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	<title>Commenti a: per un dialogo su sperimentazione / avanguardia / ricerca</title>
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	<description>versione 2.0</description>
	<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 03:39:19 +0000</pubDate>
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		<title>Di: arcuri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-68068</link>
		<dc:creator>arcuri</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Apr 2007 09:31:10 +0000</pubDate>
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		<description>inglese, il libro segnalato è notevolissimo! lo consiglio a mia volta a tutti gli intervenuti.
certo che, mi vien da dire, alla luce di quel che dice l'autore, molto di quel che abbiamo detto qui andrebbe rivisto (i miei interventi per primi). per dire, la cesura storica di cui parlavamo sopra e di cui tutte le poetiche fino ai giorni nostri sono debitrici è intesa dall'autore proprio come divenire centrale dell'io (in due varianti: biografico, e di rivendicata autonomia stilistica, per quanto mitigata da quello che lui chiama "coro", cioè le correnti). anche le forme periferiche o apparentemente contrarie e centrifughe, relative a una successiva "crisi dell'io" (dalla "vergogna" crepuscolare all'irruzione dell'inconscio o delle voci altrui, ai tentativi di narratività, alle poetiche oggettuali fino alla centralità dell'elemento fonetico contro il contenuto), l'autore le legge dentro quello schema e a mio parere non a torto...
estremamente interessante.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>inglese, il libro segnalato è notevolissimo! lo consiglio a mia volta a tutti gli intervenuti.<br />
certo che, mi vien da dire, alla luce di quel che dice l&#8217;autore, molto di quel che abbiamo detto qui andrebbe rivisto (i miei interventi per primi). per dire, la cesura storica di cui parlavamo sopra e di cui tutte le poetiche fino ai giorni nostri sono debitrici è intesa dall&#8217;autore proprio come divenire centrale dell&#8217;io (in due varianti: biografico, e di rivendicata autonomia stilistica, per quanto mitigata da quello che lui chiama &#8220;coro&#8221;, cioè le correnti). anche le forme periferiche o apparentemente contrarie e centrifughe, relative a una successiva &#8220;crisi dell&#8217;io&#8221; (dalla &#8220;vergogna&#8221; crepuscolare all&#8217;irruzione dell&#8217;inconscio o delle voci altrui, ai tentativi di narratività, alle poetiche oggettuali fino alla centralità dell&#8217;elemento fonetico contro il contenuto), l&#8217;autore le legge dentro quello schema e a mio parere non a torto&#8230;<br />
estremamente interessante.</p>
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		<title>Di: andrea inglese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67748</link>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Apr 2007 21:50:45 +0000</pubDate>
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		<description>Ricciardi, se hai pazienza ripassa tra un paio di giorni. Non ho intenzione di fare dichiarazione di poetica, ma signalarti dei miei interventi di critica reperibili in rete, dove emerge anche la mia vsione della poesia.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ricciardi, se hai pazienza ripassa tra un paio di giorni. Non ho intenzione di fare dichiarazione di poetica, ma signalarti dei miei interventi di critica reperibili in rete, dove emerge anche la mia vsione della poesia.</p>
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		<title>Di: arcuri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67664</link>
		<dc:creator>arcuri</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Apr 2007 12:35:49 +0000</pubDate>
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		<description>Inglese, grazie per l'indicazione di quel libro: ordinato e arrivato.

(così, per smuovere un po' la discussione dato che tutti qui hanno messo il broncio...)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Inglese, grazie per l&#8217;indicazione di quel libro: ordinato e arrivato.</p>
<p>(così, per smuovere un po&#8217; la discussione dato che tutti qui hanno messo il broncio&#8230;)</p>
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		<title>Di: andrea inglese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67496</link>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Apr 2007 17:22:35 +0000</pubDate>
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		<description>a Ricciardi; ti leggo ora e ti rispondero' a breve, tempi di lavoro e vita compatibili.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a Ricciardi; ti leggo ora e ti rispondero&#8217; a breve, tempi di lavoro e vita compatibili.</p>
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		<title>Di: Marco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67445</link>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Apr 2007 20:01:51 +0000</pubDate>
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		<description>hypnojacopo!

ciao! alla prossima lettura!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>hypnojacopo!</p>
<p>ciao! alla prossima lettura!</p>
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		<title>Di: Jacopo Ricciardi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67395</link>
		<dc:creator>Jacopo Ricciardi</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Apr 2007 11:41:52 +0000</pubDate>
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		<description>va bene Marco. stop. dimentica.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>va bene Marco. stop. dimentica.</p>
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		<title>Di: Marco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67392</link>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Apr 2007 11:16:54 +0000</pubDate>
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		<description>1. rileggi il mio punto 1. forse non hai capito la situazione. non "forse non mi sono spiegato". ma: forse non hai capito la situazione.

2. ho l'impressione che tu ti contraddica ma verificherò.

3. cfr. 2

4. buona la primaaa

5. sì. si può guardare altro. no, non mi concentro solo sul mio "abbeveratoio". mi conosci e sai cosa ho scritto negli anni. rileggi, correggi.

6. il calmissimo non scrive "abbeveratoio". forse il calmo. non il calmissimo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>1. rileggi il mio punto 1. forse non hai capito la situazione. non &#8220;forse non mi sono spiegato&#8221;. ma: forse non hai capito la situazione.</p>
<p>2. ho l&#8217;impressione che tu ti contraddica ma verificherò.</p>
<p>3. cfr. 2</p>
<p>4. buona la primaaa</p>
<p>5. sì. si può guardare altro. no, non mi concentro solo sul mio &#8220;abbeveratoio&#8221;. mi conosci e sai cosa ho scritto negli anni. rileggi, correggi.</p>
<p>6. il calmissimo non scrive &#8220;abbeveratoio&#8221;. forse il calmo. non il calmissimo.</p>
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		<title>Di: Jacopo Ricciardi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67377</link>
		<dc:creator>Jacopo Ricciardi</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Apr 2007 10:17:03 +0000</pubDate>
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		<description>1. Se ti prendi la briga di mostrare una poetica in pubblico – in un blog di poesia - devi mettere in conto che per rispetto devi essere reattivo - poiché direttamente o indirettamente si parla di te – e dare almeno qualche risposta estesa.

2. Per me l'Arte Concettuale è molto importante ed è stata sempre al centro delle mie riflessioni. La tua ironia non ti da un merito in più per poter dirti una derivazione di Paolini o Beuys o Manzoni o Klein o anche di Nauman: non hanno nessuna delle tue caratteristiche. Se tu credi invece il contrario prova a dirmene qualcuna.

3. La citazione cambia, il senso rimane, la mia opinione pure: noto che non vuoi rispondere alla domanda: un derivato di qualcosa è quella cosa, sei sicuro? Dire derivato per me è mettere in stand-by una definizione: se lo fa un critico egli aspetta di essere più preciso, se lo fa chi crea non ha chiaro quello che sta facendo (dovevi allora correggere Lucio).

5. No Giovenale io capisco la tua poesia, e tutto quello che ci trovo lo apprezzo, mi chiedevo: non è che si può aspirare anche ad altro in poesia? Che non sia cut-up o residui? Anche chi vive in un recinto può guardare il paesaggio fuori e riflettere oltre, invece di concentrarsi solo sul proprio abbeveratoio.

6. Io sono calmissimo, a tratti provocatorio ma non senza dolcezza, e dalla lunghezza dei miei post anche estremamente desideroso di capire meglio.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>1. Se ti prendi la briga di mostrare una poetica in pubblico – in un blog di poesia - devi mettere in conto che per rispetto devi essere reattivo - poiché direttamente o indirettamente si parla di te – e dare almeno qualche risposta estesa.</p>
<p>2. Per me l&#8217;Arte Concettuale è molto importante ed è stata sempre al centro delle mie riflessioni. La tua ironia non ti da un merito in più per poter dirti una derivazione di Paolini o Beuys o Manzoni o Klein o anche di Nauman: non hanno nessuna delle tue caratteristiche. Se tu credi invece il contrario prova a dirmene qualcuna.</p>
<p>3. La citazione cambia, il senso rimane, la mia opinione pure: noto che non vuoi rispondere alla domanda: un derivato di qualcosa è quella cosa, sei sicuro? Dire derivato per me è mettere in stand-by una definizione: se lo fa un critico egli aspetta di essere più preciso, se lo fa chi crea non ha chiaro quello che sta facendo (dovevi allora correggere Lucio).</p>
<p>5. No Giovenale io capisco la tua poesia, e tutto quello che ci trovo lo apprezzo, mi chiedevo: non è che si può aspirare anche ad altro in poesia? Che non sia cut-up o residui? Anche chi vive in un recinto può guardare il paesaggio fuori e riflettere oltre, invece di concentrarsi solo sul proprio abbeveratoio.</p>
<p>6. Io sono calmissimo, a tratti provocatorio ma non senza dolcezza, e dalla lunghezza dei miei post anche estremamente desideroso di capire meglio.</p>
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	<item>
		<title>Di: Marco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67332</link>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 21:56:00 +0000</pubDate>
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		<description>1.
Jacopo: "micro interventi".
Mon cher, sono fuori casa circa 12/13 ore al giorno, quando va bene. Fatti due conti. 
Ergo, dalle dieci e mezza all'una e poi dalle tre e mezza alle sette e mezza
puoi fare un salto da me e ti faccio un macro intervento, se non ho clienti in negozio. Però poi non mi venire a dire che sono logorroico.
(Invece non possiamo vederci, almeno per ora, a pranzo o a cena perché per gran parte del tempo sono in guai vari, su cui glisso).

2.
Arte concettuale.
Per Jacopo è acqua passata &#38; pupù oggidì. O perlomeno impraticabile, inaccettabile, semimorta. Per altri no. Chi avrà ragione? Ai posteri.

