Da quando ho scoperto di essere l’unico che quando chiede l’euro per chiudere l’armadietto deve lasciare giù la carta d’identità, la mia vita è ad un’impasse. Forse è perché ultimamente rileggo continuamente la Comedia, ma mi sono convinto che c’è qualcosa di fondamentalmente bacato nella letteratura italiana. Dante, per esempio, era un grand’uomo, e pertanto scriveva. Oggi come oggi scrivono tutt’al più quelli che non riescono a vivere.
E mi chiedo: fino a che punto lo scrittore è autorizzato a non vivere? Ossia, come uomo, come essere umano, può non-vivere finché gli pare e piace: nessuno gl’impedisce di coltivare, se lo vuole, nemmeno aspirazioni suicide, e di realizzare il suo sogno con una corda e una trave. Basta che si scelga un posto abbastanza riparato e non avrà nemmeno la noja di qualche rompicoglioni che voglia impedirglielo a tutti i costi. Può conservarsi nella più totale, accurata ignoranza dell’attualità, delle ultime tendenze della letteratura, della musica, della chimica e dell’ingegneria aeronautica. Può fottersene altamente di quello che fanno i Cinesi, i casigliani, perfino l’abituale compagno di talamo. Non gli è negato di camminare per la strada sempre guardando in basso, facendo finta di non sentire quando lo chiamano per farsi dare un’indicazione, o per chiedergli da accendere, o uno spicciolo, una sigaretta, un rene, il codice fiscale. Può dimenticare tutto quello che inavvertitamente gli venne fatto d’imparare; può trascurare qualunque dote positiva abbia per sua disgrazia sortito dalla natura. Può far finta anche di non esistere, rinunciare a nutrirsi, a bere, fino a diventare semitrasparente e trascorrendo le giornate e le nottate sdrajato su qualche panchina, o direttamente sul selciato. Può scomparire all’alba, come fanno i sogni.
Paolo Sarpi, ancora alle soglie della modernità, diceva che chi scrive lo fa perché non può agire. Se uno riesce ad agire, chiaramente, non scrive. Ma la scrittura vale l’azione? Inoltre lo scrittore può essere uno che non può agire mai, in nessun senso? O dev’essere uno che ha agito fino ad un certo punto e poi non ha più potuto, ed è allora che si è messo a scrivere? In quel caso dev’essere considerato uno scrittore solo a partire da quel momento? E in tal caso, dev’essere considerato, nel suo complesso, un mezzo scrittore? E uno scrittore intero è uno che non può mai agire, o che ha sempre scritto, da quando riesce a tenere la penna in mano?
Ho deciso, tre giorni fa, di farmi carne di porco di simili questioni — in fondo sono gli altri che fanno di te uno scrittore, e a ben guardare non c’è proprio di che essergli grati — e mi sono messo a scrivere, a nastro. Ho continuato fino a jeri (oggi non ho scritto un tubo per problemi tecnici), e devo dire che l’esperimento — quello di scrivere nastro, senza sapere bene da dove si viene, e men che meno dove si va — ha dato risultati interessanti, anche se non so quanto utili ai fini di un’Opera compiuta. Sostanzialmente finora ho riempito dieci pagine, fitte fitte, in cui il personaggio (a cui ho trovato un nome che non mi piace niente) si limita a intrattenere un serrato dialogo con la sua coscienza, vocata come Vostro Onore (e sarà sicuramente una cosa da cambiare, perché fa veramente pena), e si trascina lentamente verso un cespuglione di magnolia, all’interno del quale tenta di smaltire come può i postumi di una sbronza. Tutto qui. (Il personaggio mi assomiglia nel senso che abitudinariamente è astemio, ma in questo caso ha fatto un’eccezione).
Insomma, dieci pagine per descrivere uno che defeca all’interno di un cespuglio. Come dire, ancora merda. Praticamente non vedo altro. Non solo, ma anche i luoghi letterarj che mi tornano in mente (le unghie di Semiramide, una lettera della Palatine a Sua Dilezione, tout le monde chie, una paginetta della Vita del Cellini, e poi le fogne: i Misérables, chiaramente, ma anche Infinite Jest, e poi c’era anche il gran poema della fogna [Le sterquilinarie vi è ispirato?] che Gombro voleva scrivere) sono relativi a quello. È un po’ che non ricordo i sogni, ma temo che anche quelli siano pieni di merda. Ne sono quasi sicuro perché la mattina mi sveglio tranquillo, se avessi sognato qualcosa di diverso sicuramente mi rimarrebbe l’inquietudine, come per qualcosa che non va.
Il dubbio, ora, è: risolto il problema dell’essere io o no uno scrittore (essere o non essere non cambia assolutamente nulla né in me né nella considerazione che ha il mondo di me), mi rimane questo, che è molto più concreto: dovrei frustrare questa mia vena copromane, passando a descrivere altre cose, magari quasi altrettanto disgustose, o dovrei decidermi ad assecondarla? Devo deviare questa fiumana puzzolente laddove, almeno per un po’, non possa raggiungere coi suoi miasmi le mie ancor troppo delicate nari, oppure mi ci devo buttare — sfogando questa mia voglia di merda, in modo (auspicabilmente, ma corro anche il rischio di affogare, mi sembra) da non pensarci più? Se un progetto letterario a lunga scadenza è come una città, forse è inevitabile partire dal basso, dagl’ipogei, dalle catacombe, dalle fogne, dai cimiterj sotterranei. Verranno mai i padiglioni svettanti, le torri, i grattacieli, i templi? Ma — soprattutto — sarò abbastanza pulito, poi, per permettermi di progettare mausolei ed accademie senza lasciare tracce marronastre sul foglio?
