Triptyque (tre movimenti)

25 ottobre 2008
Pubblicato da

Franz Krauspenhaar, Alexandra Petrova, Paolo Ruffilli

La migrazione del tempo
di
Franz Krauspenhaar

La primavera sfreccia sulla mia testa
morta, sul selciato muffito, entro le sei
rincaso. Per linee telefoniche la sera
spiffera moltitudine, voci di rane, gole
screziate da una corta vita di emme.
Hai detto bene che te ne vuoi andare
all’estate, hai detto all’inferno ma volevi
dire al caldo, senza stagioni. Buon viaggio.
Io qui subisco i tagli della primavera,
che sfalda l’aria di prima, che s’imbuta
il cane nero degli uomini. Senz’alba, senza
crepuscoli, un eterno spiffero latteo.
Morte alla primavera, se potessi ammazzarla.
Mi dicono pazzo, mi dicono arrabbiato al
metraggio di tonfi bianchi, al pulsare del sole
gnomo. Dicono che l’inverno è sparito,
come fosse una notizia buona. Lo sapevo,
rispondo. Una crosta di cielo bianco sorvola
la migrazione, sorda e lenta, del nostro tempo
in avanzo, verso speranze di rinascita, tenui
come il filo di fumo di un pensiero grigio
.

Poesia n°5 *
di
Alexandra Petrova

«Signor Dio, –
non so, ma ultimamente
la vita è una continua bua;
e poi il tuo film gira un po’ troppo veloce.
Non si riesce neppure a star dietro al successo dei vicini,
figuriamoci andare in chiesa
a pregarti.
E ancora: l’immagine non fa che restringersi,
la pellicola brucia spesso,
in teoria, mi dico, se mi trovassi lì dentro
spalancherei le porte e demolirei le tue pareti,
ma poi mi sento impaurita,
e voglio uscire».«Sì, è vero – continuò lui –
tu corri troppo.
Il corpo di mia moglie era elastico, come un pallone,
e ora ci si sente
soltanto inutili a letto.
Ma tu sei un uomo, queste cose le capisci».«Lui non c’è, – dissero i bambini –
tutto questo è solo un gioco,
una corsa sudata sulla distanza
tra il c’è e il potrebbe esserci,
zia Mimma è morta colpita da un’accetta
che il marito le piantò in fronte,
mentre avrebbe potuto ogni sabato, come prima,
ballare la rumba in palestra
e spassarsela fino al mattino.

La va. Ma poi la spacca.
Tutto secondo i piani della nostra comune penuria.
Nell’attesa del miracolo, certo, del margine di errore
e nella speranza che il vicino
cada nella latrina da lui stesso scavata, per primo.
Ma i nostri fratelli minori non scelgono il loro destino.
Le femmine dell’acaro escono già incinte dal ventre,
dove hanno copulato con il fratellino
divorando poi le viscere materne per venire prima alla luce.
Ma è meglio crepare di accetta
che farsi la sorella.

Essere fatti di materia è chiaramente più stupido
che guardarla correre,
inciampare e diventare
per qualcuno uno spettacolo divertente.

Signor Dio,
dai il via alla festa delle oziosità!
Hai fifa della morte della mortalità?»

Lui, che forse li ascoltava, nell’oscurità taceva sdraiato,
diffondendo ombre e luci sul soffitto,
e le lacrime, pioggia fredda,
scendevano a picco sul viso,
confermando le previsioni meteo
di una crescente umidità.

Piano
di
Paolo Ruffilli


Respira piano,
lasciati entrare
poco alla volta
dentro di me
disciolta e rarefatta,
deposita l’essenza
tua raccolta
nella mia mano.
Eccoti rapita:
ti porterò lontano
dove la vita
mi costringe a andare,
pronto però
a ritornare
da te, almeno
con il naso,
dopo averti
tirata fuori
dal mio vaso.

* Nota.
La poesia di Alexandra fa parte di alcune traduzioni dal libro Solo alberi (Только деревья), NLO, 2008 . La traduzione è di Elisa Baglioni con la partecipazione dell’autrice che ringrazia per i suggerimenti Roberto Conz, Aldo Mastropasqua, Walter Schiavoni e soprattutto Francesca Spinelli.

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29 Responses to Triptyque (tre movimenti)

  1. A. Morgillo il 25 ottobre 2008 alle 19:52

    “Voci di rane” e “spiffero latteo” non si possono leggere. Con stima.

  2. soldato blu il 25 ottobre 2008 alle 21:16

    Ho sentito *voci di rane*.
    Gracchiavano divieti su parole, quasi a dire:” Sono io il custode del Verbo”.

