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	<title>Commenti a: La buona novella</title>
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	<pubDate>Sat, 10 Jan 2009 00:32:11 +0000</pubDate>
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		<title>Di: Oralità e scrittura in Gadda 1 &#124; Nazione Indiana</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79136</link>
		<dc:creator>Oralità e scrittura in Gadda 1 &#124; Nazione Indiana</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Oct 2007 05:58:29 +0000</pubDate>
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		<description>[...] discussione scaturita dal suo ultimo post, Massimo Rizzante ha ricordato come la storia del romanzo sia in gran parte dipesa dalla capacità [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] discussione scaturita dal suo ultimo post, Massimo Rizzante ha ricordato come la storia del romanzo sia in gran parte dipesa dalla capacità [...]</p>
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		<title>Di: poppo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79096</link>
		<dc:creator>poppo</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Sep 2007 16:57:40 +0000</pubDate>
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		<description>E' vero che stiamo diventando tutti infantili, ma questa è anche colpa della televisione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; vero che stiamo diventando tutti infantili, ma questa è anche colpa della televisione.</p>
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		<title>Di: max rizzante</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79069</link>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 21:05:24 +0000</pubDate>
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		<description>@ Voce. Ripeto che una cosa è l’oralità nel romanzo, “la dimensione orale del racconto”, “la mimesi dell’oralita”, o romanzi in cui il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali. Un romanziere come Chamoiseau, che viene dalla Martinica, innesta l'Europa nei Caraibi: una tradizione e una storia in un'altra tradizione e in un'altra storia, così come mescola il suo francese creolo con il francese classico, egli mescola ugualmente l'arte del romanzo con la cultura orale de suoi "aedi", o meglio affabulatori popolari. Un'altra cosa è un narratore italiano di storie scritte che si mette a recitarle a voce alta. Per me è tutto fuorché un "aedo". Anche se spesso vorrebbe esserlo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ Voce. Ripeto che una cosa è l’oralità nel romanzo, “la dimensione orale del racconto”, “la mimesi dell’oralita”, o romanzi in cui il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali. Un romanziere come Chamoiseau, che viene dalla Martinica, innesta l&#8217;Europa nei Caraibi: una tradizione e una storia in un&#8217;altra tradizione e in un&#8217;altra storia, così come mescola il suo francese creolo con il francese classico, egli mescola ugualmente l&#8217;arte del romanzo con la cultura orale de suoi &#8220;aedi&#8221;, o meglio affabulatori popolari. Un&#8217;altra cosa è un narratore italiano di storie scritte che si mette a recitarle a voce alta. Per me è tutto fuorché un &#8220;aedo&#8221;. Anche se spesso vorrebbe esserlo.</p>
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		<title>Di: effeffe</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79052</link>
		<dc:creator>effeffe</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 15:01:08 +0000</pubDate>
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		<description>@biondillo
"E chi può dimostrare che la scrittura per il cinema impoverisce, d’emblèe, quella letteraria? Ché forse i nostri migliori scrittori del novecento non scrivevano sceneggiature per il cinema (e così anche negli USA, etc.)? Ché forse non l’ha fatto Pasolini? Che forse Moravia non è lo scrittore più saccheggiato dal cinema nazionale? (etc. etc.)"

i nostri migliori scrittori del novecento , dici tu, appunto aggiungo io. Del novecento (Flaiano, Fellini, Visconti, Thomas Mann,Pasolini, Boccaccio, de Sica, Soldati ecc)
effeffe
ps
@lello
apprezzo molto il cambio di tono...
effeffe</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@biondillo<br />
&#8220;E chi può dimostrare che la scrittura per il cinema impoverisce, d’emblèe, quella letteraria? Ché forse i nostri migliori scrittori del novecento non scrivevano sceneggiature per il cinema (e così anche negli USA, etc.)? Ché forse non l’ha fatto Pasolini? Che forse Moravia non è lo scrittore più saccheggiato dal cinema nazionale? (etc. etc.)&#8221;</p>
<p>i nostri migliori scrittori del novecento , dici tu, appunto aggiungo io. Del novecento (Flaiano, Fellini, Visconti, Thomas Mann,Pasolini, Boccaccio, de Sica, Soldati ecc)<br />
effeffe<br />
ps<br />
@lello<br />
apprezzo molto il cambio di tono&#8230;<br />
effeffe</p>
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	<item>
		<title>Di: lello voce</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79050</link>
		<dc:creator>lello voce</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 14:35:06 +0000</pubDate>
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		<description>@ Andrea. sì, capisco la precisazione e credo che tu abbia fondamentalmente ragione. Al punto che a me è toccato fare un disco...

lv</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ Andrea. sì, capisco la precisazione e credo che tu abbia fondamentalmente ragione. Al punto che a me è toccato fare un disco&#8230;</p>
<p>lv</p>
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	<item>
		<title>Di: andrea inglese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79046</link>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 13:54:16 +0000</pubDate>
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		<description>a lello
"Dunque parlare di oralità in poesia limitandosi allo slam significa ignorare la MAGGIOR parte del lavoro che tanti poeti italiani conducono sulla vocalità,"

sono perfettamente d'accordo, ma purtroppo non devi ricordarlo a me, che collaboro dagli anni Novanta con compositori di musica elettronica, musicisti jazz, e videoartisti (fai una visitina qua, per esempio: gammm.org/index.php?s=Le+circostanze+della+frase); e di recente ho presentato a Milano "Murene", che raccoglieva forme di performatività del testo poetico assai diverse tra loro (Raos/Viel, Broggi/Codeghini, Cospito/Delle Monache/ Inglese...); solo che, in Italia, questo tipo di lavoro trova pochissimo spazio nell'ambiente poetico. Infatti, i nomi che si fanno sono sempre gli stessi: Lo Russo, Frasca e pochi altri. Dimenticando Mesa, che ha lavorato ad uno spettacolo come Tiresia con un compositore di musica contemporanea e un artista visivo, dimenticando il gruppo dei genovesi (Gentiluomo, ecc.), che pur frequentando poco gli slam, hanno una gamma perfomativa molto ricca. Per non parlare del gruppo GAMMM, che si muove in varie direzioni, oltre l'area della cosideetta poesia visuale.

Ogni volta che ho collaborato con musicisti e artisti, il lavoro è stato presentato in circuiti musicali o teatrali. Perché questo? Perché lavorare seriamente sul multimediale costa. Perché nei festival di poesia, lavori simili non sono considerati "poesia". Perché al di là di quei quattro soliti nomi, il fenomeno in sé interessa poco. Perché se bisogna mettere dei soldi, mettiamolo in uno slam che si vende più facilmente, piuttosto che in lavori pionieristici.

