Su “L’età estrema” di Romano Luperini

16 agosto 2009
Pubblicato da

di Nadia Cavalera

L’anticamera della morte

Chi volesse solo distrarsi, svagarsi, non lo legga. “L’età estrema” (Sellerio, 2008) di Romano Luperini non è per nulla divertente, nel senso etimologico originario (e quindi poi nella comune accezione odierna), ma anzi è convergente, nel senso che non storna, non allontana, ma concentra, in maniera spietata, l’attenzione del lettore sull’assillo principale di ogni essere umano (che ne abbia coscienza o no), e, secondo me, anche di ogni essere vivente (sebbene non si sia ancora in grado di dimostrarlo): la morte. Inevitabile per tutti. E così angosciante per qualcuno, come l’io narrante di questa storia, da volerla anticipare. «Mi agito mi muovo mi precipito in posti lontani. Fuggo la morte e mi accorgo di correrle incontro», (p.12)

È la morte che aleggia stagnante, asfissiante tra le pagine di questo racconto lungo, diviso in tre parti (corrispondenti ai mesi di settembre, ottobre, novembre), e 20 quadri diaristici, composti da un anziano docente universitario in trasferta in America, nel decimo anniversario del crollo delle Torri gemelle. Dove trova «le bandiere di un paese in guerra. Non più trionfali gonfie di orgoglio ferito», come dieci anni prima «ma come rassegnate a una testimonianza, a documentare un lutto e una necessità ». In una nazione che appare sempre più, secondo l’amico Robert, un «gigante caduto nelle sabbie mobili, con il suo stesso peso che lo fa affondare sempre di più»
È l’anno fittizio del 2011.

«Prima a Robert, poi tocca a te. Prima uno, poi l’altro. Prima i tuoi genitori, poi i tuoi fratelli, gli amici, i coetanei. A uno a uno. Sino al tuo turno», confermerà, in seguito più esplicitamente, dinanzi all’agonia di Robert stesso, il protagonista/autore (la componente autobiografica è innegabile), in piena crisi di ruolo (tant’è che, da insigne critico indulge sempre più a praticare l’ambito creativo), e fisica, per l’incalzare galoppante della senescenza, parte finale, estrema appunto, della vita, e anticamera della sua conclusione. Cui, nello sfondo, fa da perfetto pendant allegorico precostituito (incapace di sviluppi inattesi, dell’auspicato movimento rigenerativo), lo sfacelo ideale e materiale del mondo circostante. In preda, in questi anni tristi, al relativismo più bieco, alla globalizzazione più feroce, all’arroganza sfrenata delle classi dominanti, che contano sull’«efficienza del denaro e dell’organizzazione» per costruire, secondo loro, «l’eleganza, la raffinatezza della civiltà e della cultura» mentre permane la soggezione impotente delle classi succubi, in balia degli altrui giochi finanziari, stordite dal consumismo infiocchettato di perversi passatempi, manipolate costantemente nelle loro menti, e tenute sotto controllo con inoculazioni sistematiche del seme della paura. Antrace, influenza dei polli, terrorismo a gogò, pandemie varie, stragi di Stato, nubi tossiche. Come quella che compare anche in questo resoconto di viaggio, e che costringe tutti al trasferimento nei centri appositi di isolamento.

Non il protagonista (per un «residuo di abitudine di andare contro corrente come un tic una sfida che ripeto da sempre»), che preferisce restare chiuso nel Residence EUGENIA, alle prese con l’invasione di resistentissimi forse onirici scarafaggi verdi («sopravivranno all’uomo») mentre vede morire fuori, dopo una prima fase di supposta bellicosità, colombi e gabbiani . Quando potrà uscire, scoprirà altri animali morti: topi, cani anche la foca che all’inizio del racconto s’aggirava tra i detriti del litorale. Saprà di uomini morti.

Orribilmente sfregiato nelle sue possibilità di sopravvivenza, sul baratro dell’ estinzione esso stesso, è un mondo irriconoscibile per chi, animato da una reale speranza di cambiamento, ha aderito agli ideali del Sessantotto, per vederli poi negli anni sfilacciarsi, sino a mutare e ridursi a forme egotistiche aberranti. Che non risparmiano certo il mondo accademico. Ne è esemplare conferma il “brillante” personaggio di Giorgio, il collega di Los Angeles, che si fa scivolare tutto addosso («E la fine del mondo e io sto bene perché dovrei lamentarmi?»), anche la sparizione, ad opera della CIA, di un suo valido assistente pakistano, pur di ottemperare al suo cinismo, fatto di rincorsa al successo, di partite a calcio nei campus (pur nel disastro incombente), moglie in carriera peraltro insoddisfatta, cene in ville con grandi vetrate, piscina e tuffi in discorsi razzistici, spruzzati da plateali dichiarazioni di non appartenenza politica, per la mancanza, si sostiene, di una proposta convincente, che comprenda tutta la realtà e spieghi con chi stare.

