Autismi 4 – La mia città (2a parte)

5 febbraio 2009
Pubblicato da

giovanni_segantini_004 di Giacomo Sartori

L’unica soluzione sarebbe spianare le montagne, in modo da permettere finalmente allo sguardo di spaziare, all’aria di circolare, al sole di tramontare sulla linea dell’orizzonte, alle idee di maturare serenamente. Il grigio svanirebbe, al suo posto farebbe capolino la gaiezza. Anche il consumo di etanolici distillati locali diminuirebbe drasticamente, una volta reintrodotte la luce e la gaiezza. Certo costerebbe parecchi soldi, certo ci sarebbero dei grossissimi problemi tecnici per lo smaltimento dei detriti – montagne di detriti, letteralmente – ma credo che ne varrebbe senz’altro la pena. Anche la magnifica Venezia non esisterebbe, se non avessero piantato milioni di pali di quercia – ottenuti radendo intere foreste – nell’acqua della laguna. È inutile tirarsi indietro alla minima difficoltà, quando è questione di assicurare un avvenire alle generazioni future. Si potrebbe più pragmaticamente mirare a dei risultati provvisori: spianare tanto per cominciare le montagne più alte e scoscese, quelle con più neve sopra, con più infrastrutture turistiche.

Ma non è detto che anche rasando le montagne tutti i problemi sarebbero risolti. Tante volte si pensa che la soluzione sia a portata di mano, e invece a conti fatti ci si accorge che si è al punto di prima, o quasi. Le montagne sono delle entità dure e selvagge, abituate a non arrendersi facilmente. Sono ostinate, vendicative. Ne sanno qualcosa gli alpinisti. Forse dai cumuli di detriti risorgerebbe pur sempre degli orrendi spuntoni, forse gli ammassi di macerie imputridirebbero, appestando l’aria. Forse le forze orogenetiche troverebbero il modo di rivalersi. D’altra parte l’unica speranza di salvezza è provare.

Naturalmente anche l’alpinismo non è altro che una forma di suicidio nella quale le cause – le grigie e tetre montagne – si confondono con il mezzo – le grigie e tetre montagne. È però una sottospecie che prevede una dilazione nel tempo, visto che di solito gli scalatori non muoiono alla prima ascensione, e raramente alla seconda. Una forma con una sua indubbia valenza estetica: un’estetica dell’orrido. Una variante che richiede allenamento e soprattutto un’infinita pazienza, esattamente come la pesca con la lenza, con la quale ha in comune anche il fatto che la vita si ritrova presto o tardi a essere appesa a un filo. Scali, e non sai quando ti sfracellerai: oggi, domani, chissà. Per quanto se ne dica nessuno scalatore conosce con precisione la data alla quale si schianterà, e proprio lì sta il suo perverso piacere. Io non l’avrei mai quella pazienza, nel mio suicidio.

Si potrebbe pensare che i nativi del luogo sappiano benissimo – talmente è evidente a uno sguardo estraneo – che tutta la colpa sta nelle montagne. La razionalità vorrebbe che queste vengano stigmatizzate e messe all’indice. Che si provveda a recintarle e a vietarne l’accesso. Che si insegni ai bambini a non guardarle e a tenersene lontani. Che se ne proibiscano le riproduzioni fotografiche e il loro degradante commercio, esattamente come avviene per la pedofilia. Che si mettano in atto delle politiche di prevenzione nei confronti di chi si ostina a bazzicarle. Che si trasferiscano in appositi campi di rieducazione le mucche e gli altri animali assuefatti a frequentarle impunemente fin dalla loro venuta al mondo. Che ci si armi di efficaci strumenti giuridici per punire i colpevoli. E invece le montagne sono idolatrate come degli dei pagani. Gli abitanti le guardano con ammirazione dal fondo delle loro valli grigie di fumi pestilenziali, le spiano con i loro potenti cannocchiali, le fotografano. Appena sollevano la testa sulle loro facce abbottonate fa capolino l’abbozzo di un tetro e testardo sorriso. Ne vanno fieri, e più sono alte più ne vanno fieri, come si potrebbe essere orgogliosi delle dimensioni di una letale proliferazione cancerosa.