3.
Precisione.
Jacopo: "uno strascico dell’arte Concettuale". Citi (male) da un 'ALLEGATO'. (Frammentario).

4.
gammm.
GAMMM non è &lt;em&gt;l'intero&lt;/em&gt; arco del mio (opinabile e personale) discorso. Io non sono gammm e il sito non coincide con me. gammm non è un 'gruppo'. Persone diverse articolano prassi diverse. Si ritrovano su un sito che predilige alcune caratteristiche che il suddetto allegato (B) sintetizza ma non esaurisce. (E' detto nelle prime 2 righe: avrà un senso se lo dico proprio all'inizio, no?).

5.
"Scimmiottamento" (Ricciardi)
Bah. Il fatto che tu non riconosca la voce di un autore può anche essere un problema di sensibilità (a quell'autore). E pace. Mica ci si deve piacere a tutti i costi.

6.
Controllo.
Dagli ultimi post sembra che a qualcuno stiano saltando i nervi. C'è di peggio di un thread che non vi convince, nella vita. Be cool. E cmq chiacchiereremo. Non sono disattento a quello che dite. E vi rispetto. Fate altrettanto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>1.<br />
Jacopo: &#8220;micro interventi&#8221;.<br />
Mon cher, sono fuori casa circa 12/13 ore al giorno, quando va bene. Fatti due conti.<br />
Ergo, dalle dieci e mezza all&#8217;una e poi dalle tre e mezza alle sette e mezza<br />
puoi fare un salto da me e ti faccio un macro intervento, se non ho clienti in negozio. Però poi non mi venire a dire che sono logorroico.<br />
(Invece non possiamo vederci, almeno per ora, a pranzo o a cena perché per gran parte del tempo sono in guai vari, su cui glisso).</p>
<p>2.<br />
Arte concettuale.<br />
Per Jacopo è acqua passata &amp; pupù oggidì. O perlomeno impraticabile, inaccettabile, semimorta. Per altri no. Chi avrà ragione? Ai posteri.</p>
<p>3.<br />
Precisione.<br />
Jacopo: &#8220;uno strascico dell’arte Concettuale&#8221;. Citi (male) da un &#8216;ALLEGATO&#8217;. (Frammentario).</p>
<p>4.<br />
gammm.<br />
GAMMM non è <em>l&#8217;intero</em> arco del mio (opinabile e personale) discorso. Io non sono gammm e il sito non coincide con me. gammm non è un &#8216;gruppo&#8217;. Persone diverse articolano prassi diverse. Si ritrovano su un sito che predilige alcune caratteristiche che il suddetto allegato (B) sintetizza ma non esaurisce. (E&#8217; detto nelle prime 2 righe: avrà un senso se lo dico proprio all&#8217;inizio, no?).</p>
<p>5.<br />
&#8220;Scimmiottamento&#8221; (Ricciardi)<br />
Bah. Il fatto che tu non riconosca la voce di un autore può anche essere un problema di sensibilità (a quell&#8217;autore). E pace. Mica ci si deve piacere a tutti i costi.</p>
<p>6.<br />
Controllo.<br />
Dagli ultimi post sembra che a qualcuno stiano saltando i nervi. C&#8217;è di peggio di un thread che non vi convince, nella vita. Be cool. E cmq chiacchiereremo. Non sono disattento a quello che dite. E vi rispetto. Fate altrettanto.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Jacopo Ricciardi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67295</link>
		<dc:creator>Jacopo Ricciardi</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 18:33:30 +0000</pubDate>
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		<description>Allora Lucio scognomato, prima di arrendermi:

al Concettuale dei '60 '70 niente di nuovo è stato aggiunto di concettuale dopo quelle date; che sono uno strascico a detta di ABO – per quello che ci interessa: poesia visiva e g -, cosa che corrisponde al mio pensiero, in senso negativo di residuo. 

Per me dire "Arte Concettuale" è dare un nome preciso a una cosa per distinguerla dal passato.
Per me dire "derivato dell'Arte concettuale" non è un nome nuovo da dare a una cosa – derivato! -, la quale invece vuole il suo nome per definirsi; inventatela te una definizione meno indiretta per g, a meno che tu non creda che dire "derivato..." equivalga a "Arte...", e sarebbe ingenuo pensare che ABO la pensi come te. Per me l’opera di g è priva di quella naturalezza che per me è fondante per l’apparizione reale di un concetto vivo, come è viva la pennellata di un grande pittore, Velasquez, Bacon, nella cui materia del segno distingui lo stesso andamento armonioso e naturale, delle cose che vivono, violentemente – ognuna a suo modo – la propria natura come la natura delle cose.

Quindi per me g o chi per lui è uno strascico dell'arte Concettuale, ma non è l'Arte Concettuale: e ti avevo pure detto perché: per via della mancanza della naturalezza vivente che abita le opere e il concetto di B e P. Quindi che g voglia ipocritamente rubare almeno l’idea di quella naturalezza paventandola nei suoi riferimenti di poetica, esternamente ai testi, mi pare ovvio, se come te non sa come chiamare quello che fa e deve prendersi – il derivato di - un nome nel passato non troppo lontano; o meglio: non accorgendosi neanche di quella naturalezza, sovrappone la sua dispersione di strumenti poetici ricombinabili, alla disposizione nitida di oggetti in un luogo  - caratteristica delle installazioni di B e P –, cosa della quale mi pare ovvio non ti sei accorto nemmeno tu. Non vi resta che sperare che io mi sbagli. Allora avreste ragione tutti e due, all’unisono, come due campane in un paese a mezzogiorno, come due belle guance arrossate d’emozione in una ragazza…

Scimmiottamento: non riuscire a parlare con la propria voce, parlare una lingua ibrida, non farsi capire, dire poco, strascico di qualcosa…</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Allora Lucio scognomato, prima di arrendermi:</p>
<p>al Concettuale dei &#8216;60 &#8216;70 niente di nuovo è stato aggiunto di concettuale dopo quelle date; che sono uno strascico a detta di ABO – per quello che ci interessa: poesia visiva e g -, cosa che corrisponde al mio pensiero, in senso negativo di residuo. </p>
<p>Per me dire &#8220;Arte Concettuale&#8221; è dare un nome preciso a una cosa per distinguerla dal passato.<br />
Per me dire &#8220;derivato dell&#8217;Arte concettuale&#8221; non è un nome nuovo da dare a una cosa – derivato! -, la quale invece vuole il suo nome per definirsi; inventatela te una definizione meno indiretta per g, a meno che tu non creda che dire &#8220;derivato&#8230;&#8221; equivalga a &#8220;Arte&#8230;&#8221;, e sarebbe ingenuo pensare che ABO la pensi come te. Per me l’opera di g è priva di quella naturalezza che per me è fondante per l’apparizione reale di un concetto vivo, come è viva la pennellata di un grande pittore, Velasquez, Bacon, nella cui materia del segno distingui lo stesso andamento armonioso e naturale, delle cose che vivono, violentemente – ognuna a suo modo – la propria natura come la natura delle cose.</p>
<p>Quindi per me g o chi per lui è uno strascico dell&#8217;arte Concettuale, ma non è l&#8217;Arte Concettuale: e ti avevo pure detto perché: per via della mancanza della naturalezza vivente che abita le opere e il concetto di B e P. Quindi che g voglia ipocritamente rubare almeno l’idea di quella naturalezza paventandola nei suoi riferimenti di poetica, esternamente ai testi, mi pare ovvio, se come te non sa come chiamare quello che fa e deve prendersi – il derivato di - un nome nel passato non troppo lontano; o meglio: non accorgendosi neanche di quella naturalezza, sovrappone la sua dispersione di strumenti poetici ricombinabili, alla disposizione nitida di oggetti in un luogo  - caratteristica delle installazioni di B e P –, cosa della quale mi pare ovvio non ti sei accorto nemmeno tu. Non vi resta che sperare che io mi sbagli. Allora avreste ragione tutti e due, all’unisono, come due campane in un paese a mezzogiorno, come due belle guance arrossate d’emozione in una ragazza…</p>
<p>Scimmiottamento: non riuscire a parlare con la propria voce, parlare una lingua ibrida, non farsi capire, dire poco, strascico di qualcosa…</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Jacopo Ricciardi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67284</link>
		<dc:creator>Jacopo Ricciardi</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 17:29:41 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67284</guid>
		<description>a Inglese 

