I veri bevitori sanno che uno dei problemi classici a cui si trovano confrontati è non tanto come evitare una sbronza, eventualità per lo più impossibile, ma come uscire da una sbronza, senza danni eccessivi e gestendo alla meglio i postumi da essa provocati. Fuoriuscire da una sbronza è quindi una questione di strascichi, del miglior modo cioè di portarsi dietro, nel mondo sfumato e complesso della sobrietà, detriti e frammenti dei grandi entusiasmi provocati dall’alcol. I postumi, quindi, hanno a che fare non semplicemente con gli ematomi o i dolori fisici, provocati da cadute o soggiorni mattinali nei fossi, ma con il down, lo sprofondo emotivo dato dal confronto tra la concezione di destini sublimi ed eroici, e l’evidenza di faccende prosaiche e seccanti. L’apice della sbronza avviene nei cieli dell’entusiasmo, i postumi nel rasoterra delle pozze di vino da asciugare.
I postumi di cui voglio parlare riguardano due sbronze distinte: una è per me connessa all’evento storico della fine dei regimi sovietici e ha coinvolto una larga fetta dei nostri cosiddetti opinionisti; l’altra, di cui parlerò in seguito, è invece connessa al mio personale rapporto con una certa eredità culturale. Con il termine “opinionisti” mi riferisco a coloro che, di mestiere, confezionano opinioni in TV o sulla stampa, ma anche a coloro che, studiosi, intellettuali, scrittori, artisti, ecc., si trovano occasionalmente nel ruolo di diffondere le loro opinioni di rilevanza politica attraverso mezzi di comunicazioni di massa. L’inizio dell’ubriacatura data dal 1989, anno della fatidica caduta del muro di Berlino. Nell’onda ditirambica che seguì l’evento, s’inserisce l’apporto di un liquore particolare, quello distillato dall’opera del politologo Francis Fukuyama La fine della storia e l’ultimo uomo, apparsa tempestivamente nel 1992. Questo libro, che sosteneva la tesi della fine della storia, è divenuto poi obsoleto per i suoi stessi sostenitori dopo l’11 settembre 2001, con l’attentato terroristico alle Twin Towers newyorkesi e il successivo dispiegamento della “guerra globale” statunitense.
(Vale però la pena di ricordare che la sbronza della fine della storia cominciava a circa dieci anni di distanza da un’altra sbronza, quella inaugurata con il libro di François Lyotard La condizione postmoderna, uscito in Francia nel 1979. Tutti hanno memorizzato lo slogan di pensiero che coronava quell’ubriacatura: il postmoderno segna la “fine delle grandi narrazioni”. Il libro di Fukuyama, e gli slogan di pensiero che ne sono seguiti, interveniva a smentire seccamente la tesi di Lyotard. Tutte la grandi narrazioni o le metanarrazioni sono finite tranne una, quella relativa al trionfo indiscutibile e definitivo del modello capitalistico nella sua versione statunitense, ossia liberaldemocratica. Dalla fine delle metanarrazioni si è passati quindi, nell’arco di un decennio, all’era del “pensiero unico”.)
Non m’interessa entrare nel merito del libro di Fukuyama, già ampiamente discusso da svariati filosofi e studiosi, ma esso può essere utile per identificare, all’interno dell’opinione pubblica del nostro e di altri paesi occidentali, un minimo comun denominatore ideologico che, da allora in poi, ha messo radici al riparo da qualsiasi serio e duraturo attacco. Tale nucleo dottrinale, tanto elementare quanto indiscutibile, non è solo prerogativa di opinionisti schierati, ma determina i presupposti impliciti di molti pensieri formulati da persone comuni, come me o voi. La sbronza è da tempo finita, l’entusiasmo brutalmente ridimensionato, ma dell’ebbrezza della “fine della storia” sono rimasti alcuni strascichi ostinati.
Essi sono riconducibili principalmente a tre idee, assunte più o meno dogmaticamente. La prima sostiene che un determinato sistema sociale, politico ed economico, ossia la liberaldemocrazia vigente attualmente negli Stati Uniti, costituisca il miglior modello di società umana mai esistito, e quindi l’unico a cui tutti gli altri paesi, con regimi politici e organizzazioni sociali diverse, dovrebbero tendere. In sintesi, gli Stati Uniti hanno realizzato compiutamente il loro percorso di emancipazione, e non resta loro che perpetrare il proprio modello indefinitamente. La seconda idea è che il motore, per la compiuta realizzazione del sistema liberaldemocratico, sia l’alleanza tra scienza e tecnica, che a sua volta può stringersi virtuosamente solo all’interno di un’economia capitalista. L’idea che lo sviluppo tecnico-scientifico sia l’indiscutibile strumento di progresso dell’umanità, è la più intangibile delle opinioni, protetta da un vero recinto sacro. La terza idea è quella che concepisce la storia come un andamento lineare e coeso, per cui tutti i paesi non ancora liberaldemocratici, raggiungeranno necessariamente il traguardo statunitense.
Enunciate in modo così generale, oggi in pochi sottoscriverebbero queste idee. Mi riferisco sia alla gente comune sia a quegli opinionisti, occasionali o di mestiere, che hanno preso il posto in Italia di coloro che una volta si chiamavano intellettuali e che esercitavano forme di riflessione e dibattito pubblico. Molti dubbi sono sorti nel frattempo sulla capacità degli Stati Uniti di porsi come modello da seguire acriticamente, così come pare ormai evidente anche ai più ingenui che lo sviluppo e la prosperità di alcuni continui a basarsi sul sottosviluppo e la miseria di altri, e che certi traguardi sono raggiunti dai primi dieci o quindici, ma non certo da tutti coloro che sono in corsa. Infine, si è molto discusso in tempi recenti di come sia possibile contenere i danni gravissimi, ormai unanimemente riconosciuti, che lo sviluppo industriale e tecnologico delle società umane sta infliggendo all’intero pianeta.
(È singolare il fatto che recentemente, proprio su Repubblica (3/4/07), sia apparso un articolo dove Fukuyama, riferendosi alla sua opera del ’92, si trova costretto a giustificarsi pubblicamente. Egli scrive: “Laddove dunque La fine della storia era soprattutto una teoria sulla modernizzazione, alcune persone hanno collegato la mia tesi sulla fine della storia alla politica estera del presidente George W. Bush e all’egemonia strategica americana.” Ma il problema è semmai un altro: nessuno ormai dubita del disastro della strategia politica e militare degli Stati Uniti. Il punto è come mai il modello mondiale della compiuta modernizzazione sia divenuto in poco tempo la principale causa di destabilizzazione del Medio Oriente, inaugurando l’era della “guerra globale” appena chiusa quella della “guerra fredda”.)
Sul piano degli enunciati generali, dunque, quasi tutti sembrano essere usciti dalla sbronza della fine della storia. Eppure non appena si scende sul piano delle politiche particolari, delle legislazioni ordinarie, delle deliberazioni concrete, i tre principi di Fukuyama agiscono ancora come sguardi di Gorgone, e pietrificano qualsiasi pretesa di rivendicare alternative radicali rispetto all’esistente. Ma c’è qualcosa in più: opporsi a questi principi è considerato regressivo, infantile, ingenuo. Questo situazione tocca in modo particolare gli scrittori, poeti o narratori, che paiono estremamente circospetti ogni volta che si avventurano su di un terreno apertamente politico, o anche solo etico. Si avverte non di rado come un sentimento di vergogna a discutere apertamente di certe cose, senza rifugiarsi, ad esempio, dietro lo schermo di un genere come la satira di costume, genere intramontabile e che, nel contempo, permette allo scrittore di avvicinare questioni d’attualità, senza esporsi eccessivamente.
Qualcuno potrebbe sostenere che questo atteggiamento è in fondo salutare, che non si tratta di reticenza, ma di sobrietà, appunto, di coscienza dei limiti, di paura di quel ridicolo, in cui molti intellettuali del Novecento sono caduti, a forza di volersi fare portavoce di cause politiche o di missioni sociali. Lo scrittore, quindi, parli di quel che davvero sa, dei libri che legge, della scrittura, della sintassi narrativa o della metrica. Sia in cuor suo contrario alla guerra o alla legislazione sul lavoro, ma lasci parlare di queste cose gli altri, i soliti pacifisti dalla bandiera variopinta o gli esponenti dei sindacati.
Ovviamente abbiamo anche significative infrazioni alla regola. Anzi, si potrebbe dire che da più parti, negli ultimi anni, si avverte nel lavoro degli scrittori un’esigenza sempre più netta di forzare i limiti rassicuranti del mestiere “letterario” e del suo specifico sapere. E lo sconfinamento avviene sui territori dell’analisi politica o della denuncia sociale. Di questo fenomeno, ne ha parlato tra gli altri Christian Raimo in un intervento nato per un piccolo convegno intitolato “La tribù dei blog” e pubblicato su Nazioneindiana il 26 gennaio 2007. Raimo sottolineava in sostanza che il carattere innovativo e “popolare” dei migliori blog letterari italiani è strettamente connesso all’esigenza, da parte sia di chi ci scrive che di chi li legge, di ristabilire un legame tra discorso politico, discorso letterario e discorso sociale. Questo potrebbe indicare, tra le altre cose, il bisogno dello scrittore di sottrarsi al meccanismo di cooptazione al quale è sottoposto dagli opinionisti di mestiere, secondo però le logiche specifiche dell’industria dell’informazione, televisiva o a stampa.
Un esempio chiaro della povertà di questo meccanismo di cooptazione sono le polemiche letterarie che di tanto in tanto ravvivano le pagine culturali di tutti i quotidiani italiani, quale che sia il loro orientamento politico. Se è il momento di parlare degli editors, perché qualcuno ha aperto il nuovo filone fecondo, ecco che critici, intellettuali e scrittori si butteranno sicuri sull’argomento, perché esso troverà certo asilo presso qualche redazione. Questa sintonia quasi automatica su temi di presunta attualità ha come controindicazione una faccenda soltanto: che tutti ci arrivano con poche idee, sempre quelle e sempre più rimasticate. Se un fosse libero di battere le proprie piste, infischiandosene delle agende tematiche delle pagine culturali, forse qualche nuova idea potrebbe anche saltare fuori più spesso. In quest’ottica, l’esistenza dei blog letterari (e non solo) favorisce una pratica della presa di parola pubblica, al di fuori delle mediazioni dell’industria dell’informazione e soprattutto al di fuori delle condizioni implicite o esplicite stabilite dagli opinionisti di mestiere.
Quello che rimane da chiederci ora è se questa più recente spinta all’impegno sia capace di infrangere quel minimo comun denominatore ideologico che ancora ci portiamo dietro dalla sbronza nata sulle macerie del muro di Berlino e dagli slogan di Fukuyama.
