SONETTI DEL BADALUCCO

8 giugno 2009
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Umbrarum fluctu terras mergente
Giordano Bruno, De la causa, principio e uno

di Gianni Celati e Enrico De Vivo

Io abito ad Angri, in provincia di Salerno, a una trentina di chilometri da Napoli. Ricorderò sempre una sera d’inverno, quando udii bussare al portone del nostro cortile, con forti colpi, come di chi avesse un’estrema necessità d’aiuto o uno stato di nervosismo incontenibile. Mi affacciai tenendo il portone socchiuso, e prima che potessi vedere chi bussava, mi trovai tra le mani un opuscolo dattiloscritto, dove lessi a malapena queste parole: “SONETTI DEL BADALUCCO NELL’ITALIA ODIERNA”.

Poco dopo, i due personaggi che avevano bussato al nostro portone, seduti in cucina, divoravano tutto ciò che mia moglie si affrettava a mettere in tavola. Si capiva che non avevano mangiato da  giorni. Io e mia moglie li avevamo sentiti mormorare con un filo di voce: “Siamo attori, veniamo da lontano. Non sappiamo più a chi rivolgerci. Scusateci. Potreste darci qualcosa da mangiare?”. Così diceva la delicata voce della signora Carlotta, moglie di Attilio Vecchiatto. E lui, anziano, emaciato, vacillante, con un cappello a larga tesa e un consunto mantello d’altri tempi, si fece avanti così: “Io sono l’attore Attilio Vecchiatto. Lei avrà sentito parlare di me, vero?”. Al che dovetti mentire in tutta fretta, dichiarandomi un suo appassionato ammiratore: “Chi non ha sentito parlare dell’attore Vecchiatto?”. Per fortuna non mi fece domande d’accertamento, dato che  non sapevo chi fosse, né che avesse conquistato la sua fama nel Sud America, poi a New York e infine a Parigi – ma mai in Italia, dove di fatto era sconosciutissimo.

[...]

Attilio Vecchiatto rimase a Napoli tra la fine del 1986 e il maggio del 1987, ospite dei fratelli Scannapieco, a Capua. Qui iniziò a scrivere una sceneggiata ispirata all’Amleto, col titolo ‘O fuorilegge ‘nnammurato, che aveva intenzione di allestire con una compagnia di giovani attori locali. In quel periodo ci incontrammo varie volte; io lo andavo a prendere dagli Scannapieco e lo portavo in giro in macchina per un’oretta. Lui guardava fuori dal finestrino, parlandomi della sua vita, delle sue donne, di sua figlia Ofelia che studiava a Parigi, e dei teatri grandi e piccoli dove s’era esibito, tra Europa e America (compresa la tenda d’un capo winnebago, nell’Ontario). Gli piaceva molto commentare le facciate maestose e fatiscenti dei palazzi d’epoca, le alte mura di antichissime ville, le case di tufo, la gente affaccendata per le strade, i cani randagi…. Una volta, con tono molto serio, mi spiegò il motivo per cui era tornato in Italia – era tornato perché da noi, soprattutto nel sud, si vedevano ancora per le strade dei cani randagi (“Ma ahimé, minacciati più che mai dal Badalucco – sospirava – perché i cani randagi non rendono soldi alle banche…”).

[...]

Durante il soggiorno napoletano Attilio finì di limare i Sonetti del Badalucco, e mi lasciò come ricordo una raccolta di foglietti dattiloscritti, gli stessi che qui vengono ristampati, assieme alla vita dell’autore. Anni dopo, quando parlai di Vecchiatto a Gianni Celati, gli passai anche quei sonetti, che Celati poi incluse nel libro sull’ultima recita di Vecchiatto (Recita dell’attore Vecchiatto nel Teatro di Rio Saliceto, Feltrinelli, 1996).

Quanto ai sonetti, so che Celati va in giro a leggerli nelle più varie situazioni, su strade di montagne, nei supermercati, nelle università, e recentemente nel ristorante zurighese che accoglieva i transfughi anarchici o antifascisti, e dove dal 1887 si stampa L’avvenire dei lavoratori. Una simile recita è annunciata dall’Accademia Pistoiese del Ceppo, per il prossimo marzo 2010, in memoria del nostro Attilio Vecchiatto e di sua moglie Carlotta.

[E.D.V.]

[...]

Angri, Maggio 2009

Su www.zibaldoni.it la versione integrale di questo testo

*

Tre Sonetti del Badalucco

Il viaggiatore torna  in patria. Scritto in un caffè di Roma, pochi mesi dopo il ritorno in Italia

Torna da vecchio in patria il viaggiatore
e guarda il suo paese ritrovato,
ora inospite, triviale, deturpato,
in mano a furbi senza alcun pudore:

fogna di massa, paese d’orrore
e di vergogne da togliere il fiato,
con quei somari del televisore
che fan del più fetente il più quotato.

Con chi scambiare idee in tal squallore,
dove impera il maramaldo unto e beato?
Cosa fare in balia d’un truffatore
che aizza tutto il popolo intronato?

Che dire? È in fogne, fango e brulicame
che fa carriera il Badalucco infame.

