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	<title>Commenti a: Caro Scalfari</title>
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	<pubDate>Sun, 07 Sep 2008 22:26:24 +0000</pubDate>
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		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52733</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 15:13:53 +0000</pubDate>
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		<description>@lucio
@pensieri
Sull’indipendenza dai finanziatori direi che c’è un margine di manovra possibile. Sul Sole24Ore di ieri c’è un pezzo che fa riferimento a dati sugli investimenti delle imprese italiane in cultura. I 269 milioni di euro investiti in un decennio arrivano più dal Nord (65%) che dal Sud (42 aziende nel 2006), e hanno premiato, nell’ordine, progetti culturali legati alle mostre e alle arti visive; attività di promozione del territorio e valorizzazione del patrimonio culturale locale; settori (in crescita) come la musica, l’editoria, la scienza, la formazione. I servizi alle imprese e l’attività di consulenza potrebbero essere una risorsa per le università in cerca di fondi sul mercato. L’indipendenza deriverebbe dal fatto che le aziende non cercano più degli sponsor ma dei partner creativi: “le imprese non considerano più l’investimento in cultura come mera sponsorizzazione ma come asset strategico. Vale a dire non ci si aspetta tanto un ritorno di immagine a breve, quanto una risorsa competitiva di lungo periodo”. La continuità che dicevo prima.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@lucio<br />
@pensieri<br />
Sull’indipendenza dai finanziatori direi che c’è un margine di manovra possibile. Sul Sole24Ore di ieri c’è un pezzo che fa riferimento a dati sugli investimenti delle imprese italiane in cultura. I 269 milioni di euro investiti in un decennio arrivano più dal Nord (65%) che dal Sud (42 aziende nel 2006), e hanno premiato, nell’ordine, progetti culturali legati alle mostre e alle arti visive; attività di promozione del territorio e valorizzazione del patrimonio culturale locale; settori (in crescita) come la musica, l’editoria, la scienza, la formazione. I servizi alle imprese e l’attività di consulenza potrebbero essere una risorsa per le università in cerca di fondi sul mercato. L’indipendenza deriverebbe dal fatto che le aziende non cercano più degli sponsor ma dei partner creativi: “le imprese non considerano più l’investimento in cultura come mera sponsorizzazione ma come asset strategico. Vale a dire non ci si aspetta tanto un ritorno di immagine a breve, quanto una risorsa competitiva di lungo periodo”. La continuità che dicevo prima.</p>
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	<item>
		<title>Di: Lucio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52731</link>
		<dc:creator>Lucio</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 14:54:55 +0000</pubDate>
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		<description>il fatto è che all'epoca le prestazioni volontarie e non retribuite erano un preludio all'inquadramento come ricercatore o spesso come associato. Oggi non è così. Anche a Tor Vergata (dove ho insegnato per tre anni precariamente) la situazione è esattamente identica a quella descritta da LaGiardiniera.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>il fatto è che all&#8217;epoca le prestazioni volontarie e non retribuite erano un preludio all&#8217;inquadramento come ricercatore o spesso come associato. Oggi non è così. Anche a Tor Vergata (dove ho insegnato per tre anni precariamente) la situazione è esattamente identica a quella descritta da LaGiardiniera.</p>
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		<title>Di: tashtego</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52728</link>
		<dc:creator>tashtego</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 14:23:47 +0000</pubDate>
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		<description>@lagiardiniera
se non esistevano, come fecero a darmi un contratto di docenza per tre anni ('82-85')?
non sono in grado di contestare i tuoi dati, perché non dispongo di controdeduzioni basate su numeri.
sta di fatto che l'attività didattica di allora si basava in gran parte su prestazioni volontarie e non retribuite.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@lagiardiniera<br />
se non esistevano, come fecero a darmi un contratto di docenza per tre anni (&#8217;82-85&#8242;)?<br />
non sono in grado di contestare i tuoi dati, perché non dispongo di controdeduzioni basate su numeri.<br />
sta di fatto che l&#8217;attività didattica di allora si basava in gran parte su prestazioni volontarie e non retribuite.</p>
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	<item>
		<title>Di: LaGiardiniera</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52715</link>
		<dc:creator>LaGiardiniera</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 12:11:22 +0000</pubDate>
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		<description>A occhio e croce? Tashtego: nel decennio in cui parli furono assunti in Italia più ricercatori e docenti che nei 35 anni successivi, ti dice niente? No? Ebbene, sappi che il 90% dei professori universitari è entrato allora, ed hanno tutti la stessa età (forse la tua età). Altro che "situazione eterna" e immutabile. Oggi non si utilizzano i fondi per "assumere". Oggi si utilizzano solo ed esclusivamente per avanzamenti di carriera. Nella mia università il 50% delle risorse di bilancio servono a pagare SOLO i professori di prima fascia. I precari sotto vario titolo (decine di contratti diversi) sono i 3/5 del personale docente e ricercatore, e su di loro in gran parte si regge la didattica. E lo sai quale frazione del bilancio si spartiscono? 1/7. C'è una piccola differenza, Tashtego, tra i tuoi anni e questi: all'università non esistevano co.co.pro., professori a contratto, collaboratori alla didattica, contrattisti a sei mesi, ricercatori in formazione (</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>A occhio e croce? Tashtego: nel decennio in cui parli furono assunti in Italia più ricercatori e docenti che nei 35 anni successivi, ti dice niente? No? Ebbene, sappi che il 90% dei professori universitari è entrato allora, ed hanno tutti la stessa età (forse la tua età). Altro che &#8220;situazione eterna&#8221; e immutabile. Oggi non si utilizzano i fondi per &#8220;assumere&#8221;. Oggi si utilizzano solo ed esclusivamente per avanzamenti di carriera. Nella mia università il 50% delle risorse di bilancio servono a pagare SOLO i professori di prima fascia. I precari sotto vario titolo (decine di contratti diversi) sono i 3/5 del personale docente e ricercatore, e su di loro in gran parte si regge la didattica. E lo sai quale frazione del bilancio si spartiscono? 1/7. C&#8217;è una piccola differenza, Tashtego, tra i tuoi anni e questi: all&#8217;università non esistevano co.co.pro., professori a contratto, collaboratori alla didattica, contrattisti a sei mesi, ricercatori in formazione (</p>
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	<item>
		<title>Di: lucio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52714</link>
		<dc:creator>lucio</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 11:58:52 +0000</pubDate>
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		<description>il nanismo e la miopia del capitalismo italiano e' ahime' un dato acquisito, e da questo discendono tanti problemi.
attenzione, pero'. anche negli stati uniti l'intervento pubblico, nella ricerca, e' quantitativamente assai rilevante (sia a livello federale che per quanto riguarda i singoli stati). non parlerei di 'minimo'
molto d'accordo sulla necessita' di snellire procedure e di garantire a universita' e centri di ricerca un'autonomia effettiva, sempre accettando un controllo terzo, ma di natura pubblica (non privato, ne' politico in senso deteriore). 