Vorrei anch'io, come tu dici, che ci si decidesse a considerare chi lavora nell'ambito dell'oralità, utilizzando i nuovi media e in particolare quelli elettronici. Ma per adesso questo vale in Francia, negli USA, e probabilmente altrove. Non in Italia.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a lello<br />
&#8220;Dunque parlare di oralità in poesia limitandosi allo slam significa ignorare la MAGGIOR parte del lavoro che tanti poeti italiani conducono sulla vocalità,&#8221;</p>
<p>sono perfettamente d&#8217;accordo, ma purtroppo non devi ricordarlo a me, che collaboro dagli anni Novanta con compositori di musica elettronica, musicisti jazz, e videoartisti (fai una visitina qua, per esempio: gammm.org/index.php?s=Le+circostanze+della+frase); e di recente ho presentato a Milano &#8220;Murene&#8221;, che raccoglieva forme di performatività del testo poetico assai diverse tra loro (Raos/Viel, Broggi/Codeghini, Cospito/Delle Monache/ Inglese&#8230;); solo che, in Italia, questo tipo di lavoro trova pochissimo spazio nell&#8217;ambiente poetico. Infatti, i nomi che si fanno sono sempre gli stessi: Lo Russo, Frasca e pochi altri. Dimenticando Mesa, che ha lavorato ad uno spettacolo come Tiresia con un compositore di musica contemporanea e un artista visivo, dimenticando il gruppo dei genovesi (Gentiluomo, ecc.), che pur frequentando poco gli slam, hanno una gamma perfomativa molto ricca. Per non parlare del gruppo GAMMM, che si muove in varie direzioni, oltre l&#8217;area della cosideetta poesia visuale.</p>
<p>Ogni volta che ho collaborato con musicisti e artisti, il lavoro è stato presentato in circuiti musicali o teatrali. Perché questo? Perché lavorare seriamente sul multimediale costa. Perché nei festival di poesia, lavori simili non sono considerati &#8220;poesia&#8221;. Perché al di là di quei quattro soliti nomi, il fenomeno in sé interessa poco. Perché se bisogna mettere dei soldi, mettiamolo in uno slam che si vende più facilmente, piuttosto che in lavori pionieristici.</p>
<p>Vorrei anch&#8217;io, come tu dici, che ci si decidesse a considerare chi lavora nell&#8217;ambito dell&#8217;oralità, utilizzando i nuovi media e in particolare quelli elettronici. Ma per adesso questo vale in Francia, negli USA, e probabilmente altrove. Non in Italia.</p>
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		<title>Di: lello voce</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79035</link>
		<dc:creator>lello voce</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 13:08:09 +0000</pubDate>
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		<description>PS. ovviamente quando scrivevo non avevo letto l'ultimo commento di Gianni

lv</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>PS. ovviamente quando scrivevo non avevo letto l&#8217;ultimo commento di Gianni</p>
<p>lv</p>
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	<item>
		<title>Di: lello voce</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79034</link>
		<dc:creator>lello voce</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 13:03:28 +0000</pubDate>
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		<description>Notazioni varie e piuttosto veloci

@ Inglese: concordo con la prima parte del tuo commento. Meno con la seconda. Intanto le 2 linee della sperimentazione delle Avanguardie, quella visivo-concreta e quella sonora, hanno proceduto appaiate per molto tempo, ma a me pare che quella più esaurita sia oggi quella iconico-concreta, quasi interamente confluita nell’ambito delle arti visive, com’era anche naturale che fosse, mentre invece ciò che vive meglio è piuttosto l’esperienza dei video-clip di poesia, un’esperienza sinestetica, ma comunque fortemente marcata in senso orale. E’ un errore a mio parere identificare l’oralità in poesia, tout court con la poesia sonora. Non è più così da decenni, non è così oggi. Per capirci il lavoro di Frasca, Lo Russo, o Nacci è certamente ‘orale’, ma con la linea della poesia sonora non ha nulla a che fare, piuttosto con il teatro, il rock o la performance. Ciò fa della poesia ‘orale’ una realtà, tanto pervasiva da indurre addirittura autori che pur difendono fieramente la parola scritta (quella con la P maiuscola, dunque per loro l’unica) a leggere da un festival all’altro, storpiando a volte egregi lavori scritti. La poesia orale in Italia non è solo la ‘slam poetry’. Anzi. Lo slam è un contenitore onnivoro e per un Raspini orale c’è una Petrova che sta tutta sulla carta, ecc. Dunque parlare di oralità in poesia limitandosi allo slam significa ignorare la MAGGIOR parte del lavoro che tanti poeti italiani conducono sulla vocalità, anche se questo con la ‘Poesia Sonora’ alla Chopin, o alla Spatola, o alla Heidsieck non ha nulla a che fare. Se poi si allarga il proprio sguardo all’Europa, per trovare esempi non c’è che l’imbarazzo della scelta da John Giono a Linton Kwesi Johnson, da Francesca Beard ad Accidents Polipoetique, ecc., ecc. Pensare che l’unica strada che l’oralità in poesia possa percorrere è quella delle avanguardie storiche mi pare tristemente ideologico.

@ Rizzante: concordo con i problemi che poni, ma anche tu mi pare, come se fossi ingannato da un riflesso condizionato a volte ti distrai, e manchi, a mio parere il bersaglio. 
Scrivi «il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali che provengono da una cultura preromanzesca, antica, leggendaria, proverbiale, dalla trasformazione del romanziere in “narratore di storie da recitare a voce alta”, ovvero in attore», tutto vero tranne che il narratore da romanziere non si trasformerebbe affatto in attore, bensì in aedo, cioè in poeta. E non è cosa di poco momento.
Parli della celeberrima ‘mancanza di forma di un romanzo’. La faccenda è davvero celeberrima, ma se il romanzo non ha alcuna forma, tutte le forme sono forme romanzesche e certamente concordiamo che così non è. Ad esempio Rosso Malpelo NON è un romanzo. Il Dialogo Galileiano NON è un romanzo. Forse allora potremmo approcciare il problema a contrario, se non altro perché definendo ciò che romanzo non è garantiremmo un po’ di spazio a quelle poche arti della lingua che ancora sopravvivono in un mondo tanto tristemente ‘romanzo-centrico’

@ Biondillo: Sorry ma la seconda parte del discorso non mi convince mica. Scarpa quando recita recita cose scritte in versi, mica romanzi. Quando invece lo fa Nori, che pensa che basti un po’ di musica a far da siparietto a lui che legge brani di prosa, lascio a voi giudicare il risultato. E’ ovvio che un segno muto, qualsiasi segno muto facente parte di una lingua, rimandi a un suono, sarebbe altrimenti incomprensibile, - non a caso c’è da ben prima di Virgilio una roba che si chiama ‘cursus’, e dunque capisco bene che tu ti leggi ad alta voce le cose che scrivi - ma qui discute di una possibile dimensione orale del romanzo, che, in sé, non esiste. Punto. Poi da quello scritto possiamo partire per farci migliaia di cose, piece teatrali, film, possiamo trasformarlo in un poema, ma il romanzo resta lì dov’è, sulla carta e negli occhi e nella mente di chi lo legge. Non a caso, come genere esiste il poeme en prose, cioè una poesia che utilizza cursus prosastici e ne adotta criteri narrativi e di estensione, mentre una ‘prosa poematica’ è solo un’arguta metafora del critico per definire una certa caratteristica di una certa prosa.

@ Forlani: non capisco quale sia la ‘versione ecumenica’ dello slam, temo, da quello che scrivi, che tu ti riferisca all’Open Mic, che è tutt’altra cosa. NON mi risulta che in Italia ci siano Festival di poesia organizzati come dici. Normalmente gli Slam stanno per conto loro. Quando accade che siano nell’ambito di un festival non mi risulta che le scelte si facciano nel modo che dici. Lo slam è un gioco a cui partecipa chi vuole e certo sarebbe sciocco invitare poeti mediocri, a meno che, ma ho visto capitare anche questo, lo ammetto, non si organizzi un evento con l’intenzione di farlo fallire. D’altra parte hai partecipato a degli slam e non mi pare che ci fosse clima da wrestling. Non mi piace questo modo di presentare lo Slam. Come a Biondillo (e nemmeno a me a dire il vero) non piaceva il modo in cui parlavi dei cosiddetti ‘giallisti’. Avremo un brutto carattere. Non farci caso....