    Ma il Verbo, convertito, anche lui, a una maldicente opposizione al Padre,
    ribadiva un concetto a lui caro:
    “Lo *spiffero* non è lo spirito, e non ha certo bisogno di custodi.
    Non mi farò mancare io, ciò che non si fece mancare Salomone: il *latteo* seno della Sulamita.

    Tu bella sei, amata mia,
    e macchia non è in te!
    Prima che spiri la brezza mattutina,
    e si dileguino le tenebre,
    ritornerò al monte della mirra
    e al colle dell’incenso.”

    Naturalmente l’ultima parte – tu bella sei – era il commento, ammirato, di Salomone per la lingua di Franz, Alexandra, Paolo e per il compositore del trittico Francesco.

    Le rane, venute dall’ Egitto, tanto tempo prima erano state ammaestrate da Mosè.
    Ma quello, il legislatore, aveva avuto a che fare soltanto con Morgillo.

  3. A. Morgillo il 25 ottobre 2008 alle 23:06

    zz zz zz

  4. Natàlia Castaldi il 26 ottobre 2008 alle 00:06

    I’m smoking my cigarette
    listening to a melodic rock piece
    and I hear the voice of poetry
    scrubbing my skin
    in the beam of a shadow
    pale in a shy winter.
    I hear your voices in the goodbye
    of an inexistent snow
    and it’s like a croaking drug
    but I’m conscious and floating
    in this reading of you (all)

    [tnx to effeffe.]

  5. viktor il 26 ottobre 2008 alle 02:30

    2

    morirò di fame. perché sono già morto prima di diventare adulto e abbastanza falsificato dal potere della cultura di massa. ho bevuto drink velenosi in una fantastica città modaiola nell’aperitivo delle venti. simulacri di avanguardie dadaiste esasperano la scritturalità inesistente di ebeti che non hanno mai conosciuto la fame della conoscenza e scrivo non per democraticità, ma per la mia più totale indifferenza. i bicchieri vuoti della sperimentazione neoproletaria rotolano via calciati au petit bonheur lungo le strade olografiche di una rete corrotta dalle prerogative del mercato digitale.

    1

    ospito organi privi di senso
    balbetto dita contro circonferenze
    di elefanti-diametro
    la vita incenerisce le domande
    utili.

    0
    conclusione in fa sperimentale avanzando pretese postume su atteggiamenti autocostruttivi e finalizzati precoci.

    bimbi hanno la patente e guidano eserciti di mostriciattoli enormi che radicano la rabbia e costruiscono tempi antitemporali per la gloria per l’orgoglio e per la guerra.
    tutti a terra le mani stirate dietro la schiena e schiacciato il muso di cane
    finto sull’erbetta imbrucabile.
    l’osteria è largamente adibita a pasti veloci di donne che osano allattare
    farfalle e gnomi dalle ali di aria.
    appaiono nella disartria delle nuvole incapaci di piovere e grasse come vitelli di polvere.
    la strada si arrotola al passaggio di un re e fiorisce in mirabili escrescenze di colore sintetico.
    le mura votive di spray che maledicono le potenze mondiali dell’odio-serra sprigionano effetti nucleari sotto l’inconsapevole writer.
    il giubilo delle masse quando il nemico è diventato vicino ad un palmo dal naso oltre cui si slancia le quadrimensione del vuoto che chiamano televisione.
    la critica determina la cronaca e i fatti criogenati vengono immessi
    nell’utero-mercato nel bazar della confusione.

  6. carmine vitale il 26 ottobre 2008 alle 11:29

    è la forza del tempo che agisce sul movimento
    sospeso tra l’entrare in un corpo o il farsi materia
    una prghiera silenziosa solitaria che migra verso stagioni di speranza
    trittico di corpi e spazio
    luce del giorno
    c.

    ps i post di effeffe sono come questo bellissimo sole di questa domenica mattina: naturalmente splendidi

  7. metrovampe il 26 ottobre 2008 alle 12:51

    Che bei movimenti nascono da questa (com)presenza. “Dicono che l’inverno è sparito, come fosse una notizia buona”: forse FK si è fatto un goccio in compagnia del “dasolo” Capossela?

  8. véronique vergé il 26 ottobre 2008 alle 18:14

    Bellissimo, effeffe, nella scelta dell’immagine che crea il vertice del pensiero con colori: un fiore che gira veloce, mescolando le voci di tre poeti disperati.
    Primo la voce di Franz portando in sé la rottura, il dolore fatto al corpo della stagione o contro stagione. Le parole arrivano dall’isola cupa.
    La voce di Alexandra Petrova risalisce il tempo divorato delle donne di sacrificio, senza dio, perché non c’è dio, solo paura nella terra umida, nella pancia sofferta di madre.
    La voce ultima che sembra placare il dolore ( quella di Paolo Ruffilli), la promessa d’amore umana, piccola polvere nel mano, ombra terra, ombra carezza, ombra prigioniera;

    Si legge e si ascolta nel respiro.

