Perché ho firmato l’appello

band1.jpg di Gianni Biondillo

Innanzitutto una premessa necessaria: in questi giorni ero fuori Milano, senza alcun accesso ad internet. Se non ho risposto nei commenti ciò è dovuto alla mia assenza forzata.
Solo ora riesco ad accendere il computer e solo ora vedo quanto l’appello da me postato abbia avuto centinaia di commenti. Così come ho solo ora visto la serie di post, altrettanto commentati, che fanno da corollario a quell’appello. Scrivo queste note di getto, prima ancora di leggere tutto quel materiale, come faccio sempre con tutta l’attenzione che merita. Laddove si trovassero ridondanze o argomentazioni già superate nel dibattito me ne scuso da subito.

Martedì pomeriggio scorso, sul tardi, ho ricevuto via email il testo dell’appello in questione a firma di Raul Montanari, scrittore che rispetto e persona che mi fregio di avere come amica. Non è la prima volta che firmo una appello, non sarà l’ultima. Sergio Garufi, come è nel suo stile, ci rammenta con le (a me) note pagine di Manganelli del vizio italico dell’apporre firme ad ogni pie’ sospinto. Sapevo, e so, del pericolo della deriva firmaiola. Ma sinceramente me ne impipo.
Non sono fra quelli che salta sul carro del vincitore, che firma convenientemente, che appone in calce il suo nome e poi torna a bersi un aperitivo sul bordo della piscina di casa. Non posseggo la piscina, non posseggo la casa (è in affitto) e soprattutto so che in ogni caso, per scelta professionale, ho deciso di espormi agli sputi. Qui su Nazione Indiana, e più in generale con tutto quello che faccio di pubblico, inevitabilmente ogni volta che licenzio un articolo, un saggio, un romanzo, una intervista, appongo la mia firma. E ogni volta mi prendo la mia dose di sputi. Ho aderito ad appelli su personaggi - per la maggioranza benpensante - indifendibili, e l’ho fatto a mio discapito. Mi conveniva il silenzio, sarebbe stato più furbo. Ma io non sono furbo.
Non “nannimoretteggio”. Non faccio come papa Ratzinger (“mi si nota di più se vado all’inaugurazione dell’anno accademico o se non ci vado?”). Non ci guadagno nulla, neppure in autostima. Quando stilammo l’appello del triangolo nero ci fu in mailing list, una lunga discussione sui termini, sui concetti da esporre. Siamo scrittori, si disse a ragione, non dobbiamo “sbagliare” le parole. Forse in una situazione differente avrei fatto lo stesso con Raul. Ma la mattina appresso dovevo partire e sapevo che prima di tre giorni non avremmo potuto iniziato una eventuale “revisione condivisa” del testo, con tutti i distinguo, le postille, le precisazioni del caso. In quel momento, per me, era decidere se esserci, anche in modo istintivo, irrazionale, o strategicamente, non esserci.
Esserci come hanno voluto esserci quegli scrittori veneti, a Treviso; a prescindere dalla organizzazione naif dell’appuntamento o della eventuale strumentalizzazione mediatica o politica.
Più furbo era declinare l’invito di Raul, attaccarsi agli impegni personali, vedere “che aria tirava” e nel caso apporre in calce o meno. Ma, insisto, io non sono furbo.
In un blog chiaramente di sinistra come Nazione Indiana, con posizioni spesso radicali, che non ha mai avuto problemi a dichiararsi in opposizione critica con molta della politica “moderata” e “riformista”, può apparire addirittura autolesionista ritrovarsi in compagnia con firmatari che al meglio rappresentano quel mondo di idee spesso criticato. Ma, per quanto ritrovarmi in disaccordo con intellettuali e amici qui di Nazione Indiana lo preferirò sempre al trovarmi in accordo con persone che poco digerisco - e che non è improbabile stiano usando l’elenco di firmatari a proprio vantaggio -, in questo caso l’adesione è stata, come sempre, istintiva, non mediata da nessun opportunismo di sorta.
Perché ho firmato?
Potrei darvi molte particolari e analitiche ragioni. Potrei mettervi di fronte allo smarrimento che provo sempre più nei confronti di una sinistra italiana che ha espulso autolesionisticamente dal suo patrimonio costitutivo tutta la cultura ebraica - nazionale e non - regalandola, con uno spreco ideologico, ad una nuova destra straordinariamente opportunista che ne ha fatto una vuota vetrina di verginità morale. Non a caso la vecchia farraginosa frangia fascista (basta girare per Roma e leggere i loro deliranti manifesti per capirlo), ancora radicata nel Novecento appena trascorso, continua, coerentemente, a combattere una battaglia di retrovia antisemita abbracciando la causa palestinese, altrettanto opportunisticamente. Un abbraccio mortale e asfissiante. Ma chi, come me, ha davvero a cuore quella causa, sa fare la tara, il distinguo. E non fa il triste gioco, tutto italiano, di uno schierarsi acriticamente o da una o dall’altra parte della barricata. A prescindere, tipo Milan – Inter. (Non ne posso più del “Milan – Inter”, non ne posso più del trasformare tutto in una discussione sul derby il lunedì mattina al bar.)
Potrei fornirvi molte ragioni, vi dicevo. Ma la più semplice, la prima che m’è venuta in mente, d’istinto, leggendo l’appello di Raul, ha a che fare con una cosa accaduta molti anni fa (non so neppure dirvi quando, quasi un quarto di secolo, dovrei fare una ricerca su internet, che ora non ho voglia e tempo di fare).
Ha a che fare con una cosa accaduta in Sud Africa, quando ancora c’era l’apartheid. Il gotha del rock mondiale, progressista e antirazzista, decise (erano i tempi del buonismo stucchevole di Usa for Africa) di fare un concerto di protesta anti-apartheid. Il meglio del meglio della musica mondiale a rappresentare un duro NO nei confronti della politica sudafricana. Un concerto che chiedeva di boicottare quel governo, la sua economia, la sua politica sociale. In quegli anni suonava in Sudafrica un rocker bianco che si faceva accompagnare da un gruppo di etnia zulu. Insieme formavano i Johnny Clegg and Savuka. Al di là della resa artistica (alcuni pezzi erano decisamente di buona fattura), un bianco che suonava con dei neri, in quel posto, con quelle condizioni ambientali (spesso gli annullavano i concerti, o quando li faceva veniva pesantemente contestato dagli afrikaner) era addirittura dirompente.
Ebbene, in quanto cittadini sudafricani ai Johnny Clegg and Savuka, dato il boicottaggio, fu proibito suonare al mega concerto anti-apartheid.
Ecco. Questo essere più realisti del re, questo eccesso di coerenza ideologica, che rasenta il fanatismo, fu per me un insegnamento indimenticabile. L’unica voce che nei fatti si dimostrava critica e portava un esempio di alternativa artistica in quel paese, la prima forse che doveva essere invitata, fu messa alla porta.
Questo m’è parso di vedere quando in questi giorni si è parlato di boicottare Israele alla Fiera del libro di Torino.
Certo, dovrei fare tutti i distinguo del caso. Distinguo necessari, doverosi. Precisazioni, chiose, cavilli, puntualizzazioni, postille, sottigliezze, sofismi. Vero. Tutto vero.
Ma sgrossando d’impeto il macigno della questione ciò che vedo di primo acchito è un colossale autogol. Se esiste una voce davvero critica che viene dal cuore di Israele, una critica alla sua politica insediativa, colonialista, guerrafondaia, viene proprio da quegli scrittori che vogliamo boicottare. (scrittori, detto a margine, di una tale qualità letteraria, in un paese in fondo così piccolo, che noi italiani semplicemente ce la sogniamo). Proprio ieri, sotto il sole di Roma, Emanuele Trevi mi diceva che in fondo il nostro antiamericanismo critico ci viene proprio da molti di quegli intellettuali americani che sono stati per noi maestri.
Ed è inutile dire che noi non vogliamo boicottare gli scrittori israeliani, ma il loro governo. Mi pare una foglia di fico. Alla Fiera del libro di Francoforte, quando fu ospite d’onore la Russia del Putin che sta facendo strame della popolazione cecena, nessuna voce critica s’è alzata a chiedere di boicottarlo. O forse i ceceni sono meno frendly? (“mi si nota di più se firmo un appello contro la politica in Cecenia, o se non lo firmo?”). All’Italia ospite d’onore in Francia qualcuno chiese di boicottarci dato che avevamo come capo del governo Silvio Berlusconi (“questo lo firmo. Essere antiberlusconiani è decisamente trendy”).
Tutto questo mi fa ricordare la storiella di quel marito cornificato che per fare un dispetto alla moglie decide di evirarsi. Di tutte le possibili forme di boicottaggio nei confronti di Israele che si potevano pensare, l’unica che ci è venuta in mente è quella di boicottarne la cultura. Questa, per come la vedo, è una evirazione bella e buona. A quando un bel rogo di libri israeliani? (“ma mica per antisemitismo, nooo. Per protesta nei confronti del governo…”)
Non mi interessa se la Fiera del libro stia invitando Israele in modo ufficiale (probabilmente c’è una procedura che non conosco, non lo so; e se è per questo non mi interessa neppure la Fiera in sé, luogo che mi annoia mortalmente). E mi interessa ancora meno se firmando quell’appello mi sono ritrovato in una compagnia fatta sia di persone che condividono col cuore quello che dico, sia di gente che sfrutta il casus belli ad uso improprio (“mi si vede? Mi vedete se firmo? Sono abbastanza moderato-filo-occidentale?”), quasi si dovesse rinserrare le fila e farne la conta (“dove si vince? Di là? Tutti sul carro!”).
La mia storia privata mi ha fatto conoscere e attraversare, fin dall’infanzia, la cultura mediorientale come fosse mia, personale, domestica. I conti li so fare anch’io. Per ogni ebreo che piango, morto ucciso da un’autobomba sull’autobus che lo portava al lavoro, so perfettamente che dovrò piangere i quattro palestinesi uccisi dalla ritorsione dell’esercito israeliano.
I conti li so fare e, a riguardo della compagnia che oggi mi ritrovo, ho la mia scientifica prova del nove. Così come difendo l’invito di Israele come paese ospite, sono pronto a proporre da subito che il prossimo anno la Fiera del Libro di Torino inviti ufficialmente l’Autorità Palestinese come ospite d’onore. Non genericamente i loro scrittori, ma proprio l’istituzione politica. Questa sarebbe davvero deflagrante, dal punto di vista politico e culturale, come mossa.
Quando faremo la conta di chi ci sta, di chi aderisce a questa proposta, faremo inevitabilmente la cernita. Il grano di qua, il loglio, dall’altra parte. Come rancio per i porci.

96 commenti

  1. luminamenti
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 07:50 | Permalink

    Sono pronto a scommettere che la Fiera del libro di Torino non inviterebbe l’anno prossimo l’istituzione politica palestinese.
    Quello che accade a francoforte ha ben altra fondamenta.
    Mi ha fatto piacere leggere su lipperatura l’opinione di Golinelli sul nulla culturale che rappresenta la Fiera di Torino in quanto a panorama editoriale che è di un ridicolo vergognoso ormai da molti anni.
    Non boicotto nulla, almeno per quanto mi riguarda, perché ho già boicottato la Fiera di Torino per la sua mediocrità

  2. franz krauspenhaar
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 07:57 | Permalink

    Mi sembra un’onesta proposta. Stavo davvero cominciando a pensare che fosse stata una perdita di tempo firmare. Ma sarebbe importante fare in modo che gli scrittori di Palestina potessero essere invitati (se spesso non vengono da nessuna parte è perchè uscire da quei territori è difficilissimo).