Se anche avverrà, sarà servito a qualcosa? Mi cambierà qualcosa? O devo fare qualcosa che mi cambj qualcosa, perché cambj qualcosa (o quasi tutto)? E se mi perdo? Se non ci riesco?
Non sopporto più le biblioteche. Mi irritano gli statali. Non fanno mai un cazzo, dalla mattina alla sera.
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66 commenti
non mi viene la puzza al naso al maleodorante puzzo di taluni gergari MA.
Visto che tutto è merda, madre di noi tutti dicevano i contadini un tempo, perchè non usare voca-boli che fioriscano meno squallori di quanti, ovunque, vogliono costruirci come mausolei in cui colpirci mortal-mente?La lingua, che teniamo in bocca, è un mus-colo si-lente,piuttosto lasciamola lì, che vada in necrosi di silenzioun come profondo e da quella sua putredine virtu-osa cerchi nuovi fasciami per sfasciarsi la bocca e ogni vis(i)one.
ti puoi permettere anche di scrivere manifesti interi sulla “cacca”, se scrivi così bene, ben venga.
(nonostante tutto) grande ed immutata stima per la tua scrittura d’artista.
No, non credo che scrivere bene legittimi a scriver la qualsiasi a nastro.
le parole non è bene sprecarle e non mi riferisco ovviamente alla merda, che Dante docet, può divenire somma poesia, ma al tono, alla triste e speravo obsoleta dicotomia tra scrittura e vita.
insomma è uno scritto che mi immalinconisce molto, perché il talento, anche quello del semplice saper scrivere, implica a mio avviso l’assunzione di una responsabilità: quella di ricercare un senso, di interrogare se stessi e il mondo. Che senso ha la scrittura se non si propone di interpretare, magari anche deformandolo, il reale?
difficile trovare il centro di questo post, se pure vuole averne uno.
concordo sullo scrivente come agente fallito, o dismesso più o meno temporaneamente.
per il resto ho letto abbastanza delle tue cose e potrei affermare che per te scrivere è probabilmente necessità, oltre che una cosa che fai molto bene.
devi solo gestirla.
leggiti “Ho fatto un sogno” di Flavio Degioanni. Arduino Sacco Editore. E’ un libro che mi è capitato per caso in mano. Non so chi sia lo scrittore, ma mi ha sconvolto. Lì dentro ci sono le risposte a tutti i tuoi interrogativi sulla merda. Nel bene e nel male.
“Quanto a vivere, lo facciano per noi i nostri maggiordomi”, diceva Valéry (o era Mallarme? cmq i due a questo livello si equivalgono). E questa concezione sacrificale dell’io sociale alla letteratura ha fatto scuola, fino ai nostri giorni. Ad ogni modo, mi incuriosisce questo “experimentum”. Basta che non divenga la versione postmoderna delle “Lettere di Jacopo Ortis”.
PS.: Credo di essere uno dei pochi che non ha letto “Infinite Jest”. Forse faccio male, ma me ne vanto.
era Villiers de l’Isle-Adam (x macondo)
La riflessione di Ramanzini è esasperante, ma ciò curiosamente non stona, anzi la rende appetibile. Benché le domande ch’egli si pone siano sovente gratuite, il tono generale – credo cercato – di gratuità a me è piaciuto. Quanto alle risposte, ne esistono infinite: ci sono scrittori che nascono con la penna in mano (Rimbaud, Blake, Von Hoffmannstal, Buckner) e scrittori che nascono tardi (Wallace inizia a vent’anni, Flaubert sboccia a più di trenta, Saramago oltre i sessanta), scrittori che agiscono (Hugo, Hemingway, Byron) e scrittori che non agioscono (Holderlin, Montaigne, Mallarmè), o che agiscono loro malgrado (Cervantes). La vena copromane? Ben venga, se ha senso; nè deve avere un senso perchè un domani permetterà di giungere in cima alle torri e ai templi. C’è chi ha parlato di merda per tutta la vita, con risultati straordinariamente odorosi (Céline, Bernhard). Perdersi? E’ la sorte di gran lunga più comune per chi scrive; ma quando ci si perde sul serio, irrimediabilmente, allora ecco l’opera d’arte. Scrive Char: “Tutto quel che si ottiene attraverso la rottura, il distacco e la negazione, lo si ottiene unicamente per altri. La prigione si richiude subito sull’evaso. Il donatore di libertà è libero solo negli altri. Il poeta non gode che della libertà degli altri.”
Grazie per le attente letture.
@ fernirosso, se ti ho disturbato mi dispiace, ma pazienza.