LV</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Notazioni varie e piuttosto veloci</p>
<p>@ Inglese: concordo con la prima parte del tuo commento. Meno con la seconda. Intanto le 2 linee della sperimentazione delle Avanguardie, quella visivo-concreta e quella sonora, hanno proceduto appaiate per molto tempo, ma a me pare che quella più esaurita sia oggi quella iconico-concreta, quasi interamente confluita nell’ambito delle arti visive, com’era anche naturale che fosse, mentre invece ciò che vive meglio è piuttosto l’esperienza dei video-clip di poesia, un’esperienza sinestetica, ma comunque fortemente marcata in senso orale. E’ un errore a mio parere identificare l’oralità in poesia, tout court con la poesia sonora. Non è più così da decenni, non è così oggi. Per capirci il lavoro di Frasca, Lo Russo, o Nacci è certamente ‘orale’, ma con la linea della poesia sonora non ha nulla a che fare, piuttosto con il teatro, il rock o la performance. Ciò fa della poesia ‘orale’ una realtà, tanto pervasiva da indurre addirittura autori che pur difendono fieramente la parola scritta (quella con la P maiuscola, dunque per loro l’unica) a leggere da un festival all’altro, storpiando a volte egregi lavori scritti. La poesia orale in Italia non è solo la ‘slam poetry’. Anzi. Lo slam è un contenitore onnivoro e per un Raspini orale c’è una Petrova che sta tutta sulla carta, ecc. Dunque parlare di oralità in poesia limitandosi allo slam significa ignorare la MAGGIOR parte del lavoro che tanti poeti italiani conducono sulla vocalità, anche se questo con la ‘Poesia Sonora’ alla Chopin, o alla Spatola, o alla Heidsieck non ha nulla a che fare. Se poi si allarga il proprio sguardo all’Europa, per trovare esempi non c’è che l’imbarazzo della scelta da John Giono a Linton Kwesi Johnson, da Francesca Beard ad Accidents Polipoetique, ecc., ecc. Pensare che l’unica strada che l’oralità in poesia possa percorrere è quella delle avanguardie storiche mi pare tristemente ideologico.</p>
<p>@ Rizzante: concordo con i problemi che poni, ma anche tu mi pare, come se fossi ingannato da un riflesso condizionato a volte ti distrai, e manchi, a mio parere il bersaglio.<br />
Scrivi «il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali che provengono da una cultura preromanzesca, antica, leggendaria, proverbiale, dalla trasformazione del romanziere in “narratore di storie da recitare a voce alta”, ovvero in attore», tutto vero tranne che il narratore da romanziere non si trasformerebbe affatto in attore, bensì in aedo, cioè in poeta. E non è cosa di poco momento.<br />
Parli della celeberrima ‘mancanza di forma di un romanzo’. La faccenda è davvero celeberrima, ma se il romanzo non ha alcuna forma, tutte le forme sono forme romanzesche e certamente concordiamo che così non è. Ad esempio Rosso Malpelo NON è un romanzo. Il Dialogo Galileiano NON è un romanzo. Forse allora potremmo approcciare il problema a contrario, se non altro perché definendo ciò che romanzo non è garantiremmo un po’ di spazio a quelle poche arti della lingua che ancora sopravvivono in un mondo tanto tristemente ‘romanzo-centrico’</p>
<p>@ Biondillo: Sorry ma la seconda parte del discorso non mi convince mica. Scarpa quando recita recita cose scritte in versi, mica romanzi. Quando invece lo fa Nori, che pensa che basti un po’ di musica a far da siparietto a lui che legge brani di prosa, lascio a voi giudicare il risultato. E’ ovvio che un segno muto, qualsiasi segno muto facente parte di una lingua, rimandi a un suono, sarebbe altrimenti incomprensibile, - non a caso c’è da ben prima di Virgilio una roba che si chiama ‘cursus’, e dunque capisco bene che tu ti leggi ad alta voce le cose che scrivi - ma qui discute di una possibile dimensione orale del romanzo, che, in sé, non esiste. Punto. Poi da quello scritto possiamo partire per farci migliaia di cose, piece teatrali, film, possiamo trasformarlo in un poema, ma il romanzo resta lì dov’è, sulla carta e negli occhi e nella mente di chi lo legge. Non a caso, come genere esiste il poeme en prose, cioè una poesia che utilizza cursus prosastici e ne adotta criteri narrativi e di estensione, mentre una ‘prosa poematica’ è solo un’arguta metafora del critico per definire una certa caratteristica di una certa prosa.</p>
<p>@ Forlani: non capisco quale sia la ‘versione ecumenica’ dello slam, temo, da quello che scrivi, che tu ti riferisca all’Open Mic, che è tutt’altra cosa. NON mi risulta che in Italia ci siano Festival di poesia organizzati come dici. Normalmente gli Slam stanno per conto loro. Quando accade che siano nell’ambito di un festival non mi risulta che le scelte si facciano nel modo che dici. Lo slam è un gioco a cui partecipa chi vuole e certo sarebbe sciocco invitare poeti mediocri, a meno che, ma ho visto capitare anche questo, lo ammetto, non si organizzi un evento con l’intenzione di farlo fallire. D’altra parte hai partecipato a degli slam e non mi pare che ci fosse clima da wrestling. Non mi piace questo modo di presentare lo Slam. Come a Biondillo (e nemmeno a me a dire il vero) non piaceva il modo in cui parlavi dei cosiddetti ‘giallisti’. Avremo un brutto carattere. Non farci caso&#8230;.</p>
<p>LV</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: gianni biondillo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79031</link>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 12:38:59 +0000</pubDate>
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		<description>Con mio sommo dispiacere non potrò seguire la discussione. Sono in partenza e riaccenderò il computer non prima di martedì (credo).

Prima di lasciarvi, voglio dire che "sento" (in maniera informe e poco dimostrabile) un'aria di arroccamento, di puzzetta sotto il naso, che mi auguro sia solo un'impressione falsata. Dai e dai si torna alla distinzione fra la "vera letteratura" e "la letteratura spettacolo". I "veri lettori" e "il popolino bue".
Il sunto pare sia che tutta questa gente voglia toccare lo scrittore come una rockstar. E' lo star system, baby.
Forse è vero, per alcuni ne sono certo. Ho visto file di gente ad ascoltare un Piperno che legge le sue pagine così poco "orali", così maledettamente mute, novecentesche. Ma avete mai sentito le letture di Tiziano? (un esempio fra mille).
E' davvero solo star system?
Io la domanda me la pongo davvero, senza pregiudizi: perché, insisto, la gente vuole andare a sentire gli scrittori? perché oggi? E' solo esibizionismo da parte dello scrittore e voyerismo da parte del lettore? Non è un po' poco, un po' semplicistico?
Chiediamoci: perché, ad es., gli AUDIOLIBRI hanno un mercato straordinario fuori dall'Italia? Lì di certo non si può dire che chi li ascolta lo fa per voyerismo. Lo fa a casa sua, o magari sul treno, con le cuffie, da solo.
Perché, oggi, la gente vuole "ascoltare" i romanzi?
Per analfabetismo letterario? E come mai, allora, gli audiolibri si vendono di più proprio in quei paesi di lettori forti? (vedi la Germania).