    Più che un appello, questo è un “contrappello”. Un’adunata, anzi, certo non oceanica, contro i soliti radicali che mettono tutto in conto, che non separano mai il grano dal loglio, che fanno di tutta l’erba un fascio. Che si inventano i grandi scrittori israeliani spie del Mossad, che s’inventerebbero qualsiasi cosa, che l’importante è dar contro per il principio di continua contraddizione.

    Sono il primo a criticare Israele, nazione che rispetto ed ammiro per molte cose ma che a mio modo di vedere è stato un errore politico far nascere. Ma ora cosa dobbiamo fare, distruggerla?

    Perchè è questo che parte del mondo arabo vorrebbe fare. Mettetela come volete, giratela da tutte le parti, è così.

    Amo gli ebrei moderati, amo gli arabi moderati. Ma con le idee chiare e con la volontà di combattere per la libertà con mezzi leciti e pacifici. Abbiamo dei grandissimi scrittori che vivono criticamente il loro rapporto col loro paese: e di fronte a una bandiera che non piace e che li rappresenta soltanto come normali cittadini li dobbiamo rispedire al mittente?

  3. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 08:10 | Permalink

    strano che qui si parli molto di palestina/palestinesi, mentre nel testo dell’appello queste parole non compaiono.
    appello non necessario, firme frettolose, lenzuolate di precisazioni, eccetera.
    peggio del boicottaggio.

  4. Argentina
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 08:24 | Permalink

    ecco cosa si diventa. Meccanismi di complicazione. La questione sarebbe molto semplice… sarebbe. A nessuno dovrebbe essere negata alcuna forma di espressione. E’ la nostra costituzione che ce lo suggerisce… articolo 21 eccetera eccetera… Al di là del testo di Raul, se domani l’Iran dovesse lanciare una bomba atomica su uno stato vicino e dopodomani alla feltrinelli arrivasse Abdolkarim Soroush io l’andrei a sentire. Tutto qui.

  5. Cappuccetto rosso
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 08:37 | Permalink

    io penso seriamente di andarci…

  6. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 09:33 | Permalink

    Ma sarebbe importante fare in modo che gli scrittori di Palestina potessero essere invitati (se spesso non vengono da nessuna parte è perchè uscire da quei territori è difficilissimo).

    intanto il prossimo anno ci dovrebbe essere l’egitto che già è stato scalzato quest’anno per date nazionalistiche irrimandabili :-).
    E poi ti faccio presente che se gli scrittori della palestina non possono venire è perchè non gli viene permesso.
    Intanto si potrebbe fare un appello all’ambasciata israeliana e al ministero degli esteri perchè, di diritto, e con gli stessi diritti, al salone del libro quest’anno siano presenti, non un numero pari e bla bla, ma tutti gli scrittori palestinesi nati nel territorio israeliano, sia quelli oggi cittadini israeliani, sia quelli esiliati come mahmud darwish. Potrebbe essere un segno di vera libertà *culturale* e non solo di propaganda nazionalista come per ora appare.
    geo

  7. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 09:43 | Permalink

    L’equidistanza culturale (che vengano scrittori israeliani e scrittori palestinesi) è talmente scontata che non si discute nemmeno.
    Ma quando essa viene dopo un’iniziativa come quella di Torino ( una dedica a uno Stato che non solo è nato dal sopruso, ma ostinatamente mantiene una politica segregazionista che a nessun altro sarebbe consentita), a me sa troppo di ipocrisia. Biondillo ne ha abbastanza del tifo calcistico.
    Io detesto i gol fatti con la mano, fosse anche di Maradona.

  8. gianni biondillo
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 10:01 | Permalink

    A Roma, Tash, ho ricevuto una telefonata accorata che mi chiedeva come mai non commentassi la messe di commenti all’appello. Mettere una firma non basta, “dovevo” dire la mia, altrimenti sembravo uno snob firmaiolo. Ora che la dico, diventa per te una lenzuolata dove si parla molto di palestinesi (questa è la mentalità da milan-inter. Qui si parla di sudafrica, di israele, di palestina, e molto altro. Tu vedi solo quello che vuoi). Ecco, appunto, gli sputi.

    Sottoscrivo (Cosimo) Argentina.

  9. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 10:16 | Permalink

    Amo gli ebrei moderati, amo gli arabi moderati
    Come diceva hannah arendt si amano solo gli individui, i propri amici, non si amano i popoli o le categorie :-).
    In politica l’amore è un sentimento deleterio che non dovrebbe mai aver posto altrimenti provoca solo guai.
    geo

  10. Fortini/Cani
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 10:25 | Permalink

    “I consigli comunali delle Apuane dove ventitre anni fa Reder e i suoi ammazzarono centinaia di persone si pronunciano contro la richiesta di grazia, dopo il comune di Marzabotto. Ieri ha votato il consiglio comunale di Carrara, all’unanimità meno uno, un avvocato democristiano. Non so come costui abbia motivato il suo voto. Fosse una motivazione politica, forse potrei anche approvarla. Sarà invece, come m’è occorso di leggerne, una motivazione religiosa o morale che maschera una scelta politica inconfessabile. Cerimonie come queste, comprensibili per i superstiti. Ma, da un più serio punto di vista, peggio che stoltezze, ipocrisie; e peggio che ipocrisie, aiuti al peggio. C’è stato un modo molto reale di dimenticare quegli uccisi: il modo tenuto dalle classi dirigenti italiane nei primi dieci anni del dopoguerra. Oggi si preferisce parlare delle stragi naziste per non guardare la verità di Indonesia, Vietnam, America Latina, Congo… Ma no, sto ancora sbagliando! Ancora una volta m’avvedo di ragionare nei vecchi, ormai falsi, termini: si parla del Vietnam, eccome, se ne parla come dei crimini nazisti, di questi come della guerra israeliana e della guerra israeliana come d’una carestia in India. Al fondo c’è una sola e dura notizia: «Voi non siete dove accade quel che decide del vostro destino. Voi non avete destino. Voi non avete e non siete. In cambio della realtà v’è stata data una apparenza perfetta, una vita ben imitata. Così ben distratti dalla vostra morte da godere una sorta di immortalità. La recitazione della vita non avrà mai fine, felici».

    F.F., I cani del Sinai

    «Fare il cane del Sinai» pare sia una locuzione dialettale dei nomadi che un tempo percorsero il deserto altopiano di El Tih, a nord del monte Sinai. Variamente interpretata dagli studiosi, il suo significato oscilla tra «correre in aiuto del vincitore», «stare dalla parte del padrone», «esibire nobili sentimenti».

    Sul Sinai non ci sono cani.

  11. véronique vergé
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 10:46 | Permalink

    Penso che una tavola rotonda con artisti di Israel e di Palestina sarebbe una belle iniziativa, per esempio, con tema l’identità femminile in una terra che è di dolore. Fare incontrare parole, messaggio, lettera.
    Boicottare un paese dove è accaduto IL Libro mi sembra assurdo.

  12. diego
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 11:07 | Permalink

    >Ma sgrossando d’impeto il macigno della questione ciò che vedo di primo acchito è un colossale autogol. Se esiste una voce davvero critica che viene dal cuore di Israele, una critica alla sua politica insediativa, colonialista, guerrafondaia, viene proprio da quegli scrittori che vogliamo boicottare.

    Ok Biondillo, ma siamo sicuri che proprio quegli scrittori saranno presenti alla mascherata del libro di Torino? Sicurisicuri?
    Per esserne assolutamente certi, nel nome della letteratura of course, prima di correre all’”allarme” (tag con cui l’appello è stato indicizzato) avrei verificato quella presenza. E’ stata fatta questa verifica prima di dare l’allarme? Non credo. E visto che questa situazione grottesca richiederebbe, per non perderci ulteriormente la faccia, una propositività - che è nelle vostre (ma, volendo davvero, anche nostre) possibilità, rilancio qui una letterina che ho messo in coda al thread dell’appello. Ovviamente ignorata.

    Cari amici di Nazione Indiana, aderenti all’appello.
    La fiera del libro a Israele? Va bene.
    L’azione di boicottaggio stupida e/o incivile e/o inefficace? Bene (!) anche questo.
    Ma se vi sta tanto a cuore la questione “nel nome della letteratura” non vi sembra in effetti un po’ pochino la raccolta di firme?
    Fossi stato in voi, in qualità di “gruppo” comunque riconoscibile e in qualche modo vicino al mercato editoriale e culturale certamente più di noi comuni mortali, avrei proposto un’azione vera, anche per dare uno schiaffo morale a quelli che, come me, in un appello simile hanno letto solo un po’ di malafede o, nel migliore dei casi, un po’ di ingenuità.
    E visto che è la “letteratura”, in questo caso specifico, a correre il rischio di censura, avrei per esempio contattato Gilad Atzmon, ebreo israeliano autoesiliatosi a Londra, apertamente antisionista, autore di due libri dal discreto successo ma sconosciuti in Italia;
    avrei contattato Aharon Shabtai, approfittando proprio del fatto che ha rinunciato alla vetrina parigina, in modo tale da far capire che in Italia - dove non è tradotto - sarà diverso;
    avrei contattato Ilan Pappe, famoso storico israeliano “costretto” a lasciare il paese l’anno scorso;
    avrei contattato Jeff Halper, antroplogo israeliano attivista dell’ichad, autore del quale uscirà questo aprile un libro importante “An Israeli in Palestine: Resisting Dispossession, Redeeming Israel” che chissà se vedrà la luce anche qui;
    avrei contattato Yitzhak Laor poeta israeliano mai pubblicato in italiano.
    E, visto che per essere “ospite” un Paese deve essere ospitato da qualcuno, noi in questo caso, avrei contattato anche qualche italiano, come ad esempio Ariel Levi di Gualdo, autore l’anno scorso di “Erbe amare” uscito per la minuscola Bonanno, e perchè no anche Ariel Toaff. Ma forse c’entra poco.
    Avrei scritto loro qualcosa tipo “Gentile Signore, poichè “nel nome della letteratura” noi vogliamo che tutte le voci possano esprimersi, e visto il paese presente quest’anno, ospitato per la decisiva caratura letteraria della sua cultura, vorremmo invitarLa a partecipare al dibattito “Israele sessant’anni dopo - due punti - affinità/divergenze tra lo Stato Ebraico e noi (ebrei)” [poi il titolo ve lo scegliete voi, sia chiaro] che si terrà il giorno tot nella famosa e grande fiera. Distinti saluti. PS: ovviamente al dibattito parteciperà anche la sacra triade Oz-Grossman-Yheoshua, ma ad ognuno saranno garantiti gli stessi tempi e le stesse modalità di dialogo ecc…”.
    Poi presenterei lo stesso pacchetto agli organizzatori della fiera, avendo l’opportunità di farlo in quanto unione super partes di autori “nel nome della lettaratura”, e aspetterei un nulla osta. Forse per sempre.
    Ma forse anche no… perché non provarci?

    Aggiungerei or anche un PS: sono questi autori a non voler partecipare? Ebbene, sarà un successo proprio nel momento in cui riuscirete a convincerli che la presenza di Israele è davvero solo un pretesto per presentare tutte le sue voci, sullo stesso piano.

  13. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 11:44 | Permalink

    Non ho firmato l’appello a favore degli organizzatori della Fiera del libro,perché il testo mi pare troppo generico, glissa su alcuni punti… Le ragioni le ho spiegater sul primoamore.com ( http://www.ilprimoamore.com/testo_788.html)

  14. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 11:50 | Permalink

    A me pare che la proposta di Diego sarebbe un’ottima “piattaforma” per tutti - per quelli che all’appello hanno aderito come per quelli che come me non lo hanno fatto.

