Urbanità 3

22 settembre 2008
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di Gianni Biondillo

A detta di Gianluca, il mio mio socio di studio, noi architetti ormai ci siamo trasformati in parrucchieri. E, maledizione, ha ragione da vendere! Forse è anche per questo che ultimamente mi sto convertendo sempre più alla scrittura. Sento di avere un maggiore spazio critico scrivendo, spazio che la professione pare avere definitivamente precluso. L’architettura non è più critica dello contesto, ma la sua spettacolarizzazione.

Ormai il fare architettonico si è dimenticato della triade vitruviana, quella che ha organizzato da sempre la regola professionale. Della Firmitas, la solidità della struttura e la conoscenza dei materiali, pare non interessi più a nessuno, così come della Utilitas, l’utilità del manufatto architettonico, la sua ragion d’essere, il suo modo di rispondere ad un problema dato attraverso un disegno funzionale. Tutta la nostra professione sembra schiacciata sulla Venustas, sul fare architettura bella, gradevole all’occhio, spesso solo spettacolare, che stupisca, che sia inimmaginabile, fantasiosa, che faccia scalpore.

È una logica che avvicina l’architettura alla moda, all’evento, alla performance. E in fondo la sovrapposizione che si fa fra architetto, designer, stilista è ormai cosa del sentito quotidiano. Una volta, saputo che ero di Milano, il mio interlocutore mi guardò con invidia: “Ah, un architetto milanese. Che bello: il design, la moda, le fotomodelle…” (ne avessi mai incontrata una in tutta la mia vita!).

Ma come si può pensare che manufatti edili che mutano il nostro panorama urbano possano essere concepiti con la logica dell’effimero? Architetture spesso così avulse dal contesto da stridere, fare a pugni col territorio, umiliandolo, banalizzandolo per eccesso di originalità? L’architettura non ha il dovere di essere originale a tutti i costi, non sopporto questa assurda tirannia del bello. Torniamo a pensare l’architettura come la risultante delle tre categorie vitruviane, pena il suo dissolversi nel banale. Anche perché i tempi dell’edilizia sono lunghi, molto più lunghi dei rendering di progetto fatti al computer. Se non si costruisce pensando agli anni che si depositeranno sui muri dei nostri sogni architettonici, costruiremo case destinate ad essere continuamente “fuori moda” e maledettamente scomode.

Perché, quanto meno, il mondo della moda sa che gli tocca vivere nell’immediato, nella obsolescenza delle forme. Su questo ha costruito la sua filosofia. Ma la disciplina architettonica, presa com’era dal trasformarsi in un mondo di archistar, non ha capito che la moda non esiste solo nelle sue manifestazioni effimere. La moda non è solo sfilate, eventi mondani, pierre, gossip. L’universo della moda è ben oltre l’immagine festaiola che da di sé sulle riviste patinate. Quella è strategia, è marketing. Ma dietro tutto ciò ci sono persone che si occupano di logistica, che studiano nuove tecnologie, che progettano e manipolano forme. Il know how del lavoro silenzioso della moda, quello fuori dai riflettori televisivi, è la vera struttura portante dell’intero sistema.

Dovremmo spostare il fuoco della nostra attenzione dalle “grandi firme” al mondo degli artigiani che, con sapienza certosina, producono, pezzo dopo pezzo, manufatti che sono piccoli capolavori. La ricchezza, la tradizione sapienziale del nostro artigianato dovrebbe essere il modello di molti miei colleghi architetti. Più umiltà, insomma. Impariamo dalla moda, ma dal basso. Tiriamoci su le maniche e sporchiamoci le mani. Non può che farci bene.