@ & @ lucifero, mi rende perplesso questa idea di una scrittura, bella e universale, che in qualche modo si applica anche alla schifezza, la quale rimane schifezza a prescindere dalla scrittura. E’ questa la “dicotomia tra scrittura e vita” che Frankie deplora? Comunque sia, espressioni come “ricercare un senso” e “interrogare sé stessi e il mondo” mi sembrano talmente viete, talmente fruste, talmente inutili, talmente scontate non solo da non avere più alcun senso, ma da dare il sospetto che non ne abbiano mai avuto.
@ tash, il centro c’è e credo sia visibile, se poi vuoi portarti dietro ovunque i tuoi preconcetti il risultato sarà sempre questo. Mi sono posto il problema di fino a che punto potessi considerarmi scrittore data la mia esperienza del mondo, o certe esperienze che stavo facendo. L’idea che scriva chi non può vivere è di tanti ed è vecchia, e vale come nozione di base. La mia idea è che da qualche tempo in qua non è tanto che scrive chi non può vivere, ma che chi scrive non possa vivere.
Non posso riconoscermi nella definizione di una scrittura pulsionale, è una lettura totalmente fuori dalla realtà, e nessuno la sottoscriverà per quanto mi riguarda, di questo sono sicuro.
E anche “imparare a gestirla” è un luogo comune, uno di quei flati vocis che non corrispondono più a nulla che abbia senso, posto ci sia stato un tempo in cui significavano alcunché. Questa idea di una scrittura come ’strumento’ impiegabile con manualità più o meno destra a seconda delle circostanze continua a sembrarmi semplicemente sbagliata.
@ Grazie per il consiglio, Rosi, ma, soprattutto nella fattispecie, non è meglio porre domande che trovare risposte? (E non mi sembra nemmeno, questo, il tipo di domanda a cui si può trovare risposta nelle parole altrui. Si parla di identità, soprattutto, in questo pezzo).
@ E’ anche la questione di Villiers de l’Isle-Adam o chi per esso: lui, evidentemente, e voi, o almeno così v’auguro, potete scegliere se vivere o no, io invece non ho un maggiordomo, e mi sento ormai molto, molto lontano da un certo modo di sentire.
Che è stato anche il mio, per lungo tempo: non una formazione, ma un’ideologia letteraria, modellata non tanto su certi autori, ma soprattutto su certi comportamenti, su certi codici, su certi modi di sentire, molto più rigidi, vincolanti e predeterminati di quanto si possa capire finché ce ne si fa carico.
La dicotomia non è tanto, in generale, tra scrittura e vita, quanto tra la mia scrittura e la mia vita, anzi tra la vita che facevo e faccio e la mia identità di scrittore. Il post, il pezzo, ha fissato, a suo modo, un momento in cui avevo determinati dubbj; che poi si sono risolti, per conto loro, senza ricorso a libri di terzi, o a speculazioni o a tazzine di tè, ma, semplicemente, nel cambiamento.
Beh, diamante, mi aspettavo – nel caso tu passassi e lasciassi traccia – una scarica di sberle sulle orecchie, dati i presupposti; e invece devo dire che la tua lettura è stata l’unica minimamente simpatetica; & quindi grazie.
C’è un pittore di mi conoscenza, non importa quanto talento e fama abbia, il quale ripete spesso che non è stato lui a scegliere di dipingere..
Quanto alla merda, che tra gli artisti pare porti fortuna, il vero problema secondo me non è se arriva alla cintola o fin suj capelli, no, chi vive in campagna lo sa bene: merda = mosche
:)
fabiandirosa
la scelta
Simpliciter: – Non c’è scelta?
Complicatibus: – Non c’è scelta.
Simpliciter: – Non scegliamo?
Complicatibus: – Scegliamo.
Simpliciter: – Cosa?
Complicatibus: – Scegliamo di non scegliere
beh m’allora: – continua a scrivere.
@ sergio garufi
merci. Ora la triade è completa.
@ anfiossso,
la vecchia dicotomia tra arte e vita è stata di molti (e continua a esserlo, per molti o pochi, non so), anche la mia, ma poi mi son reso conto che è tutta di testa, ed è dannosa. Mettiamola così: Meglio odorare il profumo di un fiore all’alba che leggerlo in una poesia, magari quella che ci parla del fiore “assente da tutti i mazzi” (Mallarmé? chiedo conferma a Garufi)
non ho scritto che la tua è una scrittura pulsionale, neanche ci ho pensato, me lo fai venire in mente tu adesso.
nemmeno ho scritto che devi “imparare a gestirla”, perché mi pare che tu, qualora riesca a scegliere cosa scrivere, lo sappia ben fare.
di cosa tu poi scelga di fare mi interessa nulla: se scrivi ti leggo, se non lo fai non ti leggo e fine.
niente di simpatetico, come vedi.
tu non mi interessi, la tua scrittura invece sì.
E insomma, qual è il compito della letteratura oggi? Parlare della merda, a quanto pare. O denunciare, a quanto pare. Opporre sdegno, a quanto pare.
E io dico no. Dico che questa strada non è più percorribile. Perchè è vecchia, perché non funziona, perchè è più comoda.