Altro punto che mi lascia perplesso: i modelli aziendalistici hanno fallito nella sanita' e in altri settori (ad es. i trasporti) non solo in italia. l'universita' che io utopisticamente vorrei e' qualcosa di efficiente, ma non puo' essere considerata semplicemente un qualcosa che offre servizi, proprio per il nesso tra formazione, ricerca, diffusione della cultura che dovrebbe caratterizzarla.
e comunque continuo a pensare, ingenuamente, che accanto a grandi discussioni occorrerebbe avere - anche con il sistema traballante attuale - appena un minimo di soldini in piu' per sanare molte situazioni pessime.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>il nanismo e la miopia del capitalismo italiano e&#8217; ahime&#8217; un dato acquisito, e da questo discendono tanti problemi.<br />
attenzione, pero&#8217;. anche negli stati uniti l&#8217;intervento pubblico, nella ricerca, e&#8217; quantitativamente assai rilevante (sia a livello federale che per quanto riguarda i singoli stati). non parlerei di &#8216;minimo&#8217;<br />
molto d&#8217;accordo sulla necessita&#8217; di snellire procedure e di garantire a universita&#8217; e centri di ricerca un&#8217;autonomia effettiva, sempre accettando un controllo terzo, ma di natura pubblica (non privato, ne&#8217; politico in senso deteriore).<br />
Altro punto che mi lascia perplesso: i modelli aziendalistici hanno fallito nella sanita&#8217; e in altri settori (ad es. i trasporti) non solo in italia. l&#8217;universita&#8217; che io utopisticamente vorrei e&#8217; qualcosa di efficiente, ma non puo&#8217; essere considerata semplicemente un qualcosa che offre servizi, proprio per il nesso tra formazione, ricerca, diffusione della cultura che dovrebbe caratterizzarla.<br />
e comunque continuo a pensare, ingenuamente, che accanto a grandi discussioni occorrerebbe avere - anche con il sistema traballante attuale - appena un minimo di soldini in piu&#8217; per sanare molte situazioni pessime.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52705</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 11:03:17 +0000</pubDate>
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		<description>@pensieri
Ottimo. E' così che dovremmo muoverci. Discutiamone, anche sulla indipendenza (vedi il caso dell'Istituto Nazionale di Geofisica). Ma a proposito dell'Italia avevo scritto: "se l’industria italiana non è ‘pronta’ a recepire l’innovazione della ricerca scientifica, be’, il mercato globale sì". 
Grazie del tuo intervento.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@pensieri<br />
Ottimo. E&#8217; così che dovremmo muoverci. Discutiamone, anche sulla indipendenza (vedi il caso dell&#8217;Istituto Nazionale di Geofisica). Ma a proposito dell&#8217;Italia avevo scritto: &#8220;se l’industria italiana non è ‘pronta’ a recepire l’innovazione della ricerca scientifica, be’, il mercato globale sì&#8221;.<br />
Grazie del tuo intervento.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Pensieri Oziosi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52704</link>
		<dc:creator>Pensieri Oziosi</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 10:53:37 +0000</pubDate>
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		<description>Roberto, tu pensi che la società italiana sia pronta ad accettare una università che riceva finanziamenti diretti dall'industria?

All'università Stanford il dipartimento di informatica è ospitato nel &lt;a href="http://cs.stanford.edu/info/" rel="nofollow"&gt;William Gates Computer Science Building&lt;/a&gt; ma nessuno pensa che ciò possa orientare la ricerca a favore di Microsoft. Ora immaginiamo che la sede del &lt;a href="http://www.elet.polimi.it/" rel="nofollow"&gt;Dipartimento di Elettronica e Informazione&lt;/a&gt; del Politecnico di Milano sia stata costruita con i soldi di un imprenditore italiano: pensi che in Italia si sarebbe disposti ad accettare i risultati di una ricerca sui livelli di intensità delle radiazioni elettromagnetiche prodotte dalle antenne delle reti telefoniche cellulari condotta da gente che lavora nel "Marco Tronchetti Provera Building for Telecommunications Technology"?

Non solo. Luigi Severi, un &lt;a href="http://w3.uniroma1.it/studiorientali/docenti/severi.htm" rel="nofollow"&gt;contrattista della Sapienza&lt;/a&gt; (quindi come Lucio, se non mi sono sbagliata), ha scritto un saggio sul ruolo dell'intellettuale, &lt;a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/11/lintellettuale_1.html" rel="nofollow"&gt;riproposto&lt;/a&gt; su Vibrisse, nel quale definisce "Forse meno eclatante, ma di certo assai più insidioso, il nesso tra scienza ed economia industriale, e poi (ancora di più) tra scienza ed economia postindustriale". Dopo un paio di linee Severi specifica: "Non a caso il finanziamento delle aziende alla ricerca universitaria; con conseguenze di impurità e ambiguità in settori cruciali per gli uomini tutti, e per ciò stesso strategici per la grande impresa, com’è quello  chimico-farmaceutico."