Ma prima di provare a rispondere a questa domanda, vorrei trattare brevemente dei postumi di una sbronza personale.
Non so esattamente se essa sia cominciata con l’incontro contestuale, durante il mio sedicesimo anno d’età, del gruppo anarco-punk inglese, i Crass, e dell’antologia einaudiana dei poètes maudits. Di fatto, il nome d’arte del fondatore dei Crass è Penny Rimbaud. In quell’incontro, quindi, rivolte letterarie e musicali si toccavano attraverso un secolo almeno. La mia sbronza si nutrì sempre più, in seguito, di biografie di scrittori randagi, sovversivi, rivoluzionari. Passai così a inebriarmi di tutte le avanguardie storiche e, più tardi, durante gli studi di filosofia, di tutti i pensatori e intellettuali impegnati e dissidenti. Alla coorte degli scrittori e degli artisti in rivolta, si aggiunse quella degli intellettuali: da Sartre e Adorno fino a Debord e Chomsky o ai nostrani Pasolini e Fortini. Si è trattato certo di una sbronza individuale, poiché perpetrata come cane sciolto, al di fuori di partiti, gruppi sociali strutturati ed ortodossie. Credo però che molti altri, ognuno per conto proprio, siano passati prima o dopo di me, per tali figure mitologiche.
Parlo di sbronza e di figure mitologiche, perché quelli come me, nati a ridosso o dopo il Sessantotto, della figura dell’intellettuale dissidente non potevano che ereditare un ricordo, demonizzato o santificato a seconda dei casi, ma di certo ne incontravano sempre meno frequentemente degli esponenti vivi ed attivi. (Certo, era tempo di riflusso, e i dissidenti rifluivano in varie forme, alcuni rivendicando continuità d’intenti con la stagione precedente, molti altri volgendogli le spalle con precipitazione.) Quindi noi avevamo a che fare più con fantasmi che con persone reali. Ma uscire dalla sbronza, gestirne i postumi, significa anche diradare i fantasmi. Ciò non vuol dire ripetere pedissequamente che i contesti sono mutati, che certe attitudini non possono tornare se non in forme velleitarie e di farsa. Così facendo, ci si consegna semplicemente all’oblio. Il miglior atteggiamento di fronte ai fantasmi, è quello di prenderli per ciò che realmente sono: figure ibride, a metà strada tra una realtà consistente e un semplice nulla. Vale dunque la pena di interrogarli criticamente, raccogliendo quanto ancora, nonostante la loro evanescenza, hanno da trasmetterci.
A me interessa parlare in particolar modo di quell’intellettuale dissidente che è soprattutto uno scrittore, romanziere o poeta, e che in virtù di questa sua attività può assumere in svariati contesti pubblici il ruolo di “coscienza critica della società” o di “portavoce degli esclusi”, per utilizzare formule assai in uso un tempo. Stando ai Consigli ad un giovane scrittore di Danilo Kis, contenuti in un libro del 1983 intitolato Homo poeticus, non vi è nessuna continuità possibile, nessun varco, tra il ruolo dello scrittore e quello dell’intellettuale come coscienza critica e portavoce. Si tratta di una posizione drastica: l’homo poeticus non ha nulla a che fare con l’homo politicus. Sia chiaro che Kis non sta difendendo un’idea apolitica o qualunquista del letterato, ma un’idea semmai impolitica, poiché secondo lui tutto l’impegno di cui uno scrittore ha bisogno è esclusivamente relativo alla sua opera, al suo linguaggio, al suo specifico modo di entrare in contatto con la realtà e di parlarne.
Io intuisco che Kis ha in qualche modo ragione, ma non ne sono totalmente convinto. Molti dei consigli forniti da Kis li sottoscriverei subito, altri no. Non lo seguo, ad esempio, quando afferma: “Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi”. D’altra parte Kis somministrava coraggiosamente contravveleni a generazioni di scrittori che si formavano nell’ambiente della Jugoslavia ancora comunista. Oggi, forse, sarebbe meno rigido nell’escludere ogni aspetto dell’uomo politico da quello poetico. Anche perché la dissoluzione odierna dell’uomo politico rischia di provocare nello stesso tempo quella dell’uomo poetico. Se l’ideologia, come accade oggi, è destinata ad esistere solo in forma inconsapevole, regnando quindi ovunque, dove può trovare il suo limite nel dire poetico? Come può la letteratura aprire brecce nel tessuto ideologico, se esso è dappertutto e da nessuna parte?
A ciò aggiungo una considerazione ulteriore. Si è parlato molto, in anni recenti, dello sterminio nazista degli ebrei. Spesso la rievocazione di quei fatti raccapriccianti è stata accompagnata da un intento morale: non dimentichiamo ciò che è stato fatto, in modo che mai più si ripeta. A questo monito morale generico, bisognerebbe però sempre far seguire una precisa domanda: a partire da quale circostanza, che venisse a realizzarsi nel mondo in cui vivo, il mio silenzio, la mia docilità, la mia passività, il mio disinteresse per quanto accade agli altri, diventa complicità con l’orrore? Oggi forme di violenza estrema e di crudeltà gratuita, che ci ricordano i crimini nazisti, esistono. Ed esse sono esercitate anche nel nostro ambiente più prossimo. Chiunque abbia incrociato, ovunque in Italia, delle prostitute, può stare sicuro che alcune di loro hanno vissuto o ancora vivono la tortura, la prigionia, e lo stupro. E mi limito a parlare di qualcosa che è quotidianamente sotto gli occhi di tutti gli italiani, all’interno del territorio italiano. Con questo intendo dire che non sono così sicuro che una estrema soglia non sia già stata varcata e che noi non si sia già, grazie a certi silenzi e docilità, complici dell’orrore. Un libro come Gomorra di Roberto Saviano, ad esempio, ci mostra che per una determinata persona, e certo non solamente per quell’una, una soglia di tolleranza alla quotidiana violenza e sopraffazione è stata varcata in modo irreversibile, e che da quel momento in poi non si può più parlare d’altro. Questa fissazione intorno ad un’unica realtà, che tanto scandalizza quelli che vorrebbero subito passare a parlare di tutto quanto, a Napoli e in Campania, non è camorra, è la reazione etica ad un equilibrio distrutto.
Da tutto ciò ricavo un principio elementare, che pongo a pié di pagina dei Consigli ad un giovane scrittore di Danilo Kis. Il fatto che vi sia una riconosciuta incompatibilità tra l’homo poeticus e l’homo politicus, non può costituire un alibi valido per qualsiasi circostanza storica. Potrebbero sempre presentarsi della situazioni, in cui continuare a voler essere homo poeticus, a costo di qualsiasi compromesso e sudditanza con il mondo circostante, può significare solo vigliaccheria, o addirittura infamia morale.
Se c’è uno scrittore novecentesco più alieno da posture da intellettuale impegnato, quello è Samuel Beckett. Eppure proprio lui, dal 1941 al 1942, nella Francia occupata dai nazisti, entra nella Resistenza. Una scelta che implicava, ovviamente, di mettere a rischio la propria vita. Quell’homo poeticus che, durante gli anni Trenta a Parigi, aveva tradotto una notevole quantità di testi in prosa e in versi dal francese all’inglese, si trasformò in homo politicus, dedicandosi alla trascrizione, all’ordinamento e alla traduzione dei dispacci informativi che provenivano da una vasta rete di resistenti nella Francia occupata e che erano indirizzati in ultima istanza allo Special Operations Executive britannico. Sappiamo poi che Beckett e sua moglie sfuggirono di poco alla cattura da parte della Gestapo e che molti componenti della sua cellula di resistenti morirono nei campi di concentramento.
Tornando ora ai postumi della mia sbronza relativa alle figure eroiche dell’intellettuale dissidente, il mio attuale modo di procedere è il seguente. Quando mi tolgo i panni dell’uomo poetico, cerco di assumere quelli del cittadino attivo e consapevole, che per me significa riprendere l’unica battaglia democratica fondamentale, quella per l’autonomia. In termini generali, l’autonomia si realizza quando le persone sono in grado di agire liberamente e consapevolmente sul proprio destino. In termini più concreti, l’autonomia riguarda la possibilità per ognuno di conoscere tutti gli aspetti importanti della realtà sociale all’interno della quale studia, lavora, usufruisce d’informazioni, di prodotti. Conoscenza che può, eventualmente, tradursi in interventi, in modifiche, correzioni, rivendicazioni, ecc. Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo. Cito a questo proposito un brano di Giulio Bollati da L’Italiano:
“Che sia caduta l’«ideologia» di un progetto futuro rifinito anche nei dettagli, vuol forse dire che possiamo fare a meno di una permanente tensione progettuale? Che teoria e storia abbiano tolto il supporto di certezze obiettive alle nostre credenze e previsioni, ci esonera (o ci esclude) dalla responsabilità di credere e di prevedere? A chi o a quale entità inanimata sacrificheremo la scelta di un comportamento etico e «profetico» che solum è nostro? Non sarebbe certo il caso di porsi tali elementari domande se non vedessimo crescere intorno a noi l’accettazione naturalistica di ciò che è, così com’è, con una rinuncia all’autogoverno di tale portata, da far pensare alle misteriose leggi ecologiche che determinano certe specie animali al suicidio collettivo.”
Poiché gli scrittori, oggi, sono i primi, e fin da giovani, ad essere assoldati all’interno del mondo produttivo negli estesi e decisivi settori dei linguaggi, dei saperi e dell’informazione (dalla stampa all’editoria, dall’università alla scrittura televisiva o cinematografica), essi guadagnano anche più facilmente e velocemente di altri un certo grado di autonomia. Solo che se questa autonomia relativa è vissuta come privilegio di casta, premio ad una brillante carriera, tesoro privato e personale, essa perde anche di quella forza eversiva, che la caratterizza, invece, nelle forme della trasmissione, della diffusione, della moltiplicazione. Se l’autonomia ottenuta in qualsiasi settore della produzione viene considerata non come un traguardo personale, ma come un’occasione da trasmettere ad altri, ne risulta immediatamente una crescita generale dell’autonomia. Insomma, l’esercizio dell’autonomia non è qualcosa che si consuma, o si divide, se lo si trasmette ad altri, ma al contrario funziona per moltiplicazione. Più ne trasmetto ad altri, più si allargherà il raggio della mia autonomia anche al di fuori del mio contesto lavorativo specifico, laddove l’avevo conquistata in virtù dei miei individuali talenti.