Prima di iniziare vorrei dire che per me la discussione che stiamo facendo è molto interessante e spero che lo sia anche per gli altri intervenuti. Mi permette di misurare le mie idee nel campo della poesie confrontandole con quelle di altri poeti (più sento distanza tra le mie posizioni e quelle degli altri più mi sento stimolato e mi serve). Credo inoltre che i miei interventi siano sufficientemente dettagliati per offrire all’interlocutore un’impressione concreta delle mie posizioni. Cercherò di intervenire – in altri post - sulla parte “nel caso specifico”. Trovo invece necessario che tu, come anche gli altri poeti, facciate conoscere la vostra poetica, poiché ogni autore ha la sua, e anche se la tua si avvicina a quella di Marco non sarà certo la stessa. (È curioso che Marco posta la sua poetica come argomento di discussione e poi fa dei micro intervenenti e tu, che non ci espliciti la tua, ne parli). A me piace, invece, leggendo un intervento critico di un poeta, inserirlo all’interno del funzionamento dei testi che ho sperimentato alla lettura, e vedere se mi offrono degli indizi più chiari per capire alcune cose che mi erano oscure o delle quali non mi ero accorto – mi succede con lo Zibaldone di Leopardi e i Cahier di Valery, o anche con le lettere di Soseki, o con la Vita Nuova di Dante. Penso che per capire bene un testo di poesia basta togliere dal proprio pensiero le sovrastrutture che pretendono di dirigerlo, ma anzi farsi portare a quelle cose verso le quali lui ci dirige. La poesia ha dentro di sé i suoi strumenti, diversi per ogni poeta: si deve accedere a quegli strumenti e quando vengono colti con sufficiente chiarezza diventano nostri propri strumenti, ovvero idee, che noi riinseriamo nella vita di tutti i giorni. Lo stesso approccio lo ho anche con altre discipline, come la filosofia o l’Arte. Più che i presupposti culturali che generano l’oggetto, io cerco l’identità culturale che mi da’ l’oggetto. Quando la cultura sociale e politica - o di massa, come quella di oggi - di un paese passa attraverso una poesia viene restituita in modo diverso, più viva e più precisa. È come se si mettesse, il lettore, prima dell’opera, e questo le rimbalzasse contro come una palla, e invece egli sta dopo l’opera, attraversando, insieme alla cultura del proprio paese, suo contenitore, nel quale è nato, la poesia, scoprendo il suo valore, reso per mezzo di questa più preciso e più vivo. Quale piacere altrimenti dovrebbe trasmettere la poesia? Io ne ho tratto la bellezza e la potenza delle capacità conoscitive dell’uomo che consistono nel saldare tra loro le differenze delle culture e delle civiltà tanto da farne dei ponti. Che altro può essere dato all’uomo se non il potersi accorgere, il più precisamente possibile, della ricchezza delle civiltà, accrescendo il rispetto nei confronti dei loro traumi? Questa affermazione ti può apparire generica, ma fidati, c’è dentro molto. Non sono qui per raccontarti tutta la mia felicità o tutto il mio ottimismo, quello se vuoi lo trovi nelle mie opere. Ho scritto questi post per mostrare che non esiste soltanto il vostro punto di vista, ma anche altri parimenti consapevoli, se non di più. L’elemento di concreto che io trovo in Leopardi è tale che il mio spingermi oltre vuol dire essere felice, vuol dire dover essere un ottimista, proprio per rispetto a quel livello di concretezza delle cose. La libertà non è ricominciare a vedere le cose? E Leopardi non ha fermato tutto davanti ai nostri occhi, perché noi riuscissimo ad assorbirlo e superarlo? E il ‘900 non è stato il fiorire e lo splendere di questa immobilità, sentita  in un crescendo sempre maggiore, come parte di se stessi? E quando eravamo completamente bloccati, dentro di noi e davanti a noi, come una tabula rasa, non è stato quello il momento di muoversi nuovamente? E questa non la chiami libertà? E come, dimmi? Per me è una nuova libertà della poesia. Siamo tornati nell’ampiezza e nel vasto, e, qui dove siamo, c’è tutto quello che abbiamo creato per noi, che riusciamo a decifrare liberamente. Per me, se la vostra poesia ha un senso, illustra bene il momento in cui l’uomo è imprigionato da se stesso come soffocato dal cemento. E questa sensazione di arido soffocamento corrisponde al presente cupo di una società che ignora e non difende la cultura se non come uno slogan. Fare una poesia che si nutre del menefreghismo per la poesia? No grazie. Fare una poesia che sveglia l’attenzione verso il valore della vita entro questi parametri culturali? Questo mi interessa di più. Accettare è inventare. Una poesia che si immerge per cogliere il vivo di ora? Sì. Troppa noia costruire un tempio con resti e residui oggi!...Tempio di polvere!!...E che sostituisce le nostre città? No no! Ah, quei quattro versi di Ungaretti: Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato. Ciò che Leopardi aveva fatto alla natura, ora ferocemente – è inevitabile – Ungaretti lo procura all’uomo: Leopardi consegna agli uomini la realtà concreta in cui vivono, Ungaretti annienta il poeta per rivelare per mezzo della poesia – nel mondo – la concretezza dell’uomo dentro di sé. Un pensiero più lancinante, pregno di vitalità, che accetta l’esistenza e la sua colpa – il suo dolore -, non può non richiamare all’inevitabilità della poesia di Celan. Questo è il panorama, umanissimo, che ho nel mio passato, e che giunge fino alle porte della mia voce e che cerco di proseguire, cercando, anche, di dare a tanta e sofferta lucidità della poesia nel corpo dell’essere vivente, uno sfogo naturale di rinascita.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a Inglese </p>
<p>Prima di iniziare vorrei dire che per me la discussione che stiamo facendo è molto interessante e spero che lo sia anche per gli altri intervenuti. Mi permette di misurare le mie idee nel campo della poesie confrontandole con quelle di altri poeti (più sento distanza tra le mie posizioni e quelle degli altri più mi sento stimolato e mi serve). Credo inoltre che i miei interventi siano sufficientemente dettagliati per offrire all’interlocutore un’impressione concreta delle mie posizioni. Cercherò di intervenire – in altri post - sulla parte “nel caso specifico”. Trovo invece necessario che tu, come anche gli altri poeti, facciate conoscere la vostra poetica, poiché ogni autore ha la sua, e anche se la tua si avvicina a quella di Marco non sarà certo la stessa. (È curioso che Marco posta la sua poetica come argomento di discussione e poi fa dei micro intervenenti e tu, che non ci espliciti la tua, ne parli). A me piace, invece, leggendo un intervento critico di un poeta, inserirlo all’interno del funzionamento dei testi che ho sperimentato alla lettura, e vedere se mi offrono degli indizi più chiari per capire alcune cose che mi erano oscure o delle quali non mi ero accorto – mi succede con lo Zibaldone di Leopardi e i Cahier di Valery, o anche con le lettere di Soseki, o con la Vita Nuova di Dante. Penso che per capire bene un testo di poesia basta togliere dal proprio pensiero le sovrastrutture che pretendono di dirigerlo, ma anzi farsi portare a quelle cose verso le quali lui ci dirige. La poesia ha dentro di sé i suoi strumenti, diversi per ogni poeta: si deve accedere a quegli strumenti e quando vengono colti con sufficiente chiarezza diventano nostri propri strumenti, ovvero idee, che noi riinseriamo nella vita di tutti i giorni. Lo stesso approccio lo ho anche con altre discipline, come la filosofia o l’Arte. Più che i presupposti culturali che generano l’oggetto, io cerco l’identità culturale che mi da’ l’oggetto. Quando la cultura sociale e politica - o di massa, come quella di oggi - di un paese passa attraverso una poesia viene restituita in modo diverso, più viva e più precisa. È come se si mettesse, il lettore, prima dell’opera, e questo le rimbalzasse contro come una palla, e invece egli sta dopo l’opera, attraversando, insieme alla cultura del proprio paese, suo contenitore, nel quale è nato, la poesia, scoprendo il suo valore, reso per mezzo di questa più preciso e più vivo. Quale piacere altrimenti dovrebbe trasmettere la poesia? Io ne ho tratto la bellezza e la potenza delle capacità conoscitive dell’uomo che consistono nel saldare tra loro le differenze delle culture e delle civiltà tanto da farne dei ponti. Che altro può essere dato all’uomo se non il potersi accorgere, il più precisamente possibile, della ricchezza delle civiltà, accrescendo il rispetto nei confronti dei loro traumi? Questa affermazione ti può apparire generica, ma fidati, c’è dentro molto. Non sono qui per raccontarti tutta la mia felicità o tutto il mio ottimismo, quello se vuoi lo trovi nelle mie opere. Ho scritto questi post per mostrare che non esiste soltanto il vostro punto di vista, ma anche altri parimenti consapevoli, se non di più. L’elemento di concreto che io trovo in Leopardi è tale che il mio spingermi oltre vuol dire essere felice, vuol dire dover essere un ottimista, proprio per rispetto a quel livello di concretezza delle cose. La libertà non è ricominciare a vedere le cose? E Leopardi non ha fermato tutto davanti ai nostri occhi, perché noi riuscissimo ad assorbirlo e superarlo? E il ‘900 non è stato il fiorire e lo splendere di questa immobilità, sentita  in un crescendo sempre maggiore, come parte di se stessi? E quando eravamo completamente bloccati, dentro di noi e davanti a noi, come una tabula rasa, non è stato quello il momento di muoversi nuovamente? E questa non la chiami libertà? E come, dimmi? Per me è una nuova libertà della poesia. Siamo tornati nell’ampiezza e nel vasto, e, qui dove siamo, c’è tutto quello che abbiamo creato per noi, che riusciamo a decifrare liberamente. Per me, se la vostra poesia ha un senso, illustra bene il momento in cui l’uomo è imprigionato da se stesso come soffocato dal cemento. E questa sensazione di arido soffocamento corrisponde al presente cupo di una società che ignora e non difende la cultura se non come uno slogan. Fare una poesia che si nutre del menefreghismo per la poesia? No grazie. Fare una poesia che sveglia l’attenzione verso il valore della vita entro questi parametri culturali? Questo mi interessa di più. Accettare è inventare. Una poesia che si immerge per cogliere il vivo di ora? Sì. Troppa noia costruire un tempio con resti e residui oggi!&#8230;Tempio di polvere!!&#8230;E che sostituisce le nostre città? No no! Ah, quei quattro versi di Ungaretti: Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato. Ciò che Leopardi aveva fatto alla natura, ora ferocemente – è inevitabile – Ungaretti lo procura all’uomo: Leopardi consegna agli uomini la realtà concreta in cui vivono, Ungaretti annienta il poeta per rivelare per mezzo della poesia – nel mondo – la concretezza dell’uomo dentro di sé. Un pensiero più lancinante, pregno di vitalità, che accetta l’esistenza e la sua colpa – il suo dolore -, non può non richiamare all’inevitabilità della poesia di Celan. Questo è il panorama, umanissimo, che ho nel mio passato, e che giunge fino alle porte della mia voce e che cerco di proseguire, cercando, anche, di dare a tanta e sofferta lucidità della poesia nel corpo dell’essere vivente, uno sfogo naturale di rinascita.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
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		<title>Di: lucio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67263</link>
		<dc:creator>lucio</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 15:44:39 +0000</pubDate>
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		<description>Ricciardi, prima d’arrendermi, tento di disambiguare una tua frase tipo. Mai come qui, la parte per il tutto (calma, non è questa). 
-A- “Anche per quanto riguarda il Concettuale niente di nuovo è stato aggiunto, ricordando che è nato nel ’60 ’70 e che viene ritenuto oggi un momento di grande vitalità nell’Arte contemporanea che ha creato nuovi strumenti tra i quali per esempio l’installazione;” 
e per farlo, mi aiuto con quella precedente, sempre  sul concettuale, 
- B - “Arte Concettuale che è cosa passata e finita da qualche decennio […] uno dei problemi principali della cultura di oggi, e in particolare dell’Italia è che vi sono ancora troppi strascichi di concettualismo, meccanico scimmiottamento della naturalezza del concetto che trovi in Paolini e Beuys, ma sono passati quasi 40 anni”  
Dunque, “niente di nuovo è stato aggiunto”, si riferisce o al mio intervento o all’opera degli artisti contemporanei. Nel mio intervento sul concettuale mi sembrava già di essere troppo palloso e infatti mi scusavo per la lungaggine, mentre se il niente è riferito agli artisti contemporanei, dissento parecchio ma rispetto una diversa considerazione, evitando anche di impelagarmi sull’accezione di “nuovo”.
Confrontando A e B per intero, e considerando che in effetti la B è stata scritta prima, mi sembra che in realtà il niente di nuovo sia appioppato agli artisti contemporanei e al loro  “meccanico scimmiottamento”, ma neanche così tutto torna. Infatti Ricciardi mi avvisa di non aver fatto un bel regalo a Giovenale ponendolo nel campo derivato dall’arte concettuale, facendomi pensare che in questo modo lo dequalifico, mentre lui intende valorizzarlo, o allontanarlo comunque dal maledetto concettuale.
Allora rileggo un po’ gli interventi e concludo ripetendo ancora una volta che per Dorfles e A.B.Oliva “la poesia visiva è una derivazione dell’arte concettuale” e che è Giovenale stesso a parlare di poesia visiva, testi-oggetto, installazioni, calligramma asemantico, citazione pura, cut-up, e citando molte D, Debord, Derrida, Duchamp, Dorfles. 
Poi se neanche questo bastasse “riscrivo” Giovenale: “in questo, un vettore che indica l’arte concettuale è chiaramente percettibile, e praticato da alcuni autori di GAMMM” Giovenale “Per Critica Futura” n°3, bloggato su Nazione Indiana da  Andrea Inglese, qui  dove tutto è cominciato, il 13 aprile, non ce l’ho ficcato io, Ricciardi, ho solamente seguito con interesse, ma sta pure tranquillo, nessuno darà un peso eccessivo al tuo “meccanico scimmiottamento”.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ricciardi, prima d’arrendermi, tento di disambiguare una tua frase tipo. Mai come qui, la parte per il tutto (calma, non è questa).<br />
-A- “Anche per quanto riguarda il Concettuale niente di nuovo è stato aggiunto, ricordando che è nato nel ’60 ’70 e che viene ritenuto oggi un momento di grande vitalità nell’Arte contemporanea che ha creato nuovi strumenti tra i quali per esempio l’installazione;”<br />
e per farlo, mi aiuto con quella precedente, sempre  sul concettuale,<br />
- B - “Arte Concettuale che è cosa passata e finita da qualche decennio […] uno dei problemi principali della cultura di oggi, e in particolare dell’Italia è che vi sono ancora troppi strascichi di concettualismo, meccanico scimmiottamento della naturalezza del concetto che trovi in Paolini e Beuys, ma sono passati quasi 40 anni”<br />
Dunque, “niente di nuovo è stato aggiunto”, si riferisce o al mio intervento o all’opera degli artisti contemporanei. Nel mio intervento sul concettuale mi sembrava già di essere troppo palloso e infatti mi scusavo per la lungaggine, mentre se il niente è riferito agli artisti contemporanei, dissento parecchio ma rispetto una diversa considerazione, evitando anche di impelagarmi sull’accezione di “nuovo”.<br />
Confrontando A e B per intero, e considerando che in effetti la B è stata scritta prima, mi sembra che in realtà il niente di nuovo sia appioppato agli artisti contemporanei e al loro  “meccanico scimmiottamento”, ma neanche così tutto torna. Infatti Ricciardi mi avvisa di non aver fatto un bel regalo a Giovenale ponendolo nel campo derivato dall’arte concettuale, facendomi pensare che in questo modo lo dequalifico, mentre lui intende valorizzarlo, o allontanarlo comunque dal maledetto concettuale.<br />
Allora rileggo un po’ gli interventi e concludo ripetendo ancora una volta che per Dorfles e A.B.Oliva “la poesia visiva è una derivazione dell’arte concettuale” e che è Giovenale stesso a parlare di poesia visiva, testi-oggetto, installazioni, calligramma asemantico, citazione pura, cut-up, e citando molte D, Debord, Derrida, Duchamp, Dorfles.<br />
Poi se neanche questo bastasse “riscrivo” Giovenale: “in questo, un vettore che indica l’arte concettuale è chiaramente percettibile, e praticato da alcuni autori di GAMMM” Giovenale “Per Critica Futura” n°3, bloggato su Nazione Indiana da  Andrea Inglese, qui  dove tutto è cominciato, il 13 aprile, non ce l’ho ficcato io, Ricciardi, ho solamente seguito con interesse, ma sta pure tranquillo, nessuno darà un peso eccessivo al tuo “meccanico scimmiottamento”.</p>
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		<title>Di: Jacopo Ricciardi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67244</link>
		<dc:creator>Jacopo Ricciardi</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 13:49:19 +0000</pubDate>
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		<description>Marco, intendevo: perché secondo te dell'idealismo (al di là che mi riguardi o no) non può essere recuperato niente?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Marco, intendevo: perché secondo te dell&#8217;idealismo (al di là che mi riguardi o no) non può essere recuperato niente?</p>
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		<title>Di: Marco</title>
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		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 11:16:07 +0000</pubDate>
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		<description>buona idea. contare fino a 100. buona idea. anche fino a 100000000000000000000. dài, comincia. intanto vado a pranzo :-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>buona idea. contare fino a 100. buona idea. anche fino a 100000000000000000000. dài, comincia. intanto vado a pranzo :-)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Jacopo Ricciardi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67214</link>
		<dc:creator>Jacopo Ricciardi</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 10:57:50 +0000</pubDate>
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		<description>Sono contento che sei contento Marco adesso nella tua mente 1 + 1 fa 2. Ora cerca di fare tre: Gozo è crociano? Perché mi interessa in maniera 100 volte superiore a Villa; e anche Celan; e anche Lagerkvist: e Stanescu; e Proust e Hamsun e Dagermann e poi... Pontoppiddan  e poi...l'Edda poetico..e poi Carlucci...e poi Ronchi...e poi Ledda 1000 volte di più e l'Edda in prosa anche...Mi sa che mi devi chiarire il tuo concetto sul mio idealismo Hegeliano; ma i miei autori del cuore sonno molto famosi ma forse non gli hai mai letti, vediamo: Kenzaburo Oe e Natsume Soseki. vuoi dire che tu sei anni luce avanti a Croce e De sanctis in compagnia di Balestrini e del vittimismo poetico dilagante? Interessante! Meglio Hegel, se così ti pare, anche di Croce. Ora proviamo a contare fino a 100 se ci riusciamo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono contento che sei contento Marco adesso nella tua mente 1 + 1 fa 2. Ora cerca di fare tre: Gozo è crociano? Perché mi interessa in maniera 100 volte superiore a Villa; e anche Celan; e anche Lagerkvist: e Stanescu; e Proust e Hamsun e Dagermann e poi&#8230; Pontoppiddan  e poi&#8230;l&#8217;Edda poetico..e poi Carlucci&#8230;e poi Ronchi&#8230;e poi Ledda 1000 volte di più e l&#8217;Edda in prosa anche&#8230;Mi sa che mi devi chiarire il tuo concetto sul mio idealismo Hegeliano; ma i miei autori del cuore sonno molto famosi ma forse non gli hai mai letti, vediamo: Kenzaburo Oe e Natsume Soseki. vuoi dire che tu sei anni luce avanti a Croce e De sanctis in compagnia di Balestrini e del vittimismo poetico dilagante? Interessante! Meglio Hegel, se così ti pare, anche di Croce. Ora proviamo a contare fino a 100 se ci riusciamo.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: andrea inglese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67207</link>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 10:03:41 +0000</pubDate>
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		<description>a Ricciardi
per intenderci. Ho già ricordato che per quanto mi riguarda del discorso di Giovenale mi interessa primariamente le sue osservazioni "in generale"; e mi sarebbe piaciuto che su di esse si concentrasse in modo particolare la dicussione; la parte "nel caso specifico", mi sembra poi molto interessante perché fornisce tutta una serie di elementi di poetica, che non possono non interessare chi ama e apprezza la poesia di Giovenale, degli autori di Gammm e di altri autori, italiani o meno, che hanno punti in comune con quella poetica.