La letteratura di denuncia che mette il dito nella piaga, spalanca archivi e tira fuori dagli armadi i cadaveri e li addita alla comune vergogna non basta più. E’ il limite della odierna cultura italiana dell’opposizione che continua a battibeccare con questa becera cultura di regime. Così non se ne esce. Credo profondamente che la letteratura e l’arte tutta abbiano oggi l’urgenza morale di affiancare alla denuncia un’alternativa seppure ideale, di costruire coraggiosamente delle forme tenaci di bellezza, di individuarle in mezzo al fango perché restituiscano fiducia e volontà d’azione. Non sto parlando di un’arte consolatoria, ma un tempo sfiduciato come il nostro non vincerà contro l’ingiustizia, che è sempre animata da una fiducia che nulla scalfisce. I fatti non esistono, esistono solo le loro interpretazioni e la realtà è sempre così complessa e difficile da afferrare che i più amano chi gli facilita il compito e gliela decodifica in parole. E gliela consegna come una verità che basta che sia possibile. Torniamo al solito relativismo, mi si obietterà, dove tutto è parola. Ma che tutto sia parola, quando si ha una visione morale robusta, può essere una risorsa enorme. Costruire con le parole una realtà bellissima, iniziare a dire la bellezza, anziché denunciare l’orrore, è l’unica scappatoia che vedo. Se le cose sono le parole, almeno così va per il mondo, cambiamo le nostre parole. Quando la violenza storica si fa inaccettabile, l’intellettuale reagisce frequentemente con due atteggiamenti, o si isola nella torre d’avorio di un’arte sdegnosa e sdegnata o denuncia con forza di polmoni. Ma io credo che esista una terza possibilità. Cominciamo a crearla la bellezza, con le parole. Rinveniamola da qualche parte, portiamola ad esempio. E’ inutile spalare la merda, iniziamo a piantare fiori.
Il novecento ci risucchia tutti (in un mare di merda).
In genere, è vero, si scrive perché non si può fare altro, c’è questo tarlo ficcato nel cervello fin da piccoli. La vita è qualcosa da dire. Se non la dici, non riesci neanche a viverla. Chi scrive, in genere, è un ossessionato. Anche chi fa finta di non esserlo, anche chi si irrita di fronte all’apparente luogo comune che chi scrive è un malato.
Anche lui, se scrive, è malato, un maldicente, che non può fare altro che dire male, appunto, le cose. Le cose sono, sempre, dette male. Parziali, provvisorie, prodotte in serie, espulse.
Merda, in sostanza: origine, a volte, di fiori di rara bellezza (come questi scritti), di cui quasi nessuno sa che farsene.
Eppure si continua, anche se si sa anche troppo bene che tutto è nada nada y pues nada.
Il novecento risucchia tutto e tutti (nel solito mare di merda)
E tu ancora stai nel ‘900? Ancora ti fai risucchiare dal mare di merda? E vuol dire che non ci hai gli attributi, cioè non c’hai le boe. Non ci sono boe in mezzo al mare? Be’ allora te le inventi. Fai finta che ce le hai e cominci da lì. Lo fai per postulato. Dai postulati si sviluppano intere teorie. Che poi funzionano.
Smettiamola di rigirarci nella merda, lo capite o no che quest’habitus mentale ha già fatto il suo tempo? Che è appunto del secolo scorso?
Dante si indigna, ma poi costruisce una visione organica sublime, non si ferma mica solo alla denuncia. Se non l’avete capito, di Dante non avete capito nulla.
Mi dispiace aver tediato lo scrittore con il ricorso a espressioni viete, inutili e scontate quali “ricerca di senso”. Sono certa che l’essere accostato da @Diamante ad una sfilza di grandi nomi che vanno da Rimbaud, Blake, Von Hoffmannstal a Wallace passando per Cervantes, nomi peraltro giustapposti con una disinvoltura ammirevole, sia stato più gradevole ed “empatico”.
Invito solo a notare che i grandissimi autori citati sono quasi tutti non Novecenteschi, mentre il testo che qui commentiamo è un concentrato di “novecentismo”, nel senso che si sta, consapevolmente e con una voluta gratuità, concentrati su se stessi e sulle proprie scorie. Ci leggo una sorta di voluttà di permanenza nel post-moderno. Non posso parlare da scrittrice, che non lo sono, ma da lettrice si, che lo sono davvero. E da lettrice cerco, non smetto di interrogare la pagina, così come interrogo la vita, e mi piace scoprirci qualcosa dietro, dentro, tra le righe, più in là, diciamolo come vogliamo. anche solo una domanda, se non una risposta.
Sarò vieta…
tu non mi interessi, la tua scrittura invece sì.
Pecoraro, è una frase talmente imbecille da non poter ispirarmi altro che un cordiale chissenefrega.
***
A Clorinda, poi, non posso rispondere.
Frankie, a me sembri una lettrice, vera non so che vuol dire, piena di preconcetti.