E chi può dimostrare che la scrittura per il cinema impoverisce, d'emblèe, quella letteraria? Ché forse i nostri migliori scrittori del novecento non scrivevano sceneggiature per il cinema (e così anche negli USA, etc.)? Ché forse non l'ha fatto Pasolini? Che forse Moravia non è lo scrittore più saccheggiato dal cinema nazionale? (etc. etc.)

Concordo, poi, su molte cose dette da Max e Andrea, ma, davvero, non ho più tempo, mi dispiace.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Con mio sommo dispiacere non potrò seguire la discussione. Sono in partenza e riaccenderò il computer non prima di martedì (credo).</p>
<p>Prima di lasciarvi, voglio dire che &#8220;sento&#8221; (in maniera informe e poco dimostrabile) un&#8217;aria di arroccamento, di puzzetta sotto il naso, che mi auguro sia solo un&#8217;impressione falsata. Dai e dai si torna alla distinzione fra la &#8220;vera letteratura&#8221; e &#8220;la letteratura spettacolo&#8221;. I &#8220;veri lettori&#8221; e &#8220;il popolino bue&#8221;.<br />
Il sunto pare sia che tutta questa gente voglia toccare lo scrittore come una rockstar. E&#8217; lo star system, baby.<br />
Forse è vero, per alcuni ne sono certo. Ho visto file di gente ad ascoltare un Piperno che legge le sue pagine così poco &#8220;orali&#8221;, così maledettamente mute, novecentesche. Ma avete mai sentito le letture di Tiziano? (un esempio fra mille).<br />
E&#8217; davvero solo star system?<br />
Io la domanda me la pongo davvero, senza pregiudizi: perché, insisto, la gente vuole andare a sentire gli scrittori? perché oggi? E&#8217; solo esibizionismo da parte dello scrittore e voyerismo da parte del lettore? Non è un po&#8217; poco, un po&#8217; semplicistico?<br />
Chiediamoci: perché, ad es., gli AUDIOLIBRI hanno un mercato straordinario fuori dall&#8217;Italia? Lì di certo non si può dire che chi li ascolta lo fa per voyerismo. Lo fa a casa sua, o magari sul treno, con le cuffie, da solo.<br />
Perché, oggi, la gente vuole &#8220;ascoltare&#8221; i romanzi?<br />
Per analfabetismo letterario? E come mai, allora, gli audiolibri si vendono di più proprio in quei paesi di lettori forti? (vedi la Germania).</p>
<p>E chi può dimostrare che la scrittura per il cinema impoverisce, d&#8217;emblèe, quella letteraria? Ché forse i nostri migliori scrittori del novecento non scrivevano sceneggiature per il cinema (e così anche negli USA, etc.)? Ché forse non l&#8217;ha fatto Pasolini? Che forse Moravia non è lo scrittore più saccheggiato dal cinema nazionale? (etc. etc.)</p>
<p>Concordo, poi, su molte cose dette da Max e Andrea, ma, davvero, non ho più tempo, mi dispiace.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: stez</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79026</link>
		<dc:creator>stez</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 11:57:15 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-79026</guid>
		<description>Massimo lo conosce già; se a qualcun altro degli interlocutori interessa, tempo fa ho scritto anch'io qualcosa sull'argomento:

http://harz.it/essere_o_non_esserci.html

Grazie.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Massimo lo conosce già; se a qualcun altro degli interlocutori interessa, tempo fa ho scritto anch&#8217;io qualcosa sull&#8217;argomento:</p>
<p><a href="http://harz.it/essere_o_non_esserci.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/harz.it');" rel="nofollow">http://harz.it/essere_o_non_esserci.html</a></p>
<p>Grazie.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: effeffe</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78991</link>
		<dc:creator>effeffe</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 06:48:32 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78991</guid>
		<description>qualche annotazione per evitare pericolose associazioni e dissociazioni, iscrizioni agli albi degli imputati e dichiarazioni alla stampa, dispacci d'agenzia e smentite, sincere condoglianze e perdono, indulto, indultino e amnistia generale.

Non ho mai confuso la dimensione orale del romanzo con la sua "traduzione" cinematografica o teatrale. Quello che noto ( e Gianni sa benissimo) è che i romanzieri si prestano volentieri alle scritture televisive e cinematografiche, (e viceversa, gli sceneggiatori passano spesso sul versante letterario...)e tale passaggio comporta il fenomeno cui accennavo.
Ovvero la banalità imperante nei dialoghi del nuovo cinema italiano e che equivale ad una banalità ricorrente in una certa letteratura italiana. Del resto la struttura o sarebbe meglio dire con Massimo, l'arte Romanzo, affida al dialogo e alle sue lingue e forme (la famosa polifonia bachtiniana ecc ecc)il fondamento del proprio essere.Quindia una vera e propria oralità.

Per quanto riguarda lo Slam, la sua versione ecumenica (microfoni aperti a chiunque sul palco) secondo cui tutti sono poeti, se mantenuto in una dimensione di diffusione sul territorio, capillare, auto ironica e per certi versi beffarda, ebbene tutto ciò è senz'altro salutare, visto che altrimenti resterebbe la triste fiera delle vanità dei poeti laureati (diplomati, licenziati ecc) che lascerei agli altrettanti tristi, tristissimi premi di poesia sparsi nel mondo.
Quello che dicevo poi, contestato da Lello Voce, sui poeti di serie A, quelli che partecipano in genere alle prime due/tre giornate dei grandi festival di poesia e i poeti di serie B, spesso confinati nell'ultima giornata intitolata Slam, Benvenuti alla Grande sfida (modello wrestling) è un dato di fatto.
OT
Per me la cosa migliore che lo slam in Italia abbia prodotto è stata quella d'aver moltiplicato le occasioni d'incontro tra i poeti, tra le persone. E scusate se è poco...

