Colombia desplazados

1 giugno 2009
Pubblicato da

di Valeria Zonca

Bogota. In un centro commerciale, che ha poco da invidiare agli standard occidentali a cui siamo abituati, vengo avvicinata da una ragazza. Sta raccogliendo le firme per il referendum che potrebbe cambiare la costituzione e permettere ad Alvaro Uribe, attuale presidente della Colombia, di candidarsi per il terzo mandato. Non posso firmare perché sono straniera: il mio status mi permette di essere ‘diplomatica’ e di non addentrarmi troppo in questioni delicate. La mia amica Ayda, colombiana, risponde che non è d’accordo e che non firmerà. Un’altra signora dice ad alta voce: “Certo che firmo, ma per metterlo in galera”. Dietro di noi, uomini e donne in tenuta elegante, invece, fanno la fila per fimare perché “questo è l’uomo che ha reso il Paese più sicuro e vivibile”. Qualche gorno dopo in una via centrale della città vengo avvicinata da due giovani. Stanno raccogliendo le firme per promuovere un referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Le concessioni date alle imprese straniere con il placet del governo negli ultimi 5 anni hanno fatto triplicare le tariffe: ogni anno a migliaia di famiglie viene interrotta l’erogazione perché non possono più pagare la tassa, altri ricevono acqua non adatta al consumo umano.

Il referendum popolare a me sembra una delle espressioni più ‘vive’ di uno Stato in salute. Ma in Colombia, quello che appare come normale svolgimento di una presenza democratica nasconde in maniera subdola un conflitto armato che in 40 anni ha trasformato questo paese in una enorme menzogna che continua a negare l’esistenza di problemi sociali e l’aggressione ai diritti umani.

Bogota è una moderna capitale con oltre 8 milioni di abitanti, situata a 2.600 metri di altitudine, dove la gente non dimentica mai di uscire con un ombrello. Non è vero che si rischia la vita o lo scippo a ogni angolo di strada. Gli investimenti del governo Uribe in tema di sicurezza negli ultimi sei anni hanno reso più ‘agevoli’ ai passanti le necessarie attività quotidiane. Quartieri residenziali con eleganti palazzi o villette, tutte ‘difese’ da un portiere o da guardie armate, si alternano a zone più depresse e periferiche. I fianchi delle montagne sono colonizzati da insediamenti della popolazione che giunge da ogni parte del Paese: baracche fatiscenti spesso senza elettricità, fognature o strade. Tutto questo è molto ‘sudamericano’ e ricorda le metropoli di Messico o Brasile: i ricchi da una parte, i poveri dall’altra, in mezzo la borghesia. “Cosa c’è di nuovo da scoprire?” – mi domando – fino alla domenica trascorsa al Parco Nazionale con Jose, rappresentante di Minga, un’organizzazione locale che da decenni si batte per la difesa dei diritti umani. Al nostro arrivo ci attendono circa venti famiglie impegnate in varie attività: i più piccoli partecipano a lezioni di danza, i giovani preferiscono abbandonarsi ai ritmi delle percussioni, i genitori si confrontano sui problemi quotidiani e improvvisano un barbecue all’aperto. Parlano del Venezuela come di un miraggio perché molti hanno là qualche parente o amico e “da quando c’è Chavez i rifugiati colombiani sono trattati bene e trovano lavoro”.

Sono le voci dei ‘desplazados’, cioè gli sfollati. In Colombia ci sono 4 milioni di persone (su una popolazione di circa 46 milioni di abitanti) che hanno dovuto abbandonare la loro terra di origine a causa del conflitto armato. Non lo hanno fatto per sfuggire alla povertà, molti di loro conducevano una vita dignitosa e riuscivano a mantenere la famiglia, erano proprietari di una fattoria, allevatori, contadini che coltivavano caffè, yucca, platano, mais. Non tutti hanno atteso il momento di essere minacciati direttamente, ma hanno saputo quello che stava succedendo ai vicini, hanno assistito ai massacri o all’esproprio di intere aree e se ne sono andati. Alcuni di loro hanno, invece, vissuto direttamente sparizioni e uccisioni di familiari o ricevuto minacce continue. La paura di morire li ha spinti ad abbandonare tutto e a rifugiarsi nei sobborghi delle grandi città: a Bogotà ce ne sono un milione.

