Ragionamenti di un ateo (a ridosso del Family Day) 1

images-leo.jpg di Andrea Inglese

Ormai conosciamo il gioco: il miglior modo di legittimare un attacco, è quello di presentarsi come vittime. Il vaticano e le istituzioni cattoliche riescono a farsi passare come vittime, come minoranze perseguitate, quando dispongono di un potere mediatico enorme, analogo solo a quello di un governo della repubblica, i cui rappresentanti siano costantemente presenti in immagini e parole sulla stampa nazionale e la TV di stato. Rispetto alla voce della chiesa che parla, a torto o ragione, per tutti i credenti, i non credenti hanno poche occasioni di farsi sentire. E quelle poche passano magari per gente tipo gli atei devoti, ossia per coloro che usano strumentalmente le credenze religiose per fini politici. Per questo motivo è importante per gli atei prendersi spazi di parola, ovunque sia possibile. È importante mostrare che la frontiera del conflitto d’idee non passa semplicemente tra mondo laico e clero, tra gerarchie ecclesiastiche e base cattolica, tra fondamentalisti della credenza e moderati, ma anche tra non credenti e credenti.

Per questo motivo, trovo urgente proporre alcune riflessioni a ridosso del 12 maggio per difendere l’idea che l’ateismo esprime dei valori preferibili a quelli espressi da una visione religiosa del mondo. Ogni giorno, d’altra parte, sono confrontato a gente, in tonaca o in abiti civili, che mi vuole convincere del contrario, sostenendo che la vita senza dio è dissoluta, subumana, ottusa, sprofondata nel nichilismo, nell’immoralità, nella cieca materia, ecc.

1. Affidarsi alla sola ragione è presuntuoso. La ragione umana non è infallibile.
“Ragionamento? Ragioni? Ecco un primo motivo per sospettare degli atei. Essi si rifanno solo alla ragione. Pensano che la ragione umana possa tutto. Sono assurdamente presuntuosi, dal momento che la storia dimostra gli errori e i limiti degli uomini che hanno preteso di affidarsi esclusivamente alla ragione.”

Affidarsi solo alla ragione non significa presumere che la ragione sia infallibile. La lezione dell’ateo Leopardi è chiara e inequivocabile su questo punto. E ad essa si associano lezioni, precedenti e successive, di filosofi, scrittori e scienziati, che non hanno mai sostenuto e difeso l’immagine di una ragione forte, ossia monolitica e autosufficiente, in grado di condurre con certezza il genere umano verso la felicità. Da Hume a Wittgenstein ed Adorno, da Freud a Musil e Primo Levi, la ragione è concepita a partire dai suoi limiti, dalle sue ambiguità, dai suoi pericoli. Il corso contraddittorio e tragico della modernizzazione è lì a mostrarcelo: la ragione non ci preserva mai completamente dall’errore, così come il pensiero scientifico non è scevro da risvolti altamente distruttivi. La lacerazione tra natura e ragione è d’altra parte costitutiva di quell’essere ibrido che è l’uomo e come tale irrisolvibile.

Per certi versi, il cristianesimo non dice altro. Se non che a questa dimensione precaria, incerta, conflittuale, c’è un rimedio sovrannaturale: la salvezza in dio. L’ateo elimina ogni riferimento a questo rimedio, in quanto la credenza in dio, storicamente, non ha mai impedito all’uomo di cadere negli errori della ragione. Anzi, la credenza in dio è stata foriera di ulteriori errori, indipendenti da quelli connessi all’uso della sola ragione. (Inutile farne dettagliatamente la lista, essi possono riassumersi nei due principali e più nocivi atteggiamenti promossi dalle chiese monoteiste nel passato: la volontà di conquista e il desiderio di persecuzione. Ed in entrambi i casi, le sottigliezze della dottrina hanno sempre offerto nuovi alibi alle pulsioni più feroci.) Non c’è nessun motivo, dunque, che dovrebbe spingerci a sopperire i “naturali” limiti della ragione con dosi di fede. Il riferimento alla fede, e ai suoi dogmi, in nessun modo è di per sé garanzia di maggiore verità e di migliore condotta. Nella storia abbiamo semmai innumerevoli esempi del contrario: laddove la ragione è tacitata dalla pura fede, l’errore è molto più probabile. Se invece il riferimento alla fede sta principalmente a ricordare che la ragione non può tutto, allora la ragione non ha bisogno della fede per ricordarsi di questo: essa possiede il dubbio.

Il dubbio non è un elemento esterno rispetto alla ragione, ma il suo limite interno, ciò che costantemente sorveglia il suo esercizio e lo perfeziona, attraverso l’esperienza della prova e della critica. La ragione di cui parliamo è quella che si esplica nel metodo scientifico, che considera sempre possibile, per principio, l’eventualità di falsificare qualsiasi sua teoria o legge inerente alla realtà, che sia generale o regionale. Laddove la forza della credenza è la sua dimensione dogmatica – posso credere indipendentemente da ogni prova –, la forza della ragione consiste in un connaturato scetticismo nei confronti di se stessa – non esiste verità sottratta agli usuali procedimenti di verifica. (E quando la scienza dimentica questa caratteristica, giungendo a censurare il dibattito critico intorno ad una sua teoria o ad una sua applicazione tecnica, di fatto si sta mutando in religione. È accaduto con le pretese leggi della storia formulate dal marxismo sovietico e accade ancor oggi, nelle democrazie liberali, ogniqualvolta essa si pone al servizio di un’insindacabile tecnocrazia.)

2. Se la ragione ha dei limiti, non può render conto di tutto. Qualcosa di fondamentale rimane inspiegabile.
“Se la ragione non è infallibile e illimitata, rimangono oscure ampie zone dell’esperienza umane. Ma l’ateo vorrebbe far finta che questa oscurità non ci sia, che non ci sia alcun mistero. Quel mistero che solo dio, e la fede in lui, può accogliere.”

In un saggio breve del 1931 intitolato Sulla grazia, Aldous Huxley ricordava a tutti i sostenitori dell’umanitarismo democratico che le nozioni religiose di “grazia” e di “predestinazione” rispondono in modo più vero e coerente all’esperienza dell’umanità che le nozioni di “giustizia” e di “eguaglianza”, soprattutto se considerate come traguardi assoluti. L’idea che qualcuno possa essere salvato non in virtù dei suoi meriti ma per imponderabili ragioni divine, assomiglia alla più spregevole delle ingiustizie, se la riportiamo all’ambito della vita sociale. Eppure negando il concetto di grazia, i difensori degli ideali democratici nascondono una parte della realtà, ossia il fatto che “umanamente parlando la Natura delle Cose è profondamente iniqua” (1).

Sappiamo che il cattolicesimo ha cercato di attenuare l’indigesto concetto di predestinazione, che qui Huxley utilizza nella sua versione più intransigente, quella calvinista. E proprio tale concetto esprime due verità generali che i difensori della ragione umana non sarebbero disposti a tollerare: il mondo è profondamente inospitale e la legge che lo governa profondamente incomprensibile. Tutti gli sforzi dell’uomo democratico per riparare i torti subiti dai suoi simili, mutando le istituzioni e le leggi, non cancelleranno mai l’irreparabile estraneità del mondo rispetto ad ogni aspettativa umana.

Ancora una volta, però, il percorso limpido e radicale di Leopardi mostra come sia possibile prendere atto della mostruosità del mondo in relazione ai desideri e le speranze umane, senza per questo ritenere necessaria l’illusione religiosa, che si presenti sotto le spoglie consolatorie del messaggio cattolico o sotto quelle implacabili del messaggio calvinista. Credo che le parole indirizzate dal sole al nostro pianeta, così come sono riportate nel Copernico, mostrino come lo scandaloso libro di Giobbe sia divenuto per Leopardi senso comune: “io sono stanco di questo continuo andare attorno per far lume a quattro animaluzzi, che vivono in su un pugno di fango” (2). Questa vertiginosa zoomata a rovescio, che riduce la terra ad “un pugno di fango” e l’umanità intera con tutte le specie viventi a “quattro animaluzzi”, non potrebbe rappresentare meglio la consapevolezza eminentemente razionale e scientifica della scarsa probabilità per l’uomo di giungere alla felicità in un universo immenso, di cui è parte infima e irrilevante.

D’altra parte, che qualcosa di fondamentale sfugga costantemente alla nostra conoscenza, così come l’ingiustizia prevalga spesso nei confronti di tutti i nostri sforzi di realizzarla nei termini più duraturi e universali, non sminuisce né toglie senso alla ricerca scientifica e alle lotte sociali. Semmai ci permette di mantenere fermo il nostro rifiuto di qualsiasi visione palingenetica della vicenda umana, che abbia tratti propriamente evangelici oppure di religione nazionale o partitica. Il pericolo nasce quando la speranza di qualcosa si tramuta in certezza di quella cosa.

In uno dei suoi scritti ultimi, intitolato “Comunismo” e apparso nel 1989, Franco Fortini scriveva: “Il combattimento per il comunismo è già il comunismo. È la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili), che il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella dominante” (3). In queste parole, leggo una delle espressioni più alte di una speranza di giustizia interamente affidata alle sole forze dell’uomo e della sua ragione. Eppure, il pur religioso Fortini, non cade mai nell’errore di confondere fede e speranza. E in un passo successivo precisa: “Dovrà evitare l’errore di credere in un perfezionamento illimitato; ossia che l’uomo possa uscire dai propri limiti biologici e temporali. (…) La gestione individuale, di gruppo e internazionale, dell’esistenza (con i suoi insuperabili nessi di libertà e necessità, di certezza e rischio) implica la conoscenza delle frontiere della specie umana e quindi della sua infermità radicale (anche nel senso leopardiano)” (4).

Nessuna credenza religiosa così come nessuna fede nella tecnologia o nella scienza medica potranno annullare l’evidenza schiacciante di determinati fatti, quali le malattie, l’invecchiamento, la morte. E quando sentiremo parlare di “sconfitta della morte”, si tratterà di preti, anche se vestiranno in borghese e porteranno il camice bianco della scienza. Allo stesso modo, ogni progetto di società pacificata e felice, strappata definitivamente ai travagli della storia, contiene in sé inquietanti tratti di fanatismo religioso, sia che annunci un mondo austero e perfettamente egualitario od uno irenico e dei balocchi, in cui tutti i capricci individuali saranno soddisfatti.

