Stabat mater dolorosa

16 aprile 2008
Pubblicato da

di Remy de Gourmont

da “Latino Mistico
traduzione di Roberto Rossi Testa
Nino Aragno Editore

La vergine con il bambino_Museo del Louvre

G. B. Pergolesi (1710-1736)  ‘Stabat mater dolorosa’ (1736)

Al Museo del Louvre, in una delle sale dedicate alla scultura del Medioevo, si trova un bassorilievo italiano del XV secolo, in terracotta policroma, che tenterò qui di descrivere. Sullo sfondo dorato si vedono la Vergine e il Bambino Gesù; entrambi hanno l’aria sgomenta e recano aureole su cui si leggono profezie a loro riguardo. Ambedue hanno lo sguardo perduto, rivolto all’infinito e all’abisso, e innanzi ai loro occhi si aderge il Calvario. Il bimbo dai fini capelli dorati si porta alla gola la manina tremante; egli è mezzo svestito: la veste bianca, disseminata di stelle sanguigne, gli è scivolata dalla spalla, e sotto la camicina rossa trapunta d’oro, risalita per qualche movimento, appare il ventre nudo, si mostra il sesso puerile del Dio di castità. Egli ha quell’atteggiamento di paura nervosa tipico dei lattanti, e se non si stringe al petto della madre è soltanto perché (quanta ragione e quanto amore in quel corpo d’infante!) non vuole farla piangere. E la madre non piange: il terrore la inchioda, trasfigurandola Ella vede. Ogni tratto del suo volto porta i segni spaventosi di quella visione di puro dolore. L’occhio fisso è allucinato da quelle apparizioni, sulla cui realtà non sono possibili dubbi. In quell’occhio si affollano già l’agonia del Getsemani, il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, la flagellazione alla colonna, gli sputi, la croce trascinata lungo la via del Golgota, le mani trafitte dai chiodi, i piedi slogati, il sangue che cola dalle ferite prodotte dalle spine di una corona di scherno, il sangue che cola soffocando e accecando, il sangue delle mani, dei piedi, del costato, il sangue dei sacrifici futuri; e la morte, la morte ignominiosa come la morte gloriosa, che sono poi la medesima morte. Il dolore quasi storce la bocca di Maria in un rictus, e com’è pallida lei! La testa è un poco sporta, a mostrare come quelle visioni l’assorbano. La madre avverte appena il peso del bimbo: è l’uomo, il cadavere dell’uomo che i suoi ginocchi pietosi reggono e sostengono. La sua mano sinistra, che spunta da una stretta manica in tessuto prezioso, sorregge appena il bimbo; tutta la sua persona è pesantemente accasciata su un trono adorno d’oro. Il manto azzurro è stretto a un seno cui l’angoscia, come accade alle nutrici incorse in grandi spaventi, dovrebbe far sparire il latte – se questo non affluisse per necessità e volontà divine. La chioma è semicoperta da un fazzoletto scuro che spiove sulle orecchie, secondo la moda in auge presso il contado o forse tra le dame fiorentine; ma in ogni caso l’acconciatura simbolicamente sottolinea e accentua il dolore dell’anima. Ciò che a meraviglia quest’opera ha saputo rendere è la tristezza assoluta della madre e del figlio: essi non osano neppure guardarsi, nella consapevolezza di essere inesorabilmente destinati a tormenti indicibili; ma la natura umana, normale nella madre, imposta nel figlio da un supremo comando, di fronte a quelle ineluttabili realtà per un istante ha un sussulto. Essi hanno paura, l’uno per l’altro, l’uno dell’altro, e della propria e dell’altrui visione, che è visione comune: e di avere paura non cesseranno più, poiché sanno, gli inconsolabili, che a loro non è dato trovare mai consolazione. Tutto quanto precede è suggerito in un lampo da quella terracotta policroma, in cui il genio di un anonimo, semplicemente effigiando una madre con il suo figlioletto, ha saputo evocare le quattordici Stazioni della Passione del Salvatore. Io non credo sia possibile spingersi oltre nella rappresentazione dell’invisibile mediante il visibile – ciò che poi costituisce il fine dell’arte. Di fonte a tale opera lo Stabat Mater spontaneamente si sgrana nella memoria:

Stabat mater dolorosa
Juxta crucem lacrymosa
Dum pendebat Filius…

(Pag. 294-296)

,\\’

Qualche giorno fa nella posta del mattino ricevo da Roberto Rossi Testa questa mail:

Mi faresti una vera finezza postando il pezzo che ti allego. E’ una pagina di “Latino mistico” che ho tradotto con la pelle d’oca, pelle d’oca che mi torna ogni volta che la rileggo, e magari verrà anche ad altri, chissà.

