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	<title>Commenti a: Jazz e xenoglossia</title>
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	<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 20:19:20 +0000</pubDate>
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		<title>Di: aitan</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94523</link>
		<dc:creator>aitan</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 17:42:31 +0000</pubDate>
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		<description>Piacerebbe tanto anche a me conoscere quel militante e estroso assai pianista di Gaetano Liguori.

Quanto a Umbria Jazz e agli show del Morlacchi…, l'ultima volta che ci andai fu nell'89, ero un ragazzetto, ma il TG regionale mi fece un'intervista in cui dissi peste e corna. Ero triste per come si stesse snaturando un festival bellissimo alla ricerca del consenso facile e di qualche biglietto al botteghino.
Meglio Pomigliano Jazz, meglio Berchidda, meglio Rocella Jonica, meglio Vignola…</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Piacerebbe tanto anche a me conoscere quel militante e estroso assai pianista di Gaetano Liguori.</p>
<p>Quanto a Umbria Jazz e agli show del Morlacchi…, l&#8217;ultima volta che ci andai fu nell&#8217;89, ero un ragazzetto, ma il TG regionale mi fece un&#8217;intervista in cui dissi peste e corna. Ero triste per come si stesse snaturando un festival bellissimo alla ricerca del consenso facile e di qualche biglietto al botteghino.<br />
Meglio Pomigliano Jazz, meglio Berchidda, meglio Rocella Jonica, meglio Vignola…</p>
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		<title>Di: andrea raos</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94502</link>
		<dc:creator>andrea raos</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 15:19:03 +0000</pubDate>
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		<description>gianni, ti leggo solo oggi. accidenti, che memoria che hai... sì, mi farebbe molto piacere ovviamente!

sono io che ringrazio sergio per l'ottimo pezzo che ci ha mandato. buone vacanze!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>gianni, ti leggo solo oggi. accidenti, che memoria che hai&#8230; sì, mi farebbe molto piacere ovviamente!</p>
<p>sono io che ringrazio sergio per l&#8217;ottimo pezzo che ci ha mandato. buone vacanze!</p>
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		<title>Di: Rodolfo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94484</link>
		<dc:creator>Rodolfo</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2008 15:51:50 +0000</pubDate>
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		<description>Egregio Cristoforo Prodan,
senza puzze sotto il naso da parte mia, credo che l'arte non debba avvicinarsi alle persone, semmai le persone devono avvicinarsi all'arte. That's the question!  E non è da poco, la differenza.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Egregio Cristoforo Prodan,<br />
senza puzze sotto il naso da parte mia, credo che l&#8217;arte non debba avvicinarsi alle persone, semmai le persone devono avvicinarsi all&#8217;arte. That&#8217;s the question!  E non è da poco, la differenza.</p>
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		<title>Di: Cristoforo Prodan</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94474</link>
		<dc:creator>Cristoforo Prodan</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2008 08:37:22 +0000</pubDate>
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		<description>Citavo Allevi solo per dare l'idea di come qualsiasi genere musicale moderno "crossover" venga in realtà percepito dalla gente come una delle infinite varianti del jazz.
Pur non essendo un appassionato di quel tipo di musica, che comunque ammicca al pop (per lunghezza dei brani, per l'importanza data al titolo, per la piccola storiellina sull'ispirazione che ci viene appiccicata sopra), riconsco ad Allevi il grande merito di aver avvicinato tanti giovani allo studio della musica. Un fenomeno interessante è che molti dei fan di Allevi sono anche studenti di pianoforte o pianisti principianti. E inoltre molti insegnanti di pianoforte hanno inserito nel repertorio per i propri studenti proprio brani di Allevi, così come avevano fatto e fanno con i brani facili in stile pop e jazz di Remo Vinciguerra. Addirittura è stato pubblicato uno spartito di alcuni brani di Allevi in trascrizione per pianoforte a quattro mani. Tutto cio è lodevole. Lodevole perché non rimanda a una fruizione passiva della musica, e perché fornisce l'entusiasmo necessario per poter proseguire gli studi musicali.
Molti dei "santoni" della musica post-jazzistica non si pongono neanche il problema, ripiegati come sono in contorcimenti solipsistici e affermazioni di virtuosismo, non facendo quasi nulla per la diffusione della cultura musicale.
«Here error is all in the not done».</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Citavo Allevi solo per dare l&#8217;idea di come qualsiasi genere musicale moderno &#8220;crossover&#8221; venga in realtà percepito dalla gente come una delle infinite varianti del jazz.<br />
Pur non essendo un appassionato di quel tipo di musica, che comunque ammicca al pop (per lunghezza dei brani, per l&#8217;importanza data al titolo, per la piccola storiellina sull&#8217;ispirazione che ci viene appiccicata sopra), riconsco ad Allevi il grande merito di aver avvicinato tanti giovani allo studio della musica. Un fenomeno interessante è che molti dei fan di Allevi sono anche studenti di pianoforte o pianisti principianti. E inoltre molti insegnanti di pianoforte hanno inserito nel repertorio per i propri studenti proprio brani di Allevi, così come avevano fatto e fanno con i brani facili in stile pop e jazz di Remo Vinciguerra. Addirittura è stato pubblicato uno spartito di alcuni brani di Allevi in trascrizione per pianoforte a quattro mani. Tutto cio è lodevole. Lodevole perché non rimanda a una fruizione passiva della musica, e perché fornisce l&#8217;entusiasmo necessario per poter proseguire gli studi musicali.<br />
Molti dei &#8220;santoni&#8221; della musica post-jazzistica non si pongono neanche il problema, ripiegati come sono in contorcimenti solipsistici e affermazioni di virtuosismo, non facendo quasi nulla per la diffusione della cultura musicale.<br />
«Here error is all in the not done».</p>
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	<item>
		<title>Di: aditus</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94470</link>
		<dc:creator>aditus</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2008 01:11:41 +0000</pubDate>
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		<description>*non voglio dire [...] è meglio che non vi dica*:
dite!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>*non voglio dire [...] è meglio che non vi dica*:<br />
dite!</p>
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	<item>
		<title>Di: sergio pasquandrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94469</link>
		<dc:creator>sergio pasquandrea</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 21:42:11 +0000</pubDate>
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		<description>Approfitto per ringraziare chi ha letto e commentato l'articolo.
Da domani e per le prossime due settimane sarò, spero, a sollazzarmi sotto il sole e non sono sicuro di poter disporre di un accesso a internet, quindi non so se potrò seguire altri commenti.
Di nuovo grazie a tutti, e alla prossima.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Approfitto per ringraziare chi ha letto e commentato l&#8217;articolo.<br />
Da domani e per le prossime due settimane sarò, spero, a sollazzarmi sotto il sole e non sono sicuro di poter disporre di un accesso a internet, quindi non so se potrò seguire altri commenti.<br />
Di nuovo grazie a tutti, e alla prossima.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio pasquandrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94468</link>
		<dc:creator>sergio pasquandrea</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 21:34:31 +0000</pubDate>
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		<description>E io è meglio che non vi dico che razza di commenti giravano nel backstage e nell'ufficio stampa di Umbria Jazz l'altro anno, quando Allevi fu ospite del festival (e ovviamente fece il tutto esaurito al Teatro Morlacchi).
In quel caso a fare un po' senso non era il povero Allevi, quanto chi lo aveva invitato per fare un po' di cassetta e poi lo sbeffeggiava dietro le spalle...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E io è meglio che non vi dico che razza di commenti giravano nel backstage e nell&#8217;ufficio stampa di Umbria Jazz l&#8217;altro anno, quando Allevi fu ospite del festival (e ovviamente fece il tutto esaurito al Teatro Morlacchi).<br />
In quel caso a fare un po&#8217; senso non era il povero Allevi, quanto chi lo aveva invitato per fare un po&#8217; di cassetta e poi lo sbeffeggiava dietro le spalle&#8230;</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: gianni biondillo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94467</link>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 21:31:34 +0000</pubDate>
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		<description>Su Allevi non vi voglio dire cosa mi riferì "Gaetanone" Liguori, che lo ebbe come allievo per breve tempo in conservatorio, qui a Milano...
;-) 