I desplazados sono una questione complicata, che a livello politico è considerata una ‘ciste’ e che a livello sociale ha alimentato il disprezzo per chi è ‘diverso’. Per i cittadini sono dei paesani con cui non hanno nulla da spartire; per chi gestisce traffici illeciti o reclutamento per esercito e guerriglia sono un potenziale bacino d’utenza; per i più conservatori sono tutti guerriglieri. Del resto non è difficile, in Colombia, essere qualificato come sovversivo: basta solo alzare la voce per difendere dei diritti umani fondamentali, essere un sindacalista, un consigliere comunale o un insegnante. “Sono campesino al 99,9% – mi dice Ermes, che proviene dal dipartimento Tolima – ed ero un sindacalista, ho fatto cinque anni di carcere con accuse mai accertate. Poi sono venuto a Bogota. Nel campo uno è riconosciuto, è qualcuno, in città ci si sente discriminati”. “Nella mia città, Ocana, alla fine degli anni Ottanta arrivò l’esercito a installare una base per combattere la guerriglia delle Farc-EP e dell’Eln – racconta Noris, che viene dal Norte de Santander -. Ma quella era una scusa. A un certo punto imposero la fine della pluricoltura e iniziarono a piantare la coca. Dopo qualche anno arrivarono i paramilitari a controllare il commercio della coca, a spianare la via per l’esproprio di terre da parte di qualche criminale di turno, commettendo massacri contro la popolazione civile.

Per questo sono scappata, ma anche a Bogotà siamo soggetti alle stesse condizioni di sopruso e alla stessa privazione di diritti. Io non posso dire che sono desplazada quando cerco un lavoro, perché con questo ‘biglietto da visita’ rischio di non trovarlo”. “Il nostro è un vivere alla giornata, non ci sono più sicurezze e dobbiamo inventarci un lavoro” dice Dora, anche lei del Norte de Santander. Dora e un’altra trentina di persone si sono riunite in cooperativa per creare un’impresa di catering. Raccontano orgogliose di aver preparato in un solo giorno 4.500 pasti per un evento. Ma non hanno uno spazio fisso dove poter ampliare l’attività e per ora cucinano in luoghi ‘prestati’.

Quasi ogni giorno nella capitale i desplazados improvvisano manifestazioni di protesta per ottenere un sussidio dallo Stato. “Noi non partecipiamo – continua Noris – perché non ci piace mendicare. Dallo Stato pretendiamo risposte ai problemi della salute, dell’alimentazione, della scolarità. Ad esempio i farmaci a cui abbiamo diritto spesso non contengono il principio attivo per combattere un sintomo. Bisogna pagare per avere i rimedi efficaci”. Il governo Uribe ha sviluppato programmi di aiuto alla popolazione sfollata che prevedono il riconoscimento ufficiale del loro status – salvo il caso in cui il desplazado è vittima della fumigazione di coltivazioni illecite -, il diritto all’accesso alla salute pubblica e, a Bogotà, il diritto all’alimentazione in mense pubbliche. Angela Ospina, che è responsabile dell’ufficio colombiano dell’ong Terre des Hommes Italia, spiega “che i programmi di governo sono di tipo assistenziale e le persone, dopo sei mesi di sfollamento in una città o nella stessa zona rurale da cui provengono, perdono lo status di desplazados”.

“E’ assurdo – commentano all’unisono – ci hanno tolto la terra, il futuro, e senza l’appoggio di uno Stato un nuovo progetto di vita non si ricostruisce in sei mesi”. L’ultima discussione politica all’ordine del giorno è quella di introdurre per loro lo status di ‘migrante’. E’ un termine coniato dal governo per evadere la responsabilità di aver provocato l’esodo.

Il deplazamento forzato ha origini antiche ed è stata una pratica sistematica dai vari governi che si sono succeduti. Dapprima sono state le imprese bananifere, caffettere, petrolifere o di estrazione di ogni risorsa naturale; poi le formazioni guerrigliere, nate inizialmente come movimento di difesa dei lavoratori che nel corso degli anni si sono assuefatte a regole di intimidazione e minaccia alla popolazione civile; poi l’esercito e l’Auc -Autodefensa Unida de Colombia (movimento paramilitare), giunti con la scusa di combattere la guerriglia, ma che si sono liberati di ogni ‘fastidio’ facendo massacri, appropriandosi di case e averi dei civili.