La rivoluzione non essendoci stata, sarei propenso a ritenere che nel tuo famoso Novecento ci siamo ancòra dentro, e che ne abbiamo tutto il diritto: non ci sarebbe nulla di male. Mi sembra sospetto che tu mi accusi di essere “novecentesco”, e t’indispettisci che diamante abbia citato solo autori precontemporanei.
Mi dài l’impressione di esserti aspettata che dovessi farla io, la rivoluzione, e portarci tutti quanti, novo messia, oltre le barene delle mie, tue, vostre, nostre scorie. Attribbùti a parte, come dice quel giojello di Clorinda (ma da dove l’avete tirata fuori, questa?), se non m’interessasse affatto? se non avessi voluto?
Ho anche da ridire sull’equazione Novecento/postmoderno (il postmoderno rappresentava, l’ultima volta che ne ho sentito parlare, una rivalutazione delle retoriche, un primo moto fuori dal Novecento). A parte il fatto che il pezzo consiste in una serie di notazioni – che proprio per questo non difendo in nome di nessun’estetica e nessuna poetica, che non c’entrano nulla – assolutamente dal vero, senza nessun postmoderno distacco: io di fatto ero in quella situazione, e di quella ho parlato, con la massima spontaneità, credo, e sincerità.
Non piace? Padronissimi, anche di dirlo e ripeterlo, in tutti i toni e in tutte le salse. Ma è stoltezza pura nascondersi dietro questioni di poetica, che io peraltro non sono obbligato a condividere, o blaterare gratuitamente di “sensi” quando, molto semplicemente, non si è stati in grado di coglierlo – cosa che non dev’essere una vergogna per nessuno: il lettore universale non esiste, ognuno deve attenersi a quello che gli è congeniale.
la “merda”, mi pare, sia stata erroneamente scambiata per “centro” di un discorso che, invece, la usa solo quale pretesto per tentare di sviscerare le radici dell’impulso alla scrittura.
Qui la merda è metafora di tutto ciò che si gratta dal basso, di uno stile di vita che si scava fino in fondo in cerca di parole, personaggi, storie …
il centro sta in quel quesito:
“fino a che punto lo scrittore è autorizzato a non vivere?”
autorizzato da chi? dalla società che continuerà a girare intorno ai suoi altri mille utili che esulano dalla malata necessità dello scrittore di fare di sé offerta su carta?
chi si accorgerebbe della sua scomparsa?
e che cosa cambierebbe la sua scomparsa e per chi, se quest’uomo ha abiurato al suo essere uomo facendo di sé “uno scrittore”?
è una notizia che non fa notizia, un suicida che cammina.
qui la merda! la merda è metafora di questa non vita, è l’escremento ed il rifiuto, è lo scrittore stesso (non fraintendermi, Anfiosso, non penso questo di te!!!!) che sguazza “comodamente” in un paludoso essere privo di azione e relazione con quella bestia collettiva che osserva e vorrebbe rendere parte della propria esistenza solo come “personaggio” di un’opera compiuta.
L’aspirazione al bello? è la creazione stessa… dietro il cespuglio di magnolie, cosa c’è di più bello delle magnolie per nascondere il proprio “rifiuto”?!
ma poi, ci si chiede, quand’anche non ci si perdesse in un nastro di parole, foss’anche – alla fine – quest’esistenza travagliato parto d’un capolavoro d’olezzosa estetica pregna di sostanzioso contenuto, allo scrittore cosa ne verrebbe?
continuerebbe a sussistere una irricucibile differenza tra un’esistenza non vissuta ed una massificata indifferenza polverosa posta su scaffali a tempo di consultazione.
@anfiosso
la tua violenza è repellente, tranne quando si volge in scrittura.
quindi scrivi di più e fatti rodere di meno.
ma figurati! Ci si naviga a vista ormai, in tutti i settori.Qui almeno sta in bara-ttolo.ef-fe
@Clorinda
Scusa, ma di che boe vai cianciando? Che c’azzecca Dante? Di che visione organica blateri? Di che habitus parli? Quali postulati e teorie?
Siamo ANCORA nel novecento, ti piaccia o no, e in fondo non c’è neanche nulla di male. Novecento significa aver capito una volta per tutte che le nostre VERE motivazioni, non sono quasi mai nobili. E nonostante questo, affrontare la vita lo stesso, cioè navigare nel mare di merda prodotto, sostanzialmente, dai nostri simili, specie quelli che credono di aver capito qualcosa in più degli altri.
In quanto all’avere o non avere attributi, voglio credere nella tua intelligenza: da persona intelligente non ti metti a offendere uno che neanche conosci, vero? Vero che parlavi in generale, vero?
@Clorinda
Una letteratura che non sia solo denuncia delle brutture ma anche ricerca della bellezza? Niente torri d’avorio intellettualistiche e neanche denunce urlate a pieni polmoni? Cara mia, senza merda, niente bellezza.
Quanto al compito della letteratura oggi (ma anche ieri e l’altro ieri…) Ma chi se ne frega?
L’arte ha le sue radici più profonde nella religiosità (intesa in senso lato, non in senso di qualsivoglia religione organizzata che, personalmente, mi schifa). L’arte serve a riconnetterci al livello più profondo della vita.
Altro scopo non ha.