Leggo.

E’ davvero emozionante la pagina di Latino mistico (ultima mirabile fatica di traduttore di Rossi Testa) di Remy de Gourmont, (1858 – 1915), poeta simbolista francese, romanziere, drammaturgo, fine critico letterario ed appassionato di letteratura latina medievale. Un scrittura nitida e profonda, un’esegesi accorata ma così precisa, che piano piano scivola dal foglio dello schermo a ricostruire la tridimensionalità dell’immagine descritta: il bassorilievo italiano del XV secolo, in terracotta policroma in cui il genio di un anonimo ha saputo trasfondere il mistero del dolore.  Il mistero dell’Arte come portavoce dell’inesprimibile e dell’invisibile. Nella citazione finale inizia persino a risuonarmi la musica, altrettanto dolorosa e toccante, di Stabat mater, l’ultima opera di Pergolesi (4 gennaio 1710 – 16 marzo 1736), composta nel periodo finale della sua vita: tisico e precocemente consumato, stroncato all’inizio di una luminosa carriera, morì a soli 26 anni. Si racconta che, parimenti al futuro Requiem di Mozart, egli con una scrittura nervosa e difficile, piena di errori, incompleta nelle parti degli strumenti, l’abbia ultimata proprio a poche ore dalla fine, nel convento dei Cappuccini di Pozzuoli.  Simile al destino mozartiano anche la sepoltura nelle fossa comune dei frati.

E’ così raro leggere pagine che si mettano a suonare accordi e scolpire policromie.

Ascolto il Primo Movimento, Stabat Mater dolorosa, rileggendo.

Nè ‘Adagio’, né ‘Lento’, nè ‘Largo’ l’indicazione del tempo.
Ma ‘Grave’. Pesante. Intollerabile. Maestoso.
Dei tempi il più lento, 40 – 45 battiti di metronomo al minuto. L’astina che  descrive un ampio arco.
E batte una specie di isolato allarme nello sfiorarsi delle crome.
E sembra lo stesso rintocco di destino che ugualmente increspa un brivido lungo la schiena nel
Lacrimosa del Requiem di Mozart, 1791.
 

[mi pare che in sottofondo allo spartito animato siano le meravigliose voci di Cecilia Bartoli e June Andersone dirette da Dutoit]
 
La tonalità, un Fa minore grave e malinconico – che davvero ci ‘fa minori’ ma di una minorazione piena di tenerezza ed umiltà – nei quattro bemolle e nei quattro quarti che battono il tempo, basso continuo di  fine che avanza risalendo i gradini degli arpeggi, ineluttabile.
Le due voci che intrecciano, specchiano, disgiungono e rendono a tratti unisoni i dolori.
Quella pausa di un quarto, dove anche il silenzio se ne sta attonito, senza note, prima delle parole trerribili “dum pendebat Filius”.  Il ‘Dum’,  poi, un ‘mentre’ che dura, cupo timpano, per i tre quarti della minima con il punto,  tempo lungo di sofferenza.

I dati non sono molti, ma ormai – rintocca già la mezzanotte nel silenzio delle colline – devo assolutamente trovare quell’immagine, come fosse l’ultima necessaria tessera dorata mancante al mosaico della mia emozione.
Un ago in un pagliaio nel sito del Museo del Louvre.
Un sito esemplare, dove tutte le opere presenti, magari fossero anche bottino di ruberie guerresche, sono tracciate e rintracciabili.
Arrivo, attraverso una specie di labirinto virtuale di rimandi, alla sezione Scultura Medievale.
Scruto le foto delle sale da angolazioni diverse: sono quelle al pianterreno.
Si inserisce la  sindrome di Stendhal di una lontana faticosissima visita del museo, un ricordo affollato di discoboli, busti, tronchi marmorei decapitati, rigidi panneggi di pepli, algidi riccioli di matrone, tempietti egizi, un turbinio fra le sale di pietra con le volte a crociera. Finestrini quadrati come feritoie.