Invece di tenersene alla larga pensano solo a andarci sopra. Appena hanno un momento libero partono all’assalto. A piedi, di corsa, in bicicletta, a cavallo, con gli sci, con il parapendio: in tutti i modi possibili pur di andarci. In men che non si dica arrivano fino alle vette più estreme, dove scattano fotografie e fanno sventolare trionfanti bandierine. O appunto precipitano gravi nel vuoto. O anche solo si aggirano per i tetri boschi e gli insignificanti prati, raccolgono funghi radioattivi, spesso anche velenosi nell’immediato, mortiferi, stendono coperte che attraggono zecche vettrici di orride malattie, mangiano inverdite uova sode, filmano inquietanti aquile, sono punti da vespe e serpenti, succhiano allappanti fragoline selvatiche, si storcono le caviglie arrancando sui pietrami, si chemioterapizzano con fatali raggi ultravioletti. Altro che cercare di fuggire! Sono fanaticamente avvinti. Pensano anzi solo a quello, parlano solo di che montagne hanno visitato l’ultimo fine settimana, di quali montagne scaleranno il prossimo fine settimana. L’unico argomento che scioglie le loro lingue arrugginite e i loro cuori di marmo sono le montagne. Le evocano, le confrontano, si estasiano, si sdilinquiscono, tubano: la loro grettezza diventa puzzolente e appiccicosa, come l’asfalto delle strade nei pomeriggi più caldi. Sono fieri di conoscerne tutte le vallette e tutti i toponimi, come il diavolo conosce tutti i cantoni dell’inferno. Perfino le tetre canzoni tradizionali, evocano tutte le tristi montagne. In quelle canzoni piove e fa freddo, l’afflizione furoreggia, e la morte fa strage, ma loro le cantano con occhi lucidi di trionfante commozione.

I miei famigliari non fanno eccezione, purtroppo. Io vorrei che si trasferissero in una regione vivibile, che abbandonassero la grigia casa di famiglia che domina la valle grigia. In quel funereo casone nessuno è mai stato felice, ma loro non la vogliono capire, si ostinano nella loro astiosa infelicità. Se ne stanno aggrappati alla grigia cittadina come le cozze ai loro scogli. Anche quando il mare è inquinato, anche quando il catrame le impedisce ormai di respirare. Mi guardano come se fossi matto, quando gli dico che dovrebbero andarsene subito, senza nemmeno radunare i loro averi, e elenco le possibili località dove potrebbero trovare rifugio. MALAGA!, TOKYO!, dico per esempio, e loro si lanciano delle occhiate con le sopracciglia sollevate come si fa con i matti. TUMBUCTU!, dico io, senza neppure più far caso alle loro deliranti reazioni. ARIA!, dico, sbottonandomi la camicia.

Sono anch’essi convinti di abitare in un posto favoloso, il più sano immaginabile. Sono anch’essi stregati dalle montagne, parlano anche loro solo delle montagne. Alle pareti hanno foto che ritraggono montagne, con o senza personaggi equipaggiati da montagna, e quadri rappresentanti montagne. Quadri figurativi, o anche quadri astratti in cui però non ci vuole poi molto a riconoscere delle montagne, anche se loro non lo ammetterebbero mai. E appena hanno un minuto libero si precipitano pure loro sulle cosiddette belle montagne, fregandosene di rovinarsi per sempre la salute. Sudano, ansimano, rantolano, si distruggono le articolazioni delle ginocchia. Mio padre alla fine c’è morto, a forza di inerpicarsi sulle montagne, a forza di respirare la cosiddetta aria incontaminata. A forza di bazzicare quel grigiume e di pensare solo a quel grigiume gli è venuto un cancro alla materia grigia, e è schiattato. Ma probabilmente anche i miei famigliari vogliono morire nello stesso modo, dietro le loro apparenze salutiste.

