Tra tutti i marinisti, Ciro di Pers ha sempre goduto una posizione abbastanza privilegiata, sempre considerando che dei marinisti si è cominciato ad occuparsi, eccettuate le fatiche antologiche degli anni Dieci da parte del Croce e quelle degli anni Cinquanta da parte della Ricciardi e di Gio. Getto, solo nella seconda metà del secolo scorso. Tanto per dire, è stato il primo il cui canzoniere (nudamente intitolato Poesie, e la cui prima stampa fu postuma, 1666) sia stato stampato integralmente ai nostri giorni, per la cura di Michele Rak, nel 1978 e per i tipi di Einaudi.
Il motivo di questa relativa fortuna, vale a dire della notevole considerazione di cui ha goduto, si deve a una relativa semplicità di dettato e, pur in compresenza di una certa, ma non incontrollata, fioritezza, il compatto restringersi della robusta raccolta intorno a temi del tutto barocchi, ma trattàti senza dispersioni. Come notò l’Asor Rosa (1968) lo scrittore, il poeta barocco è ossessionato dagli endoxa perché li ha perduti di vista: le nozioni certe della consuetudine, del quotidiano commercio, del buonsenso, quella parte assiomatica, e ricevuta, del pensiero umano – tale è il disorientamento che domina durante l’età del fango — si disperdono in un mondo di segnali contraddittorj, tutti da ricatalogare e risistematizzare. La maraviglia barocca, ribadirà il Pieri (1995) è di tipo catastematico, a partire dal Marino re del secolo, vale a dire che la sistematizzazione stessa, l’incasellamento, la raccolta ragionata dei dati — come anche la distruzione delle insufficienti categorie pregresse, la loro messa in discussione tramite antifrasi e altre forme di ironia distruttiva — sono di per sé stesse fonte di piacere, e sono facilmente identificate con la bellezza poetica. Ne deriva un’idea di bello poetico che nessun’altra età aveva mai avuto e che tutte le età seguenti si rifiuteranno, appunto categoricamente, di far propria.
Ciro di Pers è friulano; proviene cioè da una regione che nel Seicento fu molto importante, sfornando soprattutto molti capitani di ventura, sive mercenarj; lo stesso Ciro, che deve il suo curioso cognome al fatto di essere castellano nato e vissuto nella rocca avita di Pers, combatté in varie parti d’Europa. Il Friuli dell’epoca copriva una regione più ampia di quella attuale; da una novella del Gozzi, risalente al 1764, si sa che almeno fino a quest’anno il friulano era parlato in città in cui in séguito, & oggi ancòra quando pure si parla dialetto, si sarebbe parlato veneto. Il Friuli è inoltre regione importante per la poesia; e accanto a Ciro, ma su un piano inferiore, devono almeno essere citati il marinista “vero” Giuseppe Salomoni, ossia ben distinto dal “rancido pastone” (Pieri ‘95, u.s.) dei marinisti generici, classe 1570, attivo presso la più importante accademia udinese, vero decadente, autore di un volume di Rime che emulano in via direttissima quelle del Marino; e il curioso Ludovico Leporeo, classe 1582, l’inventore dei leporeambi, o metri leporei, ossia sonetti i cui versi sono complicati da numerose rime interne e bene spesso da rime obbligate (così si definiscono le rime sdrucciole o bisdrucciole non solo in rapporto di rima ritmica, ma realmente rimanti), che piaceranno di lì a qualche secolo alla Sbolenfi, che senza riconoscere il primato del vecchio rimatore non avrà onta di ribattezzarli “sonetti sbolenfj”.
Non solo rispetto a questi due Ciro sotto diversi aspetti si distingue in meglio, tanto che la stampa, assai prematura sulle integrali di secentisti, risalenti poi agli anni Ottanta e soprattutto Novanta del secolo che ci siamo lasciàti alle spalle, non parve aver necessità di tante giustificazioni. Lo stesso, se si vuole, vale per altri marinisti di livello molto alto, come il Lubrano adottato dal Pieri (1982 e 2002) e il Dotti curato da Boggione (1989 e 1997): ma questi altri giungono alla grandezza per via di una sorta di sibaritismo metaforico-contrapositivo, finendo coll’essere facilmente, e quasi ad ogni verso, più barocchi di qualunque loro contemporaneo e predecessore. Ciro di Pers, appunto, si distingue per una facilità e una schiettezza di toni che rende i suoi barocchismi molto più imparentabili a certa rimeria affine ma del tutto al difuori del marinismo e dei suoi confini sovente asfittici, europea e specialmente spagnola, tanto da evocare certo Lope, e soprattutto certo Quevedo rimatori.