Tutto questo fa vedere che non solo nella società in generale, ma anche all'interno dell'università stessa, il finanziamento da privati viene visto con sospetto. E qui non si tratta di arroccamento su posizioni di privilegio o difesa di interessi speciali, ma di sincera preoccupazione sull'indipendenza della ricerca.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Roberto, tu pensi che la società italiana sia pronta ad accettare una università che riceva finanziamenti diretti dall&#8217;industria?</p>
<p>All&#8217;università Stanford il dipartimento di informatica è ospitato nel <a href="http://cs.stanford.edu/info/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/cs.stanford.edu');" rel="nofollow">William Gates Computer Science Building</a> ma nessuno pensa che ciò possa orientare la ricerca a favore di Microsoft. Ora immaginiamo che la sede del <a href="http://www.elet.polimi.it/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/www.elet.polimi.it');" rel="nofollow">Dipartimento di Elettronica e Informazione</a> del Politecnico di Milano sia stata costruita con i soldi di un imprenditore italiano: pensi che in Italia si sarebbe disposti ad accettare i risultati di una ricerca sui livelli di intensità delle radiazioni elettromagnetiche prodotte dalle antenne delle reti telefoniche cellulari condotta da gente che lavora nel &#8220;Marco Tronchetti Provera Building for Telecommunications Technology&#8221;?</p>
<p>Non solo. Luigi Severi, un <a href="http://w3.uniroma1.it/studiorientali/docenti/severi.htm" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/w3.uniroma1.it');" rel="nofollow">contrattista della Sapienza</a> (quindi come Lucio, se non mi sono sbagliata), ha scritto un saggio sul ruolo dell&#8217;intellettuale, <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/11/lintellettuale_1.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/www.vibrissebollettino.net');" rel="nofollow">riproposto</a> su Vibrisse, nel quale definisce &#8220;Forse meno eclatante, ma di certo assai più insidioso, il nesso tra scienza ed economia industriale, e poi (ancora di più) tra scienza ed economia postindustriale&#8221;. Dopo un paio di linee Severi specifica: &#8220;Non a caso il finanziamento delle aziende alla ricerca universitaria; con conseguenze di impurità e ambiguità in settori cruciali per gli uomini tutti, e per ciò stesso strategici per la grande impresa, com’è quello  chimico-farmaceutico.&#8221;</p>
<p>Tutto questo fa vedere che non solo nella società in generale, ma anche all&#8217;interno dell&#8217;università stessa, il finanziamento da privati viene visto con sospetto. E qui non si tratta di arroccamento su posizioni di privilegio o difesa di interessi speciali, ma di sincera preoccupazione sull&#8217;indipendenza della ricerca.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52695</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 09:05:03 +0000</pubDate>
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		<description>@lucio
Trasformare le università in piccoli centri di ricerca, guidati da una dirigenza che agisca in modo politico, con un’amministrazione ridotta, centralizzata e indipendente, e attraverso forme di autogestione del personale. Società di revisione dei conti private giudicherebbero la gestione dei manager universitari. Le università devono offrire servizi, non solo formazione, che pure continuerà ad esserci, permanente. Servizi da inventare ex novo, mettendo a frutto quello che produci, a cominciare dalle tesi di laurea, di cui nessuno parla (a che servono?). Si può alleggerire il ‘peso’ della didattica che ‘grava’ sulle spalle di professori, ricercatori e dottorandi, cioè in massima parte dei precari, per dedicarsi in modo più incisivo al lavoro scientifico e alla ricerca di fondi. I finanziamenti vanno cercati all’estero più che a casa nostra; se l’industria italiana non è ‘pronta’ a recepire l’innovazione della ricerca scientifica, be’, il mercato globale sì. Il collettore sei tu, non è una bestemmia. Industrie, centri di ricerca stranieri, onlus e altrus. Tempo e soldi per andare in giro per il mondo, in cerca di finanziatori nel pubblico dei congressi. I ricercatori devono formarsi in senso politico ancora prima che tecnico e culturale. Diventare i terminali di un progetto scientifico che faccia capo al loro istituto. Ovviamente, lo stato italiano deve garantire un minimo sindacale di fondi pubblici (cosa che adesso non fa) per rimettere in moto la macchina universitaria, farla funzionare, ma vorrei sapere, cosa ne pensate se arricchissimo la flessibilità di premi e incentivi, per cui non hai solo un contratto, il concorsone-contrattone unico, vincolante e definitivo, ma un numero variabile di progetti che sei in grado di trovare, gestire e monetarizzare da solo? Più lavori, più progetti (validi) riesci a trovare, più guadagni. Questa non è precarietà, è il mercato del lavoro. La continuità nella mobilità.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@lucio<br />
Trasformare le università in piccoli centri di ricerca, guidati da una dirigenza che agisca in modo politico, con un’amministrazione ridotta, centralizzata e indipendente, e attraverso forme di autogestione del personale. Società di revisione dei conti private giudicherebbero la gestione dei manager universitari. Le università devono offrire servizi, non solo formazione, che pure continuerà ad esserci, permanente. Servizi da inventare ex novo, mettendo a frutto quello che produci, a cominciare dalle tesi di laurea, di cui nessuno parla (a che servono?). Si può alleggerire il ‘peso’ della didattica che ‘grava’ sulle spalle di professori, ricercatori e dottorandi, cioè in massima parte dei precari, per dedicarsi in modo più incisivo al lavoro scientifico e alla ricerca di fondi. I finanziamenti vanno cercati all’estero più che a casa nostra; se l’industria italiana non è ‘pronta’ a recepire l’innovazione della ricerca scientifica, be’, il mercato globale sì. Il collettore sei tu, non è una bestemmia. Industrie, centri di ricerca stranieri, onlus e altrus. Tempo e soldi per andare in giro per il mondo, in cerca di finanziatori nel pubblico dei congressi. I ricercatori devono formarsi in senso politico ancora prima che tecnico e culturale. Diventare i terminali di un progetto scientifico che faccia capo al loro istituto. Ovviamente, lo stato italiano deve garantire un minimo sindacale di fondi pubblici (cosa che adesso non fa) per rimettere in moto la macchina universitaria, farla funzionare, ma vorrei sapere, cosa ne pensate se arricchissimo la flessibilità di premi e incentivi, per cui non hai solo un contratto, il concorsone-contrattone unico, vincolante e definitivo, ma un numero variabile di progetti che sei in grado di trovare, gestire e monetarizzare da solo? Più lavori, più progetti (validi) riesci a trovare, più guadagni. Questa non è precarietà, è il mercato del lavoro. La continuità nella mobilità.</p>
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	<item>
		<title>Di: Lucio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52647</link>
		<dc:creator>Lucio</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 15:41:29 +0000</pubDate>
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		<description>@roberto
insistiamo, certo che mi va. per cambiare le dinamiche di reclutamento, di spesa dei fondi di ricerca, di accesso ai finanziamenti, di 'governance' (come va di moda dire adesso), per cassare un po' di burocrazia. per aiutare un po' i fuorisede e gli studenti che non tengono famiglia (in un altro senso). e poi su su, per trasformare l'istruzione - anche superiore - in un diritto vero e pieno, e rendere la cultura accessibile e la scienza familiare. però prima di tutte le splendide utopie e riforme strutturali, per fare una cosa banalissima: garantire alle università i soldi minimi per pulire i cessi, per cambiare le prese di corrente e per sostituire i professori ordinari che vanno in pensione (nei prossimi anni - dice la solita CRUI e non i COBAS - il turn over sarà notevole) con ricercatori giovani, e non con contrattisti precari o con mummie (grazie alle leggi della moratti per un'università può essere più costoso assumere tramite concorso un ricercatore nuovo piuttosto che chiamare uno che è già professore associato o ordinario in altra sede). Ricercatori valutati essenzialmente sulla base di un'analisi decente delle loro pubblicazioni e dei progetti che vogliono provare a realizzare, e soggetti a procedure di valutazione serie anche per il futuro. Costa poco (una frazione delle spese militari) e rende molto, perchè i ricercatori all'inizio guadagnano poco e pubblicano spesso di più degli ordinari.