Sono convinti che io parli perché mi piace pontificare, o per chissà quali altri ragioni. Mi dicono che io critico tanto, e poi torno sempre lì. Se fossi più coerente non tornerei mai, mi dicono. Non mi dedicherei anima e corpo a degli studi scientifici sulle montagne, non avrei abbandonato l’agronomia tropicale. Non passerei tutte le mie giornate a scrivere dei libri sia scientifici che letterari che hanno tutti a vedere con le montagne, mi dicono. Libri che naturalmente nessun editore si sognerebbe mai di pubblicare, aggiungono, con occhi trionfanti. Non disquisirei a destra e a sinistra sul soggetto delle montagne, credendo presuntuosamente di saperne molto di più di tutti gli altri, dicono. Del resto non si capisce mai niente di quello che dico, perché invece di parlare bofonchio, dicono. Sono un perfetto asociale, lo sono sempre stato. Ho esattamente tutti i difetti che stigmatizzo. Sono un depresso cronico, e più si va avanti peggio è. Io non rispondo neanche, perché so che il loro unico fine è provocarmi.

Persino mio fratello, che per anni è riuscito a fuggire, ha calato le braccia, e s’è incistato con la moglie straniera nel grigiume della valle assediata dalle truci montagne. Dopo essere scappato coraggiosamente e con coerenza per anni, aprendo per così dire la strada alla mia salvifica fuga, ha finito per calare le braccia. Naturalmente non ha scelto la collina del tetro casone famigliare, ha scelto la collina diametralmente opposta, ma la visione sullo scoraggiante agglomerato urbano e sul soffocante anfiteatro di montagne non è poi così differente. Anche sulla collina opposta il sole è il grande assente, e spirano glaciali ventate di mestizia. Non a caso la sua faccia gioviale s’è spenta, i suoi capelli si sono fatti d’improvviso grigi, così come le sue idee e i suoi discorsi. Lui che era così brillante e spiritoso, così radicale nei confronti del grigiume provinciale, è diventato l’ombra grigia di se stesso. Ora pensa anche lui che la mia testa non sia tanto a posto. Pensa che prima o poi finirò pure io per stabilirmi lì.

Si potrebbe pensare che il cosiddetto progresso tecnologico e economico abbia apportato qualche miglioramento. Niente di più lontano dal vero. I campi verdeggianti sono stati trasformati in stradoni grigi stipati di veicoli grigi, ai fianchi degli stradoni sono spuntati orridi scatoloni grigi, le vie cupe della cittadina si sono infestate di macabri commerci di indumenti, il grigio delle facce dei passanti s’è fatto più conturbante, le montagne sono state addobbate con grigi tralicci metallici e altre metropolitane trafitture e mutilazioni. Al consumo sfrenato di etanolici distillati locali s’è affiancato quello altrettanto irrefrenabile di droghe definite a giusto titolo pesanti. La cementificazione è stata portata avanti con l’ideologico accanimento di una soluzione finale. Anche l’ipocrisia della gente s’è cementata: non si nasconde più nei corridoi bui e nei confessionali, come succedeva in passato, allude anzi impudicamente a se stessa, come quegli orologi in cui si può vedere palpitare il meccanismo. È diventata più insolente e più scaltra, più sofisticata. E parallelamente il tasso di infelicità è cresciuto ancora: basta guardare gli occhi delle persone per la strada e nei cosiddetti centri commerciali. Sono tutti affranti. Abbronzati, apparentemente in forma, relativamente benestanti, ma affranti. Sempre più grigi e più disperati.

Ogni volta che mi ritrovo nella mia cittadina mi dico che devo ripartire al più presto, devo mettermi in salvo. O il suicidio o la partenza, mi dico, rendendomi conto della mia spaventosa leggerezza, della mia mancanza di giudizio. E dopo qualche momento di esitazione comincio effettivamente a preparare seduta stante la mia partenza. Mi sbrigo a fare quello che devo fare, a salutare le persone che devo salutare. O meglio, a dare l’addio definitivo. Non ci tornerò mai più, questa volta è deciso, mi dico. Non mi farò mai più fregare, mi dico. Qualsiasi cosa succeda mi terrò alla larga da quel grigio avvallamento foriero solo di tristezze e disgrazie. Non mi cimenterò con nessun altro enigma scientifico legato anche solo lontanamente ai grigi corrugamenti rocciosi. E naturalmente non scriverò più nemmeno una linea ambientata tra gli stessi. Scriverò di plaghe soleggiate e di pianure a perdita d’occhio. Scriverò di marinai e di avventure artiche, di traversate del deserto, di amori subtropicali.