Continuo la visita virtuale.

Siamo nella Galleria Donatello.

Ci sono molte terrecotte nelle teche sgraziate: alcune della Bottega dei Della Robbia, molte “Vierge et l’Enfant”, ma ancora nessuna che rispecchi la “nostra”.
Le immagini sono piccole e confuse nel formato francobollo, le ingrandisco.
Nulla.
Una con candelabri.
Non è lei.
Un’altra con il bambinello vestito di tutto punto e composto in braccio ad una Madonna quasi inespressiva, molto sereni entrambi. Nessun terrore gelato in viso.
Poi un’altra ancora che forse…
La didascalia recita:

“Donato di Niccolo BARDI dit DONATELLO”

La apro senza convinzione, quasi rassegnata.  Il “nostro” non era un anonimo?


Invece…

E’ lei!

Rileggo e confronto.
E non ci sono dubbi.
Si aggiunge la tenera umana pietas di Donatello.
Non si può volere di più.
Buona notte.

orsola  puecher

Museo del Louvre

Denon
Entresol
Galerie Donatello
Salle 1
Donato di Niccolo BARDI dit DONATELLO
Florence, vers 1386 – Florence, 1466
La Vierge et l’Enfant
Proviendrait de la villa Vettori à Tignano dans le Val d’Elsa (Toscane)
Terre cuite polychromée et dorée
H. : 1,02 m. ; L. : 0,74 m.
Acquis en 1880
Département des Sculptures
R.F. 353

Esecuzione musicale del Primo Movimento  dello Stabat Mater di Giovan Battista Pergolesi del  New Trinity Baroque – Live performance in April 3, 2004, at St. Bartholomew’s Episcopal Church, Atlanta; Soloists: Evelyn Tubb, soprano & Terrance Barber, countertenor.

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33 Responses to Stabat mater dolorosa

  1. Marco Guzzi il 16 aprile 2008 alle 10:22

    Eccezionale. Bellissima l’immagine, il testo, Pergolesi.
    Il loro nesso.
    Il dolore indicibile. L’invisibile. L’amore.
    Più forte della morte.

    Grazie

    Marco Guzzi

  2. nadia agustoni il 16 aprile 2008 alle 11:19

    Un testo raffinatissimo, molto bello. Complimenti. Ci dai molte cose e queste collaborazioni tra autori spero continuino. Grazie

  3. véronique il 16 aprile 2008 alle 11:25

    Meraviglioso questo frammento dorato, triste della musica allaciata alla scultura. nel movimento di separazione tra madre e bambino, vedo la voglia di non tornare gli occhi verso la madre, universo di amore troppo grande. la madre, lei, guarda nella stessa direzione senza che il figlio la vede.
    E’ lo sguardo di una madre: guardare sempre il suo figlio.
    La delicatezza dei volti raggiunge una bellezza quasi orientale.

  4. chi il 16 aprile 2008 alle 12:59

    il bambino guarda il mondo e la madre il bambino in una specie di delega dello sguardo. bella la terraccotta, l’intersezione altrettanto dorata e dunque maestosa con pergolesi e pure la chiosa “che davvero ci fa minori”.
    e questo. grazie.
    chi

  5. cf05103025 il 16 aprile 2008 alle 17:23

    Questa è una lettura dell’opera, dell’Ottocento, vista in modo tardoromantico, e non mi piace molto, la dire assai fantasiosa,
    piuttosto melliflua, perché non è affatto certo che le due figure, pur mirando a sinistra in basso, stiano osservando un futuro Golgota.
    Da che lo dedusse il De Gourmont, io non lo so.
    Potrebbero esser intente a contemplare le brutture, le disgrazie degli uomini, fuori scena, per dire, e quel che ne consegue.
    MarioB.