E ha ragione J Galaxy: per farlo avremmo dovuto già da tempo lottare 
di più e bloccare le università. Ma molti, troppi, ancora non hanno imparato a stare sulle barricate.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@roberto<br />
insistiamo, certo che mi va. per cambiare le dinamiche di reclutamento, di spesa dei fondi di ricerca, di accesso ai finanziamenti, di &#8216;governance&#8217; (come va di moda dire adesso), per cassare un po&#8217; di burocrazia. per aiutare un po&#8217; i fuorisede e gli studenti che non tengono famiglia (in un altro senso). e poi su su, per trasformare l&#8217;istruzione - anche superiore - in un diritto vero e pieno, e rendere la cultura accessibile e la scienza familiare. però prima di tutte le splendide utopie e riforme strutturali, per fare una cosa banalissima: garantire alle università i soldi minimi per pulire i cessi, per cambiare le prese di corrente e per sostituire i professori ordinari che vanno in pensione (nei prossimi anni - dice la solita CRUI e non i COBAS - il turn over sarà notevole) con ricercatori giovani, e non con contrattisti precari o con mummie (grazie alle leggi della moratti per un&#8217;università può essere più costoso assumere tramite concorso un ricercatore nuovo piuttosto che chiamare uno che è già professore associato o ordinario in altra sede). Ricercatori valutati essenzialmente sulla base di un&#8217;analisi decente delle loro pubblicazioni e dei progetti che vogliono provare a realizzare, e soggetti a procedure di valutazione serie anche per il futuro. Costa poco (una frazione delle spese militari) e rende molto, perchè i ricercatori all&#8217;inizio guadagnano poco e pubblicano spesso di più degli ordinari.<br />
E ha ragione J Galaxy: per farlo avremmo dovuto già da tempo lottare<br />
di più e bloccare le università. Ma molti, troppi, ancora non hanno imparato a stare sulle barricate.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52642</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 15:12:31 +0000</pubDate>
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		<description>@lucio
"cambiare schemi e regole".
Quali e come. Sono d'accordo.
Se ti va insistiamo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@lucio<br />
&#8220;cambiare schemi e regole&#8221;.<br />
Quali e come. Sono d&#8217;accordo.<br />
Se ti va insistiamo.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52639</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 14:53:32 +0000</pubDate>
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		<description>fiera indignazione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>fiera indignazione.</p>
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		<title>Di: Lucio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52638</link>
		<dc:creator>Lucio</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 14:48:53 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52638</guid>
		<description>solo un'altra aggiunta, per Tashtego Negli ultimi cinque anni un cambiamento strutturale si è sicuramente verificato, nell'Università: l'impiego del precariato - in forme assolutamente variegate- è diventato assai più strutturale e fondante che in passato, proprio perchè la struttura del lavoro scientifico si è fatta radicalmente diversa, e gli oneri della didattica (soprattutto dopo la riforma Berlinguer) si sono diversificati e sono diventati complessivamente più pesanti. Il 60% degli insegnamenti impartiti in italia, secondo la conferenza dei rettori (e non i COBAS) non ha un titolare; e se non ci fossero laureandi volontari, dottorandi e dottori di ricerca, contrattisti di vario genere la maggior parte dei progetti di ricerca (laboratori, scavi archeologici etc. etc.) sarebbe costretta a chiudere. In questa situazione, anche le vecchie logiche baronali e più in generale le 'procedure di reclutamento' si sono a loro volta dovute trasformare, rispetto a quella procedura di cooptazione che cominciava con l'assistentato volontario e spesso non passava nemmeno per il dottorato (molti ordinari e associati italiani non sono Ph.D., come si usa dire con simpatico anglismo ora).