Il discorso che pero' più mi interessa, nel momento in cui si inizia a confrontarsi sulle poetiche, non è quello di eleggere una poetica unica, come fonte esclusiva di cio' che merita il nome di "poesia contemporanea". Mi preme di più individuare alcuni presupposti culturali di queste poetiche e passarli al vaglio critico. Lo ripeto: tra prassi poetica e poetica d'autore puo' sempre esserci uno scarto; una "cattiva" poetica puo' dare vita a un'ottima prassi poetica; una prassi poetica puo' esistere anche senza un'esplicita poetica. Molti casi sono possibili. Una cosa è certa: esistono, in Italia, pregiudizi culturali retrivi, che entrano in gioco nella cultura dei poeti, nei loro presupposti di poetica ed incidono, infine, anche sulla loro scrittura.

Nella tue definizioni, predonami, prolisse di poesia, io ci trovo: 1) affermazioni generali del tutto condivisibili: (ne faccio io la sintesi) "la poesia è connessa con la consapevolezza e con la crescita di consapevolezza";
2) affermazioni di cui è arduo comprendere il significato e qui ti cito papale:"e la poesia lo ricordo, è invece sempre propositiva, sempre efficace, e proietta lo sguardo del lettore su se stesso, il quale spinge il proprio corpo e il proprio destino in avanti, verso il futuro; la poesia è il segno della vita che si destina"; per me sono frasi vuote, ad effetto. O docono cose semplici, tipo la frase del punto 1 e allora siamo tutti ovviamente d'accordo, oppure dicono cose fumose. Le cose fumose che andavano molto in voga negli anni Ottanta, con la "Parola innamorata". Anche se "Poesia e destino" di Milo De Angelis rimane un libro interessante.
3) frasi che fanno pensare all'eterna impostazione idealistica e spiritualistica della cultura italiana, dove dici che la poesia accrescendo la consapevolezza dell'uomo:"questo lo rende libero, e farà di lui un essere morale che lascia un insegnamento o un esempio agli altri; volete escludere anche questo dalla storia?" 
"Libero" è una parola da usare con cautela. Che ci sia un nesso tra poesia / consapevolezza sono d'accordo. Che la consapevolezza porti la libertà, lo accetto se mi si spiega, con esempi concreti, che cosa significa. Se mi si dice che la poesia fa di un uomo un essere morale, mi sembra di sentire una lezione delle medie sulla poesia di Ungaretti, ma degli anni Cinquanta. 