effeffe</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>qualche annotazione per evitare pericolose associazioni e dissociazioni, iscrizioni agli albi degli imputati e dichiarazioni alla stampa, dispacci d&#8217;agenzia e smentite, sincere condoglianze e perdono, indulto, indultino e amnistia generale.</p>
<p>Non ho mai confuso la dimensione orale del romanzo con la sua &#8220;traduzione&#8221; cinematografica o teatrale. Quello che noto ( e Gianni sa benissimo) è che i romanzieri si prestano volentieri alle scritture televisive e cinematografiche, (e viceversa, gli sceneggiatori passano spesso sul versante letterario&#8230;)e tale passaggio comporta il fenomeno cui accennavo.<br />
Ovvero la banalità imperante nei dialoghi del nuovo cinema italiano e che equivale ad una banalità ricorrente in una certa letteratura italiana. Del resto la struttura o sarebbe meglio dire con Massimo, l&#8217;arte Romanzo, affida al dialogo e alle sue lingue e forme (la famosa polifonia bachtiniana ecc ecc)il fondamento del proprio essere.Quindia una vera e propria oralità.</p>
<p>Per quanto riguarda lo Slam, la sua versione ecumenica (microfoni aperti a chiunque sul palco) secondo cui tutti sono poeti, se mantenuto in una dimensione di diffusione sul territorio, capillare, auto ironica e per certi versi beffarda, ebbene tutto ciò è senz&#8217;altro salutare, visto che altrimenti resterebbe la triste fiera delle vanità dei poeti laureati (diplomati, licenziati ecc) che lascerei agli altrettanti tristi, tristissimi premi di poesia sparsi nel mondo.<br />
Quello che dicevo poi, contestato da Lello Voce, sui poeti di serie A, quelli che partecipano in genere alle prime due/tre giornate dei grandi festival di poesia e i poeti di serie B, spesso confinati nell&#8217;ultima giornata intitolata Slam, Benvenuti alla Grande sfida (modello wrestling) è un dato di fatto.<br />
OT<br />
Per me la cosa migliore che lo slam in Italia abbia prodotto è stata quella d&#8217;aver moltiplicato le occasioni d&#8217;incontro tra i poeti, tra le persone. E scusate se è poco&#8230;</p>
<p>effeffe</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Luca Carlucci</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78989</link>
		<dc:creator>Luca Carlucci</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Sep 2007 06:27:24 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78989</guid>
		<description>Bene, la domanda successiva, quella alla base della mia obiezione, riguarda proprio la natura di questa "parola da palco" del romanziere, quella che attira le folle mugghianti di cui parla Rizzante. E' davvero essa "scrittura trasformata in parlato"? E' essa sostituzione orale del romanzo scritto? Risponde davvero essa al bisogno di "udire la scrittura"? E', insomma, racconto, diegesi, mitopoiesi?

O non è, piuttosto, sconnessa chiacchiera fuori dal romanzo? Chiacchiera che riguarda la vita, l'universo e tutto quanto? E che se il romanzo lo tocca, lo fa per smontarlo, non certo per rimontarlo oralmente?

Insomma, le suddette folle vanno agli incontri col romanziere per sentirsi raccontare (leggere) una storia, o per 1) vederlo 2) assistere all'esibizione del suo io biografico e autoriale?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bene, la domanda successiva, quella alla base della mia obiezione, riguarda proprio la natura di questa &#8220;parola da palco&#8221; del romanziere, quella che attira le folle mugghianti di cui parla Rizzante. E&#8217; davvero essa &#8220;scrittura trasformata in parlato&#8221;? E&#8217; essa sostituzione orale del romanzo scritto? Risponde davvero essa al bisogno di &#8220;udire la scrittura&#8221;? E&#8217;, insomma, racconto, diegesi, mitopoiesi?</p>
<p>O non è, piuttosto, sconnessa chiacchiera fuori dal romanzo? Chiacchiera che riguarda la vita, l&#8217;universo e tutto quanto? E che se il romanzo lo tocca, lo fa per smontarlo, non certo per rimontarlo oralmente?</p>
<p>Insomma, le suddette folle vanno agli incontri col romanziere per sentirsi raccontare (leggere) una storia, o per 1) vederlo 2) assistere all&#8217;esibizione del suo io biografico e autoriale?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: andrea inglese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78985</link>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 21:52:59 +0000</pubDate>
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		<description>a Max, che scrive
"Rispetto all’oralità nel romanzo, direi che bisogna distinguere “la dimensione orale del racconto”, ecc., o “la mimesi dell’oralita” (Céline) o come nei romanzi di Rushdie o di Chamoiseau in cui il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali che provengono da una cultura preromanzesca, ecc."

chiarissimo, e perfetto: questa è la questione a cui accennavo, e che mi sembra tra le più appassionanti dal punto di vista della teoria e della storia del romanzo (e citerei come esempi di particolari inclusioni dell'oralità nel romanzp: oltre, ovviamente, a Joyce, Faulkner e Beckett)

ovviamente, siamo ad un movimento che va in senso contrario, quando non è l'oralità che viene portata dentro la scrittura romanzesca per vivificarla, ma è la scrittura che viene trasformata in parlato, resa appunto parola da "palco"...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a Max, che scrive<br />
&#8220;Rispetto all’oralità nel romanzo, direi che bisogna distinguere “la dimensione orale del racconto”, ecc., o “la mimesi dell’oralita” (Céline) o come nei romanzi di Rushdie o di Chamoiseau in cui il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali che provengono da una cultura preromanzesca, ecc.&#8221;</p>
<p>chiarissimo, e perfetto: questa è la questione a cui accennavo, e che mi sembra tra le più appassionanti dal punto di vista della teoria e della storia del romanzo (e citerei come esempi di particolari inclusioni dell&#8217;oralità nel romanzp: oltre, ovviamente, a Joyce, Faulkner e Beckett)</p>
<p>ovviamente, siamo ad un movimento che va in senso contrario, quando non è l&#8217;oralità che viene portata dentro la scrittura romanzesca per vivificarla, ma è la scrittura che viene trasformata in parlato, resa appunto parola da &#8220;palco&#8221;&#8230;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: gianni biondillo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78984</link>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 21:03:24 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78984</guid>
		<description>vedo due commenti prima del mio che non ho letto. Mi aggiorno.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>vedo due commenti prima del mio che non ho letto. Mi aggiorno.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: gianni biondillo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78983</link>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 21:01:18 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78983</guid>
		<description>Torno solo ora al computer e sono assai stanco, quindi cercherò di essere breve e (sicuramente) inconcludente.

Lello dice: "Il fatto che da un romanzo si tragga un film non lo trasforma certo in un genere multimediale. Non a caso nei titoli di coda si legge: “tratto da…”. "
D'accordissimo. Infatti (forse mi confondevi con Effeffe) neppure ci pensavo al cinema. E non penso neppure che il romanzo sia "multimediale". Quando dico che è un genere "plastico" intendo adattabile, non che si possano tratte film o opere teatrali da lui (che diventerebbero, appunto, film od opere teatrali). Che poi, per inciso, sarebbe da fare un lavoro sullo specifico della scrittura cinematografica. Diamo per assodato che la scrittura teatrale che, in fondo, esiste in quanto recitata, abbia, non ostante tutto, una sua autonomia letteraria. Un discorso così, col cinema -e , quale orrore, con la tv-, non lo vedo mai fare (no, non è vero. Pasolini lo fece, cercando i "cinèmi" della sceneggiatura. La specificità letteraria della scrittura per film. Non ricordo, però, che scaturì una discussione su tale argomento. Ma non è di questo che voglio parlare).

Dici, invece, Lello: 
"Un romanzo letto ad alta voce, semplicemente, si trasforma in qualcosa d’altro: in teatro, o se la lettura è ritmica, in poesia. Ogni respiro è un verso. Il romanzo resta lì dov’è, su carta."

