Fotopost / La dolce vita

6 agosto 2007
Pubblicato da

1965_03.jpg

Una bella famiglia italiana “tipo” nel 1965. Vacanze estive. Con (da qualche parte) le pinne il fucile e gli occhiali. Abbronzatissimi. Un esaustivo ritratto di “dolce vita”?

dolce_vita5.jpg

Guardate come se la spassa Totò al night, in “Totò Peppino e la dolce vita”, del 1961. Alla sua destra (e alla nostra sinistra) l’attrice e showgirl Gloria Paul. Possibile che questa benedetta “dolce vita” sia stata vissuta soltanto negli anni Sessanta, io mi domando e dico?

bianciardi_02.jpg Questo invece è lo scrittore Luciano Bianciardi, autore del romanzo “La vita agra”. Tanto per compensare tutta questa dolcezza…

dolcevita3.jpg

Beh, ecco un po’ di “dolce vita” originale… Marcello sussurra alla meravigliosa valchiria: “Ma tu chi sei?… Chi sei?…” E’ uno dei numerosi momenti magici del film di Federì.

ramazzotti.jpg

Un salto senza protezione fino ai felicissimi, dolcissimi anni Ottanta: dalla pubblicità televisiva nasce spesso il costume e il linguaggio. Ripensandoci, però, a tutti quegli aperitivi ingurgitati…

craxi.jpg

Altri momenti felici, altri cieli azzurri. Un’immagine che rappresenta i meravigliosi anni Ottanta di “dolce vita” addirittura meglio di una foto di nudi di Helmut Newton come ad esempio QUESTA, qui in basso:

stern1_441.jpg

Queste gentili signore hanno il passo deciso, oserei dire la falcata doppia dei personaggi camminanti nel finale de “Il fascino discreto della borghesia” di Bunuel. Vanno spedite verso il nulla? Ma no…

falchi_ricucci.jpg

La “dolce vita” di oggi. O di appena ieri… La giunonica donna nordica risponde al sussurrare del suo Marcello. “Chi sei tu?” le aveva domandato lui pieno di ammirazione. E lei, finalmente, anche se con un certo ritardo, risponde.

Didascalie di Franz Krauspenhaar

15 Responses to Fotopost / La dolce vita

  1. Ana il 6 agosto 2007 alle 17:17

    inutile dirlo…
    La dolce vita è in quello sguardo che sussurra.

  2. cappuccetto rosso il 6 agosto 2007 alle 18:11

    a me le foto in bianco e nero di un volta, si dice color osso di seppia?, mi piacciono da matti!
    e poi mi fanno sentire parte di un mondo che non ho conosciuto abbastanza e che mi affascina.
    mia nonna ha un cassettone pieno di questi ricordi, li tiene accanto alla lavanda.
    Ogni volta che lo apre, m’ investe una folata d’altri tempi.
    ciao

  3. photoshopper il 6 agosto 2007 alle 20:25

    l’osso di seppia lo beccano i canarini
    il color seppia è rossastro

  4. beppe s. il 6 agosto 2007 alle 20:50

    caro franz, non ci conosciamo, ma sono colpito da questo tuo post, perché ha una singolare coincidenza con alcune mie riflessioni in corso. so bene, da tempo, che quando uno ha un’idea vuol dire che nello stesso momento tanti altri la stanno avendo… se vuoi che ne parliamo (mi farebbe piacere) scrivimi al mio sito, poi ti rispondo col mio indirizzo più abituale. un cordiale saluto, beppe sebaste

  5. cappuccetto rosso il 6 agosto 2007 alle 20:58

    ps:
    avevo in mente alcuni versi tratti da ‘ossi di seppia’ di Montale, legati al ricordo di una foto, in particolare questi:

    Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale

    siccome i ciottoli che tu volvi,

    mangiati dalla salsedine;

    scheggia fuori del tempo, testimone

    di una volontà fredda che non passa.

  6. furlen il 6 agosto 2007 alle 22:49

    caro franz solo per dirti che trovo queste incursioni veramente potenti
    effeffe

  7. franz krauspenhaar il 6 agosto 2007 alle 23:56

    Ciao caro Beppe, vado a scriverti. Un caro saluto.

    Grazie Furlen! Un abbraccionissimo.

  8. andrea barbieri il 7 agosto 2007 alle 10:57

    Franz, forse è un caso ma l’uomo sulla sinistra della sdraio sembra avere il tuo sguardo: secondo me il bambino sei tu.