La verità è che esistono molteplici saperi, e saperi specifici. La verità è che dagli anni Sessanta in poi si è assistito alla comparsa dell'intellettuale specifico e alla crisi dell'intelletuale universale. E quindi i poeti non possono continuare a ignorare questi sapere specifici, pensando che basta scavare dentro Leopardi o Dante per trovare tutto. Se scavo Leopardi ci trovo un sacco di cose, ma a patto di avere Freud nell'altra mano, ad esempio. E via dicendo.
Dunque "essere morale". O lo si definisce, prendendo posizione nel dibattito ad esempio filosofico contemporaneo, e si dice: essere morale, cioè..... oppure rimaniamo ad un livello di astrattezza e di miseria semantica che non ha nulla a che vedere con la consapevolezza.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a Ricciardi<br />
per intenderci. Ho già ricordato che per quanto mi riguarda del discorso di Giovenale mi interessa primariamente le sue osservazioni &#8220;in generale&#8221;; e mi sarebbe piaciuto che su di esse si concentrasse in modo particolare la dicussione; la parte &#8220;nel caso specifico&#8221;, mi sembra poi molto interessante perché fornisce tutta una serie di elementi di poetica, che non possono non interessare chi ama e apprezza la poesia di Giovenale, degli autori di Gammm e di altri autori, italiani o meno, che hanno punti in comune con quella poetica.</p>
<p>Il discorso che pero&#8217; più mi interessa, nel momento in cui si inizia a confrontarsi sulle poetiche, non è quello di eleggere una poetica unica, come fonte esclusiva di cio&#8217; che merita il nome di &#8220;poesia contemporanea&#8221;. Mi preme di più individuare alcuni presupposti culturali di queste poetiche e passarli al vaglio critico. Lo ripeto: tra prassi poetica e poetica d&#8217;autore puo&#8217; sempre esserci uno scarto; una &#8220;cattiva&#8221; poetica puo&#8217; dare vita a un&#8217;ottima prassi poetica; una prassi poetica puo&#8217; esistere anche senza un&#8217;esplicita poetica. Molti casi sono possibili. Una cosa è certa: esistono, in Italia, pregiudizi culturali retrivi, che entrano in gioco nella cultura dei poeti, nei loro presupposti di poetica ed incidono, infine, anche sulla loro scrittura.</p>
<p>Nella tue definizioni, predonami, prolisse di poesia, io ci trovo: 1) affermazioni generali del tutto condivisibili: (ne faccio io la sintesi) &#8220;la poesia è connessa con la consapevolezza e con la crescita di consapevolezza&#8221;;<br />
2) affermazioni di cui è arduo comprendere il significato e qui ti cito papale:&#8221;e la poesia lo ricordo, è invece sempre propositiva, sempre efficace, e proietta lo sguardo del lettore su se stesso, il quale spinge il proprio corpo e il proprio destino in avanti, verso il futuro; la poesia è il segno della vita che si destina&#8221;; per me sono frasi vuote, ad effetto. O docono cose semplici, tipo la frase del punto 1 e allora siamo tutti ovviamente d&#8217;accordo, oppure dicono cose fumose. Le cose fumose che andavano molto in voga negli anni Ottanta, con la &#8220;Parola innamorata&#8221;. Anche se &#8220;Poesia e destino&#8221; di Milo De Angelis rimane un libro interessante.<br />
3) frasi che fanno pensare all&#8217;eterna impostazione idealistica e spiritualistica della cultura italiana, dove dici che la poesia accrescendo la consapevolezza dell&#8217;uomo:&#8221;questo lo rende libero, e farà di lui un essere morale che lascia un insegnamento o un esempio agli altri; volete escludere anche questo dalla storia?&#8221;<br />
&#8220;Libero&#8221; è una parola da usare con cautela. Che ci sia un nesso tra poesia / consapevolezza sono d&#8217;accordo. Che la consapevolezza porti la libertà, lo accetto se mi si spiega, con esempi concreti, che cosa significa. Se mi si dice che la poesia fa di un uomo un essere morale, mi sembra di sentire una lezione delle medie sulla poesia di Ungaretti, ma degli anni Cinquanta. </p>
<p>La verità è che esistono molteplici saperi, e saperi specifici. La verità è che dagli anni Sessanta in poi si è assistito alla comparsa dell&#8217;intellettuale specifico e alla crisi dell&#8217;intelletuale universale. E quindi i poeti non possono continuare a ignorare questi sapere specifici, pensando che basta scavare dentro Leopardi o Dante per trovare tutto. Se scavo Leopardi ci trovo un sacco di cose, ma a patto di avere Freud nell&#8217;altra mano, ad esempio. E via dicendo.<br />
Dunque &#8220;essere morale&#8221;. O lo si definisce, prendendo posizione nel dibattito ad esempio filosofico contemporaneo, e si dice: essere morale, cioè&#8230;.. oppure rimaniamo ad un livello di astrattezza e di miseria semantica che non ha nulla a che vedere con la consapevolezza.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Marco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67204</link>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 09:48:41 +0000</pubDate>
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		<description>Yah!"Emilio Villa"! era un crociano doc!

G R A N D I O S O

Jacopo, ti voglio bene.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Yah!&#8221;Emilio Villa&#8221;! era un crociano doc!</p>
<p>G R A N D I O S O</p>
<p>Jacopo, ti voglio bene.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Jacopo Ricciardi</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67194</link>
		<dc:creator>Jacopo Ricciardi</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 09:09:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67194</guid>
		<description>Per Lucio.

Cosa è oggi la poesia? Io voglio avere una visione coerente del passato e offrire un’evoluzione concettuale della poesia oggi, nei decenni della mia maturità: io lavoro nei primi vent’anni del 2000. Voglio che i poeti, coerentemente con una visione storica del cambiamento della poesia, si pronuncino oggi e inventino oggi. “la scomparsa dell’autore” credo possa essere una buona definizione del processo che ha vissuto la poesia nel ‘900. È tanto vicina alla mia sensibilità che la sento nascere proprio in R. – nel modo che ho prima descritto – e la sento terminare in Celan. Cosa fare oggi dopo tutto questo? Portare fino alle estreme conseguenze “la scomparsa dell’autore” e fonderlo nel lettore, e quindi scrivere come il lettore riceve, come persona, la poesia. Voglio trasformare con la poesia l’io del lettore nell’io della persona, quando legge una poesia. Nel ’900 fin dalla metà del secolo precedente la poesia lavorava sulle identità prima del testo, ora, nel 2000, le lavora su quelle dopo. Insomma, l’io, che ci sia o no, se è in rapporto con la poesia, deve essere vivo e attivo. Io sostengo la ricomparsa dell’io della persona nel lettore, e non solo l’io di quest’ultimo (come è accaduto già a sufficienza nel ‘900). Aggiungo che il nuovo secolo che stiamo vivendo debba riportare alla poesia il pieno di un contenuto umano decifrabile, che da Baudelaire in poi si è andato perdendo in favore di una manipolazione abile della materia che creava un rapporto vitale col vivo dell’uomo (lettore) ma che non gli trasferiva più la pienezza dell’immagine. Questa è la grande rovina che R. ha fatto al mondo intero nel campo della poesia. Per me l’io della persona, azionato alla lettura, è un ritrovare quella pienezza antica, risalente a Leopardi – ultimo poeta capace di attuarla -, e a tutto ciò che lo precede, ma differentemente da prima, non gli offre un’immagine nella quale specchiarsi – anche Dante funziona così -, ma facendo reagire il proprio corpo e poi la propria mente, ricostruendo l’ordine di un reale stimolo fisico e quindi anche intellettuale di sé (e non più, né del poeta, nel della poesia). Questa è, per me, la sfida della poesia di questo secolo, mantenere vivo quell’io là dove era vivo nel ‘900 – anche come negazione di sé - e imporgli il recupero di una pienezza rappresentativa – che oggi non sta più allo specchio ma vive se stessa - a cominciare da Leopardi e da tutta la poesia che lo precede. Questa è la poesia che io oggi vedo.

Peccato tu non abbia dettagliato una descrizione di R. attraverso la sua affermazione ”l’io è un altro”, e che non abbia cercato di proporre una tua particolare analisi che può aggiungere qualcosa al dibattito. Io ho tentato di farlo. Anche per quanto riguarda il Concettuale niente di nuovo mi pare è stato aggiunto, ricordando che è nato nel ’60 ’70 e che viene ritenuto oggi un momento di grande vitalità nell’Arte contemporanea che ha creato nuovi strumenti tra i quali per esempio l’installazione; per quanto riguarda la poesia visiva e sonora mi interessa di più il panorama giapponese perché molto più avanti degli italiani – vedi Gozo Yoshimasu (tra gli italiani Emilio Villa certo con qualche riserva). In Italia sembriamo legati ancora ad esaltare il mezzo e non le soluzioni che il mezzo può raggiungere.