Riesco finalmente a respirare, quando ho acquistato il biglietto di sola andata, quando ne sento la pressione lieve ma anche inflessibile nella mia tasca. La visione delle montagne mi diventa sopportabile. Mi dico che le vedo per l’ultima volta, e ne provo quasi un malinconico struggimento.

[Immagine: Giovanni Segantini, Le cattive madri, 1894, olio su tavola, cm 105 x 200, Vienna, Österreichische Galerie Belvedere.]

Tag: , , , ,

15 Responses to Autismi 4 – La mia città (2a parte)

  1. Alcor il 5 febbraio 2009 alle 10:44

    Nella prima parte – che mi è piaciuta – c’era un vago sentore della frase di Kafka, tradotto, ovviamente, ma restava sullo sfondo, quasi inevitabile, e il riferimento alla città era così personale che quel sentore era appena percebile e non disturbava affatto.
    In questa – che non mi è piaciuta, fatta salva l’abilità di Sartori – c’è un’eco troppo forte di Bernhard, anche lui tradotto.
    Se leggo un autore voglio trovarci il suo stile, non l’eco di quello di un altro.
    Non è detto che Sartori l’abbia fatto consapevolmente, o forse sì, non lo so, ho però visto che questi pezzi sono una specie di esercizio, e gli esercizi a volte fanno di questi scherzi.

  2. elio-c il 5 febbraio 2009 alle 11:51

    Scritto ancora bene ma divertente, questa parte :)

  3. Alcor il 5 febbraio 2009 alle 12:44

    Non vorrei aver dato l’impressione che Sartori non mi piaccia. O che non mi sembri bravo. Mi piace. E lo trovo bravo.

  4. véronique vergé il 5 febbraio 2009 alle 13:29

    Continuo la lettura e provo lo stesso incantamento. Si vede la scrittura in uno slancio di odio e di amore per la montagna.
    “le montagne sono ostinate, vindicative”, paesaggio resistanza.
    Infinita pazienza nell’arrampicata della scrittura e il miraggio di un altro spazio: “scrivero di plaghe soleggiate et di pianura a perdita d’occhio. Scrivero di marinai e di avventure artiche, di traversate del deserto, di amori subtropicali.”
    In realtà la possibiltà di perdita e di allontanamento hanno il potere di creare nostalgià, desiderio nella scrittura, sentimento di colpa.
    Il potere di creare un universo, uno stile.

  5. tashtego il 5 febbraio 2009 alle 18:57

    le cattive madri.
    sublime segantini.

  6. giacomo s. il 6 febbraio 2009 alle 02:01

    @ alcor

    premetto che non ho più l’età, anagraficamente, ma soprattutto come grado di “maturità/stanchezza” raggiunte, per fare degli esercizi di scrittura, e che in questi testi, sotto l’apparenza di leggerezza, e malgrado un indubbio carattere di “divertissement”, ci sto mettendo la mia modesta anima, come in tutti gli altri miei testi; se ho detto che sto provando, non era certo in questo senso;

    sul rapporto con Bernhard, naturalmente ben cosciente, e voluto, e coscientemente calibrato (che poi il risultato sia riuscito o meno, e piaccia o meno, è un atro discorso), ci sarebbe da discutere tre giorni e tre notti. Bernhard come sappiamo tutti è un gigante, con il quale a mio avviso nessuno scrittore serio contemporaneo si può permettere di non fare i conti (come succede appunto con i giganti). Come dire, anche quando i miei registri sono ben differenti, anche quando lo faccio tacere in fondo a me, è sempre ben presente. E non è un caso – lasciando perdere questo caso che mi riguarda – che ogni tanto “strabordi” anche da altri scrittori italiani, e penso a scritture di gran talento, e per certi versi molto mature. Mi vengono in mente in particolare due autori che considero micidialmente dotati, e non a caso entrambi del nord, vale a dire Trevisan (il Ponte, ma anche alcuni racconti) e Krauspenhaar (Le cose come stanno). Confesso che mi è capitato pure a me di provare il disagio di cui parli (a dir la verità in entrambi i casi il riferimento era molto più smaccato, arrivando in certi passi quasi al “pastiche”). Ma personalmente né in un caso né nell’altro me la sono sentita di biasimare l’autore, perché ci vedevo pur sempre moltissima originalità. Certo, con alcune cadute, soprattutto in Trevisan (e lì provavo fastidio), nelle quali l’impalcatura bernhardiana mi sembrava non aderire più alla materia, molto italiana, che finiva per fare capolino. Ho cercato piuttosto di pensare, nello stesso tempo appunto ammirato e perplesso, al perché avessero entrambi bisogno di passare attraverso Bernhard. Come se il risentimento, o l’amore/risentimento, perché in Bernhard c’è naturalmente molto amore, faticasse a fare astrazione da Bernhard. Come se fosse un tasto che manca nella nostra tradizione (eppure ne abbiamo di risentiti!). Come se fosse un tasto sul quale c’è appunto seduto gelosamente sopra Bernhard, e ancora nessuno sia riuscito a scalzarlo. Ma appunto non ho delle risposte precise. Resto però convinto che gli scrittori più diversi si confrontano in fondo a scogli comuni. Che sono la lingua nazionale, tutto quello che la lingua veicola. E allora, come dire, anche ragionare sulle cadute può diventare molto interessante.