Ecco. quello che volevo dire è che, sempre più, la scrittura in prosa del romanzo, cerca una oralità proprio sulla pagina. Ci sono scrittori di prosa, per capirci, che "scrivono ad alta voce". Penso a Nori, a Cornia, a Scarpa. Le loro pagine sono scritte per essere ascoltate, non solo lette. Si comprendono meglio, si completano, si tridimensionalizzano, "ad alta voce". Il romanzo, nella forma che ci ha licenziato il XX sec. era soprattutto un oggetto. Si "vedeva". (inciso: non sto facendo una classifica di valori. Constato). Io lo capisco, figuriamoci. Io, ad es., certe volte scrivo "vedendo" la pagina. Addirittura la costruisco, metto dei grafici, muto i caratteri, la dimensione dei paragrafi, etc. Altri scrittori, più bravi di me, trapuntano la pagina come un tappeto persiano di punti e vigola, o di parentesi, etc. Pasolini voleva, di Petrolio, farne, innanzitutto, "una forma", "un oggetto". (cito più o meno a memoria). A ciò aggiungiamo che la scrittura letteraria, soprattutto in Italia, è stata parlata (anzi, no: scritta) con una lingua che non esisteva nella vita comune (bella? Brutta? Elitaria? Falsa? Nobile? Non me ne frega niente. Constato). Ma l'italiano, oggi (da 30 anni anzi), è davvero lingua franca (bella? Brutta? Non mi interessa, ora). Collettiva. Comune. Parlata. Su (e con) questa lingua, oggi si scrive. Non solo su quella, ovvio. Anche con la lingua letteraria, della "tradizione", anche con i linguaggi della scienza, con gli specialismi. E anche con gli idioletti, le dialettalità, etc. etc.
In generale, proprio perché il romanzo è "una troia", l'adattabilità del genere (che è inclusivo, infagogitatore; non escusivo) cerca, oggi, tonalità "parlate". Io, nel mio piccolissimo, ad es. non posso scrivere se prima non leggo tutto ad alta voce. Ho bisogno del suono, del ritmo, del colore, del tono. E' giusto? E' sbagliato? Non mi interessa. E'! Non faccio un discorso moralistico.

Vero è l'esempio del circo Barnum. Ma vero è anche non si può risolvere tutto col "popolo bue". perché - un "perché" non sarcastico e moralistico - perché aumenta il bisogno di udire la scrittura?
E non si può fare la distinzione dei poeti slam vs i poeti veri. O gli scrittori veri vs gli scrittori di genere, etc. Dovremmo, in realtà, distinguere fra poesia che cerca la pagina muta (e ce n'è tanta e di qualità) e quella che cerca la voce (tanta altrettanto e di qualità). Così come una prosa che cerca (come d'abitudine) la pagina muta (e ce ne sono tante e bellissime) e quella che cerca una voce (e anche qui ce ne sono tante e bellissime).