Per finire: se si vuole possedere un gesto artistico realmente potente si può e si deve partire dalla natura degli oggetti creati precedenti ma la si deve anche abbandonare per trovare nel nostro oggetto creato una ulteriore natura mossa con nuove e sue regole (rinnovare soltanto è molto pericoloso, si rischia di creare dei derivati). Preferisco fallire per aver tentato di fare qualcosa più che fare poco. Chi ama il concettuale deve abbandonare il concettuale!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Per Lucio.</p>
<p>Cosa è oggi la poesia? Io voglio avere una visione coerente del passato e offrire un’evoluzione concettuale della poesia oggi, nei decenni della mia maturità: io lavoro nei primi vent’anni del 2000. Voglio che i poeti, coerentemente con una visione storica del cambiamento della poesia, si pronuncino oggi e inventino oggi. “la scomparsa dell’autore” credo possa essere una buona definizione del processo che ha vissuto la poesia nel ‘900. È tanto vicina alla mia sensibilità che la sento nascere proprio in R. – nel modo che ho prima descritto – e la sento terminare in Celan. Cosa fare oggi dopo tutto questo? Portare fino alle estreme conseguenze “la scomparsa dell’autore” e fonderlo nel lettore, e quindi scrivere come il lettore riceve, come persona, la poesia. Voglio trasformare con la poesia l’io del lettore nell’io della persona, quando legge una poesia. Nel ’900 fin dalla metà del secolo precedente la poesia lavorava sulle identità prima del testo, ora, nel 2000, le lavora su quelle dopo. Insomma, l’io, che ci sia o no, se è in rapporto con la poesia, deve essere vivo e attivo. Io sostengo la ricomparsa dell’io della persona nel lettore, e non solo l’io di quest’ultimo (come è accaduto già a sufficienza nel ‘900). Aggiungo che il nuovo secolo che stiamo vivendo debba riportare alla poesia il pieno di un contenuto umano decifrabile, che da Baudelaire in poi si è andato perdendo in favore di una manipolazione abile della materia che creava un rapporto vitale col vivo dell’uomo (lettore) ma che non gli trasferiva più la pienezza dell’immagine. Questa è la grande rovina che R. ha fatto al mondo intero nel campo della poesia. Per me l’io della persona, azionato alla lettura, è un ritrovare quella pienezza antica, risalente a Leopardi – ultimo poeta capace di attuarla -, e a tutto ciò che lo precede, ma differentemente da prima, non gli offre un’immagine nella quale specchiarsi – anche Dante funziona così -, ma facendo reagire il proprio corpo e poi la propria mente, ricostruendo l’ordine di un reale stimolo fisico e quindi anche intellettuale di sé (e non più, né del poeta, nel della poesia). Questa è, per me, la sfida della poesia di questo secolo, mantenere vivo quell’io là dove era vivo nel ‘900 – anche come negazione di sé - e imporgli il recupero di una pienezza rappresentativa – che oggi non sta più allo specchio ma vive se stessa - a cominciare da Leopardi e da tutta la poesia che lo precede. Questa è la poesia che io oggi vedo.</p>
<p>Peccato tu non abbia dettagliato una descrizione di R. attraverso la sua affermazione ”l’io è un altro”, e che non abbia cercato di proporre una tua particolare analisi che può aggiungere qualcosa al dibattito. Io ho tentato di farlo. Anche per quanto riguarda il Concettuale niente di nuovo mi pare è stato aggiunto, ricordando che è nato nel ’60 ’70 e che viene ritenuto oggi un momento di grande vitalità nell’Arte contemporanea che ha creato nuovi strumenti tra i quali per esempio l’installazione; per quanto riguarda la poesia visiva e sonora mi interessa di più il panorama giapponese perché molto più avanti degli italiani – vedi Gozo Yoshimasu (tra gli italiani Emilio Villa certo con qualche riserva). In Italia sembriamo legati ancora ad esaltare il mezzo e non le soluzioni che il mezzo può raggiungere.</p>
<p>Per finire: se si vuole possedere un gesto artistico realmente potente si può e si deve partire dalla natura degli oggetti creati precedenti ma la si deve anche abbandonare per trovare nel nostro oggetto creato una ulteriore natura mossa con nuove e sue regole (rinnovare soltanto è molto pericoloso, si rischia di creare dei derivati). Preferisco fallire per aver tentato di fare qualcosa più che fare poco. Chi ama il concettuale deve abbandonare il concettuale!</p>
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	</item>
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		<title>Di: lucio</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67144</link>
		<dc:creator>lucio</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Apr 2007 19:47:56 +0000</pubDate>
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		<description>Ricciardi “l’io di Rimbaud come cambiamento di prospettiva dell’io” in genere rientra in quel teorema poi confluito nella cosiddetta “scomparsa dell’autore” e oggi dell’autorialità. La scomparsa dell’autore parte dalla contestazione dell’idea romantica del genio, dell’artista che crea guidato dall’ispirazione divina, una visione che Mallarmé considerava un’umiliazione dell’intelligenza, oltre che un cedimento alla pigrizia intellettuale. Il poeta di Mallarmé, come già quello di E.A.Poe e Baudelaire e in seguito di Valery  e Rimbaud, diventa un operatore della macchina linguistica, un lavoratore specializzato del linguaggio. Per Mallarmé ogni poesia è il frammento di un’opera universale, un volume impersonale che non comporti chi lo firmi, un lavoro collettivo di scrittura che per raggiungere la forma di un’opera richiede la scomparsa del poeta. In seguito Barthes e Derrida si spingono fino a far scomparire definitivamente la figura dell’autore, lo scrittore diventa scrivente. Per Mallarmé l’autore scrivendo sacrifica la sua esistenza alla scrittura, per Derrida lo scrittore nella scrittura può trovare una dimensione di differimento, di alterità, di eccedenza, e non il posto per il soggetto. 

Qui chiedo scusa ad arcuri che forse mi riterrà un po’ OT ma devo delle spiegazioni sul bel regalo che sempre secondo Ricciardi non avrei fatto a Giovenale ponendolo “nel campo derivato dall’Arte Concettuale”. Ho preso per buone le definizioni di Gillo Dorfles, Lea Vergine e A.B.Oliva, e ho cercato un po’ di semplificare per il blog, ma se hai pazienza puoi leggere, e ovviamente rettificare o contestare come meglio credi, quanto copio-incollo di seguito:
“ Per quanto poi, concerne la poesia visiva questa si può praticamente distinguere in tre principali tronconi: un primo indifferenziato filone di -poesia concreta- che partendo da inizi addirittura alessandrini, attraverso le esperienze mallarmeriane –Un coup de dais…- e futuriste, giunge alle compatte schiere dei concretisti clasici; un secondo filone che partito dal fiorentino gruppo 70 si è in un primo tempo autodefinito –poesia tecnologica- per poi confluire nel grande raggruppamento della poesia visiva vera e propria; Un terzo filone, con agganci duchampiani, entro cui si possono includere alcuni artisti come Emilio Isgrò certamente il più efficace realizzatore d’un trait-d’union tra poesia visiva e concettualismo, specie con i suoi testi –cancellati”. Dorfles. Dal capitolo 11 Arte Concettuale, in “Ultime tendenze nell’arte d’oggi” edizione aggiornata 2001, pag. 142,3 già pubblicato nel 1973.
Sempre nel 2001 A.B.Oliva cura un volumetto che va ad aggiornare il manuale di Argan della storia dell’arte “Arte fino al 2000” . Dalla Mappa dei Movimenti riporto quello intitolato “Narrative art e poesia visiva” per intero, tanto è brevissimo (e chiedo comunque scusa a tutti per l’estenuante pipetta):
“E’ una derivazione dell’arte concettuale. Di questa assume il procedimento analitico. Nasce dall’uso simultaneo dell’immagine fotografica e della letteratura, che formano insieme un’opera unitaria. Ma l’unità del lavoro poggia sulla diversificazione tra testo e immagine, nel senso che la narrazione avviene su due linee parallele che non convergono mai: la fotografia produce un’informazione e la parola ne produce un’altra assolutamente indipendente. Ne nasce un’opera che contiene all’interno livelli d’informazione che riguardano non tanto i racconti prodotti dal mezzo fotografico e dalla letteratura, ma quanto un’analisi dei processi narrativi che tali mezzi possono produrre. Tutto questo è stato anticipato dalla poesia visiva nel suo intreccio tra parola ed immagine” pagina 79.
Tra l’altro, ma rimanga fra noi, pensando all’installazione di Giovenale sarei tentato di metterlo nel campo del Lettrismo, ma per venirti incontro evito di farlo arretrare di ulteriori lustri.