  15. William Shakespeare
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 12:01 | Permalink

    Ho già detto la mia nella commedia “MOLTO RUMORE PER NULLA” (”Much ado about nothing”, come farfugliano dalle mie parti).

  16. luminamenti
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 12:05 | Permalink

    “Boicottare un paese dove è accaduto IL Libro mi sembra assurdo”.

    Cos’è una barzelletta?

  17. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 12:07 | Permalink

    il post di carla benedetti è la cosa più intelligente (fra quelle da me lette in questi giorni) scritta sull’argomento e l’unica che condivido.
    Un grazie dunque a chi l’ha scritto
    geo

  18. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 12:12 | Permalink

    “una sinistra italiana che ha espulso autolesionisticamente dal suo patrimonio costitutivo tutta la cultura ebraica - nazionale e non - regalandola, con uno spreco ideologico, ad una nuova destra straordinariamente opportunista che ne ha fatto una vuota vetrina di verginità morale”.

    Non ho capito questo passaggio. Dove sta l’espulsione?

  19. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 12:19 | Permalink

    A forza di rifarsi una verginità, si torna davvero vergini?

  20. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 12:49 | Permalink

    @biondillo
    mi è saltato un commento un po’ articolato.
    ora posso solo precisare che è sbagliato e anche un po’ falsificante definire le mie obiezioni, come quelle di altri, “sputi”.
    fatto sta che nel vostro appello i palestinesi non sono nominati manco di sguincio.
    sarebbe bastata un po’ di attenzione per costruire un documento un po’ meno rozzo, un po’ più problematico e dunque più condivisibile.
    in fondo scrivere testi è il mestiere dei sotto-scrittori.
    la questione di israele - cultura compresa - è cruciale per l’auto-identificazione dell’occidente, è un punto delicato, dolente, sensibile, che va toccato con abilità e delicatezza.
    il contrario di come avete fatto voi.

  21. franz krauspenhaar
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 13:12 | Permalink

    @Georgia.

    Se avessi scritto “odio tutti, anche i negri, naturalmente”, sarebbe stato più politico, ne convengo.

    L’amore per un popolo è anche amore per una cultura, credo. All’amore non si comanda, credo. E credo che per ora basta.

  22. andrea inglese
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 13:17 | Permalink

    A gianni Biondillo, che scrive
    “Così come ho solo ora visto la serie di post, altrettanto commentati, che fanno da corollario a quell’appello”

    Ora, Gianni se hai nozione del termine “corollario”, ti rendi conto che l’unico eventuale corollario all’appello che hai postato è questa lunga precisazione. Io parlo evidentemente per i miei due post. Non sono corollari all’appello, sono una riflessione critica su quell’appello e documenti che appoggiano quella riflessione. Siccome a me l’appello non convinceva non solo non l’ho firmato, ma ho anche detto perché non lo firmavo e sopratutto ho proposto di aprire una discussion su una serie di temi.

    Infine, detto molto chiaramente: un appello è un appello, o lo sottoscrivi per quello che dice e per come lo dice, oppure stili un appello alternativo, oppure non firmi e basta, oppure offri le ragioni sul perché non condividi quell’appello.
    Se ogni appello dovesse essere seguito dai corollari precisanti di ogni individuo che lo ha firmato, gli appelli perderebbero di senso.
    Dopo di ché ho letto con interesse le cose che hai scritto.

  23. sparz
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 13:26 | Permalink

    non ho firmato per le ragioni esposte ad esempio da Carla Benedetti nel link nominato nel suo commento qua sopra, per quelle esposte da Aharon Shabtai nel suo articolo pure ampiamente linkato in rete e aggiungo per Gianni, al quale concedo senza alcun dubbio la sacrosanta generosità dell’impeto iniziale, e che per l’appunto scrive “Certo, dovrei fare tutti i distinguo del caso. Distinguo necessari, doverosi. Precisazioni, chiose, cavilli, puntualizzazioni, postille, sottigliezze, sofismi. Vero. Tutto vero.
    Ma sgrossando d’impeto il macigno…
    ” che qualche volta i distinguo non sono cavilli (parola che li connota negativamente) e quindi tenerne conto fa tutta la differenza. E questo è un caso di quelli.

  24. andrea inglese
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 13:30 | Permalink

    e scusa Gianni, un’ultima domanda, scrivi che:
    “Potrei mettervi di fronte allo smarrimento che provo sempre più nei confronti di una sinistra italiana che ha espulso autolesionisticamente dal suo patrimonio costitutivo tutta la cultura ebraica - nazionale e non - regalandola, con uno spreco ideologico, ad una nuova destra straordinariamente opportunista che ne ha fatto una vuota vetrina di verginità morale.”
    La mia libreria si accresce negli anni, ma non è molto cambiata. Sono troppo vecchio per aver comprato tutti i Lenin, da infilare in cima alla libreria, da Marx a Freud a Chomsky a Bellow a Kis a P. Roth, ecc., c’è tutto cio’ che avevo dieci anni fa.
    Potresti fare qualche esempio concreto che giustificasse questa “espulsione” massiva della “cultura ebraica”, concetto per altro assai ampio?

  25. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 14:18 | Permalink

    @gianni biondillo

    cominciamo col dire che apprezzo che finalmente un indiano anziché firmare e basta un appello a mio avviso assai brutto (nel senso proprio di scritto male e con contenuti pessimi: se ne potevano trovare di migliori, a sostegno della causa di chi vuol sostenere lo sciagurato modo di agire politico di Ferrero e Picchioni: potevano arrivare alla scelta di Israele in altro modo) scriva qualcosa di suo, a livello personale per giustificare in qualche modo la sua firma,

    e apprezzo anche che in questo modo Gianni possa un po’ riscattarsi dagli attacchi personali decisamente gratuiti e frettolosi nei mie confronti,
    pubblicati frettolosamente sul post di marco rovelli con la bandiera palestinese, questi:

    @gianni biondillo
    Lorenzo,
    io sto contro il governo israeliano e con la letteratura israeliana. Trovo demenziale non invitare non solo dei geni della letteratura, ma alcune delle vere voci di dissenso all’interno di quel paese.
    E sono perché l’anno prossimo venga invitata la Palestina. Proprio così. Sarebbe, politicamente, enorme come mossa.

    marco rovelli
    Pubblicato 5 Febbraio 2008 alle 23:39 | Permalink
    In subordine (sapendo appunto che oggi come oggi è troppo pensare di chiedere alle Istituzioni di far proprie logiche a-Istituzionali), faccio mia l’idea di Gianni.

    Lorenzo Galbiati
    Pubblicato 5 Febbraio 2008 alle 23:41 | Permalink
    marco e gianni
    voi sognate su come rimediare in futuro, io mi confronto con il presente.

    gianni biondillo
    Pubblicato 5 Febbraio 2008 alle 23:48 | Permalink
    Come io mi confronti col presente (e col passato, e per me, per ragioni familiari, che coinvolge addirittura la mia infanzia), caro Lorenzo, è cosa che so fin troppo bene e non devo venire a spiegarlo a te. Smettila di farti portatore del vero e del giusto, è cosa poco scientifica.
    Vado a dormire, non leggerò, in modo coerente, fino a dopodomani.

    mario Pandiani
    …,

    Lorenzo Galbiati
    Pubblicato 5 Febbraio 2008 alle 23:57 | Permalink
    mah, gianni, se io dico la mia posizione esprimo verità assolute?
    io son d’accordo con te sull’invitare la Palestine nel2009 (ma c’è già l’Egitto) e con Marco sul non invitare più gli stati - cosa che peraltro se non erro non avviene tutti gli anni.
    Sta di fatto che la Palestina non sarà invitata e che probabilmente ogni tanto saranno ancora invitati altri stati.
    E quindi non faccio altro che espormi e dire come la penso io sui fatti di oggi e non sui sogni di domani.

    Lorenzo Galbiati
    Pubblicato 6 Febbraio 2008 alle 00:22 | Permalink
    …sui (vostri e miei) sogni di domani.

    bene, detto questo, dato che a Gianni evidentemente non interessa nulla del come si sia arrivati alla scelta di Israele né dell’efficacia storica del boicottaggio come operazione politica nei confronti di uno stato come il Sud Africa, e quindi eventualmente anche nei confronti di Israele che cmq non è boicottato da tutti quelli che boicotteranno la fiera
    (serve ricordare che boicottare la fiera del libro torinese del 2008 è cosa diversa dal boicottare la letteratura israeliana o Israele come stato?), e nemmeno suppongo delle posizioni degli intellettuali palestinesi e israeliani come Aaron Shabtai che invocano il boicottaggio,

    non mi resta che dirti, Gianni, che sono curioso di vedere cosa dirai l’anno prossimo, o nel 2010 - dato che per l’anno prossimo c’è già l’Egitto come ospite d’onore, doveva già esserlo quest’anno prima che gli preferiessero Israele - quando meritevolmente, chiederai di avere l’Autorità palestinese come ospite d’onore, e ti sentirai dire che non è possibile.
    Ecco, sono davvero curioso. E senza nessuna ironia.
    E ovviamente sperando di sbagliare profezia.
    Ci sarà tempo intanto di discutere d’altro, spero in modo civile e anche amichevole.
    Lorenzo

  26. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 14:33 | Permalink

    ho postato anch’io geo

  27. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 15:13 | Permalink

    mi unisco a marco rovelli nel sostenere la proposta di diego a nazione indiana.

  28. véronique vergé
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 15:28 | Permalink

    Luminamenti: volevo dire con parole maldestre che la cultura ebraica si fonda sulla scrittura: c’è un amore per il testo e la sua interpretazione.
    Devo dire che apprezzo molto i commenti di Luminamenti e di Georgia per l’intelligenza di opinione.
    Ma mi sento del lato dei firmatori dell’appello, perché condannare artisti al nome del governo non è giusto.
    Dare espressione agli scrittori invita appunto alla tolleranza e al dialogo.

  29. gianni biondillo
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 18:21 | Permalink

    Andrea I.,
    ora che finalmente ho letto tutto so che i tuoi non erano corollari. ma potevi anche farmelo passare il termine, no? Non capisco il puntuto commento, avevo preventivamente detto che non avevo letto, e che me ne dispiacevo.

    Tash,
    è che m’era apparso fin troppo liquidatorio il tuo commento, dopo che tornato da un viaggio mi sono messo di notte a cercare di dare una risposta articolata a una richiesta telefonica. Il web fa male, comunque. Almeno a me.

    Diego,
    eccomi. Sono d’accordissimo con te. Vuoi che si contattino gli autori che citi? Sono qui. Ma, ti prego, dato che mi succede di continuo, non si tira il sasso e si nasconde la mano. Le cose se si propongono si fanno. Se c’è bisogno di me io mi offro, ma non far fare ad altri quello che tu proponi. Che qui è facile appuntare con la penna rossa e poi, italianamente pontificare l’ “armiamoci e partite”. Mettici la faccia pure tu. E le gambe, il cervello, il tempo, la volontà. E tutto, inutile dirlo, a gratis.

    Lorenzo,
    insisto a pensare che dire: “voi sognate su come rimediare in futuro, io mi confronto con il presente” significa che io col presente non mi confronto. Che lo fai solo tu. E, perdonami, dissento.

  30. luminamenti
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 19:06 | Permalink

    @véronique vergé

    scusa tu, avevo allora interpretato male e concordo sull’importanza della scrittura nella cultura ebraica e sulla grandezza dei scrittori israeliani.

    Un grande evento sarebbe, non so, che un festival della letteratura, come quello di Mantova fosse dedicato a scrittori israeliani e palestinesi insieme a discutere di letteratura, di politica e dei rapporti tra letteratura e politica.

    Purtroppo mi sono fatto da diversi anni una cattiva idea del salone di Torino che fu prestigioso.