3. Affidarsi alla ragione è insufficiente. La ragione umana e la conoscenza che ne deriva sono prive di fondamenti.
“Se la ragione non è infallibile, essa non può più neppure difendere l’idea di una verità oggettiva e assoluta. Siamo dunque consegnati al nichilismo, al relativismo, all’equivalenza dei punti di vista. Di fronte a ciò, l’unico baluardo rimane la fede in dio e nel suo messaggio, unico vero fondamento della verità umana.”

Possiamo distinguere questa obiezione da quella evocata nel paragrafo 1. Là si diceva: “Guai ad affidarsi ad una ragione infallibile! Bisogna porre dei limiti alle pretese della ragione”. Ora si dice: “Guai ad affidarsi ad una ragione fallibile! Bisogna che ad essa si affianchi la fede nella Verità di dio.” Questo argomento si serve spesso di una metafora architettonica particolarmente cara ai filosofi di professione, la metafora delle “fondamenta”. Man mano che si rafforzò in Europa l’intreccio di sviluppo tecnico e ricerca scientifica, si diversificarono anche i campi del sapere, finendo per acquistare sempre più autonomia rispetto ad un preteso ceppo centrale. Una delle maggiori passioni filosofiche divenne allora il perseguimento di una giustificazione possibilmente unitaria, completa e definitiva, di ciò che permetteva all’uomo di moltiplicare i saperi e le loro ricadute pratiche. Ciò che importa sottolineare è che l’ossessione per le fondamenta del sapere ha riguardato prevalentemente i filosofi. Sono essi che hanno sviluppato discipline filosofiche settoriali come la gnoseologia (com’è possibile per l’uomo, in generale, conoscere il mondo?) e l’epistemologia (com’è possibile per lo scienziato conoscere il proprio oggetto di studio?). In tempi recenti, alcuni filosofi, richiamandosi alla nozione di “post-moderno”, hanno posto molta enfasi sull’idea che non sia più possibile elaborare una metafisica (una teoria completa dell’intera realtà), una filosofia della storia (una teoria completa sulle leggi del divenire storico), un metodo unico valido per tutte le scienze, e via dicendo.

Rifacendoci ad un filosofo come Wittgenstein, potremmo riassumere in questo modo la situazione: i filosofi si sono accorti che molte delle cose che pensavano di poter fare, si sono rivelate irrealizzabili. Da ciò consegue: 1) che la filosofia può aver ancora la sua ragion d’essere, non identificandosi interamente con questi progetti chimerici; 2) il crollo dei progetti chimerici ha avuto grandi conseguenze sui filosofi, ma conseguenze molto più ridotte sugli scienziati, che hanno continuato, anche senza “fondamenti”, a fare ricerche, analisi, ipotesi, ecc.

Ciò detto, il vero problema che come umanità ci troviamo ad affrontare è il dominio che la tecnica, con il quotidiano consenso degli uomini di scienza, ha realizzato sulle nostre vite e sul mondo in cui abitiamo. Günther Anders ha definito questo dominio come una forma inedita di irrazionalismo, in quanto “esso deve la sua esistenza allo stesso razionalismo, cioè alle scienze naturali, alla tecnica e all’organizzazione del lavoro” (5).

L’Ottocento, in Europa, ha pensato soprattutto come fosse possibile realizzare concretamente l’uguaglianza tra gli uomini promessa dalla Rivoluzione francese, lasciando in eredità al secolo successivo delle soluzioni insufficienti, eppure non del tutto ricusabili. Il Novecento ha pensato soprattutto come siano state possibili delle vicende diverse, eppure accomunate da una mostruosa efficacia omicida, quali la persecuzione nazista degli ebrei, la distruzione istantanea di migliaia di persone ad Hiroshima e Nagasaki, e la persecuzione stalinista delle popolazioni civili nell’ex Unione Sovietica. Ebbene, il compito del XXI secolo, e non solo in Europa o in Occidente, sarà senza dubbio quello di pensare come evitare non lo sterminio di una o più popolazioni, ma la distruzione dell’intera umanità, attraverso un progressivo eccidio delle specie animali e vegetali, l’esaurimento delle risorse energetiche e l’inquinamento del pianeta.

Ciò che i filosofi, con gli scienziati, gli artisti, gli scrittori, i politici, gli industriali, e tutti gli altri esseri umani, possono aiutarci a pensare non è la mancanza metafisica di fondamenti, ma la mancanza del limite. Tutti i problemi degli ultimi due secoli rimangono irrisolti e dolorosamente attuali. Com’è possibile realizzare l’uguaglianza tra gli individui della specie umana, che vivono oggi in condizioni di vita così diverse come potrebbe accadere a due specie animali radicalmente differenti come i falchi e i coleotteri? Com’è possibile che il nostro desiderio di rendere più giusto il mondo non si tramuti in un’implacabile macchina di persecuzione? Com’è possibile che la scienza e la tecnica al servizio dell’uomo, invece di incrementare, conservare o ristabilire la salute di vite umane, divenga lo strumento dell’assassinio razionalizzato e su larga scala? Tutte queste domande convivono oggi con quella più terribile finora affrontata dall’uomo: com’è possibile che non gli déi o dio siano responsabili della fine del mondo, ma l’umanità stessa? (Sempre Anders, scrive a questo proposito: “Il nostro tempo finale [Endzeit] si differenzia sostanzialmente da quello del cristianesimo, per il quale il giorno ultimo, benché causato dalla colpe dell’uomo, non si riteneva tuttavia prodotto da lui” (6).)

Chi può limitare la ragione e lo spirito scientifico, quando vengono asserviti dalla tecnica e dalla sua logica di potenziamento illimitato e indiscriminato, logica complementare a quella del profitto crescente, propria del grande capitale economico? Non credo che sia possibile arrestare questa deriva, affidandosi al rispetto di alcuni valori morali, concepiti come eterni e “naturali”, in quanto sanciti da un’indiscutibile verità religiosa. Né tanto meno potrà salvarci un dio dall’apocalisse che noi stessi siamo in grado di infliggerci. Con questo intendo dire una cosa precisa: non saranno i simboli religiosi a farci “vedere” il nostro male, ma la nostra razionale volontà di individuare, misurare, calcolare tutte le conseguenze disastrose di un paio di ali di pollo sotto cellofan, prodotte industrialmente. Nessun tabù alimentare, nessuna morale della rinuncia, sarà in grado di mostrarci perché quel pollo industriale e a basso costo è connesso al disboscamento della foresta amazzonica. Solo ripercorrendo a ritroso e analiticamente l’organizzazione del lavoro su scala mondiale, solo persistendo a costruire gerarchie di avvenimenti e nessi causali tra di essi, si può giungere a “rendere visibile” l’intero ingranaggio della nostra quotidiana e progressiva apocalisse. È quello che fa, ad esempio, il regista Erwin Wagenhofer nel suo documentario We feed the world, uscito quest’anno nei cinema. Utilizzando le competenze di Jean Ziegler, sociologo svizzero e Relatore speciale sul diritto all’alimentazione per l’ONU, Wagenhofer ci mostra come il disboscamento di vaste zone della foresta amazzonica sia causato da grandi piantagioni di soia transgenica, destinata a nutrire non persone, ma migliaia polli di allevamento, in sofisticatissimi stabilimenti austriaci.

Per avere coscienza di quanto sia mostruosa questa catena produttiva le parole e le cifre non sono neppure sufficienti. L’immaginazione non può starci dietro. È necessario combinare gli strumenti analitici della sociologia con quelli estetici del documentario, affiancare insomma ragionamenti ed immagini. Quello di cui abbiamo bisogno, innanzitutto, non è un dio che ci dica cosa si deve o non si deve fare, ma di uomini che sappiano che cosa stanno facendo. Abbiamo bisogno di sapere, fin dove è possibile, qual è l’esito delle nostre azioni, e il grado della loro interdipendenza. In quanto proprio l’interdipendenza delle azioni di coloro che, ideologicamente, paiono individui atomizzati e irrelati tra loro implica anche concrete e rivoluzionarie possibilità di cambiamento. Ma per accrescere e diffondere questa consapevolezza è ancora una volta alla ragione che dobbiamo affidarci, e al rigore critico e scettico dello spirito scientifico. Solo gli uomini posso districare gl’intrecci di pratiche altamente distruttive che hanno creato, orientando diversamente le loro azioni. Perché questo sia possibile, non solo ogni forma di scientismo e di tecnocrazia deve essere combattuta, ma anche il principio di “neutralità morale” delle scienze, quelle della natura in particolare. (Wolf Lepenies ha sintetizzato questo principio nella formula “pretesa conoscitiva e contemporanea rinuncia a compiti orientativi”.)

Questo non significa negare né svalutare il fatto che a livello di itinerari individuali alcune persone possano trovare sostegno nella fede in un dio e in immagini di tipo religioso. Ma per queste stesse persone l’esito del percorso, ossia un’accresciuta consapevolezza e l’etica della responsabilità che ne consegue, dovrebbero essere ben più importanti, che non l’imposizione ad altri della loro fede e delle loro immagini. Tanto più quando si manifesta la volontà di coloro (le gerarchie ecclesiastiche) che pretendono di amministrare per gli altri il senso di quella fede e di quelle immagini.

(continua)

Note

Aldous Huxley, « Sulla grazia» in Riflessioni sulla luna, Milano, Mondadori, 1998, p. 18.
Giacomo Leopardi, «Il Copernico, dialogo» in Operette morali, Napoli, Guida, 1998, p. 437.
Franco Fortini, «Cos’è il comunismo», in Saggi ed epigrammi, Milano, Mondadori, 2003, p. 1653.
Ivi, p. 1655.
Günther Anders, L’uomo è antiquato. La terza rivoluzione industriale, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 372.
Ivi, pp. 379-380.

182 commenti

  1. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 08:57 | Permalink

    Ottimo compendio! Dobbiamo, a mio avviso, combattere, oggi, le “ragioni delle dittature mascherate” siano esse laiche o cristiane.

  2. valterbinaghi
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 09:28 | Permalink

    Ottimo bigino. Ma che c’entra col family day?
    La famiglia naturale non è affatto il risultato di una speculazione o imposizione religiosa, ma il prodotto di un’evoluzione biologica e storica che finora ha garantito, oltre alla sopravvivenza della specie, i fondamenti comunitari della cultura e della convivenza civile. Che piaccia o no ai preti cattolici, è il senso comune che difende a spada tratta la famiglia naturale e se come credo il family day avrà successo lo avrà per motivi che nulla hanno a che vedere con l’ascendente della Chiesa cattolica sulle masse, ma col loro istinto di sopravvivenza, che il giacobinismo radicale (non l’ateismo in quanto tale) minaccia. Ridurre la questione a un conflitto tra ateismo e fede è del tutto fuorviante, il tuo bigino è OT.