Strumento e fine dell’autonomia è la promozione di un sapere critico, che sia capace di insinuare il dubbio e insidiare dogmi culturali vigenti. Questo è quanto mi sforzo di fare nel mio lavoro di insegnante, ma anche nelle sporadiche attività giornalistiche o nei miei interventi su un blog letterario come Nazioneindiana. Tutto questo potrebbe, ma non necessariamente deve avere un rapporto evidente e diretto con la mia scrittura, poesie o racconti. Insomma, i rischi e la libertà che mi prendo pubblicamente su questioni politiche non dipendono in nessun modo dal mio statuto di scrittore, ma da quello molto più comune di cittadino. In tutto ciò il blog ha un ruolo fondamentale, in quanto è il mezzo che mi permette di accedere liberamente, come cittadino tra gli altri, ad uno spazio pubblico.
Per concludere, vorrei tornare ora alle tre idee di Fukuyama, divenute nucleo duro dell’opinione comune. Nello stesso anno in cui usciva il suo libro sulla fine della storia, veniva pubblicato in Italia Ascesa e declino degli intellettuali di Wolf Lepenies. Questo saggio ha suscitato senz’altro meno dibattito di quello di Fukuyama, ma ha il merito di aver formulato con grande lucidità alcune questioni, da cui non si può prescindere se si vuole uscire dall’orbita catastrofica in cui si è chiusa la superpotenza statunitense, nel suo tentativo di portare avanti sviluppo e sfruttamento illimitati delle risorse, da realizzarsi tramite controllo planetario, ossia attraverso una guerra anch’essa illimitata. In un capitolo intitolato Il presente; la nuova Europa e i compiti degli intellettuali, Lepenies osserva:
“Non c’è alcun motivo per considerare oggi pienamente soddisfatti i profondi impulsi morali legati strettamente alla nascita delle idee socialiste. L’errore decisivo di Marx ed Engels fu di considerare un progresso il cammino del socialismo dall’utopia alla scienza. Ora è necessario un passo indietro: il socialismo non è e non sarà mai una scienza. Esso rimane però un’utopia indispensabile, che si potrà eliminare dai discorsi correnti soltanto al prezzo di un’autolegittimazione del tutto cieca nei confronti della realtà.”
Ecco, “socialismo” appare oggi concetto più inconsueto e ridicolo di “fine della storia”. Eppure, anche se non è possibile dare ora un contenuto determinato a questo concetto, grazie a pretese leggi scientifiche o additando un modello di società storicamente realizzato, esso indica lo spazio a partire dal quale pensare un’alternativa al presente più moralmente tollerabile. Pensare e promuovere una tale alternativa, per almeno due decenni (anni ’80 e ’90) è stato considerato da opinionisti e da maggioranze ad essi fedeli come un comportamento ridicolo. Certi discorsi e certi atti venivano stigmatizzati attraverso lo scherno. Da Seattle 1999 in poi, ossia dalla nascita del movimento altermondialista, qualcosa cambia. Ma soprattutto le condizioni materiali di vita delle persone sono cambiate in questo inizio di secolo, e sono cambiate drasticamente in peggio e proprio in quei paesi ricchi e tecnologicamente avanzati che avrebbero dovuto meritarsi il capolinea della storia, ossia la fine dei travagli. Oggi, insomma, nonostante che il minimo comun denominatore ideologico di Fukuyama governi ancora la confezione delle opinioni e del consenso generale, il bisogno di un’alternativa si fa sentire in modo sempre più violento. Ma questo disagio crescente ha prodotto anche un correlato aspetto negativo. Da un po’ di anni a questa parte nelle celebri democrazie occidentali, che siano gli Stati Uniti o Israele, la Gran Bretagna o l’Italia, il rivendicare apertamente un’alternativa rischia di essere considerato come un comportamento immorale se non addirittura criminale.
Se una tale circostanza si generalizzasse sarebbe davvero una sciagura. Gli scrittori, innanzitutto, dovrebbero ritornare con la coda tra le gambe nel recinto della letteratura, rinunciando a qualsiasi forma di sconfinamento. Gli studiosi di scienze sociali, a loro volta, dovrebbero dimostrare inequivocabilmente che il loro lavoro non interessa che un nucleo ristretto di specialisti, all’interno dei muri degli atenei e dei centri di ricerca. Isolando, quindi, l’esperienza del disagio sociale dalla circolazione di sapere critico, si otterrebbe infatti una forma di dissenso gridato, spoglio di strumenti aggiornati e sofisticati per orientarsi. E nei confronti di questo tipo di dissenso sarebbe molto più facile agire, da parte delle istituzioni, in termini prevalentemente repressivi.
Per altro, la crescita del disagio sociale non è per me segno, come accadeva in certe analisi d’ispirazione marxista, di imminente sollevazione di popolo e conseguente progresso sociale. Alla versione neoliberale e guerrafondaia delle democrazie occidentali, che stiamo conoscendo oggi, può sempre succederne una apertamente fascista e autocratica. La vitalità delle destre istituzionali e dei movimenti apertamente fascisti e razzisti, in tutta Europa, sta lì a dimostrarlo. La miseria e la paura della miseria possono trovare la loro peggiore espressione in una violenza criminale diffusa e in una simmetrica repressione istituzionale sempre più cieca e indiscriminata.
Per tutte queste ragioni, lo scrittore non dovrebbe abdicare a una fondamentale possibilità, quella di cessare di essere scrittore, vestendo i panni dell’homo politicus, anche al di fuori delle periodiche chiamate alle urne. Egli può partecipare, come ogni altro cittadino, alla diffusione dei saperi critici, delle informazioni scomode, dell’autonomia. Ma più di tutto, può impegnarsi a recuperare quell’eredità culturale, che metterebbe le giovani generazioni nelle condizioni di respingere il dogma del progresso tecnico e scientifico, cominciando ad elaborare una cultura del limite.
Come scriveva Lepenies, già sedici anni fa:
“La condizione urgente è che l’uso della scienza e della tecnica non sia più dominato dall’ideologia della crescita e del progresso, ma faccia propri valori culturali come il senso del limite e della rinuncia. L’Europa, che è stata la patria dell’epopea scientifica e dell’esaltazione della tecnica, dovrebbe diventare il centro propulsore di una critica razionale alla tecnica e di un sano scetticismo verso la scienza.”
Una tale critica, è evidente, non può basarsi esclusivamente sulle proprie reazioni morali, ma deve alimentarsi di conoscenze teoriche e pratiche. È un’intera cultura che si tratta di elaborare, a partire da saperi ed esperienze concrete che, per vari motivi, sono stati emarginati o sono rimasti misconosciuti, perché confinati in ambiti specialistici.
Ogni giorno incontro persone intelligenti, dotate di notevoli strumenti intellettuali, che dopo aver biasimato la comune condizione d’impotenza nei confronti dei grandi orrori del presente, ricordano però, con un certo sollievo, che si comportano almeno responsabilmente nei confronti dei loro rifiuti casalinghi, e anche dell’acquisto delle loro merci, possibilmente biologiche, o solidali. A queste persone vorrei indirizzare un semplice invito: che siano ugualmente responsabili nei confronti dei saperi che usano, che fanno circolare, che utilizzano in pubblico, così come dei temi e degli argomenti che sono loro prediletti.
(Questo pezzo è nato nel contesto delle Letture Indiane sul tema del “Post”, organizzate da Giorgio Vasta al Circolo dei Lettori di Torino.)
(Immagini dell’autore)








182 commenti
Il tuo post è ampio, profondo, sottolinea urgenze oltre che orientamenti condivisibili, merita una riflessione di qualche ora, poi magari provo ad aggiungere qualcosa.
Andrea Inglese scrive:
“In termini generali, l’autonomia si realizza quando le persone sono in grado di agire liberamente e consapevolmente sul proprio destino. In termini più concreti, l’autonomia riguarda la possibilità per ognuno di conoscere tutti gli aspetti importanti della realtà sociale all’interno della quale studia, lavora, usufruisce d’informazioni, di prodotti. Conoscenza che può, eventualmente, tradursi in interventi, in modifiche, correzioni, rivendicazioni, ecc. Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo”.
Sono contro ogni idea di progetto per sé e per il mondo. Per questa idea c’è già l’Apparato tecno-scientifico che già dispiega tutta la sua Volontà di Potenza. Progettare significa prevedere. E la previsione è il fondamento del pensare scientifico. L’epistemologia ha già chiarito questo fatto.
E’ un fatto che la scienza costruisce realtà.
Ma la realtà non è il reale. Questo concetto viene magnificamente sviluppato da Lacan.
E di questo ce ne accorgiamo tutti i giorni, visto che la realtà non ci fa né felici, né gaudienti, anzi ci fa ammalati!
Ma molto prima di Lacan, già Gesù Cristo e Budda si accorsero prima di Freud che Psiche è territorio maledetto, precario. Psiche ci domina e proprio la psicoanalisi è la prova vivente del fallimento del tentativo di Motivare Consapevolmente le nostre scelte, destinazioni, azioni, pensieri.
Invece di progettare, afferrare occorre abbandonare. Invece di cercare occorre trovare…lasciando la presa! Invece di vincere occorre arrendersi!
La dominazione della Psiche viene schiantata solo dalla morte dell’anima, ciò che fa scattare nella spiritualità pura!
Siediti nella cruna dell’ago e stai,
se il filo dell’ago entra non afferrarlo,
se esce non tirarlo, e gioisci, io amo soltanto i gaudienti
al-Niffari
Non sarei così rinunciatario verso il mondo, Luminamenti. Anche perché qui non si tratta di felicità o di godimento (fortune che per ora lascierei alle tavole imbandite e ai letti a due o più piazze), ma di critica, resistenza, opposizione - e lo sa anche lei. Quello di cui lei parla, ma mi dica se fraintendo, è un approdo individuale che non è in grado, mi pare, di procurare ricadute politiche immediate, mentre Inglese si è adoperato per ritrovare proprio questo: il modo, il “credo” giusto, al limite il come se adeguato, affinché chi ha un certo “vantaggio” di partenza nella formazione della propria coscienza critica, come lo scrittore, possa promuovere e condividere le proprie conquiste cognitive con il resto dei cittadini, con quelli adulti o, ancor più, con quelli giovani.
Oltretutto, facendo questo, Inglese ci ha dato un’idea chiarissima del cosiddetto “impegno”, che finalmente invalida tutta l’ipocrisia di chi sostiene che la politica la si debba fare direttamente nei romanzi e nelle poesie, come se fossero essi stessi strumenti di lotta. L’esempio di Beckett, e dello stesso Inglese, è qui sopra a mostrarci invece che, al di là di questa opzione estrema e a volte necessaria (Saviano?), lo scrittore, in determinate circostanze storiche, deve saper anche smettere i propri panni, mollare la penna e calarsi in prima persona in trincea, anche se questo dovesse significare, per un periodo della sua vita o per molte ore del giorno, cessare di essere scrittore. Un precetto morale che mi trova completamente d’accordo.