    Mi sembra questa celebrazione a Torino viziata da giochi sotterranei sospetti. Non ho una opinione precisa, a parte il fatto che certamente molto di coloro che su NI si schierano ora da una parte o dall’altra, non hanno certo atteggiamenti e idee reazionarie né contro gli israeliani né contro gli arabi

  31. Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 20:23 | Permalink

    Caro Gianni,

    hai ragione, quella frase era infelice.
    Entrambi ci confrontiamo con il presente.
    Io sono favorevole al boicottaggio, inteso come non andare alla fiera e invitare altri a non andarci, spiegando loro le mie e altrui opinioni in proposito.
    Tu hai firmato l’appello di Montanari e poi hai scritto questo articolo.
    In cui dici: “Così come difendo l’invito di Israele come paese ospite, sono pronto a proporre da subito che il prossimo anno la Fiera del Libro di Torino inviti ufficialmente l’Autorità Palestinese come ospite d’onore. Non genericamente i loro scrittori, ma proprio l’istituzione politica.”
    E io ti rispondo: Israele ci sarà a Torino, mentre l’autorità palestinese che tu proporrai come ospite per il 2009 a Ferrero e Pinchioni non ci sarà: cosa farai allora?
    Rivedrai la tua posizione di quest’anno? Proporrai il boicottaggio per il futuro? Altro? Immagino che farai altro e non so che cosa.
    Staremo a vedere.
    Io non riesco a concepire un modo diverso per confrontarmi con il presente se non quello di confrontarmi con i fatti presenti, non con ciò che uno si augura per il futuro mentre fa altro al presente (scrive o sottoscrive, nel nostro caso).

    Ora dici che sostieni l’ipotesi di Diego, che, a mio avviso, è incompatibile con l’aver firmato un appello a sostegno della fiera che dice in modo chiaro che si solidarizza “senza riserve” con gli organizzatori della stessa, quindi con il loro operato.
    Mi sembra già tu stia compiendo un passo indietro, ti pare?
    Non è il caso di ritirare la tua firma?

    Inoltre, mi chiedo se hai colto la sfida contenuta nel finale, specialmente nel PS, del commento di Diego che, detto in parole povere, vi invita a confrontarvi con le ragioni degli israeliani che vogliono boicottare la fiera, sfidandovi a fargli cambiare idea… forse conta più questo che sottoscrivere appelli che ostracizzano ogni azione di boicottaggio.

    Quindi, per quel che vale, anche qui sono curioso di sapere cosa farai tu, a partire dal fatto di ritirare o meno la tua firma, e cosa farà diego, e magari anche marco… e mi ci metto pure io, ecco, diamoci da fare, ognuno in base alle proprie forze e vediamo che ne ricaviamo e aspettiamo la fine prima di prendere posizione rispetto a questa fiera.
    il mio email l’avete, tu e marco.

    ps e se non ne ricaviamo nulla, pazienza, ognuno tornerà alla proprie posizioni iniziali, suppongo.

  32. ops
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 21:54 | Permalink

    Biondill,
    sotto cito un intervento su Lipperatura che mi ha suggerito la seguente domanda: non è che avete firmato perchè in Italia nessuno vi ha informato (o: non vi siete informati) che da anni esiste un dichiarato boicottaggio verso Israele che comprende anche sue università e i centri del ‘Sapere’? a boicottare non sono semplici cittadini, ma Famose università Internazionali (l’Italia è la solita provincia) http://www.ilanpappe.org/Articles/Boycott%20Israel.html http://www.infopal.it/testidet.php?id=5327. Non è facile passare sopra al solito ‘il Sapere è al di sopra delle parti’, anche se dovrebbe essere chiaro che la forma astratta (lunare, platonica) forse sì, ma le istituzioni che pretendono rappresentarlo no.
    A te nello specifico, per dare risposta all’aneddoto sull’evento musicale in Sudafrica, consiglio Omar Barguti http://www.forumpalestina.org/news/2008/Gennaio08/DibattitoFieraLibro/DibattitoFieraLibro_OmarBarghouti.htm che spiega perchè le vittime non vogliono sminuire le colpe del carnefice partecipando a eventi di collaborazione (usati dalla propaganda dei governi aggressori di ogni latitudine per il solito: vedete, esistono oppressi buoni, gli permettiamo di unirsi a noi, se tutti fossero come loro non saremmo costretti a essere così cattivi) anche quando, può sembrare a prima vista una cosa assurda. In questo caso da musicista bianco anti apartheid, per non mettere in difficoltà con qualsiasi tipo di fraintendimento (quanti ne vediamo quotidianmente sui media?) per una volta sarei rimasto in platea a ballare nel mucchio, per intenderci. Senza fare polemiche.
    Per quanto riguarda la capacità ‘critica’ che esprimono i più importanti scrittori israeliani OZ, Grossman e Yehoshua, ti rimando al link di Carmilla indicato sotto. A prima vista non sembra pertinente, ma arrivati a metà riporta alla memoria il loro l’atteggiamento sull’ultima aggressione al Libano e ti assicuro che non è molto edificante. Ti risparmio l’appoggio espresso da Yehshua sul muro.
    In tutta questa faccenda oltre a convincermi della necessità di informare (anche i nostrani scrittori affinchè la prossima volta non si stupiscano) dell’esistenza, dei perchè e dei fini del boicottaggio ho avuto modo di innalzare un enorme ringraziamento al coraggio e alla lucidità di Aharon Shabtai.

    da lipperatura http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/02/07/ma/#comments

    Il boicottaggio è una forma pacifica non solo di rifiuto, ma anche di informazione e analisi. Promovuono, da anni, questa campagna
    intellettuali ebrei e palestinesi (Ilan Pappe, Oren Ben Dor, Barguti, Atzmon e molti altri) supportati da organizzazioni per la pace in Palestina tra cui molte già schierate contro l’apartheid in Sudafrica (Desmond Tutu è tra i promotori). Boicottiamo le merci, ma anche gli atenei. Perchè? per costringere gli israeliani a ripensare le politiche del loro paese e per spingere Israele verso l’abolizione del regime di aparthed e la fine della politica coloniale. Sia gli ebrei che i palestinesi che promuovono questa campagna vogliono un unico Stato in cui sia
    possibile vivere alla pari (spero che tutti siate al corrente che i
    palestinesi israeliani non godono degli stessi diritti degli ebrei, se sposano la persona sbagliata, dei territori per es., possono perdere la cittadinanza)e con i medesimi diritti. La fiera di Torino, oltre a essere uno scippo nei confronti dell’Egitto (se sbaglio correggete) in celebrazione dell’anniversario dello Stato d’Israele che cade quest’anno, non prevede voci di palestinesi, ma molti scrittori (Grossman, Oz, Yehoshua http://www.carmillaonline.com/archives/2006/12/002049.html#_ftn32) palesemente schierati con le scelte del
    governo o blandamente critici. Noi la boicottiamo e prendiamo spunto
    dalle polemiche sorte in questi giorni per diffondere anche in Italia (disinformata in questo senso) le ragioni del boicottaggio internazionale. Forse Israele con la sua abilità comunicativa riuscirà comunque a guadagnare immagine e consensi, a noi interessa riuscire a parlare delle nostre motivazioni (anche con gesti clamorosi, ma sempre non violenti) e instillare dubbi e domande. Chiudo con un sincero affetto rivolto a tutte le popolazioni oppresse e a quegli Umani (compresi scrittori e intellettuali) che stanno pagando con l’ostracismo del loro Paese il coraggio delle proprie scelte. Ricordo che Pappe, Oren Beb Dor, Atzmon hanno dovuto lasciare Israele, Tanya Reinhart nei suoi ultimi anni insegnava solo all’estero, suo marito Aharon Shabtai non credo che abbia avuto vita facile e non la avrà certo dopo il suo rifiuto a partecipare alla Fiera di Parigi. Un saluto particolare agli anarchici contro il muro che, non essendo scrittori continueranno a combattere la battaglia contro l’occupazione a Bil’in insieme ai palestinesi.
    le ragioni di Shabtai : http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio
    /05-Febbraio-2008/art24.html
    Io non ritengo che uno Stato che mantiene un’occupazione, commettendo giornalmente crimini contro civili, meriti di essere invitato ad una qualsivoglia settimana culturale. Ciò è anti-culturale; è un atto barbaro mascherato da cultura in maniera cinica. Manifesta un sostegno ad Israele, e forse anche alla Francia che appoggia l’occupazione. Ed io non vi voglio partecipare.
    Cordiali saluti,
    Aharon Shabtai”
    Pappe e Ben Dor spiegano perchè si deve boicottare
    http://www.assopace.org/news.php?id=94
    http://electronicintifada.net/v2/article3880.shtml

  33. ops
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 23:04 | Permalink

    commento di F. Marotta tratto dal tread di Inglese. Ottimi consigli per chi si appresta a firmare una qualsiasi petizione e ottima analisi.

    Francesco Marotta
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 19:08 | Permalink
    Io posso scrivere tutti gli appelli che voglio.
    Ma.
    Dopo che li ho scritti, li rileggo con attenzione, parola per parola.
    E se solo mi sorge il sospetto, in corso di lettura o anche dopo, che l’appello che ho in mano potrebbe essere firmato, in ogni momento, anche da fini, calderoli e bondi, ebbene, non mi resta che una cosa da fare.
    Cestinarlo.
    E ripensare con attenzione alle ragioni vere che me lo hanno dettato.
    Oppure riscriverlo, in modo che il pensiero che voglio esprimere sia chiaro, e non lasci zone d’ombre, quelle stesse nelle quali, come è successo in questo caso, si intruppano anche, e soprattutto, coloro che non vorrei mai sulla mia barca (basta leggere le “motivazioni” di alcune adesioni nell’altro thread).

    Qui non c’entrano niente (o c’entrano veramente poco), a mio modo di vedere, tante delle ragioni addotte a sostegno dell’appello.
    Qui si è in presenza di fatti incontestabili, che ben conoscono anche coloro che materialmente l’hanno ideato e prodotto:

    - L’invito è pura propaganda, con una regia ben precisa italo-israeliana, per celebrare l’anniversario della nascita di quello stato e avvalorarne all’estero l’immagine, con l’ausilio di un gruppo di scrittori di nome (che Shabati definisce giustamente di regime, o, nella migliore delle ipotesi, innocui), di paese colto, democratico e rispettoso del dissenso (perché qualche discorsetto critico, vedrete, qualcuno della triade dei “grandi” invitati pure lo farà).

    - L’invito è uno schiaffo all’Egitto (*), già da tempo invitato per quest’anno, e alla cultura araba in genere. (*)
    Siamo non siamo in pieno scontro di civiltà?

    - L’invito è uno schiaffo a tutta la cultura ebraica dissidente, e a quella parte della società civile di quel paese che, zittita e oscurata da sempre, non ci sta a vedersi accomunata a un regime che pratica l’apartheid e la violazione di tutti i più elementari diritti umani (a iniziare dal controllo totale delle fonti idriche: la più oscena delle aberrazioni): con la benedizione della comunità “civile” internazionale.

    - Non c’è letteratura, non c’è cultura che tenga, né ora né mai, quando ci si trova di fronte a uno stato fondamentalista, profondamente clerico-fascista, coinvolto in un genocidio in atto, quotidianamente, sotto i nostri occhi: quello che si sta consumando nei territori e nella striscia di Gaza: non mi sembra che gli intellettuali dell’appello si siano mossi, in modo così pubblico e solerte, per dire “basta”, per far pressione su quel governo che noi (purtroppo!: parlo per me) abbiamo votato, affinché si adoperasse con tutti i mezzi per porre fine a quell’orrore.