Infine, rispetto al “giudizio critico non del tutto obiettivo” ho sempre preferito quello dichiaratamente di parte.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ricciardi “l’io di Rimbaud come cambiamento di prospettiva dell’io” in genere rientra in quel teorema poi confluito nella cosiddetta “scomparsa dell’autore” e oggi dell’autorialità. La scomparsa dell’autore parte dalla contestazione dell’idea romantica del genio, dell’artista che crea guidato dall’ispirazione divina, una visione che Mallarmé considerava un’umiliazione dell’intelligenza, oltre che un cedimento alla pigrizia intellettuale. Il poeta di Mallarmé, come già quello di E.A.Poe e Baudelaire e in seguito di Valery  e Rimbaud, diventa un operatore della macchina linguistica, un lavoratore specializzato del linguaggio. Per Mallarmé ogni poesia è il frammento di un’opera universale, un volume impersonale che non comporti chi lo firmi, un lavoro collettivo di scrittura che per raggiungere la forma di un’opera richiede la scomparsa del poeta. In seguito Barthes e Derrida si spingono fino a far scomparire definitivamente la figura dell’autore, lo scrittore diventa scrivente. Per Mallarmé l’autore scrivendo sacrifica la sua esistenza alla scrittura, per Derrida lo scrittore nella scrittura può trovare una dimensione di differimento, di alterità, di eccedenza, e non il posto per il soggetto. </p>
<p>Qui chiedo scusa ad arcuri che forse mi riterrà un po’ OT ma devo delle spiegazioni sul bel regalo che sempre secondo Ricciardi non avrei fatto a Giovenale ponendolo “nel campo derivato dall’Arte Concettuale”. Ho preso per buone le definizioni di Gillo Dorfles, Lea Vergine e A.B.Oliva, e ho cercato un po’ di semplificare per il blog, ma se hai pazienza puoi leggere, e ovviamente rettificare o contestare come meglio credi, quanto copio-incollo di seguito:<br />
“ Per quanto poi, concerne la poesia visiva questa si può praticamente distinguere in tre principali tronconi: un primo indifferenziato filone di -poesia concreta- che partendo da inizi addirittura alessandrini, attraverso le esperienze mallarmeriane –Un coup de dais…- e futuriste, giunge alle compatte schiere dei concretisti clasici; un secondo filone che partito dal fiorentino gruppo 70 si è in un primo tempo autodefinito –poesia tecnologica- per poi confluire nel grande raggruppamento della poesia visiva vera e propria; Un terzo filone, con agganci duchampiani, entro cui si possono includere alcuni artisti come Emilio Isgrò certamente il più efficace realizzatore d’un trait-d’union tra poesia visiva e concettualismo, specie con i suoi testi –cancellati”. Dorfles. Dal capitolo 11 Arte Concettuale, in “Ultime tendenze nell’arte d’oggi” edizione aggiornata 2001, pag. 142,3 già pubblicato nel 1973.<br />
Sempre nel 2001 A.B.Oliva cura un volumetto che va ad aggiornare il manuale di Argan della storia dell’arte “Arte fino al 2000” . Dalla Mappa dei Movimenti riporto quello intitolato “Narrative art e poesia visiva” per intero, tanto è brevissimo (e chiedo comunque scusa a tutti per l’estenuante pipetta):<br />
“E’ una derivazione dell’arte concettuale. Di questa assume il procedimento analitico. Nasce dall’uso simultaneo dell’immagine fotografica e della letteratura, che formano insieme un’opera unitaria. Ma l’unità del lavoro poggia sulla diversificazione tra testo e immagine, nel senso che la narrazione avviene su due linee parallele che non convergono mai: la fotografia produce un’informazione e la parola ne produce un’altra assolutamente indipendente. Ne nasce un’opera che contiene all’interno livelli d’informazione che riguardano non tanto i racconti prodotti dal mezzo fotografico e dalla letteratura, ma quanto un’analisi dei processi narrativi che tali mezzi possono produrre. Tutto questo è stato anticipato dalla poesia visiva nel suo intreccio tra parola ed immagine” pagina 79.<br />
Tra l’altro, ma rimanga fra noi, pensando all’installazione di Giovenale sarei tentato di metterlo nel campo del Lettrismo, ma per venirti incontro evito di farlo arretrare di ulteriori lustri.</p>
<p>Infine, rispetto al “giudizio critico non del tutto obiettivo” ho sempre preferito quello dichiaratamente di parte.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: marco mantello</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67110</link>
		<dc:creator>marco mantello</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Apr 2007 16:29:17 +0000</pubDate>
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		<description>Marco, semanticamente si, è diverso, l'importante è che l'atto del generalizzare non diventi in concreto, nelle tue argomentazioni, un modo per egemonizzare, affermando in modo aprioristico l'inattualità dell' Io, o di alcune espressioni dell'Io (comunque lo intendi o li intendi). Questo potrebbe implicare una altrettanto aprioristica  preminenza attribuita a forme di poesia imperniate sul 'gelo' o su modi di intendere il correlativo oggettivo, pena la perdita di contatto con il presente e la sua presunta complessità. A proposito di Eliot, sui rilievi che facevo a proposito di 'tradizione e talento individuale' aspetto un commento (continuo a dare per scontato, lo ripeto a scanso di equivoci, lo stato attuale della poesia italiana, credo che su questo siamo perfettamente d'accordo e ce lo siamo detti in Alessandrina) . Magari ne riparlaimo a voce. Ciao</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Marco, semanticamente si, è diverso, l&#8217;importante è che l&#8217;atto del generalizzare non diventi in concreto, nelle tue argomentazioni, un modo per egemonizzare, affermando in modo aprioristico l&#8217;inattualità dell&#8217; Io, o di alcune espressioni dell&#8217;Io (comunque lo intendi o li intendi). Questo potrebbe implicare una altrettanto aprioristica  preminenza attribuita a forme di poesia imperniate sul &#8216;gelo&#8217; o su modi di intendere il correlativo oggettivo, pena la perdita di contatto con il presente e la sua presunta complessità. A proposito di Eliot, sui rilievi che facevo a proposito di &#8216;tradizione e talento individuale&#8217; aspetto un commento (continuo a dare per scontato, lo ripeto a scanso di equivoci, lo stato attuale della poesia italiana, credo che su questo siamo perfettamente d&#8217;accordo e ce lo siamo detti in Alessandrina) . Magari ne riparlaimo a voce. Ciao</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: andrea inglese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67103</link>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Apr 2007 15:31:44 +0000</pubDate>
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		<description>a arcuri (commento del 18, alle ore 17 e 20)

Le domande che poni alla fine sono legittime e pero' di difficile risposta e anche, in fondo, di difficile formulazione. "La poesia moderna" di Guido Mazzoni è un saggio che inquadra bene quest'ordine di problemi.

Ma partiamo da un punto. Il problema non è dire qualcosa di "NUOVO", di assolutamente nuovo. Il problema è: quali sono le acquisizioni concettuali, storiche, che considero indispensabile per avviare un percorso poetico? 

tu scrivi: "perché ciò presupporrebbe una cesura rispetto a una storia letteraria (e cultural-sociale) almeno bimillenaria, in cui, con aggiustamenti e trasformazioni locali, queile grammatiche e quei procedimenti credo abbiano funzionato in modo più o meno contiguo (certo con molte variazioni, ma non paragonabili a quelle prospettate nel solo 900)."

1) quella storia bimillenaria è molto meno omogenea di quanto sembri; molti studi specialistici stanno li a dimostrarlo
2) la cesura c'è stata; c'è tra gli studiosi chi la colloca addirittura a partire dal rinascimento, chi la colloca verso la fine del XVIII secolo, chi tra Baudelaire e Rimbaud. 

Ora che cos'è che rende tanto lontane le diverse posizioni. Io dieri intanto un primo punto. Le cesure nell'ordine estetico (all'interno del sistema dei generi) nascono da cesure nell'ordine del sistema cultura, in quanto nascono all'interno delle forme di vita materiali degli uomini. Molto meno di duemila anni fa, per l'uomo era un'utopia o un seogno o un desidrio impossibile volare. Oggi lo fa tutti i giorni. Questo cambia molte cose.

Chi crede all'essenzialismo in arte, ossia che ci sia fondamentalmente una forma eterna e universale di arte, perché c'è un modello universale e eterno di uomo, non potrà mai comprendere il discorso che fanno coloro, come me, Giovenale, e tanti altri, che pensano all'arte come ad una pratica storicamente determinata, realizzata da un uomo che muta assieme alle sue istituzioni, alle sue tecniche, ecc.

Detto auesto, mille quesiti rimangono aperti. In un pezzo che ho messo anche su NI, intitolato "Com'è scarna la lingua della gioia", mi interrogavo proprio su cio' che puo' permanere, in questa vicenda bimillenaria, nel nostro linguaggio e quindi anche nella poesia. Ma questa domanda me la pongo sullo sfondo di quanto ho appena detto rispetto alle cesure e alle trasformazioni materiali e culturali.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a arcuri (commento del 18, alle ore 17 e 20)</p>
<p>Le domande che poni alla fine sono legittime e pero&#8217; di difficile risposta e anche, in fondo, di difficile formulazione. &#8220;La poesia moderna&#8221; di Guido Mazzoni è un saggio che inquadra bene quest&#8217;ordine di problemi.</p>
<p>Ma partiamo da un punto. Il problema non è dire qualcosa di &#8220;NUOVO&#8221;, di assolutamente nuovo. Il problema è: quali sono le acquisizioni concettuali, storiche, che considero indispensabile per avviare un percorso poetico? </p>
<p>tu scrivi: &#8220;perché ciò presupporrebbe una cesura rispetto a una storia letteraria (e cultural-sociale) almeno bimillenaria, in cui, con aggiustamenti e trasformazioni locali, queile grammatiche e quei procedimenti credo abbiano funzionato in modo più o meno contiguo (certo con molte variazioni, ma non paragonabili a quelle prospettate nel solo 900).&#8221;</p>
<p>1) quella storia bimillenaria è molto meno omogenea di quanto sembri; molti studi specialistici stanno li a dimostrarlo<br />
2) la cesura c&#8217;è stata; c&#8217;è tra gli studiosi chi la colloca addirittura a partire dal rinascimento, chi la colloca verso la fine del XVIII secolo, chi tra Baudelaire e Rimbaud. </p>
<p>Ora che cos&#8217;è che rende tanto lontane le diverse posizioni. Io dieri intanto un primo punto. Le cesure nell&#8217;ordine estetico (all&#8217;interno del sistema dei generi) nascono da cesure nell&#8217;ordine del sistema cultura, in quanto nascono all&#8217;interno delle forme di vita materiali degli uomini. Molto meno di duemila anni fa, per l&#8217;uomo era un&#8217;utopia o un seogno o un desidrio impossibile volare. Oggi lo fa tutti i giorni. Questo cambia molte cose.</p>
<p>Chi crede all&#8217;essenzialismo in arte, ossia che ci sia fondamentalmente una forma eterna e universale di arte, perché c&#8217;è un modello universale e eterno di uomo, non potrà mai comprendere il discorso che fanno coloro, come me, Giovenale, e tanti altri, che pensano all&#8217;arte come ad una pratica storicamente determinata, realizzata da un uomo che muta assieme alle sue istituzioni, alle sue tecniche, ecc.</p>
<p>Detto auesto, mille quesiti rimangono aperti. In un pezzo che ho messo anche su NI, intitolato &#8220;Com&#8217;è scarna la lingua della gioia&#8221;, mi interrogavo proprio su cio&#8217; che puo&#8217; permanere, in questa vicenda bimillenaria, nel nostro linguaggio e quindi anche nella poesia. Ma questa domanda me la pongo sullo sfondo di quanto ho appena detto rispetto alle cesure e alle trasformazioni materiali e culturali.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: arcuri</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67096</link>
		<dc:creator>arcuri</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Apr 2007 14:39:02 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67096</guid>
		<description>scusate l'ennesima intrusione, consideratemi un apprendista al primo anno che cerca di raccapezzarsi :)

la posizione di cui giovenale è portatore mi sembra dire (tra le molte cose), al di là dei tecnicismi narratologici tra io biografico, io autoriale, io grammaticale ecc., che il terreno impercorribile è quello che vede la poesia come prodotta da, e avente come oggetto essenzialmente gli, stati d'animo del poeta (per dirla volgarmente), scaturiti da lui medesimo e suscitati di volta in volta da se stesso e dal mondo circostante, a partire dal quotidiano fino alla storia e alla storia delle idee.