È un marinista, se proprio la si vuole mettere così, di seconda generazione, vale a dire che nasce esattamente trent’anni dopo il Marino, nel 1599; si spegne in località s. Daniele nel 1663, sessantatré-sessantaquattrenne. Come tutti i non troppi uomini del Seicento che passarono la cinquantina, da ultimo Ciro era talmente incatorcito da non potersi nemmeno applicare agli studj letterarj, che teoricamente erano, almeno per la mentalità del tempo, proprio cosa da climaterio, da pensione. Difficilmente si trovano testimonj di poeti e scrittori secenteschi che abbiano avuto la ventura di arrivare nel pieno delle forze a sessant’anni. Il Marino muore dopo una castrazione totale che doveva salvarlo dalla stranguria, a cinquantasei anni d’età; dopo Ciro, il Frugoni muore semidimenticato proprio intorno ai sessanta dopo anni di impari lotta contro una gotta terribile; intorno ai sessant’anni il Lubrano comincia ad essere perseguitato da malattie nervose.
Nei casi più fortunati il poeta barocco da vecchio approfitta delle intermittenze del male che lo porterà alla tomba, spesso lasciando tracce sconsolate, talora veramente strazianti, delle proprie condizioni (non il Marino, uomo freddissimo e salace, naturalmente): così il Lubrano chiedendo dilazioni a Cristofano Ivanovich per certe lettere e per la raccolta delle migliori prediche proprie; così il Frugoni, fiorendo con acrimonia, ma non esagerando, e sfuriando in prefazioni e proteste al lettor discretto e non numerico, che doveva a tutti i costi sapere della gravità di tutti gli accessi, della dolorosità di tutti gli spostamenti. L’opera, robusta e variegata, del Cavalier Sanguinario, nacque quasi interamente dopo la quarantina, in una corsa contro la morte per sifilide. Lo stesso vale per Ciro, che ritirandosi per vivere a sé stesso aveva messo in conto di dedicarsi ad alcuni progetti tragici, forse a prose, e non poté fare altro che approntare la stampa delle sue rime intere e ultimare una tragedia che nessuno ricorda. Anche lui lascia una serie di lettere, molto avvilite, degli ultimi anni della sua vita, in cui si dà dell’infingardo con una cara gentildonna, ma in realtà per noi è impossibile qualificare esattamente, risentire nel nostro cervello e nella nostra carne lo stato di prostrazione psicofisica di un uomo del secolo smisurato. Nel suo caso la malattia, del tutto incurabile ai tempi suoi, invalidante e dolorosa, erano i calcoli renali.
Ed è proprio questa malattia, con i suoi dolori e le sue intermittenze che lasciavano, pure, lo spazio e la lucidità non per opere di ampio respiro, ma sì per il componimento, veloce e succhioso per lunga consuetudine ed espertezza di mano, di un sonetto di tanto in tanto — il componimento che, per antonomasia, il poeta si lasciava “cadere di penna” ad intervalli, e che secondo la morale retorica dell’epoca era della categoria degli epigrammi, e doveva avere l’aculeo in punta, ossia il concettino, in funzione del quale, come retorico-moralisticamente ha notato qualcuno, spesso l’intero componimento era congegnato.