    - L’invito avalla, oltretutto (non so se chi l’ha scritto se ne rende conto) l’accusa di antisemitismo, strumentalmente usata, in puro stile fascista, nei confronti di coloro che dissentono dall’invito e dalle ragioni (strumentali) di coloro che lo difendono.
    Quindi avalla la fine di ogni espressione politica critica e alternativa a chi, in grande, ma anche in piccolo, detta, o crede di dettare, le regole dell’esercizio “democratico”.
    Quale?
    Di chi?
    Per caso di una cultura (quasi) totalmente asservita agli interessi della grande industria del settore, e al padronato politico con cui gestisce il potere?

    E si potrebbe continuare a lungo…

    Dire poi che il manifesto/appello sia carente sul piano “formale”, fa un po’ sorridere.

    Dire che il dissenso poteva essere benissimo portato nei saloni della fiera, fa ridere fino a star male.
    Non mi addentro, ma mi sembra lo stesso ragionamento di quanti, a fronte della mancata (sic!) visita (sic!!) del papa alla Sapienza, se ne sono usciti dicendo: sì, bisognava farlo parlare, e poi intervenire per esprimere un opposto punto di vista critico.
    “Intervenire”????
    “Punto di vista critico”???
    Ma dove?
    Ma quando mai?
    Se è bastato innalzare quattro cartelli all’università perché gli studenti fossero accusati di terrorismo! Da calderoli e zozzìmma similare? Sì. Unitamente alla sinistrina in odore di santità: che potrebbe adottare questo appello come manifesto per le prossime elezioni.

    Firmare?

    Principe De Curtis, dov’è? Venga, che gridiamo in coro: ma ci fàccino il piacere…

    p.s.

    (*)
    Avrei chiesto il boicottaggio anche dell’Egitto e dell’osceno regime omofobo e fascista che lo governa.

  34. diego
    Pubblicato 8 Febbraio 2008 alle 23:25 | Permalink

    Allora Biondillo. Premetto, se non fosse ancora chiaro, che per me aver chiamato proprio ora Israele come paese ospite è una gran porcata. Ma tant’è. La cosa potrebbe avere il suo risvolto positivo, se non altro per i motivi esposti in quella lettera che non a caso contiene una proposta fatta al gruppo dei promotori dell’appello, un gruppo di persone che pubblica e che potrebbe avere voce in capitolo facendo parte, in misura certamente maggiore di quanto possa farne parte io (ovvero nulla), del mondo editoriale. Un gruppo di persone alle quali pare stia a cuore la “letteratura”, e nel caso specifico il fatto che a tutte le componenti letterarie del controverso “ospite” sia permesso di esprimersi senza censure. Un gruppo di persone che però dice riferendosi ai boicottatori (in qualche commento) “perchè non si è scelta la linea del dialogo”, un’esternazione abbastanza miope. E ti spiego perchè.
    Metti per esempio che io riesca a trovare la porta della fiera del libro.
    Busso: “toc toc!” “chi è?” “salve sono diego ianiro vorrei proporvi di invitare atzmon laor halper sabtai a confrontarsi con oz grossman yeoshua sul tema di israele, e magari pure sulla sua presunta democrazia. ovviamente sarebbe bello poter trovare anche un editore ai primi quattro, far venire la stampa e trovare i finanziamenti per l’evento nell’evento” “e cacaci il cazzo” sarebbe stato il massimo auspicabile come risposta, ammessa una risposta. Ci ho rinunciato in partenza? Forse.
    Metti che ci avesse provato forumpalestina, senza boicotaggio: sai bene - senza che ci pigliamo per il culo - che con quel nome il paese ospite e le sue “condizioni” imposte (vedi articolo corriere della sera che ho riportato altrove) non li avrebbe neanche fatti avvicinare.
    Allora capisci perchè la “via del dialogo” è preclusa, e che servireste - per esempio - voi come cavallo di troia, per fare una metafora infelice, nel “nome della letteratura” e della libertà di parola?
    Quindi, tu dici “eccomi sono d’accordissimo”. a me fa molto piacere. io non nascondo la manella, anche se sarei dovuto essere io, e chi la pensa come me in merito all’appello, a ricevere il famoso schiaffo morale da una simile azione. allora ti dico conta su di me, nonostante tutto, prendo per buona la possibilità dell’azione. ma poi? che aiuto posso darti? sono io che devo aiutare te?
    Il problema non sono io. C’è questo blog, lo si sfrutta, si apre un thread “chi dei firmatari dell’appello è d’accordo a chiamare quei cinque/sei/n autori indicati e a proporli alla fiera in un pacchetto “critico”?” per esempio. Si fa la conta, si vede quanto si può essere incisivi in base al gruppetto. Rovelli per esempio sembra d’accordo, Inglese pure credo. Potrebbero aggiunsersene altri, più “pesanti” di me.
    Se ci sono gli estremi per un gruppo che agisca e non per le chiacchiere, si passa al punto 2.
    Si contatta forumpalestina – propruio lui – e si propone la cosa, a una condizione: nessun autore palestinese – proprio per scelta strategica: è la piazza di israele? e allora si gioca con squadra israeliana.
    Si espone al forum la piattaforma e il paccheto del convegno “critico”, si chiede loro fiducia, e si fa in modo da poterla garantire con la serietà degli intetni, ovvero far parlare tutte le voci di Israele, in particolare quelle critiche; si chiede al forum supporto per il contatto di tutti quegli autori israeliani indicati, ed altri indicati da loro stessi. In cambio, il gruppo di “Nazione Indiana” farà in modo da entrare in contatto con gli editori della fiera, la stampa, e l’organizzazione stessa, per avere degli spazi e dei tempi definiti nei giorni della manifestazione.
    Se in una o piò fasi di questo processo io posso essere utile, a disposizione. La mail è quella.

    Scusa la forma del post ma quando arrivo a questora non ce la faccio manco a morire.

  35. Sebastian
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 00:15 | Permalink

    Rivolgo qui qualche domanda a Carla Benedetti, visto che il sito http://www.ilprimoamore.com non è un blog che permetta discussioni online.

    Carla, lei scrive:

    “Tra l’altro lo sanno o non lo sanno, questi che scomodano l’antisemitismo, che il primo boicotaggio viene dal poeta israeliano Aharon Shabtai che in questi giorni ha rifiutato l’invito a partecipare al Salone del libro di Parigi con queste parole: “Ritengo che si tratti di un’occasione di propaganda, in cui Israele si metterà in mostra come uno Stato con una cultura, dei poeti, ma nascondendo che in questo momento sta compiendo dei terribili crimini contro l’umanità”.

    Io ho sempre pensato che le semplificazioni siano nocive. E che a volte vengano fatte ad arte per mettere a tacere altri modi di pensare, soprattutto altri modi di immaginare e di creare vie alternative all’esistente. E che esse funzionino come un ricatto. Lo si è visto tante volte. Ricordo che all’indomani dell’11 settembre Shimon Peres, considerato responsabile del massacro di Kfar Kana”

    In queste righe leggo, forse sbagliandomi, una più che condivisibile dichiarazione di diffidenza nei confronti delle semplificazioni incastrata purtroppo tra due semplficazioni.

    La prima riguarda l’affermazione di Aharon Shabtai. Non le pare, Carla, che sposare una affermazione di un poeta israeliano contro la partecipazione al salone del libro di Parigi senza perlomeno verificarla con le affermazioni di altri sia una semplificazione? In linea di principio non sono né a favore né contro l’autorevolezza di Shabtai o quella di Yehoshua, che ha in proposito opinioni credo differenti, diffido dall’accettazione acritica dell’ipse dixit sia nei confronti di chi esprime opinioni che condivido sia nei confronti di chi esprime opinioni da cui sono lontano.

    La seconda semplificazione riguarda l’imputare il massacro di Kfar Kana a Shimon Peres. Per il poco che conosco in proposito la questione Kfar Kana è perlomeno controversa e ritengo una semplificazione veramente eccessiva farne apoditticamente di Peres il responsabile e il riassumere lo stesso Peres in questa imputazione.

    In favore di Peres potrei invocare secondo le categoria il Comitato per il Premio Nobel per la Pace (mi dica se questo non appaia un testimone a favore credibile), che lo onorò di tale premio nel 1994, ma avendo lo stesso comitato premiato anche personaggi come Henry Kissinger, il padrino dimostrato dei piani condor e dei dittatori fascisti sudamericani, me ne prudentemente astengo e mi tengo la diffidenza.

  36. Sebastian
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 00:42 | Permalink

    Domanda di spirito calcistico.

    Il commissario tecnico ha già diramato le convocazioni? E’ già nota la lista dei scrittori israeliani invitati dai ct venduti del Salone di Torino o sponsorizzati dagli uffici di propaganda che tramano nell’ombra a Tel Aviv e Gerusalemme? In caso positivo, vediamo chi c’è nella lista
    - i reclutatori per lo Shin Bet e per Tsaal
    - gli organici di Ariel Sharon e Ehud Olmert
    - i rabbini ortodossi
    - i rabbini progressisti
    - i cabalisti
    - la banda dei tre pompati dall’editoria internazionale e fintamente alternativi (grossmanyehoshuaoz)
    - gli alternativi doc con tanto di garanzia del manifesto
    - i fascisti ebrei di fresca immigrazione dalla ex CCCP

    Se la lista ancora non è pronta, allora
    - parliamo di esclusioni a lista pubblicata
    - diamo suggerimenti, siamo o no il popolo di 50 milioni di commissari tecnici?

    Ultima osservazione. Non conosco Francesco Marotta e mi risparmio l’ipocrisia della ricerca con google per saperne di più, mi pare comunque che soffra di confusione lessicale trattando come “fatti incontestabili” alcune sue ipotesi indimostrate.

  37. Francesco Marotta
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 01:18 | Permalink

    Sebastian, purtroppo quella lessicale è l’unica “confusione” di cui non soffro (ti risparmio l’elenco di quelle che mi trascino davvero): non in questo caso, almeno. Avresti potuto, e avresti fatto meglio, indicare qualche refuso nel testo, ma stavo preparando la cena per i miei figli e non mi sembrava il caso di leggere e rileggere: quello che avevo da dire, si capiva benissimo.

    La sostanza:

    1) “L’invito è pura propaganda…”: leggi le dichiarazioni degli organizzatori della fiera (delle vanità letterarie, e degli interessi politico-industriali: o trova tu un “lessico” più adatto).
    I quattro o cinque post che viaggiano qui nella home sull’argomento sono pieni di link: basta una cliccatina e, ops!, si è sul luogo del delitto.

    2) “L’invito è uno schiaffo all’Egitto…”: cfr. punto 1)

    3) “L’invito è uno schiaffo a tutta la cultura ebraica dissidente…”: non ti risulta? O una dissidenza ebraica, araba e israeliana, culturale e della società civile, per te semplicemente non esiste? Informati: basta un clic, come l’interruttore di casa, e ti si accendono tante lampadine; oppure cerca fonti di informazione leggeremente “alternative” (perdona il lessico, ti prego) alla quadruplice libero-giornale-foglio-padania.

    4) “Non c’è letteratura, non c’è cultura che tenga…”: è una mia convinzione (e, ti assicuro, anche di tanti firmatari dell’appello: solo che, in questo caso, se ne sono dimenticati…), posso tenermela, continuare a credere che un essere umano, sempre e comunque, valga più di qualsiasi opera letteraria?
    Però, toglimi una curiosità, se ti va: in confidenza, qual è il termine, nella mia definizione dello stato di Israele, che ti ha dato più fastidio: integralista? clericale? fascista?
    O apartheid, genocidio…?

    Per il resto, fa un po’ tu.
    Magari è solo il fatto che non ti piace il mio filosofo di riferimento: Totò.

    p.s.