Grazie, Andrea, per questa riflessione profonda, articolata e, spero, feconda.
Credo che sia un intervento importante, questo di Andrea. Progettare, a mio parere, significa anzitutto una “visione ulteriore”. Saper gettare lo sguardo oltre la realtà presente: e lo sguardo buca la realtà quando immette delle pratiche che lo trasformino. Si tratta di far senso, e un senso deve aver un orizzonte - quell’utopia di cui più sopra si dice: che, appunto, non può essere scienza. A questa costruzione di senso la letteratura e la poesia non possono che contribuire in maniera privilegiata, per la propria capacità di “figurare”. E quando l’homo poeticus si impegna direttamente, con il proprio corpo, è perchè egli stesso si lascia trasformare dalle proprie pratiche “visionarie” (e se il Bene è proprio questa progettazione visionaria, e non si dà definizione del Male se non a partire da quella di bene, egli sarà un uomo buono, e contagioso).
“anche se questo dovesse significare, per un periodo della sua vita o per molte ore del giorno, cessare di essere scrittore.”
Mi viene in mente Eckhart, (vado a memoria evidentemente), Abbandona le tue pratiche contemplative se devi andare a portare una tazza di brodo a un bisognoso.
Troppe questioni tutte insieme fanno annaspare la coerenza del saggio, su alcuni punti del quale mi trovo d’accordo, a patto però di considerarli singolarmente.
Mi soffermo solo su una questione, anche se avrei molta voglia di dire la mia (solita) a favore della conoscenza scientifica, unica forma di conoscenza possibile, se mai ve ne è stata una (cioè ammesso che sia davvero possibile parlare di “conoscenza”), che va pensata come distinta dall’uso che ne fa e ne ha fatto il capitalismo.
Eccetera.
Inglès afferma:
“lo scrittore non dovrebbe abdicare a una fondamentale possibilità, quella di cessare di essere scrittore, vestendo i panni dell’homo politicus”.
Perché occorre cessare i panni del proprio specifico fare (dello scrittore, come di qualsiasi altro mestiere, forse nessuno escluso) per poter testimoniare efficacemente di un ruolo critico verso l’esistente?
Perché occorrerebbe posare la penna per indossare la toga virile e arringare direttamente le folle nel foro?
Perché Inglès non vede che l’esempio da lui portato a riprova del ruolo civile dell’intellettuale – quello del libro di Saviano – funziona proprio perchè Saviano non ha cessato affatto di essere scrittore e proprio in virtù di ciò la sua testimonianza ha funzionato.
Applicare alla narrazione della realtà (di una tra le tante realtà contemporanee leggibili), in modo più o meno diretto e/o metaforico, il proprio mestiere di scrittore non è quello che hanno fatto anche Pasolini, Beckett, eccetera?
È vero che Pasolini, fu capace di dismettere efficacemente i panni del narratore (non dello scrittore, certo), per parlare direttamente (alla classe dirigente dei suoi tempi, non al “popolo”) di ciò che stava diventando la realtà del suo paese.
Ma è anche vero che quella visione si dispiega già in tutta la sua opera letteraria, la quale, a rigor di termini non ha bisogno dei suoi scritti politici per avere un suo grande valore autonomo, letterario e politico.
Perché dunque necessariamente dismettere?
L’impegno politico diretto non possiamo considerarlo un semplice optional, che ciascun intellettuale può decidere o no di adottare a seconda dei casi?
Per quale misterioso motivo, occorre ricominciare a pensare scrittura e politica secondo una visione divaricante dove se c’è l’una non c’è l’altra e viceversa?
C’è un evento che ha inciso maggiormente nella vita di tutti noi, polisensuali fruitori postmoderni: la nascita della Coca Cola Light. Non una contraffazione della bevanda, ma la sua surrogazione. Da allora viviamo in un mondo di sostituti. Dobbiamo con consapevolezza guidare questo processo di trasposizione. Sano e necessario. Perché solo attraverso i loro surrogati possiamo continuare ad avere una relazione simbolica con gli oggetti del passato.
Oggi, in Italia, nel disperato tentativo di negare l’esistenza della paraletteratura, ci affanniamo a creare prodotti ibridi, la cui incongruenza è però così scarsamente rilevabile da produrre la stasi per mancanza di novità o stimoli.
All’architettura edipica della periferia italiana, preferisco le forme organiche di Santiago Calatrava. Ispirandosi alle strutture stesse della natura, le sostituisce con un artificio culturale mai così congruo.
@morgillo
beato te che ti piasce calatrava.
che qui non so cosa c’entra però.
Tash, qui non si tratta di “divaricare”, ma di distinguere artigianato artistico-verbale e pratica politica in senso stretto, che sono dei “fare” diversi, benché possano alternarsi in una stessa persona di scrittore-cittadino: è una distinzione funzionale, insomma, riguardante il “fare” e non l’”essere”, utile cioè per capire che, ad esempio, quando sei in classe ad insegnare o lavori ad un intervento di critica politica per un blog, non fai proprio la stessa cosa di quando ceselli per la bellezza poetica di una tua pagina narrativa o di un tuo componimento lirico, anche se è una pagina sulla camorra o una poesia sulla violenza domestica.
Anche Grillo, per dire, smette i panni del comico quando si rivolge dal podio agli altri azionisti Telecom.
@ tashtego
Che si discetti di scrittura o di architettura, sempre di strutture portanti si parla.
Se vincere la dominazione di Psiche ti sembra rinunciatario…
Cmq se mi dovessero costringere a scegliere (per cambiare il mondo) tra poesia e letteratura da una parte e scienza dall’altro (pensiero scientifico), allora starei della parte della scienza. Non ho dubbi su questo.
Ma non penso che serva a granché tentare di cambiare il Mondo (la Realtà). Ci pensa l’elite scientifica.
Accedere alla spiritualità pura è l’unica, sola, vera e per sempre via di accesso al Reale. Su questa strada certo l’Arte ha, può avere il suo peso, anche se non strettamente necessario o indispensabile.
Purtroppo la modernità ha distrutto l’Arte. Esiste però sempre, anche oggi, la possibilità per l’artista non di delibare come turista o antiquario, come dilettanti romantici, il mondo sciamanico e metafisico - fonti dell’Arte – (o tanto meno aderire ai canoni contemporanei alquanto inconsistenti), quanto piuttosto di esserne assorbiti. A quel punto cosa rimane del desiderio di successo o insuccesso, comprensione o incomprensione? E soprattutto: cosa rimane del mondo?
E poi vorrei dire (anche al simpatico Tashego): ma li leggete i libri di fisica quantistica (la quantità GIGANTESCA di pubblicazioni, studi, teorie, ipotesi, fatti che si producono dovrebbero fare venire ad alcuni di voi, amanti delle masturbazioni del mondo moderno e del post-moderno dei dubbi circa il MONDOOOOO…)?
Consiglio ai più sprovveduti di leggersi un bel libro sul teletrasporto!
Aggiungo: quello che dice Andrea Inglese è già stato detto ai primi del Novecento
Solo per dire, ad Inglese: applausi, applausi, applausi.
Lo statuto di realtà, questa è la posta in gioco.
Per il realismo ingenuo reale è ciò che si vede e si tocca, la scienza solo un’astrazione e la poesia proiezione onirica.
Per l’idealismo reale è il pensiero, e il reale pro-gettato e costruito dalla tecno-scienza o inventato dall’arte è surrealtà, più reale del reale.
Per la mente critica (= passata la sbronza del moderno), reale è ciò che è affermato dal giudizio, una volta che ipotesi scientifiche e immagini poetiche siano verificate dalla loro capacità di interpretare l’umano.
Antropocentrismo o nichilismo: tertium non datur.
Il Figlio dell’Uomo è principio di realtà e di giudizio.
Alfa e Omega. E lo dico in senso post-cristiano.
@Marco Rovelli dice:
“Mi viene in mente Eckhart, (vado a memoria evidentemente), Abbandona le tue pratiche contemplative se devi andare a portare una tazza di brodo a un bisognoso”.
Portando la tazza di brodo a un bisognoso non c’è nessun bisogno di smettere di contemplare (che aiuta molto a portare la tazza di brodo o a lavare i lebbrosi). Ma questo lo diceva e sapeva pure Eckhart e altri prima e dopo di lui.
Che sarà mai una mente critica? mistero della fede! direbbe Husserl
Nonostante molte cose condivisibili e le ottime intenzioni, c’è qualcosa che non mi convince in questo post.
Ritengo che se uno scrittore (che è quasi sempre uomo civile, anche quando non è esplicitamente uomo politico) ha sul mondo quello sguardo critico che è l’unico a permettergli di dire cose nuove in quanto scrittore, dice solo per questo cose nuove anche in quanto cittadino.
La via per l’autonomia non è necessariamente quella di parlare di autonomia, la via non passa necessariamente e solo per la parola, ma attraverso la libertà con cui l’artista pensa le proprie opere. Il discorso di inglese escluderebbe artisti (perchè chiedere questo solo al poeta o allo scrittore?) che non hanno buoni rapporti con la parola, come accade a volte ai musicisti e ai pittori.
Chiedere a un artista di essere riconoscibile come intellettuale mi sembra una forzatura che mi porta a trovare l’indicazione di Kis estremamente sana.
Non è dato a tutti, non tutti ne sono capaci nei termini che sembrerebbero richiesti qui, e il non esserne capaci non fa di quegli artisti che si esprimono solo attraverso le opere cittadini meno critici, consapevoli, politici.
a tash che scrive:
“Perché occorre cessare i panni del proprio specifico fare (dello scrittore, come di qualsiasi altro mestiere, forse nessuno escluso) per poter testimoniare efficacemente di un ruolo critico verso l’esistente?
Perché occorrerebbe posare la penna per indossare la toga virile e arringare direttamente le folle nel foro?”
Ovviamente queste obiezioni me le sono poste anch’io. Ed è rispondendo ad esse che giungo a certe conclusioni.
Punto primo: chi dice che la letteratura DEVE testimoniare SEMPRE in modo critico dell’esistente?
Amo molto Penna, amo Kavafis, amo “La prisonnière” di Proust, amo “Dolori precoci” di Kis, amo certe poesie di Saba… Non ci trovo in queste opere nulla di particolarmente politico, nulla di particolarmente “critico” nei confronti dell’esistente. E perché mai dovrei essere sempre in postura critica di fronte all’esistente? Quando trombo sono forse in postura critica? Quando mi godo il sole camminando sono forse in postura critica? L’idraulico che mi cambia il rubinetto è in postura critica?