E’ questa la ricerca della bellezza che può, come dice Dostoevskij, salvare il mondo. Nota che Dostoevskij è uno scrittore in fondo in fondo reazionario.
Aborriva le rivoluzioni.
Non bisogna pretendere dalla letteratura quello che la letteratura non può dare. Può essere una medicina, non la soluzione.
L’arte è sempre consolatoria.
Se il mondo fosse perfetto, probabilmente nessuno scriverebbe.
Dante è morto in esilio e non è un caso che abbia intitolato il suo capolavoro
Commedia. Tragedia sarebbe stato troppo.
Per cambiare il mondo ci vuole altro che la letteratura. Ci vuole una visione politica lucida e coraggiosa ed essere pronti a morire. Tu lo sei?
La letteratura può essere solo un carburante, e neanche l’unico.
Aggiungo (e poi chiudo perché non voglio intasare le linee) che tutti quelli che si sono ripromessi di scardinare le coordinate della realtà e creare l’impossibile in letteratura (un nome fra tutti ma potrei farne decine: Heiner Muller) alla fine ha dovuto ripiegare sulla cosiddetta “reinvenzione del silenzio”.
Le parole, forse, servono solo per arrivare al silenzio originario.
Ma questo è un percorso assolutamente individuale.
Altro destino hanno i pamphlet.
Inutile però, oggi, cercare un nuovo libretto rosso. Non c’è. Ed è meglio così.
Mi è piaciuto piuttosto l’intervento di Lucifero, anche se mi permetto di essere ancòra più radicale: di fatto, secondo me, le scorie non esistono: la merda non è scoria, è passaggio, come tutto.
Qu
uesto voleva dire il pezzo [chiedo scusa per l'interruzione].
(Al Pecorajo invece non ci guardo neanche addosso).
@frankie
Non ho affatto accostato l’autore a Rimbaud, Blake, Cervantes e Wallace. Ho tirato fuori delle (brevi) statistiche.
Quanto al resto, sono d’accordo con Massimo anche se non disdegno questa frase di Clorinda: “Credo profondamente che la letteratura e l’arte tutta abbiano oggi l’urgenza morale di affiancare alla denuncia un’alternativa seppure ideale, di costruire coraggiosamente delle forme tenaci di bellezza, di individuarle in mezzo al fango perché restituiscano fiducia e volontà d’azione.” Ove per azione io intendo qualcosa di spirituale e non di sociale. Occorre, cioè, un rinnovamento dell’immaginazione, soffocata dai ritmi moderni e dalla comunicazione di massa e dalla tecnologia. Ma questo rinnovamento può (o forse deve) passare attraverso l’inferno che, anche se il ‘900 è cronologicamente finito, è ancora qua, fortissimamente, in mezzo a noi – anzi, siamo noi in mezzo a lui.
Esser donna vorrei, vecchia, schifosa.
Siete tutti molto bravi e preparati,vorrei poter riuscire ad esprimermi come voi che con botta e risposta mirata o meno vi rincorrete in questi commenti aperti. Senza polemica,sono sincera: vedo che la maggior parte dei commenti sono scritti sempre dagli stessi,su N.I. E’ forse una terapia di gruppo su base letteraria? Posso partecipare?
la merda degli erbivori è preziosa: concime
Mica vero: la mia è acidissima.
Anfiosso …. :-)
anfiosso, magari non sei completamente erbivoro. :-)
in tal caso povere piante, noi umani possiamo sopravvivere…
e non mi prendre sul serio!!!
riflettevo su sta scatola della couverture
è una merda del 61 (maggio)
sono passati 50 anni eppure ci sembra così contemporanea
in questo ha ragione anfiosso quando dice
che siamo in pieno novecento
allora mi chiedevo:
se aprissimo l’opera, la scatola, svanirebbe il tutto
come l’aria di napoli che ti vendono nelle scatolette sotto vuoto?
la merda non protetta scomparirebbe portata via dalle mosche?
E se non ci fosse nulla in quella scatola?
Se quel giorno in cui l’artista tentò l’opera fosse stato colto
dalla stitichezza? Se invece ci fosse qualcosa – l’opera è sempre e comunque un atto di fede-
importanti filologi applicherebbero ogni mezzo d’analisi allo stronzo,
magari dicendo questo, oppure quello e ci diranno pure cosa aveva mangiato
(infatti ci dicono la marca del cutter usato da Lucio Fontana)
Resta che Anfiosso ha scritto un bel pezzo. Al di là dell’errore della scoperta nella prima frase. Non è il solo a cui chiedono i documenti. Ne ho le prove.
effeffe
E se invece non ci fosse niente dentro la scatoletta?
Credo che (massimo) sarebbe la prova provata che quello che conta non è il contenuto effettivo della scatoletta, ma lo ’scandalo’ [allora fece scalpore, no?] che solleva l’idea di quello che c’è dentro – e lo scandalo si ferma all’etichetta.
Proprio a Napoli ho visto queste cacche di Manzoni, e altre cose; che ho visto con frutto, credo (per quanto questo pezzi non c’entri, nemmeno al contrario). La sua arte corrisponde all’arte come il limerick e il gimmick alla poesia.