  3. gina
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 10:12 | Permalink

    la potenza di fuoco dell’acqua calda: da repubblica.it di oggi

    TECNOLOGIA & SCIENZA

    I ricercatori Usa hanno per la prima volta identificato il gene
    che lega la restrizione calorica a una maggiore aspettativa di vita
    Poche calorie fanno vivere di più
    e la conferma arriva dal Dna

    Poche calorie fanno vivere di piùe la conferma arriva dal Dna
    MANGIARE di meno, acquisire quindi poche calorie, allunga la vita. Certo, lo si immaginava, ma adesso c’è la conferma. Nel nostro Dna. Proprio qui i i ricercatori del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, in California hanno per la prima volta identificato il gene che lega la restrizione calorica con la maggiore aspettativa di vita.

    Dopo aver studiato alcuni modelli animali, tra cui vermi e moscerini della frutta, gli scienziati hanno scoperto che a garantire un extrabonus di vita è il gene che codifica la proteina Pha-4. “Se viene spento - spiegano su Nature - i vantaggi di un regime calorico ridotto sono vanificati. Al contrario quando viene espresso in quantità superiori al normale si assiste a un considerevole allungamento della vita”.

    Questa proteina, inoltre, sembra agire in maniera completamente indipendente rispetto al meccanismo dell’insulina “finora ritenuto tra i corresponsabili della longevità”. Gli scienziati hanno scoperto che nel Dna umano esistono ben tre geni che assomigliano a quello che produce la proteina Pha-4, “e appartengono tutti a quella che viene definita la famiglia dei geni Foxa. Tutti e tre rivestono un ruolo determinante nello sviluppo dell’organismo e poi nella regolazione del glucagone, un ormone prodotto dal pancreas che serve a regolare il bilancio energetico”.

    “Una ricerca che - ricorda il coordinatore dello studio Andrew Dillin, del laboratorio di biologia molecolare e cellulare del Salk Institute - è durata 72 anni. Da quando cioè per la prima volta si era scoperto nei topi e in altre specie animali che meno calorie potevano allungare la vita anche del 40%”.

    A detta degli scienziati, comprendere la ragione genetica della longevità consente di cercare di mettere a punto farmaci in grado di imitare gli effetti della restrizione calorica “senza dover adottare un regime alimentare così restrittivo da essere sopportabile solo dagli asceti”.

    La ‘caccia’ al gene della longevità da parte dell’èquipe del Salk Institute era cominciata scandagliando le sequenze proteiche dell’insulina nel Caenorhabditis elegans, il verme più usato nei laboratori di tutto il mondo. Un’ipotesi accantonata però da un collaboratore di Dillin. Al contrario gli scienziati hanno individuato come nevralgico il segnale chiamato Smk-1, molto simile ad altri 15 espressi dal Dna del verme studiato. Così i ricercatori sono andati ad accendere e spegnere ognuno di questi interruttori genetici per verificare la sua capacità o meno di allungare la vita, fino a trovare la proteina Pha-4.

    “Il potenziale effetto della restrizione calorica anche del 60% rispetto all’apporto normale, pur mantenendo una dieta ricca di vitamine, minerali e altri nutrienti - dicono - è enorme. E allo stato attuale - aggiungono i ricercatori - rappresenta l’unica strada, eccetto la manipolazione genetica, per ridurre drasticamente i rischi di cancro, diabete, malattie cardiovascolari e tutte le altre patologie legate all’invecchiamento. Scientificamente provata su molti animali, dai topi alle scimmie”.

    (2 maggio 2007)

  4. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 11:03 | Permalink

    “solo un ateo puoè essere un buon cristiano - solo un cristiano può essere un buon ateo” (Ernst Bloch)

  5. arcuri
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 11:44 | Permalink

    OT
    binaghi, la famiglia, tradizionale o non, si sentirebbe più difesa se coloro che organizzano il family day occupassero megio il loro tempo ad esempio per rendere gratuiti gli asili nido (come accade nella laica francia) invece che costosi e scarsi come accade nella cattolica italia - uno se no ha il sospetto che la famiglia che si vuol difendere non sia affatto l’eredita biologica ecc ecc. ma un organismo molto storico in cui la donna sta a casa a curare i figli.
    allo stesso modo dubito che la suddetta famiglia si senta minacciata dal fatto che qualcuno altro veda riconosciuti i propri diritti elementari, a meno che non si dimostri che il diritto di qualcuno di sposarsi o convivere e fare figli sia concorrente col diritto di qualcun altro di sposarsi e convivere (legalmente) senza farli. e intendo concorrente in termini di principio, non di fatto o di soldi.

  6. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 11:48 | Permalink

    I cattolici italiani contro il resto del mondo occidentale: questo sarà il Family Day. Sono sempre le minoranze a scendere in piazza.

  7. pomidoro
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 12:30 | Permalink

    Niente da fare.
    Il senso del post è un altro ed è sbagliato: non serve essere cattolici per sostenere il primato SOCIALE della famiglia naturale, come non serviva essere cattolici per dichiarare che l’aborto è un omicidio: Pasolini l’ha dimostrato.
    E’ che il giacobino vorrebbe paragonarsi alla controparte: siccome la controparte è il senso comune (che lo include e lo sovrasta) deve prima trasformarlo in un partito, identificarlo ad un’ideologia specifica.
    Non nego che chierici e politici a volte sposino la causa della famiglia naturale per fini strumentali, ma non confondiamo la strumentalizzazione con la questione in sè.
    Il vaticano ha provato a mobilitare le masse per più di una ragione, ma non c’è sempre riuscito (Vedi aborto e divorzio): quando ci è riuscito è perchè ha cavalcato qualcosa che viene prima di ogni schieramento ideologico e che nessuna filosofia da operetta potrà mai confutare ma che il popolo bue (che voi fingete di amare ma disprezzate) riconosce istintivamente, a meno che non sia definitivamente corrotto.

  8. Paolo S
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 12:31 | Permalink

    Non sei OT, Arcuri. Effettivamente, la posizione della chiesa sta pericolosamente occupando in Italia (pericolosamente anche per sé stessa, da un certo punto) è ambiguamente vicina al terreno delle lotte sociali; purtroppo allo stesso tempo, è ANCHE vicina al capitale e ANCHE alle strutture statali. Sempre ambiguamente e con influenze a volte preoccupanti per chi, come è giusto che sia, vorrebbe essere tutelato dallo stato. La critica delle ragioni della chiesa secondo me andrebbe accompagnata dalla critica agli effetti politici che derivano da queste “ragioni”. Il nodo scuola e famiglia è un nodo difficile da sbrogliare a tutti i livelli nel nostro paese proprio per le logiche confessionali che vi sono aggrovigliate sopra.

  9. andrea inglese
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 12:31 | Permalink

    a binaghi
    sul family day: che sia l’espressione del neotemporalismo della chiesa, della sua volontà di influire sulla politica dello stato iataliano, lo dicono già chiaramente alcuni cattolici;
    sulla concezione della famiglia difesa al familiy day non m’interessa particolarmente parlare; altri già lo stanno facendo;

    m’interessa ricordare che il family day è il caso particolare di una questione più generale, quella della necessità o meno di fare ricorso a una visione religiosa del mondo per salvare la nostra cultura (l’umanità) dal peggiore disfacimento

  10. valter binaghi
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 12:33 | Permalink

    pomidoro è il residuo di un cazzeggio precedente
    come il post di inglese è cascato fuori da un pamphlet ottocentesco

  11. valter binaghi
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 12:37 | Permalink

    @inglese
    Sul fatto che non sia necessario ricorrere a una visione religiosa del mondo per salvare l’umanità dal disfacimento, sono daccordo io e sarebbe stato daccordo anche Tommaso d’Aquino, per il quale lex naturalis e lex humana bastano al governo delle cose temporali. Ma certo giacobinismo di cui molti qui si fanno interpreti contesta appunto la lex naturalis, e consegna la società all’arbitrio di un’intelligenza senza radici.

  12. cappuccetto rosso
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 12:40 | Permalink

    questo post è interessantissimo però voglio leggerlo con calma perchè non voglio scrivere delle cavolate.
    ciao Andrea
    Buon pranzo.

  13. andrea inglese
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 13:09 | Permalink

    a binaghi
    qui sta il punto: chi definisce la lex naturalis e la lex humana? Il papa? La chiesa? La teologia? Chi ha una visione religiosa del mondo? dio in persona per decreto?

  14. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 13:10 | Permalink

    I° Maggio: Attacco terrorista al papa! ma vi rendete conto?

  15. The O.C.
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 13:11 | Permalink

    Rivera. Uno che del dubbio socratico ha fatto ragione di vita.

  16. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 13:21 | Permalink

    Basta prendere un aereo e in poche ore si cambia interfaccia. E tutti i discorsi fatti sulla famiglia diventano passato remoto. Gli italiani quanti anni di ritardo intendono accumulare? O credono forse di essere all’avanguardia? Sono in grado di combattere la communis opinio dell’intera Europa Occidentale?

  17. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 13:25 | Permalink

    Ma soprattutto tirarsi fuori dall’occidente in nome di cosa? L’Italia modello di cosa nel resto del mondo?

  18. valter binaghi
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 13:27 | Permalink

    @inglese
    Eppure il giusnaturalismo è la base della civiltà giuridica occidentale.
    O preferisci un positivismo giuridico alla Hobbes?
    La lex naturalis non è un teorema o l’enunciato di una scuola di pensiero, semmai va interpretata a partire da ciò che è radicato nel costume, restituendo a senso comune, esperienza e tradizione il loro valore, che viene prima di quello della teoria, perchè siamo nell’ambito della ragion pratica, non della scienza.

  19. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 13:44 | Permalink

    Dolce & Gabbana, questo è il nostro unico modello export, forse!
    E’ vero, poi, “basta prendere un aereo e in poche ore si cambia interfaccia.”