Di certo il protagonista non sta con Giorgio. I suoi discorsi lo inquietano in quanto lontani dalla sua sensibilità. «La voce di Giorgio mi attira e mi mette in allarme. Viene da un mondo che mi è estraneo che è cambiato senza di me in cui non riesco a riconoscermi. Un mondo con cui è impossibile competere o lottare perché non offre appigli e come una superficie liscia e compatta che sfugge ad ogni presa. ».

Rapportarsi con questa generazione che si posiziona al di là «della disperazione e della speranza » è impossibile. E se proprio costretto a un qualche pur minimale confronto, come nella gita in montagna con l’aitante collega, meglio addirittura schermirsi dietro la sua condizione di anziano: «Uno della mia età dovrebbe passeggiare in riva al mare leggere prendere il sole su una panchina». Che si direbbe accettata, mentre resta intollerabile Già dall’incipit: «La vecchiaia è un’appendice in fondo al ventre. Un involto nei pantaloni, un ingombro rattrappito sul legno della panchina». Tanto più che si è insediata nel suo corpo subdolamente senza che lui se ne accorgesse: «Giorno dopo giorno impercettibilmente mi ero trasformato, a mia insaputa ero diventato un altro».

Tutto è cambiato nel soggetto interessato. La rappresentazione di sé, ancora giovanile non corrisponde alla percezione degli altri. «In me interno ed esterno non si corrispondevano più». E ancora: «Era cambiata l’idea che gli altri vedendomi si facevano di me era cambiato il modo in cui mi vedevano le donne e io ancora non mi ero accorto. Ero diventato vecchio e non lo sapevo. La mia vita non valeva più come prima invecchiando la vita perde valore».

Per gli altri, ma anche per lui. Si vede nudo allo specchio. Deformato: ventre gonfio, cazzo moscio pendulo incapace anche di pisciare, festoni qua e là di pelle vizza, capelli radi biancogiallastri come unti. La dentiera in mano. È la piena autosvalutazione. Ed è un fatto, la verità, non certo un’interpretazione con cui cincischiarsi futilmente.

L’autore, preso atto che il proprio orizzonte si è ridotto pericolosamente, vede la fine vicina.
Di qui quell’aria pesante, plumbea di cui dicevo in apertura e che è, per me, l’elemento caratterizzante. Intossica tutte le pagine e non riesce ad essere rarefatta neppure dall’inserimento nella trama di un’avventura sessuale del vecchio prof con una giovane donna, già sua amante in passato ed ora moglie di Giorgio: Claudine, per lui «non solo la bellezza ma il coraggio non solo la ragione ma la passione», inseguiti per tutta la vita. Non giova ad alleggerire il clima neppure la conseguente procreazione di un’altra vita.

La figura di Claudine, sebbene l’autore le riservi, a piè sospinto, termini di luce, non schiarisce minimamente la scena. Non s’impone. Per fortuna. La banalizzerebbe. Rimane al racconto come la vecchiaia al protagonista: un elemento posticcio, un ingombro, il tributo pagato al bisogno di messaggi di speranza, tranquillizzanti, col rischio dell’avverarsi dell’incubo, ricorrente nel protagonista, di essere una scimmia che scrive o dipinge l’autoritratto: un altro narciso.

Il racconto si salva in positività nel suo essere realistica inclemente testimonianza personale. Nel suo tragico nichilismo sostanziale. Riaffermato dalla conclusione. Lui sulla spiaggia, inchiodato sul ramo di un albero contorto che cresce in orizzontale. Prostrato nella sabbia, come lui nella vita. Come la città alle spalle (nonostante le forme geometriche razionali), persa in un mondo che non riesce ad ergersi dalla sua condizione di degrado.

Sotto un cielo «vuoto e buio», il protagonista guarda l’oceano, futuro ignoto, in posizione apparente di resistenza estrema, ma in realtà senza più voglia di agitarsi, di fuggire, di lottare, ma solo di sparire. In flash tra Munch e Kirchner , il corpo è piegato in avanti, la testa fra le mani, i gomiti sulle ginocchia. Favorendo, come già l’America di Robert, l’affondo dei piedi nella «polvere di sabbia». Del presente nel suo continuum inarrestabile. È pronto a morire.

(ROMAMO LUPERINI, L’età estrema, Palermo, Sellerio, 2008)

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