L'università di oggi non ha più niente a che vedere - nel bene e nel male - con quella - a occhio e croce in forte espansione - degli anni 70-80. I baroni e le schifezze restano e provano costantemente a mantenere un potere che però è sempre più un potere da pezzenti (vi pare davvero che l'università italiana, in quanto istituzione, abbia ancora una capacità di incidere nella società italiana odierna? ahimè, non siamo in francia). Ma c'è anche una parte consistente che VUOLE cambiare schemi e regole, non fosse altro che per evitare di affondare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>solo un&#8217;altra aggiunta, per Tashtego Negli ultimi cinque anni un cambiamento strutturale si è sicuramente verificato, nell&#8217;Università: l&#8217;impiego del precariato - in forme assolutamente variegate- è diventato assai più strutturale e fondante che in passato, proprio perchè la struttura del lavoro scientifico si è fatta radicalmente diversa, e gli oneri della didattica (soprattutto dopo la riforma Berlinguer) si sono diversificati e sono diventati complessivamente più pesanti. Il 60% degli insegnamenti impartiti in italia, secondo la conferenza dei rettori (e non i COBAS) non ha un titolare; e se non ci fossero laureandi volontari, dottorandi e dottori di ricerca, contrattisti di vario genere la maggior parte dei progetti di ricerca (laboratori, scavi archeologici etc. etc.) sarebbe costretta a chiudere. In questa situazione, anche le vecchie logiche baronali e più in generale le &#8216;procedure di reclutamento&#8217; si sono a loro volta dovute trasformare, rispetto a quella procedura di cooptazione che cominciava con l&#8217;assistentato volontario e spesso non passava nemmeno per il dottorato (molti ordinari e associati italiani non sono Ph.D., come si usa dire con simpatico anglismo ora).<br />
L&#8217;università di oggi non ha più niente a che vedere - nel bene e nel male - con quella - a occhio e croce in forte espansione - degli anni 70-80. I baroni e le schifezze restano e provano costantemente a mantenere un potere che però è sempre più un potere da pezzenti (vi pare davvero che l&#8217;università italiana, in quanto istituzione, abbia ancora una capacità di incidere nella società italiana odierna? ahimè, non siamo in francia). Ma c&#8217;è anche una parte consistente che VUOLE cambiare schemi e regole, non fosse altro che per evitare di affondare.</p>
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	</item>
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		<title>Di: Laura</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52636</link>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 14:24:20 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Roberto,
le tue parole non possono che provocare la fiera indignazione di tutte le persone che lottano ogni giorno per la cultura, per la formazione, per assicurarsi un futuro anche al di là delle lobby politiche ed economiche che monopolizzano l'Italia. Le parole di Lucio sono un grido, garbato ma deciso, contro tutto questo e solo la noncuranza e, perdonami, l'assoluta "non conoscenza" delle reali condizioni dei giovani ricercatori attuali può farti parlare con il tono arrogante che hai usato finora nei tuoi interventi. Ad ogni modo, la riflessione innescata dall'articolo di Scalfari non riguarda persone che non sanno guardare al di là del proprio naso, ma solo quelli che cercano di portare i propri sogni più in là delle barriere che l'Italia e la mediocrità di molti spesso costruiscono tanto alacremente.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Roberto,<br />
le tue parole non possono che provocare la fiera indignazione di tutte le persone che lottano ogni giorno per la cultura, per la formazione, per assicurarsi un futuro anche al di là delle lobby politiche ed economiche che monopolizzano l&#8217;Italia. Le parole di Lucio sono un grido, garbato ma deciso, contro tutto questo e solo la noncuranza e, perdonami, l&#8217;assoluta &#8220;non conoscenza&#8221; delle reali condizioni dei giovani ricercatori attuali può farti parlare con il tono arrogante che hai usato finora nei tuoi interventi. Ad ogni modo, la riflessione innescata dall&#8217;articolo di Scalfari non riguarda persone che non sanno guardare al di là del proprio naso, ma solo quelli che cercano di portare i propri sogni più in là delle barriere che l&#8217;Italia e la mediocrità di molti spesso costruiscono tanto alacremente.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Lucio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52635</link>
		<dc:creator>Lucio</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 14:18:52 +0000</pubDate>
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		<description>solo per dire che nessuno mi sta dando del denaro per stare a Ginevra (e che peraltro nella lettera ho scritto con una certa precisione quanto ho guadagnato l'anno scorso). ho avuto dal governo svizzero una borsa di studio (dopo una selezione internazionale che prevedeva invio di curriculum, pubblicazioni etc. etc.) che copre i costi del soggiorno all'interno di questa ex villa con annesse biblioteche e strumenti vari.
in altri termini, non pago niente e non guadagno niente, ma ho l'opportunità di studiare qui dentro. I borsisti miei colleghi sono otto, e nessuno è svizzero. Conoscete qualche istituzione italiana che sia anche lontanamente disposta a fare una cosa del genere?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>solo per dire che nessuno mi sta dando del denaro per stare a Ginevra (e che peraltro nella lettera ho scritto con una certa precisione quanto ho guadagnato l&#8217;anno scorso). ho avuto dal governo svizzero una borsa di studio (dopo una selezione internazionale che prevedeva invio di curriculum, pubblicazioni etc. etc.) che copre i costi del soggiorno all&#8217;interno di questa ex villa con annesse biblioteche e strumenti vari.<br />
in altri termini, non pago niente e non guadagno niente, ma ho l&#8217;opportunità di studiare qui dentro. I borsisti miei colleghi sono otto, e nessuno è svizzero. Conoscete qualche istituzione italiana che sia anche lontanamente disposta a fare una cosa del genere?</p>
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		<title>Di: Bauer</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52634</link>
		<dc:creator>Bauer</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 14:17:53 +0000</pubDate>
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		<description>Roberto, non ho capito quanto guadagni.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Roberto, non ho capito quanto guadagni.</p>
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	</item>
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		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52629</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 13:05:37 +0000</pubDate>
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		<description>@bauer
"Al momento, ad esempio, sono in una lussuosa fondazione sul lago di Ginevra (la Fondation Hardt), dove i giovani ricercatori vengono letteralmente serviti e riveriti, e hanno a disposizione strutture che per la povera italietta sembrano pura fantascienza".
Meno di lui.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@bauer<br />
&#8220;Al momento, ad esempio, sono in una lussuosa fondazione sul lago di Ginevra (la Fondation Hardt), dove i giovani ricercatori vengono letteralmente serviti e riveriti, e hanno a disposizione strutture che per la povera italietta sembrano pura fantascienza&#8221;.<br />
Meno di lui.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Bauer</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52626</link>
		<dc:creator>Bauer</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 12:29:52 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52626</guid>
		<description>Oh, no. Il 'tengo famiglia' lo interpretavo come un modo (sbagliato) di pensare a se stessi piuttosto che alla collettività. Un modo (sbagliato) per ottenere/giustificare piccole furbizie. Mi rendo conto che però è un po' fuori discorso, tanto è vero che l'ho detto che non so perché ci abbia pensato.