(ad Andrea Raos: lo so che stai soffrendo, ma giuro che prima o poi te lo presento Gaetano)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Su Allevi non vi voglio dire cosa mi riferì &#8220;Gaetanone&#8221; Liguori, che lo ebbe come allievo per breve tempo in conservatorio, qui a Milano&#8230;<br />
;-) </p>
<p>(ad Andrea Raos: lo so che stai soffrendo, ma giuro che prima o poi te lo presento Gaetano)</p>
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	<item>
		<title>Di: Massimiliano Viel</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94456</link>
		<dc:creator>Massimiliano Viel</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 12:24:08 +0000</pubDate>
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		<description>Dice sergio falcone: “Viviamo tempi confusi di grande crisi della creatività”.
Non lo credo. In verità lo pensavo anch’io un tempo... poi ho capito che la creatività c’era ma era da un’altra parte. E’ sempre difficile capire le trasformazioni quando si è nel mezzo perchè la sindrome dei Good Ole Boys (*) è sempre in agguato, mentre è più facile vedere i cambiamenti creativi quando sono già stati realizzati.
Un esempio: nel ‘99 mi sono legato a una sedia come Vittorio Alfieri e mi sono messo ad ascoltare musica che all’epoca mi faceva ribrezzo, la dance elettronica, House Techno Breakbeat eccetera...
E finalmente ho capito dov’era andata a finire tutta la creatività che non vedevo più nei miei dintorni culturali.

Quanto al jazz... dobbiamo renderci conto che, come dice la pubblicità di Matrix 3, “tutto ciò che ha inizio ha anche una fine”.
Certo è che il jazz in questo periodo sembra cercare la vita da altre creature più o meno vive come un vampiro disperato. Lo ha sempre fatto. Quello che colpisce è però che il “mal di massa” non ha risparmiato neppure il jazz e oggi la massa pensa che il jazz sia ciò che si suona nei locali o che comunque è stato digerito dalla cultura di massa... un popjazz ibrido e accademico, un flusso di coscienza massificato basato su un linguaggio che negli anni ‘60 era gia’ vecchio.
La musica rinascimentale ha i propri cultori che la vivificano e la rinnovano anche nel Duemila... ciononostante rimane sempre musica Rinascimentale... suonata oggi. Anche il jazz mi sembra subire lo stesso destino, insieme alla musica classica e la sorellastra contemporanea. Si puo’ suonare il jazz oggi, “contaminarlo” con altri generi o rifugiarlo in un accademismo filologico. Nel momento in cui è riconoscibile come una componente è però e comunque già situato in un inventario di musica del passato. A mio modesto parere.
E dunque sono d’accordo con Rodolfo... il jazz è morto, viva il jazz e viva le nuove invenzioni musicali... magari derivate dal jazz.

Su Allevi e la musica classica o contemporanea invece... mah sarebbe come identificare Bocelli con la lirica o Leone di Lernia con il Rock’n’roll... E’ un fenomeno di puro marketing che con la qualità (di scrittura e di performance) ha ben poco a che fare...