Ciro non si sottrae a nessuna, ma proprio nessuna delle regole esistenzial-letterarie del secolo e della maniera, ma si distingue da tutti gli altri per alcune scelte forti che opera, che ne fanno indiscutibilmente un poeta e non un rimatore ingegnoso sotto cui può essere nascosto un poeta. Prima di tutto non è ossessionato dallo stile; non dà in stravaganze per paura di non risultare troppo esile armonicamente o troppo poco scelto (anche se all’occasione era in grado di concepire cose in perfetto esperanto, anzi battendo sul loro terreno i più vacui e tonanti versificatori coevi; vedi per esempio il secondo sonetto “Per i moti di Transilvania”, dove “moti” vale “turbolenze”, “sommosse”, “sollevazioni” — è, di tutti i non certo molti sonetti che ricordo a memoria quello che ripeto più volentieri tra me e me, e proprio per quella pienezza di suono, quell’orchestrazione magnifica, satura: “D’incendio marzial ferve l’algente / Tibisco, e mentre da’ destrier bistoni / Imparano a nitrir gli antri pannonj…”); in un raro, per l’argomento, sonetto rivolto a un giovane arriva persino a dire che poetare, cioè, come dice, “cantare”, non è difficile, e lo esorta — diremmo — a lasciarsi andare. Che la sua poesia sia ricca di abbandono è un dato di fatto; e questo fatto si deve all’impossibilità psicologica da parte di Ciro, nobile dilettante e uomo d’armi a riposo, di cedere alla tentazione assolutizzante propria del secolo, cioè all’impossessamento del mondo con armi poetiche, all’ “enciclopedia impazzita”. Le sue Poesie contengono componimenti più lunghi ed elaborati, tra cui una Italia calamitosa che sarebbe piaciuta ai nostri Romantici indispettiti (assai giustamente, per verità) dagli schifosi, vigliacchi versi dei tardivi Filicaja e compagnia eunucoide sull’Italia serva, se solo avessero mai letto Ciro; ma un suo poema, un poema-mondo come l’Adone, o l’Endimione o Della guerra trojana sarebbero inconcepibili (ma anche solo un “normale” canzoniere a cassettoni della specie più tipicamente marinista). Il Pers, come il solo Dotti alcuni decennj più tardi, è un poeta autobiografico, che non ama mediazioni troppo coprenti: la sua musa, essenzialmente lirica e personale, si aggira tra le urne di cimiteri non troppo tetri, s’inchina a una gentildonna certamente di carne e d’ossa (Silvestra di Collalto), medita sugli orologj, sul tempo che passa, sui fiori secchi — ma rifiuta le derive da “ometto curioso”, da collezionista barocco. Non ha problemi di categorizzazione, perché non ha una quantità di oggetti così soverchiante da gestire. Non ha curiosità scientifiche. Non ha incarichi cortigiani. Non deve leccare i piedi a nessuno. Non ha emuli e non ha rivali. Non deve arrivare da nessuna parte: è padrone in casa sua. Corrisponde con Salomoni e signori di nome Sbrojavacca e simili. Non sta molto in città, dove si ha “sdrucita l’alma”; non ha aspettato di patire l’inferno cortigiano e nobilesco, gli è bastato leggere, bene, Orazio, e qualche coevo meno abbiente e titolato di lui.
Dopo una vita presumibilmente ricca e piena, appunto, la morte comincia a bussare alla sua porta. Lo fa sotto forma di calcoli renali, come si è detto. Basta il sonetto che dedica a questo evento infausto, che il Pers mira con occhio lucido ma non lagrimoso, e non certo per rispetto alle convenienze, per capire che cosa lo renda così straordinario, con la sua loquela pacata e un po’ triste, ma sempre sostenuta, stoica e in fondo serena (Pace Pasini forse a tratti gli somiglia, ora che ci penso, ma escludo anche lui perché è uno di quei tacitisti coll’anima tutta cicatrizzata) in mezzo alla folla dei poeti contemporanei.