Roberto, quanto al merito, non lo so se hai la mia solidarietà. Dipende da quanto guadagni.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Oh, no. Il &#8216;tengo famiglia&#8217; lo interpretavo come un modo (sbagliato) di pensare a se stessi piuttosto che alla collettività. Un modo (sbagliato) per ottenere/giustificare piccole furbizie. Mi rendo conto che però è un po&#8217; fuori discorso, tanto è vero che l&#8217;ho detto che non so perché ci abbia pensato.</p>
<p>Roberto, quanto al merito, non lo so se hai la mia solidarietà. Dipende da quanto guadagni.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: alcor</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52625</link>
		<dc:creator>alcor</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 12:21:42 +0000</pubDate>
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		<description>Parole sante, quelle di Del Corso.
L'unico appunto che gli faccio è l'ingenuità di credere che i professori stabilizzati abbiano  sempre la diaria.
Se i fondi in dipartimento non ci sono e vogliono andare a un convegno anticipano anche loro e aspettano sei mesi, come i precari.
Sarà forse per questo che la maggior parte di loro se ne sta sempre in sede e del resto del mondo sa ben poco.
La nostra è un'università al di sotto della soglia di povertà.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Parole sante, quelle di Del Corso.<br />
L&#8217;unico appunto che gli faccio è l&#8217;ingenuità di credere che i professori stabilizzati abbiano  sempre la diaria.<br />
Se i fondi in dipartimento non ci sono e vogliono andare a un convegno anticipano anche loro e aspettano sei mesi, come i precari.<br />
Sarà forse per questo che la maggior parte di loro se ne sta sempre in sede e del resto del mondo sa ben poco.<br />
La nostra è un&#8217;università al di sotto della soglia di povertà.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: J Galaxy</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52623</link>
		<dc:creator>J Galaxy</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 11:54:40 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52623</guid>
		<description>@Bauer
Ti ricordi la vignetta di Pazienza sugli operai della Fiat che fece incazzare mezzo Lingotto di sinistra? (Eravamo in periodo marcia dei quarantamila)

C'era un operaio Fiati tutto giulivo con un freno a mano nel posteriore.
La vignetta recitava:
"Gli operai Fiati hanno il cazzinculo di serie"!
- Cazzinculo, è un brevetto Fiat -

Ecco. Non tu, certo, ma le tue parole mi ricordano quella vignetta.
"Tengo famiglia". Ma tengo pure dignità.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Bauer<br />
Ti ricordi la vignetta di Pazienza sugli operai della Fiat che fece incazzare mezzo Lingotto di sinistra? (Eravamo in periodo marcia dei quarantamila)</p>
<p>C&#8217;era un operaio Fiati tutto giulivo con un freno a mano nel posteriore.<br />
La vignetta recitava:<br />
&#8220;Gli operai Fiati hanno il cazzinculo di serie&#8221;!<br />
- Cazzinculo, è un brevetto Fiat -</p>
<p>Ecco. Non tu, certo, ma le tue parole mi ricordano quella vignetta.<br />
&#8220;Tengo famiglia&#8221;. Ma tengo pure dignità.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: J Galaxy</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52622</link>
		<dc:creator>J Galaxy</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 11:50:49 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52622</guid>
		<description>Scusate... ma io credo davvero che qui, sotto sotto, ancora ci si sta fidando delle istituzioni. Il cui lavoro - mi sembra più che chiaro - è stato in questi anni metterla nel culo ai propri figli.
Ci illudiamo cioè che ci considerino come interlocutori.
E' chiaro, non è così. Altrimenti la lettera di Lucio non avrebbe solo riscontro tra di noi. Quello che dice, garbatamente, sarebbe sufficiente per un terremoto.
Ma abbiamo visto terremoti?
Di conseguenza sono anche inutili le manifestazioni che attraversano le strade.
Dovrebbero bloccarle, le strade, per settimane.
Dovrebbero bloccarle, le università, per mesi.
A rischio carica della polizia.
Altrimenti significa che non siamo ancora arrivati all'esasperazione.
Ci sarebbero anche tutti i numeri, però, per l'esasperazione.
Significa che siamo ancora troppo educati?
Sì, significa questo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Scusate&#8230; ma io credo davvero che qui, sotto sotto, ancora ci si sta fidando delle istituzioni. Il cui lavoro - mi sembra più che chiaro - è stato in questi anni metterla nel culo ai propri figli.<br />
Ci illudiamo cioè che ci considerino come interlocutori.<br />
E&#8217; chiaro, non è così. Altrimenti la lettera di Lucio non avrebbe solo riscontro tra di noi. Quello che dice, garbatamente, sarebbe sufficiente per un terremoto.<br />
Ma abbiamo visto terremoti?<br />
Di conseguenza sono anche inutili le manifestazioni che attraversano le strade.<br />
Dovrebbero bloccarle, le strade, per settimane.<br />
Dovrebbero bloccarle, le università, per mesi.<br />
A rischio carica della polizia.<br />
Altrimenti significa che non siamo ancora arrivati all&#8217;esasperazione.<br />
Ci sarebbero anche tutti i numeri, però, per l&#8217;esasperazione.<br />
Significa che siamo ancora troppo educati?<br />
Sì, significa questo.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52620</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 11:39:41 +0000</pubDate>
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		<description>@bauer
oltre all'ironia hobbit, sul merito niente da dire?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@bauer<br />
oltre all&#8217;ironia hobbit, sul merito niente da dire?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52618</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 11:38:55 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52618</guid>
		<description>@bauer
che non dobbiamo votare proprio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@bauer<br />
che non dobbiamo votare proprio.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Bauer</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52616</link>
		<dc:creator>Bauer</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 11:34:55 +0000</pubDate>
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		<description>Capiamoci, la mia era una generalizzazione priva dei distinguo necessari.

Però. Ognuno a pigolare perché l'attenzione venga spostata sulla propria categoria, sulla propria lobby, sul proprio ordine professionale.
Io, sono orgoglioso di contribuire alla collettività. Io sono orgoglioso della mia trattenuta in busta paga.

(Non so perché, mi viene in mente quanto disse uno scrittore: l'italiano si può tradurre in due parole 'tengo famiglia'.)