impercorribile o pericolosa questa strada in quanto da una parte pende drammaticamente verso la confessione prepoetica e preletteraria (qualora la lingua usata funzioni per automatismi, debiti inconsapevoli dalla storia letteraria fatti valere come "naturalità" della lingua, modelli ambiti, in definitiva: kitsch), ma dall'altra, anche quando è avvertita e consapevole della finzionalità del discorso letterario, perché presuppone una concezione del ruolo dell'intellettuale (cioè un modello puro dell'io inteso se vogliamo cartesianamente come io penso o più modernamente come io sento) alquanto improponibile, oggi che, tanto per dirne una, produzione e intelletto e in generale tutta la società si trovano squadernati in posti ben diversi da quelli immaginati dall'umanismo - ruoli di coimplicazione, per lo meno, di perdita del controllo (il general intellect evocato da inglese altrove).

quindi, anche dove questo ruolo dell'intellettuale (del poeta in quanto sommo intellettuale disinteressato, poiché notoriamente non scrive per soldi), ormai consumato e inverosimile, venga giocato in senso di coscienza infelice, di critica o di crisi, di languore, di impossibilità, di separazione, di opacità dell'universo dei segni, pare questa una posizione molto noblesse oblige, molto artefatta. di montale ce n'è uno, insomma, tutti gli altri... (desumo questo da alcuni passi del giuliani storico riportati nei commenti).

l'esempio lincato sopra (K.S.Mohammad), in cui i materiali di partenza vengono cercati su google mi pare quindi pertinente di un tentativo di spostamento radicale del fuoco (volevo anche dire che a me è capitato di fare anche di peggio, usando la pagina web di sinonimi-master come fonte :-) ).
ma quell'esempio, mi chiedo, indubbiamente divertente, funziona davvero in termini di risposta al problema o è valido più che altro in senso provocatorio? cioè, è davvero una strada percorribile o si tratta piuttosto di un escamotage, ottimo in senso polemico ma che se assunto come tale in definitiva rischia di scivolare paradossalmente nell'estetismo? 
il problema posto è altissimo, mi chiedo se la risposta ne sia all'altezza. 
e però me lo chiedo, da lettore, anche rispetto a soluzioni opposte a queste, affette forse al contrario da un salto triplo fuori dal mutamento alquanto volontaristico, come fossimo già nel dopo e tutto potesse riprendere come niente fosse da dove c'eravamo interrotti.

(un po' OT: la nota interessante riportata in un commento sopra, che ricorda come nell'arte concettuale "il risultato, coincide con l’operazione" andrebbe ampliata: procedimenti simili sono da un bel pezzo all'opera al di fuori dell'Arte, nella produzione seriale sia di mercato che underground - penso ad esempio alla musica elettronica prodotta via software. Qui la rilevanza o l'originalità di uno stile nuovo si riverbera identica in tutti gli esemplari prodotti anche da autori diversi, per cui non è più rilevante il singolo pezzo ma lo stile che li accomuna, la variazione introdotta su materiale preesistente. Tra l'altro, il confronto con la dimensione della fruizione - e con i modi pratici della fruizione - e quindi col mercato inteso non come babau o come mera coercizione ma come piano di proliferazione, è un ulteriore stimolo a complicare la comprensione del mutamento in atto nelle forme della cultura e nelle modalità di "riproduzione" e ricomprensione che la società allestisce)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>scusate l&#8217;ennesima intrusione, consideratemi un apprendista al primo anno che cerca di raccapezzarsi :)</p>
<p>la posizione di cui giovenale è portatore mi sembra dire (tra le molte cose), al di là dei tecnicismi narratologici tra io biografico, io autoriale, io grammaticale ecc., che il terreno impercorribile è quello che vede la poesia come prodotta da, e avente come oggetto essenzialmente gli, stati d&#8217;animo del poeta (per dirla volgarmente), scaturiti da lui medesimo e suscitati di volta in volta da se stesso e dal mondo circostante, a partire dal quotidiano fino alla storia e alla storia delle idee.</p>
<p>impercorribile o pericolosa questa strada in quanto da una parte pende drammaticamente verso la confessione prepoetica e preletteraria (qualora la lingua usata funzioni per automatismi, debiti inconsapevoli dalla storia letteraria fatti valere come &#8220;naturalità&#8221; della lingua, modelli ambiti, in definitiva: kitsch), ma dall&#8217;altra, anche quando è avvertita e consapevole della finzionalità del discorso letterario, perché presuppone una concezione del ruolo dell&#8217;intellettuale (cioè un modello puro dell&#8217;io inteso se vogliamo cartesianamente come io penso o più modernamente come io sento) alquanto improponibile, oggi che, tanto per dirne una, produzione e intelletto e in generale tutta la società si trovano squadernati in posti ben diversi da quelli immaginati dall&#8217;umanismo - ruoli di coimplicazione, per lo meno, di perdita del controllo (il general intellect evocato da inglese altrove).</p>
<p>quindi, anche dove questo ruolo dell&#8217;intellettuale (del poeta in quanto sommo intellettuale disinteressato, poiché notoriamente non scrive per soldi), ormai consumato e inverosimile, venga giocato in senso di coscienza infelice, di critica o di crisi, di languore, di impossibilità, di separazione, di opacità dell&#8217;universo dei segni, pare questa una posizione molto noblesse oblige, molto artefatta. di montale ce n&#8217;è uno, insomma, tutti gli altri&#8230; (desumo questo da alcuni passi del giuliani storico riportati nei commenti).</p>
<p>l&#8217;esempio lincato sopra (K.S.Mohammad), in cui i materiali di partenza vengono cercati su google mi pare quindi pertinente di un tentativo di spostamento radicale del fuoco (volevo anche dire che a me è capitato di fare anche di peggio, usando la pagina web di sinonimi-master come fonte :-) ).<br />
ma quell&#8217;esempio, mi chiedo, indubbiamente divertente, funziona davvero in termini di risposta al problema o è valido più che altro in senso provocatorio? cioè, è davvero una strada percorribile o si tratta piuttosto di un escamotage, ottimo in senso polemico ma che se assunto come tale in definitiva rischia di scivolare paradossalmente nell&#8217;estetismo?<br />
il problema posto è altissimo, mi chiedo se la risposta ne sia all&#8217;altezza.<br />
e però me lo chiedo, da lettore, anche rispetto a soluzioni opposte a queste, affette forse al contrario da un salto triplo fuori dal mutamento alquanto volontaristico, come fossimo già nel dopo e tutto potesse riprendere come niente fosse da dove c&#8217;eravamo interrotti.</p>
<p>(un po&#8217; OT: la nota interessante riportata in un commento sopra, che ricorda come nell&#8217;arte concettuale &#8220;il risultato, coincide con l’operazione&#8221; andrebbe ampliata: procedimenti simili sono da un bel pezzo all&#8217;opera al di fuori dell&#8217;Arte, nella produzione seriale sia di mercato che underground - penso ad esempio alla musica elettronica prodotta via software. Qui la rilevanza o l&#8217;originalità di uno stile nuovo si riverbera identica in tutti gli esemplari prodotti anche da autori diversi, per cui non è più rilevante il singolo pezzo ma lo stile che li accomuna, la variazione introdotta su materiale preesistente. Tra l&#8217;altro, il confronto con la dimensione della fruizione - e con i modi pratici della fruizione - e quindi col mercato inteso non come babau o come mera coercizione ma come piano di proliferazione, è un ulteriore stimolo a complicare la comprensione del mutamento in atto nelle forme della cultura e nelle modalità di &#8220;riproduzione&#8221; e ricomprensione che la società allestisce)</p>
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		<title>Di: Marco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67095</link>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Apr 2007 14:33:56 +0000</pubDate>
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		<description>ovviamente l'esempio è rischioso. ovviamente suonare il violino è meraviglioso. eccetera</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ovviamente l&#8217;esempio è rischioso. ovviamente suonare il violino è meraviglioso. eccetera</p>
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		<title>Di: Marco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67094</link>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Apr 2007 14:30:11 +0000</pubDate>
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		<description>a Lorenzo, sui sought poems: impossibile proprio capirci. 
boh. cmq K.S.Mohammad, che linkavo, parla di una 'prassi'. una pratica. 
please take a look. e in ogni caso temo non ci si riuscirà mai a intendere, perché il lavoro fatto in qsti anni con varie pratiche di scrittura sperimentale e non sperimentale mi dà dei parametri (di prassi, appunto) che non so come condividere. è come parlare di uso delle bacchette nella percussione jazz a chi suona il violino</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a Lorenzo, sui sought poems: impossibile proprio capirci.<br />
boh. cmq K.S.Mohammad, che linkavo, parla di una &#8216;prassi&#8217;. una pratica.<br />
please take a look. e in ogni caso temo non ci si riuscirà mai a intendere, perché il lavoro fatto in qsti anni con varie pratiche di scrittura sperimentale e non sperimentale mi dà dei parametri (di prassi, appunto) che non so come condividere. è come parlare di uso delle bacchette nella percussione jazz a chi suona il violino</p>
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		<title>Di: Marco</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/04/13/per-un-dialogo-su-sperimentazione-avanguardia-ricerca/#comment-67087</link>
		<dc:creator>Marco</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Apr 2007 14:05:55 +0000</pubDate>
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		<description>caro Jacopo, l'arte concettuale è una figata. poi se ne riparla.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>caro Jacopo, l&#8217;arte concettuale è una figata. poi se ne riparla.</p>
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