(*) La sindrome dei Good Ole Boys è quella per cui si crede che tutta la musica esistente sia soltanto quella che si conosce... cosi’ come i gestori del locale interpellati da Belushi su quale musica si faccia da quelle parti rispondono: “ Di tutte e due i tipi: il country e il western”.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dice sergio falcone: “Viviamo tempi confusi di grande crisi della creatività”.<br />
Non lo credo. In verità lo pensavo anch’io un tempo&#8230; poi ho capito che la creatività c’era ma era da un’altra parte. E’ sempre difficile capire le trasformazioni quando si è nel mezzo perchè la sindrome dei Good Ole Boys (*) è sempre in agguato, mentre è più facile vedere i cambiamenti creativi quando sono già stati realizzati.<br />
Un esempio: nel ‘99 mi sono legato a una sedia come Vittorio Alfieri e mi sono messo ad ascoltare musica che all’epoca mi faceva ribrezzo, la dance elettronica, House Techno Breakbeat eccetera&#8230;<br />
E finalmente ho capito dov’era andata a finire tutta la creatività che non vedevo più nei miei dintorni culturali.</p>
<p>Quanto al jazz&#8230; dobbiamo renderci conto che, come dice la pubblicità di Matrix 3, “tutto ciò che ha inizio ha anche una fine”.<br />
Certo è che il jazz in questo periodo sembra cercare la vita da altre creature più o meno vive come un vampiro disperato. Lo ha sempre fatto. Quello che colpisce è però che il “mal di massa” non ha risparmiato neppure il jazz e oggi la massa pensa che il jazz sia ciò che si suona nei locali o che comunque è stato digerito dalla cultura di massa&#8230; un popjazz ibrido e accademico, un flusso di coscienza massificato basato su un linguaggio che negli anni ‘60 era gia’ vecchio.<br />
La musica rinascimentale ha i propri cultori che la vivificano e la rinnovano anche nel Duemila&#8230; ciononostante rimane sempre musica Rinascimentale&#8230; suonata oggi. Anche il jazz mi sembra subire lo stesso destino, insieme alla musica classica e la sorellastra contemporanea. Si puo’ suonare il jazz oggi, “contaminarlo” con altri generi o rifugiarlo in un accademismo filologico. Nel momento in cui è riconoscibile come una componente è però e comunque già situato in un inventario di musica del passato. A mio modesto parere.<br />
E dunque sono d’accordo con Rodolfo&#8230; il jazz è morto, viva il jazz e viva le nuove invenzioni musicali&#8230; magari derivate dal jazz.</p>
<p>Su Allevi e la musica classica o contemporanea invece&#8230; mah sarebbe come identificare Bocelli con la lirica o Leone di Lernia con il Rock’n’roll&#8230; E’ un fenomeno di puro marketing che con la qualità (di scrittura e di performance) ha ben poco a che fare&#8230;</p>
<p>(*) La sindrome dei Good Ole Boys è quella per cui si crede che tutta la musica esistente sia soltanto quella che si conosce&#8230; cosi’ come i gestori del locale interpellati da Belushi su quale musica si faccia da quelle parti rispondono: “ Di tutte e due i tipi: il country e il western”.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: aditus</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94452</link>
		<dc:creator>aditus</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 11:00:31 +0000</pubDate>
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		<description>http://it.youtube.com/watch?v=KH-qK5az_5k

(Alperin è quello con pochi capelli)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.youtube.com/watch?v=KH-qK5az_5k" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/it.youtube.com');" rel="nofollow">http://it.youtube.com/watch?v=KH-qK5az_5k</a></p>
<p>(Alperin è quello con pochi capelli)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: aditus</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94447</link>
		<dc:creator>aditus</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 10:06:08 +0000</pubDate>
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		<description>Un'altra cosa che forse c'azzecca poco, ma visto che si parla, anche, di Radiohead e affini... 
il nuovo disco dei Sigur Ros (che hanno visibili riferimenti al minimalismo americano più che al jazz) è SPLENDIDO.