[pubblicato su Velvet n.22 settembre 2008]
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11 Responses to Urbanità 3

  1. par3rg0n il 22 settembre 2008 alle 11:40

    capisco e condivido il senso di quanto affermi, ma a mio parere c’è un vizio di forma che condiziona le tue osservazioni sull’esistente / mi sembra che tu consideri il bello quale caratteristica esteriore, di superficie, mentre non è affatto così / se le architetture che proliferano nelle nostre città quali malsane fioriture fossero davvero belle, nessuno si permetterebbe di avanzare critiche /
    ma il bello non ha niente a che vedere con la gradevolezza, nè con la superficie, e tantomeno con la moda / concerne un’emanazione dell’essenza di qualcosa, un’armonia profonda

    si tratta dunque di una critica rivolta al vocabolario, alla definizione di ciò che forse non riusciremo a cambiare davvero fintanto che non saremo in grado di esprimere con le parole in maniera più precisa ed efficace /
    a suo tempo, per un vecchio concorso della biennale architettura, contestai lo slogan che diceva “meno estetica e più etica” modificandolo nel mio progetto in “più estetica e più etica”, a voler intendere che non possiamo scorporare il lavoro di costruzione dalla sua intrinseca bellezza
    / la costruzione dell’architettura ha a che fare con l’armonia, così come tutto ciò che viene formulato all’interno dello spazio / certo, i parametri sono cambiati, in funzione di una serie lunghissima di ragioni e componenti, ma di fatto non cambia e non può cambiare la necessità di operare sulla forma delle cose dal di dentro, dal loro cuore e dall’anima /
    citi giustamente l’artigiano, dato che il suo lavoro è basato su un iter processuale consapevole, che coinvolge in maniera totale la materia e la forma che ne consegue / la maggior parte dei differenti operatori, non solo gli architetti, ma anche coloro che sono incaricati di scegliere o giudicare (un progetto, un disegno, un’idea) non si affidano all’idea di bellezza, ma a quella (di natura prettamente informativa, e non culturale) di piacevolezza, di gradevolezza e di fruibilità commerciale / questo conduce a una deformazione dei confini di una parola che, se fosse considerata alla lettera, condurrebbe a ben altri risultati ed innalzerebbe senz’altro la nostra soglia critica

    mi scuso per essermi dilungata, un saluto /

  2. sergio garufi il 22 settembre 2008 alle 12:11

    Io direi che c’è da imparare anche dai parrucchieri, anzi meglio meglio, dai barbieri, quelli abituati a lavorare con quattro peli in croce. In giro ci son troppi edifici cotonati, con la forfora, le doppie punte, una bella lavata di testa a questi architetti :-)

  3. bevitore il 22 settembre 2008 alle 17:31

    gli architetti dovrebbero pensare più al verde, incrementare il verde…..ma così facendo si rischia di fare un ragionamento del tipo “così arricchiamo i vivaisti” ma forse sarebbe meglio affidarsi ai piccoli vivaisti artigiani dell’accrescimento dell’albero piuttosto che al grande vivaista di fama.
    insomma rivolgiamo lo sguardo “all’umile” in generale, in tutti i contesti e a tutti i livelli (anche se sono convinto del fatto che a certi livelli la parola “umiltà” nemmeno sanno dove cercarla sul vocabolario).
    a volte bisogna essere dei sovversivi.

    pensare in maniera di sovvertire l’ordine delle cose.
    ma in maniera dolce, con delle scelte diverse,

    D I V E R S E.

  4. Alcor il 22 settembre 2008 alle 19:47

    Del “bello”, Biondillo?
    Mi hai spiazzata.

  5. riccardo ferrazzi il 23 settembre 2008 alle 11:39

    Sono d’accordo con te, Gianni. Però mi viene un dubbio: quando Borromini progettava Sant’Ivo alla Sapienza non seguiva una moda? Il fatto è che allora le mode duravano secoli, adesso l’espace d’un matin.
    Forse non è tanto la moda che è troppa, quanto gli artisti che sono pochi.

  6. gianni biondillo il 23 settembre 2008 alle 12:36

    Borromini inventava la moda, non la seguiva! ;-) Ed infatti era inimitabile, nessuno ha più saputo fare le cose “alla Borromini”.

  7. gianni biondillo il 23 settembre 2008 alle 12:38

    Tra l’altro S.Ivo è un esempio “sbagliato”. Quella “roba lì” (ché non è una cupola, non è un tiburio, non è una torre, cos’è?) è ancora oggi una “assurdità” inimitabile (ed inimitata).