  7. giacomo s. il 6 febbraio 2009 alle 02:11

    ps: ma naturalmente anche sui rapporti tra Helena Janeczek, altra dotatissima, e Bernhard, ci sarebbero da scrivere tre tesi di dottorato; certo, in lei c’è il legame fortissimo con la lingua tedesca, più forte suppongo che per Kraspenhaar, ma lei scrive pur sempre in italiano, mica in tedesco;
    poi basta

  8. Alcor il 6 febbraio 2009 alle 03:38

    La tua modesta anima infatti è la cosa che mi piace di più nel testo e che parla con una voce sua.

    Quanto all’influenza di Bernhard è in effetti un discorso lungo, rischia di essere un trappolone, soprattutto quando affiora nei testi altrui prevalentemente come ripresa e ripetizione.
    Finisce per essere una semplice scorciatoia, più che un confronto.
    Nel caso di Trevisan mi ha spinto a lasciar perdere e tornare all’originale.

  9. Alcor il 6 febbraio 2009 alle 10:57

    Il mio ultimo commento l’ho scritto dopo le tre di notte, perciò mi sento in debito di chiarezza.

    Bloom, lo si consideri o meno un uomo d’ordine e un grande reazionario, al rapporto tra tradizione e talento individuale ha dedicato molte pagine, e ha individuato il rapporto tra tradizione e nuovo nel conflitto produttivo (vado giù un po’ della grossa).
    Credo che fare i conti con un grande alle nostre spalle (oggi i concetti di grandezza e di tempo sono molto accelerati rispetto a quelli a cui fa riferimento Bloom, ma il meccanismo è sempre lo stesso) abbia qualcosa di necessariamente cruento.
    Il confronto non può essere un semplice atto di devozione.
    Mentre per ragioni a me oscure Bernhard mi sembra un autore prevalentemente “citato” nelle sue più evidenti cifre stilistiche, nella patina, piuttosto che affrontato fino in fondo attraverso il suo risentimento (che non è il suo unico tema).

    Da un vero e produttivo confronto con B., almeno secondo me, dovrebbe uscire un testo in cui non si sia portati a sbattere subito il naso contro la ripresa e la ripetizione, cioè il suo registro in fondo più plateale, un testo in cui questa caratteristica così vistosa viene ripresa per indicare che si è su una strada (la scorciatoia di cui parlavo).
    Non ci può essere citazione se non nell’ironia – e l’ironia in questa resa dei conti è uno strumento debole – o nella devozione – e la devozione è uno strumento peggiore dell’ironia per raggiungere lo scopo ultimo di uno scrittore che non può essere che trovare la propria voce.
    Anche se è una voce minore. Il confronto non può risolversi nella scoperta di essere un Bernhard più debole.
    Alla ricerca della propria voce Trevisan a mio parere abdica per amore, ne è ipnotizzato, e per chi avesse Il ponte può andare direttamente a pagina 89. Trevisan sa quel che fa, è evidente, ma io mi chiedo, quel che fa porta alla nascita di un nuovo scrittore, o delega al “padre” le decisioni della sua pagina e si costringe volontariamente a essere più ancora di un epigono, un clone?
    Prima tu dicevi che non te la senti di biasimare un autore che lasci trasparire così forte la voce di un altro.
    Neppure io, il biasimo non c’entra.
    Mi interrogo però sul perchè di questa rinuncia volontaria, che a mio parere non è un confronto, ma la consegna della propria identità a un altro, di cui si sarà corollario, o clone, o figlio devoto.
    E’ vero che una cifra così netta, affascinante e geniale come quella che ha trovato Bernhard per mettere in scena il suo risentimento può far sembrare che quella sia l’unica strada giusta, o che non sia possibile trovarne una migliore, ma a mio parere il compito di uno scrittore è correre il suo rischio confrontandosi e cercando il proprio nuovo, anche se è più debole.
    Del resto, se si chiude nell’imitazione, la sua debolezza diventerà inguaribile.
    Questo ovviamente in generale, perchè Bernhard non è l’unico a lasciare le sue tracce nelle pagine altrui.