Sempre riguardo le contaminazioni, in questo caso tra rock jazz elettronica e - di nuovo - minimalismo, il trombettista norvegese Arve Henriksen è un buon esempio. L'ho sentito recentemente alla rassegna Bergamo Jazz e devo dire di esser rimasto basito.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Un&#8217;altra cosa che forse c&#8217;azzecca poco, ma visto che si parla, anche, di Radiohead e affini&#8230;<br />
il nuovo disco dei Sigur Ros (che hanno visibili riferimenti al minimalismo americano più che al jazz) è SPLENDIDO.</p>
<p>Sempre riguardo le contaminazioni, in questo caso tra rock jazz elettronica e - di nuovo - minimalismo, il trombettista norvegese Arve Henriksen è un buon esempio. L&#8217;ho sentito recentemente alla rassegna Bergamo Jazz e devo dire di esser rimasto basito.</p>
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	<item>
		<title>Di: Baldrus</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94446</link>
		<dc:creator>Baldrus</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 10:00:59 +0000</pubDate>
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		<description>Bello questo articolo di Sergio (come anche gli altri del resto), e interessante la discussione. Spesso mi chiedo se le "grandi musiche", jazz, classica, siano estinte e se abbia ancora senso chiamarle così. In parte Sergio mi risponde che vi è una contaminazione quasi totale, e possiamo ormai parlare di "musica", e che questa musica è "bella" o "brutta" ecc. Sono abbastanza d'accordo, però mi piace pensare ancora al jazz, con le sue regole i suoi stili, la sua evoluzione. Per dire, Bitches Brew, che all'epoca, ricordo, suscitò commenti scandalizzati e indignati dei puristi, per me è jazz.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bello questo articolo di Sergio (come anche gli altri del resto), e interessante la discussione. Spesso mi chiedo se le &#8220;grandi musiche&#8221;, jazz, classica, siano estinte e se abbia ancora senso chiamarle così. In parte Sergio mi risponde che vi è una contaminazione quasi totale, e possiamo ormai parlare di &#8220;musica&#8221;, e che questa musica è &#8220;bella&#8221; o &#8220;brutta&#8221; ecc. Sono abbastanza d&#8217;accordo, però mi piace pensare ancora al jazz, con le sue regole i suoi stili, la sua evoluzione. Per dire, Bitches Brew, che all&#8217;epoca, ricordo, suscitò commenti scandalizzati e indignati dei puristi, per me è jazz.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: aditus</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94445</link>
		<dc:creator>aditus</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 09:57:53 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94445</guid>
		<description>Forse deborda un poco dalla discussione, ma:
vorrei segnalarvi un artista interessantissimo, naturalizzato europeo, il quale lavora proprio a cavallo tra improvvisazione e quella &lt;em&gt;ripetizione&lt;/em&gt; di stimoli esterni in un nuovo linguaggio - che da personale si fa subito universale (in fondo, il miracolo della musica) -: quello che mi pare definiate come jazz. Si tratta di Misha Alperin, che, come gran parte dei musicisti che incidono per ECM, soffre di quella sindrome da inclassificabilità. Dalla metabolizzazione di musiche e ritmi popolari attestata dall'attivita del Moskow Art Trio, di cui è leader con Arkady Shilkloper, all'attenzione verso la musica più strettamente colta (&lt;em&gt;Night&lt;/em&gt;, del 1998, con Anja Lechner al violoncello), fino alle musiche dell'ultimo &lt;em&gt;Her first dance&lt;/em&gt;, ispirate alla musica balinese delle orchestre gamelan, il percorso di Alperin è tutto un variare - a mio parere - su una matrice jazz ben stabile, che rappresenta il nucleo del suo creare come pure della sua discografia (mi riferisco ai due dischi più esplicitamente jazz: &lt;em&gt;North Story&lt;/em&gt;, con Tore Brunborg al sax tenore e Jon Christensen e Terje Gewelt alla sezione ritmica, la stessa del successivo splendido &lt;em&gt;First Impression&lt;/em&gt;, dove ai sassofoni compare un certo John Surman).</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Forse deborda un poco dalla discussione, ma:<br />
vorrei segnalarvi un artista interessantissimo, naturalizzato europeo, il quale lavora proprio a cavallo tra improvvisazione e quella <em>ripetizione</em> di stimoli esterni in un nuovo linguaggio - che da personale si fa subito universale (in fondo, il miracolo della musica) -: quello che mi pare definiate come jazz. Si tratta di Misha Alperin, che, come gran parte dei musicisti che incidono per ECM, soffre di quella sindrome da inclassificabilità. Dalla metabolizzazione di musiche e ritmi popolari attestata dall&#8217;attivita del Moskow Art Trio, di cui è leader con Arkady Shilkloper, all&#8217;attenzione verso la musica più strettamente colta (<em>Night</em>, del 1998, con Anja Lechner al violoncello), fino alle musiche dell&#8217;ultimo <em>Her first dance</em>, ispirate alla musica balinese delle orchestre gamelan, il percorso di Alperin è tutto un variare - a mio parere - su una matrice jazz ben stabile, che rappresenta il nucleo del suo creare come pure della sua discografia (mi riferisco ai due dischi più esplicitamente jazz: <em>North Story</em>, con Tore Brunborg al sax tenore e Jon Christensen e Terje Gewelt alla sezione ritmica, la stessa del successivo splendido <em>First Impression</em>, dove ai sassofoni compare un certo John Surman).</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio pasquandrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94444</link>
		<dc:creator>sergio pasquandrea</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 09:49:15 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94444</guid>
		<description>Se devo dirla tutta, Allevi mi sembra uno dotato di una discreta tecnica (ma non superiore a quella di qualsiasi diplomato di Conservatorio) e della capacità di scrivere melodie orecchiabili, di matrice molto più pop che "classica contemporanea", come vorrebbe sostenere lui.
Se qualche legame col jazz c'è, potrebbe essere una estrema semplificazione del Jarrett del Koln Concert, che a sua volta è già una semplificazione del Jarrett degli altri dischi in solo.
Il resto fa parte della mitologia che gli è stata creata intorno (il "genio", quello che "ha riportato in vita la musica contemporanea", eccetera eccetera) e che lui alimenta più o meno consapevolmente.
Comunque non ce l'ho certo con lui, che fa onestamente il suo mestiere. Sempre meglio che un adolescente ascolti Allevi, piuttosto che il Marco Carta o il Tiziano Ferro di turno.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Se devo dirla tutta, Allevi mi sembra uno dotato di una discreta tecnica (ma non superiore a quella di qualsiasi diplomato di Conservatorio) e della capacità di scrivere melodie orecchiabili, di matrice molto più pop che &#8220;classica contemporanea&#8221;, come vorrebbe sostenere lui.<br />
Se qualche legame col jazz c&#8217;è, potrebbe essere una estrema semplificazione del Jarrett del Koln Concert, che a sua volta è già una semplificazione del Jarrett degli altri dischi in solo.<br />
Il resto fa parte della mitologia che gli è stata creata intorno (il &#8220;genio&#8221;, quello che &#8220;ha riportato in vita la musica contemporanea&#8221;, eccetera eccetera) e che lui alimenta più o meno consapevolmente.<br />
Comunque non ce l&#8217;ho certo con lui, che fa onestamente il suo mestiere. Sempre meglio che un adolescente ascolti Allevi, piuttosto che il Marco Carta o il Tiziano Ferro di turno.</p>
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	<item>
		<title>Di: andrea raos</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94442</link>
		<dc:creator>andrea raos</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 09:31:51 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94442</guid>
		<description>segnalo una bella riflessione su giovanni allevi, scritta da max viel (già ospitato varie volte su ni). istruttivi anche i commenti.

http://maxviel.wordpress.com/2008/04/30/giovanni-allevi-ovvero-il-musico-della-porta-accanto/