Facendo un passo indietro, proporrei a chi volesse fare il punto della questione la lettura di un libro che, sì, per me è stato vagamente sconvolgente, l’in fondo stranissimo ma rilevantissimo Per Marino, del 1976, di Marzio Pieri, massimo marinologo vivente; specialmente quando considera i componimenti, tra i più belli del Re, dedicàti alle (vere, e lunghe, e ripetute) esperienze carcerarie: il Camerone, bellissimo capitolo in terzine dalla prigione napolitana, e un capolavoro come la lettera a Ludovico S. Martino d’Agliè dal carcere torinese. Basterebbe, dice il Pieri, che GBM si guardasse, per un attimo da fuori — che dimenticasse la necessità di comunicare e recuperasse una sua necessità di esprimere — e potresti avere tutto il tragico della situazione, l’ehi della vita nessuno mi risponde. Mentre e il capitolo e la lettera sono due grottesche favolose, due incubi da apprendista stregone affollati da topi danzerini, carcerieri deformi, legulej pederasti, chiassi malcoperti: cose che forse facevano sorridere le corti e facevano ammirare lo stoicismo “diverso” dell’autore. Oppure si recuperi il lambiccato sonetto, ancòra giovanile, “Apre l’uomo infelice allor che nasce”, del tipo che proprio al provinciale Salomoni (con esiti però davvero troppo risibili) piacerà emulare: un GBM moralista che deve continuamente smussare gli spigoli dei luoghi comuni perché stiano dentro la stretta griglia di rispondenze logiche e foniche — senza, però, infine riuscirci, perché il geometrico sonetto rimane difettoso, e la punta è rintuzzata da una falla logica peraltro abbastanza madornale. È del tutto ovvio che, con l’enorme problema costituito dalla trasmutazione alchemica di tutto un universo intorno a lui e ai suoi simili, a GBM interessasse sperimentare un esempio di “poesia nomica”, ossia ritagliare un’altra tessera da inserire nella “sua” enciclopedia; e che, molto giustamente, della poesia propriamente intesa, come la intendevano i Greci, le tre corone, i Romantici e noi, non gliene fregava proprio niente.
Il Pers non ha queste preoccupazioni, perché non è poeta di professione; ergo può permettersi la poesia. Paradossale, no? No, ovvio che no. Da qui viene fuori un sonetto che di autoironico non ha nulla, un piccolo Quevedo appena più lambiccato nelle forme, ma anche nelle sue forme lambiccate, giusta l’argomento, caratterizzato da una sua bella rocciosità:
Son ne le reni mie dunque formàti
I duri sassi a la mia vita infesti,
Che fansi ognor più gravi & più molesti,
Ch’han de’ miei giorni i termini segnati?
S’altri con bianche pietre i dì beàti
Segna, io segno con esse i dì funesti;
Servono i sassi a fabricar, ma questi
A distrugger la fabrica son nati.
Io posso ben chiamar mia sorte dura
S’ella è di sasso. Ha preso a lapidarmi
Da la parte di dentro la natura.
Io so che in quelle pietre arrota l’armi
La morte, & ch’a formar la sepoltura
Ne le viscere mie nascono i marmi.
E a ben considerare, in effetti, questo certamente bel sonetto, venato di malinconia grottesca quanto si vuole ma di sapore molto appropriatamente tragico, rivela proprio nella sua struttura non organica la sua sincerità: è vero che tutte le immagini, di una certa piacente rozzezza, vertono sull’idea della pietra: ma la pietra è anche il problema, letterale, che affligge il Pers; e tutte le, a questo punto presunte, immagini rimangono irrelate, giustapponendosi con grande naturalezza l’una all’altra: Nelle mie viscere si sono formati sassi che mi porteranno alla tomba. Si vanno facendo sempre più pesanti e dolorosi. Ecco: le pietre bianche servivano a segnare i giorni fausti. Le mie pietre sono pure bianche, ma servono a segnare i giorni infesti. Io sì che posso chiamare “duro” il mio destino: sfido, è segnato dalla presenza dei sassi che ho nelle reni. È come se il decorso della malattia prevedesse che cominciassi ad essere murato nella mia tomba a partire dall’interno. Quei sassi sono la cote su cui la morte arrota la falce. Quei sassi sono i marmi della mia sepoltura.
Non c’è rischio di contraddizione interna perché il sonetto non è “costruito” in un certo modo: il Pers non costruisce, propriamente — magari le odi lunghe, ma anche lì molto meno di altri.
Soprattutto il rischio di contraddizione interna non esiste perché, sostanzialmente, il problema non è il sonetto, ma il male che sta mandando all’altro mondo il Pers. La vita, calandosi nei quattordici versi, ha scacciato qualunque fossesi potenziale artista, e ha lasciato il poeta.