    @ ops

    Grazie.

  38. Cristoforo Prodan
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 10:12 | Permalink

    Intanto appare su un blog una “lista di proscrizione” di 160 professori ebrei presenti nelle università italiane, come denuncia della presenza di una presunta lobby baronale ebraica. Il sito è stato prontamente oscurato dalla Polizia postale su denuncia della comunità ebraica. E il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha collegato l’episodio proprio con la polemica sulla presenza onoraria di Israele alla fiera del libro di Torino, sostenendo che certe idee antisioniste trovano il loro “posto di maturazione naturale nei blog”.

    Piove sul bagnato…

  39. Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 10:45 | Permalink

    caro gianni, ho apprezzato il tuo articolo. vorrei essere meno pigro e scrivere per argomentare la mia adesione a quell’appello il cui testo è evidentememente incompleto e ricco di omissioni, ma tant’è, era importante anche per me pronunciarsi. su lipperatura ho parlato senza precisare i nessi (ehh, farlo assomiglia davvero a un lavoro) di antisemitismo, dando per implicite una serie di elaborazioni che a me sembrano, purtroppo, evidenti, e che affiorano anche in discorsi di persone che stimo, con mia angoscia. mi riprometto, appena ho tempo, anche in questo we, di scrivere questo intervento (amici del nostro appello su “nessun popolo è illegale”, o “il triangolo nero”), me lo hanno pure chiesto per telefono). ok. ma il punto rimane che ormai da molto tempo l’antisemitismo non è più quello di una volta, ma si chiama antisionismo, con quella dfomanda davvero impudente sulla legittimità dello stato di israele. qualcuno c’è mai stato? sembra l’italia di alcuni decenni fa. ma la domanda è: dove comincia la Storia? chi ne detiene la legittimità? forse che l’Italia ha più diritto di esistere come Stato? e chi l’ha detto? c’è un punto a partitre dal quale si può evitare di mettere in discussione fatti di questa portata? se si fossero invitati gli USa - che tu dici giustamente ci hanno nutrito (aggiungo colonizzato) nell’immaginario e nell’inconscio, qualcuno avrebbe tentato di boicottarne gli scrittori invitati, e questo perché non c’è male o sciagura mondiale che non sia dipesa on questi lunghi uiltimi decenni dagli Usa? (ed è buonmo anche l’esempio della Russia di Putini, il cui volto minaccioso oggi troneggia su alcuni giornali, con la didascalia della corsa al riarmo). Credo di avere speso in questi anni molte parole contro la politica di Israele, il terrorismo simmetrico tra Iasrele e Palestinesi, e mi ricordo che è anche l’unico Paese di quella regione (oltre che l’unica vera democrazia, se questo è ancora un valore per qualcuno) ad avere avuto un primo ministro assassinato mentre stava firmando una probabile pace. Ci sono fascisti in Israele, non è uno statodimarziani, e ci sono pacifisti, anarchici, una sinistra, ecc. ecc. Ma c’è anche tanto, troppo da aggiungere per un post improvvisato come il mio, sull’assedio e le minacce costanti a un popolo (non solo a uno stato), che non si spengono. Siamo così’ ostinatamente sordi sull’antisionismo (avatar dell’antisemitismo) mondiale e italiano che non ci turbiamo più di tanto che un altro stato, membro dell’Onu, abbia giiurato di voler distruggere Israele, e ne nega la legittimità. L’Iran, certo. Ma non ci rendiamo conto quanto è pazzesco tutto questo? Vorrei dire le stesse cose per quanto riguarda i palestinesi,ma alla loro lotta, ai loro diritti derubati, alla loro necessità non rimandabile di uno stato, ho dedicato nel tempo tanto di quel fiancheggiamento che spesso mi sembra scontato. Ok, mi rirpromettio di scrivere un intervento. Chissàò quanti errori ci saranno qui, perché scrivo senza rileggere. Grazie. Ciao.

  40. maria valente
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 16:53 | Permalink

    biondillo, io credo nelle sue motivazioni, così come credo in quelle degli oppositori, in rovelli, in tashtego, in iglese, e altri…
    ma appunto, lo dice che anche lei che della tifoseria di calcio non se ne può più: “quanti sono i tuoi morti, quanti i miei”… come se il diritto di parola, la presenza legittima alla fiera, dipendesse dal macabro conteggio dei morti.

    io non sto con nessuno.
    e non sto con la fiera del libro di torino.

    non aderisco ad una iniziativa che invece di unire e favorire il dialogo, divide e insaprisce gli animi e irrigidisce le posizioni.
    non sto con la fiera del libro se mi obbliga a scegliere tra la libertà di parola e adesione incondizionata ad uno stato insanguinato che si autocelebra.

    non sto con la fiera del libro perché si fonda su un’equazione sbagliata che non può obbligarmi a firmare

  41. nevio gambula
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 17:07 | Permalink

    Il sionismo è una ideologia (per di più razzista, essendo basata sulla inferiorità dell’arabo).

    Il semitismo è una categoria linguistica e geografica (che comprende, tra l’altro, anche gli arabi).

    Che compie l’equazione antisionismo = antisemitismo fa vuota e volgare demagogia.

    Nevio Gambula

  42. Cappuccetto rosso
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 17:17 | Permalink

    Buon Week end Gianni! :-)

  43. Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 17:55 | Permalink

    quanta vacua saccenza

  44. Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 18:06 | Permalink

    Quoto gambula, altro che saccenza.
    Il diavolo, come disse qualcuno, si nasconde nei dettagli.

  45. Sebastian
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 18:15 | Permalink

    Premessa: nulla di personale sull’affermare di conoscere e non conoscere, so di essere molto ignorante ma evito di millantare conoscenza applicando toppe internet dell’ultimo secondo.

    Smarchiamo poi il filosofo di riferimento. Sono di origine torinese (anche se faccio il progettista a Los Angeles per la Tyrell Corporation) e il mio filosofo di riferimento è Erminio Macario, quello del “ma vaaa laaaa”, con la “a” strascicata e molto aperta. Un ampio gesto circolare del braccio, mosso dal basso in alto, accompagna la frase. Passando ai tuoi punti:

    1) l’invito è pura propaganda: dal 1997 la Fiera del Libro invita una nazione ospite, dalla Francia, il che si può portare dietro propaganda ma anche principalmente la cultura che nel paese ci sta. Credo che nessuno sia uscito dall’edizione del salone del 2007 nel quale fu paese ospite la Lituania condividendo le politiche discriminatorie dei governi dei paesi baltici nei confronti delle popolazioni di origine russa o le riabilitazioni dei collaborazionisti lituani arruolatesi volontari nelle SS a partire dal 1942. Per certo molti ne sono usciti conoscendo meglio o con qualche curiosità in più su Nekrosius.

    2) lo schiaffo all’Egitto è indimostrato. La Fiera del Libro ha cambiato idea durante la fase organizzativa, io non so (forse tu hai qualche informazioni in più) se l’invito all’Egitto fosse già stato formalizzato. L’Egitto dicono sarà paese ospite l’anno prossimo in concomitanza con una mostra che dicono grande a Venaria e a me non risultano lamentele in proposito da parte degli Egiziani

    3) non essendo (di nuovo che io sappia) ancora diramate le convocazioni e gli inviti, è difficile dire chi c’è, chi manca, chi è escluso per demerito, chi per sua scelta e chi per veto di qualcuno. La cultura alternativa alternativa israeliana quindi non è esclusa, o forse non è ancora esclusa, o forse ha uno spessore letterario inferiore ad altre espressioni della cultura israeliana o forse godrà di uno spazio significativo. Vedremo.

    4) fuori discussione, una persona vale più della cultura e mi incazzo come una biscia con quelli che si ergono paladini in Italia come in Francia di un assassino romanziere come Cesare Battisti. Passata la fase acuta di incazzatura leggo i loro libri e spesso li apprezzo.

    5) passando all’ultima lista:
    - integralista
    Israele è una nazione democratica che riconosce le libertà religiose ai suoi cittadini, ivi compresi il 15% circa di Mussulmani. Non esiste una costituzione scritta ispirata a principi religiosi e la applicazione dei principi religiosi è limitata alle scelte individuali, anche se spesso la parte più ortodossa della comunità rabbinica cerca di imporre i suoi principi alla società israeliana, di fatto ampiamente secolarizzata (vedi le infinite discussioni se gli aerei El Al possano o meno volare il giorno di sabato), o anche alla politca israeliana (vedi i fautori della Grande Israele così come i coloni di Hebron e consimili). Non esistono discriminazioni in base al sesso o alle inclinazioni sessuali.

    - clericale
    Vedi sopra

    - fascista
    Se per fascista intendi nazionalista, allora sì, ma la cosa è valida per tutti i nazionalismi degli ultimi due secoli seguti alla distruzione degli imperi sovrannazionali, ivi compresi i nazionalismi irrisolti, come quelli dei curdi, degli armeni, dei palestinesi, degli albanesi del Kossovo, dei baschi, degli sciti e sunniti iracheni, dei Tamil, di tutte le polveriere africane innescate da confini tracciati a tavolini che tagliano e aggregano a caso tribù ed etnie. Una estrema minoranza dichiaratamente fascista esiste in Israele, ma Storace non fa di tutti gli italiani dei fascisti. Ho comunque la sensazione che i nostri personali dizionari divergano sulla parola fascista, credo che il tuo campo di applicazione sia ben più vasto del mio.

    - apartheid
    ebrei, arabi israeliani, drusi, cristiani godono dei diritti di piena cittadinanza in Israele.

    - genocidio
    una condizione di guerra dichiarata o strisciante che perdura dal 1947 ha portato a numerose vittime da parte araba e israeliana. La contabilità di madama Morte annovera più vittime di parte araba, ma le strategie politiche e militari israeliane non sono mai state finalizzate allo sterminio delle popolazioni arabe. Si tratta di una delle infinite guerre per la terra in cui la popolazione della nazione opposta viene inglobata o scacciata o si lascia che fugga. In parte è pulizia etnica, non comunque sterminio, simmetrica a quella esercitata nei paesi arabi, che esplusero nel 1948 antichissime comunità ebraiche dall’Egitto, Siria, Giordania, Libano e i coloni ebrei da tutte le zone della Palestina da loro conquistate, così come non rimangono ebrei o israeliani nei territori ex-occupati da cui Israele si è ritirata. Gli stermini per me son Grozny, dove i Russi spianano tutto, sono Srebrenica, è il Settembre Nero, quando i Giordani massacrano 4000 civili palestinesi, è la guerra civile libanese con le stragi di Tal El-Za`tar e di Damour del 1976 . Nella guerra per la terra (e per la sicurezza) Israele si è macchiata di gravi colpe, così come chi gli sta contro, ma non di sterminio.

  46. Sebastian
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 18:33 | Permalink

    Il sionismo è una delle espressioni dei nazionalismi nati nell’800 soprattutto nei grandi imperi sovranazionali volti alla costruzione di stati nazionali basati su identità ora etniche ora geografiche ora culturali ora geologiche. Se ne possono contare a diecine, alcuni conclusi altri irrisolti, certi mascherati da invenzioni statuali coloniali (gli Inglesi inventarono l’Arabia Saudita, l’Iraq, la Giordania, la Palestina, promettendo quest’ultima sia agli arabi che agli ebrei, i Francesi inventarono il Libano e la Siria). La faccenda dei nazionalismi non si è ancora conclusa e pretenderà ancora tremendi tributi di sangue.

    I semiti sono coloro che parlano un insieme di lingue che condivono un comune remoto ceppo detto semitico.