ps: W sepe.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>segnalo una bella riflessione su giovanni allevi, scritta da max viel (già ospitato varie volte su ni). istruttivi anche i commenti.</p>
<p><a href="http://maxviel.wordpress.com/2008/04/30/giovanni-allevi-ovvero-il-musico-della-porta-accanto/" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick-comm/maxviel.wordpress.com');" rel="nofollow">http://maxviel.wordpress.com/2008/04/30/giovanni-allevi-ovvero-il-musico-della-porta-accanto/</a></p>
<p>ps: W sepe.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: gianni biondillo</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94441</link>
		<dc:creator>gianni biondillo</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 09:21:46 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94441</guid>
		<description>Bella discussione.
Condivido con Aitan e Sergio l'entusiasmo per Sepe.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bella discussione.<br />
Condivido con Aitan e Sergio l&#8217;entusiasmo per Sepe.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio pasquandrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94435</link>
		<dc:creator>sergio pasquandrea</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 01:05:31 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94435</guid>
		<description>Vorrei aggiungere: non so bene che cosa sia oggi il jazz.
Trovo molto efficace un paragone che mi espose una volta il pianista Aaron Goldberg: probabilmente oggi c'è un "nocciolo" di musiche che si possono definire jazz nel senso più "completo" della parola, perché si rifanno a una precisa tradizione in termini di modalità esecutive, elementi ritmici, strutture formali, ecc. Poi, intorno, ci sono dei cerchi sempre più ampi, che hanno sempre meno punti di tangenza con il jazz, o che magari ne riprendono solo alcuni elementi e non altri.
Per dire: la musica di Brad Mehldau si rifà a una precisa tradizione del piano-trio jazzistico, e anche quando reinterpreta i Radiohead li traduce secondo quel linguaggio.
Invece un musicista come il libanese Rabi Abou-Khalil parte dalla tradizione musicale del Medio Oriente e vi innesta alcuni elementi jazzistici, ad esempio un certo tipo di improvvisazione solistica, insieme ad altri che di jazzistico non hanno nulla (le poliritmie, le scale modali, ecc.). Quello è jazz? Sì, per certi versi, no per altri.
Il punto, secondo me, è che negli ultimi 20-30 anni la tradizione che una volta si chiamava "jazz" e che aveva seguito un percorso (più o meno) lineare si è ramificata formando un delta di esperienze, molte delle quali ormai si sono allontanate irrimediabilmente dalla matrice originaria.
Ma questo non mi sembra un problema, fintanto che le musiche conservano un proprio valore estetico.
Per inciso, mi chiedo spesso quanto la nostra visione di un jazz come evoluzione "lineare" non sia un aritificio prospettico. Noi vediamo un'evoluzione da Armstrong a Dizzy Gillespie e poi a Clifford Brown o Miles Davis, ma non so se un ascoltatore dell'epoca poteva pensarla così.
Un ascoltatore dei tardi anni '50 vedeva classificate sotto l'etichetta di "jazz" Armstrong, "So What", il quintetto di Roach e Brown, Duke Ellington, Stan Getz, persino i primi dischi di Ornette Coleman.
Io penso che molti si ponessero, già allora, le stesse domande che ci stiamo ponendo noi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei aggiungere: non so bene che cosa sia oggi il jazz.<br />
Trovo molto efficace un paragone che mi espose una volta il pianista Aaron Goldberg: probabilmente oggi c&#8217;è un &#8220;nocciolo&#8221; di musiche che si possono definire jazz nel senso più &#8220;completo&#8221; della parola, perché si rifanno a una precisa tradizione in termini di modalità esecutive, elementi ritmici, strutture formali, ecc. Poi, intorno, ci sono dei cerchi sempre più ampi, che hanno sempre meno punti di tangenza con il jazz, o che magari ne riprendono solo alcuni elementi e non altri.<br />
Per dire: la musica di Brad Mehldau si rifà a una precisa tradizione del piano-trio jazzistico, e anche quando reinterpreta i Radiohead li traduce secondo quel linguaggio.<br />
Invece un musicista come il libanese Rabi Abou-Khalil parte dalla tradizione musicale del Medio Oriente e vi innesta alcuni elementi jazzistici, ad esempio un certo tipo di improvvisazione solistica, insieme ad altri che di jazzistico non hanno nulla (le poliritmie, le scale modali, ecc.). Quello è jazz? Sì, per certi versi, no per altri.<br />
Il punto, secondo me, è che negli ultimi 20-30 anni la tradizione che una volta si chiamava &#8220;jazz&#8221; e che aveva seguito un percorso (più o meno) lineare si è ramificata formando un delta di esperienze, molte delle quali ormai si sono allontanate irrimediabilmente dalla matrice originaria.<br />
Ma questo non mi sembra un problema, fintanto che le musiche conservano un proprio valore estetico.<br />
Per inciso, mi chiedo spesso quanto la nostra visione di un jazz come evoluzione &#8220;lineare&#8221; non sia un aritificio prospettico. Noi vediamo un&#8217;evoluzione da Armstrong a Dizzy Gillespie e poi a Clifford Brown o Miles Davis, ma non so se un ascoltatore dell&#8217;epoca poteva pensarla così.<br />
Un ascoltatore dei tardi anni &#8216;50 vedeva classificate sotto l&#8217;etichetta di &#8220;jazz&#8221; Armstrong, &#8220;So What&#8221;, il quintetto di Roach e Brown, Duke Ellington, Stan Getz, persino i primi dischi di Ornette Coleman.<br />
Io penso che molti si ponessero, già allora, le stesse domande che ci stiamo ponendo noi.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio pasquandrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94434</link>
		<dc:creator>sergio pasquandrea</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 00:55:46 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94434</guid>
		<description>In realtà quel che caratterizza il jazz non è tanto l'improvvisazione intesa come creazione di melodie ex-novo, quanto piuttosto la disponibilità a ripensare l'esecuzione di un brano rispetto alle circostanze in cui essa ha luogo.
Mi spiego: Billie Holiday non ha mai "improvvisato" una nota, nel senso che ha sempre eseguito le melodie dei brani, senza fare scat né altro. Solo che l'esecuzione non era mai uguale, ma minimi particolari variavano a seconda dell'espressività che la cantante voleva assegnare, dell'interazione con gli altri musicisti, del fatto che il bassista o il batterista suonassero una certa cosa che la stimolava, ecc.