Roberto, cosa ci stai dicendo? Che alle prossime dobbiamo votare Casini?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Capiamoci, la mia era una generalizzazione priva dei distinguo necessari.</p>
<p>Però. Ognuno a pigolare perché l&#8217;attenzione venga spostata sulla propria categoria, sulla propria lobby, sul proprio ordine professionale.<br />
Io, sono orgoglioso di contribuire alla collettività. Io sono orgoglioso della mia trattenuta in busta paga.</p>
<p>(Non so perché, mi viene in mente quanto disse uno scrittore: l&#8217;italiano si può tradurre in due parole &#8216;tengo famiglia&#8217;.)</p>
<p>Roberto, cosa ci stai dicendo? Che alle prossime dobbiamo votare Casini?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: tashtego</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52615</link>
		<dc:creator>tashtego</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 11:32:29 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52615</guid>
		<description>Mi sono espresso un po’ brutalmente e me ne scuso.
Conosco l’università per averci lavorato una decina d’anni, ma conosco quella università, non questa.
Tuttavia dai contatti che per motivi di lavoro ho con l’ambiente accademico, sono costretto a concludere che sostanzialmente nulla è cambiato da allora, cioè dal decennio ’73-’85 quando si svolse la mia esperienza.
Però occorre fare qualche precisazione:
-	non tutte le facoltà sono uguali, non tutta la ricerca è identificabile nello stesso modo e ha gli stessi problemi di costi e formazione e gestione;
-	l’accademia vera e propria è in qualche modo separabile dalla ricerca per divergenza di scopi e funzioni.
L’altra precisazione da fare è che la condizione precaria (che non significa necessariamente bassa retribuzione, ma solo incarichi a termine) è implicita nel procedimento catecumenale di assimilazione dei nuovi quadri, che dovranno garantire innanzi tutto continuità all’istituzione e immutabilità al sistema gerarchico di potere interno.
Entra solo chi dimostra “attitudine accademica”, non chi vale qualcosa: la qualità è affidata ad una casuale coincidenza tra il valore di un individuo e la sua capacità di “armonizzarlo” con l’istituzione, di renderlo non-conflittuale.
In alcuni casi la condizione precaria riguarda anche procedimenti d’autentica ricerca scientifica per autentici ricercatori e per autentici accademici, autenticamente tesi verso il “sapere”.
Ma indipendentemente dalla limpidezza dello scopo una condizione iniziale di catecumenato precario è d’obbligo, lo esige il concetto stesso di selezione, di cooptazione.
È quando tale condizione si prolunga a tempo non determinato che si manifesta un vizio strutturale nell’istituzione, vizio che esiste da sempre (vedi la vecchia figura iniziale dell’assistente volontario), un vizio che non dipende dall’esistenza o meno dei tagli di questa o quella finanziaria, ma che è strutturale, endemico, non-sradicabile, assieme ai molti altri vizi della nostra (con alcune rilevanti eccezioni) povera, stupida, sostanzialmente provinciale accademia, il cui principale problema non è la ricerca, né genericamente il “sapere”, ma il potere, interno e soprattutto esterno.
Questo a mio avviso è il dato, che non dipende da nessuna manovra economica e che produce assoluta rigidità – ad ogni livello, anche precario, anche di dottorato - ad ogni tentativo, di qualsiasi governo, di riformare questo stato di cose: l’università italiana VUOLE restare com’è.
Se poi ci si sofferma sul suo effettivo ruolo nella società, allora vedi come l’accademia danza il suo balletto tra politica, capitale e media, cui fornisce in continuazione soluzioni, giustificazioni, spiegazioni sempre paludate e sempre “tecniche”, raramente suffragate da dimostrazioni e dati, senza mai, dico mai, pronunciare quel semplice monosillabo che talvolta funge da discrimine tra ciò che è dignitoso e ciò che non lo è: NO.
Ma sono solo impressioni, posso sbagliare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono espresso un po’ brutalmente e me ne scuso.<br />
Conosco l’università per averci lavorato una decina d’anni, ma conosco quella università, non questa.<br />
Tuttavia dai contatti che per motivi di lavoro ho con l’ambiente accademico, sono costretto a concludere che sostanzialmente nulla è cambiato da allora, cioè dal decennio ’73-’85 quando si svolse la mia esperienza.<br />
Però occorre fare qualche precisazione:<br />
-	non tutte le facoltà sono uguali, non tutta la ricerca è identificabile nello stesso modo e ha gli stessi problemi di costi e formazione e gestione;<br />
-	l’accademia vera e propria è in qualche modo separabile dalla ricerca per divergenza di scopi e funzioni.<br />
L’altra precisazione da fare è che la condizione precaria (che non significa necessariamente bassa retribuzione, ma solo incarichi a termine) è implicita nel procedimento catecumenale di assimilazione dei nuovi quadri, che dovranno garantire innanzi tutto continuità all’istituzione e immutabilità al sistema gerarchico di potere interno.<br />
Entra solo chi dimostra “attitudine accademica”, non chi vale qualcosa: la qualità è affidata ad una casuale coincidenza tra il valore di un individuo e la sua capacità di “armonizzarlo” con l’istituzione, di renderlo non-conflittuale.<br />
In alcuni casi la condizione precaria riguarda anche procedimenti d’autentica ricerca scientifica per autentici ricercatori e per autentici accademici, autenticamente tesi verso il “sapere”.<br />
Ma indipendentemente dalla limpidezza dello scopo una condizione iniziale di catecumenato precario è d’obbligo, lo esige il concetto stesso di selezione, di cooptazione.<br />
È quando tale condizione si prolunga a tempo non determinato che si manifesta un vizio strutturale nell’istituzione, vizio che esiste da sempre (vedi la vecchia figura iniziale dell’assistente volontario), un vizio che non dipende dall’esistenza o meno dei tagli di questa o quella finanziaria, ma che è strutturale, endemico, non-sradicabile, assieme ai molti altri vizi della nostra (con alcune rilevanti eccezioni) povera, stupida, sostanzialmente provinciale accademia, il cui principale problema non è la ricerca, né genericamente il “sapere”, ma il potere, interno e soprattutto esterno.<br />
Questo a mio avviso è il dato, che non dipende da nessuna manovra economica e che produce assoluta rigidità – ad ogni livello, anche precario, anche di dottorato - ad ogni tentativo, di qualsiasi governo, di riformare questo stato di cose: l’università italiana VUOLE restare com’è.<br />
Se poi ci si sofferma sul suo effettivo ruolo nella società, allora vedi come l’accademia danza il suo balletto tra politica, capitale e media, cui fornisce in continuazione soluzioni, giustificazioni, spiegazioni sempre paludate e sempre “tecniche”, raramente suffragate da dimostrazioni e dati, senza mai, dico mai, pronunciare quel semplice monosillabo che talvolta funge da discrimine tra ciò che è dignitoso e ciò che non lo è: NO.<br />
Ma sono solo impressioni, posso sbagliare.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: roberto</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52613</link>
		<dc:creator>roberto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 10:57:14 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52613</guid>
		<description>Una considerazione generale e una personale. Quella generale. Il pianto greco sul precariato andrà bene per l'università e la ricerca, ma vi informo che la fotocopia sbiadita di Bertinotti, al secolo Franco Foggiano Giordano, ha minacciato che la finanziaria salterà ("elemento di tensione molto grave", ma come parla?) se non verranno regolarizzati i 250.000 precari della scuola. Ecco a cosa servirà la politica fiscale di Prodi: tassare gli autonomi mentre i  precari prendono il contratto statale e di conseguenza, alle prossime elezioni, rivoteranno l'esimio Franco Foggiano (ricordo che non tutti gli autonomi guidano l'Hummer e sono sopra i 25.000 euro annui). Oggi si chiama lobbyng, in passato era clientelismo. Quello che lorsignori non capiscono - giocandosi le elezioni su uno zerovirgola dell'elettorato che decide in base alla parola tasse - è che le prossime elezioni le perderanno alla grande. E dico perderanno. Terza, non prima persona.  