No. Capisco perché si è detto, e ancora ogni tanto si dice, “tutto è politico”. Ma in realtà, NON tutto è politico. Capisco e credo sia quanto mai necessario un atteggiamento critico nei confronti della realtà (o della mia cultura), ma cio’ non significa che io sia SEMPRE in atteggiamento critico.
Quindi, coome ha ben visto Zangrando, la mia distinzione è funzionale e tende a rendere conto della specificità delle nostre pratiche.
Detto questo, esistono anche libri “particolarmente” politici. Grandi capôlavori programmaticamente politici nella letteratura. “1984″ di Orwell, ad esempio. Molta produzione di Brecht. “L’uomo senza qualità” di Musil, “I leoni meccanici” dello stesso Kis. Ecc.
A questo aggiungo una cosa. Io non credo più nella figura del tribuno. Io credo nella condivisione sempre più trasversale e allargata dei saperi, condivisione questa si politica, ossia critica nei confronti delle forme monopolistiche delle istituzioni o di aziende.
Come lettore devotissimo e ammiratore di Danilo Kis, vorrei dire al signor “titolo provvisorio” che la circostanza storica in cui Kis poteva affermare quello che ha affermato non esiste più: non esiste più la possibilità di migrare da uno stato europeo totalitario a uno democratico e di cogliere in questo esilio una possibilità liberatrice, dell’arte come dell’esistenza. Non esiste più, perché non esiste più quell’Europa. Le circostanze mutano.
Insomma, nessuno si sognerebbe mai di criticare Boccaccio, Shakespeare o Svevo perché non erano “impegnati”. Ma la loro circostanza non è la nostra, né quella in cui scrisse Beckett. Non esiste un modo “assoluto” di essere artisti, scrittori o cittadini, ma soltanto un modo “storico”, che induce ciascuno a posizionarsi entro il mondo in cui è gettato - ma perché occorre sempre ripeterlo?
Jacques de La Palice
a titoloprovv. che mi rimprovera l’opposto di cio’ che mi rimprovera tash;
(questa incomprensione per me è data da un nostro atteggiamento binario di pensare, che viaggia per opposizioni nette; appena queste opposizioni vengono evitate, attraverso l’introduzione di sfumeture necessarie, sembra che anche la vista dell’osservatore si debba offuscare…)
io credo che l’antico ruolo dell’intellettuale dovrebbe semplicemente generalizzarsi ad ogni cittadino, rendendolo capace, in modo autonomo, al di fuori di guide, portavoci, od ortodossie, di fare scelte politiche o di esprimersi in termini politici, tutto le volte che lo ritiene urgente e necessario
la rete, in parte, con tanti limiti, sta già dimostrando questo (quelli della rivista Luogo Comune (Virno & C.) negli anni 80 parlavano di “general intellect”.): esistono forme di circolazione delle idee fuori dalla fabbrica delle opinioni.
“Nulla di particolarmente politico” in Penna, in Kavafis?
Non so.
Ho la sensazione che ci stiamo riferendo a cose diverse.
Nemmeno io credo che “tutto è politico”, ma credo che lo sia, sempre, la visione del mondo che ciascuno di noi si forma e talvolta sostiene e propugna.
Naturalmente sotto questa idea c’è un’idea della politicità dello scrivere e del narrare non così diretta come la puoi trovare messa in pratica in Orwell.
Il marxismo classico suddivideva la realtà in struttura e sovra-struttura e metteva l’arte nella categoria della sovra-struttura, incapace di incidere sui rapporti sostanzialmente economici tra gli individui e tra le classi, e quindi relegata ad un ruolo marginale, di intrattenimento o, peggio, di educazione delle masse, oppure tenuta a “suonare il piffero della rivoluzione”.
Io credo che nel mondo attuale – proprio per il suo carattere democratico - le cose stiano esattamente al contrario e che l’immaginario sia diventato il vero terreno di scontro politico delle società affluenti.
Lì, ogni cosa è politica, ed ogni argomento, storia, eccetera, può essere trattata in modo dritto o inverso rispetto agli interessi del potere: dipende, più che da una presa di posizione esplicita, dall’intima visione personale di chi scrive, o filma, eccetera, da come è atteggiato naturalmente il suo sguardo.
Mi fermo qui, ma in sintesi questo intendo, quando parlo di scrittura politica.
E poi Penna.
“Beato chi è diverso / essendo egli diverso / ma guai a chi è diverso / essendo egli comune”.
Cito a memoria e posso sbagliare.
Non ci sono parole politiche in questa poesia?
@ Inglese
Forse non mi sono spiegato bene, perché quello che dici qui :
“io credo che l’antico ruolo dell’intellettuale dovrebbe semplicemente generalizzarsi ad ogni cittadino, rendendolo capace, in modo autonomo, al di fuori di guide, portavoci, od ortodossie, di fare scelte politiche o di esprimersi in termini politici, tutto le volte che lo ritiene urgente e necessario”
io lo condivido.
Sono anche d’accordo sulle nuove possibilità offerte dalla rete. ma il discorso, almeno per come l’ho colto io nel post, mi sembrava indicare un’unica strada praticabile, un’unica modalità. Su quest’unica modalità, io non sarei d’accordo, ognuno ha la sua strada particolare per dimostrare il suo essere cittadino. Tra queste strade c’è anche quella del silenzio, che spesso è apparente, che è magari un silenzio di parole perchè l’artista preferisce parlare attraverso l’opera, o sa solo parlare attraverso l’opera, e penso, come ho detto, non tanto agli scrittori e ai poeti, ma a chi usa il gesto pittorico, o il video o l’installazione o la performance o la musica.
@Zangrando
Non capisco la polemica. Le circostanze mutano, è vero, ma non l’ho negato, ho solo fatto rientrare nel discorso anche gli artisti, come dicevo qui sopra.
L’unica cosa sulla quale vorrei insistere è che le strade per lasciare un segno anche civile sono molte, e non tutte immediate e immediatamente visibili. Dunque l’impegno civile o politico è sacrosanto, purchè ci sia - almeno così la vedo io - anche la comprensione che l’opera artistica e il fare di un artista può non essere immediatamente riconoscibile e utilizzabile a fini civili. Se non fosse così saremmo costretti ad accusare di essere avulsi dal reale molti artisti che non lo sono stati, ma hanno risposto al mondo con l’opera.
Spero che conveniate che ci sono e ci sono stati artisti in apparenza molto appartati e silenziosi che hanno avuto, magari qualche decennio dopo, un riscontro civile che sul momento sarebbe stato difficile intuire.
L’unica cosa che temo è che leggendo il post qualcuno possa pensare che scrittori come Landolfi, pittori come Burri, musicisti come Berg debbano essere messi dietro la lavagna.
Sono certo che Inglese non intendeva dire questo, e se vale per gli artisti del passato, perché non dovrebbe valere anche per queli giovani e contemporanei?
@ titoloprovvisorio
Non volevo essere polemico, scusa, solo ironico nei confronti della mia stessa “devozione” a Kis. Il fatto è che, se in linea di principio la penso come te (anzi, se chiedi a Inglese, che mi conosce di persona, ti può dire quante volte mi ha cazziato perché ho una formazione e quindi un’indole da esteta “disimpegnato” - il che, se quello che dice Tash è vero, mi frega in partenza e per sempre), tuttavia sento molto vivo il problema della pratica politica, o dell’istanza etica nella sua ricaduta più concreta e immediata, perché trovo che oggi vi siano mooolte meno giustificazioni che in precedenza per l’intellettuale o l’artista che scelga di non “immischiarsi”. L’artista è innanzitutto se stesso, è vero, anzi di solito è tale proprio perché riesce ad essere se stesso più degli altri, e la sua arte va giudicata e/o compresa secondo criteri anzitutto estetici (sono il primo ad abbaiare contro chi nega un simile principio), ma non si può rimanere imparziali di fronte al suo atteggiamento politico o impolitico, tanto più oggi, in presenza di mezzi di comunicazione che rendono disponibile a chiunque una cognizione dell’ingiusto che c’è in giro e uno sguardo e un confronto critici su questo ingiusto. Non si tratta di cambiare il mondo, ma di capirlo e di provare ad influenzarne l’andazzo.
Insomma, se oggi un artista, dentro ma soprattutto fuori dalla sua arte, nella quotidianità della convivenza civile, manifesta disinteresse verso il mondo o astensione dai suoi corsi e decorsi storici e politici, si espone, se non altro, al sospetto: di malafede, di infantilismo, di opportunismo, fate voi.
Secondo me qui stiamo dicendo cose molto simili, ma ci manca un linguaggio nuovo: quello che abbiamo è in ostaggio delle dicotomie del moderno.
E’ (stato) vero che struttura e sovrastruttura erano cose diverse e l’artista incideva sulla seconda, ma nella società in cui la merce è spettacolo, non è più vero: ha ragione tashtego. L’immaginario è politico perchè è prima di tutto l’oggetto del contendere economico, l’affare del secolo.
D’altro canto, è (stato) vero che in passato ad opere d’arte molto politiche (1984) se ne potevano affiancare altre molto più intimistiche (Kavafis), ma oggi, che l’unica immagine che il soggetto ha di sè è lo spettacolo del proprio consumo, non è più vero. L’immaginario di consumo si dà come liturgia di ripetizione, devianza sintomatica o consenso che sia, e l’artista degno di questo nome è la riserva di senso che l’economia non ha ancora rubricato, la rottura dell’ordine del discorso o almeno la denuncia irridente del suo perimetro totalitario. Che strappi la maschera al mito machista della camorra o a quello narcisistico del talk show, Saviano o Siti: signori scrittori.
in pragmatica delle comunicazione si definisce “perlocutorio” l’effetto sul piano pratico che puo’ avere un atto linguistico come una minaccia o un ordine; il discorso che entra in una dimensione propriamente politica misura la sua efficacia con la capacità di produrre degli effetti (la vecchia oratoria) sul piano pratico, il più possibile misurabili; neppure un testo letterario è mai sprovvisto di carattere “perlocutorio”, solo che esso è molto più indiretto e nello stesso tempo puo’ giovarsi di una forza molto più duratura;
e poi: l’impolitico di oggi puo’ essere il politico di domani
insomma, per me è più fonte di confusione che di chiarezza sovrapporre sistematicamente homo poeticus e homo politicus
quanto al discorso di tash: “l’immaginario sia diventato il vero terreno di scontro politico”… Ma mi verrebbe da dire: è sempre stato cosi, anche e sopratutto nelle società non democratiche. Vedi la giurisdizione dei teologi sulla pittura fin dal Duecento… vedi i balletti e il teatro di corte all’epoca per la corona francese nel XVII secolo…
Perdonatemi se vado su un esempio trito, ma se nell’etica il paradigma del Male è l’esperienza nazista, il paradigma della non sovrapponibilità tra etica ed estetica è Céline. Ora, pensando alla sua opera, la questione dell’impegno io lo porrei così: quale valore di verità ha quest’opera? Che cosa rivela di vero? Che rapporto ha col Bene? (e il rapporto può essere anche negativo, evidentemente). In questo senso (ovvero: la letteratura fa segno all’etica) credo che ogni opera abbia, sempre, un senso - mediatamente - politico.