13 commenti
(Mi aspettavo un’urna, un cippo, o un sassetto bianco.
Donde viene l’immagine?)
Si tratta di un carmen figuratum di Theodor Kornfeld (1636-1698) che si può leggere “in chiaro” qui. Il tempo passa del primo verso trova costruzione in abisso nella clessidra.
domanda che mi pongo, maldestramente:
perché l’estetica barocca, che complessivamente investe tutte le arti, mi risulta molto più accettabile in pittura che in architettura e più in architettura che in letteratura, dove mi è praticamente non-sopportabile?
anche nel caso di questi versi: mi piacciono in quanto parcamente distanziati dal barocco-occo? in quanto più vicini al mio essere un umano del Novecento?
se sì, non questa anche la tesi del tuo pezzo, oh david?
ottima la “maraviglia catastematica”, se ho capito cosa vuoi dire.
Forse per la stessa ragione per cui io non amo la pittura barocca ma la letteratura barocca sì.
Si conoscono meglio i codici della propria disciplina e si apprezza di più.
Posso dire che questo pezzo mi piace moltissimo, al di là della materia, senza essere stucchevole?
Posso.
posso associarmi a quanto detto da Alcor, perchè non saprei dirlo meglio?
complimenti David, scrivi divinamente.
Grazie, Pinto: per aver portato su NI un eccellente scrittore, con uno splendido pezzo.
fm
p.s.
Cara Alcor, a volte, per paura di essere “stucchevoli”, ci si nega il piacere di esprimere ciò che si sente veramente. Perché rinunciarvi? Bene fecisti, imho.
A me questo sonetto piace assai.
Dev’essere stato anno buono, l’anno della pubblicazione postuma.
“E quando il velo un poco si squarcia, una data appare nello sdrucio,
per meglio dire attraverso le *ff* di uno dei primi violini creati da
Antonio Stradivari: 1666.”
ALBERTO SAVINIO, Narrate, uomini, la vostra storia.
Mi piace, non tutto, ma tanto del Barocco. Architettura, Pittura e Lettere.
Tutto ciò che è bello, senza lasciarmi imbrigliare nella falsa connotazione
negativa che apparterrebbe a questo termine.
D’altronde se, a dispetto dell’accademia, lo abolissimo, non ci resterebbe
che estenderne un altro a comprendere quelle maniere: Manierismo.
E come ci hanno indicato alcuni grandi maestri, ci renderemmo conto che di barocco, bello e brutto, è piena tutta la storia dell’Arte.
Mi piace, anche, la Sbolenfi, la quale, per il furto non dichiarato, subisce comunque il contrappasso.
Non ricordo se nella suo avatar femminile o maschile, sarà infatti derubata da Toti Scialoja che, togliendo la piccola coda moralistica alla sue composizioni, si affermerà come poeta copiandolo/a pari pari.
Naturalmente, poi, la cosa che più merita l’elogio è l’articolo, veramente bello e pienamente godibile, di David Ramanzini.
Ringrazio anch’io Pinto, e ringrazio per i complimenti (non so quanto meritàti).
Forse avrei fatto bene a mettere un cappello a questo tentativo, in modo che si capisse che cosa stavo esattamente facendo. La mia intenzione è fare (fuori da NI, sul mio blog, si capisce) una serie di pezzi simili, ciascuno dedicato a un sonetto, o qualunque siasi altro non lungo componimento in versi, di un marinista. Come questo, si tratterebbe di pezzi fatti tutti a memoria, in modo da fare il punto di quello che mi ricordo dei singoli autori. Pezzi che poi, chiaramente, prima di veicolare strònzate, dovrei rivedere. In questo caso non m’è riuscito, rivedendo molto velocemente il pezzo, di evitare la svista riguardo il nome della donna del Pers, che non è Silvestra di Collalto (che è il nome di una rimatrice) ma Taddea Colloredo.