  20. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 13:48 | Permalink

    Dall’Osservatore romano:

    “Anche questo è terrorismo. È terrorismo lanciare attacchi alla Chiesa. È terrorismo alimentare furori ciechi e irrazionali contro chi parla sempre in nome dell’amore, l’amore per la vita e l’amore per l’uomo. È vile e terroristico lanciare sassi questa volta addirittura contro il Papa, sentendosi coperti dalle grida di approvazione di una folla facilmente eccitabile. Ed usando argomenti risibili, manifestando la solita sconcertante ignoranza sui temi nei quali si pretende di intervenire pur facendo tutt’altro mestiere. Ieri, dunque, al tradizionale concerto del 1° maggio, in piazza San Giovanni, uno dei “conduttori” ha tenuto un piccolo comizio nel quale ha mischiato varie cose e varie aggressioni verbali, dando vita ad un confuso e approssimativo discorso sull’evoluzionismo e sui temi della vita e della morte. Tutto questo di fronte a circa 400.000 persone e ad un più numeroso pubblico televisivo. I sindacati ed altri partecipanti alla manifestazione si sono dissociati dalle parole del “conduttore”. Eppure resta il fatto che questo personaggio, al quale purtroppo si è costretti a concedere ora un’immeritata notorietà, da qualcuno è stato scelto. E chi l’ha scelto non ha tenuto conto del momento che stiamo vivendo. Le parole del “conduttore” forse sono solo espressione di una sconcertante superficialità. Ma la loro pericolosità non è altrettanto superficiale. Sono di queste ore gli attacchi e le minacce, pesanti, rivolte al Presidente della Cei, l’Arcivescovo Angelo Bagnasco, cui è arrivata l’apprezzata solidarietà del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si sta battendo con coraggio anche sul tema degli incidenti sul lavoro. Sono di queste ore anche gli slogan nei cortei inneggianti ai terroristi, i messaggi che appaiono su internet, provenienti da “br” in carcere, un’offensiva che cerca di trovare terreno fertile nell’odio anticlericale. Un odio purtroppo coscientemente alimentato da chi fa del laicismo la sua sola ragione d’essere, per convenienza politica. Lo dimostrano le interpretazioni capziose di discorsi fatti dallo stesso Presidente della Cei, discorsi condotti sempre, come si diceva, in nome dell’amore, in difesa del bene dell’uomo, ragionamenti articolati e argomentati, rivolti a chi ha l’onestà di ascoltarli. Eppure qualcuno li ha forzati per aprire una “guerra” strisciante, una nuova stagione della tensione, dalla quale trae ispirazione chi cerca motivi per tornare ad impugnare le armi, per rivitalizzare organizzazioni che hanno perso su tutti i fronti, primo fra tutti quello della storia. Anacronismi. Come quella presenza sul palco a San Giovanni. Un residuato in mezzo a tanti giovani. ”

    MI SEMBRA DI LEGGERE UN COMUNICATO TALEBANO, Sveglia PEOPLE!

  21. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 13:48 | Permalink

    I cattolici italiani insistono sulla necessità di un costante riferimento della morale familiare al diritto naturale e ai principi della rivelazione, confermando l’azione moralizzatrice dello Stato di cui si fanno garanti. Questo è inammissibile in qualsiasi altro paese europeo.

  22. The O.C.
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 14:17 | Permalink

    Saya, hai perfettamente ragione.

    La replica dell’Osservatore romano al cantosciampista trasteverino è stata inutile. Bastava farlo cuocere nel suo brodo populista. Una bella dose di silenzio assenzio. Ma ormai lo straparlare mediatico è un fatto medianico, ci stanno dentro tutti, Riverini, contadini e meteorini.

    Dopo ieri sera probabilmente il Ricciolino sbancherà il botteghino. E che vogliamo dargli del cretino? Il meccanismo è arcinoto. Ha detto Paolo Rossi, un altro garibaldino fabiofazino: “Andrea (Rivera, ndr) ha fatto il suo lavoro”. E’ un lavoro idiota, ma qualcuno deve pur farlo.

    Sulle maiuscole talebane t’invito a riflettere su questa dichiarazione del ‘moderato’ Erdogan, della ‘laicissima’ Turchia: “La democrazia è un tram. La useremo finché ci serve, poi scenderemo”. Puoi paragonarla al bollettino vaticano.

    Ovviamente il caro Rivera nazionale mica guarda un centimetro fuori dai confini patrii. Mica si ricorda del Darfur. L’unica cosa che gli interessa è guadagnarsi un posto tra i ‘censurati’, i ‘dimenticati’ e i dalla Chiesa ‘allontanati’. Ma peffavore, peffavore, peffavore.

    Ahivoglia che dubito.

  23. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 14:22 | Permalink

    IN TOPIC

    Signor Inglese,
    Sarebbe bello leggere più spesso di Giacomo Leopardi. Qui è tutto un correre ad addobbarsi come baldracche della bigiotteria firmata da Pier Paolo Pasolini: la Coco Chanel dei poveri. Un Mistero Buffo!

  24. arcuri
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 14:25 | Permalink

    pomidoro-binaghi,
    1) cosa le fa pensare che io non sia “popolo”? popolo è solo la percentuale che va al family day? rude popolo ingenuo ma sincero contro intellettuali corrotti, separati dalla realtà con le mani prive di calli? siamo a questo livello di autorappresentazione fantasmatica?

    2) non vedo dove lei abbia dimostrato quel che le chiedevo, cioè che diritti degli omosessuali ad avere la pensione ecc e diritti della famiglia “tradizionale” sono concorrenti di principio.
    Se si vuole difendere davvero la famiglia cioè il diritto delle persone di accoppiarsi in modo stabile e figliare, ci sono un sacco di politiche attive da implementare (si chiama welfare, e non abbisogna di sfilate). Se invece il punto è ideologico (questa famiglia sì, l’altra no) all’ideologia occorre un minimo di dimostrazione. Spiacente ma l’appello alla biologia è irrilevante: la domanda non è come nascono i bambini, ma quali politiche sono in accordo con i principi base della costituzione (libertà ecc). Quindi si torna alla domanda sopra: si tratta di diritti concorrenti, e in che termini?

    2) non vedo dove abbia dimostrato che il pericolo per la famiglia tradizionale non sta nei politici che difendono una ideologia della famiglia invece che la famiglia vera (l’esempio tra i tantissimi sono gli asili nido, gratuiti in molti paesi europei e carissimi e rari in italia) ma nel rischio imitativo che verrebbe dall’ammettere famiglie diverse (è un tratto delirante di quel pensiero: evidentemente si pensa che garantendo diritti agli omo senza toglierli agli etero, qualche etero diventi omo? non riesco a intendere in altro modo la reiterata insistenza sulla necessità di garantire un “primato” alla famiglia tradizionale, dato che nei fatti e nei diritti a chi, maschio, sposa una femmina nulla cambia se si sposano anche Giovanni e Mario)

  25. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 15:25 | Permalink

    Scusi, signor O.C., cos’è il Darfur? Un supermercato? Ecco, lo vede. So tutto su Harrod’s e nulla sul Darfur! Dice che ho una visione periferica della realtà?

  26. valter binaghi
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 15:26 | Permalink

    @Morgillo
    Se lei fosse stato a scuola anzichè correre ad acculturarsi sulle fanzines, di Leopardi ne avrebbe avuta la sua razione. Adesso è tardi, mi sa.
    Lapidario e sputasentenze, come non riusciva ad essere neanche mio nonno.

    @Arcuri
    Mi sono limitato a dire che la questione famiglia e diritto di famiglia non ha niente a che vedere con la questione atei-credenti, come il post di Inglese vuole invece suggerire.
    Dopodiche l’auto rappresentazione fantasmatica di chi è popolo e chi no, di chi è intellettuale avulso e chi no, andrebbe rimandata a chi sostiene che l’appello alla biologia è irrilevante. Molto laicamente: non si capisce perchè le agevolazioni sociali che la famiglia naturale riceve rispetto alle unioni di fatto sono motivate proprio dall’impegno della famiglia nel generare e allevare la prole, garanzia di continuità sociale. Se crede che attualmente agli omo siano negati diritti individuali e pensione la prego di aggiornarsi: si parla di pensione di reversibilità, che è altra cosa (agevolazione sociale, non diritto acquisito dal singolo lavoratore)

  27. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 15:36 | Permalink

    Mi ero perso la chicca… Se un comico dice quello che tutti pensano è un populista! Forse è per questo che in Italia non si vende un libro. Quattro sinistrati hanno la pretesa di dire al popolo cosa deve pensare e come deve vivere!

  28. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 15:41 | Permalink

    Signor Binaghi, cosa sono le fanzines? Quelle che leggeva lei quando faceva il fricchettone? Io sono di un’altra generazione! I messaggi in rete poi devono essere lapidari. Non le piaceva lo stile sentenzioso di suo nonno? Forse non aveva come lui il dono della sintesi!

  29. The O.C.
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 15:46 | Permalink

    Morgillo, quanto sei clandestino.

  30. Luminamenti
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 15:48 | Permalink

    Andrea Inglese dice: “Ormai conosciamo il gioco: il miglior modo di legittimare un attacco, è quello di presentarsi come vittime”

    Poi apro Da Dioniso a Cristo di Fornari e lui dice lo stesso di coloro che rifiutano il Cristianesimo e l’antropologia religiosa.

    E certo Fornari lo dice con uno spessore che Andrea Inglese non ha.

    E’ più di uno il soggetto che assume il ruolo della vittima.

    Poi dice: “Rispetto alla voce della chiesa che parla, a torto o ragione, per tutti i credenti, i non credenti hanno poche occasioni di farsi sentire”.

    Quest’affermazione è da vittima. Perché i non credenti hanno occasioni di farsi sentire quanto la Chiesa che è potentissima.

    Poi dice:”trovo urgente proporre alcune riflessioni a ridosso del 12 maggio per difendere l’idea che l’ateismo esprime dei valori preferibili a quelli espressi da una visione religiosa del mondo. Ogni giorno, d’altra parte, sono confrontato a gente, in tonaca o in abiti civili, che mi vuole convincere del contrario, sostenendo che la vita senza dio è dissoluta, subumana, ottusa, sprofondata nel nichilismo, nell’immoralità, nella cieca materia, ecc.”

    Non credo che la vita senza dio sia dissoluta, subumana eccetera eccetera. Personalmente credo che l’ateismo sia un modo di vivere e dare senso alla propria esperienza religiosa (che è qualcosa di più di un fede, piuttosto questione antropologica).

    Non credo che l’ateismo esprima valori preferibili o migliori o peggiori di una visione religiosa del mondo. E poi bisognerebbe precisare di quale visione religiosa del mondo si tratta, visto che ce ne sono tante.

    Poi aggiunge: “Per certi versi, il cristianesimo non dice altro. Se non che a questa dimensione precaria, incerta, conflittuale, c’è un rimedio sovrannaturale: la salvezza in dio”.

    Veramente se uno si legge i Vangeli ci vuole ben altro per rimediare al male, all’infelicità, al dolore, alla miseria che quanto Andrea Inglese pensa di sapere sull’essenza del Cristianesimo.

    I valori del Cristianesimo sono ancorati alla Terra.