Mi piace molto la scelta di Pinto quanto alla figura, per quanto (spero non violare alcun segreto, al limite cancella) confessasse qualche perplessità per averla messa.
Di fatto è in perfetto controcanto con la ‘mia’ cacca (si parva licet, chiaramente: non mi metto certo a quel livello): quella di Manzoni era rivoluzionaria, la mia ha una posizione sociale doppia: non è integrata, e non può essere marginalizzata; esattamente come il barbone, o la categoria a rischio. Contraddizione in termini che si spiega semplicemente col fatto che non c’è un ‘fuori’ rispetto a noi; tutto è ‘dentro’, è di fatto integrato, per quanto a basso livello, per quanto sia o sia tenuto al difuori della nostra visuale: tutto c’è, è compresente, ed è, dal momento in cui è, indispensabile.
[Siamo tuttora nel Novecento se non altro perché il Novecento ha sollevato problemi e interrogatìvi che non hanno mai trovato risposta, e quindi sono ancòra lì che aspettano; molti dei quali speciosi, come molte espressioni artistiche e letterarie che sono pura decadenza; ma non si può ignorare, aggirare, tutto quanto il Novecento. Non che mi ci senta del tutto a casa, beninteso; ma lì ci troviamo].
La scatoletta è vuota. Anche se l’autore tenne a far sapere in giro che aveva cagato su un asse di legno diversi stronzoli.
Manzoni con quella serie volle denunciare il feticismo verso gli artisti, delle vere e proprie star, allora capaci di autenticare con una firma qualsiasi cosa. Anche la merda. Ancora oggi c’è gente che raccoglie le feci di Madonna e le mette in vendita su ebay. Non solo quelle di lei. Ovvio. A tutt’oggi non credo che il sistema dell’arte sia molto cambiato.
Inutile sottolineare che le scatolette di Manzoni sono estremamente concettuali. Furono una provocazione intellettuale. Ci sono invece molti artisti che ieri come oggi lavorano direttamente sulla merda e con la merda. Ma non ve li cito. Non amo fare sfoggio. E neanche condividere. Un sono un esibizionista. E neanche un capo classe. Solo uno stronzo.
http://www.thewriteratwork.com/site/archives021.asp
e,per farmi perdonare:
http://lostinyourinbox.com/resources/music/15_Calling_All_Angels_-_Until_the_End_of_the_World_-_Jane_Siberry.mp3
p.s. a proposito di merda e di arte ho letto un bellissimo saggio di paolo barrile.Mi pare si chiamasse “messaggio terra”
Tiè e aritiè, diamonds.
Anfiosso:”nel senso?”
E’ proprio vero come dice un mio amico che quando non si sa cosa scrivere si scrive dello scrivere…
Sì, ma perché non si sa che cosa scrivere?
E sa scrivere, il tuo amico?
Sì, sa scrivere molto bene. Scrive del mondo e di sé. Ma non sono io questo amico. Se questo è quello che pensavi o insinuavi. Io scrivo e so scrivere di tutto, persino commenti inutili a un post tutto sommato trascurabile come questo.
La defecazione, caro Pasa, è atto importante e primario, quindi non trascurabile quanto la scrittura ed in questo vitale e primordiale impulso il loro stretto nesso.
la stitichezza sarebbe preoccupante, ha idea di cosa sia l’avvelenamento da costipazione?
e poi perché attribuire “insinuazione” ad un quesito….
fave di fuca…. fanno bene!
Insinuazione avrei dovuto scriverla tra virgolette. A volte uso in modo leggero parole pesanti ma dimentico i caratteri tipografici per sottolinearne la diversa gravità. La stitichezza è terribile, so bene.
Il mio “amico” si chiama Francesco Terzago, ha un suo blog, amico per modo di dire, è amico di una mia amica, quindi quel genere di amicizia alla facebook. Comunque il pezzo non è così trascurabile se abbiamo come riferimento il mondo, se invece abbiamo Nazione indiana un po’ sì, ma non voglio sminuire l’autore che scrive pezzi interessanti in genere. Un saluto a tutti gli indiani che come se ne stanno a scrivere immersi nell’afa di una domenica di Giugno, capricciosa e a tratti incantevole.
@ anfiosso, sperando di farti ‘cosa’ gradita di ‘parole’
http://www.nazioneindiana.com/2008/07/11/scaricare-qui/
Scrivere è un’arte. E come in ogni arte che si rispetti, vi è sempre un pò di sana pazzia, di umana e coinvolgente follia, che va rigorosamente assecondata, mai bloccata o direzionata verso vie che possono sembrare più convenzionali.
Anfiosso è un artista. Adoro il suo essere spietato, crudo, tagliente; maniacalmente folle nel suo essere cervellotico, sopra le righe, provocatorio.
Troppe domande. Ma non vuole risposte, non ne ha bisogno, fanno parte della convulsione verbale del momento.
Chi scrive è ossessionato? Certo che lo è. Chiunque faccia uso dell’arte come mezzo espressivo è profondamente ossessionato. Dalla voglia di farsi sentire, di comunicare, di manifestarsi al mondo, di dire “eccomi, anche io ci sono”. Sano esempio di egocentrismo.