    Spero di essere stata più chiara sulle ragioni per cui ho notato negativamente anche nel tuo testo queste emergenze superficialmente bernhardiane.
    Che magari saranno state accolte con favore da altri, non siamo tutti lettori uguali.

  10. caterina s. il 7 febbraio 2009 alle 04:30

    Giacomo,
    Autismi 1,2,3 e 4:
    Letali, letali, letali; come al solito. Quindi complimenti direi, anche se leggerti e’ sempre un’esperienza stancantissima e lacerante. Mi auguro che un giorno invece scrittura e lettura possano rivelarsi momenti di risoluzione.

    Sai che a me comunque la tua scrittura continua a rimandare alla Natalia Ginzburg?

  11. giacomo s. il 7 febbraio 2009 alle 13:03

    @ alcor

    Il problema è appunto il rapporto tra l’autore e la tradizione (purtroppo non conosco quello che dice Bloom in proposito, anche se mi interessa moltissimo; mi dici per piacere dove lo posso trovare?). Dove però la “tradizione”, se si parla di scrittura, mi sembra essere il posto occupato nella lingua (o forse meglio linguaggio) di un dato scrittore dagli scrittori che lo precedono. Comprendendo naturalmente anche gli autori tradotti da altre lingue, che finiscono pur sempre per ritagliarsi uno spazio nella lingua dello scrittore stesso. E’ il caso appunto di Bernhard, che pur essendo un autore così lontano dalla tradizione italiana, è diventato una “voce” ineludibile per gli autori italiani, o per lo meno per quelli dell’Italia settentrionale (naturalmente qui si aprirebbe tutta la parentesi delle n possibili traduzioni di uno stesso autore, e si potrebbe fare l’esempio delle molto diverse traduzioni di Céline in italiano, ognuna delle quali apre una “sottovia celiniana” nella lingua italiana) (come si porrebbe anche il problema di spiegare il “mancato attecchimento” di determinati importantissimi autori in determinate lingue, e si potrebbe citare proprio l’esempio della traduzione in francese di Bernhard).

    Mi sembra che possa essere utile un parallelo con la pittura. Perché in pittura i “prestiti” sono così facili, così frequenti, così immediati, così spesso riusciti? Penso – per fare il primo esempio che mi viene in mente – alle affinità di temi e stili tra alcuni espressionisti tedeschi, tanto spinta che spesso è facile confondersi di autore, senza peraltro che questo ci disturbi minimamente: ci accorgiamo che ci siamo sbagliati, e il quadro continua a piacerci nello stesso modo. Perché invece nel caso della scrittura i “prestiti espliciti” sono sempre così “pericolosi”? Perché leggendo uno scrittore abbiamo bisogno che – anche se certo in (tutto sommato) rari casi apprezziamo anche i pastiches o gli echi – che sia lui, che sia “unico”, “inimitabile”?

    Perché, mi sembra, la materia prima di uno scrittore è la lingua, quella lingua stessa che costituisce il suo pensiero, la sua identità. Se uno scrittore usa la lingua di qualcun altro (la lingua di un altro autore, appunto, o anche solo l’ininteressante lingua di tutti i giorni) non è più niente, muore. Questo è il vero problema. Il necessario “decalage” dai modelli di cui parli, gli è indispensabile per continuare a esistere. Ma nello stesso tempo i modelli gli sono necessari, sono anzi la sua materia prima. Il rapporto di un autore rispetto con suoi modelli può essere visto quindi come un perenne atto di “equilibrismo linguistico”, tra un polo costituito dalla devozione/ironia (che come dici giustamente, e gli psicanalisti confermerebbero, molto simili), vale a dire una aderenza troppo stretta alle fonti (= la sua morte), e una distanza troppo grande da esse, vale a dire la perdita della presa del trapezio, il suo precipitare nel nulla (la lingua ininteressante di tutti i giorni); anche qui la sua morte.