  6. litbrother il 16 aprile 2008 alle 19:54

    geniale, Orsola.
    la verità viene fuori da improvvise illuminazioni, di fronte alle quali il razionalismo è un rifiuto tossico, in cerca di discarica adeguata.

  7. cf05103025 il 16 aprile 2008 alle 20:25

    Quella del razionalismo come “rifiuto tossico” è da annotarsi, davvero,
    ivi compresa la “discarica adeguata”.
    Anche perché non si sa bene che sia il “razionalismo”, tout cout.

    MarioB.

  8. orsola puecher il 16 aprile 2008 alle 22:30

    Grazie di aver colto la mia stessa emozione.

    Ma anche di non averla colta, il che mi offre l’occasione di un’ulteriore riflessione.

    A rigor di logica non si capisce perche debba essere meno “mellifluo” o “fantasioso” pensare che le due figure stiano osservando, piuttosto che il Golgota che intuisce De Gourmont, le “brutture del mondo” in generale in cui la Passione indubbiamente rientra a pieno titolo.
    Potrebbero osservare qualunque cosa.
    Qualunque cosa terribile.
    Di cose terribili mai abbasanza.
    Ma ciò che ha colpito De Gourmont, che io personalmente apprezzo proprio per quelli che possono venir ritenuti “difetti” rispetto ad una visione critica fredda e moderna, è che qui, uscendo dal manierismo tardo gotico, dalla sua immobilità plastica, vi sia un dinamismo inconsueto, un realismo nell’espressione del sentimento dei volti e nella postura rispetto alla cornice che avrebbe richiesto una rappresentazione della Vergine e del bambino pacificata e convenzionale.
    De Gourmont ha l’intuizione di trovarsi di fronte a qualcosa di diverso. E la può avere solo perchè guarda con l’occhio del poeta, dell’incompetente compenetrato di Cielo e Terra.
    L’anonimo geniale infatti è Donatello.
    Quel Donatello rimproverato da Brunelleschi, come riferisce il Vasari, per il suo Crocefisso in Santa Croce a Firenze:

    Fece con straordinaria fatica un crucifisso di legno, il quale quando ebbe finito, parendogli aver fatto una cosa rarissima, lo mostrò a Filippo di ser Brunellesco suo amicissimo, per averne il parere suo; il quale Filippo, che per le parole di Donato aspettava di vedere molto miglior cosa, come lo vide sorrise alquanto. Il che vedendo Donato, lo pregò, per quanta amicizia era fra loro, che gliene dicesse il parer suo; per che Filippo, che liberalissimo era, rispose che gli pareva che egli avesse messo in croce un contadino e non un corpo simile a Gesù Cristo, il quale fu delicatissimo, et in tutte le parti il più perfetto uomo che nascesse già mai. Udendosi mordere Donato, e più a dentro che non pensava, dove sperava essere lodato, rispose: “Se così facile fusse fare come giudicare, il mio Cristo ti parrebbe Cristo, e non un contadino: però piglia del legno e pruova a farne uno ancor tu”. Filippo, senza più farne parola, tornato a casa, senza che alcuno lo sapesse, mise mano a fare un Crucifisso, e cercando d’avanzare, per non condannar il proprio giudizio, Donato, lo condusse dopo molti mesi a somma perfezzione. E ciò fatto, invitò una mattina Donato a desinar seco, e Donato accettò l’invito. E così, andando a casa di Filippo di compagnia, arivati in Mercato Vecchio, Filippo comperò alcune cose, e datole a Donato, disse: “Aviati con queste cose a casa, e lì aspettami, che io ne vengo or ora”. Entrato dunque Donato in casa, giunto che fu in terreno, vide il Crucifisso di Filippo a un buon lume, e fermatosi a considerarlo, lo trovò così perfettamente finito, che vinto e tutto pieno di stupore, come fuor di sé, aperse le mani che tenevano il grembiule. Onde cascatogli l’uova, il formaggio e l’altre robe tutte, si versò e fracassò ogni cosa; ma non restando però di far le maraviglie e star come insensato, sopragiunto Filippo, ridendo disse: “Che disegno è il tuo, Donato? Che desinaremo noi avendo tu versato ogni cosa?”. “Io per me”, rispose Donato, “ho per istamani avuta la parte mia, se tu vuoi la tua, pigliatela. Ma non più, a te è conceduto fare i Cristi, et a me i contadini.