Ok. Non breve, ma di certo confuso. Ciao.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Torno solo ora al computer e sono assai stanco, quindi cercherò di essere breve e (sicuramente) inconcludente.</p>
<p>Lello dice: &#8220;Il fatto che da un romanzo si tragga un film non lo trasforma certo in un genere multimediale. Non a caso nei titoli di coda si legge: “tratto da…”. &#8221;<br />
D&#8217;accordissimo. Infatti (forse mi confondevi con Effeffe) neppure ci pensavo al cinema. E non penso neppure che il romanzo sia &#8220;multimediale&#8221;. Quando dico che è un genere &#8220;plastico&#8221; intendo adattabile, non che si possano tratte film o opere teatrali da lui (che diventerebbero, appunto, film od opere teatrali). Che poi, per inciso, sarebbe da fare un lavoro sullo specifico della scrittura cinematografica. Diamo per assodato che la scrittura teatrale che, in fondo, esiste in quanto recitata, abbia, non ostante tutto, una sua autonomia letteraria. Un discorso così, col cinema -e , quale orrore, con la tv-, non lo vedo mai fare (no, non è vero. Pasolini lo fece, cercando i &#8220;cinèmi&#8221; della sceneggiatura. La specificità letteraria della scrittura per film. Non ricordo, però, che scaturì una discussione su tale argomento. Ma non è di questo che voglio parlare).</p>
<p>Dici, invece, Lello:<br />
&#8220;Un romanzo letto ad alta voce, semplicemente, si trasforma in qualcosa d’altro: in teatro, o se la lettura è ritmica, in poesia. Ogni respiro è un verso. Il romanzo resta lì dov’è, su carta.&#8221;</p>
<p>Ecco. quello che volevo dire è che, sempre più, la scrittura in prosa del romanzo, cerca una oralità proprio sulla pagina. Ci sono scrittori di prosa, per capirci, che &#8220;scrivono ad alta voce&#8221;. Penso a Nori, a Cornia, a Scarpa. Le loro pagine sono scritte per essere ascoltate, non solo lette. Si comprendono meglio, si completano, si tridimensionalizzano, &#8220;ad alta voce&#8221;. Il romanzo, nella forma che ci ha licenziato il XX sec. era soprattutto un oggetto. Si &#8220;vedeva&#8221;. (inciso: non sto facendo una classifica di valori. Constato). Io lo capisco, figuriamoci. Io, ad es., certe volte scrivo &#8220;vedendo&#8221; la pagina. Addirittura la costruisco, metto dei grafici, muto i caratteri, la dimensione dei paragrafi, etc. Altri scrittori, più bravi di me, trapuntano la pagina come un tappeto persiano di punti e vigola, o di parentesi, etc. Pasolini voleva, di Petrolio, farne, innanzitutto, &#8220;una forma&#8221;, &#8220;un oggetto&#8221;. (cito più o meno a memoria). A ciò aggiungiamo che la scrittura letteraria, soprattutto in Italia, è stata parlata (anzi, no: scritta) con una lingua che non esisteva nella vita comune (bella? Brutta? Elitaria? Falsa? Nobile? Non me ne frega niente. Constato). Ma l&#8217;italiano, oggi (da 30 anni anzi), è davvero lingua franca (bella? Brutta? Non mi interessa, ora). Collettiva. Comune. Parlata. Su (e con) questa lingua, oggi si scrive. Non solo su quella, ovvio. Anche con la lingua letteraria, della &#8220;tradizione&#8221;, anche con i linguaggi della scienza, con gli specialismi. E anche con gli idioletti, le dialettalità, etc. etc.<br />
In generale, proprio perché il romanzo è &#8220;una troia&#8221;, l&#8217;adattabilità del genere (che è inclusivo, infagogitatore; non escusivo) cerca, oggi, tonalità &#8220;parlate&#8221;. Io, nel mio piccolissimo, ad es. non posso scrivere se prima non leggo tutto ad alta voce. Ho bisogno del suono, del ritmo, del colore, del tono. E&#8217; giusto? E&#8217; sbagliato? Non mi interessa. E&#8217;! Non faccio un discorso moralistico.</p>
<p>Vero è l&#8217;esempio del circo Barnum. Ma vero è anche non si può risolvere tutto col &#8220;popolo bue&#8221;. perché - un &#8220;perché&#8221; non sarcastico e moralistico - perché aumenta il bisogno di udire la scrittura?<br />
E non si può fare la distinzione dei poeti slam vs i poeti veri. O gli scrittori veri vs gli scrittori di genere, etc. Dovremmo, in realtà, distinguere fra poesia che cerca la pagina muta (e ce n&#8217;è tanta e di qualità) e quella che cerca la voce (tanta altrettanto e di qualità). Così come una prosa che cerca (come d&#8217;abitudine) la pagina muta (e ce ne sono tante e bellissime) e quella che cerca una voce (e anche qui ce ne sono tante e bellissime).</p>
<p>Ok. Non breve, ma di certo confuso. Ciao.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: max rizzante</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78982</link>
		<dc:creator>max rizzante</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 20:55:41 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78982</guid>
		<description>Ci sono diverse questioni che le riflessioni che ho letto mi stimolano a fare. 
@ Garufi. Anch'io scherzo. 
@ Carlucci. La realtà è fatta di livelli o di "immagini del mondo". Perciò penso che la sua spiegazione sia da verificare quanto la mia.
@ Voce. Il problema che poni, cioè di una critica letteraria in grado di ascoltare e non solo di leggere, e di scrivere su quanto ha ascoltato è un vero problema. Un problema di categorie critiche, di termini che dobbiamo inventare. Penso che i poeti stessi possono aiutare i loro ascoltatori più avvertiti. Mi piace rivendicare una situazione, che oggi forse non si dà: quella in cui pratica e teoria si ispirano reciprocamente. Uno dei pochissimi momenti del XX secolo in cui la critica è riuscita a fare un grande salto di qualità è stato quando i Formalisti russi vivevano a stretto contatto con i poeti, i cineasti, i pittori e si alimentavano delle loro scoperte. Sklovskij e Tynjanov, per fare due nomi, sono grandi scrittori, oltre che critici geniali. E così avvenne tra modernismo praghese e Strutturalismo una decade dopo (in questo caso c'era anche la filosofia: Jan Patocka, ad esempio). Ma l'arte deve ispirare la critica. Oggi sembra che entrambe non abbiano molto da dirsi. L'una non ispira l'altra. Così non si trovano nuovi vocaboli per dire l'opera e il suo mondo, che è il nostro.
@Biondillo e Forlani. Rispetto all'oralità nel romanzo, direi che bisogna distinguere "la dimensione orale del racconto" (Kundera che recupera la tradizione novellistica rinascimentale, ma ancora del romanzo sei-settecentesco per cui il narratore interviene costantemente, interpella il lettore, etc.) o "la mimesi dell'oralita" (Céline) o come nei romanzi di Rushdie o di Chamoiseau in cui il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali che provengono da una cultura preromanzesca, antica, leggendaria, proverbiale, dalla trasformazione del romanziere in "narratore di storie da recitare a voce alta", ovvero in attore. Penso che questa trasformazione nasconda un desiderio di resa all'anafalbetismo letterario, all'incapacità di concentrarsi su un'opera e quindi su se stessi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono diverse questioni che le riflessioni che ho letto mi stimolano a fare.<br />
@ Garufi. Anch&#8217;io scherzo.<br />
@ Carlucci. La realtà è fatta di livelli o di &#8220;immagini del mondo&#8221;. Perciò penso che la sua spiegazione sia da verificare quanto la mia.<br />
@ Voce. Il problema che poni, cioè di una critica letteraria in grado di ascoltare e non solo di leggere, e di scrivere su quanto ha ascoltato è un vero problema. Un problema di categorie critiche, di termini che dobbiamo inventare. Penso che i poeti stessi possono aiutare i loro ascoltatori più avvertiti. Mi piace rivendicare una situazione, che oggi forse non si dà: quella in cui pratica e teoria si ispirano reciprocamente. Uno dei pochissimi momenti del XX secolo in cui la critica è riuscita a fare un grande salto di qualità è stato quando i Formalisti russi vivevano a stretto contatto con i poeti, i cineasti, i pittori e si alimentavano delle loro scoperte. Sklovskij e Tynjanov, per fare due nomi, sono grandi scrittori, oltre che critici geniali. E così avvenne tra modernismo praghese e Strutturalismo una decade dopo (in questo caso c&#8217;era anche la filosofia: Jan Patocka, ad esempio). Ma l&#8217;arte deve ispirare la critica. Oggi sembra che entrambe non abbiano molto da dirsi. L&#8217;una non ispira l&#8217;altra. Così non si trovano nuovi vocaboli per dire l&#8217;opera e il suo mondo, che è il nostro.<br />
@Biondillo e Forlani. Rispetto all&#8217;oralità nel romanzo, direi che bisogna distinguere &#8220;la dimensione orale del racconto&#8221; (Kundera che recupera la tradizione novellistica rinascimentale, ma ancora del romanzo sei-settecentesco per cui il narratore interviene costantemente, interpella il lettore, etc.) o &#8220;la mimesi dell&#8217;oralita&#8221; (Céline) o come nei romanzi di Rushdie o di Chamoiseau in cui il narratore deve fare i conti con uno sfondo di narrazioni orali che provengono da una cultura preromanzesca, antica, leggendaria, proverbiale, dalla trasformazione del romanziere in &#8220;narratore di storie da recitare a voce alta&#8221;, ovvero in attore. Penso che questa trasformazione nasconda un desiderio di resa all&#8217;anafalbetismo letterario, all&#8217;incapacità di concentrarsi su un&#8217;opera e quindi su se stessi.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: andrea inglese</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78981</link>
		<dc:creator>andrea inglese</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 20:35:41 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78981</guid>
		<description>bel post e interventi ricchi; su questioni decisive, ma di portata teorica ardua, per questo se ne parla raramente...
metto due glosse, molto a margine:

il romanzo come evento della lettura individuale è anche connesso con il laboratorio dell'identità, o meglio come laboratorio delle crisi d'identità; lo spettacolo che favorisce la consumazione dell'evento, dell'autore, del frammento in forma orale, segue una logica di pura dissoluzione non tanto dell'identità (come eventuale traguardo), ma dell'identità come problema (deisderio di / nostalgia di); d'altra parte, l'oralità in sé non è mai stata una sorta di "nemico" del romanzo, ma semmai la voce come medium è stata di continuo assorbita da quel medium di livello ulteriore che è la lettera. In altri termini, da sempre il romanzo ha giocato una partita frontale con l'oralità, la parola sciolta, slegata dalle costrizioni appunto libresche. Il romanzo ha realizzato il suoi capolavori non tando addomesticando il magma dell'umana comunicazione orale, ma riorganizzandola secondo le strategie specifiche della parola scritta, parola romanzesca.