    L’originalità di in un dato autore, in altre parole, non mi sembra essere il risultato della sua volontà di demarcarsi, della sua rinuncia a imitare, e men che meno l’espressione della sua identità. Mi sembra piuttosto venire da un più abile dosaggio delle fonti (= una più abile imitazione), che produce un’impressione di novità. Come un grande cuoco che utilizzi in modo molto abile i vari ingredienti, in modo che non siano più riconoscibili come tali nella leccornia che ci produce. La leccornia ci sembra essere un qualcosa di assolutamente unico, di originale, di “nuovo”. Assaggiando quella meraviglia ci diciamo che solo quel baffone con quel cappellone sulla testa avrebbe potuto produrla. Ma è appunto un’impressione. Alla base ci sono dei ben precisi ingredienti, e un loro ben preciso “agencement”. Un grande scrittore pesca nelle lingua (= la sua dispensa = gli autori che lo precedono) delle perle che noi poveri mortali non vediamo (e lì sta la sua vera abilità), e ce le mette il naso, beninteso facendoci credere – fa parte del gioco (un po’ come la messinscena di un prestigiatore) – che siano qualcosa di nuovo.

    Ma per carità, io non sono un teorico, e mi mancano credo le basi per parlare con un minimo di serietà di queste cose. Sono solo questioni che mi pongo empiricamente, in quanto lettore, e come scrivente. E resta sempre il problema del perché “l’ingrediente Bernhard” abbia questa spiccata propensione a avere la meglio sugli altri gusti.

  12. Alcor il 7 febbraio 2009 alle 18:00

    Mi mangerei le mani, ti avevo scritto una risposta lunghissima e articolata, ma mi ostino a scrivere sulla finestrella dei commenti e ho fatto una manovra che l’ha cancellata, mannaggia, non è neppure la prima volta che mi capita.
    Ci riprovo questa sera, intanto Bloom.
    Il libro è “L’angoscia dell’influenza. Per una teoria della poesia. ”
    Credo che non sia più in commercio e sono in dubbio sul sottotitolo, perché mi restano degli appunti, ma il tema dell’influenza attraversa anche tutto “Il canone occidentale”, e il canone, se non lo avessi, è appena stato ristampato.

  13. Alcor il 7 febbraio 2009 alle 19:14

    Ho fatto prima del previsto, ma ho anche perso gran parte delle riflessioni che avevo fatto, in ogni caso, tu poni parecchi problemi.

    Neanch’io sono una teorica, e non so bene cosa tu intenda per “prestito” il prestito è un termine della linguistica e mi confonde le idee, qui parlerei piuttosto di citazione contro imitazione.
    La citazione è un omaggio, un segno di riconoscimento, l’imitazione, che è il vero punto debole, funziona, a mio parere, solo se è un gradino della scala che porta all’opera propria.

    Tu dici che può essere utile un parallelo con la pittura, e fai però riferimento agli espressionisti. Nella pittura non disturba se i movimenti prevalgono sull’autore, all’interno di un movimento il momento ideologico prevale sulla singolarità dell’artista, ma accade lo stesso anche nella poesia, io non riesco a distinguere, né in fondo mi importa, tra un testo di Schwitters, per esempio questo:

    Sussistiamo noi
    Aspiriamo noi
    Spiriamo noi
    Mondo a volta d’abete
    Muti di morte sussistere
    Campaneirradiati aspirare
    Sovrastatidistelle spirare
    Vampa risuona mondo

    e un testo della baronessa von Freytag Loringhoven come questo:
    E’ – è – ?

    Cuore lenzuolo bianco!
    Bacialo
    Battito di fiamma!
    Al petto in centro
    Imprimi i denti
    Mordi —
    Questa verde
    notte pesante.

    a meno che non mi trasformi in una studiosa di dada, forse.