    La Chiesa Cattolica non è la depositaria della verità sul Cristianesimo.

    E la soluzione non è il Comunismo che è utopico rispetto al limite. Lo sorpassa nella prassi (totalitaria) mentre annuncia la buona novella della Comunione degli esseri viventi. Occorre tenersi stretta la buona novella e risolverla in una mutazione antroppologica che faccia capire cos’è veramente l’esperienza religiosa. Lontano da Chiese e Partiti.

  31. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 15:50 | Permalink

    Clandestino. Senza il visto di soggiorno.

  32. The O.C.
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 15:56 | Permalink

    Senza visto ma con un blog grosso così. Rivera-style.

  33. arcuri
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 16:03 | Permalink

    mi scusi binaghi, non vorrei incistarmi su una polemica a due: le faccio solo notare che le agevolazioni sociali (come la pensione di reversibilità, mi perdoni se per sintesi ho troncato la specificazione ma pensavo fosse ovvio, non sono così disinformato come mi dipinge) valgono anche per coppie sposate senza figli e, nel caso proprio della pensione di r., non più in grado di averne. difficile capire cosa c’entri qui la biologia. se fosse come dice lei, alle coppie che superano l’età fertile senza aver generato andrebbe applicata una sanzione, non un riconoscimento :)
    altrettanto ovviamente quando parlavo di diritti eventualmente concorrenti (su cui desisto dallo sperare in una risposta) mi riferivo al diritto a veder riconosciuta collettivamente la propria relazione d’amore (e conseguenti agevolazioni - questiooni di fatto e di soldi, come ho detto sopra, non di diritto).

  34. valter binaghi
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 16:21 | Permalink

    @ arcuri
    String stringi, il fatto è questo: per la costituzione una relazione d’amore non è un fatto di rilevanza sociale e politica, una famiglia lo è. Cambiate la costituzione se ci riuscite. A me sta bene così. Ma non tirate in ballo la religione, che qui non c’entra.

  35. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 16:24 | Permalink

    Senta, signor O.C., sono sulla rete dal 2000. Forum, chat, community… Ho imparato tante cose, sa? Ho aperto un blog in onore dei lettori di Nazione Indiana da poche settimane. Vedremo come si evolverà. Sono pigro. Di solito al diario virtuale preferisco la scrittura. La mia Nazione Clandestina. Quando stacco, cazzeggio come fa lei sui blog degli altri. Sono curioso come una scimmia. Mi diverto.

    Quale sarebbe lo stile Rivera. Me lo definisca? Mi dica perché non le piace. Così è sul vago. E io non capisco se mi ha fatto un complimento o no.

  36. The O.C.
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 16:26 | Permalink

    Onorato.

  37. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 16:28 | Permalink

    @ Binaghi,
    La costituzione non va cambiata, va reinterpretata. Come hanno fatto in Germania, ad esempio. Antica tradizione protestante?

  38. Luminamenti
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 16:38 | Permalink

    Credo che Rivera, per quello che io ho letto su Google, abbia solo detto certi fatti: Webby, Pinochet eccetera eccetera. Ha detto semplicemente cose giuste e di buon senso. E il peggio, non è venuto dalla definizione di terrorista data dalle gerarchie ecclesiastiche, ma proprio da quelli che erano lì, con lui, che si sono stupiti, e dicono di stare dalla parte dei deboli.
    Insomma, il peggio è arrivato da parte di un certo mondo laico. Non tutto il mondo laico ovviamente.

  39. Livermore
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 16:57 | Permalink

    Sono con Morgillo nel dire che è sufficiente l’ormai classica gita a Chiasso per notare come Carlo Augusto viano sia stato fin troppo generoso, ché in Italia i laici non sono “in ginocchio” ma vedono ormai l’erba dalla parte delle radici.

    A Binaghi, che scomoda la ‘lex naturalis’ e costituzione, chiedo se sia possibile un argomentare razionale fuori dalla convinzione di fondarsi su verità oggettive definitivamente date, poiché, ne sono certo – visto che ha citato pure l’Aquinate, uno che a suo tempo, nei limiti consentiti dall’epoca, ha fatto una fiera battaglia laica proprio su questioni consimili –, è consapevole di quanto scivolosa sia la questione…

  40. arcuri
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 17:03 | Permalink

    binaghi, imo il punto non è il fatto che la costituzione non parla di relazioni d’amore (non parla di tante cose, essendo una costituzione e non un codice civile, e risalendo a 60 anni fa), ma che la costituzione interpreta implicitamente la famiglia in modo tradizionale (per la verità nell’art. 29 non si nominano maschi e femmine, anche se si parla di società naturale, quindi si può supporre che a quella ci si riferisse :) )
    quindi la domanda continua a essere: se il diritto civile, seguendo esigenze storicamente determinatesi, riconoscesse agevolazioni anche ad alcuni tipi di relazione d’amore (congrue con un’estensione del diritto al matrimonio o a forme simili o alternative, in linea di principio possibile proprio perché la costituzione non nomina il sesso dei contraenti), questo lederebbe i diritti riconosciuti alla famiglia tradizionale dall’art. 29? in che modo? perché se non li lede (di diritto), non c’è alcun bisogno di cambiare costituzione.
    io posso capire l’ipotesi che li leda di fatto (se ci sono risorse scarse e più soggetti cui destinarle; anche se è un problema politico e contabile, non di diritto), mi sfugge come fa a lederli di diritto. come sia possibile che i coniugi adolfo e gina abbiano meno diritti se marco e filippo si sposano. ma evidentemente è un problema mio.

  41. The O.C.
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 17:20 | Permalink

    Caro Luminamenti,

    Rivera può sputacchiare tutte le sentenze antipapiste che gli pare. Sai che ci vuole, visto il tenore. D’altra parte il suo pubblico non mi sembrava così avezzo alle trasgressioni intellettuali.

    Ma perché il cantastorie di noantri non ha messo lo stesso impegno nello smascherare l’Entertainment capitolino che ogni anno (s)fiorisce attorno a San Giovanni, illudendo centinaia di migliaia di ragazzi che si tratti di un vero concerto rock? Quello di ieri era un flop che, per galleggiare, si è dovuto pompare con un pizzico di stornelli engagé (vedi le imbarazzanti telecronache dei giornali Rai).

    Insomma, non ti sembra che il suddetto Rivera possa essere parte (integrante) di questo bluff musical-sindacale, che il suo sberleffo sia già bello e mercificato, che parli con lingua biforcuta, la lingua dei ‘buoni’ e ‘giusti’? Quante pimpettine avrà fatto venire nelle mutandine atteggiandosi a ribelle col ricciolo d’oro?

    In questo post non si era detto di dubitare? Sei certo che su quel palco qualcuno ha creduto davvero di “lottare”? Se è così, m’inchino alla buonafede.

  42. The O.C.
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 17:32 | Permalink

    Scusa, Luminamenti, prima di andar via ti lascio con un altro esempio, com’è che si chiama, OT?

    Ci hanno raccontato la storiella dell’italianità di telecom, che ormai siamo fratelli e sorelle con i nostri cugini iberici, che meglio la spagna purché si magna.

    Il nostro Fausto dei miracoli ortodossi ha detto: “Penso che si sia evitato il peggio, garantendo una presenza italiana che rappresenta la premessa per un discorso più ampio”.

    Ma se vai a vedere chi sono i cinque maggiori azionisti della spagnola Telefonica tra i primi cinque ci trovi: Chase Manhattan Bank (9,9%), State Street Bank (7,6%), Citibank (4,6%). Come dire che abbiamo venduto agli americani travestiti da spagnoli.

    Ecco, questo (per me) significa dubitare del Fronte del Palco.

  43. cappuccetto rosso
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 17:50 | Permalink

    Occorrono nuove fondamenta,
    sulle basi di quelle già sperimentate (vedi paragrafo sotto al n. 3)
    e molta convinzione in ogni azione che si compie.
    Ma soprattutto occorre accettare
    la nostra condizione di: umani imperfetti.

  44. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 18:30 | Permalink

    la discussione credenti-non credenti è ormai assodato da millenni che è del tutto inutile: sono traiettorie diverse e sghembe, non possono trovare alcun linguaggio comune: non è nemmeno contrapposizione, è alterità.
    per questo, per esempio, è inutile per dire rispondere a binaghi quando parla ridicolmente (anche i cattolici sarebbero tenuti ad informarsi) di “famiglia naturale” come ratzinger: la definizione, del tutto inconsistente, è usata a fini ideologici, non di vera argomentazione: il laico è contro-natura.
    detto questo, inglès se la piglia con la scienza e la tennica: il che mi ricorda quella mia amica che rimproverava il gradino sul quale il figlio sbadato era andato a sbattere il muso: “gradino cattivo!”, diceva.

  45. Luminamenti
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 18:36 | Permalink

    Caro O.C. sono d’accordo con te. Mi limitavo a dire che una Chiesa che ha celebrato i funerali di Pinochet e ha vietato i funerali a Welby non mi piace.
    Questo è ciò che ho sentito dire a Rivera. Ma non è certo il fatto che possa avere detto una cosa che condivido che mi fa schierare o credere negli apparati. Sono lontano da intenzioni, apparati, feste false del lavoro, festicciole religiose, liberismi e comunismi e scientismi.

  46. mind.your.head
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 19:00 | Permalink

    Mi delude un po’ (ma non poi così tanto) il suo “persecuzione stalinista delle popolazioni civili nell’ex Unione Sovietica”.

    Perché non anche “persecuzione hitleriana degli ebrei”, già che ci siamo?

  47. alanina
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 19:06 | Permalink

    veramente (Tash) a me non sembra esattamente che Inglese se la prenda con la scienza e la tennica (è quella signora grassa che viene a casa a riparare la lavatrice, si?)

    pone invece delle questioni effettivamente importanti (io penso):

    se è possibile indirizzare lo sviluppo scientifico e (soprattutto) tecnologico in modo da massimizzarne gli effetti positivi e minimizzarne quelli negativi

    se siamo o saremo in grado di prevedere realmente questi effetti, e di valutarne la positività e la negatività

    e quali sono questi criteri con cui valutare questo positivo e negativo

    e quali sono i mezzi per rendere effettive le decisioni scaturite da queste valutazioni

    su due piedi, a queste domande mi verrebbe da rispondere un plurimo boh.

    poi non so (cioè, ri-boh)

    però…

  48. Luminamenti
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 19:06 | Permalink

    Andrea Inglese dice: “La ragione di cui parliamo è quella che si esplica nel metodo scientifico, che considera sempre possibile, per principio, l’eventualità di falsificare qualsiasi sua teoria o legge inerente alla realtà, che sia generale o regionale. Laddove la forza della credenza è la sua dimensione dogmatica – posso credere indipendentemente da ogni prova –, la forza della ragione consiste in un connaturato scetticismo nei confronti di se stessa – non esiste verità sottratta agli usuali procedimenti di verifica. (E quando la scienza dimentica questa caratteristica, giungendo a censurare il dibattito critico intorno ad una sua teoria o ad una sua applicazione tecnica, di fatto si sta mutando in religione. È accaduto con le pretese leggi della storia formulate dal marxismo sovietico e accade ancor oggi, nelle democrazie liberali, ogniqualvolta essa si pone al servizio di un’insindacabile tecnocrazia.)”