Di cos’è marcia questa patria trista? Scritto ad Angri, in casa di Enrico De Vivo, dopo una discussione sul marcio dell’Italia odierna

È marcia per mancanza di vergogna.
Qui è sempre in cattedra l’imbroglio fino,
qui vince sempre il cavalier furbino,
e il perdente si gratta la sua rogna.

Qui una faccia di bronzo apre il cammino
guidando il branco al suon d’una menzogna:
scroscia l’applauso in piazza ed è una gogna
che azzittisce il modesto cittadino.

Ah, se ancora di notte lui si sogna
la fratellanza umana il poverino,
dovrà aprire gli occhi sulla sua scalogna,
muto tra furbi, tra usurai tapino.

Che patria è questa, che vita in quintessenza?
Mi sembra il Terzo Reich dell’insolenza.

Badalucco parla al popolo

“Siate liberi – dice Badalucco –
io do la libertà, voi mi date i voti;
la libertà è il profitto per chi ha doti,
e senza doti niente, questo è il succo.

Qui siamo in democrazia e non c’è trucco:
basta coi moralismi da beoti,
se sei furbo coi quattrini tu ti quoti,
poi cacci via quei vecchi come il cucco.

Io ho l’arte degli affari e del pilucco,
e per farvi piluccar profitti ignoti,
vi do la libertà, voi mi date i voti,
che i fessi ci resteranno di stucco.

E quelli d’umore poco gaio
li metto a spalar merda nel mio merdaio!”.
*

Vita di Vecchiatto
- Prima parte –

Attilio Vecchiatto, nato nell’anno 1910, fu attore veneziano, figlio di un’attrice nota per la sua bellezza, Vittorina Brusatin. Di padre incolto, venditore di stracci, ambulante per le fiere, che morì accoltellato, Attilio fu ragazzo di prontissimo istinto, capace di  gesticolare da pagliaccio o recitare tragedie in pose amletiche con grande pathos. Da vecchio ebbe a dire scherzosamente che un attore veneziano gli aveva insegnato il segreto d’essere sempre un altro da quello che si è, al fine di non tirare in ballo se stessi, come cosa importuna. Poiché, diceva anche, l’attore è sempre un altro da se stesso, e quando egli voglia recitare se stesso, diviene solo l’agente pubblicitario delle proprie intime falsità e asinerie.
Nell’anno 1932, mentre è a Genova con la compagnia teatrale di sua madre, accade ad Attilio di scontrarsi con una squadra fascista. Giovanilmente impetuoso, reagisce a una provocazione con l’arte della boxe, in cui era esperto. I fanatici in camicia nera trovano subito la scusa per sparare all’impazzata. Correndo per vicoli senza saper dove sta andando, Attilio s’imbarca in extremis su un mercantile inglese in partenza per l’Argentina.
L’episodio cambia per sempre la sua vita, portandolo verso avventure impensate, in un continente per lui sconosciuto. Ma a Buenos Aires, dopo pochi mesi, ha già formato una compagnia teatrale, la compagnia de los Mirabiles; ed essendo divenuto l’amante dell’attrice Miranda Jolgado, intraprende a gonfie vele la carriera dell’attor giovane, recitando Goldoni in italiano al Teatro Ronzuelo. Indi per quindici anni andrà da un teatro all’altro nelle maggiori città del Sud America, giungendo ai luoghi più dispersi, in Costarica, Venezuela, Messico, Colombia, e infine Brasile, dove si fa esploratore dell’Amazzonia.
Pur sempre preso dalla sua arte teatrale, Attilio non mancò di istruirsi, sotto la guida d’un umanista di nome Paulo Blanco, vecchio amico del celebre Borges di Buenos Aires. Con Paulo Blanco apprese le lingue, il latino, la storia, la filosofia, lesse la poesia italiana e divenne studioso di Dante e Guido. Indi prese a comporre versi, spesso dedicati ai suoi amori giovanili con donne di vario stampo, compresa sua madre, e infime alla moglie Carlotta, che sposerà nell’anno 1942. Una serie di sonetti furono scritti da Attilio dopo il  ritorno in Italia, poi riscritti e limati fino agli ultimi suoi giorni, nel novembre 1993. [G. C.]

Altri sonetti di Vecchiatto su www.zibaldoni.it

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7 Responses to SONETTI DEL BADALUCCO

  1. Margherita il 8 giugno 2009 alle 10:28

    Belli i sonetti, e poi vorrei saperne di più di questo Vecchiatto. Qualcuno saprebbe dirmi? Mi interesso di teatro e mi sembra, a giudicare dalla biografia, un personaggio incredibile.

  2. Salvatore D'Angelo il 8 giugno 2009 alle 11:46

    Viva sempre chi ama e cura il sonetto, questa meravigliosa “misura aurea” del far poesia, che non muore mai (ha già ottocento e più anni!). Il suo schema apparentemente conchiuso riserva, invece, ancora molte sorprese.
    I tre sonetti proposti sono divertenti, promanano un profumo di trilussa, belli e d’angiolieri, con un tocco in più d’anarchismo veneziano tipico dell’autore, stando alla sua biografia. Sì, ‘sto Badalucco lo conosciamo bene. .. Allora qui di seguito, prendo licenza, e sperando che pinto non s’adonti, gli rendo omaggio con un …parente stretto del Badalucco, un Cartaro che gli somiglia molto..