    Se però passiamo a Rothko, che è una singolarità artistica, la cosa non funziona più, a meno che l’imitazione non sia un momento di confronto, un gradino per salire sulle spalle di una grande opera per creare la propria, in quel caso l’imitazione sarà solo l’impronta di quel passaggio.
    Ma ti interesserebbe un imitatore di Rothko?
    Forse ti interesserebbe vedere in una diversa personalità artistica il segno dell’incontro con Rothko, questo sì.

    La stessa debole identità la possiamo ritrovare nella pittura primitiva e ovunque la singolarità artistica non sia in questione, ma nell’imitazione di cui parliamo non si imita una modalità impersonale, ma un autore come Bernhard e la si imita da parte di un autore che si suppone – io suppongo -si senta a sua volta come singolarità artistica.

    Sul fatto che i modelli siano indispensabili sfondi una porta aperta, ma sono in disaccordo quando dici:

    “Il rapporto di un autore rispetto con suoi modelli può essere visto quindi come un perenne atto di “equilibrismo linguistico”

    e poi:

    “L’originalità di in un dato autore, in altre parole, non mi sembra essere il risultato della sua volontà di demarcarsi, della sua rinuncia a imitare, e men che meno l’espressione della sua identità. Mi sembra piuttosto venire da un più abile dosaggio delle fonti (= una più abile imitazione), che produce un’impressione di novità. “ ecc.

    non credo all’equilibrismo, o – come dici sotto – all’abile dosaggio delle fonti, queste sono operazioni troppo manieristiche, a mio modo di vedere, e depotenziate, io penso che se non c’è metabolizzazione ed espulsione, non c’è testo che vale.
    A meno che non torniamo a parlare di movimento e di arte non individuale.

    Le fonti, che ci sono, devono essere metabolizzate al punto che solo il filologo possa recuperarle, anche il lettore filologo, se vogliamo, è un piacere “scoprire” le fonti, per un lettore attento, ma se sono lì, esibite, è solo un gioco combinatorio che almeno a me non interessa.

    Questa è una discussione che andrebbe fatta a voce, o più ordinatamente, perché mi rendo conto che ho lasciato fuori lo specifico di Bernhard.

  14. giacomo s. il 9 febbraio 2009 alle 00:16

    @ alcor

    ho visto che il libro c’è alla biblioteca comunale di Trento, sempre molto fornita; quindi grazie!

    sempre molto interessanti le cose che dici (e bellissimi i versi di Schwitters), e mi dispiace per la parte persa; ma ho paura che se continuiamo ci prendono per pazzi completi; spero comunque che ci sia l’occasione di continuare, in qualche forma; è incredibile come in fondo sia povera – almeno per quel ne so io, e astraendo dall’ambito accademico, e naturalmente dal lavoro di qualche critico illuminato – la riflessione sulla scrittura contemporanea (certo, è abbastanza facile sentire “parlare” gli scrittori su quello che fanno, ma molto più raro mi sembra sentirli confrontarsi con la scrittura degli altri, e sulla scrittura in genere …); un dubbio che mi rode da tempo è per l’esempio come resista l’armamentario teorico della filologia – che mi sembra molto grezzo – di fronte alle nuove scoperte sul funzionamento del cervello, della memoria …, e quindi a una visione della scrittura come a un qualcosa di ben più complesso rispetto a un semplice riferimento/citazione …

    e solo una puntualizzazione: il problema è appunto che rispetto a certi temi è la nostra cultura (italiana in questo caso) (ma in realtà ogni cultura ha le sue debolezze), a far sì che la nostra identità/originalità non possa essere forte in certi ambiti, con il risultato che molti di noi (scrittori italiani) ci “piantiamo” quando affrontiamo l’invettiva/l’amore-odio; come dire, la forza di un autore non è solo il risultato della sua forza (o genialità, ricordandoci però cosa ci dice Nietzche sulla genialità), ma anche delle oggettive “potenzialità” della sua lingua/cultura;
    non mi sembra un caso, ripeto, che molti scrittori non riescano a non essere succubi di Bernhard;

    @ certo, Natalia Ginzburg mon amour

  15. Alcor il 9 febbraio 2009 alle 09:33

    alla prossima:-)