    Andrea Inglese qui si avvicina alla verità ma non comprende, né vede come si costituisce all’interno della scienza il discorso sui procedimenti di verifica.

    Tra il 1792 e il 1860, sotto la guida di Ferdinand Christian Baur, la cosidetta scuola di Tubinga cominciò ad applicare risolutamente le tecniche dell’erudizione storica alla storia delle dottrine cristiane. Gli studiosi di Tubinga rifiutavano il vecchio paradigma della storia religiosa che Baur chiamava “soprannaturale”.

    Come Baur spiegava nel suo volume dedicato alle epoche della storiografia ecclesiastica, del 1852, i seguaci del paradigma “soprannaturale” dividevano la storia del dogma in due parti considerate in due modi differenti.
    La prima parte tratta l’autentica verità apostolica. Questa scaturisce da fonti divine e non necessita di ulteriori spiegazioni.
    La seconda tratta l’eresia e le deviazioni dalla dottrina.
    Quest’ultima ha il compito di rendere conto di qualsiasi cosa offuschi la visione dei credenti e li porti fuori dalla retta via.
    Qui la spiegazione è in termini di ambizione, cupidigia, ignoranza, superstizione e male. Siamo creature cadute, e ciò spiega la deviazione dall’autentica interpretazione dogmatica.

    E’ chiaro, ragionando così (male), che i presupposti del paradigma “soprannaturale” sono identici a quelli su cui si basa la storiografia razionalistica attuale quando si occupa di scienza.

    Al posto della scoperta storica dell’ispirazione divina abbiamo la scoperta del metodo scientifico razionale, la storia “interna” della scienza.
    Al posto dell’eresia abbiamo l’irrazionalità e le deviazioni, di origine sociale e psicologica, dal vero metodo scientifico, la storia “esterna” della scienza.
    L’errore dottrinario nella teologia è diventato il pregiudizio ideologico nella scienza.

    I razionalisti attuali dicono:

    Quando un pensatore pensa ciò che deve pensare in modo razionale, non abbiamo bisogno di indagare ulteriormente, mentre quando pensa in modo irrazionale - anche se crede di essere razionale - sono necessarie ulteriori spiegazioni.

    La posizione dei sostenitori del paradigma “soprannaturale” di ieri può essere definita precisamente usando le stesse parole e con pochi cambiamenti. Pertanto:

    Quando un cristiano crede ciò che è ortodosso, non dobbiamo indagare ulteriormente nelle cause della sua fede, mentre quando crede ciò che di fatto è eretico - anche se crede di essere ortodosso - sono necessarie ulteriori spiegazioni.

    Un vero peccato che il lavoro di baur e dei membri di Tubinga con le loro scoperte non siano penetrate nella coscienza comune di filosofi, sociologi e storici della scienza, così che lo stesso dibattito deve essere ripetuto oggi.

  49. alanina
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 19:20 | Permalink

    …però non sono convintissima che questo discorso, se portato su una visuale un po’ ampia, sia davvero da discutere congiuntamente alla questione del cattolicesimo.

    Ho piuttosto l’impressione che questo inasprirsi delle posizioni sia un fenomeno del tutto italiano e transitorio.

    O pensiamo davvero che nelle università inglesi, americane e giapponesi, o nel consiglio di amministrazione di monsanto o di union carbide, abbiano un’idea ben precisa sulla differenza tra Ratzi Mr Papa e Lama Mr Dalai?

  50. Detective Conan
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 19:28 | Permalink

    @Inglese…
    noi due dobbiamo incontrarci un giorno
    voglio affrontare certi argomenti
    di quelli con la A maiuscola
    sò, che non ti tirerai indietro!

  51. Luminamenti
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 19:32 | Permalink

    La parola religione una volta indagata a fondo, rimanda a certi programmi mentali, a una griglia cognitiva congegnata per funzionare dentro sequenze storiche, in cui avviene una rielaborazione continua di vecchie credenze. Su questa griglia cognitiva: programmi mentali, trasmissioni in base a norme, le quali implicano oblio, annullamento e innovazione continui.

    Sul piano storico-religioso, si può riconoscere operante nei miti e nelle credenze delle maggiori religioni della terra una categoria concettuale, il dualismo, di cui si può verificare la ridondante presenza nel solco della tradizione giudaico-cristiana. La credenza in due principi creatori, tra loro contrapposti, si riconosce alla base sia dello gnosticismo (con tutto ciò che si voglia far rientrare in questa incerta definizione), sia della sequela di eresie da Marcione ai Catari che si sono succedute in Occidente negli ultimi millecinquecento anni. Altri marcati tratti dualistici si ravvisano nell’anticosmismo, nell’antisomatismo (la convinzione che il corpo e il mondo sono malvagi); nel vegetarianismo e nell’encratismo (il rifiuto del matrimonio e della procreazione); nella posizione che nega la realtà della passione e della morte di Gesù Cristo sulla croce (docetismo).
    Non è men vero tuttavia che nelle altre grandi religioni storiche - zoroastrismo, mazdeismo, Islam, induismo e lo stesso buddismo, la cesura dualistica ha lasciato la sua forte impronta come gli studi comparati delle religione hanno mostrato in abbondanza. Ciò porta così al rapporto tra il dualismo come categoria religiosa e i sistemi di classificazione binaria: in ultima analisi essi rinviano alla struttura bicamerale del cervello umano. Le ricerche di Sperry sulle specializzazioni dei due emisferi e sulla inferita preminenza di quello sinistro in ordine alle funzioni capitali del linguaggio e dell’organizzazione razionale del quadro del mondo, porterebbero definitivi argomenti alla tesi della propensione naturale del cervello umano a scelte di tipo dualista.
    Alla fine saranno le scienze dure, facendosi largo ereticamente dentro le narrative scientiste a svelare all’uomo il potere di attivare mondi mentali virtuali, che le scienze saranno in grado di fare esperire, riconducendo così la fenomenologia mitico-religiosa a quella creatività dello spirito, così come la definiva Eliade (senza poterne cogliere l’ampiezza), spingendo l’indagine - sui rapporti tra mente e religione, mente e linguaggio, mente e cultura - di compossibili inaudite significazioni.

  52. girolamo
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 19:44 | Permalink

    Binaghi, studia prima di dire stupidaggini. Hobbes è un giusnaturalista. Per essere precisi, il positivismo giuridico non è quello di Hobbes, non funziona come credi tu, e non c’era neanche quella volta lì. Come la Vitti che da Savona scendeva a Varazze.

  53. andrea inglese
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 20:37 | Permalink

    alanina, sul tuo primo commento, grazie…
    è bello non essere travisato ogni tanto

  54. Detective Conan
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 20:52 | Permalink

    vieni quà che ti traviso io…..

  55. cappuccetto rosso
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 20:57 | Permalink

    grazie Andrea!
    :-)

  56. cappuccetto rosso
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 20:59 | Permalink

    p.s.:
    Conan ero io.

  57. T. Resia
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 21:02 | Permalink

    Girolamooooooo: lascia i bignami di filosofia per l’esame liceale e leggi, magari, gli studi di Bobbio sul pensiero di Hobbes. Potresti scoprire che Binaghi alludeva a quelli, o a qualcosa del genere. Il che non significa che io ne condivida il pensiero. Però, fargli le pulci anche in merito alla sua preparazione filosofica, mi sembra, come dire?, una p……ta.

  58. cappuccetto rosso
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 21:07 | Permalink

    Uh….le pulci!!!
    devo comperare il siero per la mia Lilly!
    grazie

  59. Luminamenti
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 21:12 | Permalink

    “Abbiamo bisogno di sapere, fin dove è possibile, qual è l’esito delle nostre azioni, e il grado della loro interdipendenza. In quanto proprio l’interdipendenza delle azioni di coloro che, ideologicamente, paiono individui atomizzati e irrelati tra loro implica anche concrete e rivoluzionarie possibilità di cambiamento”.

    Chissà come fare Andrea Inglese a promuovere questo programma all’interno della teoria del caos. Sognare cmq non nuoce

  60. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 21:31 | Permalink

    “È importante mostrare che la frontiera del conflitto d’idee non passa semplicemente tra mondo laico e clero, tra gerarchie ecclesiastiche e base cattolica, tra fondamentalisti della credenza e moderati, ma anche tra non credenti e credenti”.
    Intanto: partiamo da qui, che ne sento la necessità. ormai noi atei non possiam proprio più tacere, altrimenti bagnasco e napolitano ci mandano la digos nei telefonini.

    b!

    Nunzio Festa

  61. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 22:42 | Permalink

    Caro Nunzio,

    la digos nei telefonini ce l’abbiamo già! Il sistema mafioso è la linfa vitale di questo paese.

  62. Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 23:28 | Permalink

    @inglese
    Dico un paio di cose semplici.
    Hai scritto un saggio lungo (di cui pubblichi solo la prima parte), su molti punti del quale mi sembra di concordare.
    Altri dovrei approfondirli con più attenzione, dunque magari ho travisato.
    Faccio fatica a capire perché perdi tempo a confutare le argomentazioni dei credenti, per poi indirettamente affermare che forse qualche ragione ce l’hanno a temere “la tecnica”.
    Tu sai che al fondo non condivido il tuo discorso sulla tecnica che ci dominerebbe: sono sempre umani i dominanti e sempre umani (o animali) i dominati.
    La tecnica, figlia dell’unico possibile metodo cognitivo che si conosca, è solo un mezzo nelle mani dei dominanti: ti sembrerà schematico, ma sono convinto che sia così.
    Chiunque sia il dominante - una oligarchia o una classe o un individuo - la prima cosa che dovrà fare è impadronirsi di scienza e tecnica, cioè della conoscenza: ed è ciò che mi pare sia sempre accaduto:
    Lì è il vero potere e lì risiedono ineluttabilmente speranza e condanna per tutti noi: questo vale almeno per questo ciclo storico.
    Chiunque sia a gestire la conoscenza e i mezzi che produce farà comunque a pezzi i pianeta prima di riuscire a farsi “dio”, cioè a comprenderlo “interamente”.
    Non so, ci vorrà ancora del tempo, ma la partita mi sembra persa già dai tempi della gola di Olduvai.

