Diecimila battute precise

8 agosto 2008
Pubblicato da

di Giuseppe Catozzella

Gentile Maestro (mi spingerei anche fino a chiamarla “caro”),

le scrivo solo dopo la sua dipartita, perché mai avrei osato mettere delle parole su carta con lei ancora in vita. Se c’è infatti una cosa che posso dire di aver appreso dalla stretta e fortunata frequentazione della sua persona è un certo diffuso senso di umiltà, che ci deve far abbassare il capo e dirottare lo sguardo al cospetto dell’altrui maestria, e convincere a sopprimere i naturali impeti di imitazione, o gli esili moti di ispirazione. Nessuno, se posso permettermi, ma già le espressi questa considerazione una volta, nessuno, nel campo della letteratura, nel nostro – come lei usava definirlo – sfortunato Paese, era più Maestro di lei.
Ora che lei non c’è più comprendo tristemente quanto non si era mai stancato di dire sul fatto che la morte sia il compimento della vita, e non certo una sua negazione, così come l’età adulta è il naturale sbocco di quella infantile, e la vecchiaia della maturità.
Quanto mi mancano, in queste ore, le giornate intere a battere su questo mio stesso computer tutto ciò che in quella piccola e ordinatissima stanza d’ospedale lei mi dettava! Questo, per pudore, mai gliel’ho confidato – non s’adatta infatti a un uomo che non sia vile parlare di denaro – ma io l’avrei fatto anche gratuitamente: erano lezioni di vita che avevo aspettato per tutta la mia esistenza. Che fortunata coincidenza per me è stata imbattermi in lei, o meglio, che lei si imbattesse in me!
Io, umile segretario amministrativo di una ditta di cinque dipendenti con l’unico dono di avere dita veloci.
E adesso, invece, quanta sfrontatezza! Dopo nemmeno quarantott’ore dalla sua dipartita mettermi a scrivere! E proprio a lei! A proposito, perdoni la scrittura così minuta, ma è al solo scopo di ingombrare il meno spazio possibile sul foglio. Quello che farò sarà infatti accartocciare, una volta terminata, questa umile lettera, e depositarla al camposanto, spinta ben in fondo al vaso di fiori freschi – quello applicato alla sua lapide – che credo continuerò a cambiare ogni giorno per molto tempo. Questo sarà il mio strano modo di consegnargliela, e anche di cedere a un istinto, che non riesco a comprendere da dove sia nato – e del quale certo lei avrebbe avuto molto da dire – che mi porta a espormi a un pericolo che potrei evitare di correre. Anche perché qualcosa dentro di me è convinta che lei stia già sentendo (e fors’anche guidando) queste mie stesse parole, proprio in questo momento in cui le sto scrivendo. Credo sia la parte più atavicamente cristiana della mia natura, credo sia la voce della mia nonna paterna che davvero non ha mai smesso di parlarmi da un angolino del mio cuore.
Quanto parlare si è fatto, in queste ore, di lei! Su ogni canale televisivo, in moltissime trasmissioni, certo su tutti i giornali. È stato chiamato con nomi che credo la farebbero sorridere. Si ricorda quando, negli ultimi mesi, aveva preso a chiedermi, sempre verso le quattro del pomeriggio, di issarla sulla sedia a rotelle e di portarla nel lussureggiante giardino dell’Hospice per fare due passi? E ricorda quando mi disse, all’ombra di quell’enorme quercia che lei tanto amava, che a volte, quando il dolore si faceva insopportabile e non c’era morfina ad alleviarlo, se fosse riuscito a dimenticare il suo nome, insieme a quello se ne sarebbe andato anche tutto il dolore? Be’, dovrebbe sentire in quanti modi la stanno chiamando adesso! E tutto sommato, davvero credo che la cosa in fondo le farebbe anche piacere.
Ci tengo a confermarle, e già le dissi da subito che non sarebbe accaduto, che non mi è nato alcun senso di colpa, a cose fatte, a “missione compiuta”, come ebbe una volta lo spirito per chiamare il nostro patto.
Non mi sento affatto in colpa per aver fatto quello che lei desiderava più di tutto che facessi: eliminare da questa terra un po’ della sofferenza “fisiologica”, come lei disse un’altra volta, che la terra stessa genera. E, questo sì, forse un po’ mi preoccupa, spero di non dover utilizzare tutto o parte del denaro che lei mi ha lasciato, e che in verità è davvero molto, per pagarmi un buon avvocato per le eventuali spese processuali a mio carico.
Ecco, l’ho fatto! Come mi sento più libero, ora! Non si deve preoccupare, caro Maestro, non ha generato un mostro, o un uomo cattivo da uno buono, esponendolo in maniera così diretta e attiva alla morte. Non tema!
Non so come, ma l’averle parlato così francamente e come dire direttamente, quasi come a un amico – se me lo concede – mi dà la forza per aprirmi di più a lei.
So che questa mia decisione difficilmente la troverà discorde, ma comunque per me non è affatto facile parlarne. Ci proverò di nuovo tutto d’un fiato.
Il notaio Balsecchi, quello a cui ha consegnato le sue volontà testamentarie e che, come sa, è in certo senso l’artefice del nostro primo incontro, in quanto è lo stesso notaio della ditta per cui per tanti anni ho lavorato, non è persona esente dal contagioso morbo della concussione. E io stesso – lo caccio fuori in un solo, breve, spero questo sì, indolore, moto – della corruzione.