La scrittura non è mancanza di azione. Anzi, semmai il contrario: è liberatoria, emozionale, è la comunicazione silenziosa o gridata del tuo stato d’animo. Scrivendo agisci su te stesso, purificandoti dalle ossessioni che ti opprimono.
Anfiosso deve seguire l’istinto: quello primordiale, quello che ti fa rabbrividire. Perchè l’arte, quella vera, quella che oggi sta soccombendo per lasciare spazio a episodi speculativi di dubbio gusto, ha ancora l’unico sacro compito di coinvolgere, emozionare e stupire l’interlocutore.
Non importa se il testo di Anfiosso possa sembrare a qualcuno “trascurabile” (cosa che peraltro non condivido):ciò che importa è che sappia generare sensazioni epidermiche, farfalle nello stomaco, e voglia di commentare il suo post.
Ha parlato di merda, certo. Ma l’ha fatto divinamente, grazie alla composizione articolata dei periodi, alla scansione rapida degli argomenti, alla punteggiatura e al ritmo convulso delle parole.
Ha usato la merda come pretesto, per colpire, provocare, scandalizzare i lettori – ci scandalizziamo ancora per un titolo di questo tipo? Forse si, di certo ne rimaniamo attratti -, per parlare dell’impulso alla scrittura.
Questo è ciò che Anfiosso mi ha trasmesso: poi, come ogni forma d’arte, che è puramente soggettiva, data dal rapporto privato e personale tra l’ opera e l’intercolutore, può essere che ne abbia tratto tutt’altro che il vero significato.
Ma di certo, ora ho un sacco di farfalle che svolazzano nello stomaco.
Complimenti ad Anfiosso.
un trascurabile post sulla merda che ha raccolto 53 commenti nessuno dei quali OT è piuttosto coinvolgente, per essere un trascurabile post sulla merda:-)
e con il tuo cinquantaquattro, e con questo cinquantacinque: quel che è oltre ogni cura trascurabile: un’incurabile accuratezza di passi e passim et ultra passare :-)
Questa è la merda amico mio, non già quella che citi, ma questo doversi porre certe domande. Questa è la merda: o l’accetti o la cambi.
Nel primo caso, sappi solo questo, non potrai lamentarti di essere uno scrittore di merda. Nel secondo, chapeau !
Illuminante.
Dominique Laporte – Histoire de la merde
“Cet inopportun ” reste de terre “, disait Freud, citant Goethe.
Par un paradoxe qu’elle partage avec le sexe, la merde s’entoure d’un silence qu’on méconnaît si on le mesure à l’aune des discours qu’elle suscite. Qui croirait en effet que, sur cet objet d’opprobre, les hommes se soient inlassablement montrés bavards, au point qu’il ne fut absent ni de leurs divinités primitives, ni des croyances qui les animeraient encore lorsqu’ils auraient cru tuer en eux le barbare ? Qui croirait par exemple que, pour une banale histoire d’excréments, la sainte église catholique ait frôlé le schisme ? Mais gare à la dérision : l’obscène ne gît pas là où on croit, lorsque la merde est aussi cet objet dont le maître monnaie l’amour de ses sujets.”
p.s.
Grande David Ramanzini.
@ diamonds, mi sembrava che la vignetta fosse di malo auspicio.
@ Grazie, teqnofobico, graziosi finneghismi.
@ Bello e generoso il tuo intervento, michela.
@ Come sembra raciniano il distico finale:
lorsque la merde est aussi cet objet
dont le maître monnaie l’amour de ses sujets.
Grande Anfiosso, ottimo pezzo e commenti perlopiù interessanti. Ma…chi è Michela???
E’ Michela, suppongo.
Scrivere e deresponsabilizzarsi non credo vadano d’accordo.
La scatologia pervasiva sarà pure un passaggio obbligato in questo
pezzo di DavRam, ma non voglio immaginare sia il cuore del suo messaggio..
Beh, ci sono anche la pipì e il vomito, volendo.
Lo sa bene chi , come me tanti giovani papà, cambiano pannolini o danno la pappa col cucchiaino ricevendo a volte in risposta un sano rifiuto gastro-papilla gustativa
L’aedo agreste ti augura di provare, e se già avvenuto, di riprovare codesta esperienza (va bene anche un nipote in fasce… ma si va bene pure ciccio bello di ultima generazione)
Ringrazia da parte mia l’aedo agreste dell’amabile consiglio, ma 1. sono ricchione, quindi non figlio; 2. non ho parenti contattabili, e tra questi, comunque, che io sappia, nessun nipote cagone. E, 3., nemmeno conoscenti che abbiano figlj in fasce che perdono liquami da qualche orifizio.
Dovesse capitarmi, proverò (lo dico adesso che non può capitarmi; in sul momento, ovvio che mollerei l’incombenza ad altri).
Vebè, qui siamo rimasti in due a scambiare cagate (apperò: è liberatorio scriverne, devo ammetterlo)
che si fa?
Si esce a prendere da bere o si aspetta l’arrivo di cicciobello per una dimostrazione pratica?
Non mi sento in ordine, cigno.