  9. véronique v il 7 agosto 2007 alle 11:45

    Roma, vita anteriore,

    Per Andrea, Maria (in particolare) e… Franz, effeffe e tutti gli altri indiani:

    Le foto scelte da Franz stagliano le stagionidell’ incanto italiano.
    Storia di seduzione.
    Italia mi è più dolce della terra mia, è come una culla che mi accoglie, mi acquieta doppo lungo viaggio.
    Un amico (ignoro se mi leggerà), mi ha aperto un’orrizonte brusio, la bellezza.
    Parto all’incontro di Roma, sogno giardini e fontane, natura profumata venuta della pietra calda e del fogliame.
    Una fontana è un capolavoro; tu passi accanto, chiudi gli occhi ascoltando lo zampillo, non il mare, l’impronta dell’evasione acquatica, il ritorno verso vita anteriore.
    Parto a Roma, promesso, faro un voto a Trevi.

  10. fk il 7 agosto 2007 alle 12:36

    Ehm, Véronique, questo “strano” paese è un pò meno “Vacanze romane” di quello che pensi.

    Barbieri, no, è una foto che ho preso da Google. Guarda il signore a sinistra: ha una posa da “reuccio”, da romano d’una volta; secondo me è di Tivoli, diciamo. (Io magari sono burino ma diversamente, ecco)… :-) Il bambino sembra uscito da un orfanotrofio, o da un campo di concentramento. Non trovi?

  11. The O.C. il 7 agosto 2007 alle 13:22

    L’importante è non finire come il protagonista, della “Vita agra”.

  12. diamonds il 7 agosto 2007 alle 14:08

    chiudo gli occhi,”e per sei ore non ci sono più”,è la frase con cui chiudo le mie giornate colme di quasi niente(sento inoltre di avere lo stesso sguadro del Bianciardi riportato a corredo delle parole di questo post.A prescindere dal fatto che al momento dello scatto fosse carnevale o che la mia sia una vera e propria gaffe).Salud

  13. giovanni il 7 agosto 2007 alle 20:40

    barbieri non ne azzecca una neanche per sbaglio…

  14. cosi&come il 8 agosto 2007 alle 09:41

    Pastorale milanese
    (ante Milano da Bere)

    – Mi scusi, permette questo ballo?
    – Ma certo… sa questa musica mi mette una tale malinconia. Le posso dire un segreto? A noi di Milano il Fellini ci è sempre stato un po’ sulle scatole. Ha una mollezza come quella sua vocetta blesa. Ma non lo dica a nessuno.
    – Si figuri!
    – Niente dolce vita qui. Vita dolce.
    – Ah les beaux jours dove anche le cose brutte erano belle.
    – Lei dice?
    – O almeno più belle di adesso.
    – O forse ce ne illudiamo
    – Chissà…

    Milano capitale morale.
    Del lavoro.

    Era una città in cui arrivavano tutti, come Rocco e i suoi fratelli.
    Come Totò e Peppino in piazza Duomo.
    Niente Colosseo o Fontana di Trevi.
    Ma Torre Velasca e Pirellone.
    Lo stile assiro-milanese della Stazione Centrale che alle sue incongrue cuspidi bianche potrebbero stare appollaiati i gargoyles e tutte le storie, le lacrime, gli abbracci, gli arrivi e le partenze s’intersecano sotto le costole di ferro del suo ventre di balena dalla luce sporca ed opalina.
    La metropolitana che avanzava sventrando piazza San Babila e Corso Mattetti sotto lo sguardo attento di un folto pubblico di pensionati che commentavano i lavori con il giornale ripiegato nella tasca della giacca.
    Quella di Milano era una dolcezza segreta.
    Tenera e ruvida.
    Di nebbie e navigli.
    Dove i dialetti si mescolavano ed assimilavano.
    E crucchi e terroni tutti giù a laurà.
    Nei teatri Brecht e Weiss.
    Cosa sia rimasto ora di tanta dolcezza è difficile dire.
    Ogni ritorno è una diagnosi.
    I ritorni sempre un rischio.
    Nostalgia. Nostos algos. Dolore del ritorno
    Tutto uguale ma così diverso.

    [Pieno di una pena di gente disperata che ha negli occhi così tanto dolore che mi fa male guardarlo e pensarlo e non mi abbandona un istante scuro come le case e le cose intrise dello smog di cent'anni di motori e camini e ciminiere e fumi di tanto lombardo lavoro industriale e rivoli di piscio attraversano il marciapiede e non è di cane e un nero si chiude la patta dei pantaloni allontanandosi dal muro e altri dormono sulle panchine di uno sparuto giardinetto e c'è odore di merda e non è di cane e un signore parcheggia accuratamente la sua lucida nuova vettura straniera ma ha gli stessi occhi disperati e la disperazione sua e degli sperduti di strada e mia e tua e di tutti sembra unirsi sopra di noi in un fungo atomico di bruttezze così pesante che ci cammini sotto con la voglia di scappare via]

    Lo sferragliare dei tram.
    Non è cambiato.
    Sempre lo stesso.
    La sua onda di mare di strada, risacca di movimento su rotaie.
    Soffio ed urlo familiare.

    Una città si può ritrovare in un solo rumore.

  15. Giovanna il 9 agosto 2007 alle 14:18

    Mah…!
    azzeccarle tutte è un dramma;-)