Eppure in cuor mio non mi sento di averla tradita, gentile Maestro. Lei avrebbe destinato tutti i suoi averi alla beneficenza, non avendo parenti o amici fidati che meritassero il suo ricordo, e io, pagando molte migliaia di euro – di quelle che lei stesso mi aveva lasciato per la causa in mia difesa – al notaio Balsecchi, ho ottenuto che mi intestasse la sua casa con giardino sulle rive del lago di Lecco, da cui adesso le sto scrivendo, e in cui, lo so, lei ha passato tanti felici e solitari anni, dedito alla sua amata scrittura.
Non mi consideri, la prego, una serpe approfittatrice. Credo solo che anch’io abbisognassi di un po’ di beneficenza, non foss’altro che per lenire i sacrifici di una vita triste, monotona e, ne sono convinto, mediocre, aldilà di quello che si possa dire sulla mediocrità della vita in sé stessa.
E che meraviglia svegliarsi con il sole che filtra attraverso le persiane di legno, dopo aver riverberato infinite volte sulle placide e pigre onde del lago! Che intensa, inattesa e genuina meraviglia uscire ancora in pigiama sul balconcino ovale che si apre sulla frizzante aria lacustre di primavera! Quanto doveva esserle mancato tutto questo, nei due anni passati nell’Hospice, piagato dal cancro che ogni giorno la divorava dall’interno più ancora che dall’esterno, destinato a spegnersi nella più totale solitudine, non fosse stato che per le visite che puntuali riceveva da colleghi, giornalisti o editori, e poi da me. Però, quanto abbiamo condiviso in quei due anni! Quanto realmente lei mi ha insegnato!
Una passione intensa per la vita, quella stessa che l’ha portata a decidere di togliersela con le sue mani, o meglio utilizzando quelle di un suo umile servitore: le mie. Una passione intensa per la vita, fino all’ultimo respiro, attraverso il quale – come il suo caporale del famosissimo Il caporale di cent’anni – io e solo io l’ho sentita pronunciare fra le labbra che cercavano fameliche l’aria che il respiratore aveva smesso di fornirle: “Si sta compiendo la vita”.
La vita è stata dunque il suo ultimo pensiero. E che pensieri inarrivabili mi dettava poi ogni giorno in quello che avrebbe voluto fosse il suo capolavoro, il compimento della sua opera, la ragione della sua stessa vita. Pensieri che io non riuscivo, certo, del tutto a comprendere, tanto erano quasi “indicibili”, come lei stesso diceva, in alcuni dei sempre più rari momenti di euforia, che si alternavano a quelli più frequenti di depressione. Pensieri profondissimi e che quasi dolevano da quanto erano chiari e lucidi, e per come illuminavano dal “fondo del tunnel”, come lei amava esprimersi, tutto il percorso.
“Mi sento fortunato, Cesare, provo la felicità dell’eletto, poiché mi è stata concessa la possibilità di naufragare in mezzo a tutto questo dolore fisico. Questo sono, in questi ultimi preziosissimi attimi, in codesti momenti inestimabili, questo e solo questo io sono: un naufrago. Abbandonato dalle altre anime, e pur anche dalla mia, galleggiando in questo mare gelido e dolorosissimo, passo affianco a ogni cosa, che mi invita a descriverla per come è. Lo capisci, Cesare, lo comprendi, anche tu, ora? È la cosiddetta anima, la nostra zavorra! Adesso ne sono privo, sono totalmente disumanizzato, e da qui ti posso dire tu chi sei. Si sta compiendo la vita, Cesare. Si sta compiendo la vita.” Questa è la fine del suo Il caporale di cent’anni, che certo tutti hanno letto e amato. Ed è pure per questo libro che io le concedevo di sbagliare il mio nome, di chiamarmi alle volte Cesare, senza prendermela in alcun modo, come invece forse avrei anche fatto.
In due anni abbiamo raccolto circa settecento pagine di “pensieri dal capolinea”, di pensieri dall’Hospice. Questo titolo a volte le piaceva, I pensieri dall’Hospice, e le concedeva alcuni momenti di infantile contemplazione di quello che sarebbe stato il suo libro, che certo avrebbe finito per sopravviverle. Un senso di insopprimibile orgoglio, ma anche un insano germe di frustrazione atavica. Immancabilmente scorgevo nei suoi occhi i segni di una tristezza immonda, inaudita, sproporzionata.
Di solito ormai quello era diventato, negli ultimi quattro o cinque mesi, da quando aveva cominciato a sentire la fine avvicinarsi sempre più inesorabile, il pensiero che quotidianamente la traghettava nell’opposto interregno, quello della più profonda depressione, che finiva per durare fino alla mattina seguente.
Concludo questa lunga lettera di nuovo tutto d’un fiato, sperando che non se ne avrà a male se seguirò quella che in tutta sincerità credo sia la cosa che più renda giustizia alla sua persona: brucerò, una pagina al giorno, e partendo da questa stessa sera, nel camino della grande sala al pianterreno, tutto ciò che in questi due anni mi ha dettato: due anni per costruire, altrettanti, circa, per distruggere. E credo che il “circa” le sarebbe molto piaciuto.