La considerazione personale. L'altro giorno ero a firmare l'agognato contratto in segreteria alla Sapienza. Insieme a me c'erano: 1) una assegnista giapponese che grazie alla mancata firma del preside rischia di essere sbattuta nel suo paese; 2) una collega insegnante italiana in cerca del suo di stipendio che, visto il casino che facevo, voleva cooptarmi nei Cobas; 3) un altro contrattista spaesato e tutto intimidito che pure se gli avessero detto lavori gratis a vita avrebbe accettato lo stesso, vuoi mettere con dire a mammà che insegno alla Sapienza? Miiiiiii, la Sapienzaaa... Siccome mi diverto da matti a osservare il declino dello Stato italiano, in tutte le sue larve samsiano-burocratiche, mi sono messo a fare il ganzo con la capa-segretaria, dicendo: ma se andassimo tutti dal preside di facoltà a farci firmare il contratto di persona per accelerare il pagamento non sarebbe una buona idea? Intanto riflettevo su una cosa: la flessibilità della ricerca, diciamocelo, è un dato acquisito. Se va bene riusciremo ad affrontare e vincere le sacche di precarietà. Ma gli interessi degli apparati, dei segretari, dei sottosegretari, dell'ufficio stipendi e dell'ufficio reclami, del personale amministrativo e a contratto fisso, delle ferie e delle tredicesime pagate, e pure la pensione giacché ci siamo, be', ditemi voi, come la mettiamo? La facciamo una bella manifestazione contro le diseguaglianze soviettiste di trattamento? Vi sembra giusto che il ricercatore tace e acconsente e il segretario che (non) mi rispondeva al telefono ha busta paga fissa, figliuoli a carico, ferie e Sabaudia e una bella Smart nuova di zecca? Lo dico perché l'ho seguito, mi interessava capire come vivono i defensor sindacatus.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Una considerazione generale e una personale. Quella generale. Il pianto greco sul precariato andrà bene per l&#8217;università e la ricerca, ma vi informo che la fotocopia sbiadita di Bertinotti, al secolo Franco Foggiano Giordano, ha minacciato che la finanziaria salterà (&#8221;elemento di tensione molto grave&#8221;, ma come parla?) se non verranno regolarizzati i 250.000 precari della scuola. Ecco a cosa servirà la politica fiscale di Prodi: tassare gli autonomi mentre i  precari prendono il contratto statale e di conseguenza, alle prossime elezioni, rivoteranno l&#8217;esimio Franco Foggiano (ricordo che non tutti gli autonomi guidano l&#8217;Hummer e sono sopra i 25.000 euro annui). Oggi si chiama lobbyng, in passato era clientelismo. Quello che lorsignori non capiscono - giocandosi le elezioni su uno zerovirgola dell&#8217;elettorato che decide in base alla parola tasse - è che le prossime elezioni le perderanno alla grande. E dico perderanno. Terza, non prima persona.  </p>
<p>La considerazione personale. L&#8217;altro giorno ero a firmare l&#8217;agognato contratto in segreteria alla Sapienza. Insieme a me c&#8217;erano: 1) una assegnista giapponese che grazie alla mancata firma del preside rischia di essere sbattuta nel suo paese; 2) una collega insegnante italiana in cerca del suo di stipendio che, visto il casino che facevo, voleva cooptarmi nei Cobas; 3) un altro contrattista spaesato e tutto intimidito che pure se gli avessero detto lavori gratis a vita avrebbe accettato lo stesso, vuoi mettere con dire a mammà che insegno alla Sapienza? Miiiiiii, la Sapienzaaa&#8230; Siccome mi diverto da matti a osservare il declino dello Stato italiano, in tutte le sue larve samsiano-burocratiche, mi sono messo a fare il ganzo con la capa-segretaria, dicendo: ma se andassimo tutti dal preside di facoltà a farci firmare il contratto di persona per accelerare il pagamento non sarebbe una buona idea? Intanto riflettevo su una cosa: la flessibilità della ricerca, diciamocelo, è un dato acquisito. Se va bene riusciremo ad affrontare e vincere le sacche di precarietà. Ma gli interessi degli apparati, dei segretari, dei sottosegretari, dell&#8217;ufficio stipendi e dell&#8217;ufficio reclami, del personale amministrativo e a contratto fisso, delle ferie e delle tredicesime pagate, e pure la pensione giacché ci siamo, be&#8217;, ditemi voi, come la mettiamo? La facciamo una bella manifestazione contro le diseguaglianze soviettiste di trattamento? Vi sembra giusto che il ricercatore tace e acconsente e il segretario che (non) mi rispondeva al telefono ha busta paga fissa, figliuoli a carico, ferie e Sabaudia e una bella Smart nuova di zecca? Lo dico perché l&#8217;ho seguito, mi interessava capire come vivono i defensor sindacatus.</p>
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