    Nel Cristo di Donatello non c’è la perfezione formale elegante e trascendente, angelicata, il volto immoto, i muscoli ben disegnati di quello di Brunelleschi, ma nell’”errore” di quel corpo sofferente, contorto, nel viso colto nell’agonia con le labbra semiaperte, gli occhi velati c’è il futuro della scultura e della pittura successiva.

    ,\\’

  9. cf05103025 il 16 aprile 2008 alle 23:37

    Scusa Orsola,
    ma il signor De Gourmont impiega più di dieci righe a parlare, vanamente, della passione di Cristo, e qui di “passioni di Cristo” non se ne vedono.
    Magari il De Gourmont, ripeto, fantasticava un po’ troppo.
    Qui c’è una Vergine ed un bambino, che cosa loro guardino non si sa.
    Per di più guardano a sinistra ed in basso, ove spesso gli artisti, magari inconsciammente, hanno collocato il passato.
    Spesso la direzione in alto, verso destra riguarda il futuro.
    Per il bimbo raffigurato il futuro lontano sarà il Golgota, si sa, però non ci guarda affatto.
    Sarebbe molto meglio una analisi precisa della tecnica, dei materiali, delle forme, dei colori, dello stile, delle espressioni,
    grazie. Ed un indagine più approfondita sulla figura di Donatello che non un aneddoto del Vasari, che sovente è utile, ma spesso fu un pettegolone. ( e non me lo inventai io, questo)
    Io vorrei risuscitare l’egregio signor Warburg o Fritz Saxl,
    anche il buon Federico Zeri per sapere che ne penserebbero.
    Se a voi piacciono queste “prose d’arte”, vabbè,
    a me no, sono le cose che allontano i più dalle arti.
    MarioB.

  10. litbrother il 16 aprile 2008 alle 23:46

    non si scrive “ed un”. la d eufonica si usa solo tra due vocali uguali.

  11. cf05103025 il 16 aprile 2008 alle 23:58

    Grazie signor maestrino!
    Lei sì che l’ha letto il libriccino!

  12. robertorossitesta il 17 aprile 2008 alle 07:59

    Quello che in realtà mi colpisce davvero è che personaggi come de Gourmont e il suo amico (fino a un certo momento) Huysmans, di sicuro non stinchi di santo, non si proibivano dei brividi (“certi” brividi), come facciamo noi oggi in nome di… che cosa? Siamo proprio soltanto meno ipocriti?
    Un caro saluto a tutti,
    robertorossitesta

  13. orsola puecher il 17 aprile 2008 alle 08:18

    Bien, con librother ancora in giro c’è da aver paura, meno male che non ho scritto nessun ‘ed un’, che per la d eufonica ho un debole… come per le prose d’arte e per la congiunzione ‘e’ all’inizio di una frase che il correttore automatico di Word diligentemente mi segna sempre come errore.

    Meno male anche che si pensa diversamente sulle cose.

    Capisco molto il punto di vista di Mario, ma non lo condivido.
    Anzi trovo che sia proprio il “critichese” dei manuali ad allontanare i più dall’arte.

    Vasari, inoltre, mi fa molto piacere che sia pettegolo, preferisco pettegolezzi cinquecenteschi che moderni aridi tecnicismi.
    Ho riportato l’aneddoto anche perchè mi piace molto la ruvida prosa dell’epoca, quel tono sempre un po’ spigoloso. Come spigolose, rischiose ed avventurose erano le vite d’artista che narra, sempre in lotta con i mecenati e gli illustri committenti ecclesiastici. Oggi al massimo leggono ‘Flash art’ e si dannano per rimpolpare il curriculum di piccole mostre qui e là.