Mi pare che da questa prospettiva (l’arte come rivelazione) il binomio impegno/disimpegno perda senso.
@ luminamenti
E’ vero quel che dici - anche se tu abbandoni la contemplazione, la contemplazione non ti abbandona. Ma appunto, l’apoftegma del meister - che lo sapeva bene - non dice proprio che l’impegno nel mondo è (se non assiologicamente superiore) un predicato necessario della visio dei?
Mi unisco alla considerazione di Luminamenti: le modellazioni estreme di fisica della materia e di astrofisica, che pure fanno uso solo parziale di quanto codificato in qualche millennio di matematica, sono al giorno d’oggi la forma di letteratura piu’ avanzata: non essendo dimostrabili sperimentalmente, rappresentano lo sforzo supremo che tenga assieme il sapere attuale. Dal punto di vista tecnico-applicativo, il settore dei materiali e’ invece il piu’ vivace e anche qui la letteratura (oltre che gli effetti pratici) non manca: silicio, plastiche, polimeri, acciai, materiali organici in medicina e scienze alimentari, ecc. Le pubblicazioni specialistiche sono pero’ spesso molto costose, di nicchia, rivolte essenzialmente agli addetti ai lavori. Eppure qualcosa filtra: titoletti sui grandi media, divulgazioni di vario livello, che vengono poi adottate da chi propriamente fa lo scrittore, a beneficio della sua sempre piu’ isolata comunita’ di riferimento.
Voglio dire: il dominio dell’immaginario creativo (o di scoperta… dualismo proprio di scienza e religione, prima che di letteratura) e’ oramai a pieno appannaggio del pensiero razionale. Oserei dire anche che le menti migliori sono selezionate e indirizzate fin da tenera eta’ all’ambito razionale e che lo stimolo piu’ audace e piu’ frustrante che possa darsi ad un ragazzetto in eta’ da superproduzione neuronale sia oggi un teorema di matematica non dimostrato, invece che una partitura musicale da eseguire, una orazione da declamare o il mondo da conquistare.
Quanto tutto cio’ sia comunitario, cioe’ basato sul carisma individuale che si fa collettivo come in un rito, e’ divenuto ininfluente: ad ognuno di questi nuovi superproduttori occorre l’ausilio, il conforto e il confronto dei tre-quattro-sette-dieci nel mondo che stanno lavorando al suo stesso problema invece che il consenso anonimo e infruttifero di massa. Questo esclude anche il significato politico della produzione mentale di eccellenza, che non e’ affare dei polli (da laboratorio o modellazione) ma di chi li alleva. Vanno dunque messi al muro i polli per fermare il meccanismo?
Queste sono le prime sommarie considerazioni che mi suscita il pezzo di Inglese. Credo che vada ricollocato il ruolo degli umanisti, pena l’estinzione, giacche’ il loro specifico ambito e’ gia’ incorporato (come dominio di idee-domande-questioni) in quello di altre categorie di persone che lavorano intellettualmente.
pezzo molto interessante,
ricco di spunti che, a me personalmente, aprono varchi e sorgenti,
addentrandosi in periodi e nomi
che approfondirò con calma.
La sete è tanta !
ciao Andrea
:-)
@inglese dice
“insomma, per me è più fonte di confusione che di chiarezza sovrapporre sistematicamente homo poeticus e homo politicus”
quindi sembreremmo d’accordo, uso il condizionale perché leggendo il post, anche con le perplessità che esprimeva, non mi sembrava andare solo in quel senso.
penso che “il valore di verità” di cui parla Rovelli tagli la testa al toro.
io vedo nel valore di verità, in tutte le sue eventuali sfumature retoriche, strumenti, mezzi, non l’unico, ma il principale luogo d’azione dell’artista.
Se il valore di verità (e qui l’artista fa i conti prima di tutti con se stesso) è fatto sal vo, ogni epoca e ogni circostanza avrà detto utilmente la sua atraverso i suoi artisti.
Che si chiamino Burri o Vedova, Cèline o Pasolini, Proust o chi volete voi.
Certo, questo potrebbe tagliare le gambe anche alla discussione.
Il valore di verità come “non l’unico, ma il principale luogo d’azione dell’artista” - e su questo potremmo anche essere tutti d’accordo.
Però a questo punto mi pare che GiusCo abbia riaperto con molto senno la discussione, estendendola a considerazioni prima rimaste inespresse. In particolare, mi domando:
a) come ricollocare il ruolo degli umanisti, artisti scrittori intellettuali pedagoghi, ovvero: come generare un nuovo umanismo, che tenga conto sì della “letteratura” più avanzata, sia pure quella “scientifica” della fisica della materia e dell’astrofisica, ma senza perdere di vista il concreto dell’esistenza?
(Perché l’astrattezza e l’avulsione certificate da GiusCo non possono rimanere tali, altrimenti non si esce dall’ambito dis-umano della scienza e della tecnica fini a se stesse o, peggio, asservite al dominio di pochi. Che me ne faccio di una bella rappresentazione della totalità, se questa non ha al centro il timbro concreto dell’essere umano che, interrogandosi e tormentandosi, l’ha immaginata?)
b) come contribuire a pensare una nuova educazione umanistica che impedisca alle leve migliori di essere convogliate “fin da tenera età”, per intercessione strategica del sistema, quasi esclusivamente verso il dominio dei saperi scientifici, il quale troppo spesso rimane slegato, nei processi educativi, dalla formazione di una coscienza civile, politica e letteraria?
Forse è Zangrando che ritiene opportuno l’intervento “intellettuale”, mi pare. Io credo invece che ormai siamo fuori tempo massimo. Basti leggere sotto riga l’intervento di GiusCo. Sono in moto frange estremistiche e pericolosissime, profetiche. Chi ha a cuore il filo di avena che è il complesso mente/corpo, tace.
tra parentesi:
sarebbe interessante una definizione non tautologica del concetto di “valore di verità”, qualsiasi cosa voglia dire.
a Marco: “valore di verità”…. verità e letteratura…. faccenda ardua da definire; ma proviamo una scorciatoia: Céline di “Bagatelle pour un massacre”, qui accade l’inverso di cio’ che avviene per me in casi come quello di Saviano. L’infamia morale di Céline distrugge ogni residuo valore di quel testo. Sto parlando di quel testo preciso. Dopodiché, le cose stanno ben diversamente per altri testi, come il Voyage o Morte a credito. Ci sono situazioni in cui la distinzione funzionale non vale più.
Ma il mio discorso non mirava a depoliticizzare la letteratura, ma semmai a ripoliticizzare gli scrittori, ma non in virtù del loro ruolo di scrittori, ma di cittadini innanzitutto
Giusco, puoi esplicitare e chiarire meglio il tuo discorso, sopratutto sul rapporto tra umanisti e scienziati?
aggiungo a Stefano e a Giusco:
ho citato appositamente Lepenies; e se si volesse andare a toiccare uno dei nodi del problema qui ci siamo: la cultura del limite; questa cultura del limite, di cui i discorsi sullo sviluppo sostenibile sono solo una pallida avvisaglia, si faranno assieme, nell’intreccio tra saperi sull’uomo e sulla natura. Ancora una volta ci manca la capacità di fare un salto al di là delle vecchie dicotomie umanisti-scienziati.
a franco: chiunque mi dica che siamo fuori tempo massimo, non fa che appiattirsi sull’esistente, sulle idee dominanti, che ci fanno credere che ormai i giochi sono fatti. Una nuova versione della fine della storia… No, grazie.
@francesco pecoraro
Il “valore di verità” è forse la capacità di un’opera d’arte, verbale ma non solo, di provocare nei suoi fruitori di una data epoca e di un dato luogo una scossa estetica e cognitiva che estenda la loro - pur relativa e sempre di nuovo aggiornabile e/o modificabile - conoscenza del mondo e dell’esistenza umana. Questa estensione percettiva viene di solito percepita dagli stessi fruitori, anche quando è avvertita come una cognizione veridica del male, come un miglioramento.
Che cosa sia il “valore di verità” è difficile da definire in modo convincente, è vero, se non per approssimazioni successive. E’ però anche vero che tutti qui sanno cosa sia.
L’infamia morale di cèline (condivido) è però davvero priva di quel valore di verità? Valore di verità non significa necessariamente buono, non è uguale a valore di bontà.
Un’opera strumentale non ha valore di verità, un’opera nata dall’odio può averlo, e alla fine, se provoca reazione, potrebbe anche portare, a suo modo, un risultato paradossalmente positivo, come esempio imprescindibile per la definizione di quel che non vogliamo.
Spazzare via il male è difficilissimo, combattere quello artefatto impossibile, mi sembra, è più facile combattere con successo quello che si mostra nella sua intollerabile verità. Era sincero, Cèline, odiava davvero, perciò lo VEDIAMO. Vedere è meglio che barcollare bendati.
Dico che la coscienza “da intellettuale” prefiguri un limite, che è quello dell’ingozzarsi voracemente di razionalità. Il limite di siffatta “cultura” è paro paro disciolto nei discorsi pericolosi, estremistici, di frangia profetica di Giusco; o ancora nel dirigismo. Insomma, il tuo pezzo, caro Andrea, mi sembrano nutrito di furori, ritorni un po’ freak. A fronte di questo le traiettorie non si consumano necessariamente nelle fini(vd. fine della storia), anzi, non sappiamo dove sfocino.
Grazie, Stefano, per la definizione inappuntabile.
Quanto alle bagattelle, è una delle poche opere céliniane che non ho letto, dunque dovrei tacere. Però quel che dice “titoloprovvisorio” è convincente, e consiste con la definizione di Stefano. La sua verità specifica potrebbe forse stare nel mettere in scena un simulacro di verità.
Mi pare che franco abbia colto il punto. Il limite fondamentale, a mio avviso, e’ stato superato col Progetto Manhattan: esisteva una frangia interna di scienziati contraria prima alla costruzione della bomba, poi allo sgancio su Hiroshima. Szilard era il piu’ esposto, tra i contrari, ma nulla ha potuto, salvo dedicarsi ad altro e lasciare il campo. Su quella base di “success history” (!!) sono replicati tutti i maggiori progetti scientifici che danno lavoro ai polli da laboratorio da cinquant’anni a questa parte: spezzettazione dei compiti, struttura a piramide, passaggio finale all’industria.