sul rapporto tra poesia e oralità la questione è invece ancora più complessa e aperta; da un lato, la poesia moderna è la più scritta che mai ci sia stata, avendo utilizzato integralmente nel suo produrre senso la dimensione materiale del segno grafico e della pagina; dall'altra è sempre stata attraversata da un fantasma di oralità, che ha poi trovato codificazione nella poesia sonora, ecc. Io credo che ci sia ancora un futuro, per questo fantasma. Credo che le due stra siano ugualmente battibili: quello della superficie materiale (la video poesia) e quella dell'oralità. Di certo in Italia, oggi, di poesia sonora non se ne parla più e rimane come paradigma di una certa oralità lo slam poetry. Solo che le potenzialità performative e orali della poesia, non sono mai sondate negli slam (almeno quelli in vesrione italiana). Lo slam rimane ancora una forma estremamente tradizionale, che risente spesso più del teatro e del cabaret che delle linee di ricerca delle avanguardie novecentesche nel campo della performatività.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>bel post e interventi ricchi; su questioni decisive, ma di portata teorica ardua, per questo se ne parla raramente&#8230;<br />
metto due glosse, molto a margine:</p>
<p>il romanzo come evento della lettura individuale è anche connesso con il laboratorio dell&#8217;identità, o meglio come laboratorio delle crisi d&#8217;identità; lo spettacolo che favorisce la consumazione dell&#8217;evento, dell&#8217;autore, del frammento in forma orale, segue una logica di pura dissoluzione non tanto dell&#8217;identità (come eventuale traguardo), ma dell&#8217;identità come problema (deisderio di / nostalgia di); d&#8217;altra parte, l&#8217;oralità in sé non è mai stata una sorta di &#8220;nemico&#8221; del romanzo, ma semmai la voce come medium è stata di continuo assorbita da quel medium di livello ulteriore che è la lettera. In altri termini, da sempre il romanzo ha giocato una partita frontale con l&#8217;oralità, la parola sciolta, slegata dalle costrizioni appunto libresche. Il romanzo ha realizzato il suoi capolavori non tando addomesticando il magma dell&#8217;umana comunicazione orale, ma riorganizzandola secondo le strategie specifiche della parola scritta, parola romanzesca.</p>
<p>sul rapporto tra poesia e oralità la questione è invece ancora più complessa e aperta; da un lato, la poesia moderna è la più scritta che mai ci sia stata, avendo utilizzato integralmente nel suo produrre senso la dimensione materiale del segno grafico e della pagina; dall&#8217;altra è sempre stata attraversata da un fantasma di oralità, che ha poi trovato codificazione nella poesia sonora, ecc. Io credo che ci sia ancora un futuro, per questo fantasma. Credo che le due stra siano ugualmente battibili: quello della superficie materiale (la video poesia) e quella dell&#8217;oralità. Di certo in Italia, oggi, di poesia sonora non se ne parla più e rimane come paradigma di una certa oralità lo slam poetry. Solo che le potenzialità performative e orali della poesia, non sono mai sondate negli slam (almeno quelli in vesrione italiana). Lo slam rimane ancora una forma estremamente tradizionale, che risente spesso più del teatro e del cabaret che delle linee di ricerca delle avanguardie novecentesche nel campo della performatività.</p>
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		<title>Di: Vilma</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78977</link>
		<dc:creator>Vilma</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 18:50:37 +0000</pubDate>
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		<description>di che colore è?
la luce, s'intende!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>di che colore è?<br />
la luce, s&#8217;intende!</p>
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		<title>Di: Luca Carlucci</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78975</link>
		<dc:creator>Luca Carlucci</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 17:56:19 +0000</pubDate>
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		<description>Se la luce è in fondo a un tunnel nero se ne tenga lontano!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Se la luce è in fondo a un tunnel nero se ne tenga lontano!</p>
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		<title>Di: lello voce</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78972</link>
		<dc:creator>lello voce</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 17:43:25 +0000</pubDate>
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		<description>Ora infine vedo la luce....</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ora infine vedo la luce&#8230;.</p>
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		<title>Di: Luca Carlucci</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78970</link>
		<dc:creator>Luca Carlucci</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 17:41:12 +0000</pubDate>
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		<description>Posto che la fregola dell'incontro col romanziere riguarda una cerchia (stretta) di sinceri innamorati delle lettere e una cerchia (un po' meno stretta, ma pur sempre marginale) di babbione e rincoglioniti tv, e posto che Rizzante, come da sua premessa, ha in mente la cerchia numero due (applicata per altro al romanziere porco e cane), trarre da tutto ciò un discorso epocale su mutazioni antropologiche e ritorni a una cultura del racconto orale di stampo medioevale mi par davvero spropositato.

I saloni del tomo e gli svernissage in libreria son giustappunto fiere e baracconi dove - esclusi i casi (immagino ce ne siano) di innamoramenti letterari e sincere volontà di conoscenza e scoperta - si vanno a incontrare i famosi (il giornalista, l'uomo di stato, il canterino romanzieri) come s'andrebbe a vedere la donna barbuta. Per puro gusto d'attrazione. Mica per perpetuare oralmente chissà quale narrazione - che la paginetta del romanzotin letta male è solo un dazio da pagare in attesa del piatto forte: le cazzate tuttologhe e gossippare a seguire.

Barnum, Barnum, altro che Bachtin.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Posto che la fregola dell&#8217;incontro col romanziere riguarda una cerchia (stretta) di sinceri innamorati delle lettere e una cerchia (un po&#8217; meno stretta, ma pur sempre marginale) di babbione e rincoglioniti tv, e posto che Rizzante, come da sua premessa, ha in mente la cerchia numero due (applicata per altro al romanziere porco e cane), trarre da tutto ciò un discorso epocale su mutazioni antropologiche e ritorni a una cultura del racconto orale di stampo medioevale mi par davvero spropositato.</p>
<p>I saloni del tomo e gli svernissage in libreria son giustappunto fiere e baracconi dove - esclusi i casi (immagino ce ne siano) di innamoramenti letterari e sincere volontà di conoscenza e scoperta - si vanno a incontrare i famosi (il giornalista, l&#8217;uomo di stato, il canterino romanzieri) come s&#8217;andrebbe a vedere la donna barbuta. Per puro gusto d&#8217;attrazione. Mica per perpetuare oralmente chissà quale narrazione - che la paginetta del romanzotin letta male è solo un dazio da pagare in attesa del piatto forte: le cazzate tuttologhe e gossippare a seguire.</p>
<p>Barnum, Barnum, altro che Bachtin.</p>
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		<title>Di: lello voce</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78967</link>
		<dc:creator>lello voce</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 17:18:19 +0000</pubDate>
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		<description>Barnum? Quello del circo? Ah però....</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Barnum? Quello del circo? Ah però&#8230;.</p>
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		<title>Di: Luca Carlucci</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78965</link>
		<dc:creator>Luca Carlucci</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 17:10:23 +0000</pubDate>
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		<description>Ma perché scomodare Cioran, Baudelaire, Bachtin, Freud, Kundera e nientepopodimeno che il Medioevo tutto, quand'era sufficiente Barnum?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ma perché scomodare Cioran, Baudelaire, Bachtin, Freud, Kundera e nientepopodimeno che il Medioevo tutto, quand&#8217;era sufficiente Barnum?</p>
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		<title>Di: effeffe</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78959</link>
		<dc:creator>effeffe</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 16:33:28 +0000</pubDate>
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		<description>bye bye baby!
effeffe</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>bye bye baby!<br />
effeffe</p>
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		<title>Di: lello voce</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2007/09/25/la-buona-novella/#comment-78957</link>
		<dc:creator>lello voce</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 16:26:42 +0000</pubDate>
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		<description>@Forlani

come sai, sin da Torino, non ho conti da regolare

la riflessione sta girando benissimo

non sono affatto sarcastico, nella prima ripresa ponevo domande serie che attendono risposte, nella seconda ero solo lievemente ironico.

PS: non leggo Dumas e non do appuntamenti presso nessun Convento di Carmelitani, dunque: take it easy, guy...

lv</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Forlani</p>
<p>come sai, sin da Torino, non ho conti da regolare</p>
<p>la riflessione sta girando benissimo</p>
<p>non sono affatto sarcastico, nella prima ripresa ponevo domande serie che attendono risposte, nella seconda ero solo lievemente ironico.</p>
<p>PS: non leggo Dumas e non do appuntamenti presso nessun Convento di Carmelitani, dunque: take it easy, guy&#8230;</p>
<p>lv</p>
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