  8. riccardo ferrazzi il 23 settembre 2008 alle 16:52

    Stavolta non posso essere d’accordo con te. Il barocco non l’ha inventato Borromini. Lui ci si è inserito genialmente e, usando quello stile, ha trovato la forma. Il problema degli archistar è che cercano di inventare uno stile, ma non vanno al di là di questo.

  9. gianni biondillo il 23 settembre 2008 alle 17:37

    La mia era una frase infelice. Borromini non ha inventato nulla. Borromini non era neppure barocco. Era Borromini!
    (s’è capito che mi piace?)

  10. Tashtego il 24 settembre 2008 alle 08:07

    torniamo alla triade vitruviana?
    torniamo chi?
    la triade vitruviana è rispettata quando c’è firmitas, solidità, utilitas e venustas, bellezza.
    se un edificio che giudichi brutto, sta in piedi e soddisfa le istanze funzionali per le quali è stato costruito, resta solo il fatto che non ti piace, per il resto vitruvio è soddisfatto.
    ma non basta il tuo giudizio estetico a smontarlo, basta che si faccia notare, che sorprenda con diletto la cultura post-borghese dominante.
    restare ancorati al concetto vitruviano di architettura è utile, ma non è decisivo, né dirimente.
    l’architettura come molti sanno è un mezzo di comunicazione di massa e, come tutti i mass media, ha le sue star, ne ha bisogno e, a mio avviso, si tratta di un bisogno politico.
    il fatto che non ci piaccia il loro lavoro (non tutte le archi-star sono cattivi e modaioli architetti, anzi) non ne sposta la portata, né le conseguenze.
    nell’era dell’iper-trofia dell’iconosfera, tutto ciò che non riesce a FARSI VEDERE, semplicemente non esiste.
    questo vale anche per la città e i suoi “nuovi” monumenti.
    eccetera.
    er discorzo è complesso.
    per esempio: la parola “armonia” oggi non ha significato, se mai ne ha avuto uno (e secondo me non ce l’ha mai avuto).

  11. anonimo il 24 settembre 2008 alle 11:38

    Ho sempre cercato di comprendere questa figura: Mater Matuta, salvifica; “ponte” e fondamenta mediterranea. Quando mi trovo a sfogliare riviste e libri (sfoglio più che leggo) d’architettura, mi sento stanato dalla mia ignoranza. Rimango “perplesso” dal linguaggio “tecnico”: mi rimanda a giochi di proporzioni, di contrapposizioni, di infiniti prospettici. Un Nord, un Sud, un Ovest ed un Est, mi sembra, orfani del centro. Forse, penso è un centro sottinteso; che mi costringe però a voli pindarici. Così penso a Livio, all’idea di “città” ed odo (parola poetica ma veritiera) alcune voci antiche che mi destano: Servio Sulpicio che scrive all’amico Cicerone di un suo viaggio in Oriente, in Licia, ecc, ecc,.

    Penso a Roma che si innesta ad un già “territorio” e brutalmente annienta la “latinità” dei Latini. Una città Roma (ricordiamolo più che impero) centripeta. Una “civiltà” quella romana capace di rimescolare le carte: giocare, dichiarando in anticipo il perchè del suo barare. Roma è di per sé un disegno, un albero innestato: un Pater Matuta. Una nuova Sparta che esclude includendo solo ciò che può e vuole assimilare. Ecco mi sembra che l’architettura sia orfana degli infiniti che congiungano; degli opposti che dialogano, manca di equilibrio, è alla ricerca perpetua (credo un poco infantile) di quella serenità che è di diritto. Così mi sembra, che l’architettura costruisca il surrogato “d’idea architettura” mortificata per altro (a volte) dall’ideologia: quel sogno di una cosa… Non vi è dubbio però che dal “dualismo insanabile” (come diceva il grande scrittore Antonio Pizzuto) siano nati capolavori d’arte figurativa ed architettonici, non a caso “tensioni”. Ma a che prezzo! Ribellioni tacite che spesso pongono -l’artista l’architetto- all’annientamento della propria vita.