    221.

    QUI, NOI CHE ABBIAMO VISTO IL MARE

    Qui, noi che abbiamo visto il mare
    tiriamo un sospiro di sollievo,
    guardiam’il cielo ci lasciam’andare.
    Basta con gl’affanni, nessun rilievo

    all’orizzonte! Che siano altri
    a darsi pena! E nessun inganno
    ad personam né lodo degli scaltri
    servitor di corte farà più danno!..

    Pompieri, soubrettes e ragli d’asino:
    l’orchestra del Magnifico Cartaro
    è a regime pieno, che bastino
    per tutti i peti suoi da ricottaro.

    Noi saremo qui seduti a riva,
    a guardar carogne alla deriva..

    (sonetto a schema abab-cdcd-efef-gg)

    S. D. A. , 12 . 7 . 2008

    222.

    IL MARE LAVA OGNI STORIA, MEMORIA

    Il mare lava ogni storia memoria
    ossessione mutamento… le onde
    fermentano l’inflazione confonde
    le menti; un campo minato scoria

    è la morte che ci riguarda boria
    di corrotta politica… diffonde
    mappe per lettori smarriti onde
    bloccare metter’ in fuga la storia..

    Le chiavi del tempo cingon d’assedio
    le cale nascoste e lo sterminio
    dei tonni nella rete, epicedio

    senza defunti: ecco, è il tedio
    d’un paese senza volto carminio
    che cola sul lento stato d’assedio..

    (sonetto a schema abba-abba-cdc-cdc)

    S. D. A. , 14 . 7 . 2008

    223.

    E POI FINIAMO QUI, IPNOTIZZATI

    E poi finiamo qui, ipnotizzati
    dagli annunci. Mentre il mondo scorre
    rapido, il Cartaro ci soccorre
    dagli affanni.. tutti qui, uccellati

    da realtà virtuale, affascinati
    dal grande imbonitore, che accorre
    ad ogni festa: mal gliene incorre
    a chi grida al lupo!.. ai disperati.

    Carta vince, carta perde, puntate
    signori! Quale vince, quale perde?
    Siate felici, scansatevi dai guai!

    E noi s’accorre, a gambe levate..
    Il nonno lo diceva, sempre al verde,
    ’a semmènta r’’e féss’ non muore mai!

    (sonetto a schema abba-abba-cde-cde)

    S. D. A. , 17 . 7 . 2008

    224.

    IL TRAMONTO LI COGLIE DI SORPRESA

    Il tramonto li coglie di sorpresa
    li accompagna nella notte la luce
    blu dei televisori che li induce
    ad affrettare il passo. Qual ‘ intesa

    spinge le vele al porto, in discesa,
    come quella regata che produce
    vento di bolina e li seduce
    a occhi chiusi, e a mano tesa?

    Straniero, apripista o corruttore
    il mare dei realities – borgata
    immensa ridondante di colore –

    è l’ombra che n’ottunde ogni sapore;
    vi cercano le stelle, è vellutata
    la via dei ciechi, e non fa rumore.

    (sonetto a schema abba-abba-cdc-cdc)

    S. D. A ., 19 – 20 . 7 . 2008

  3. franco arminio il 8 giugno 2009 alle 12:37

    caro salvatore a cairano7x avrai sicuramente modo di leggere qualcuno dei tuoi sonetti.
    quanto a celati: l’anno scorso ho scritto un post per dire che meriterebbe il nobel.

  4. Andrea il 8 giugno 2009 alle 13:03

    Ho cercato notizie di Vecchiatto, ma in rete non ci sono occorrenze, come mai?

  5. Salvatore D'Angelo il 8 giugno 2009 alle 14:25

    caro Fanco, mi pare di capire che Vecchiatto altro non sia che una “invenzione ” di Celati. Comunque sia, belli i sonetti e – nel caso- bella anche l’invanzione. Da Nobel, appunto.
    A Cairano 7x mi piacerebbe rendere omaggio a Fabrizio Ramondino, visto che il 23 giugno ricorre il primo anniversario della sua tragica scomparsa.
    E sarebbe bello che vi partecipasse anche qualche lettore di Nazione Indiana.

  6. luigisocci il 8 giugno 2009 alle 14:34

    sì sì, vecchiatto è una specie di alter ego di celati. e celati è il migliore che c’è.

  7. Andrea il 8 giugno 2009 alle 19:27

    Non ci capisco niente. A parte il fatto che ho postato un commento che mi è rimasto in attesa di moderazione da stamattina, ma poi nel frattempo, cercando su internet, ho visto che Attilio Vecchiatto è realmente esistito, e quella testimonianza in apertura mi sembra che lo confermi. Altrimenti che senso ha inventare un alter ego, come dite qui? A che scopo? Secondo me, chi sa potrebbe intervenire a spiegare qualcosa.