In altre parole, il jazzista non ha necessariamente un rapporto primario con un medium visuale prestabilito (lo spartito), ma piuttosto conserva una griglia mnemonica fatta da una parte di melodie, accordi, strutture formali, ecc., dall'altra parte di un repertorio di mezzi espressivi da adattare sul momento. 
Anche lo spartito jazzistico è solo una traccia da cui partire per "estemporizzare" l'esecuzione. Certi dettagli (abbellimenti, intenzione ritmica, quella "spinta" che costituisce il cuore dello swing) vengono lasciati liberi.
Vincenzo Caporaletti definisce il jazz una delle musiche "audio-tattili"  in quanto si basano da una parte sull'udito (e non sulla vista, ossia sul medium scritto), dall'altra dalla memoria fisica, corporea dell'esecutore.
Giovanni Allevi *non è* jazz non solo perché la sua musica non ha nulla di jazzistico nel lessico, nell'intenzione ritmica, ecc., ma perché manca proprio l'elemento dell'estemporizzazione: Allevi non fa che rieseguire una traccia scritta, esattamente come chi esegua Bach o Chopin.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In realtà quel che caratterizza il jazz non è tanto l&#8217;improvvisazione intesa come creazione di melodie ex-novo, quanto piuttosto la disponibilità a ripensare l&#8217;esecuzione di un brano rispetto alle circostanze in cui essa ha luogo.<br />
Mi spiego: Billie Holiday non ha mai &#8220;improvvisato&#8221; una nota, nel senso che ha sempre eseguito le melodie dei brani, senza fare scat né altro. Solo che l&#8217;esecuzione non era mai uguale, ma minimi particolari variavano a seconda dell&#8217;espressività che la cantante voleva assegnare, dell&#8217;interazione con gli altri musicisti, del fatto che il bassista o il batterista suonassero una certa cosa che la stimolava, ecc.<br />
In altre parole, il jazzista non ha necessariamente un rapporto primario con un medium visuale prestabilito (lo spartito), ma piuttosto conserva una griglia mnemonica fatta da una parte di melodie, accordi, strutture formali, ecc., dall&#8217;altra parte di un repertorio di mezzi espressivi da adattare sul momento.<br />
Anche lo spartito jazzistico è solo una traccia da cui partire per &#8220;estemporizzare&#8221; l&#8217;esecuzione. Certi dettagli (abbellimenti, intenzione ritmica, quella &#8220;spinta&#8221; che costituisce il cuore dello swing) vengono lasciati liberi.<br />
Vincenzo Caporaletti definisce il jazz una delle musiche &#8220;audio-tattili&#8221;  in quanto si basano da una parte sull&#8217;udito (e non sulla vista, ossia sul medium scritto), dall&#8217;altra dalla memoria fisica, corporea dell&#8217;esecutore.<br />
Giovanni Allevi *non è* jazz non solo perché la sua musica non ha nulla di jazzistico nel lessico, nell&#8217;intenzione ritmica, ecc., ma perché manca proprio l&#8217;elemento dell&#8217;estemporizzazione: Allevi non fa che rieseguire una traccia scritta, esattamente come chi esegua Bach o Chopin.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Cristoforo Prodan</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94433</link>
		<dc:creator>Cristoforo Prodan</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 23:44:20 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94433</guid>
		<description>L'elemento che ha sempre caratterizzato il jazz è stato l'improvvisazione. Concetto in realtà che significa quasi l'esatto contrario di quello che il termine porta naturalmente a pensare. L'improvvisazione jazzistica tradizionale si muove all'interno di precise regole di armonia, non è libera espressione di qualsiasi evento sonoro. Scale, modi, sequenze di accordi, che vengono scelte liberamente ma che sono precise nella loro struttura e accuratamente catalogate.
Ancora l'estroso Giovanni Allevi - che, sia detto a scanso d'equivoci, ammiro per la sua capacità carismatica di far appassionare al pianoforte tanti giovani - in più di un'intervista ha detto che lui si considera un compositore di musica contemporanea, o "classica contemporanea" (un nonsense che rende bene l'idea), perché la sua musica "è tutta scritta", cioè non è "improvvisata".
E qui secondo me torna l'equivoco improvvisativo sul jazz. Il ragionamento, al limite, potrebbe pure reggere, entro certi limiti, se non fosse che Nikolai Kapustin (http://www.nikolaikapustin.net/) ha sparigliato le carte in tavola. La musica di Kapustin sembra all'ascolto jazz genuino - lui stesso agli inizi ha suonato in ensemble jazzistici - e tuttavia è tutta, ma proprio tutta scritta.
E dunque il canone jazzistico non risiede quasi più nell'improvvisazione. Cos'è allora il jazz (a parte quello storicamente determinatosi alle origini)?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;elemento che ha sempre caratterizzato il jazz è stato l&#8217;improvvisazione. Concetto in realtà che significa quasi l&#8217;esatto contrario di quello che il termine porta naturalmente a pensare. L&#8217;improvvisazione jazzistica tradizionale si muove all&#8217;interno di precise regole di armonia, non è libera espressione di qualsiasi evento sonoro. Scale, modi, sequenze di accordi, che vengono scelte liberamente ma che sono precise nella loro struttura e accuratamente catalogate.<br />
Ancora l&#8217;estroso Giovanni Allevi - che, sia detto a scanso d&#8217;equivoci, ammiro per la sua capacità carismatica di far appassionare al pianoforte tanti giovani - in più di un&#8217;intervista ha detto che lui si considera un compositore di musica contemporanea, o &#8220;classica contemporanea&#8221; (un nonsense che rende bene l&#8217;idea), perché la sua musica &#8220;è tutta scritta&#8221;, cioè non è &#8220;improvvisata&#8221;.<br />
E qui secondo me torna l&#8217;equivoco improvvisativo sul jazz. Il ragionamento, al limite, potrebbe pure reggere, entro certi limiti, se non fosse che Nikolai Kapustin (http://www.nikolaikapustin.net/) ha sparigliato le carte in tavola. La musica di Kapustin sembra all&#8217;ascolto jazz genuino - lui stesso agli inizi ha suonato in ensemble jazzistici - e tuttavia è tutta, ma proprio tutta scritta.<br />
E dunque il canone jazzistico non risiede quasi più nell&#8217;improvvisazione. Cos&#8217;è allora il jazz (a parte quello storicamente determinatosi alle origini)?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: jazzfromitaly</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94432</link>
		<dc:creator>jazzfromitaly</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 21:45:49 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94432</guid>
		<description>Il jazz è morto,
cos’è il jazz,
dove va il jazz,
viva il jazz.
Questioni che ci si pone dall’altra parte della barricata. 