    Il termine antisemitismo storicamente è stato applicato a movimenti e culture avverse agli ebrei e alla tradizione ebrea e non a tutti i popoli che parlano lingue di ceppo semitico. Ad esempio nessuno ha mai usato il termine di antisemitismo alle Crociate o alle guerre dell’Impero Ottomano e al suo dominio sui paesi arabi di lingua semitica.

    Una ventina di righe di ovveità, ma c’è chi gioca con le parole

  47. NINA MAROCCOLO
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 20:16 | Permalink

    Noi viviamo nella Storia, che ha l’obbligo di riportarci a un indirizzo trasfuso all’idea medesima di letteratura; alle testimonianze di popolazioni vessate e perseguitate, dall’incubo del passato alla sempiterna crudezza della Storia contemporanea. Sì, urge parlare: e infondere possibilità di espressione ai nominati senza nome, le creature assenti. Onorare la solidarietà tra popoli ed etnie minoritarie, un preciso adempimento nella vastità della materia umana di ordine nullo.
    La Palestina rappresenta quest’ordine nullo. Non ha una terra, geograficamente è inesistente. Eppure è lì. Noi tutti lo sappiamo; lo sa l’Europa; lo sa l’ONU.
    La Palestina è divenuta l’estetica del reale, “la repulsa della Colpa”, il dolore innocente. Il governo israeliano, lo stato di Israele il cui diritto di esistere gli è stato conferito 60 anni fa, dopo l’orrendo Olocausto, sta compiendo pogrom sui fratelli musulmani, una politica espansionistica di cui siamo a conoscenza. Ma è il popolo israeliano, soprattutto gli scrittori di questo paese, che non possono eludere quella “repulsa della Colpa” che ben conoscono, poiché l’hanno vissuta in termini generazionali e, credo, siano destinati a conviverci per sempre. I vari Oz, Grossman se la portano dentro come un debito inestinguibile.
    Ma sono scrittori, non servitori dello Stato. Perché non accettarli alla Fiera? E perché, con atto umile, non garantiscono loro stessi di esserci solo in presenza di poeti palestinesi e intellettuali dissidenti israeliani?
    Perché, organizzatori della Fiera, non vi prodigate affinché ciò avvenga?
    Penso che esista un desiderio di affratellamento che non diventi materia posticcia, o mortifichi l’uomo rendendolo sempre più prossimo ad una concimazione della solitudine.
    Io resto dilaniata, dolente, divisa fra chi mi chiede di aderire o non aderire ad un appello definito più volte “infelice” per la sua cruda, parziale esposizione.
    E le vostre convinzioni, cari amici, così certe e inderogabili, mi spaventano anch’esse: mancano di dubbi o d’argomentazioni valide. Troppe certezze scontate, mancanti di alternative.
    Potreste rispondermi: “Tu tieniti i tuoi dubbi, e lascia a noi le nostre certezze”.
    Non fa una piega. Ne prenderei atto. Ma è una visione che ci vuole passivi, in fase d’un ritorno forzato, quando manca l’andare.
    Mi rivolgo a tutti voi, scrittori italiani – di cui elitariamente faccio parte, seppure abitante del sottosuolo – ai non scrittori, a lei, Raul Montanari, ai responsabili dell’organigramma della Fiera, ai firmatari e non dell’appello: troviamo una soluzione, senza l’insidia della strumentalizzazione che già va nascendo. Proprio per quelle creature disabitate, uccise, avvilite nelle stazioni d’un deserto animale.
    Portiamo i poeti palestinesi a Torino. Lasciamo che insieme agli scrittori israeliani e ai dissidenti si confrontino. In questo momento occorre poesia, letteratura, bellezza. Né propaganda, né politica.
    Dedico a voi tutti questa bellissima poesia di Bulat Okudžava.

    Bulat Šalvovič Okudžava

    Abbiate cura di noi poeti, abbiate cura.
    Resta solo un secolo, mezzo secolo, un anno, una settimana,
    un’ora, tre minuti, due minuti, più niente…
    Abbiate cura di noi, ma così come siamo.

    Abbiate cura di noi con i peccati, con la gioia e senza…
    C’è dove vaga, giovane e bello, il nostro D’Anthès.
    Non ha più dimenticato la maledizione passata,
    Ma la vocazione gli ordina di tirare ancora.

    C’è dove piange Martynov: ricorda il sangue.
    Ha già ucciso una volta, non vuole più;
    Ma tale il suo destino: è fuso il piombo.
    E il ventesimo secolo questo gli comanda.

    Abbiate cura di noi finché ancora è possibile.
    Però non così da farci giacere come ossa morte,
    però non come i guardiacaccia curavano i cani,
    però non come gli zar curavano i guardiacaccia.

    Prendete cura di noi poeti contro le mani stolte,
    contro le pazze condanne, le amiche cieche.
    Ne avrete poesie e canzoni, e più d’una volta!
    Però abbiate cura, abbiate cura.

  48. ops
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 20:19 | Permalink

    Sebastian wrote
    - apartheid
    ebrei, arabi israeliani, drusi, cristiani godono dei diritti di piena cittadinanza in Israele.

    BALLE!!!!

    Non c’è posto nella fortezza Israele per i non-ebrei
    Un bando israeliano ai matrimoni chiude le porte ai palestinesi
    Jonathan Cook
    Counterpunch, 19 Maggio 2006
    Approvando un efficace bando ai matrimoni tra israeliani e palestinesi questa settimana, la Suprema Corte di Israele ha chiuso ancora di più le porte di quella fortezza ebraica che lo stato di Israele sta rapidamente diventando. La decisione dei giudici, secondo le parole del solitamente moderato quotidiano del paese, Haaretz, è stata «vergognosa». La più alta corte del paese ha stabilito, con una sottilissima maggioranza, che un emendamento alla Legge sulla Nazionalità, approvato nel 2003, il quale impedisce a palestinesi di vivere in Israele con un marito o una moglie israeliani – ciò che in linguaggio legale è definito «ricongiungimento familiare» — non viola i diritti inscritti nelle Leggi Fondamentali del paese.

    Ed anche se lo facesse, ha aggiunto la corte, il danno causato alle famiglie separate è inferiore ai benefici di una maggiore «sicurezza». Israele, concludono i giudici, ha sufficienti giustificazioni per chiudere le porte della residenza a tutti i palestinesi in modo da bloccare l’entrata a quei pochi che potrebbero usare il matrimonio come mezzo per lanciare attacchi terroristici. Le richieste di ricongiungimento familiare in Israele vengono immancabilmente da palestinesi dei territori occupati che sposano palestinesi, spesso amici o parenti, con cittadinanza israeliana. Un cittadino di Israele su cinque è di origine palestinese, una minoranza che riuscì a restare all’interno dello Stato ebraico durante la guerra del 1948 dalla quale nacque Israele e a cui ci si riferisce di solito col termine di arabi israeliani.

    Siccome non c’è principio di uguaglianza nella legge di Israele, i gruppi per i diritti umani che sfidarono l’emendamento del governo del 2003 furono costretti a sostenere che esso violava la dignità delle famiglie. Coppie miste di israeliani e palestinesi non solo non hanno la possibilità di vivere insieme in Israele, ma viene loro negata anche una vita coniugale nei territori occupati, dai quali i cittadini israeliani sono banditi dai regolamenti militari. La maggior parte dei giudici, comunque, è sembrata incapace di afferrare questo semplice questione. In una delle prime udienze, il giudice Michael Cheshin pretese che le coppie miste che volevano mettere su famiglia “avrebbero dovuto andare a vivere a Jenin”, città palestinese nella West Bank, assediata dai mezzi corazzati israeliani. Lo stesso Cheshin ha dimostrato ancora una volta, la settimana scorsa, di avere una logica degna di un altro mondo, quando ha giustificato il punto di vista di maggioranza dei suoi colleghi: “A fondamento di questo provvedimento c’è il diritto dello Stato di non permettere ai residenti in un paese nemico di entrare nel suo territorio in tempo di guerra”. Il problema è però che i palestinesi non sono un’altro «paese», sia esso nemico o non; sono invece un popolo che ha vissuto sotto occupazione militare israeliana per quasi quattro decenni. Quale forza occupante, Israele è responsabile del loro benessere, sebbene esso sia riuscito a scaricare felicemente questo fardello su attori internazionali con tasche più capaci. E l’idea che i palestinesi, che non hanno esercito, stiano conducendo una guerra contro Israele, una delle potenze militari più forti del mondo, porta il senso della parola guerra nel regno del doublespeak [1]. I palestinesi stanno resistendo all’occupazione israeliana — alcuni con la violenza, altri senza — come hanno il diritto di fare in base al diritto internazionale. Pochi osservatori in Israele, comunque, credono che il governo abbia approvato la Legge del 2003 per ragioni di sicurezza. Dei 6.000 palestinesi a cui è stato accordato il diritto di residenza in Israele durante il periodo di Oslo, a un piccolissimo numero – a solo 25 di essi — è stato contestato il suddetto diritto per motivi di sicurezza; questo risulta dalle cifre che il governo ha accettato, con riluttanza, di pubblicare durante l’esame della questione. Quante di queste 25 persone siano effettivamente risultate implicate in attacchi non è dato sapere. La vera ragione della legge deve essere cercata altrove. Essa nasce dallo stesso impulso che ha portato Israele al «disimpegno» dal milione e 300.000 abitanti palestinesi di Gaza lo scorso anno e che ora spinge il governo a «consolidare» i grossi blocchi delle sue colonie in Cisgiordania dietro il muro il cui unico scopo è di annettere terra palestinese ma non i palestinesi.

    Il bando ai matrimoni e la fissazione delle frontiere finali sono frutto di un’unica visione di principio: la conservazione di Israele come stato ebraico con una “massiccia maggioranza ebraica”, secondo la sintetica formula che l’ex primo ministro Ariel Sharon pronunciò prima del ritiro da Gaza. Anteriormente alla sua modifica, il provvedimento riguardante il ricongiungimento familiare della Legge sulla Nazionalità, offriva ai palestinesi dei territori occupati l’unico modo per diventare cittadini israeliani. Ma se Israele sta costruendo i suoi muri per edificare uno Stato ebraico più grande, una vera e propria fortezza etnica, è difficile che lasci socchiusa la porta sul retro in modo che i palestinesi conseguano ciò che gli israeliani vedono come un «diritto al ritorno» in Israele, attraverso il matrimonio. Il ministro degli interni si è impegnato al massimo per alimentare una isteria razzista e demografica e ha gonfiato le cifre per suggerire che, nel decennio trascorso, più di 100.000 palestinesi dei territori occupati hanno ottenuto la cittadinanza israeliana attraverso il matrimonio. In verità, il numero reale corrisponde a poche migliaia. Se però i giudici si sono sentiti troppo imbarazzati nell’ammettere che alla base della modifica della Legge sulla Nazionalità vi erano preoccupazioni di tipo demografico, non è stato così per tanti altri in Israele. Un editoriale del Jerusalem Post di questa settimana ha ammesso che gli argomenti fondati sulla sicurezza a cui è ricorso il governo sono “deboli”, osservando invece: “Israele è apertamente minacciato di distruzione — non solo fisicamente, da una potenziale capacità nucleare iraniana, ma anche demograficamente, dalla rivendicazione palestinese del loro «diritto al ritorno»”. Yoel Hasson appartenente al partito di governo Kadima ha salutato la decisione della corte come “una vittoria per coloro che credono in Israele come stato ebraico”, mentre il ministro incaricato dell’assorbimento dell’immigrazione, Zeev Boim, ha aggiunto: “Dobbiamo mantenere la natura democratica dello stato, ma anche la sua natura ebraica. Il numero di palestinesi che entrano in Israele [col ricongiungimento familiare] è intollerabile”. Il divieto del governo riguardo al ricongiungimento familiare tra palestinesi e israeliani/e rimane per il momento una misura temporanea (della durata di tre anni) ma è probabile che diventi definitiva dato che la corte gli ha dato la sua benedizione.