  9. effeffe il 26 ottobre 2008 alle 18:32

    Verò non puoi immaginare quanto mi sia piaciuta questa tua nota. per me era difficile “imporre” a tre poeti importanti (per me, quindi importanti) la convivenza. ma il triplice movimento si è composto per puro caso esattamente come lo hai visto tu. le immagini, variazioni warhliane, me le ha fatte in movimento Orsola, che per noi è come il vento per le vele. grazie a tutti però mi raccomando lasciatemi in ombra, la luce sono i testi degli autori. I’m just a DJ
    effeffe

  10. maria dionese il 26 ottobre 2008 alle 18:33

    bisogna proprio sforzarsi di dare un senso a questo trittico? la poesia della petrova stava bene da sola, è l’unica delle tre che si salva

  11. véronique vergé il 26 ottobre 2008 alle 19:03

    effeffe,

    Grazie a te effeffe…
    I poeti con la voce magnifica
    nuda, nascita
    l’immagine poetica
    di Orsola
    e l’anima misteriosa
    nell’ombra, la tua.

  12. gena il 26 ottobre 2008 alle 19:37

    Tre movimenti così diversi tra loro creano un’equilibrio precario,ma in perfetta sintonia.

  13. jolanda catalano il 26 ottobre 2008 alle 20:33

    Tre autori, tre vite, tre testi. Diversità che allontana la monotonia e restituisce a ogni verso la sua particolare essenza.
    La malinconia di Franz, la forza della Petrova, la dolcezza di Ruffilli.

    un caro saluto e complimenti
    jolanda

  14. effeffe il 27 ottobre 2008 alle 11:43

    cara Maria non “bisogna” affatto sforzarsi, e nemmeno leggere per forza, non c’è un obbligo, né credo prescrizione, del medico o del critico, non ci sono ingiunzioni, né si è costretti, a “capire”. Bella notizia, no?
    effeffe

  15. maria dionese il 27 ottobre 2008 alle 13:49

    gentile effeeffe
    più che una notizia è uno scoop.
    comunque nonostante il divieto del medico ho riletto, e mal me ne incolse, perché ora pure il testo della petrova non mi sembra che rinverdire passati stilemi majakovskijani. il concetto di ‘trittico’ forse merita qualcosa di più di un’aggregazione casuale di testi (naturalmente il caso mantiene in sé tutto il senso possibile immaginabile.)
    md

  16. effeffe il 27 ottobre 2008 alle 16:07

    ognuno ha i medici che si merita…
    a parte ciò, cara Maria, il triptyque, la sequence in questione nasce da una lettura contemporanea e non tanto casuale. Si tratta infatti di poesie ultime che mi sono arrivate contemporaneamente. Prima di pubblicare la silloge di Alexandra , da cui è tratta la poesia, mi interessava sapere (e al limite capire) cosa spingesse tre poeti di grande valore a scrivere, ora , di amore. E perché quegli amori? perché l’assenza, a volte leggera in altre pesante, della cosa amata? Che sia dio, la donna fuggita, o la compagna immaginata, le tre voci sembrano tentare un dialogo impossibile. Certo il lettore potrà salvare il tutto, ma non è nemmeno detto, come nel tuo caso, per esempio, o del tuo dottore. Quando le poesie restano senza di te (come interlocutore) e tu senza di loro (non ne avevi sentite le voci).
    effeffe
    ps
    il riferimento a Majakovskij mi sembra meno riduttivo di quanto appaia nel tuo “ritorno”

  17. véronique vergé il 27 ottobre 2008 alle 19:00

    Le tre voci accompagnano il lettore come musica della solitudine.
    Ciascuna ha il suo respiro, la sua preghiera, il suo graffio.
    Ho pensato ai magnifici aquiloni ( ou moulinets à vent) che mescolano i colori, quando il vento le fa girare: c’è una magia della bellezza, del fuggitivo.
    La poesia si accorda al paesaggio dell’assenza.
    La prima si legge come un grido rivoltato alla stagione, alla scomparsa del simbolo della stagione, dolore che non fa più riconoscere il mondo, perché la pena d’amore fa perdere il senso del paesaggio, dell’ora, del giorno, della notte.
    La seconda lotta nel cuore del femminile, nel corpo, nell’energia, nell’incendio.
    L’ultima ha la lentezza del ricordo, la promessa di un amore che ha la forma della terra, dei radici, la lingua della permanenza, un amore che tiene nel mano, invisibile ma vivo…

  18. A. Morgillo il 28 ottobre 2008 alle 01:20

    No, effeffe. Io la finirei qui. Semplicemnete una cosa per niente riuscita.