Non credo che i musicisti pensino “questo è jazz?” mentre improvvisano sul loro strumento,
siamo noi, ascoltatori, critici, appassionati che ci arrovelliamo su questi termini. 
Resta comunque una considerazione affascinante, perché permette di partire dal conosciuto per disperdersi nell’infinito mare delle nuove possibilità.

Penso allo stupefacente, spigoloso, alieno mOnk. 
Era troppo moderno per il Jazz contemporaneo?
Era poco fotogenico per l’immagine del nuovo Jazz?
Lui, così avanti musicalmente per il suo contesto storico, registra da subito alcuni dei dischi più modernamente complessi del secolo scorso. Ma incide anche dei capolavori di semplicità, che partono dalle filastrocche dei bambini, resi sublimi da una nuova visione armonica. E, come se non bastasse, ri-suona alcuni degli standard più interessanti della storia di questa musica, nell’unico modo a lui possibile, stravolgendoli dalla base e lanciandoli, sbilenchi, nel futuro. 
Addirittura, in un disco per me bellissimo, si confronta con l’universo sonoro del Duca, un classico del Jazz “rimasterizzato” dal genio della nuova musica moderna.
Eppure, ai suoi esordi, si parlava solo di Bird, di Dizzy, del Divino Miles. 
Loro erano il Be-Bop, loro erano il Jazz. 
Ma mOnk era là, sotto gli occhi di tutti, riconosciuto e rispettato dai musicisti ma, per un bel pezzo, fuori dal Jazz-Business. 
Il suo primo disco lo ha inciso a trent’anni.
MOnk è inclassificabile, genio puro, le etichette impazziscono su di lui.

E questo è il punto.

Oggi la musica (non so più come chiamarlo questo Jazz) è innanzitutto un prodotto commerciale, a prescindere dal supporto. E, come tale, deve avere un’etichetta chiara e ben riconoscibile per gli acquirenti (non per gli appassionati, che si arrovellano). E allora giù dischi di ragazzini tredicenni, di ragazzette con voce sensuale (e belle cosce, magari), concerti dove la parola jazz è scritta solo sul cartellone, ma che non ne hanno niente nell’anima,  LIVE di vegliardi che piacciono tanto al pubblico pagante o spettacoli di revival della bella canzone, vestiti di Jazz.

E questa  non vuole essere una critica purista o una difesa integralista dei valori del jazz (e quali poi, cambiano sempre) anzi. 
Io ho amato la rilettura di Tenco da parte di Tiziana Ghiglioni. 
Credo che nella nostra storia musicale si possa trovare l’humus adatto per nuove sonorità (anche se non sempre sposano le caratteristiche in jazz). Penso a Trovesi, appunto, a Mirabassi, al Gaslini dei Dischi della Quercia, al grande Mario Schiano, ai progetti di Paolo Damiani, alle radici friulane di Bearzatti, alla “napoletaneità” di Maria Pia de Vito…

Io credo che, come caratteristica fondamentale, questa musica che è stata chiamata jazz, deve mantenere la capacità di esplorare nuovi percorsi partendo dalle strade maestre.
Io penso che questa musica è una specie di macchina del tempo, che fa delle tracce del passato remoto le coordinate per scoprire il futuro.
Io so che le cattedrali musicali di domani, poggeranno sulle fondamenta sonore gettate ieri.

Ma finché le direzioni saranno dettate dalle major  discografiche, dai promoter dei festival, dagli sponsor, dall’audience, dai grafici dei profitti, dai supermercati della cultura, dai critici che non criticano mai, dalle scuole tutte uguali a se stesse, dal pubblico delle grandi fiere, dovremmo accettare le etichette e le mezze parole. 
E arrovellarci per capire se è Jazz.

Thelonious mOnk è Jazz.