    Questa settimana il ministro della giustizia Haim Ramon ha dichiarato di voler fare approvare una nuova Legge Fondamentale in modo da bloccare per sempre l’acquisizione della nazionalità israeliana ai palestinesi, e possibilmente anche ad altri non-ebrei. Questa politica è in linea con le raccomandazioni della commissione Rubinstein, nominata dal governo e presieduta dal maggiore esperto costituzionalista israeliano, Amnon Rubinstein,, la quale ha elaborato una proposta politica riguardante l’immigrazione dei non-ebrei. Nel suo rapporto, pubblicato nel mese di febbraio, la commissione ha proposto limitazioni draconiane al diritto di acquisizione della cittadinanza israeliana attraverso il matrimonio. (Tutti gli Ebrei, nel frattempo, continueranno ad avere pieno titolo alla cittadinanza, per merito di un’altro gruppo di provvedimenti, quelli che costituiscono la famosa Legge del Ritorno, una legge apertamente discriminatoria). Secondo le raccomandazioni di Rubinstein, i palestinesi e i residenti di Stati «ostili» (leggi arabi) che sposano israeliani/e (leggi cittadini/e palestinesi di Israele) saranno privati del diritto di residenza e di cittadinanza in Israele. Altri coniugi non-ebrei (leggi principalmente Europei e Americani) dovranno possedere requisiti di età e di reddito e dovranno fare un giuramento di fedeltà — non ad Israele si badi bene, ma ad Israele come stato ebraico e democratico. Secondo l’attuale politica israeliana, è assai improbabile che i non-ebrei possano ricevere la cittadinanza ma possono vedersi riconosciuto diritto di residenza in Israele. Come ha commentato su Ha’aretz un navigato osservatore israeliano, Shahar Ilan: “Non ci sono, indubbiamente, altri argomenti intorno a cui si coaguli il consenso del sistema politico [israeliano] come intorno alla chiusura delle porte al ricongiungimento familiare [dei non-ebrei]”. Simili cambiamenti trasformeranno Israele in qualcosa di diverso da qualsiasi altro Stato moderno. Nel 1980, al culmine dell’apartheid in Sud Africa, i tribunali del paese rifiutavano di approvare leggi molto simili a quella che nega in Israele i ricongiungimenti familiari, sostenendo che esse negavano il diritto ad una normale vita familiare. In Israele, invece, con la prospettiva dell’approvazione di una nuova ondata di leggi razziste, nessuno — nemmeno la «liberale» Corte Suprema della nazione — è disposta a salvaguardare i più fondamentali diritti della gente nativa del paese.

    [1] Termine inventato da George Orwell nel suo romanzo 1984 per indicare il linguaggio della doppiezza della dittatura, per cui si ricorre ad ossimori per confondere le idee. Un esempio usato da Orwell è il famoso “guerra è pace e pace è guerra”, ndt) [indietro]

  49. ops
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 20:25 | Permalink

    - apartheid
    ebrei, arabi israeliani, drusi, cristiani godono dei diritti di piena cittadinanza in Israele.

    BALLE!!!!
    Diritti umani
    Persino il ministro degli interni israeliano, Ophir Pines-Paz, ha dichiarato nel 2005 che la politica verso i cittadini arabi è una di ‘discriminazione istituzionale’ [[8]].
    Molto del terreno intorno ai paesi ed ai villaggi arabi israeliani è stato confiscato o dichiarato ‘zona verde’, in cui è vietato costruire; le case costruite senza permesso vengono distrutte (questo non avviene invece nel settore ebraico del Paese).
    Da quando lo stato di Israele è sorto, sono stati istituiti 700 paesi e villaggi per ebrei; non uno per i cittadini arabi. Decine di villaggi arabi, che già esistevano nel 1948, non sono riconosciuti dallo stato di Israele; non ricevono quindi acqua, elettricità, fognature, non sono collegati alla rete fognaria e a quella stradale [[9]], e sono sotto la continua minaccia di essere demoliti. Questa minaccia è particolarmente concreta per i beduini del Negev [[10]], le cui coltivazioni sono state distrutte con prodotti chimici nel 2003.

    I fondi destinati alle scuole per bambini arabi sono, in rapporto alla popolazione, molto inferiori a quelli destinati alle scuole per bambini ebrei [[11]].

    Molto peggiore è la situazione dei palestinesi dei Territori Occupati. Israele accorda un trattamento preferenziale agli abitanti ebrei delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est per quanto riguarda la costruzione di case ed i servizi municipali. A Gerusalemme Est, questo avviene malgrado che i palestinesi paghino le medesime imposte [[12]].

    Per ammissione stessa della municipalità, molte delle politiche attuate a Gerusalemme, fin dal 1967, hanno lo scopo di ridurre la popolazione non ebraica; come mostrano le organizzazioni per i diritti umani, palestinesi e israeliane, ciò avviene riducendo le zone in cui ai palestinesi è permesso costruire, confiscando loro terreni e demolendo loro le case [[13]].

    In Cisgiordania, utilizzando leggi diverse, in particolare ottomane, Israele ha ottenuto il controllo di più del 50% dei terreni, che usa per costruire ed ampliare colonie [[14]].

    Nei primi tre anni della seconda intifada, Israele ha distrutto più di 3.000 case e centinaia di edifici pubblici e di negozi palestinesi, oltre a vaste aree di terreno agricolo. Decine di migliaia di palestinesi sono rimasti senza casa o privi di una fonte di reddito. Molte distruzioni sono causate dal costruire, la cosiddetta ‘barriera di separazione’, sita per il 90% in territorio palestinese, onde facilitare il facilitare il passaggio tra Israele e le colonie (illegali, in base alla legge internazionale).
    Nei Territori Occupati, i palestinesi non possono costruire su terra dichiarata ’statale’; nessuna restrizione, viceversa, è imposta ai coloni israeliani [[15]]

    Nei Territori Occupati valgono leggi diverse per i coloni e per i palestinesi. L’uso di sistemi legali differenti, a seconda della nazionalità, ricorda il sistema dell’apartheid sudafricano. Se i coloni commettono reati sono sottoposti alla legge penale israeliana per i civili; se li commettono i palestinesi, i tribunali di Israele applicano la legge penale giordana o quella militare israeliana [[16]].

    Dal 2003, Israele vieta l’unificazione famigliare agli israeliani (in grandissima maggioranza cittadini arabi dello stato), e ai palestinesi che abitano a Gerusalemme Est, se il coniuge risiede in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza [[17]].

    Un rapporto ufficiale ha ammesso che i servizi segreti israeliani hanno torturato detenuti palestinesi durante la prima intifada, fra il 1988 e il 1992 [[18]]. Uno dei metodi è lo scuotimento, che nel 1995 ha causato la morte di un detenuto. Secondo Yitzhak Rabin, questo metodo è stato usato contro 8.000 prigionieri [[19]].
    Nel 1999 la Corte Suprema israeliana ha vietato l’uso della forza fisica negli interrogatori. Secondo il Public Committee Against Torture in Israel (PCATI), un’organizzazione israeliana per i diritti umani, l’uso della tortura è tuttavia continuato anche negli anni successivi [[20]], [[21]].

    Nei Territori Occupati i soldati israeliani hanno ripetutamente usato civili palestinesi, minori compresi [[22]], come scudi umani [[23]], ciò che è esplicitamente vietato dall’articolo 28 della Quarta Convenzione di Ginevra [[24]].

    Con le uccisioni e le distruzioni di case compiute a Gaza durante la seconda intifada, secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani Adalah l’esercito israeliano ha compiuto crimini di guerra. Distruggere case viola l’articolo 147 della Quarta Convenzione di Ginevra [[25]], [[26]].

    Ci sono migliaia di detenuti politici palestinesi nelle carceri israeliane; in parte sono in regime di ‘detenzione amministrativa’, vale a dire senza processo [[27]]. Detenere i palestinesi in carceri site in Israele, anziché nei Territori Occupati, viola l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra.

    In Cisgiordania ci sono ora più di 500 posti di blocco. Sono costrette ad attendere anche le ambulanze: dal 2000 al 2005 più di 60 donne hanno partorito a posti di blocco, ciò che ha causato la morte di 36 neonati [[28]]. Occorre dire che le ambulanze sono state utilizzate per trasportare esplovisi e terroristi suicidi in territorio israeliano.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Israele#Diritti_umani

  50. ops
    Pubblicato 9 Febbraio 2008 alle 20:35 | Permalink

    Sebastian wrote
    - apartheid
    ebrei, arabi israeliani, drusi, cristiani godono dei diritti di piena cittadinanza in Israele.

    BALLE!!!!
    Israele e Territori Occupati
    http://www.amnesty.it/pressroom/ra2007/israele.html?page=ra2007
    Stato d’ Israele
    Capo di Stato: Moshe Katzav
    Capo del governo: Ehud Olmert (subentrato ad Ariel Sharon ad aprile)
    Pena di morte: abolizionista per i reati ordinari
    Statuto di Roma della Corte penale internazionale: firmato, tuttavia senza intenzione di ratifica

    L’incremento della violenza tra israeliani e palestinesi ha determinato il triplicarsi del numero di uccisioni di palestinesi da parte delle forze israeliane. Il numero di israeliani uccisi da gruppi armati palestinesi è diminuito della metà. Più di 650 palestinesi, tra cui circa 120 bambini, e 27 israeliani sono rimasti uccisi. Le forze israeliane hanno effettuato bombardamenti aerei e di artiglieria nella Striscia di Gaza, e Israele ha continuato a espandere gli insediamenti illegali e la costruzione del muro/barriera di 700 km su terre palestinesi nei Territori Occupati. I blocchi militari e le sempre maggiori restrizioni imposte da Israele ai movimenti dei palestinesi unitamente alla confisca da parte di Israele delle tasse doganali palestinesi hanno causato un significativo deterioramento delle condizioni della vita degli abitanti palestinesi nei Territori Occupati, dove povertà, dipendenza dagli aiuti umanitari nell’accesso al cibo, problemi sanitari e disoccupazione hanno raggiunto livelli critici. I soldati israeliani e i coloni hanno commesso numerose violazioni dei diritti umani contro i palestinesi, comprese uccisioni illegali, rimanendo nella maggior parte dei casi impuniti. Migliaia di palestinesi sono stati arrestati dalle forze israeliane nei Territori Occupati perché sospettati di delitti contro la sicurezza e centinaia sono stati trattenuti in detenzione amministrativa. Gli obiettori di coscienza israeliani hanno continuato a essere imprigionati per essersi rifiutati di prestare servizio nell’esercito. Durante il conflitto di 34 giorni contro Hezbollah e il Libano di luglio-agosto, le forze israeliane hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi crimini di guerra. I bombardamenti israeliani hanno ucciso circa 1.200 persone e hanno distrutto o danneggiato decine di migliaia di case e di altre infrastrutture civili. Le forze israeliane hanno anche ricoperto il sud del Libano con circa un milione di bombe a grappolo inesplose che hanno continuato a uccidere e mutilare i civili dopo il conflitto.

    Contesto

    Ehud Olmert è diventato primo ministro ad aprile dopo avere esercitato il ruolo ad interim, in seguito al grave ictus che ha colpito il primo ministro Ariel Sharon. In anticipo rispetto alle elezioni legislative di marzo, il primo ministro Ehud Olmert ha annunciato l’intenzione di dare attuazione unilateralmente al piano di “convergenza”, secondo il quale Israele annetterebbe il territorio palestinese che si trova a ovest