Suo umilissimo servitore

(Immagine: Rudolf Schlichter – Autoritratto)

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6 Responses to Diecimila battute precise

  1. demetrio il 8 agosto 2008 alle 09:11

    consiglio la lettura di Isaia Greco (Pendragon) di Gino Tasca.

    d.

  2. anonimo doc il 9 agosto 2008 alle 17:29

    scritto pessimo.

  3. giuseppe catozzella il 10 agosto 2008 alle 04:28

    Ringrazio Franz per la bellissima immagine. Questo testo è nato come un esperimento: una lunghezza definita in una cifra tonda, una frase d’inizio e una finale.

  4. franz krauspenhaar il 10 agosto 2008 alle 08:50

    Giuseppe ha il coraggio di sperimentare. E’ giovane, paradossalmente potrebbe andare sul sicuro, chiedendomi di postare poesie e racconti e articoli già pubblicati altrove.
    Solo chi non azzarda mai non sbaglia. (E comunque questo qui non è affatto uno sbaglio, io pubblico con convinzione, sempre.)

  5. Massimo Vaj (oroboros) il 14 agosto 2008 alle 15:50

    L’ho trovato interessante e ben scritto, anche dal mio prediligere significati che, a questo raccontare, stanno larghi. Giuseppe, non so quanto sia giovane, ha ragione a considerare la morte parte della vita e suo compimento, meno nel non circoscrivere il dolore che la vita porta con sé, dello stesso senso. Vero è che vita e morte escono dalla spira delle nostre scelte e pure che, fronteggiandosi, si caricano di possibilità per noi diverse: la vita ci è imposta come la morte, ma se l’entrata in questo vortice esistenziale ci sfugge totalmente… l’uscita ci concede l’ultimo inchino e possiamo scegliere come morire e se prima o dopo la chiusura del sipario. Nulla è privo di senso in questo calderone ribollente di passione che è la vita, persino il nostro poco comprenderlo.

  6. giuseppe catozzella il 15 agosto 2008 alle 02:24

    Grazie a Massimo Vaj per il commento “dettagliato” e a Demetrio per il riferimento, anonimo doc credo invece abbia perso insieme al nome un’occasione per spiegarsi.