    Rivendico l’intuizione dell’incompetente,
    L’impressione del poeta.
    La spericolatezza non rigorosa.

    Inoltro non trovo affatto che DG parli ‘vanamente’ della Passione, piuttosto che della composizione dei caolini e delle argille della terracotta, o dei pigmenti minerali o vegetali &C.
    La madre il figlio fra le braccia, qui ancora bambino, lo terrà poi nella Pietà. Questo DG vede nella sua posizione un po’ accasciata, con le ginocchia semiaperte come reggesse il peso dell’uomo, che ritrovo in molte altre raffigurazioni della Pietà.
    Se Zeri, inquieto fantasma evocato dall’incompetenza e dalla superficialità, verra a tirarmi gli alluci di notte, lo sopporterò pazientemente.

    ,\\’

  14. cf05103025 il 17 aprile 2008 alle 09:12

    Grazie comunque, Orsola, della replica cortese,
    non animosa
    MarioB-)

  15. orsola puecher il 17 aprile 2008 alle 09:27

    Discutere per una cosa, quando ti accomuna l’amore per quella cosa, esclude l’animosità e la scortesia. Dietro le opinioni c’è sempre la storia e la sensibilità delle persone che le esprimono.

  16. gianni biondillo il 17 aprile 2008 alle 12:22

    “d” eufonica libera!!!

  17. orsola puecher il 17 aprile 2008 alle 12:30

    ;-)

    L’Accademia della Crusca si limita a “raccomandare” e “consigliare” l’uso solo davanti a vocale simile.
    Io ripristinerei, anche l’od se è per quello…

  18. litbrother il 17 aprile 2008 alle 12:40

    anarchici:-)
    addavenì bassolino…

  19. chi il 17 aprile 2008 alle 16:56

    anche io sto con “od”… anarchicamente senza regole…
    quindi mi unisco a gianni al grido di “d eufonica libera”!!
    ;-)
    chi

  20. FabianLloyd il 17 aprile 2008 alle 19:03

    ottimo… davvero superbo! (sicura che il libro sia stato pubblicato da Aragno? Non è Medusa?) – comunque, lo cercavo da tanto tempo…

  21. litbrother il 17 aprile 2008 alle 19:49

    penitentiagite!
    una “d” può cambiare il mondo.
    o almeno il foglio.

  22. Mauro Gorrino il 17 aprile 2008 alle 22:26

    No, no, no. Rifiato e poi ancora un no, anzi un NO!

    >la verità viene fuori da improvvise illuminazioni, di fronte alle quali il >razionalismo è un rifiuto tossico, in cerca di discarica adeguata.

    Il razionalismo non è un rifiuto tossico, anzi!

    La cosiddetta illuminazione è come la lampadina, che sembra accendersi d’improvviso di luce, potenza e volontà sue, ma dietro c’è l’ENEL, la rete di distribuzione, il torrente di montagna ingabbiato dalla diga e dalle turbine. Uno studia vent’anni o anche più, ragiona con scrupolo su quello che studia, e allora un bel giorno, così d’amblée, ecco una illuminazione, una intuizione, una “d” eufonica messa al posto giusto.

    Mauro

  23. Mauro Gorrino il 17 aprile 2008 alle 22:32

    Scarsamente illuminato, ho scritto d’amblée invece che d’emblée. Dove c’è “d” c’è insidia.

  24. litbrother il 17 aprile 2008 alle 23:38

    rifiato anch’io e dico: sì, anzi, SI’!
    perché stai parlando non di razionalismo, ma di maturazione.

  25. vito il 18 aprile 2008 alle 01:15

    cercate una foto della chiesa dello spasimo di palermo … la chiesa che accoglieva il quadro di raffaello che racconta lo stabat mater…