I dibattiti che Inglese rivendica si fanno (con molte meno competenze umanistiche specifiche ma non minore senso della storia o, propriamente, cultura basata sui passati trials & errors) internamente agli staff di ricerca e chi non si allinea lascia il gruppo. Nessuno e’ insostituibile, quindi all’atto pratico cambia nulla, salvo un minimo rallentamento che non frena la corsa del progetto complessivo. Questi progetti sono finanziati a livello di joint-venture tra Stati, hanno durate massime di 5 anni e in oltre l’85% dei casi vengono valutati alla fine come “successful” e pronti a ricadute pratiche. Segno che la macchina intellettuale razionale funziona a gonfie vele.
Non riesco a vedere ne’ capire come degli esterni alla piramide (gli “intellettuali” di Inglese o gli umanisti in genere) possano intervenire. Davvero credete allo sviluppo sostenibile e altre robe/credenze del genere? O al fatto che debba venire realizzata la comunanza umanisti/scienziati, superando il dualismo? Cosa dovrebbe indurre a rallentare e dividere il tavolo, quale autorita’, quale coscienza, quale bisogno? Cio’ che viene chiamato Fine della Storia (o altro) e’ sostanzialmente l’autocertificazione della propria estraneita’ di gruppo ai nuovi processi dominanti, aggravata giorno dopo giorno dal continuo restringimento dei fatturati cultur-culturali da una parte e del seguito popolare dall’altra.
La politica, caro Giusco, e paradossalmente nei suoi aspetti meno nobili.
I governanti eletti, tendono, lentamente e con riluttanza, ma comunque tendono a cavalcare i grandi processi democratici, quando capiscono che la loro elezione dipende anche dagli elettori e non solo dalle grandi lobbies. E’ una lotta impari, ma tutte le conquiste che sono state fatte (certo, a fronte di altrettante sconfitte) sono arrivate così, il “popolo” è bue nei due sensi, cioè anche nel senso di quello che trascina il carro con sè. In questo do ragione a tutti quelli che qui chiedono agli intellettuali o altro di simile, di parlare a voce alta, di convincere, di spingere, di usare la retorica.
Gli esterni della piramide in quanto singoli esterni possono solo cercarsi un altro lavoro, gli esterni come parte della colletività, come cittadini, possono sperare di fare massa.
Il commento sopra era in risposta a questa domanda di GiusCo:
Cosa dovrebbe indurre a rallentare e dividere il tavolo, quale autorita’, quale coscienza, quale bisogno?
Grazie a Stefano per la definizione del “valore di verità”, che sostanzialmente condivido. Non condivido, invece, anche se sembrerà un’altra sfumatura, il fatto che un testo come Bagatelle, che è una semplice raccolta dei peggiori e più beceri stereotipi antisemiti, abbia un valore di verità. Qui si confonde segno e sintomo. Altrimenti anche Hitler e la soluzione finale sono valori di verità, in quanto ci hanno rivelato che cosa puo’ fare l’odio e l’ignoranza, educati dentro una macchina di distruzione potente e avanzata tecnologicamente.
Ma veniamo all’argomento di Giusco. Questo mi sembra un tema davvero importante, oltre che perfettamente pertinente con la riflessione che ho proposto. Ed è anche vero che sul versante delle reti di scienziati assoldati nei progetti di ricerca controllati da stati o multinazionali, non disponiamo noi “popolo bue” che pochi dati. Questo perché l’informazione parla sempre d’altro, del tipo magari che piscia sotto casa o della vergine che ha partorito otto gemelli, ecc.
Già puntare l’attenzione su questi fenomeni sarebbe un MUTAMENTO dell’esistente, ossia una crescita di consapevolezza.
Poi un’osservazione a Giusco. Cerchiamo di creare anche nella discussione più occasionale vere forme di ascolto rciproco. Il mio pezzo è interamente centrato sull’idea di abbandonare le “mitologie” della corporazione degli intellettuali… Quindi non rimandarmi un concetto che io stesso reputo insufficiente.
Ho letto di recente “Etica” di Badiou. A proposito del nazismo, lui parla appunto di simulacro di verità: in esso sono all’opera tutti i tratti formali della verità. Non è un evento di verità (volto al bene), ma dev’essere pensato a partire dal processo di verità che lo ha reso possibile. Nel Male si vede in filigrana il Bene. Forse questo schema concettuale può essere utile anche per ciò di cui stiamo parlando.
Per Valter Binaghi: bel post pieno di slogan!
Per Luminamenti: mi fa un bell’effetto sentire parlare di rinuncia e di spiritualita’. Penso che chiunque abbia affrontato una certa filosofia moderna seriamente sia in qualche modo spinto a tirare le tue stesse conclusioni, di cui una e’ che oltre ad antropocentrismo e nichilismo c’e’ una terza opzione o, almeno, DEVE esserci.
Personalmente ho scritto alcuni articoli che esplorano la connessione tra fine del linguaggio/fine del mondo (anche se ultimamente non sono piu’ sicuro della sinonimia dei due termini), rinuncia alla soggettivita e il concetto post-moderno di artista (di cui Burri ne sarebbe esempio massimo). Purtroppo sono in inglese, ma insomma, era tanto per offrire a Luminamenti la mia solidarieta’ intellettuale. Purtroppo c’e’ ancora chi, come Andrea Inglese, parla di etica senza aver risolto il problema metafisico dei fondamenti, o per lo meno senza essersi interrogati a sufficienza sulla questione se tale problema vada risolto o meno; e cosi’ si avventura in definizioni del tipo: “autonomia e’…” che mi fanno tanto venire in mente quei due bambini nudi che ti spiegano l’amore a fumetti.
Andrea, cercavo di rimanere nello stereotipo per rendere agevole la comprensione a piu’ lettori possibili. Non dubito sostanzialmente, ne’ intendo sminuire la tua analisi, sebbene non ne colga tutti i rimandi.
Voglio aggiungere, tornando all’oggetto del discorso, che dal punto di vista applicativo in molti campi si stanno solo cominciando a realizzare dispositivi modellati e teorizzati negli anni ‘60-’70. Se dunque e’ gia’ terrificante quel che appare ora, considerate che la tecnica e’ 30/40 anni dietro la scienza pura. Perche’? Perche’ alcune di queste innovazioni sono talmente radicali che altererebbero sostanzialmente i cicli economico-produttivi di molti Stati e multinazionali.
Su carta e nella pratica esiste gia’ l’auto elettrica a costo quasi zero, ma il brevetto e’ stato acquistato e affossato da una lobby petrolifera e cosi’ il ciclo della benzina e’ salvo; esiste un potenziale generatore eolico risolutore di ogni problema di convenienza, che sfrutta i venti di alta quota (KiTegen), mandando all’aria l’indispensabilita’ dei combustibili fossili. Questo per cominciare e solo per il campo dell’energia, che e’ il mio specifico. Potrei dire -con minore cognizione- di medicinali non mandati in produzione perche’ RISOLUTIVI di patologie che si preferisce tenere croniche o solamente lenite per puri motivi economici; potrei dire di materiali talmente valuabili (scusate l’anglismo, non mi viene che questo “valuable”) da rendere indistruttibili tutti o quasi quegli oggetti che normalmente si usurano in qualche anno e vanno cambiati.
Il discorso e’ lungo e complesso, non si puo’ che schizzare, in un colonnino di commenti. Occorrerebbero 12-15 reporter-analisti professionali, competenti in piu’ saperi specifici, capaci di trovare le informazioni giuste e ricostruire con accuratezza (di metodo) e precisione (di risultato) il ciclo di lavoro delle imprese del pensiero odierno. Verrebbe fuori, a mio avviso, un quadro entusiasmante e nello stesso tempo impressionante: mettere su un laboratorio di ricerca teorica avanzata e’ facilissimo, costa pochissimo, i polli sono in larga parti semi-volontari, i ritorni nel medio-lungo termine -sotto forma di brevetti- sono un investimento a ritorno sicuro, basta solo aspettare il momento giusto per lo switch di ciclo produttivo globale.
(a motta: è vero, non ho risolto il problema metafisico dei fondamenti, ma tanto lo hai già fatto tu, in compenso ho risolto il metaproblema dei metafondamenti, purtroppo in un articolo scritto in una lingua esotica di cui ignoro completamente il significato)
Giusco: è di questo tipo di informazione che avremmo bisogno, e intendo il maggior numero di persone, ben al di là delle cerchie ristrette degli specialisti informati. Una sorta di controdivulgazione scientifica orientata.
Quali informazioni ci dà, Giusco?
O almeno, quale controdivulgazione scientifica efficace e utilizzabile può fare uno specialista? Nessuna se è uno specialista serio, se ne resterà a colloquiare via mail o forum o paper condiviso con l’altro studioso di embrioni di girino. Sono le cinghie di trasmissione che mancano, in tutte le loro declinazioni. E così torniamo alla politica.
Quali informazioni ci dà, Giusco?
O almeno, quale controdivulgazione scientifica efficace e utilizzabile può fare uno specialista? (sempre che GiusCo lo sia) Nessuna se è uno specialista serio, se ne resterà a colloquiare via mail o forum o paper condiviso con l’altro studioso di embrioni di girino. Sono le cinghie di trasmissione che mancano, in tutte le loro declinazioni. E così torniamo alla politica.
scusate
Andrea. Potrei sicuramente provare a mettere giu’ qualcosa di organico.
Pero’, ripeto, si tratta di un lavoro professionale: ricerca, controllo, verifica e aggiornamento delle fonti (internet e’ sufficiente, in prima battuta, se sai come muoverti); ricostruzione storica e dell’evoluzione ai giorni nostri (qui occorrerebbe consultare pubblicazioni specialistiche cartacee reperibili in accademia); ricostruzione di alcuni casi eclatanti (qui occorrono anche i contatti diretti con i protagonisti). E questo solo per rimanere all’analisi… in parallelo occorrerebbe ricostruire i macroscenari economici e l’incidenza delle grosse multinazionali settoriali, almeno per i casi presi in esame. Quindi, a seguire, analisi geopolitiche e dei flussi di capitale e cervelli dal secondo dopoguerra in poi. Uh quanta roba tireremmo fuori, da analizzare e collocare!
Se trovo chi mi commissiona il lavoro e mi paga decentemente per un paio d’anni, posso pure farci un brogliaccio dal quale trarre un libro. Non sarebbe facile e non riuscirei a farlo da solo, ma una buona mazzata la darei. E ci sarebbe da ridere.