  19. Natàlia Castaldi il 28 ottobre 2008 alle 02:55

    solo punti di vista, approcci diversi di lettura.
    Io trovo geniali questi trittici che lasciano cogliere senza forzare, senza parole aggiunte, quel sottile filo conduttore che può legare o slegare tre opere così diverse.
    il senso di questa lettura sta nel movimento di colori creato da Orsola: l’unico vero commento ai testi.
    (… per me.)

  20. manuel cohen il 28 ottobre 2008 alle 10:02

    Sono molto contento di poter leggere un simile esperimento. polifonico,direi. e poi, finalmente qualcuno che mette a confronto l’understetement, e la prosa, di un efficacissimo Franz K. con la cantabilità (illirica) di Paolo Ruffilli.Le due corde mi toccano molto. Sulla Petrova, direi che le parole di Veronique Vergé sono molto condivisibili.
    Paolo Ruffilli è un ottimo poeta, uno dei migliori della sua generazione, e non dico nulla di nuovo. O forse è necessario ribadirlo, mi sembra che sia un po’ sottovalutato. meglio, trascurato dalla critica che non ha colto alcuni elementi di forza di questo bel poeta razionalista, laico, di grande tradizione (etica) leopardiana. Un poeta la cui misura e cifra stilistica: un ipometro (all’apparenza depassé, dal sentore ungarettiano,per quel dato di recitativo, e verticale),un ipometro,dicevo, cantabile, verso e testi che si fondano su un elegantissimo e sobrio dosaggio di corrispondenze foniche, quando non propriamente rime, che danno al testo quella cantabilità,appunto, o leggerezza di canto. Paolo, che saluto di cuore,e che non vedo da tanti anni (l’ultima fu a Civitanova al convegno su Poesia e Acqua,ricordi?), è autore di raccolte-suites bellissime, di grande tensione e compattezza(stilistica e morale). Un poeta sobrio e non ‘a effetto’, per la cui lingua ‘naturale’ e leopardiana vale,credo, quanto diceva Hoffmanstal: “la profondità va nascosta. Dove? in superficie”.

  21. effeffe il 28 ottobre 2008 alle 10:35

    Morgillo è un commentatore poco riuscito (e diciamolo dai…)
    effeffe

  22. effeffe il 28 ottobre 2008 alle 10:37

    i trittici possono essere un anticorpo alla pensée unique lirique
    (meglio del pentapartito)
    effeffe

  23. soldato blu il 28 ottobre 2008 alle 11:07

    @ effeffe

    Morgillo non è “un commentatore poco riuscito”
    La categoria dei commentatori poco riusciti, a cui mi onoro di appartenere, non lo riconosce.
    Morgillo, in quanto commentatore, non è.

    Lui trancia.

  24. manuel cohen il 28 ottobre 2008 alle 11:15

    zz zz zz, forse Morgillo sta ancora sonnicchiando :-)

  25. véronique vergé il 28 ottobre 2008 alle 12:07

    Grazia al commento di Manuel Cohen, ho imparato su Paolo Ruffilli ( che non conoscevo), della sua grazia sobria leopardiana…

  26. franco arminio il 28 ottobre 2008 alle 12:54

    tre poesie di tre amici messe insieme da un quarto amico.
    mi pare che la poesia e la scrittura in genere negli ultimi tempi è ben viva, molto più che nel recente passato. si tratta di vedere se tanti sforzi risuciranno a innervare il dissanguato corpo sociale.
    arminio

  27. manuel cohen il 28 ottobre 2008 alle 12:58

    Véronique:grazie a te.leggo sempre i tuoi post. sei sempre molto garbata e molto attenta a non ferire le persone.Tra le ultime cose di Ruffilli,:’La gioia e il lutto’(2001) e ‘Le stanze del cielo(2008) ed.Marsilio.un saluto caro.

  28. véronique vergé il 28 ottobre 2008 alle 13:35

    Manuel,
    Grazie a te, per i titolo: ho notato con precisione…

  29. franz krauspenhaar il 28 ottobre 2008 alle 15:34

    Ruffilli è un poeta vero, così la Petrova; io sono un narratore che ogni tanto scrive versi. E si vede, anzi si legge. Dunque sono abbastanza d’accordo con chi ha espresso delle critiche al mio testo. Ne appofitto per salutare Cohen (ho conosciuto Ruffilli quest’estate, abbiamo fatto delle belle chiacchierate sotto il sole calabrese), Véro, Jol e il bravissimo ma proprio bravissimo Franco Arminio. E il mio amico del kuore Furlen.