  26. robertorossitesta il 18 aprile 2008 alle 08:11

    @FabianLloyd
    In effetti “Latino mistico” è uscito proprio ora anche presso Medusa, sono cose che con libri fuori diritti succedono di frequente, poi ognuno sceglie l’edizione che preferisce. Nella mia ho qualche volta parafrasato il testo per renderne comprensibili allusioni e implicazioni ormai inafferrabili dal normale lettore moderno, e mi sono cimentato in una traduzione “poetica” dei testi latini presentati. Per qualcuno questi elementi possono rappresentare un valore aggiunto, per altri delle pecche inaccettabili. Comunque ho denunciato tutto questo ed altro ancora nella mia nota del traduttore, quindi ho fatto un’operazione se non condivisibile da tutti sicuramente trasparente.
    Un caro saluto a tutti,
    robertorossitesta

  27. FabianLloyd il 18 aprile 2008 alle 08:34

    allora mi dirigerò senz’altro verso l’edizione Aragno, il cui catalogo è impeccabile: ho tra le mani “Croyances antiques et modernes. L’odeur suave des dieux et des élus”… di Waldemar Deonna – e poi, che dire del lavoro in corso su Warburg!
    grazie

  28. Mauro Gorrino il 18 aprile 2008 alle 11:17

    @litbrother
    la maturazione di cui parli passa attraverso l’esperienza e la riflessione ragionata su di essa. Su questa germina l’intuizione. Anche l’esempio più eclatante dell’illuminazione precoce, improvvisa, accecante, cioè Rimbaud, che si consuma tra i 16 e i 21 anni, cresce su anni di studio della poesia e della metrica latina. Senza lo studio e la razionalità c’è solo l’idiot savant, almeno in occidente. Altrove non so.

  29. litbrother il 18 aprile 2008 alle 11:43

    esatto: non il razionalismo.
    ave atque vale.

  30. orsola puecher il 18 aprile 2008 alle 12:24

    ciao Mauro benvenuto nella dis-anima

    librother è sibillino si sa… ma due parolucce in più non guasterebbero!

    per i lettori di questo imprevedibile thread propongo un compito pomeridiano, gradito agli ingegneri di sicuro, ma anche agli spiriti irrazionali tendenti al brivido facile :

    1) si unisca il punto A concomitante con l’occhio della Madonna
    al punto B concomitante con il centro della fronte del Bambino

    2) dal punto medio C di tale segmento di retta si faccia partire un segmento che arriverà a congiungersi con il punto D al centro del fiore del fregio del trono in basso a destra, segmento che è, guarda caso, perfettamente perpendicolare al primo segmento.

    Che cosa si ottiene?

    Verso dove sta cadendo, come per ben tre volte accade nella Via Crucis, la “cosa” che abbiamo ottenuto?
    Cadrebbe fuori dal classico sfondo dorato del tendaggio prezioso e trono, e non è il punto verso il quale entrambi, Madonna, atterrita, e Bambino, rassegnato e spaventato insieme – Eli, Eli, lamma sabactani. – guardano?
    Indicato anche dalla V di indice e pollice della mano sulla coscia del bambino?

    Si confronti con il meraviglioso Raffaello di Palermo, suggerito da Vito, il verso in cui sta cadendo la stessa “cosa”…

    L’intuizione della Passione è anche nella prospettiva simbolica delle linee. E non è un caso di sicuro

    ,\\’

  31. sparz il 18 aprile 2008 alle 13:59

    mi sbaglio, o volevi dire “centro del fiore del fregio del trono in basso a destra” Invece che sinistra?

  32. orsola puecher il 18 aprile 2008 alle 14:00

    ma sì aiuto… correggo subito ;-)

  33. Mauro Gorrino il 18 aprile 2008 alle 19:19

    Orsola,

    ho eseguito con diligenza l’esercizio da te suggerito e ho così inseguito nello spazio questo punto non di fuga ma di attrazione, non di prospettiva ma di presentimento. Ti ringrazio per essermi stata guida. Mi è venuto in mente un altro che sapeva raccontare con lo spazio, collocandovi i personaggi, i loro movimenti e i loro sguardi, cioè Beppe Fenoglio, come ad esempio nelle prime pagine del “Mortorio Boeri” fa con il messo comunale, il prete, il brigadiere, il maniscalco. Chissà dove avrà maturato questa sensibilità per lo spazio, forse guardando i film al cinema o forse al corso allievi ufficiali quando gli insegnavano a disporre la truppa sul campo di battaglia?
    Mauro