La stampa colombiana, quasi tutta, elogia l’operato di Uribe per gli sforzi fatti per combattere la povertà, il narcotraffico, la guerriglia e il paramilitarismo. “Il paramilitarismo non è finito, ha solo cambiato faccia e metodologia – dice Dora -. Ex comandanti paramilitari, ormai sicuri dell’impunità, si sono riciclati nella gestione di attività commerciali o industriali”. In pratica, la ‘cultura paramilitare’ continua a tenere in pugno la popolazione civile. Nel 2005 il governo ha varato la legge di ‘Justizia y Paz’ che prevedeva la smobilitazione totale del paramilitarismo. Parte della popolazione la definisce la legge dell’impunità. “Perché non sta facendo realmente giustizia, non sta dicendo la verità e non sta riparando ai torti. Si considera che chi deve riparare è la società civile in generale, mentre non si puniscono i responsabili certi della politica e dell’esercito. Il conflitto non è finito, è una realtà che colpisce quotidianamente la popolazione”. Nel mese di agosto 2008 sono state trovate 20mila persone in fosse comuni, sono cifre rese note dalla stessa Fiscalidad Nacional, ma si continua a dire che in Colombia non è successo nulla, mentre aumentano i soprusi e la povertà. Per alcuni studi gli indicatori di povertà in Colombia sono cresciuti nel 2008 al 53% – per altri al 65% -, ma è chiaro che si tratta di una media perché in alcuni dipartimenti il tasso è molto più alto. Per il governo colombiano il superamento della povertà è una logica conseguenza dell’implementazione della sicurezza democratica.

“L’abbattimento della povertà può avvenire solo con la ridistribuzione delle ricchezze e con la totale garanzia dei diritti umani, economici, sociali e culturali. Uribe ha concepito la sicurezza attraverso la militarizzazione della vita quotidiana”, sostiene Noris. In Colombia, infatti, i fondi stanziati per la difesa equivalgono alla somma di quelli per salute, educazione, ambiente e infrastrutture. Nel 2008 più dell’80% delle risorse è stato veicolato ai dipendenti pubblici assegnati a difesa, sicurezza e polizia.

Chi, tra i desplazados che trascorrono qualche anno di esodo in città, cerca di ritornare ai luoghi di provenienza spesso si accorge che non è cambiato nulla, perché di base mancano la volontà e l’interesse di risolvere il problema. “Il possibile ritorno dei desplazados dipende essenzialmente da una riforma agraria, ma il governo ha sempre aiutato i ricchi, non ha mai pensato di distribuire equamente le terre tra i contadini” dice Ermes. In effetti, 44 milioni di ettari di terra sono in mano a un esiguo 0,6% di proprietari. Le zone rurali sono abbandonate dallo Stato, ma sono un boccone appetitoso per gli investimenti stranieri perché ricche di petrolio, carbone, gas, smeraldi. Il liberismo di Uribe ha spalancato le porte del paese al capitale estero. “Ci aspettiamo a breve un’altra imponente ondata di desplazados, perché adesso nelle zone rurali lo sfollamento è alimentato dalla presenza delle multinazionali, giunte nel nostro territorio per gestire le risorse naturali, che sono supportate da un nuovo ‘progetto paramilitare’, che ha cambiato i metodi per conquistare il territorio: attraverso le giunte di azione locale o comunitaria è riuscito a ottenere un nuovo controllo, ma questa volta legittimato”.

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[Valeria Zonca: giornalista professionista, lavora nel settore della comunicazione. Da 10 anni partecipa, come volontaria, a progetti di cooperazione internazionale nel Sud del Mondo – Kosovo, Guatemala, Argentina, Brasile, Nicaragua, Sri Lanka, Mali, Colombia – dove ha realizzato reportage pubblicati su VPS-Volontari per lo sviluppo, Liberazione, Galatea, Marie Claire, Latinoamerica. Nel 2008, in Colombia, ha realizzato un video per Terre des Hommes Italia.]

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One Response to Colombia desplazados

  1. macondo il 1 giugno 2009 alle 12:37

    Oltre che a Bogotà, ci sono decine se non centinaia di migliaia si “desplazados” o “profugos” che si sono rifugiati in Ecuador, soprattutto contadini delle zone di frontiera. La smobilitazione delle formazioni paramilitari cone le Auc è stato ed è un grande bluff, che ha fatto comodo a Uribe per ripulire la sua immagine. Attualmente, e malgrado l’impunità di cui gode l’esercito, ci sono oltre 400 militari sotto processo per aver sequestrato e ucciso decine di civili fatti passare per guerriglieri. Quando le unità antiguerriglia dell’esercito non riuscivano ad avere successi militari, allora uccidevano contadini innocenti indicandoli come guerriglieri per continuare a godere dei benefici e dei premi del governo o dei finanziamenti dati dagli Usa per la lotta antiterrorismo. Inoltre, il Congreso colombiano sta in questi giorni rivedendo la Costituzione per permettere a Uribe di candidarsi alla presidenza per la terza volta. Questa è la Colombia, attualmente il più fedele alleato dell’Occidente, assieme al Perù, dell’America Latina. Paese con cui anche la UE sta facendo grossi affari, chiamati Trattato di libero commercio.