
Pensava ad autori come Ammanniti?</p>
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	<item>
		<title>Di: Giorgio Tesen</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/12/le-narrazioni-della-paura/#comment-51276</link>
		<dc:creator>Giorgio Tesen</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2006 01:20:13 +0000</pubDate>
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		<description>Una delle paure peggiori è che qualcuno, chiunque da qualche parte dell'Europa o degli Usa, decida che qualcun altro sia un terrorista, vero o presunto, lo sequestri. Il sequestro di persona è un reato che diventa tale a seconda di chi lo mette in atto, così sembra. Esorcizzare la realtà tramite il catalogo delle proprie paure? La sicurezza forse esiste soltanto entro il recinto, fuori non v'è che il terrore.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Una delle paure peggiori è che qualcuno, chiunque da qualche parte dell&#8217;Europa o degli Usa, decida che qualcun altro sia un terrorista, vero o presunto, lo sequestri. Il sequestro di persona è un reato che diventa tale a seconda di chi lo mette in atto, così sembra. Esorcizzare la realtà tramite il catalogo delle proprie paure? La sicurezza forse esiste soltanto entro il recinto, fuori non v&#8217;è che il terrore.</p>
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	<item>
		<title>Di: Al De Santis</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/12/le-narrazioni-della-paura/#comment-51268</link>
		<dc:creator>Al De Santis</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Nov 2006 21:32:55 +0000</pubDate>
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		<description>Onore a Guillermo Arriaga e Alejandro Innaritu per il loro salutare tentativo di rovesciare il meccanismo di riduzione estetica di cui parla Raimo. 
Ed onore a Christian per l'interessante pezzo: centrato ed essenziale.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Onore a Guillermo Arriaga e Alejandro Innaritu per il loro salutare tentativo di rovesciare il meccanismo di riduzione estetica di cui parla Raimo.<br />
Ed onore a Christian per l&#8217;interessante pezzo: centrato ed essenziale.</p>
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