  63. T. Resia
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 23:35 | Permalink

    Ecco uno che le ha chiare…

  64. Christian Frascella
    Pubblicato 3 Maggio 2007 alle 23:50 | Permalink

    http://www.youtube.com/watch?v=TP21uO6btIQ

  65. andrea inglese
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 00:05 | Permalink

    a tash
    vediamo di capirci: la questione della tecnica, della sua diificoltà ad essere pensata, se non come “neutrale” strumento, è una questione che riccore in tutto il pensiero del Novecento, emerge nell’ultimo Husserl, la si ritrova in Heidegger, in Italia attraverso Severino o Sini. Le questioni fondamentali secondo me le ha individuate Gunther Anders, un filosofo che è stato anche militante della sinistra radicale e antimilitarista tedesca. Se ti vuoi confrontare, al di là della vulgta marxista, con questa questione, da sinistra, un passaggio obbligato (non dico l’unico) è Anders. Da destra ci si passa attraverso Heidegger, Severino e in ultima analisi Ratzinger.
    2) Che la filosofia si occupi della tecnica non ne fa un argomento prettamente filosofico. Le potenzialità distruttive che essa ha liberate all’interno del’organizzazione capitalistica riguardano tutti. Non è roba da preti, riflettere su Hiroshima.
    3) di fronte a questi mali non solo irrisolti, ma neppure completamente pensati, si erge una nuova forma di oscurantismo soft, chiamato anche “ritorno alla religione”; non m’importa che questo ritorno alla religione, promosso per altro da gente tipo debray, in Francia, o Vattimo in Italia, sia più improbabile che altro, esso non fa che alimentare l’ignoranza. Non potremo salvarci dai mali della scienza, che attraverso di essa. Ma cercando di pensarla e praticarla in modo radicalmente diverso da quanto accade oggi. Ma ancora una volta le appena il discorso si fa un po’ articolato, si tende nuovamente a semplificarlo.
    4) quando parli di ateismo e teismo come eterna contesa sbagli; guarda la storia: le cose hanno iniziato ad andare sensibilmente meglio, anche se NON definitivamente meglio, quando la gente ha iniziato a sbattersene di dio, e quindi molto più radicalmente dei preti. Finché c’è dio nell’aria, i preti riescono ad avare ancora buona presa.

    (Con tutto il rispetto per certi preti.)

  66. girolamo
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 00:13 | Permalink

    @ T. Resia
    «la prima grande opera politica che segna l’inizio del giusnaturalismo politico, e della trattazione razionale del problema dello stato, il De Cive di Hobbes»
    «Per quel che riguarda il problema cruciale del fondamento e della natura dello Stato si può a buon diritto parlare, a cominciare da Hobbes, di un modello giusnaturalistico»
    «le opere giusnaturalistiche sono contraddistinte [...] da un modello teorico che risale a Hobbes»
    Norberto Bobbio, Il modello giusnaturalistico (editato in tre diverse collocazioni con tre diversi titoli)

    messi i puntini sulle i e sulle u: da una certa parte del cattolicesimo, quello più retrivo e intellettualmente sprovveduto e perciò scorretto (Possenti, e con lui D’Agostino, e con lui Ratzinger, del quale sono scialbi ripetitori), sfoggia conoscenza filosofica di quel tanto che basta per mistificarla faziosamente, facendo intendere:
    1. che il diritto si risolva ad una querelle tra “diritto naturale” e “positivismo giuridico”, mentre non è così (spiegazione: se trovo un difetto nel positivismo, ed è facile trovarne, posso sostenere che solo il diritto naturale è nel vero: ma è una fallacia, ovvero, dal punto di vista retorico, una stronzata)
    2. che il positivismo giuridico sia quello che loro raccontano, ossia una versione antiquaria, che risale più o meno alla Germania di Weimar (spiegazione: così possono liquidare tutto il diritto non fondato sulla natura: ma è una menzogna, o il frutto di una crassa ignoranza storico-giuridica)
    3. che la “modernità” sia improntata al diritto positivo (ma è, di nuovo, una menzogna: basta il nome di Dworkin?)
    4. che una fallacia, o una menzogna, o una stronzata cessano di essere tali se pronunciate dal papa (ma non è vero: una stronzata resta una stronzata, una menzogna resta una menzogna anche se la dice il papa, e se la ripetono in coro tutti igli editorialisti dell’avvenire, e di conserva tutti coloro che pensano con la loro (degli editorialisti di cui sopra) testa restano sempre una stronzata e una menzogna. Sono coloro che dicono menzogne a diventare mentitori)

    Lasciando la polvere sui libri che meritano di esserne ricoperti, la questione alla quale non rispondono (se non mistificando i loro avversari, da Hobbes a Spinoza, come positivisti) è che:
    in primo luogo, non ci sono due giusnaturalisti che dicono la stessa cosa e forniscono lo stesso elenco di diritti pretesi naturali (ma se sono naturali ed evidenti, perché non tutti li riconoscono come tali? - ah, già, dimenticavo: per colpa dell’intervento del demonio che confonde le menti, come ho fatto a dimenticarlo? ah, già: perché il demonio confonde anche me!)
    in secondo luogo, posti dei diritti (scegli tu quali: a me vanno bene quelli della Grande carta della Pace, la Costituzione Irochese del 1142, o quelli della Carta del Carnaro di De Ambris e D’Annunzio, oltre alla Costituzione Italiana), chi può dire se gli estensori hanno attinto alla natura, hanno creato con la ragione, hanno riconosciuto ciò che si è prodotto nel corso della storia?
    in terzo luogo (è la questione posta qui da Andrea Inglese, e in altri termini da Roberta de Monticelli): se la nostra ragione è così debole, come potrà mai rinvenire i principi nascosti nella natura? La risposta è: ovviamente grazie ad un’autorità superiore che, per il nostro bene, si fa carico di spiegarci cosa pensare, cosa volere, ecc. Foucault lo chiama “potere pastorale”, e la pubblicazione dei suoi corsi degli anni Ottanta ci fa capire quanto lontano avesse visto.

  67. Christian Frascella
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 00:34 | Permalink

    La visione di Foucault (da lui stesso espressa):
    http://www.youtube.com/watch?v=BcQQH8JnRdk

  68. T. Resia
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 00:46 | Permalink

    Girolamo, non avevo dubbi sulla tua preparazione specifica (non sto assolutamente facendo dell’ironia) e condivido parecchie delle questioni che poni (non solo nel merito, ma anche nel metodo e nella forma). Ti “contestavo” soltanto la sostanza di quel mini-commento, dal quale traspariva, così come posto, che l’unico argomento che avevi da contrapporre alle argomentazioni del Binaghi fosse il rinfacciargli il fatto che non conoscesse il sostrato giusnaturalistico delle argomentazioni hobbesiane. Adesso è tutto più chiaro. Anche se, come prevedibile, ti risponderà, con altri testi alla mano, che “l’autonomia del politico” è anche riconducibile, forzando tutti gli argini, a una sorta di determinismo giuridico di stampo “positivistico”. Scommettiamo?

    p.s.

    “forzando tutti gli argini” è una mia considerazione.

  69. valter binaghi
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 00:59 | Permalink

    Ecco, avete fatto tutto voi. A me resta solo da dire che la lex naturalis non si trova nei testi nè nelle definizioni ma nei costumi, da cui si prova ad evincerla, almeno prima della sbronza cartesiana che pretende di ricavare il mondo per deduzione intellettuale.
    L’unico diritto che precede il patto sociale, per Hobbes (a differenza del conterraneo Locke) è il diritto a difendere la propria vita: la ninaccia allla sopravvivenza del cittadino è l’unica motivazione da lui ammesso alla ribellione nei confronti del sovrano.

  70. valter binaghi
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 01:00 | Permalink

    La ninaccia era una vecchia rompicoglioni del mio quartiere.
    Dicevo la minaccia.

  71. mariagrazia
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 07:25 | Permalink

    “Neppure nei momenti più bui di lotta all’eversione o alla criminalità organizzata si era visto nella storia del nostro Paese un alto prelato scortato da guardie del corpo, segno che per la Chiesa si è aperta una stagione difficile”

    si apriva così, ieri un lungo articolo di fondo del quotidiano principale (e praticamente unico) della mia città ,la cattolicissima Bergamo.
    Lo confesso, ho fatto fatica ad arrivare alla fine, ma visto che il lungo articolo iniziale è proprio su questo tema , quello del “vittimismo” …volevo portare una “prova” ulteriore a sostegno del discorso

    “sono sintomi preoccupanti di un’intolleranza crescente verso la gerarchia cattolica, accusata di oscurantismo culturale e di ingerenza nella vita politica italiana ed europea. Un’intolleranza frutto di antichi pregiudizi e moderna stupidità, alimentata da campagne di stampa che sembrano talvolta orchestrate ad arte per gettare discredito sulla Chiesa, una delle realtà più apprezzate dalla gente comune”

    (eheheh, mi fa morire questa frase sembra la pubblicità della “cucina più amata dagli italiani”.

    “Da dove nasce tanta ostilità? Cosa c’è dietro a questa offensiva laicista? Da un lato, il risveglio di identità e proposta della Chiesa italiana ha ridato vigore all’anticlericalismo militante di stampo ottocentesco che ora, a scristianizzazione avvenuta, cerca di affermare una volta per tutte la sua egemonia in campo culturale e politico. Un anticlericalismo che – come ha denunciato il cattolico-socialista Gennaro Acquaviva – sta assumendo i contorni di «un anticristianesimo intriso di contrapposizione radicale». L’idea di fondo, portata avanti da alcuni circoli e diffusa dai grandi giornali, è che il cattolicesimo rappresenti il vero freno alla modernizzazione del Paese. Una presunzione intellettuale che ritiene la fede di un popolo, la sua preghiera, la sua carità, la sua cultura politica e il suo senso sociale non una risorsa, bensì un impedimento al progresso.” (sigh)

    ma non basta!