Thelonious è morto,
il Jazz di mOnk Vive.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il jazz è morto,<br />
cos’è il jazz,<br />
dove va il jazz,<br />
viva il jazz.<br />
Questioni che ci si pone dall’altra parte della barricata. </p>
<p>Non credo che i musicisti pensino “questo è jazz?” mentre improvvisano sul loro strumento,<br />
siamo noi, ascoltatori, critici, appassionati che ci arrovelliamo su questi termini.<br />
Resta comunque una considerazione affascinante, perché permette di partire dal conosciuto per disperdersi nell’infinito mare delle nuove possibilità.</p>
<p>Penso allo stupefacente, spigoloso, alieno mOnk.<br />
Era troppo moderno per il Jazz contemporaneo?<br />
Era poco fotogenico per l’immagine del nuovo Jazz?<br />
Lui, così avanti musicalmente per il suo contesto storico, registra da subito alcuni dei dischi più modernamente complessi del secolo scorso. Ma incide anche dei capolavori di semplicità, che partono dalle filastrocche dei bambini, resi sublimi da una nuova visione armonica. E, come se non bastasse, ri-suona alcuni degli standard più interessanti della storia di questa musica, nell’unico modo a lui possibile, stravolgendoli dalla base e lanciandoli, sbilenchi, nel futuro.<br />
Addirittura, in un disco per me bellissimo, si confronta con l’universo sonoro del Duca, un classico del Jazz “rimasterizzato” dal genio della nuova musica moderna.<br />
Eppure, ai suoi esordi, si parlava solo di Bird, di Dizzy, del Divino Miles.<br />
Loro erano il Be-Bop, loro erano il Jazz.<br />
Ma mOnk era là, sotto gli occhi di tutti, riconosciuto e rispettato dai musicisti ma, per un bel pezzo, fuori dal Jazz-Business.<br />
Il suo primo disco lo ha inciso a trent’anni.<br />
MOnk è inclassificabile, genio puro, le etichette impazziscono su di lui.</p>
<p>E questo è il punto.</p>
<p>Oggi la musica (non so più come chiamarlo questo Jazz) è innanzitutto un prodotto commerciale, a prescindere dal supporto. E, come tale, deve avere un’etichetta chiara e ben riconoscibile per gli acquirenti (non per gli appassionati, che si arrovellano). E allora giù dischi di ragazzini tredicenni, di ragazzette con voce sensuale (e belle cosce, magari), concerti dove la parola jazz è scritta solo sul cartellone, ma che non ne hanno niente nell’anima,  LIVE di vegliardi che piacciono tanto al pubblico pagante o spettacoli di revival della bella canzone, vestiti di Jazz.</p>
<p>E questa  non vuole essere una critica purista o una difesa integralista dei valori del jazz (e quali poi, cambiano sempre) anzi.<br />
Io ho amato la rilettura di Tenco da parte di Tiziana Ghiglioni.<br />
Credo che nella nostra storia musicale si possa trovare l’humus adatto per nuove sonorità (anche se non sempre sposano le caratteristiche in jazz). Penso a Trovesi, appunto, a Mirabassi, al Gaslini dei Dischi della Quercia, al grande Mario Schiano, ai progetti di Paolo Damiani, alle radici friulane di Bearzatti, alla “napoletaneità” di Maria Pia de Vito…</p>
<p>Io credo che, come caratteristica fondamentale, questa musica che è stata chiamata jazz, deve mantenere la capacità di esplorare nuovi percorsi partendo dalle strade maestre.<br />
Io penso che questa musica è una specie di macchina del tempo, che fa delle tracce del passato remoto le coordinate per scoprire il futuro.<br />
Io so che le cattedrali musicali di domani, poggeranno sulle fondamenta sonore gettate ieri.</p>
<p>Ma finché le direzioni saranno dettate dalle major  discografiche, dai promoter dei festival, dagli sponsor, dall’audience, dai grafici dei profitti, dai supermercati della cultura, dai critici che non criticano mai, dalle scuole tutte uguali a se stesse, dal pubblico delle grandi fiere, dovremmo accettare le etichette e le mezze parole.<br />
E arrovellarci per capire se è Jazz.</p>
<p>Thelonious mOnk è Jazz.</p>
<p>Thelonious è morto,<br />
il Jazz di mOnk Vive.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio pasquandrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94431</link>
		<dc:creator>sergio pasquandrea</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 21:45:23 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94431</guid>
		<description>@aditus
Interessante, José James, anche se quel che sento mi sembra soprattutto un nu-soul raffinato, con robuste nervature jazzistiche (bella la versione di Moanin').
Molto bravo, comunque.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@aditus<br />
Interessante, José James, anche se quel che sento mi sembra soprattutto un nu-soul raffinato, con robuste nervature jazzistiche (bella la versione di Moanin&#8217;).<br />
Molto bravo, comunque.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio pasquandrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94427</link>
		<dc:creator>sergio pasquandrea</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 18:23:56 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94427</guid>
		<description>Hai ragione, aitan, Sepe è un grande.
Se non mi è venuto in mente, forse è perché il suo range stilistico è talmente ampio che il jazz ormai è solo una minima fetta di quel che fa.
Però l'attitudine con cui suona è jazzistica al 100 per 100!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Hai ragione, aitan, Sepe è un grande.<br />
Se non mi è venuto in mente, forse è perché il suo range stilistico è talmente ampio che il jazz ormai è solo una minima fetta di quel che fa.<br />
Però l&#8217;attitudine con cui suona è jazzistica al 100 per 100!</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: aitan</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94426</link>
		<dc:creator>aitan</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 18:12:41 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94426</guid>
		<description>Io se dovessi indicare un solo nome…, beh ne indicherei tre che hai citato anche tu (in ordine di apparizione) Henry Threadgill, Jonh Zorn e Don Byron.
In Italia, Trovesi e il solito Bollani, ma anche Sepe (ancor più trasversale e "folcloristico" dei citati due). Se i Bad Plus suonano I Will Survive, il Sepe nazionale suona Stayin' Alive, e la fa cantare in latino: Vivimus!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Io se dovessi indicare un solo nome…, beh ne indicherei tre che hai citato anche tu (in ordine di apparizione) Henry Threadgill, Jonh Zorn e Don Byron.<br />
In Italia, Trovesi e il solito Bollani, ma anche Sepe (ancor più trasversale e &#8220;folcloristico&#8221; dei citati due). Se i Bad Plus suonano I Will Survive, il Sepe nazionale suona Stayin&#8217; Alive, e la fa cantare in latino: Vivimus!</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: véronique vergé</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94424</link>
		<dc:creator>véronique vergé</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 16:46:36 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94424</guid>
		<description>Un articolo molto interessante che svela che il Jazz è vivo.
Ho imparato molto leggendo il brano.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Un articolo molto interessante che svela che il Jazz è vivo.<br />
Ho imparato molto leggendo il brano.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: sergio pasquandrea</title>
		<link>http://www.nazioneindiana.com/2008/06/26/jazz-e-xenoglossia/#comment-94414</link>
		<dc:creator>sergio pasquandrea</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 12:45:59 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nazioneindiana.com/?p=6213#comment-94414</guid>
		<description>Dicevo "tutto e niente" nel senso che oggi il termine si è allargato fino a comprendere virtualmente di tutto. 
Il che, per me, non è un male, basta tener presente che sotto l'ombrello del "jazz" ci sono i musicisti più diversi. Tanto per fare un esempio, ormai Jan Garbarek (che fra l'altro ha cominciato con uno stile che si rifaceva ad Ayler o all'ultimo Coltrane) non c'entra più niente con quello che uno come Marsalis chiamerebbe "jazz".
Io, per me, non ho mai creduto molto alle etichette. Se una musica è bella, l'ultima cosa che vado a chiedermi è come si chiami o a che genere appartenga.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dicevo &#8220;tutto e niente&#8221; nel senso che oggi il termine si è allargato fino a comprendere virtualmente di tutto.<br />
Il che, per me, non è un male, basta tener presente che sotto l&#8217;ombrello del &#8220;jazz&#8221; ci sono i musicisti più diversi. Tanto per fare un esempio, ormai Jan Garbarek (che fra l&#8217;altro ha cominciato con uno stile che si rifaceva ad Ayler o all&#8217;ultimo Coltrane) non c&#8217;entra più niente con quello che uno come Marsalis chiamerebbe &#8220;jazz&#8221;.<br />
Io, per me, non ho mai creduto molto alle etichette. Se una musica è bella, l&#8217;ultima cosa che vado a chiedermi è come si chiami o a che genere appartenga.</p>
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