Per quanto riguarda il barocco, trovo stimolante e giusta l’obiezione sollevata da Pecoraro (attenzione: la meraviglia di tipo “catastematico” è tutta quanta di Marzio Pieri prefatore de Il Barocco nei “Cento libri per mille anni”): ma mi permetto di rispondergli che è nel contempo vero e non vero. Nel senso che sicuramente Ciro di Pers è più immediatamente piacevole o “profondo” di quasi tutti gli altri secentisti, ed è altrettanto certo che deve questa sua piacevolezza al maggiore abbandono e alla più forte ispirazione. Ma il suo essere poeta (non dei maggiori, si capisce) dipende dall’essersi ritagliato, secondo me molto prematuramente, uno spazio molto limitato e congeniale ai margini di un universo retorico in formazione. Ne consegue che la sua poesia, certamente più comunicativa, e più espressiva, di quella di tanti altri sia più leggibile, ma rimane inconseguente. Mentre altra poesia del secolo è meno immediatamente percepibile, ma, come inestimabile “segreto” d’officina, è carica di conseguenze importanti. Non posso porre Ciro al disopra degli altri perché non lo merita, né al disotto perché sarebbe ingiusto: l’ho messo da una parte, come credo sia in fondo logico.
Il barocco letterario è meno attraente di quello figurativo, credo, un po’ per tutti. Ma, non diversamente però dal barocco figurativo, se ha una bellezza ce l’ha nei particolari, nei frammenti. Nessun testo barocco ha basi sufficientemente salde, né tenuta organica. Le chiese barocche erano quasi in ogni caso fondate su basi preesistenti, in un certo senso tanti libri barocchi hanno omologamente cercato di sfruttare fondamenta costruite da altri, ma in letteratura l’operazione non può riuscire. In compenso rimane la lirica, il frammento: assai più spesso che non paja mirabile, anche se in maniera meno ingenuamente diretta di quanto sia in questo sonetto del Pers. E rimane, anche, l’ambizione di impossessarsi poeticamente del mondo. La lirica marinista (intesa proprio come quel “rancido pastone”, che contiene di tutto un po’) è uno straordinario laboratorio, in cui il mondo è trasmutato alchemicamente in poesia. Si sa che nessuno è mai riuscito a cavare l’oro dal piombo, ma il tentativo di per sé è stato fruttuoso — e il Pers partecipa a questo tentativo solo in parte, mi sembra giusto non dimenticarlo.
Mi rimane da superare l’effetto deprimente della quasi immediata desertificazione del blog dopo che ho postato questa cosa. Mi lusingo di pensare che possa dipendere da come affronterò i prossimi pezzi. Secondo me vale la pena di tentare.
grazie
si spera “a rileggerti”
davvero inconsueto anche il metodo del “a memoria”
mio padre ricordava sempre che quando si trovò profugo politico in Svizzera, dopo aver passato la giornata a cavar patate, di sera nelle baracche insieme agli altri profughi con i piedi e le mani coperte di vesciche, in una specie di università senza libri, per non finire totalmente abbruttiti dal contatto con le faticose solanacee, si insegnavano “a memoria” l’un l’altro ciò che ricordavano di quello che avevano studiato, dai canti di Dante alle poesie di Baudelaire. Oggi sarebbe assai difficile, visto che la memoria è la sorellina orfana della nostra cultura e che con un click richiami un’esagerazione di nozioni.
personalmente ritengo che per la letteratura barocca l’uso in musica nel recitar cantando da Peri a Monteverdi sia “la morte sua”.
infine volevo chiedere se la & “ampersand” o “e commerciale” che dir si voglia, che è un logogramma che mi piace molto, è nel testo originale
non mi stupirebbe dato che è evoluzione del “et” latino
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Per me il barocco è una fissazione.
Non che mi piaccia più di altre modalità stilistiche (anche se Caravaggio e Velasquez…), è che mi sono convinto che nel Seicento si annida la chiave di ciò che siamo e, più ancora, di ciò che saremo.
Chissà che il Pers, manoscrivendo, non le abbia messe, o che non ci siano nelle vecchie stampe; anche se il sonetto mi è noto da una serie di stampe moderne che di sicuro non la riportano. Si chiama “sigla tironiana”, e come tutte le sigle è, nella trascrizione per la stampa, come suol dirsi “sciolta”. Nei versi mi viene normale metterla, di tanto in tanto.
….evviva Chiabrera…