    “Ed è che la mentalità prevalente considera nemico giurato chiunque si permetta di sostenere una concezione dell’uomo che ponga limiti alla «dittatura dell’individuo». «La questione problematica che ci ha consegnato il Novecento è non sapere più chi è la persona umana», ha detto Bagnasco. L’unico criterio è l’opinione generale, la quale riflette quasi sempre l’opinione delle lobby che detengono i mezzi di comunicazione. In questo clima ideologico, la Chiesa, con i suoi scomodi richiami, rappresenterebbe la vera zavorra del nostro mondo: senza di essa saremmo tutti più liberi. Già il poeta T. S. Eliot si era chiesto:
    «Perchè gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perchè dovrebbero amare le sue leggi?
    Essa ricorda loro la vita e la morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare.
    È gentile dove sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri. Ricorda loro il male e il peccato, e altri fatti spiacevoli.
    Essi cercano sempre d’evadere dal buio esterno e interiore sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono».
    L’uomo di oggi tollera sempre meno chi gli ricorda che una verità esiste e che non ci si può sempre confondere col vapore delle proprie opinioni.

    L’uomo di oggi tollera sempre meno chi gli ricorda che una verità esiste e che non ci si può sempre confondere col vapore delle proprie opinioni. Lo si vede già a scuola negli atteggiamenti di tanti genitori poco disposti ad accettare che i loro figli siano messi in discussione; lo si vede nei giovani, nei quali l’attesa di un compimento di sè ha lasciato il posto alla pretesa nei confronti degli altri; lo si vede nella politica, spasmodicamente alla ricerca di giri di parole con cui giustificare l’ingiustificabile; lo si vede nell’irresponsabilità con cui si vivono gli affetti. È tutto questo che genera la necessità di cingere d’assedio la Chiesa, per metterla a tacere

    “una verità esiste e che non ci si può sempre confondere col vapore delle proprie opinioni”

    capito?
    voglio dire: questo qui non è un prete, scrive gli articoli di fondo del quotidiano più diffuso in tutta la provincia, non so in termini di migliaia di copie ma posso assicurare che entra in quasi tutte le case , luoghi pubblici…ha una tiratura notevole e Bergamo è una città molto ricca, importante , nel cuore della Lombardia industriale e moderna.

    e , da quel che mi risulta nessuno oggi ha potuto rispondere sullo stesso gironale magari contrapponendo qualche “opinione” alle certezze di questo signore.

    e l’eco di bergamo esce tutti i giorni di tutto l’anno, non solo il giorno dopo al primo maggio, ovviamente.

  72. Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 08:24 | Permalink

    @inglese
    Al di là della vulgata marxista (della quale sembri essere convinto che ancora mi nutra), voglio essere ancora più chiaro, tralasciando tutte le questioni e le antinomie fede/ragione che francamente non mi interessano (in quanto inutili) e contestando alla radice che sia stato il parlare un po’ meno di dio a far guadagnare al mondo un po’ di laicità e di ateismo (è stata la scienza con le sue promesse mantenute, invece, e un po’ di umanesimo politico: ma ammetto che stabilirlo con precisione è complicato).
    In breve [e senza tirare in ballo principi di autorità filosofici, come qui si fa continuamente: “se non hai letto questo & quello che c. parli a fare” (non l’ho letto, ma desidero lo stesso continuare a pensare)], devo dire di considerare la questione assolutamente senza speranza: la tecnica (figlia della scienza) è tutta la nostra speranza, è tutto il nostro futuro e contemporaneamente è la nostra ineluttabile condanna alla distruzione e all’auto-distruzione.
    Senza possibilità di recessione, di riconversione, eccetera.
    Nel senso che la possibilità ci sarebbe, ma le mani che gestiscono (e gestiranno) il processo sono poche e nascoste e potenti.
    La tecnica ci fornisce i mezzi per lottare contro la “natura” e per “superarla”, ma la “natura” non si lascia “superare” senza chiedere in cambio un certo numero di catastrofi e mutazioni: tuttavia, nelle attuali condizioni, il processo non si può (e non si deve) né modificare né arrestare: tutto deve prima consumarsi, cioè deve raggiungere il punto di crisi e non ritorno oltre il quale davvero c’è l’ignoto.
    Gli dei lo sapevano, per questo Prometeo fu punito: per aver innescato un processo catastrofico.

  73. andrea inglese
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 08:49 | Permalink

    girolamo:
    “se la nostra ragione è così debole, come potrà mai rinvenire i principi nascosti nella natura? La risposta è: ovviamente grazie ad un’autorità superiore che, per il nostro bene, si fa carico di spiegarci cosa pensare, cosa volere, ecc. Foucault lo chiama “potere pastorale””…
    questa è una delle questioni di fondo che mi premeva toccare e che mi sembra purtroppo d’attualità

    e la questione non rimane nei cieli della filosofia, perché l’esempio di mariagrazia mostra come bande di laici, su giornali che non sono l’avvenire o l’osservatore romano, sono in guerra per dire la stessa cosa;
    scrivono a Bergamo: “Un anticlericalismo che – come ha denunciato il cattolico-socialista Gennaro Acquaviva – sta assumendo i contorni di «un anticristianesimo intriso di contrapposizione radicale».”
    Dico da tempo che l’anticlericalismo non è più sufficiente a tenere i preti al loro posto, dopo la brecca di porta pia. Bisogna sventolare sotto il naso di queste persone il fatto che negli ultimi du secoli, in Europa, e non per caso, la credenza in dio si è andata indebolendo sempre di più, grazie al fatto che la cultura si è arricchita non solo dal portato scientifico, ma anche da pensatori come Leopardi, Freud, Russell, ecc.

    a tash,
    sai che, sopratutto nel dialogo veloce, sono molto parco di citazioni; ma quanto tu dici sull’argomento non mi sembra per nulla sufficiente e l’argomento non solo non è semplice, ma anche, cosa che più mi importa, ci interessa più di altri. Non me ne frega nulla di consigliare alla gente di leggere straordinari libri sulla metrica modernista, perché non potranno interessare che poche persone. Ma leggere Anders aiuta a capire in che mondo viviamo.

    poi:
    “contestando alla radice che sia stato il parlare un po’ meno di dio a far guadagnare al mondo un po’ di laicità e di ateismo (è stata la scienza con le sue promesse mantenute, invece, e un po’ di umanesimo politico:”
    qui le faccende mi sembrano evidenti, la rivoluzione scientifica seicentesca (per stare alla manualistica) è avvenuta grazie al fatto che gli spiriti si sono liberati da un certo numero di credenze o le hanno messe tra parentesi, e già questo costo’ loro persecuzioni religiose. Oso citarti “Scienza e religione” di Russell, un uomo che la scienza l’ha sempre difesa contro ogni forma di credenza religiosa.
    Poi il circolo è virtuso, meno ignoranza c’è, più le credenze s’indeboliscono.

  74. wovoka
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 09:52 | Permalink

    Ing.> Ma ancora una volta appena il discorso si fa un po’ articolato, si tende nuovamente a semplificarlo.

    Infatti. Creare e mantenere attive le rappresentazioni di queste “articolazioni” nel proprio cervello costa parecchia fatica. Il concetto di “dominio della tecnica” più lo approfondisco e più il suo senso (efficacia) mi sembra vincolato al complesso gioco di riflessioni del campo filosofico. Fuori da questo campo, penso che la visione di sintesi più corretta rimanga quella di Tashtego. E’interessante però come la cosa si configuri: i “non esperti” dovrebbero preoccuparsi della faccenda perché ne sentiranno presto sulla pelle tutte le conseguenze. Tuttavia, non essendo in grado di comprenderla nella sua pienezza (filosofica) dovrebbero rivolgersi agli esperti con un grande senso di aspettativa, come a dei nuovi preti insomma. Ora mi chiedo: dovremmo tutti diventare “tecnici” della filosofia (etc) così da crearci una mente adatta ad accogliere tutte queste articolazioni, oppure sarà compito del singolo campo specialistico dimostrare che i propri meccanismi autoreferenziali non inficiano la bontà del modello esplicativo prodotto, ovvero dimostrare che esso può sopravvivere anche quando venga mondato dai suoi materiali di costruzione (quell’estenuante apparato di riferimenti via via più vaghi) e delle sue “reazioni a molla” costitutive (incorporate attraverso la disciplina) ed è quindi in grado agire nella più ampia società senza trasformarsi negli slogan e nelle mitologie di cui si nutre il “fan”?

  75. Paola
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 10:00 | Permalink

    Grazie per il compendio e le interessanti riflessioni.
    Se puo’ interessare, vorrei segnalare la homepage di un mio collega a UCL, David Colquhoun, che, oltre ad essere un farmacologo di fama mondiale, si batte da anni contro pregiudizi, superstizioni e religioni sostenendo la necessita’ di un approccio laico e razionale.
    http://www.ucl.ac.uk/Pharmacology/dc-bits/jurassic.html
    Paola

  76. valter binaghi
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 10:39 | Permalink

    S’illude chi crede che siano stati i progressi della scienza a scristianizzare l’europa. E’ lo stile di vita edonistico, il consumismo di bassa lega che contrae il tempo nell’istante, non l’intelligenza scientifica, che più trova risposte e più pone domande. Quindi ragazzi, se volete farla finita coi Vangeli, lasciate perdere le grandi battaglie ideologiche: diffondete piuttosto la tv satellitare, i fast food e i preservativi alla fragola. E se non avete voglia di rileggere altro, rileggetevi Pasolini: il discorso delle lucciole, per esempio. Lui questo l’aveva capito, già trent’anni fa.

  77. gina
    Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 11:07 | Permalink

    wowoka
    si parla di bioetica mi pare, e di vita e di morte.
    La questione riguarda tutti, in quanto soggetti di specie.
    La questione non va lasciata agli esperti.

  78. Pubblicato 4 Maggio 2007 alle 11:23 | Permalink

    Il discorso delle lucciole di PPP l’ho sempre trovato una cosa imbarazzante, a dire la verità.
    Di lucciole ce ne sono di meno per gli stessi motivi che hanno portato alla diminuzione delle mosche.
    Ma PPP sulla scomparsa delle mosche non dice nulla.
    Per tranquillizzare Binaghi posso testimoniare che Riverside Park, in piena Manhattan, l’estate brulica misteriosamente di lucciole.
    Vorrei aggiungere che non credo si possa parlare di un’Europa “scristianizzata”: mi sembra più esatto l’aggettivo “secolarizzata”, cioè parzialmente sottratta all’autorità, morale e temporale, ecclesiastica.
    Tuttavia sono convinto che nei fatti l’etica dominante in occidente, condivisa da atei e credenti, abbia ancora un largo fondamento cristiano: solo la morale sessuale ha subito alcune rilevanti mutazioni rispetto alla tradizione della chiesa, ma non certo risp