> Se trovo chi mi commissiona il lavoro e mi paga decentemente per un paio d’anni …
Il problema dell’ “autonomia” si configura innanzitutto in questo modo.
In generale mi trovo d’accordo con l’impostazione di Andrea. Speriamo comunque che le cose stiano come dice GiusCo, significherebbe che l’umanità dispone di assi nella manica che prima o poi dovranno venir calati, ma ciò mi sembra abbastanza inverosimile.
dalla letteratura, dal “principio di verità”, alla “contro-informazione”, alle “fonti alternative”, alla macchina senza benzina e al generatore eolico, alla lametta che non perde il filo, alla cura risolutiva tenuta inguattata per lucrare sui malati, a “le soluzioni ci sarebbero, ma vanno contro interessi troppo consolidati”, al “non poi sapè che cosa non hanno fatto le murtinazzionali”, passando per lo schifo per la scienza e l’anelito alla spiritualità.
vabbè.
caro tash, in alternativa puoi passare dalla caponata laziale all’ultimo album di Madonna al problema delle feci dei cani nei centri urbani alla scoperta del gene dell’omosessualità alla beatificazione di Karol: accendi la tele e comprati un “magazine” di quotidiano.
Giusco ha centrato un punto importante, lo ribadisco, spostando significativamente l’attenzione anche rispetto al lavoro dei molti militanti che si battono contro i brevetti monopolizzati dalle case famaceutiche… Il suo discorso propone una sociologia dei nuovi rapporti integrati tra centri di ricerca scientifica e tecnologia aziendale. Ossia il grosso del lavoro intellettuale che oggi incide o inciderà nel modo più pesante sulle nostre vite.
Su questo la stessa Maria Luisa Venuta avrebbe da dire non poco. (Vedi suoi interventi su NI)
@inglès
era per dire, che l’attività di contro-informazione la può fare qualsiasi cittadino, scrittore o no che sia.
mi pareva che qui si tentasse di definire alcune specificità del problema applicato all’attività dello scrivere.
in ogni caso la separazione tra homo poeticus e homo politicus, che qui pare sia passata, mi sembra sbagliata a prescindere dall’automobile all’idrogeno.
(alla beatificazione di woityla, preferisco quella di pacelli che ormai pare sia allo start.
perché mi sembra più bella.)
@Marco Rovelli. Non ho nulla contro l’impegno dentro il Mondo, anzi.
Il punto è il come. Se partiamo dall’assioma di Andrea Inglese secondo cui: “Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo”, allora non si realizza nessun impegno per e dentro il Mondo, perché ignora i risultati della narrazione letteraria e scientifica dell’ultimo secolo da cui siamo usciti. E oggi, gli effetti sono anche peggiorati.
Non si possono ignorare i risultati più evoluti della ricerca psicoanalitica, delle neuroscienze, delle scienze cognitive, non si possono ignorare gli esperimenti scientifici e i risultati sulla mente aperta, vasta, consapevole ma libera da qualsiasi attività mentale intenzionale effettuati all’E. M Keck Laboratory for Functionale Brain Imaging and Behavior condotti da Richard Davidson, uno dei pionieri nel campo della neuroscienza degli affetti, o ancora i risultati ottenuti da Paul Ekman, uno dei massimi esperti al mondo di scienza delle emozioni. Quanti sono quelli che conoscono, dato che la divulgazione essenziale ha raggiunto ormai il livello prossimo a zero, gli studi condotti in laboratorio attraverso esperimenti e simulazioni estremamente originali sul potere di amorevolezza studiato nell’interazione umana durante una serie di conversazione tra soggetti con idee e modi di esprimersi differenti e contrastanti? Le implicazioni sociali e politiche sono deduttivamente evidenti!
Mi pare di avere sentito, qui su N.I. che Andrea Inglese sta a Parigi.
Se è così gli consiglierei di andare al Centre National de la Recherche Scientifique e di seguire Antoine Lutz, uno dei massimi studiosi al mondo sui fenomeni percettivi e autore di ricerche esplosive sugli stati di coscienza sottile.
Come ha osservato in un frammento Nietzsche, “non il motivo e lo scopo della tua azione la rendono buona, bensì il fatto che la tua anima trema e luccica”(Frammenti Postumi, Opere, volume settimo, parte seconda, pag 3, Adelphi 1986
In quanto al problema tra scienze umanistiche e scienze naturali, condivido la posizione metodologica di Chomsky che insiste sulla perfetta leggittimità di condurre indagini su ogni dominio empirico a diversi livelli e con diversi linguaggi, senza preoccuparsi di unificare tali linguaggi e discipline: la chimica e la fisica hanno esaminato per secoli lo stesso dominio, l’organizzazione della materia, ma soltanto nel Novecento è stato possibile unificarle, modificandole entrambe in modo radicale con l’introduzione della meccanica quantistica. Tale unificazione ha permesso di cogliere “la realtà” di quelle che sembravanio semplici costruzioni concettuali, come la tavole periodica degli elementi o i modelli di struttura molecolare di Kekulé.
Così quando si accede alla ricerca, unica nel suo genere, condotta dal matematico Gian-Carlo Rota sui rapporti tra matematica e fenomenologia, ciò che emerge è la visione di scienziati che debbono scontrarsi con i loro pregiudizi, con le loro filosofie inconsapevoli. Ed emerge come ingegneri, informatici, specialisti di intelligenza artificiale, possano essere i migliori alleati della fenomenologia nella critica dei pregiudizi riduzionistici.
Rota considera l’intelligenza artificiale come un paradigma di quei presupposti obiettivisti e riduzionisti che spesso informano la ricerca scientifica e che in essa raggiungono , in un accezione heideggeriana, la loro fine-compimento. Essa è conseguente a quella dell’obiettività; una prospettiva che ha aperto la strada alla scienza conseguendo impressionanti successi, ma che ora si dimostra come un ostacolo verso ulteriori traguardi. Ovviamente il riferimento è alla versione radicale dell’obiettivismo e del correlato riduzionismo (da cui nasce quella disputa che ormai dovrebbe essere superata tra tra materialismo e scienze dello spirito). Mentre nelle sue forme non dogmatiche questo atteggiamento rientra a pieno titolo nell’ambito di quella nuova scientificità pluralista rivendicata da Rota.
Così, nascono spontaneamente nuovi campi disciplinari come per esempio la neuroestetica dello scienziato Ramachandran, o gli studi di neuroteologia.
Hofmannsthal, Musil, Bachmann, Celan ci insegnano che l’uomo contemporaneo pretende di gettare una luce completa sulla sua esistenza e sulla realtà. In questa maniera l’uomo vede bene ciò che ha, ma non ciò che egli è, come hanno mostrato variamente, Kafka, Wittgenstein e Musil nella loro polemica contro l’etica del possesso. Non sarà mai grande colui che si mistifica abbandonandosi alle illusioni. Per effetto del suo delirio di onnipotenza l’uomo incontra difficoltà a comunicare con gli altri uomini ed esperisce l’impossibilità della via di salvezza, che consiste precisamente nel non cedere all’immediatezza per lasciarsi invece pensare da se stesso, per farsi pensare da una istanza più profonda di se stesso nell’atteggiamento dell’ascolto e della reverenza - in cui consistono poesia, anima e religione - di fronte alle cose, quali che siano.
Questa possibilità di lasciarsi pensare da se stesso, di farsi pensare da se stesso da parte dell’uomo implica che la psiche, la sfera del pensiero non è più riservata alla zona rischiarata della coscienza e dell’io.
Forse Tashego che dice a parole di credere nella scienza pura, dovrebbe mettersi sulle Tracce della Filocalia, ed. San Paolo, e…sperimentare (come fa un serio scienziato) e giungere a comprendere quanto ben illustrato come Realtà Cosmoteandrica da Panikkar.
ci sono due cose, ben differenti: le potenzialità apertamente o latamente politiche di un’opera letteraria, e queste non c’entrano per forza con la retorica dell’impegno o con le dichiarazioni di voto dello scrittore
c’è la figura dello scrittore, come oggi è costruita grazie ad opininosti, giornalisti, critici e scrittori stessi: in un’Italia eternamente spiritaulista, lo scrittore è interpellato come un consigliere spirituale, oppure, in un’Italia eternamente in via d’aggiornamento, è interpellato come un “operatore culturale”;
io credo che il punto sia sottrarsi, come scrittori, a questo ruolo già neutralizzato, impagliato, per presentarsi come semplice cittadino capace di critica e capace di costruire circolazione di saperi critici con altri cittadini, rompendo ruoli e barriere di corporazione; quanto ai testi, essi se la caveranno da soli, e se hanno da mordere, morderanno anche senza solenni dichiarazioni d’intenti;
io non “credo” a nulla, luminamenti.
penso sia passato definitivamente per me il tempo in cui era possibile credere in qualcosa.
così spero per voi.
tuttavia allo stato delle cose, sono convinto che l’unica forma possibile di conoscenza (ripeto: ammesso che la parola “conoscenza” abbia un senso e non ne sarei così convinto) risieda nella scienza, ossia nel metodo della scienza.
il resto, metafisica compresa, mi sembrano imbarazzanti chiacchiere.
la scienza ha anche questa particolarità: è l’unico vero strumento che abbiamo per opporci alla natura.
il fatto che non si muore più a vent’anni sta lì a dimostrarlo, così come lo dimostra ogni aereo che decolla da un aeroporto.
immagino che anche tu, oh luminamenti, se ti becchi una polmonite prenda gli anti-biotici: sospendendo sino alla guarigione il giudizio negativo sulla scienza, suppongo.
opposizione alla natura non significa distruzione, sono quindi forsennatamente d’accordo con ogni politica e ogni prassi conservativa e contro ogni spreco, di massa e non.
stare dalla parte di Prometeo, non significa automaticamente un assenso alla distruzione capitalistica del pianeta, che è quello che sta accadendo.
di san paolo pensavo di riuscire, ancora per qualche tempo, a fare a meno.
(sono due giorni che praticamente non faccio un cazzo per seguire questa discussione)
“…l’impossibilità della via di salvezza, che consiste precisamente nel non cedere all’immediatezza per lasciarsi invece pensare da se stesso, per farsi pensare da una istanza più profonda di se stesso nell’atteggiamento dell’ascolto e della reverenza - in cui consistono poesia, anima e religione - di fronte alle cose, quali che siano.
Questa possibilità di lasciarsi pensare da se stesso, di farsi pensare da se stesso da parte dell’uomo implica che la psiche, la sfera del pensiero non è più riservata alla zona rischiarata della coscienza e dell’io.”
In questo passo è intrappolata la differenza fra conoscenza e scienza. La scienza pensa, non si fa pensare